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24 novembre 2021

Covid e vaccini. Vescovi italiani contro vescovi croati?



di Fabrizio Cannone

In un recente intervento video, inviato ad un convegno contro le armi nucleari, il cardinal Pietro Parolin, segretario di Stato, ha detto che è necessario “Riconsiderare il nostro concetto di sicurezza”. Perché la sicurezza dei cittadini, “non si può basare sulla minaccia della distruzione reciproca e sulla paura, bensì deve trovare il proprio fondamento nella giustizia, nello sviluppo umano integrale, nel rispetto dei diritti umani, nella cura del creato, nella promozione di strutture educative e sanitarie, nel dialogo e nella solidarietà”. 

Il titolo del convegno era “La conversione delle armi nucleari? Conviene!”. E all’intervento di Parolin ha dato risalto il Sir, l’agenzia di stampa della Cei. Tutto il messaggio del presule era incentrato, e giustamente, sul superamento della politica della paura (nel rapporto tra Stati).

Ma verrebbe da porre, con filiale franchezza, una domanda a sua eminenza. Chi è che in nome della politica sanitaria ha fatto di tutto, dicasi di tutto, per diffondere la paura, il terrore, il panico morale? Chi ha detto e ripetuto che davanti all’epidemia “siamo in guerra”, creando tensioni che erano sopite dal ’45 o almeno dalla fine della guerra fredda? Chi ha usato la paura in tutte le maniere e forme, e la sta ancora usando per terrorizzare la cittadinanza contro il diavolo Covid, fino a causare – come ora sappiamo con certezza – aumenti di depressioni, istanze di suicidio, incubi, insicurezza, autolesionismo, specie nelle fasce più deboli e nei bambini?

Del resto, il cardinal Pariolin, contro la proliferazione delle armi atomiche, invoca, da uomo di Dio, “il dialogo, il rispetto dei diritti umani e la solidarietà”.

Ma chi è che ha diviso la cittadinanza in pro vax e no vax, negazionisti e affermazionisti, scientifici e fanatici (tra cui però militano molti medici e oltre 1000 docenti universitari, solo in Italia)? Per non parlare delle altre stoltissime categorie che mascherano la realtà e servono solo a ghettizzare la parte minoritaria e scettica. E ad imporre una politica finora piuttosto insalubre e anti-economica, che pare far acqua da tutte le parti.

Come già notato da Alessandro Rico su La Verità, nel Messaggio per la 43esima Giornata della Vita 2022, giornata che è sorta per denunciare la legalizzazione dell’aborto avvenuta nel 1978, i vescovi italiani affermano: “Non sono mancate, tuttavia, manifestazioni di egoismo, indifferenza e irresponsabilità, caratterizzate spesso da una malintesa affermazione di libertà e da una distorta concezione dei diritti”.

E questi egoisti sarebbero coloro che espresso perplessità davanti al Green pass e alla politica di vaccinazione obbligatoria? Sì, perché si tratterebbe di “comportamenti e discorsi [che] hanno espresso una visione della persona umana e dei rapporti sociali assai lontana dal Vangelo”.

Ma la sola ed unica Nota vaticana che fa fede in materia di vaccinazione anti Covid 19, uscita nel dicembre 2020. Se da un lato ammette, coerentemente coi cardini della teologia morale, la legittimità dell’uso dei vaccini finora prodotti (n. 3-4), ribadisce a chiare lettere, che “la vaccinazione non è, di norma, un obbligo morale e che, perciò, deve essere volontaria” (n. 5).

Si potrebbe così sostenere che le manifestazioni anti Green pass e anti vaccinazione obbligatoria (e ricattatoria), sono una chiara eco del testo vaticano. Visto che la Chiesa ha affermato che il vaccino è lecito, ma non è moralmente e giuridicamente obbligatorio, molti cattolici sono scesi in piazza proprio per appoggiare questa logica.

Eppure, il Vangelo (non si sa in quale capitolo e versetto) li condannerebbe!

Ben altra visione hanno espresso i Vescovi croati, alcuni giorni fa.

In un comunicato ufficiale la Conferenza episcopale croata guidata da monsignor Želimir Puljić scrive che “In questi giorni si è creata un’atmosfera di pressione sulle persone che hanno manifestato un problema di coscienza [sulla vaccinazione]. Il fatto di aver posto a tema la perdita di posti di lavoro e lo status sociale a causa del fatto che alcuni non sono stati vaccinati, ha ulteriormente gravato e scosso la fiducia e il clima sociale. Tenendo presente che alla base dell’ordine sociale c’è il rispetto dell’uomo e della sua dignità, si ritiene necessario tenere conto delle argomentazioni e delle ragioni dei soggetti che, per giustificati motivi, escludono la possibilità della vaccinazione”.

Se per i vescovi italiani sono i critici sul Green pass e sulle limitazioni coloro che manifesterebbero irresponsabilità ed egoismo, per i presuli croati, al contrario, è l’atmosfera della politica sanitaria ad aver “scosso la fiducia” e minato “il clima sociale”. Riconoscendo inoltre che esistono dei cittadini che con “giustificati motivi” escludono di vaccinarsi. I quali quindi non vanno demonizzati, maltrattati o dichiarati nemici del Vangelo.

E aggiungono, con equilibrio e misericordia, che “In questo contesto, tutte le misure e le decisioni per prevenire la diffusione del contagio da Coronavirus dovrebbero essere prive di coercizione e condizionalità […] in particolare per quanto riguarda il diritto al lavoro, ai servizi e alla partecipazione alla vita sociale”. Esattamente le ragioni per cui scendono in piazza da mesi moltissimi italiani e molti cristiani.

Sant’Agostino, citato nel 1959 da Giovanni XXIII, scriveva “In necessariis unitas, in dubiis libertas, in omnibus caritas”. Ciò che è necessario è la fede e in essa (e solo in essa) va cercata l’unità del gregge, non nelle fazioni della politica. Ciò che qui è dubbio è la politica sanitaria, che è variabile, contingente, arbitraria, e non è materia di dogmi. E ciò che sta mancando da parte di tutti è la carità, al di là delle opzioni che ciascuno in coscienza può avere.

 

30 dicembre 2018

Non votate quel partito

È più pericoloso di quanto sembri


di Marco Sambruna
Si vocifera ormai da tempo del cosiddetto "partito cattolico" sponsorizzato e fortemente voluto dalla CEI. Qualora una simile operazione si concretizzasse credo sia altamente sconsigliabile non solo per un  cattolico, ma anche per un conservatore votare quello che possiamo definire molto più come il partito della CEI che come il partito cattolico.
Ciò per due ragioni. In primo luogo occorre considerare bene la posizione di una parte significativa dei vescovi italiani su questioni di capitale importanza circa le questioni fino non molto tempo fa considerate come non negoziabili dalla morale cattolica.

