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10 maggio 2018

Le statue coperte

di Lorenzo Zuppini
Ho passato una tremenda serata guardando Pacific Rim, un film fantascientifico. Non ero in grado di leggere, ero saturo dalla giornata e ho ritenuto opportuno darmi ad una piacevole frivolezza. La serietà non è una virtù, come sappiamo bene tutti noi avvezzi frequentatori della bacheca di questa rivista, e perciò ho dato. Vi consiglio caldamente di imitarmi, di quando in quando. Il film tratta di una improbabile aggressione che gli umani subiscono da parte di certi brutti mostri venuti dallo spazio con l’unico intento di devastare quanto si trovino di fronte. Gli umani, passato un primo momento di paura e depressione, organizzano le proprie difese e, in ottemperanza alla miglior strategia, attaccano. Il punto è questo: nel film l’umanità non appare come aggressiva, ma lo diventa nel momento in cui subisce un attacco di proporzioni notevoli. Non vi è tema più attuale di questo.

Per la seconda volta in due anni degli islamici hanno preteso ed ottenuto il celamento di opere d’arte situate in Italia dove loro, casualmente, si sono incontrati. Accadde nel gennaio 2016 col presidente iraniano Rouhani, quando anticipando addirittura una sua richiesta una certa manina sconosciuta, a cui poi non è mai stato dato un nome, copri le statue nei Musei Capitolini ponendovi sopra delle orride casse cubiche bianche. È accaduto nuovamente qualche giorno fa nel savonese durante un meeting chiamato dialogo interreligioso organizzato dalla Confederazione islamica italiane e la Federazione islamica ligure.

Una statua raffigurante il politico e militare Epaminonda èstata celata agli occhi degli ospiti ponendovi sopra un drappo rosso. Devio leggermente dal nocciolo della questione ponendo alla vostra attenzione una domanda: che diavolo di dialogo interreligioso è se a dialogare sono due sigle entrambe islamiche, senza quindi coinvolgere organizzazioni rappresentative di altre religioni, magari di quelle religioni che vengono storicamente represse nel sangue proprio dai fedeli della prima? Un dialogo in cui i dialoganti si scambiano complimenti, si stringono la mano e affermano sconvolti quanto la loro religione di pace sia incompresa nel mondo: tutto questo mentre uno di loro scaraventa uno straccio rosso su una delle statue presenti perché non conformi “all’ambientazione marocchina”.

Se è quest’ultima che stanno cercando, potrebbero tornare a Casablanca con un volo di un’oretta e mezza così da non doversi sbattere tanto per ricreare la loro atmosfera in un luogo che ha già la sua. Ma queste sono fissazioni mie, perché probabilmente reputo i loro gesti delle minacce fin troppo concrete. Eppure il nocciolo della questione è proprio questo. Vi domando: un popolo, portatore di tradizioni e usi e cultura, può essere annientato unicamente tramite l’uso di armi, dunque sterminandolo con la violenza? No, a mio parere. Ritengo anzi più semplice, seppur più lungo, sfibrare un paese intero dall’interno, erodendo le sue fondamenta tramite l’appello alla libertà di espressione, tramite i richiami alla bellezza del multiculturalismo, grazie al cosmopolitismo che ci rende apolidi ed orfani, utilizzando dunque una strategia d’attacco che non contempli l’utilizzo della violenza.

Anzi, tutto il contrario: imbastire un teatrino e chiamarlo “dialogo interreligioso”, fingendo dunque d’essere vogliosi di dialogare, durante il quale però si assesta l’ennesimo colpo sotto la cintura al nemico giurato, è la miglior tecnica che si possa ordire perché ci si finge pieni di ottime intenzioni e a coloro che oseranno criticarti - come chi sta scrivendo questo articolo - potremo rispondere accusandolo di cattiveria, di ottusità, di razzismo, di xenofobia ingiustificata. Gli si entra in casa, insomma, forzando la sua ospitalità, e successivamente lo si piega al proprio volere approfittandosi della sua bontà.

Questo non è un film di fantascienza, cari lettori, questa è l’Italia della primavera del 2018. Un’Italia che partorisce figli (sempre meno) e che li spedisce in Erasmus nel Nord Europa, nel Regno Unito magari, dove i burqa sono ormai un normale costume e dove le infibulazioni si contano a migliaia ogni anno. Le no-go- zone, lì come in Germania o in Svezia, si moltiplicano, e i crocifissi e le madonne e le chiese vengono sputazzate quotidianamente da chi, partendo da un dialogo interreligioso, ha preso sempre più campo invadendo prima di tutto le nostre coscienze. Le guerre o si vincono o si perdono, non esistono terze vie. E laddove si tratti di una guerra dichiarata unilateralmente, perché non mi risulta che i cristiani in Medio Oriente uccidano i mussulmani, non si ha che la possibilità di combatterla con tutti i mezzi a propria disposizione. Noi privati cittadini abbiamo nella nostra cartucciera la disobbedienza civile, ovviamente non violenta. E dunque il mainstream globale ci racconta che celare il corpo di Epaminonda consista in un atto di gentile apertura culturale? Bene, rispondiamo mandiamoli tutti al diavolo!

 

12 aprile 2018

L'importanza della religione nella nostra vita

di Lorenzo Zuppini
La secolarizzazione sarebbe immune da critiche se nel mondo tutti i popoli la applicassero a sé stessi. Laddove, invece, uno solo di questi non lo faccia, e nel caso disgraziato si tratti del popolo musulmano, la secolarizzazione diviene una pericolosa arma a doppio taglio. Cosa ci ritroviamo, noi, da opporre alla violenza religiosa (che si trasforma in violenza politica in una fase successiva) che subiamo almeno dal settembre 2001? La cultura dell’apericena, temo.

La religione, come aspetto privato della nostra vita il cui valore viene però riconosciuto anche a livello pubblico, è fondamentale perché noi umani abbiamo bisogno di certezze per vivere, non di incertezze. Convincersi che un fulmine non fosse una minaccia ma la prova della presenza di un dio, servì in passato per dormire sonni tranquilli, fin quando qualcun altro decise che in effetti quella saetta era dovuta ad un mero fenomeno naturale.

E così, fino a questioni più importanti e che rimarranno sostanzialmente irrisolte. La vita, che è notoriamente a tempo determinato, assume un significato compiuto in quali casi? Facendo cosa? È possibile lasciare una traccia o tutto andrà perduto?

Il cristianesimo ci ha aiutati per duemila anni dandoci, al contempo, anche la possibilità di renderci indipendenti, scoprendo, migliorandoci, affrancandoci dai suoi dettami per chi lo volesse, imparando a dare ascolto anche alla scienza, sfociando però in molti casi in una perdita assoluta di fede che ci ha resi fondamentalmente inermi.

Siamo di fronte ad una offensiva dichiarata da una parte del mondo islamico al nostro, ovvero quello non islamico, col plus di essere cristiani e dunque d’essere, tra i non musulmani, le vittime preferite. La situazione è paradossale perché questa offensiva è iniziata in uno dei periodi più bui per l’Occidente giudaico-cristiano, ammorbato dalla denatalità, e si fonda sulla strategia del terrore, un meccanismo mentale ancor più letale per coloro che ormai non credono più in niente. Per credere in qualcosa si deve esser certi di ciò che siamo, e un Papa che mette sullo stesso piano le religioni monoteiste abramitiche di certo non aiuta in tal senso. Le differenze servono per garantire una specifica identità, con buona pace per coloro che vanno cianciando di uguaglianza costi quel che costi.