Sui temi relativi alla bioetica abbiamo assistito a delle NON prese di posizione francamente sconcertanti. Ad esempio riguardo l'aborto sul quale si ha la sensazione di una posizione così sfumata, debole e vaga da parte della CEI da assomigliare spaventosamente a una resa e nemmeno troppo onorevole. Ci sono, è vero, delle singole personalità vescovili che di tanto in tanto recuperano l'argomento, ma quando c'è da scendere in campo con decisione per sostenere le organizzazioni pro life, come in occasione dei referendum pro o contro l'aborto in Irlanda e Argentina, siamo stati spesso assordati dai fragorosi silenzi della CEI che non è mai apparsa veramente determinata a condurre una battaglia che evidentemente non considera più di primaria importanza.
Idem riguardo le questioni relative all'eutanasia applicata senza troppi riguardi all'ospedale inglese Alder Hey nei confronti di neonati o in occasione dell'accompagnamento in Svizzera di persone che hanno scelto per l'interruzione volontaria delle funzioni vitali. Qualcuno ricorda una chiara, netta, compatta presa di posizione della CEI in queste occasioni? Credo si possa dire in tutta franchezza che non la ricordiamo.

E poi c'è un secondo aspetto che il cattolico deve valutare e che sconsiglia ulteriormente di votare per il futuribile partito della CEI.
Non è un mistero per nessuno come la CEI a fronte delle posizioni low cost sulle questioni di bioetica sia invece animata da sacri furori non appena si accostano altri problemi di natura sociale: riguardo la gestione dei flussi migratori o il giudizio sul sovranismo politico il consesso dei vescovi italiani ad esempio ha brandito lo spadone dei "diritti umani" schierandosi spesso per l'accoglienza indiscriminata perché occorre "fermare l'emorragia di umanità" o per fare in modo che "il securismo non prevalga sulla solidarietà". Riguardo l'agenda politica conosciamo bene anche il giudizio della CEI sul sovranismo: in sostanza una ideologia perniciosa che vorrebbe costruire muri anziché ponti dimenticando peraltro che proprio un salutare muro fisico e simbolico, quello di Berlino, ci ha evitato la dittatura comunista.

In definitiva si ha il forte dubbio che la CEI abbia deciso di profilarsi sul piano religioso e sul piano politico secondo un progetto: sul piano religioso vorrebbe facilitare in seno alla chiesa la transizione del cattolicesimo da religione soprannaturale a religione naturale o meglio civile i cui articoli di fede non differiscano troppo dal concertone mass mediatico che ci narra il mondo secondo categorie fortemente secolarizzate.
Sul piano politico il partito della CEI ha lo scopo di rispondere a una strategia ben precisa: attirare voti provenienti soprattutto dal primo partito italiano, quello degli indecisi che rappresenta circa il 40% del totale degli aventi diritto al voto, con l’obiettivo non di conseguire un grande risultato elettorale che i vescovi italiani - tutt'altro che sprovveduti - sanno non ci sarà mai quanto piuttosto di raccogliere un 3-4% dei consensi solo apparentemente insignificante. Una percentuale minima infatti può essere decisiva per determinare la vittoria di uno schieramento politico piuttosto che dell'altro in qualsiasi sistema elettorale presenti una quota proporzionale.

Del resto i voti non si contano, si pesano: anche con una percentuale modesta di consensi il partito della CEI può acquistare un potere enorme perché può consegnare il suo piccolo ma fondamentalissimo patrimonio di voti o seggi eventualmente conquistati a uno dei poli contendenti. Dovendo scegliere se consegnarli a un polo sovranista o a uno progressista in base a ciò che abbiamo osservato in questi ultimi anni possiamo essere abbastanza certi che li consegnerà allo schieramento progressista forse determinandone la vittoria. Alcuni di noi forse ricorderanno il movimento politico dell’UDEUR di Clemente Mastella essere stato decisivo nella formazione di un governo vacillante con appena un 2% circa di consensi. Dunque non bisogna farsi ingannare dagli eventuali sondaggi che assegneranno al partito della CEI una frazione minuscola di voti e sottovalutarne così il pericolo: anche pochi punti percentuali o pochi seggi possono essere sufficiente a reinsediare un governo di  matrice laicista.

Del resto una semplice constatazione deve indurre a una opportuna prudenza riguardo il partito della CEI: perché proprio ora i vescovi italiani avvertono l'esigenza di un partito cattolico e non prima durante la legislatura PD? Perché intervenire nella contesa politica ora quando c'è un governo che sia pure con dei limiti salvaguardia l'identità culturale italiana fra cui quella cattolica e non prima quando quell'identità è stata seriamente compromessa?


 

17 dicembre 2018

Note su un possibile partito della CEI

di Stefano Bolzoni
Alea iacta est. Si rincorrono ormai da qualche settimana le voci circa l’imminente discesa in campo di un nuovo soggetto politico, diretta emanazione della CEI e avente, perciò, l’imprimatur della Santa Sede. Personalmente fino al momento della sua rivelazione nutro ancora qualche dubbio sulla realizzabilità di un progetto simile. Non perché la CEI non ambisca a calarsi – e in maniera neanche troppo discreta – nell’agone politico, ma perché sottotraccia l’episcopato italiano continua a tendere l’orecchio alle decisioni di Matteo Renzi, il boy scout che tanti apprezzamenti riscuote in curia.

Non è però sulle mosse dell’ex Presidente del Consiglio che intendo incentrare il mio intervento. Quel che mi preme sottolineare è che, contrariamente a quanto osservato da molti analisti, esiste già il “partito dei cattolici”, e questi è il Partito Democratico. Si badi; con ciò non intendo affermare che i cattolici italiani siano tutti allineati alle rimaneggiate schiere democratiche. Tuttavia è innegabile una considerazione: negli ultimi due lustri nessun partito ha ricevuto un sostegno così indefesso da parte dell’episcopato italiano.
Non è una sorpresa.

Su molti temi – alcuni dei quali un tempo non negoziabili per la Chiesa – vi è ormai piena unità d’intenti. Dalle unioni tra omosessuali alle politiche “delle porte aperte” riguardo l’immigrazione passando per lo sfrenato liberismo in campo economico. L’osmosi ha raggiunto un livello tale di complementarità che gli “ideologi” del PD non si fanno scrupoli a inserire nel gotha dei loro riferimenti ideali l’attuale Pontefice, così come altri prelati distintisi nel loro “impegno” su alcuni temi.

Occorre però sottolineare una discrasia, cui già ho accennato. Se le gerarchie cattoliche italiane sono state salde alleate del PD non uniforme è stato, ed è, il comportamento dei cattolici. I più ligi all’ortodossia – indubbiamente la maggioranza - rifiutano, anche se spesso silenziosamente, il torbido abbraccio con via del Nazareno. Peraltro il sano tradizionalismo sciorinato da alcuni esponenti della maggioranza governativa (su tutti il ministro della famiglia Fontana) offre loro un riferimento politico ben lontano dai cattolici “impegnati” legati al PD. A mio modo di vedere il rischio di un totale scollamento morale tra pastori e gregge si è già consumato. Le analisi incentrate sulle presenze numeriche alla messa domenicale lasciano intravedere un quadro sconfortante a dir poco.