Non è spiegabile altrimenti come il progetto suicida di convertirsi all’islam militando nello Stato islamico sia più attraente rispetto a quello prospettato dalla fede in Gesù Cristo, per altro da poco risorto. L’islam, in definitiva, dà certezze, e i paesi musulmani, pur essendo luoghi dove la stragrande maggioranza della popolazione vive miseramente, sono composti da persone che grazie ad una fede solidissima combattono la propria jihad (con violenza o pacificamente).

Siamo ridotti a brandelli, nonostante la nostra immensa capacità militare, perché ognuno di noi non sa per quale motivo festeggiare la sconfitta dello Stato islamico dell’Isis, limitandosi ad un atavico istinto di sopravvivenza: non abbiamo certezza di cosa debba essere difeso, se una chiesa meriti protezione e se la recita natalizia significhi ancora qualcosa, se il popolo di Israele sia dalla parte del giusto o se non meriti attenzione, se la moschea accanto casa sia accettabile o se stoni, se possiamo affermare senza esitazione che è la nostra civiltà la migliore al mondo o se alla fin fine possiamo accettare l’idea di scomparire come accadde all’impero romano. Brancoliamo nel buio mentre i nostri nemici ci dicono, con le buone e con le cattive, che è la loro civiltà ad esser la migliore, meritandosi quindi di avere la meglio sulla nostra. Il cristianesimo contempla la pace e la convivenza con altri, l’islam no. Porgere l’altra guancia, in questo caso, significherebbe firmare la nostra condanna a sparire, dunque dobbiamo rispondere sia su un piano militare che su un piano spirituale. Quest’ultimo manca.

La libertà di cui godiamo ce l’ha concessa il cristianesimo, religione del Dio che si fa uomo, contemplando così la parte razionale dell’esistenza che si affianca a quella spirituale. Questo dato è fondamentale per comprendere quanto la nostra esperienza debba servire al resto del mondo, e dunque quanto meriti protezione. Nella nostra libertà, ad oggi divenuta illimitata e quindi dannosa, siamo stati attaccati e massacrati: concerti, giornalismo, libri, musei, tradizione natalizia, il tempo libero. Ci è stato detto che questo modo di vivere e di intendere la vita è sbagliato e che meritiamo di morire per questo. Punto. Chi ci governa, e che a differenza di un amministratore di condominio dovrebbe afferrare il senso delle cose e del tempo, si è limitato a proclamare la guerra in nostra difesa e ad esortarci a non avere paura. È innanzitutto impossibile non aver paura quando qualcuno vuol ucciderti, e lo è ancora di più se non si ha neanche una vaga idea del motivo per cui dovremmo difenderci e difendere ciò che ci circonda.
Ma insomma, per quale motivo noi dovremmo rifiutarci, combattendo, di diventare una succursale di uno dei tanti paesi islamici che ci circondano?


 

04 aprile 2018

Fatevi sotto, vegani eretici!

di Lorenzo Zuppini
Mia madre ha avuto quattro figli, ed io sono il primogenito. Ha acquistato un cane, un Cavalierking che in epoche antiche serviva per la caccia alla lepre, allorquando il suo ruolo di madre che dà alla luce figli si era esaurito. Raccoglie le feci di Leo, il nostro mansueto cane, dopo aver cambiato pannolini, molti pannolini suppongo, ai suoi figli. Ed è così che dovrebbe essere, ed è così che però non avviene. Oggi le donne, soprattutto le giovani donne, si glorificano delle bestiole che trascinano al guinzaglio, ricoprendole di stupidi ornamenti e imbellettandole, senza riflettere su ciò che la Natura ha previsto per loro: dare alla luce bambini. Vi è un’assurda opposizione a questo processo del tutto naturale, senza il quale per altro neanche costoro sarebbero nate, mentre alla vita dedicata alla cura delle bestie si sperticano in grandi elogi: ecco la denatalità. Non credo sia dovuta solo alla carestia che ci affligge, piuttosto anche e soprattutto alla decomposizione del modello di famiglia classica che sempre ci ha accompagnato e che però oggi, nel rispetto dell'ideologia gender, ci dicono debba essere relegata in soffitta. Ma non divaghiamo.

L’animalismo più estremo, che fa preferire alle donne la cacca del cane a quella di un ipotetico figlio, porta alla negazione della superiorità della specie umana su quella animale. Quest’ultimo paradigma conduce al veganesimo e alle forme più stupide di rispetto verso gli animali, e da qui possiamo scordarci la Santa Pasqua e il suo rito più classico: mangiare l’agnello. Ci sono dei gaglioffi che, per giustificare il loro ingiustificabile rifiuto verso la carne e il pesce, asseriscono che la Bibbia non parli di agnello da consumare.

Sono degli eretici, e pure fortunati a vivere nel mondo cristiano: nelle repubbliche islamiche sarebbero stati appesi per il collo. Esodo, 12, 1-9, Dio disse a Mosè e ad Aronne: “Ciascuno si procuri un agnello per famiglia, un agnello per casa”. E poi ancora: “In quella notte ne mangeranno la carne arrostita al fuoco; la mangeranno con azzimi e con erbe amare. Non lo mangerete crudo, né bollito nell’acqua, ma solo arrostito al fuoco con la testa, le gambe e le viscere”. Nel Nuovo Testamento Giovanni Battista accoglie Gesù Cristo dicendo: “Ecco l’Agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!”, prefigurandone il ruolo sacrificale per redimere l’umanità dai peccati, esattamente come aveva profetizzato Isaia. Non a caso, durante l’Ultima cena, rito celebrativo della Pasqua ebraica, vennero consumati erbe amare, pane azzimo, charoset, agnello arrostito e vino. Le erbe amare, mangiate intingendone un boccone, ricordavano gli egizi che avevano amareggiato la vita degli ebrei. Il charoset, una salsa prodotta da un impasto di frutta, ricordava il sangue degli ebrei versato. E il tutto era consumato utilizzando pollice, indice e medio. Non a caso Gesù profetizzò: “Colui che ha intinto con me la mano nel piatto, quello di tradirà”. Sappiamo inoltre che durante la cena, di punto in bianco Gesù prese del pane e dopo averlo benedetto disse: “Prendete e mangiate. Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me”. Allo stesso modo, dopo averlo benedetto, prese un calice colmo di vino e disse: “Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell’alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati”. È dunque evidente che Gesù non andasse propagandando i miti della buona salute ottenuta tramite l’astinenza dalla consumazione di carne e di alcolici. Camillo Langone ha perfettamente ragione quando afferma che il cristianesimo è in via d’estinzione anche per l’arrivo di un nuovo paganesimo, piuttosto sciatto e senza costrutto, il quale sostituirà e si imporrà con la forza impedendo a chicchessia di scostarsi dai propri dogmi. La cristianità, che rappresenta le nostre fondamenta, sta vacillando: uno dei riti più importanti, se non il più importante in assoluto, viene pian piano scardinato grazie al lavoro di questi bighelloni senza pensiero, i quali osano addirittura accostare l’Olocausto degli ebrei all’uccisione degli agnelli a Pasqua. Questa bestemmia si raddoppia in gravità poiché la consumazione dell’agnello pasquale è un rito nato come ebraico.

Non sarebbe un problema, tutto ciò, se venisse lasciata libertà di pensiero. La realtà vuole invece che i profeti del nuovo paganesimo utilizzino la forza e la minaccia per indurre gli altri ad abdicare ai propri doveri cristiani. Se mangi l’agnello a Pasqua sei considerato alla stregua di un nazista, se cacci sei un omicida, se uccidi una zanzara in estate sei un irrequieto. Il cristianesimo non sa rispondere a dovere perché, come disse Papa Ratzinger a Ratisbona, la fede riguarda l’anima e non il corpo, dunque non può diffondersi che con l’utilizzo persuasivo della parola, mai della spada. Ma questa è una guerra di principi, e le guerre, da che mondo è mondo, o si vincono o si perdono.