Secolarizzazione ? Non v’è dubbio, ma altrettanto innegabile è che, di fronte al decadimento dei costumi cristiani, nulla sia fatto. Anzi, di fronte all’avanzata dell’ateismo e dell’Islam la Chiesa Cattolica percorre le strade del sincretismo, annacquando i cardini della fede nel mare magnum della decadente modernità. Questi sinistri fenomeni non sembrano turbare la CEI. Troppo grande la tentazione di dar vita a un partitucolo tutto suo, magari con alla testa una donna, giusto per rimarcare la propria altezzosa esclusività. Quanti cattolici convergeranno sotto le nuove bandiere ? Non ho dubbi che saranno pochi, pochissimi; tanti quanti le statuine dei presepi di alcuni oratori.


 

18 dicembre 2017

Frittata CEI. Dopo le DAT gli ospedali cattolici a rischio chiusura.


Fulmine a ciel sereno per il mondo cattolico, dopo l'approvazione del testamento biologico. Un appello di alcune associazioni che operano nel settore sanitario ha scritto al Presidente della Repubblica Mattarella, per chiedere di rinviare al Parlamento la legge sulle DAT. Qualora un ospedale cattolico decidesse infatti di non applicare la legge, perderebbe l'accreditamento e le convenzioni con lo Stato italiano. In pratica dovrebbe chiudere. La legge infatti non prevede nessuna obiezione di coscienza per le strutture pubbliche.
L'inattività totale della CEI sull'argomento e la totale condiscendenza di parte del mondo cattolico, rischiano di aver provocato un guaio di dimensioni epocali. Tanti complimenti!
Ora la Conferenza Episcopale, DOPO l'approvazione, sembra essersi svegliata, ma i buoi sono belli che scappati. Un grande successo della linea Galantino.
Il comunicato ovviamente non giunge a queste riflessioni, che sono totalmente nostre, ma forse era meglio spronare chi di dovere a tempo debito. 

COMUNICATO
Con una lettera inviata oggi al Presidente della Repubblica Mauro Ronco, Presidente del Centro studi Livatino, Massimo Gandolfini, Presidente del Comitato Difendiamo i nostri Figli, Mons. Massimo Angelelli, Responsabile Ufficio Pastorale Sanitaria della CEI, Padre Virginio Bebber, Presidente dell’Associazione Religiosa Istituti Socio-Sanitari, Filippo Boscia, Presidente dell’Associazione Italiana Medici Cattolici, Aldo Bova, Presidente del Nazionale Forum Associazioni Sanitarie Cattoliche, e Francesco Bellino, Presidente della Società Italiana Bioetica e Comitati Etici, chiedono al Capo dello Stato di rinviare al Parlamento con proprio messaggio il disegno di legge Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento. Nella convinzione che tali norme configgono con più disposizioni della Costituzione italiana, nella lettera si sottolinea in particolare il pregiudizio che l’applicazione delle d.a.t. reca agli Istituti sanitari religiosi. Si richiama in proposito quanto affermato Il 12 giugno 2017, nel corso dell’audizione al Senato dei rappresentanti del CSL e del CDNF, dalla relatrice del disegno di legge e presidente della Commissione Igiene e Sanità del Senato, sen. Emilia De Biasi: a fronte delle preoccupazioni per l’assenza nel testo di una disciplina dell’obiezione di coscienza, ovvero di una esenzione delle strutture sanitarie di ispirazione religiosa, ella ha detto che le controversie sarebbero state risolte davanti alla Corte costituzionale. E comunque nell’ipotesi di conflitti la soluzione sarebbe stata togliere “le convenzioni” agli enti ospedalieri d’ispirazione cattolica. Il tutto è consultabile sul sito Internet del Senato – all’indirizzo http://webtv.senato.it/4621?video_evento=3768, a partire dal minuto 35. La perdita dell’accreditamento avrebbe come effetto di impedire tout court l’operatività di realtà come la Fondazione Policlinico A.Gemelli, l’Ospedale pediatrico Bambin Gesù, l’Ospedale Fatebenfratelli, l’Ospedale Cristo Re, il Campus Bio-Medico, l’Associazione la Nostra famiglia, la Fondazione Poliambulanza, la Fondazione Maugeri, la Casa di Sollievo della Sofferenza di S. Giovanni Rotondo, e le altre 100 strutture analoghe esistenti sul territorio nazionale. Una simile conclusione si pone in contrasto con l’articolo 7 della Carta, e con gli Accordi concordatari che quella norma recepisce. In allegato il testo della lettera inviata al Capo dello Stato.

Ufficio Pastorale Sanitaria della Conferenza Episcopale Italiana                             
A.R.I.S. Associazione Religiosa Istituti Socio-Sanitari
A.M.C.I Associazione Medici Cattolici Italiani                         
Forum Associazioni Sanitarie Cattoliche 
S.I.B.C.E. Società Italiana Bioetica e Comitati Etici       

 

16 dicembre 2017

Grazie Galantino!

di Grozio
Grazie, Eccellenza. Grazie per aver dato alla CEI una linfa così marcata, e così aderente allo spirito che le è proprio, l’evangelizzazione! Del resto, fin dalle Sue prime parole il Suo mandato è stato scandito da richiami pastorali forti, energici, densi di volontà di apostolato! E i risultati, Eccellenza, si vedono: il bilancio della CEI è florido e in attivo e i suoi organi stampa mietono successi di vendite (Famiglia Cristiana soprattutto).

Grazie per aver condotto in questi anni battaglie ostinate, con le quali ha richiamato la società civile ad ispirarsi a quei diritti universali che si fondano sul diritto naturale, e che giacciono nel cuore di ogni uomo. Sulla falsariga di S.E. Card. Ruini, Lei ha saputo portare avanti quelle battaglie suoi principi non negoziabili, per continuare a renderci orgogliosi nel mondo di essere l’”eccezione italiana”. In questo modo, ci tengo a ringraziarLa per la decisione e il “santo tuonar” che non è mancato in occasione dell’approvazione, da parte del Parlamento italiano, del divorzio breve (2014), delle unioni civili (2016) e infine del biotestamento che apre all’eutanasia. Ha saputo riconoscere questi pericoli e ha svolto magistralmente il ruolo (la Chiesa è anche Magistra….): del resto il suo immancabile sostegno al Family Day ha fatto sentire il mondo cattolico più forte e unito.