Siccome io non sono un buon cristiano, ed è per questo che ho bisogno di Gesù Cristo, temo di avere la possibilità di difendermi come si deve: fatevi sotto, bastardi eretici, vi ingozzerò d’agnello e vi annegherò nel vino.

 

29 marzo 2018

Lo scandalo delle adozioni etiopi e la genitorialità

di Lorenzo Zuppini
Non posso copiare un articolo, dunque posso solo consigliarvi di leggerlo. Si tratta del pezzo su Il Foglio intitolato “La storia indicibile di un’adozione”, di Valentina Furnaletto. Parla Marta, madre adottiva di Rediet e Meles, rispettivamente otto e dieci anni, arrivati dall’Etiopia. Una donna il cui ventre non sarebbe stato in grado di accoglierli, ma la cui bontà e voglia di maternità la avevano resa paziente e disponibile. Lei e il marito aspettano sei anni e pagano trentamila euro, accolgono Rediet sebbene non sia sana come era stato invece raccontato. Il dono della genitorialità è presente in questa coppia. Il problema sorge allorquando vengono a galla le vere storie di questi due bambini. Non sono orfani, Rediet ha detto alla madre che sarebbe tornata dopo aver studiato in Italia presso la famiglia adottiva, Meles ha addirittura già vissuto l’esperienza di questa tipologia forzata di adozione: portò di peso il fratellino sul pulmino bianco per essere “spedito” altrove, applaudito per questo dal padre, sebbene adesso Meles sogni i pugnetti del fratello che battono sul vetro dell’autobus che si allontana. Marta ha raccontato a Valentina Furnaletto di correre la notte dal figlio che piange disperato, consolandolo al meglio che può, ma invano. Una gioia si è trasformata in un incubo, e questa storia viene confermata da molte altre famiglie adottive. L’ente accreditato che ha seguito l’adozione nega qualsiasi tipo di stortura nella pratica adottiva, affermando che i bambini inventano problemi senza alcun valido motivo. La realtà è che tutti i bambini adottati da altre coppie raccontano la solita storia: un pulmino bianco che gira per i villaggi poveri dell’Etiopia e va letteralmente a caccia di bambini. Genitori ingannati, altri talmente disperati da volersi disfare dei figli, una grande opacità ovunque, e file di bambini disgraziati che stanno vivendo una vita che non è la loro, con persone che non sono quelle giuste, quelle adatte, perché un essere umano non lo si può costringere in una condizione da lui ripudiata.

Nel loro passato c’era poco o niente: miseria, fame, violenza, tutto quel che volete, ma oltre a tutto ciò erano presenti le loro famiglie naturali che, per il sol fatto di essere presenti, lasciano una traccia indelebile che nessuna pratica adottiva può cancellare. Le notti e gli incubi ne sono la prova. Erano in buona fede questi genitori italiani, tanto che Marta racconta che, se lo avesse saputo prima, non li avrebbe adottati preferendo aiutare direttamente quelle famiglie etiopi. Temi di attualità compaiono davanti ai nostri occhi. Fette di mondo devastate da fattori che si mischiano e che rischiano di rimanere deserte se questo Occidente non smette di essere una calamita, con un buonismo assurdo e senza costrutto che finisce per essere il terreno fertile per approfittatori e mercanti di esseri umani. Non v’è una gran differenza tra colui che lucra sull’immigrato che approda qui su una nave Ong e colui che invece trae il solito profitto organizzando queste pseudo adozioni. C’è di fondo l’essere umano trasformato in merce, in future banconote, e i terzi e quarti mondi divenuti bacini naturali da cui pescare questa merce contraffatta, perché nei due casi sopracitati è una truffa parlare di immigrati e di adottati: è pura merce di scambio che certa ideologia delle nostre parti accetta di buon grado travestendola da carità cristiana, da alta filantropia, nascondendo sotto il tappeto delle buone intenzioni la massa di polvere. Quelle urla notturne li desteranno dal torpore.
Ci viene detto che chiunque può essere genitore, a patto che ne abbia voglia. La storia di Rediet e Meles, nella sua crudeltà, racconta l’esatto contrario. E non è spiegabile il perché, non è dato a sapersi, essendo tal motivo probabilmente contenuto nell’odore che il seno della mamma esala e che rende quieto il bambino in preda al pianto. Lo ripeto per chi volesse girarci attorno tentando di svitare questo concetto: è inutile cercare una logica in ciò che semplicemente esiste: noi possiamo solo prenderne atto. Elton John raccontò di quando venne partorito suo figlio dalla madre affittata, col neonato a cui non venne dato il tempo di calmarsi attaccandosi al suo seno perché un contratto stabiliva che i suoi genitori erano due uomini, Elton e David. La superstar britannica racconta dell’imbarazzo presente nella sala parto per le urla del bambino che chiedeva semplicemente di poter annusare sua madre, ma che era finito inesorabilmente tra le braccia dei suoi nuovi genitori i quali avevano il diritto (sottolineo ed evidenzio) di tenerlo con sé. È evidente che Marta, la madre adottiva di cui ho parlato poc’anzi, niente abbia a che vedere con questo abominio: lei addirittura si è pentita dell’adozione dei due bambini, ammettendo a sé stessa che la vita coi loro genitori naturali sarebbe stata migliore. Eppure, accantonando per un attimo i brividi che generano queste storie dell’orrore (per chi scrive, quella di Elton John è decisamente peggiore), un concetto diviene nitido: il legame tra un bambino e i suoi genitori non può essere spezzato, né tantomeno nascosto. Può, in taluni casi, vivere in simbiosi con quello che ha instaurato coi genitori adottivi, ma certamente non scomparirà. E se è agghiacciante la presenza di quel pulmino bianco che gira tra i poveri rubandogli i figli, è sconcertante che la cultura relativista che imperversa in Occidente accetti, anzi propagandi, l’affitto dell’utero delle donne le quali forniranno figli a chi non può averne. Il tutto nel nome dell’appagamento di un desiderio personale.
Marta, dolendosi della condizione dei suoi due figli adottivi, ha dato un grande esempio di umiltà e di coraggio: la sua voglia di maternità non può sovrastare il diritto di quei bambini di crescere coi loro veri genitori. Chissà che non sia troppo tardi anche per Elton John.

 

20 marzo 2018

Se la Isoardi contraddice il femminismo

di Lorenzo Zuppini
Le donne non sono libere, e le loro carceriere sono altre donne che indossano la divisa del femminismo militante. MeToo, Non una di meno, chiamatelo come preferite voi, ma il succo non cambia: un ideologismo totalitario e autoritario che non prevede il dissidente, reo, in tal caso, d’eresia.
Elisa Isoardi, compagna di Matteo Salvini, una delle poche donne che vogliono ribellarsi alle catene che la imprigionano, ha dichiarato che “una donna, per quanto in vista, deve sempre dare luce al suo uomo. E la luce, il sostegno, la vicinanza spesso si danno arretrando. Stando nell’ombra”.

Può piacere o meno il concetto espresso, la volontà dichiarata dalla Isoardi, ma non c’è dubbio che si tratti di una scelta autonoma, libera, presa unilateralmente e senza costrizione alcuna. Chi preferisce l’ombra, evitando il centro del palco, è molto più affascinante di chi, in ottemperanza ai dettami di certo Pensiero Unico odierno, sgomita contro il solito nemico che, a prescindere, è individuato come ostile. Il maschio, per farla breve.

Nel caso di specie, oltretutto, appare chiaro come la signora non voglia chiudersi in uno sgabuzzino per non intralciare i lavori, bensì, riconoscendo il successo ottenuto dal compagno nelle recenti elezioni, voglia essergli d’appoggio, di conforto, d’aiuto pur lasciando che sia lui a godersi la scena, essendo lui il portatore della medaglia. Domani, chissà, sarà lei, e il suo Matteo si metterà a sua disposizione.

 Strilla allo scandalo il féminisme à la page, quello che si nutre di tartine e complotti sessisti, salotti composti da signore incantate libertine con sé stesse ma pudiche con tutti gli altri. Sul triste Fatto  Quotidiano, un articolo scritto da qualcuna che doveva senz’altro essere incazzata (per una scelta altrui, quindi boh!) conclude con un monito: “Che gli uomini si adeguino e smettano di aver paura della nostra luce. Ci vorrebbero al buio, noi accenderemo riflettori ovunque. Finché ne avremo la forza”.

Un urlo di guerra, simile a quello che gli indiani d’America intonavano quando andavano all’attacco dell’uomo bianco: oddio, il finale è il medesimo. Difatti l’uomo bianco è ritenuto una minaccia, un attentatore alla dignità del corpo delle donne, della sua integrità morale e fisica, con le tivù berlusconiane, le soubrette, le veline, scollate, scosciate, disinibite, insomma libere di scegliere la strada che più ritengono opportuna per crearsi una vita propria, addirittura autonoma da chiunque altro.

È la solita femminista media, molto chiacchierina ma per niente concludente, che fa la battaglia per poter andare a correre di notte sola in Parco Sempione, ma quando si tratta di una collega che indossa abiti succinti, si concede sul divano di un produttore, entra nella casa di un potente o sceglie di lasciare i riflettori al fidanzato, niente da fare, in questo caso la battaglia si capovolge e il suo tribunale per la libertà diventa un tribunale talebano dove la tutela forzata sfocia inevitabilmente in una flagrante lesione della libertà.

Il perimetro della dignità viene tracciato da delle regole prestabilite da una sorta di aristocrazia del femminismo, e se una donna qualsiasi decide deliberatamente di tenere comportamenti che non vi rientrano, diviene una complice dell’odiatissimo maschio bianco occidentale, al quale vengono ancora rinfacciati i roghi delle streghe di cinquecento anni fa e il delitto d’onore rimasto nel nostro codice troppo a lungo (che, badate bene, riguardava indiscriminatamente maschi e femmine, ma la solita inconcludente femminista niente sa al riguardo: lei discetta di giurisprudenza studiando scienza della comunicazione).

 Andiamo oltre. La signorina Argento dopo vent’anni ha capito di aver subito delle violenze a sfondo sessuale, sebbene allora avesse deciso di consentire a quell’uomo potente di sedersi accanto a lei su quel famoso sofà. È finita come tutti sappiamo, col solito massacro a senso unico, con la crocifissione in sala mensa di quell’uomo che al massimo potrebbe esser definito porco ma sulla cui lapide vi leggeremo che fu orco. In questo incessante marasma di idee, di conformismo e di inesistenti problemi e di inesistenti battaglie, una voce di alza contro il coro: la magnifica Alessandra Cantini, ex candidata alla regione Toscana con Forza Italia.

Alla Zanzara da Cruciani e Parenzo ha detto l’indicibile, ma che come sempre, nei tempi in corso, corrisponde a verità. Asia Argento ottenne dei privilegi dalla sua relazione con Weinstein, e ne ha ottenuti vent’anni dopo, cioè oggi, denunciandolo. E lui è un uomo, non un maiale, potente e che quindi ha degli assi nella manica di un certo calibro per indurre delle donne a concedergli favori sessuali. La Cantini, oltre ad essere bella, è pure disillusa, come solo una donna di mondo sa essere: potere e sessualità vanno di pari passo, inutile negarlo. E queste femministe che prima si concedono e poi distruggono: le definisce “prostitute due volte”, ed è per questo motivo che oggi negli Stati Uniti esistono delle autorizzazioni formali cartacee che due individui possono complicare nel caso vogliano avere rapporti sessuali, così da certificare in un eventuale processo futuro quella che fu una libera scelta, e non certo uno stupro. Le donne, chiosa, sanno perfettamente come utilizzare il proprio corpo per ottenere determinati vantaggi, quindi le uniche che sfruttano quel seno e quel didietro sono proprio loro. Basta con la narrazione tetra di un mondo opprimente e violento, dove le donne vengono perseguitate, violentate, e le uniche dignitose sono le finti amazzoni che infilzano l’uomo bianco con lo spillone della violenza di genere. Io amo Alessandra Cantini e il suo coraggio, voglio urlarlo al mondo intero. Ma, essendo disilluso proprio come lo è lei, so che potrà al massimo ricambiare con un sorriso ammiccante. Sono nelle sue mani.


 

04 marzo 2018

L'eredità del '68

di Lorenzo Zuppini
Il senso della storia consiste nel darci la possibilità di effettuare valutazioni postume e comode, riconoscendo errori, orrori, per evitare di commetterne di nuovi e di simili. O almeno così dicono. Spesso, però, tutto ciò crea l’alibi  perfetto per maramaldeggiare e tirar fuori spettri del passato ormai sbiaditi anche sui libri di storia. Antifascismo, antirazzismo, è tutto un “anti”, segno tangibile che coloro che si trovano vuoti di contenuti pescano a casaccio nel cesto dei ricordi - mai vissuti - per ergersi a paladini della memoria, una sorta di pax deorum, salendo sulla cattedra dei migliori ed emanando arbitrariamente sentenze di decenza. Ignoranti allo sbaraglio, ma questo è un parere personale, perché non è accettabile che qualcuno, definendosi amante dell’Italia democratica, abbatta il diritto altrui di coltivare idee ed esporle all’interno del perimetro segnato dalla legge. 

Dov’è la matrice di questo baccano? Nel ’68 e nel suo spirito sfascista, nella sua irresponsabilità, nella lotta perenne contro il padre, la rivolta permanente contro il padrone e lo stato di infantilità e giocosità cui versavano i ribelli di ieri e gli scemi di oggi. Del padre, e della famiglia intesa come organizzazione patriarcale, niente veniva più accettato. Nessun compromesso. I figli dovevano obbligatoriamente ribellarsi alla patria potestà e le donne dovevano, a loro volta, ribellarsi contro la natura: niente più figli, il corpo è mio e questa potestà la si allarga anche all’essere vivente che ho contribuito a creare, che è sorto dal mio libertinaggio sessuale: in poche parole, il “diritto” non forma più un binomio inscindibile col “dovere”. Una donna che rinuncia a parte delle proprie ambizioni per crescere i figli? Una poveraccia. Un uomo, il marito, che siede a capotavola? Uno schiavista. E i professori, persone che impongono una certa condotta pena la somministrazione di punizioni? Roba vecchia, da adesso in poi gli studenti saranno padroni del proprio destino e capiranno e apprenderanno autonomamente. Picchetti davanti le scuole, autogestioni, occupazioni, bavagli sulle bocche degli insegnanti non omologati a questo pensiero sfascista. 