Come non essere contenti degli sforzi compiuti per richiamare i danni della introduzione del divorzio breve: fortunatamente ci ha pensato Amoris Laetitia, che senza dubia ha cementificato le mura del sacramento del matrimonio, ricordando a tutto il mondo cattolico la sua essenza.
Infine, sul biotestamento, la presenza è stata davvero marcata. L’hanno accusata di invasività, di influenza sul mondo laico, ma non si preoccupi Eccellenza, i radicali e chi per loro hanno sempre fatto così (si ricorda gli attacchi a Ruini nel 2005 in occasione del referendum sulla fecondazione assistita? Non disperi! Non faccia caso se tra di loro c’è anche una Grande Italiana!).

Ci sentiamo tutti più forti, più consapevoli: le chiese straripano di fedeli e c’è, pur nella fatica, gioia e sicurezza, perché sentiamo forte il suo imprimatur pastorale e la vicinanza di una Chiesa presente ed evangelizzante. 

Mi permetta poi, di ringraziarla per il sostegno che dà a quella straordinaria macchina organizzativa che sono i Giuristi Cattolici. Associazione incisiva, democratica (vi sono all’interno diverse anime e c’è un dialogo costruttivo e aperto, in cui anche quel simpatico reazionario di Giancarlo Cerrelli ha voce e incide), e soprattutto paladina dei diritti primari e intangibili, in primis quello alla vita, che è sacra, inviolabile e indisponibile. Grazie all’azione dei Giuristi Cattolici e del suo illuminato Presidente, abbiamo avuto conferma di una posizione ferma su questo punto, con una base oggettiva e valoriale solida (peraltro suffragata dai principi fondamentali dell’ordinamento, consacrati nella Costituzione e nei Trattati Internazionali). In questo modo anche Sua Eccellenza ha avuto gli strumenti per opporsi a quella tendenza all’adeguamento alla “realtà” (per la quale anche la bioetica, come la dottrina, deve evolversi).

Particolarmente lodevole, e opportuno, mi consenta, la Sua stigmatizzazione di alcune dichiarazioni pericolose fatte dall’OMS nel recente passato, nonché quel famoso discorso di Obama ai leader africani nel 2015, in cui ha sostenuto movimenti LGBT, ha legittimato l’aborto e ha lodato Planned Parenthood Foundation. Del resto, di questi tempi, rendersi conto che la bioetica è finita ed è stata sostituita dal bio-diritto (organismi sovranazionali “impongono” linee guida modernizzatrici per tutelare la qualità della vita anziché la vita) non è poco!
I Suoi sforzi immani non sono stati vani. Ahinoi, dai tempi della legge sull’aborto il mondo stava cercando di modernizzarci imponendoci scelte di cd. civiltà: in quarant’anni abbiamo resistito, poi – nonostante la Sua presenza – in tre anni abbiamo approvato tre leggi in fila: divorzio breve, unioni civili, e ora biotestamento.

Ma grazie per gli sforzi. Ha fatto certamente tutto il possibile e di questo le siamo enormemente grati.
Le (cospicue) offerte domenica a messa le raccoglie la Sorella Emma Bonino? Speriamo che Padre Eugenio non si scomponga per l’abbondanza.





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21 ottobre 2016

Se la Chiesa marcia con i Radicali


di Giuliano Guzzo

«La CEI guarda con attenzione a questa iniziativa e come Segreteria generale dà una convinta adesione». Le parole con cui il sottosegretario e portavoce della CEI, don Ivan Maffeis, ha comunicato l’adesione della Chiesa italiana Marcia per l’Amnistia, la Giustizia, la Libertà promossa dal Partito Radicale il 6 novembre a Roma, non chiedono di essere interpretate né contestualizzate, perché sono chiarissime. E con estrema chiarezza attestano come la stessa CEI che ieri ha ritenuto di non appoggiare eventi come la Marcia per la Vita o il Family Day, abbia fatto una tragica scelta di campo e oggi giaccia, scodinzolante, alla corte dei nipotini di Marco Pannella cui peraltro questa Marcia è dedicata. Certo, poi si potrà sempre dire come l’adesione – pardon, la «convinta adesione» – ad un evento non implichi per forza la condivisione dell’intero progetto politico di chi la promuove. Si potrà pure arrampicarsi sugli specchi affermando che Marcia per l’Amnistia, la Giustizia, la Libertà, in realtà, oltre che a Pannella è intitolata pure a Papa Francesco.
Il punto però, mi si passi l’espressione poco aulica, è che non siamo tutti scemi. E sappiamo bene che la Segreteria generale della CEI è nelle mani di un monsignore secondo cui Sodoma non è stata mai distrutta, che ha “contestato” le unioni civili con decisione impercettibile (ci sono «altre priorità», diceva…) e la cui ascesa a quella posizione è coincisa con uno scadimento palese del quotidiano Avvenire, ieri più battagliero che mai e oggi appiattito sul politicamente corretto, ridotto ad una surreale equidistanza tra il comunque discutibile Trump e l’abortista e guerrafondaia scatenata Clinton, a parlare male della Brexit nonché a dare ad eventi come il citato Family Day minor spazio, in prima pagina, di quello riservato da testate laiciste come Repubblica. Dunque la triste notizia dell’adesione della Marcia dei Radicali stupisce fino ad un certo punto, inserendosi in un percorso purtroppo già segnato e rispetto al quale risulta impossibile non porsi degli interrogativi: dove stiamo andando? E dove andremo a finire? Il prossimo passo? Una trasmissione della Bonino sulla tv dei vescovi italiani? Una rubrica di Cappato su Avvenire? Che cosa?
Sono dubbi che avanzo senza ironia, anzi con dispiacere. Perché so – come lo sanno in tantissimi – che la Chiesa italiana è anche, anzi soprattutto, composta da bravissimi sacerdoti, da pastori che hanno davvero, per dirla con Papa Francesco, l’«odore delle pecore» e non quello di Confindustria, sul cui giornale il Segretario generale delle CEI è casualmente editorialista. So pure che molti che leggono ancora Avvenire – inclusi alcuni che tutt’ora vi scrivono e collaborano – sono ottime persone nonché, in alcuni casi, cari amici. Tuttavia di fronte ad una Chiesa i cui vertici sbandano tanto clamorosamente, di fronte ad un disorientamento che si traduce in scandalo quasi quotidiano, credo sia impossibile tacere. Di più: credo sia doveroso alzarsi in piedi e scandire la propria indignazione. Scriveva l’indimenticabile Giovannino Guareschi (1908-1968) che «quando i generali tradiscono, abbiamo sempre più bisogno della fedeltà dei soldati». Beh, credo che vi sia mai stato bisogno, come oggi, di questa fedeltà. Non per coerenza fine a se stessa né per l’orgoglio di credersi migliori, ma per quel che, come cattolici, siamo chiamati a testimoniare. Senza l’obbligo di piacere a nessuno, figurarsi ai Radicali.

https://giulianoguzzo.com/2016/10/21/se-la-chiesa-rincorre-i-radicali/
 

15 maggio 2016

Il don Camillo molisano che fa tremare i potenti (e la CEI)

di Alfredo Incollingo

Quando i contingenti militari in prima linea sono impantanati e incapaci di continuare la battaglia, ecco che dalle retroguardie giunge il soccorso. 