Ecco il retaggio culturale: le nostre università occupate da anni e anni da gruppi di estrema sinistra che, già con la sola occupazione di stanze pubbliche, voglion dimostrare la loro avversione ad un generico sistema che non esiste, perché siamo noi che lo componiamo. Il professor Panebianco insultato e minacciato durante una sua lezione, Giampaolo Pensa contestato se non aggredito durante le presentazioni dei suoi libri di revisionismo sulla resistenza: fatti, non opinioni, che dunque dovrebbero entrare a far parte della storia da studiare. Ma la continua ed inarrestabile rivoluzione non permette di prender fiato, il boicottaggio e la marcia devono prevalere su tutto. Persino sulla ragione.
Quanta arroganza e quanto estremismo. Quanta supponenza e quanta stupidità. La dittatura del giovanilismo porta con sé, immancabilmente, questi fattori. 

Ditelo ai Renzi e ai Di Maio, che si fanno beffa dei vecchi venuti prima di loro, straparlando di diritto a prendere il loro posto, senza però aver mai dato prova di averne le capacità. Il retaggio culturale, in questo caso, si chiama demagogia: fare perno sul malcontento generale, che in Italia è sempre esagerato, per rendere decenti dei cambiamenti indecenti. Il concetto stesso di progressismo è assurdo: perché dovrebbe essere sbagliata la tutela, la conservazione di noi stessi, nel nome di una rivoluzione culturale permanente? Lo sappiamo tutti: al tempo, la Madre Patria Russia era vista come l’eldorado, come l’oasi nel deserto del capitalismo occidentale. Ho-Chi-Min in Vietnam, Castro e Che Guevara a Cuba, Mao in Cina erano le nuove frontiere del benessere, sebbene fossero i cubani a fuggire verso Miami e non il contrario. Giuseppe Bottazzi, detto Peppone, quando andò in Russia con Don Camillo, si rese conto coi suoi stessi occhi che il paradiso tanto sperato e tanto propagandato si era rivelato invece l’inferno in terra. Ah, se dessimo più retta i preti! E da lì la strada per gli anni di piombo risultò spianata: la pesante eredità del ’68, forse la più pesante perché calcolabile in vite umane perse, è proprio questo retaggio: l’avversione totale nei confronti di un nemico, elevato ad Arcinemico, che sfocerà inevitabilmente in una guerra senza eslusione di colpi. Uccidere un fascista non era reato, intonavano gli esagitati nelle piazze impugnando le P38. Oggi, modernizzandosi, ci dicono che zittire un fascista è un dovere, fingendo di non sapere che questo processo di esclusione dal dibattito consiste (anche) nell’utilizzo della violenza. In origine i nemici erano la borghesia e il capitalismo, spodestati oggi dal fantomatico fascismo che, così dicono, sta tornando a grandi falcate. Nilde Iotti era più serena di Emanuele Fiano, pensate voi. 

A proposito della Iotti, di Togliatti e del Partito comunista: pensate anche che furono loro a contribuire a che la nostra Costituzione reciti che “La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio”, intendendo con ciò che la si configura come società preesistente addirittura allo Stato stesso, ritenendo che solo il matrimonio contratto da un uomo e da una donna possa portare alla sua creazione. Gli eredi di costoro, oggi, ci dicono che la rivoluzione consiste anche nel garantire questa possibilità, elevandola a diritto, praticamente a chiunque, affiancandovi ovviamente anche la genitorialità. Edonismo elevato all’ennesima potenza, perché le rivoluzioni si fanno prima di tutto per sé stessi. 

Un totale fallimento, sebbene in qualcosa siano riusciti quelli del ’68: importare dagli Stati Uniti il totem dei nuovi tabù lessicali. Oggi è conosciuto come Politicamente Corretto, revisione in salsa moderna del Partito Comunista che ambiva a creare un Uomo nuovo la cui libertà di pensiero sarebbe stata così limitata da impedirne l’autodeterminazione materiale e culturale. Ecco, i parrucconi benpensanti che oggi impongo la dittatura del Pensiero Unico tramite il politically correct, ieri propugnavano la libertà di costumi e di linguaggio, l’affrancamento dal pudore e dagli insegnamenti dei genitori. È questa la rappresentazione plastica di come le loro riforme culturali siano finite, giustamente, nei cessi, lasciando a galla il cascame putrefatto di un pensiero che da rivoluzione si è rivelato ultra-conformista.
Siccome dalla loro parte, la parte dei Giusti e dei Migliori, i posti sono grazie a Dio terminati, sediamo dalla parte degli eretici. La vera trasgressione, oggi, consiste in questo. 

 

20 febbraio 2018

La retorica sessantottarda giovanilista smontata da tre giornalisti

di Lorenzo Zuppini
Non fraintendetemi: non amo utilizzare il mio tempo per commentare le mezze tacche del “pensiero”, i fenomeni sessantottini della rivolta dei giovincelli contro i padri, questi campioni della retorica più vuota e insulsa. Però accade che, se qualcuno la spara troppo grossa, si renda necessario un intervento per almeno dare la possibilità al lettore di farsi una sana risata.

Tocca a Christian Raimo, stempiato e giovane scrittore, traduttore e insegnante di latino al Liceo classico Dante Alighieri di Roma. Ho avuto il dispiacere di ascoltarlo più volte in televisione come ospite di talk show. Un noioso mix di romanaccio parlato stretto, di nodo alla cravatta allentato e di vulgata becera antifascista consistente nell’appioppare l’etichetta di “fascista” a destra e a manca. È un tizio, Raimo, che ha l’ardire di affermare in prima serata che è facile, di questi tempi, essere comodamente fascisti perché magari, udite udite, qualcuno osa criticare l’accoglienza indiscriminata di clandestini.
Ma non divaghiamo.
Raimo ha espresso il suo parere su tre ottimi libri scritti da tre editorialisti del Corriere: Cazzullo, Battista e Polito, i quali si sono interrogati sul loro rapporto coi propri figli (“Metti via quel cellullare. Un papà. Due figli. Una rivoluzione”, “A proposito di Marta”, “Riprendiamoci i nostri figli”). E già il fatto che un padre sulla sessantina decida di mettersi in discussione scrivendo (anche) di sé non pare affatto poco: le rivendicazioni dei figli sono per lo più, e per la maggior parte, sciocche e irresponsabili, mentre le prediche dei genitori tendenzialmente intrise di saggezza. Ma oltre questo, ed è ciò che è poco tollerabile, le lagne dei giovani sono sempre propedeutiche ad una certa rottura, ad una fase di scontro obbligatorio coi genitori, col mondo degli adulti, i quali devono aprire la propria mente, capire, evolversi, ascoltare e divenire perfino degli amici. Insomma, si trovano obbligati a rompersi le balle pena le patetiche recensioni di Raimo.

Il professore, come era prevedibile, se la prende con Cazzullo perché sembra che quest’ultimo non apprezzi a sufficienza il Sessantotto e le sue rivoluzioni. “Il Sessantotto per Cazzullo ha significato essenzialmente non le lotte per i diritti sociali, civili, l’emancipazione culturale eccetera, ma l’inizio della devastazione (…)”. Capite che è Raimo ad essere un adolescente troppo cresciuto, con barba e capelli che sfumano verso il grigio ma che sente ancora in sé la fiamma viva della rivolta. Che Cazzullo poi si dolga del fatto che non vede più giovani al cinema o al teatro, indaffarati invece a tener la testa china sui cellulari, non mi pare così assurdo: è inevitabile il paragone con la propria giovinezza e le differenze si evidenziano persino da sole. È altrettanto evidente che oggi l’uso smodato della tecnologia possa portare all’accantonamento di altre attività quali la lettura in primis, ed è infine evidente che chi non legge è destinato a rimanere un deficiente. Lo disse Giuliano Ferrara: un uomo che la mattina si compra un giornale è migliore di uno che non lo fa. Un padre che non fa notare tutto ciò ai propri figli, è, oltre che un deficiente, un irresponsabile.