Quando il mondo romano e pagano era ormai in piena decadenza, dalla periferica Palestina giunse il messaggio di Cristo a rinnovare i cuori e le menti.
Non si vuole esagerare con questi paragoni, ma è opportuno così spiegare cosa è successo in questi tristi giorni. La legge sulle “unioni civili” tra persone dello stesso sesso è stata approvata senza discussioni, dibattiti, ma per pura volontà del “tiranno” di turno.

Di fronte a queste messinscene la Chiesa Cattolica, con la CEI, ha palesato un atteggiamento cedevole: il silenzio, come si sa, può essere inteso come un assenso, così come le parole di molti porporati che hanno giustificato il laicismo dell'attuale politica.
Quando i “guardiani” dormono (o si nascondono) è compito dei cittadini difendersi. Una città assediata con una guarnigione latente non può non provvedere a se stessa da sola. A noi cattolici sta purtroppo toccando la stessa sorte, un destino che nessuno avrebbe mai creduto di affrontare. La sera del 12 maggio, giorno dell'approvazione del Ddl sulle unioni (in)civili, Don Mario Fangio, il parroco di Carovilli, un paesino tra i boschi molisani, ha compiuto un gesto non conforme e sacrilego per i perbenisti molisani e italiani: ha suonato le campane “a morto” per commemorare quella che è a tutti gli effetti la fine della famiglia.

Ha affisso manifesti di lutto e si è posto in piedi e fiero di fronte ai parrocchiani (si noti bene) infuriati con il curato per la sua disapprovazione delle unioni civili.
“Bentornato Don Camillo”, così titolano alcuni quotidiani nazionali questa strabiliante notizia e noi non possiamo non gioire per un sacerdote di siffatte qualità.

Finalmente nel torpore clericale e religioso una scintilla ha riacceso un fuoco di passione e di rivincita sui “nemici” di sempre. Il sacerdote ha biasimato il governo e le sue parole hanno scosso la curia vescovile a tal punto da essere diramato una nota di estraneità ai fatti. Monsignor Giancarlo Bregantini, arcivescovo di Campobasso, ha invece espresso meste parole sull'esito dei lavori parlamentari, riconoscendo l'assenteismo dei vescovi nel ribadire i valori fondanti della società.

Il parroco non è da solo a quanto pare: ha spiegato ai cronisti che molti parrocchiani gli hanno espresso la loro solidarietà; altri invece hanno preferito assecondare il perbenismo paesano e, pur dichiarandosi cattolici, hanno gioito alle dichiarazioni di biasimo dell'Arcigay Molise. A quanto pare Carovilli, che conta poche centinaia di abitanti, è a rischio omofobia... infatti non si contano più gli atti di vessazioni contro gli omosessuali e le continue ingiurie contro i gay! L'ilarità che suscitano certe dichiarazioni, che noi non possiamo non ironizzare, collide con il realismo di Don Mario: “rispetto i gay (si guarda al peccato e non al peccatore), ma non condivido le loro posizioni e voglio riaffermare i valori positivi”.

Non possiamo che prendere atto del cedimento che la CEI ha compiuto nei confronti dei cattolici, assecondando leggi contronatura e probabilmente sperando di conservare così il sostegno della politica italiana.
 

02 febbraio 2016

Cosa succederà dopo il 30 gennaio?


di Alessio Calò

Il 30 gennaio è stato un grande giorno, come hanno scritto su questo blog Salvatore Cammisuli e Giuliano Guzzo: un popolo da tutta Italia (interessante la genesi che ne ha offerto la Miriano) si è mosso e ritrovato a Roma per difendere la famiglia dallo smembramento, concretizzato in questi tempi dal ddl Cirinnà. Un popolo che, dopo le prime titubanze e paure, sta crescendo e si sta organizzando per "avviare processi" (EG) che proseguiranno dopo il Family Day, perché la guerra è appena iniziata. Proponiamo ai nostri elettori qualche spunto di riflessione.

Il primo riguarda la "profanazione" di piazze storicamente simbolo delle rivendicazioni della sinistra. Prima San Giovanni, teatro del Family Day del 20 giugno, poi il Circo Massimo. Piazze che un tempo venivano riempite dalla sinistra (pare che nel 2002 Cofferati ci avesse portato - con l'apparato iper organizzato e iper finanziato della CGIL - 3 milioni di persone; fatto ben strano se l'ANSA ha dichiarato che al Circo Massimo ne entrano al massimo 300 mila), la stessa sinistra che oggi riesce a riempire a mala pena qualche autobus (forse perché preferisce i trenini).
Ci spiace poi che la sinistra abbia cambiato target di riferimento, passando dai diritti sociali a quelli (in)civili: la sinistra vera dovrebbe tornare a pensare al lavoro, ai poveri, alle difficoltà delle famiglie, piuttosto che ai capricci degli alto-borghesi. Dovrebbe difendere il proletariato (ovvero coloro che hanno come ricchezza solo i propri figli) e combattere il capitale, arricchito dal commercio dell’utero in affitto (con la compravendita di donne e bambini) e dai lauti profitti dell’industria contraccettiva e abortista. Ma forse questa sinistra, ormai tristemente avviata sul sentiero radical-chic (come intuì il grande filosofo Del Noce), non è che l'utile idiota dell’oligarchia finanziaria al potere.

Il secondo spunto riguarda il ruolo della CEI (e appendici), rispetto al Family Day del 2007: il passaggio dalla gestione trainante di Ruini a quella trainata (quando non zavorrante) di Bagnasco ha rivelato come, grazie anche agli interventi provocatori del segretario Galantino (lo ringraziamo davvero per averci permesso di farla finita con certo clericalismo cattodem), l’autonomia dei laici sia cresciuta, fino ad ottenere ex post la benedizione della CEI. Che dire? Abbiamo risposto al meglio alla richiesta del Santo Padre di lasciarci alle spalle qualsiasi tipo di "input clericale", anche se il sostegno morale dei pastori ci sarebbe di grande conforto (ringraziamo mons. Bregantini per la sua preziosa presenza al Circo Massimo).

Dal punto di vista della politica, regno del cinismo e della furbizia, al Circo Massimo abbiamo assistito ad una testimonianza e ad un segnale importanti: un popolo stanco di fuffa renziana e poltronismo alfaniano reclama una considerazione seria, e non ha più paura di farsi sentire. Renzi non faccia il furbo né l'arrogante, sappiamo bene che sta spostando l'attenzione su temi mediaticamente sensibili per mettere in secondo piano i lavori sulla riforma costituzionale (che dire anti-democratica è poco) e nascondere il fallimento della sua politica economica eterodiretta (inutile far finta di battere i pugni sul tavolo della Merkel quando questa ti tratta da sub-umano), che sta trasformando l'Italia in un deserto industriale popolato da un esercito di riserva.
Ora rimaniamo comunque in attesa (non passiva ovviamente) di vedere il percorso del ddl Cirinnà: cerchiamo di resistere fino all'estate e poi aspettiamo che Renzi si logori con il referendum costituzionale, quando i i grillini – e non solo – lo massacreranno.

Intanto ci dovremo sorbire la martellante campagna omosessualista iniziata sui media (abbiamo avuto un bell’esempio domenica: pomeriggio con la d'Urso tutto pro-gender, tribunale giacobino a La7 per la Miriano, le Iene a declamare la bellezza delle coppie omo-genitoriali, la notte su Rai3 con le continue prese in giro al Family Day), che comunque conferma il successo del Family Day: ci ripropineranno le palle dei figli del principe della menzogna, come i 100.000 figli di coppie gay, la madre come "concetto antropologico", la superiorità delle coppie gay rispetto alle famiglie nell'educazione dei bambini, quel che conta è l'amore, ecc.

Cari amici, siamo "strumenti insufficienti", ma "il Signore ci aiuterà e Maria Sua Santissima Madre sta dalla nostra parte"!
 

09 gennaio 2016

I vescovi (sotto ricatto) si sono arresi? Noi no.


di Francesco Filipazzi

Nel corso della storia la Chiesa ha visto alti e bassi, pastori santi e indegni, eresie che stavano prendendo il sopravvento e all'ultimo sono state sconfitte in extremis. Oggi purtroppo viviamo uno di quei periodi che potremmo definire bassi, anzi bassissimi. Mentre in una parte del globo si muore per Cristo, molti vescovi, in Europa soprattutto, hanno deciso che è più comodo cedere alle lusinghe del mondo, smobilitare tutto e vendersi armi e bagagli al progressismo, per mantenere le proprie piccole prerogative, la comodità di vivacchiare nelle curie, di strisciare su questo mondo baciando la pantofola del potente di turno. Vescovi che hanno perso la fede, indegni dei loro predecessori.
Mentre in parlamento si discute una delle leggi più deleterie della storia, la tristemente nota Cirinnà, che dovrebbe permettere le unioni civili gay, con annessi e connessi, gli alti prelati tacciono. Il Vaticano è in tutt'altre faccende affaccendato, il Papa... insomma viva il Papa, no?
Ciò che fa specie è che l'attivismo delle associazioni laiche, che hanno portato in piazza a giugno milioni di persone e ormai da anni aggregano persone in tutta Italia, fanno convegni e veglie di preghiera, è osteggiato da questi alti prelati.

Si registra un distacco siderale fra le gerarchie e il popolo cattolico. Molti ovviamente si adeguano alla linea tremebonda dei vari Galatino, quest'ultimo capace solo di infuriarsi quando si parla di soldi alle scuole private e probabilmente mosso nelle sue azioni dalla paura che venga limitato l'8x1000, quel grande ricatto che tiene letteralmente per la collottola il clero italiano, oppure che vengano tagliati i milionari aiuti statali alla stampa cattolica. Una Chiesa italiana sotto ricatto insomma, che sta capitolando come ha già fatto quella tedesca (in Germania ormai vendono i sacramenti al mercato e vedono nelle unioni gay un modo per ampliare la clientela).

Va detto che qualche vescovo o cardinale è rimasto, a cercare di salvare i salvabile. Lo stesso Cardinal Bagnasco cerca di arginare l'ondata galantiniana, qualche vescovo si esprime ancora secondo il Magistero. Ma serve più coraggio da parte loro e un appoggio diretto alle iniziative dei laici che vanno nel senso tracciato dalla dottrina. Altrimenti potremo arrivare alle conseguenze più dolorose.

I signori vescovi italiani infatti si dimenticano di un particolare, cioè di quel Concilio Vaticano II che a loro piace tanto. In questi quarant'anni ci hanno riempito la testa di quanto sia bello il ruolo dei laici, che i laici sono importanti e devono sapere incidere nella vita della Chiesa.
Il ruolo dei laici oggi è di supplire alle mancanze dei loro pastori. Noi, inteso come i sinceri cattolici che non si arrendono alla distruzione della famiglia, non rinunceremo a parlare. Stiano pure gli amici della CEI rinchiusi nelle loro curie, coi loro "vescovi-piloti" (cit.).
I cattolici saranno in piazza, per quella che forse sarà l'ultima grande battaglia. Non prendiamo ordini da nessuno, tanto meno da vescovi che hanno smesso di proclamare il Vangelo. Ovviamente nessuno vieterà loro di partecipare alle iniziative contro la legge Cirinnà. A meno che non fuggano dall'odore delle pecore.
 

14 luglio 2015

La fedeltà dei soldati


di Giuliano Guzzo

La notizia è deflagrata in un silenzio che non rende giustizia dell’eccezionalità all’evento: per la prima volta, dopo anni di coerente, costante e ferma contrarietà, la dirigenza della CEI ha cambiato rotta in tema di difesa della famiglia appoggiando, di fatto, le unioni civili. «È un sostegno prudente, senza declamazione – osserva Fabio Martini, esperto retroscenista de La Stampa ma davvero senza precedenti quello che la Chiesa italiana sta riservatamente garantendo al Governo e al Pd sul progetto delle unioni civili in discussione al Senato […] Il segretario della CEI, monsignor Nunzio Galantino, ha lasciato che si aprisse un canale con i legislatori dei partiti più importanti. A cominciare dal Pd». Per la verità già da giorni, e su diversi siti web – a partire da La Nuova Bussola Quotidiana ,  si dava quasi certa la voce di un accordo di fatto fra la CEI e la maggioranza di governo sulle unioni civili, ma la conferma de La Stampa elimina ogni dubbio per chiunque non abbia i paraocchi.