Polito diviene bersaglio del sociologo Raimo perché sembra non attinga da dati certi. Si lamenta della scarsa severità a scuola e dell’altrettanta scarsa sicurezza nelle nostre città ignorando che la realtà sia il contrario. Il professore snocciola percentuali e numeri del tutto inutili, poiché determinati eventi iper-reali smentiscono chiunque: la scuola italiana, soprattutto dopo il Sessantotto, si è trasformata in una fucina per la propaganda progressista come se i benedetti tempi della rivoluzione non fossero mai passati, e a questo compito adempiono professori e autorità scolastiche. Potremmo portare decine di esempi personali di professori che hanno scambiato la cattedra per un palco di partito (sempre di sinistra) e gli studenti per delle spugne. Per non parlare della costante presenza prepotente nelle nostre università di collettivi di estrema sinistra che, occupando aule, dettano impunemente legge. Ah sì, la falsa percezione del pericolo: che quattro nigeriani clandestini (di cui almeno uno pregiudicato) abbiano fatto a pezzi una ragazza non dovrebbe preoccuparci perché gli altri cinquecentonovantanovemilanovecentonovantasei quasi certamente hanno ricevuto in passato una miglior educazione. E che palle le ramanzine che Polito fa sullo spinello: che sarà mai una cannetta? Lo dice anche Fedez: va legalizzata!

Battista, per ultimo, viene strattonato per la sua nostalgia del passato (occhio che ad accostare “nostalgia” e “passato” arriva Fiano), rimpiangendo “le lettere alle mail, i rammendi ai vestiti nuovi, lo stradario cartaceo alle mappe elettroniche” e altri cimeli del suo tempo. Però chi non sa guardare con nostalgia al proprio passato è condannato a gettarsi nel futuro come un gatto in autostrada: senza alcuna solida base di partenza. Per chi avesse letto “Mio padre era fascista” del solito Battista, capirebbe che anche Pierluigi visse anni fa il periodo della ribellione, riuscendo però a capire con ritardo non tanto le singole idee del padre, bensì il dovere che un figlio ha di ascoltare, sempre e comunque, la voce dei genitori. D’affetto gratuito come il loro non se ne ritroverà, e tutti corriamo il rischio di partecipare ai loro funerali rimpiangendo di non essere riusciti ad ascoltarli con meno pregiudizi.

Questi tre paiono uomini capaci di introspezione e di apertura verso un mondo non facile per loro, sebbene siano tra i giornalisti più famosi, perché la mania del sacco a pelo, dei cartelli di protesta e della rivoluzione permanente di certo non crea i migliori presupposti per dialogare.
Avete presente quel popolino imbelle che, sfilando contro l’inesistente fascismo, blaterava a Macerata parole come “non datela ai fascisti”, “immigrati, non lasciateci coi fascisti”, “contro ogni forma di fascismo”, “ora e sempre resistenza”? Ecco, se la base deve esser questa, possiamo trovare un sano compromesso: schiaffoni da parte di babbo e mamma.



 

17 febbraio 2018

E intanto chiudono le parrocchie

di Lorenzo Zuppini
Sentite qua: in cinque anni sono sparite cinquantacinque parrocchie, quasi tutte concentrate nell’anno 2016. Le moschee invece aumentano, e siamo noi ad ambire a concedere ai figli di Allah sempre più luoghi di culto. Nessuna riflessione su una certa compatibilità o sul perché i cristiani vengano vessati e sterminati nei luoghi dove l’islam nacque.
Gli atei di sinistra, comunisti anche se reticenti ad ammetterlo, son fatti così: ieri proteggevano il proletariato, oggi, con quest’ultimo scomparso, si dannano l’anima per gli immigrati afro-islamici. Statisti con le terga nostre.

Dunque, come sempre, per risolvere un problema, lo si deve preliminarmente individuare. Le parrocchie chiudono i battenti perché i cristiani non vanno più alla messa. Semplice e chiaro. Dal 2007 al 2016 è diminuito di 5 punti percentuali il numero delle persone che vanno alla messa una volta a settimana, ovvero il minimo sindacale. Dal 33,3% siamo passati al 27,5%. Al contrario, è aumentato il numero di coloro che nelle chiese non mettono mai piede. Nel medesimo periodo siamo passati dal 18,2% al 22,7%. È un dramma? Sì. È risolvibile? No. Cosa possiamo fare per arginare personalmente il problema? Fingere che Bergoglio non esista e che Ratzinger sia ancora il Vescovo di Roma?

La religione addolcisce la nostra esistenza. La nascita prevede la morte, e su questo punto nessuno può far alcunché. Il fedele che ritiene che dopo la morte ci sia ancora vita, intendendo con ciò un altro tipo di vita, affronterà certamente il passare del tempo e la fine della sua esistenza con maggior serenità rispetto a chi, pragmaticamente, è convinto che dopo la morte lo aspetti il nulla più assoluto.
(Certo, per qualcuno è previsto che nell’aldilà ci siano a darti il benvenuto settantadue vergini con annesse vettovaglie. Questo programma potrebbe attrarre qualcuno così tanto da indurlo a farsi saltare per aria per accorciare i tempi…)
Ogni religione, molto diversamente l’una dall’altra, ha saputo portare benefici ai popoli che l'anno professata.

Noi tutti possiamo dirci orgogliosamente cristiani, pur non frequentando assiduamente chiesa e canoniche, perché ciò che ci circonda e che ci ha preceduto è cristiano. La nostra arte, prima fra tutte, è la miglior espressione della delicatezza e del progresso dell’anima che il cristianesimo ha concesso. Al di fuori della nostra parte di mondo, al di fuori del mondo cristiano, troviamo miseria, morte, ferocia e catastrofi d’ogni genere. Un motivo deve pur esserci.
Partendo da questa premessa, e considerando ad esempio il dato per cui i seminaristi africani sono in aumento, comprendiamo che se ai vertici della piramide si impongono direttive di un certo tipo, e che tendono a rivoluzionare il precedente assetto, addirittura snaturandolo, comprendiamo come mai tutte queste persone da un certo momento in poi non hanno più sentito l’esigenza di recarsi alla messa.

Lo dico chiaramente, con santa pace per chi mi accuserà di eresia: la Chiesa di Papa Bergoglio somiglia ad una Ong impelagata in una perenne missione umanitaria. Niente di più, e questo “di più” che manca è l’elemento assente che induce i fedeli a stare a letto la domenica mattina. Ricordiamoci chi abbiamo avuto prima di Bergoglio: Giovanni Paolo II, che ha condotto una battaglia unica e formidabile contro il comunismo, e Benedetto XVI, grande nemico del relativismo etico e culturale che ci ha condotti a preferire le moschee alle chiese e a far tenere ad un imam un sermone su un altare. Dopo questi due giganti, col secondo dei due che si dilettava con disinvoltura nella filosofia come Maradona su un campo da calcio, regalandoci perle ineguagliabili, ci siamo ritrovati un gesuita che si è fatto chiamare Francesco e che non vuole la croce d’oro al collo, che è amico della Bonino aspiratrice di feti ma non di Trump anti-abortista, e che, con furore, afferma che chi costruisce muri non è un buon cristiano. Il massimo spessore della sua teologia è stato raggiungo quando, all’indomani dell’attacco islamista di Charlie Hebdo, disse che menerebbe chiunque gli insultasse la madre.