A questo punto l’interrogativo col quale i cattolici debbono fare i conti è lo stesso di Lenin (1870-1924): «Che fare?». La prima tentazione – onestamente – sarebbe quella di prendersela con chi o con coloro hanno reso possibile quella che ha tutto il sapore di una resa della Chiesa italiana alla cultura dominante: tentazione umana, troppo umana e che non tiene conto del fatto che a giudicare ogni azione e ogni anima, quando sarà il momento, ci penserà Qualcuno che non abbisogna di consigli. Allo stesso modo, ritenere quella per la famiglia una battaglia già persa – altra tentazione umana, troppo umana – non rende onore all’importanza della posta gioco e neppure alla dignità di quanti, siccome il gioco è duro, smettono di giocare. Siamo dunque ancora all’interrogativo di prima: «Che fare?». Una risposta che fa al caso nostro viene da Giovannino Guareschi (1908-1968), il quale, una volta, acutamente osservò: «Quando i generali tradiscono, abbiamo sempre più bisogno della fedeltà dei soldati».
Bene, benissimo, perfetto. Ma che cosa comporta, per stare a noi, la «fedeltà dei soldati»? Per comprenderlo occorre soffermarsi, sia pure brevemente, sul concetto di fedeltà: a cosa? Anzitutto, per i cristiani, al Vangelo. La fedeltà evangelica comporta, a sua volta, molti aspetti, fra i quali certamente occupa un posto di primo piano l’invito di Gesù ad evitare ogni ambiguità: «Sia il vostro parlare: sì, sì, no, no!”» (Mt 5,33-37). Allorquando fosse quindi accertata la nuova tendenza, da parte dei generali, ad un parlare ambiguo – costellato dì «ma», «se», «però» -, i soldati avrebbero una volta di più il primario dovere di restare allineati sulle posizioni di sempre, in attesa che la ferita del tradimento – per restare all’immagine di Guareschi – smetta di sanguinare. Perché questo accada occorre tempo, ma anche la consapevolezza di non essere soli: come in ogni esercito, anche in quello cattolico i soldati semplici, fra i quali non vi sono solo laici ma anche tanti valorosi sacerdoti, sono molti più dei generali. Lo sbandamento di qualche generale non deve dunque spaventare più di tanto.
La «fedeltà dei soldati», però, è anche altro. E, scendendo ad un piano non confessionale, si traduce non solo in una chiarezza di linguaggio, ma anche in vero e proprio coraggio. Già, perché ci vuole coraggio per non indietreggiare in una battaglia, quella per la famiglia, nella quale il nemico, giocando d’astuzia, fa di tutto – controllando i mass media e diffondendo sondaggi tendenziosi, vantando sicurezza e seminando pregiudizi –  per farti sentire circondato. Ci vuole coraggio tanto più quando chi dovrebbe infonderne trema, e indietreggia. Ecco che allora per essere fedeli occorre anzitutto essere coraggiosi. Ma c’è dell’altro: la «fedeltà dei soldati», in momenti difficili, si vede anche, se non soprattutto, con la capacità di non negoziare. E quando un generale, dimenticando i suoi gradi e la sua missione, ripiega sul compromesso giustificando la propria scelta come il solo rimedio ad una rovinosa sconfitta, i soldati hanno il dovere di tenere gli occhi aperti e di rendersi conto che la rovinosa sconfitta è già tutta in quel compromesso.
E questo non perché il campo di battaglia – anche culturalmente parlando – sia un bel posto dove soggiornare e dove intrattenersi il più a lungo possibile. Per capirci, ciascuno di coloro che il 20 giugno ha scelto di recarsi in piazza san Giovanni, e che altre volte ha manifestato con le Sentinelle in Piedi o si è attivato per promuovere conferenze e convegni avrebbe certamente avuto di meglio da fare: eppure tutte quelle persone – quei soldati – hanno scelto la determinazione, l’impegno, la testimonianza. In una parola: fedeltà. Non per chiusura preventiva o ignoranza rispetto all’arte raffinata del dilago, ma perché consapevoli che, quando in gioco vi sono la definizione di famiglia e matrimonio nonché il bene dei figli, ogni tentativo di dialogo, di fatto, è automaticamente tradimento. Perché si può certamente discutere sulle modalità della battaglia, su come sia più giusto portarla avanti. Ma non c’è passo indietro che sia giustificabile: neppure uno. E se a fare un passo indietro, ahinoi, è qualche generale significa che, passato il tempo dei pastori impavidi, viene l’ora delle pecore coraggiose.

 

12 novembre 2014

CEI, SCHEI E GAY


di Alessio Calò

Martedì scorso Wladimiro Guadagno non è stato ospitato dalla TV dei vescovi italiani, come invece era stato annunciato: «mi ha chiamato il direttore Paolo Ruffini e mi ha chiesto di rimandare, a data da destinarsi, perché la mia presenza sarebbe stata in concomitanza con i lavori dell’assemblea CEI» ha dichiarato il nostro.

Ci sarebbero tante cose da dire su questa scelta, ma mi interessa la sostanza. La sostanza nel senso che il direttore Paolo Ruffini, o chi per lui, ha rimandato - non soppresso - l'evento a data da destinarsi solamente dopo un'ondata di email di molti cattolici che hanno giustamente sfoderato l'arma dell'otto per mille. Sull'argomento pecuniario aveva già scritto l'anno scorso il buon Mancini, elencando svariati casi in cui la Chiesa italiana aveva speso in maniera quantomeno discutibile i nostri soldini, concludendo che "quello dei soldi, evidentemente, è l’unico linguaggio che riescono ancora a comprendere."

E, a pensarci bene, questo di Luxuria non rappresenta l'unico caso recente in cui alcuni prelati hanno preferito difendere i trenta denari piuttosto che il sangue di Cristo. Parlo del sinodo appena trascorso, dove esponenti di spicco della Chiesa tedesca, in posti chiave nel consesso, hanno cercato di revisionare la dottrina, forti della loro golden share sulle finanze vaticane. Ebbene sì signori, perché sono ingenti i flussi di danaro che regolarmente la CEI tedesca invia alle casse vaticane. Dal blog di Magister leggiamo che "l’obolo alla Chiesa [tedesca] frutta ogni anno oltre 5 miliardi di euro, cioè oltre cinque volte il gettito dell'otto per mille in Italia."
Il fatto che l'obolo sia obbligatorio e che per non pagarlo bisogna apostatizzare rende tutto più divertente: "i vescovi della Germania, notoriamente i più misericordiosi nel voler concedere la comunione ai divorziati risposati, [sono] contemporaneamente i più spietati nello scomunicare di fatto chi rifiuta di versare l'obolo alla Chiesa": chi decide di non pagare più la Kirchensteuer infatti perde automaticamente il diritto a ricevere i sacramenti.
Ora mi domando: non è che allargare i cordoni della dottrina permette di trattenere i gay e le loro combriccole, solitamente munite di tanti dindini?
Ai posteri(ori) l'ardua sentenza...
 