Dopo un primo momento di sgomento, seguito da uno d’angoscia, ti accorgi che una miriade di preti cialtroni lo prendono in parola e, furoreggiando su Facebook come dei quattordicenni, si danno all’accoglienza di islamici ripetendo, a propria discolpa, le idee strampalate che il loro capoccia va decantando. Pastori di anime che si sono riciclati come conduttori della nuova invasione e sostituzione.
Nella mia città, ne ho già scritto, tale don Biancalani si è impelagato in un progetto d’accoglienza talebana senza limiti, con un nigeriano già arrestato per spaccio, proponendo addirittura agli ospiti di pregare in chiesa rivolti verso la Mecca. Ha trasformato i locali della parrocchia in una bettola dove i clandestini fanno le pizze, poi, a fine cena, ballano sulle note di inascoltabili ritmi africani. Va in televisione sciorinando la propria bontà d’animo, e giù tutti ad applaudirlo, pena il massacro mediatico. Solo Salvini e Forza Nuova hanno avuto il coraggio di urlare il proprio sdegno per questo servilismo verso un mondo senza idee né religione, piegato sulle posizioni adolescenziali del Papa del Terzo mondo.

Dov’è il messaggio cristiano? Dove sono i duemila anni di storia e di cultura? Dov’è finita la trascendenza della religione cristiana, che pare oggi debba proporsi con sole connotazioni filantropiche? È il suicidio della nostra civiltà. E un po’ anche il mio, perché se alla fine dei conti il benessere spirituale datomi dalla mia fede si riduce all’altruismo per l’accoglienza, con tutti i pensieri che al contempo mi massacrano, non vedo altra via d’uscita.

 

02 febbraio 2018

L'assemblea lgbt a scuola è indottrinamento

di Lorenzo Zuppini
Al Liceo Leonardo Da Vinci di Milano un pensieroso gruppo di studenti, che evidentemente hanno troppo tempo libero pur frequentando un liceo, ha pensato fosse il caso di mettere all’ordine del giorno della inutile assemblea d’istituto temi vari quali il cambiamento di genere, la scoperta e la accettazione di sé, gli stereotipi di genere, i diritti lgbt in Italia e la storia del movimento stesso. Hanno presentato la richiesta al consiglio d’istituto, comprensiva dell’elenco degli interlocutori che avrebbero preso parte alla festicciola, e, senza alcun accertamento o verifica su come questa stramba assemblea si sarebbe svolta, hanno poi ottenuto il via libera.

Ho venticinque anni e non ho mai partecipato ad una assemblea di istituto. Mi nauseava l’aria sessantottina costantemente presente, coi cenciosi ribelli sempre col pugno alzato e desiderosi di avere una scusa per poter protestare, okkupando all’occorrenza alcune aule dell’istituto e finendo, inesorabilmente, per urlare in faccia alle forze dell’ordine liberatrici “fascistiiiiii”. Non so se avete presente quegli elementi sempre sul piede di guerra, puzzolenti di erba fino alla cima dei capelli, che non vedono un barbiere da almeno dieci anni e col kefiah avvolto al collo, sempre, immancabile, come per i cani è il guinzaglio.

Dell’amore libero che i loro genitori, ai loro tempi, andavano blaterando non c’era neanche il sentore, e poi sfido chiunque a toccare, desiderandola, una ragazza che ha come massima ambizione quella di dormire su un pavimento, peli su gambe e braccia come un boscaiolo, perché la parità di genere, oggi, significa questo. Finché, però, tutto si riduce a questo teatrino, amen: è un giusto prezzo da pagare per assistere ad una pedata ben assestata da un carabiniere o da un poliziotto sul didietro di quei marmocchi.

Il problema sorge, invece, allorquando i nullafacenti intendano indottrinare gli spensierati liceali sui temi legati all’omosessualità, al gender e alle battaglie che il popolino lgbt porta avanti da anni. Ogni tanto i genitori fanno la loro parte, e in questo caso sono insorti chiedendo con quale razza di criterio (ho usato la parola razza, adesso sono fottuto) sia stato lasciato campo libero al drappello di studenti per niente rappresentativo della totalità dei liceali. Ma soprattutto, per quale arcano motivo le campane chiamate a suonare durante l’assemblea studentesca suonassero tutte nella medesima direzione. Poveri gay, povere lesbiche, poveri tutti, depressi, deperiti, maltrattati, impossibilitati a divenire genitori, martoriati da questa misogina società italiana e occidentale. Il fratello arabo che indossa il kefiah come loro, intanto, si frega le mani al pensiero di avere così tante prede da far penzolare dalle gru.

Il conformismo al pensiero unico coincide, in questo caso, con la messa a disposizione degli studenti di una sola opinione sulle questioni sopracitate, che, fino a prova contraria, sono ancora passibili di varie interpretazioni. La si fa così divenire una verità assoluta, oggettiva, sulla quale solo un pazzo o qualcuno in mala fede potrebbe avere un’opinione contraria alla vulgata. Hanno tentato nell’arco di una mattinata, ma basta essere aggiornati sull’attualità per sapere che è la norma, di inculcare nelle menti malleabili degli studenti l’idea per cui non esistono opinioni. All’Università degli Studi di Torino c’è il corso di “Storia dell’omosessualità”, e il problema non è che qualcuno abbia ritenuto essere importante lo studio dei gay, bensì che solo il loro studio debba risultare interessante. La solita tiritera noiosa per cui le famigerate minoranze vanno tutelate come se fossero panda. Ascoltate, comprese, e in generale accontentate su ogni loro capriccio giornaliero. Allo scrivente è stato fatto notare su Twitter (il mio luogo di perdizione preferito) che non essere gay friendly è un errore. Mi spiace, ma a me Malgioglio sta sul gozzo non perché gay, ma perché Malgioglio, e in questo caso Malgioglio è Malgioglio anche e soprattutto perché gay. I vestiti di Dolce e Gabbana mi piacciono anche se i due fossero più etero di Rocco Siffredi, ma in effetti li adoro anche perché, pur essendo gay, sono degli spettacolari eretici che credono nell’esistenza della famigerata famiglia naturale. E insomma, come vedete, lo strampalato politicamente corretto ci ha indotti a giudicare le persone non per ciò che dicono e ciò che fanno, ma per chi si fanno. E dannazione, se questo è il metro di giudizio, io risulterò non giudicabile. Vi terrò aggiornati.


 

30 gennaio 2018

Ho fatto un sogno che era un incubo

di Lorenzo Zuppini
Ho fatto un sogno che era un incubo. Ho sognato il ventre delle nostre donne vuoto perché divenuto inutile: al suo posto era stata applicata la clonazione in quantità massicce. Per chi crede in Dio, egli solo dà e toglie la vita. Per chi non crede, o vacilla nella sua fede come il sottoscritto, talune pratiche risultano irricevibili non tanto perché appartenenti al Signore e non all’uomo, piuttosto perché danneggianti i più deboli ed esteticamente rivoltanti. Sarò prolisso, ma poco importa: l’utero in affitto è osceno per la violenza che quegli adulti decidono deliberatamente di infliggere al nascituro ed esteticamente rivoltante per il gesto in sé: strappare un neonato dalle braccia della madre, quando ancora egli non ha finito di urlare la sua felicità.
Esser liberale poi, ben prima dell’ossigeno puro che ti concede, crea una serie di problematiche non facili da decifrare e poi da risolvere. La libertà, e la garanzia della stessa per tutti noi, senza scadere nelle facili censure, comporta il difficile compito di coniugare il suo culto col rispetto dovuto verso chi meno sa difendersi. Troppo facile sarebbe, appunto, falciare le libertà altrui, imponendo regole e regolette sempre più stringenti, risolvendo così alacremente le questione che la quotidianità ci pone di fronte. Dunque, detestando noi i regimi e soprattutto quelli di stampo marxista, ci troviamo definitivamente in un mare di guai.