24 maggio 2014

Il discorso di Paolo VI alle CEI (1964) in dieci punti

di Fabrizio Cannone
Durante il discorso fatto alla CEI il 19 maggio scorso, il Pontefice ha ricordato un analogo discorso tenuto da Papa Montini alla medesima Conferenza Episcopale 50 anni prima, definendolo “un gioiello”. E tale veramente fu. Bene ha fatto dunque l’Osservatore Romano a ripubblicarlo integralmente accanto a quello di Papa Bergoglio (cf. OR, 21.5.14, pp. 5-6).
Vediamone qui i tratti e i passaggi salienti, i quali secondo noi coincidono con quelle espressioni e quei concetti che purtroppo appaiono come quasi svaniti nell’odierna predicazione ecclesiale.
1. Montini a proposito dei Vescovi usa espressioni forti e oggi inusitate come “Ceto episcopale della santa Chiesa di Dio”; asserendo che in questo Ceto episcopale mondiale, “il gruppo eletto e cospicuo dei Vescovi italiani occupa per Noi [ plurale majestatis], com’è naturale e doveroso, un posto di speciale ed affettuosa considerazione”. Dunque per Paolo VI le Conferenze episcopali non hanno tutte la stessa importanza, e anche sotto questo profilo, nella Chiesa universale l’uguaglianza non esiste.
2. Il primo problema che Papa Montini cita dopo il “numero eccessivo delle diocesi”, è quello “della preservazione della fede nel popolo italiano, minacciata dalla evoluzione stessa della vita moderna, e direttamente dal laicismo e dal comunismo”. Toh! Avevamo capito, leggendo gli scritti e i discorsi di autorevolissimi prelati progressisti, che la “vita moderna” era da benedire e non da contrastare, e che il comunismo, privato della sua componente ateistica, avesse portato un contributo positivo alla società e alla cultura… Papa Bergoglio parla spesso dei problemi dell’evangelizzazione, e sta bene. Così come Ratzinger parlava spesso del relativismo e del nichilismo. Ma ogni tanto giova usare espressioni più dirette come quando si parla di “preservazione della fede”, indicandone nemici non generici (come lo sono le correnti filosofiche sopra menzionate), ma specifici, come il Comunismo (si noti che mentre il Papa teneva questo discorso il Partito Comunista italiano spopolava nelle piazze, nella cultura e nelle fabbriche).
3. Un altro problema che Paolo VI menziona assieme a quello delle vocazioni (già allora!), e dell’istruzione religiosa, è quello “dell’assetto sociale cristiano”. Questo rimanda, indirettamente quanto si vuole, al tradizionale concetto della regalità sociale di Cristo, solennemente ribadita da Pio XI nella celebre enciclica Quas primas (1925). Faccio notare di passaggio che Paolo VI era contrario all’aborto, al divorzio (anche meramente civile), al concubinato o amore libero, agli anti-concezionali di ogni tipo ( Humanae vitae), alla libertà assoluta di stampa e di opinione, all’immoralità nel cinema e nella TV, etc.
4. “Noi pensiamo che tutti quanti qui siamo abbiamo la persuasione che questi ed altri problemi, interessanti la stabilità e l’efficienza della Chiesa in Italia, non possono essere risolti da quel vecchio medico, che in altre circostanze è il tempo; nella presente condizione di cose il tempo non corre a nostro vantaggio; da sé i problemi non di risolvono; né è da credere che la nostra fiducia nella Provvidenza, fiducia sempre doverosa e sempre immensa, esoneri noi Pastori, noi responsabili, dal compiere ogni possibile sforzo per offrire alla Provvidenza l’occasione di suoi misericordiosi interventi” (corsivi miei). Semplicemente splendido e da meditare! Se il tempo corre oggi a svantaggio della fede è perché la modernità contiene in sé il virus dell’ateismo e non certo improbabili soli dell’avvenire.
5. L’evento Concilio è giudicato da Montini non come un abbassamento della Chiesa alle ragioni del mondo moderno, ma come “un atto solenne e clamoroso, quant’altri mai, per dar onore a Dio, per attestare amore a Cristo, per offrire obbedienza allo Spirito Santo; cioè per ravvivare il rapporto religioso fra Dio e la Chiesa, e per riaffermare la necessità, la natura, la fortuna della nostra religione di fronte al mondo moderno. Esso [il Concilio] è un incomparabile momento in cui la Chiesa celebra se stessa […]. Esso è vertice di carità gerarchica e fraterna”. Insomma la Chiesa che onora pubblicamente Dio Uno e Trino e perfino che “celebra se stessa” non compie un arcaismo auto-referenziale, come insegnano frotte di sapienti e paludati teologi.
6. Secondo Paolo VI, “le condizioni spirituali e sociali di questo diletto Paese, mentre conservano un preziosissimo patrimonio di tradizioni cattoliche [implicito elogio del Medioevo cristiano], e dimostrano segni consolantissimi di cristiana vitalità […], non sono tranquille, non sono sicure”. Il Papa, come visto, temeva il laicismo, il comunismo, la società moderna: oggi, ad alcuni sembrano problemi superati, e perfino certe eminenze non vorrebbero che si denunci più l’aborto, il laicismo o il matrimonio gay! A fronte di ciò, il Papa vorrebbe “rieducare religiosamente il nostro popolo”, e non solo umanizzarlo e dargli speranza (secondo le abituali retoriche prelatizie…).
8. Il Papa poi segnala una priorità: quella di “dare massima cura alla santificazione dei giorni festivi”; parla del “soddisfacimento dei doveri religiosi nei giorni festivi”. Per Montini la messa domenicale era uno stretto dovere del cristiano, mentre oggi secondo la casta docente cattolica non si dovrebbe più parlare, a proposito della messa, di “dovere religioso”, ma di desiderio eucaristico!
9. Un altro problema di fondo per Paolo VI era quello della “moralità pubblica e privata”. E siamo nel ’64. Cosa direbbe oggi? Leggo ogni giorno, da molti anni, l’Osservatore Romano e ogni due settimane La Civiltà Cattolica e credo di non avervi MAI letto nulla sul problema della “pubblica moralità”; ma assai spesso di ecologia, global warming, discriminazione, tutela delle specie in via di estinzione, battaglie contro la pena capitale, affollamento carcerario, etc. E poi dicono di stimare Montini! Il quale riteneva tale problema come “delicato e immenso”, il che doveva preludere ad “un’azione concorde per la moralizzazione”, a fronte del “preoccupante dilagare di ogni forma di licenza ed immoralità”. Chissà se certi Vescovi non giudicano anche il futuro beato, magari sottovoce, come un passatista, un tradizionalista e un moralista (le uniche accuse oggi infamanti…).
10. Riguardo alla dignità del sacerdozio, Montini ripete ai Vescovi le loro responsabilità. Essi devono non solo stare vicini al loro clero e assumerne l’odore, ma altresì ricordare che i sacerdoti “devono essere ornati di tutte le virtù ed offrire agli altri un esempio di vita santa”, sviluppando “la vita soprannaturale, lo spirito di preghiera, l’abitudine al raccoglimento, l’amore allo studio”. Il Papa sottolinea quindi ( tiens, tiens…) “l’obbligo del celibato ecclesiastico, del quale sarà, anzi, opportuno mettere frequentemente in evidenza la bellezza per il suo significato e per la necessità d’una esclusiva e completa dedizione del Clero all’amore di Cristo ed ai molteplici impegni dell’apostolato”.
www.libertaepersona.org