Due scimmie, bruttine, sono state clonate in Cina. Zhong Zhong e Hua Hua. Una sorta di doppio nome per renderle all’apparenza più nobili. La scienza deve avere dei limiti? Se ne imponessimo, è evidente, potremmo dire addio a qualsiasi speranza di curare le malattie che ci colpiscono mietendo vittime. Dovremmo altresì dire addio alla conoscenza dell’infinito Universo, coi suoi pianeti e le sue galassie e i suoi soli. Dovremmo anche dire addio al benessere che da sempre accompagna la nostra crescita, in particolar modo quella dei paesi occidentali, contraddistinti da comuni ricordi cristiani, e non certo le teocrazie islamiche o i regimi comunisti. Furono progresso il fuoco e la ruota. Fu progresso anche capire che la Terra non è il centro dell'universo. Tutto è progresso, praticamente. L’utero in affitto, quindi la possibilità di far divenire genitori una coppia formata da persone dello stesso sesso, rientra tecnicamente nel perimetro del progresso. Quel progresso però ottenuto senza tener conto delle possibili e successive implicazioni. Un progresso che ha sganciato il concetto di “diritto” da quello di “dovere”.

E la clonazione di quelle due scimmie? Come va accolta questa novità? Tecnicamente bene, nel senso che tale operazione è la prova pratica che niente è impossibile, dunque, in un ipotetico futuro, anche la cura certa del cancro. Spiritualmente, direi male. Sono certamente ancora turbato dall’incubo terribile che ha ammorbato le mie notti, ma non credo che codesto mio sogno sia totalmente astratto, ovvero che mai potrebbe concretizzarsi. Il problema dell’uomo è che pretende troppo spesso di fare ciò che la Natura, o Dio, non ha previsto come fattibile. Mi sento di ricordare, sommessamente, che un paese lo si manda avanti figliando, ovvero coi ventri delle donne pieni. Laddove ciò non avvenga, ecco che si formerà un vuoto, un cratere pronto ad essere riempito da chiunque vi si precipiti. Far figli costa e rompe le scatole, e al sol pensiero di una donna che fa meno carriera di un uomo per via dei bimbi da accudire si scatena quel cascame di femminismo moscio, adolescenziale e cialtrone. Argomenteranno con “me too” o, spalleggiate dai loro compari di avventure, con “love is love”.
Dunque, la clonazione potrebbe evitare tutte queste beghe. Non a caso questa clonazione di primati è avvenuta in Cina, luogo cupo ove ogni coppia fino a poco tempo fa non poteva avere più di un figlio (con l’eventuale aborto previsto anche al nono mese di gravidanza, proprio come proponeva la simpatica Hillary) e dove imperversa un regime comunista. Notiamo da una parte la privazione più totale della libertà, perfino di figliare, seguita dall’imposizione di una regola rigidissima; dall’altra la possibilità della creazione dell’Uomo nuovo in serie, in quantità infinita, riuscendo laddove i regimi comunisti del passato hanno sempre fallito: le persone scappavano dalla Germania dell’est verso quella dell’ovest, mai al contrario, e col tempo chiunque si rendeva conto di quanto sbagliato fosse anche solo pensare di poter regolamentare la vita degli individui in quel modo. Dalla mia terrificante esperienza di queste notti traete spunto: quando vi assaliranno le angosce dovute alle scimmie, bruttine oltretutto, fate l’amore!

 

16 gennaio 2018

Incentivare la natalità per salvare l'Italia

di Lorenzo Zuppini
Non facciamo più figli, auspichiamo di poter avere tutti i mezzi possibili per sopprimerci per qualsivoglia ragione, subiamo un’immigrazione afro-islamica clandestina dalle proporzioni gigantesche. Ebbene, come potrà finire questa storia? Che poi sarebbe la nostra.

Nel 2016 l’Italia è dimagrita di 134mila persone. Una città che scompare nel niente, sprofonda negli abissi della follia. Moriremo se non capiremo, proprio come ha scritto Mario Adinolfi nel suo ultimo libro (leggetelo, fidatevi, e mandate al diavolo i buzzurri che lo ritengono una roba da primitivi). Pierre Chaunu, storico francese, definiva l’ostilità a procreare una “peste bianca”, facendo così intendere che questo andazzo pericoloso può avere i soliti effetti mostruosi della già famosa peste nera. La decimazione della popolazione.

Come mai non nascono bambini? Sono scettico riguardo la tesi per cui la modernità, e il benessere che si porta dietro, sia la causa di ogni male: mi pare il solito attacco a questo malconcio Occidente, al capitalismo, alla ricchezza che genera, volendo sottolineare quanto questo modello di società sia negativa. Se poi aggiungete che anche Bergoglio si è espresso svariate volte, e sciattamente, su un fantomatico modello di vita che pare sia l’origine di tutti i mali, la rimanente possibilità di prendere sul serio questa ipotesi evapora. Settant’anni di comunismo in Italia, latente ma pur sempre egemone, per non parlare di quello concreto e devastante nel mondo, ha condotto la coscienza collettiva all’ammasso creando il mostro dell’uomo occidentale, bianco, misogino, egoista e razzista, che si scontra invece con l’uomo nuovo tanto voluto e mai ottenuto dal comunismo, che nell’islamismo militante anti-occidentale ha trovato una nuova bandiera sotto cui marciare.

Dunque la domanda rimane valida, e tento di dare una risposta più concreta possibile. Un maldestro filone di pensiero, chiamato gender, ci ha condotti sino a negare l’esistenza dei due sessi, il maschio e la femmina, che per la loro stessa natura sono gli unici in grado, se uniti, di creare vita. Si badi bene di non confondere questo anarchico andazzo col liberismo occidentale cui ho accennato prima: a quest’ultimo si deve obbligatoriamente applicare delle regole, altrimenti la libertà totale di ognuno di noi, senza freno alcuno, genererebbe una giungla ove vigerebbe la legge del più forte. È così che, a mio parere, un liberale non può accettare né una pratica come l’aborto né l’importanza incondizionata di beni prodotti in parti del mondo ove non esistono le leggi sul lavoro vigenti qui. E al contempo, da liberale convinto, credo che le pulsioni sessuali di chiunque non possano né essere contestate né, però, trasformate in vessillo. Il progresso tecnico e scientifico, tipico per altro delle realtà liberiste, deve poi trovare applicazione con criterio e raziocinio, evidentemente assenti nella pratica dell’utero in affitto. La libertà di ognuno di noi non può quindi ledere quella altrui. La sinistra anti-capitalista, anti-borghese e anti-occidentale estremizza tutto questo conducendo la società verso un sistema chiamato comunismo che, per sua stessa natura, non può che essere dittatoriale. Così anche le teocrazie islamiche.

E le prime conseguenze di questa pazzesca teoria gender consistono nella creazione di una molteplicità di unioni, sterili per natura (e non per colpa mia), le quali, nel nome del solo amore, esigono di poter essere riconosciute al pari dell’altra, della prima, della così detta naturale. Scompare, quindi, l’unico pilastro su cui si poggia la sopravvivenza di un Paese: la procreazione. Al suo posto si insinua il concetto di desiderio/diritto, una forma di edonismo all’ennesima potenza che, non tenendo affatto conto dei possibili effetti collaterali, trasforma ogni voglia in un diritto inalienabile della persona, approdando ad una delle più grandi aberrazioni che la mente umana abbia mai concepito: l’utero in affitto.
Il secondo passaggio consiste nel trasformare tutto questo in verità assoluta, impossibile da criticare pena la persecuzione, in assenza di un dibattito serio, da parte di certe milizie del così detto politically correct che bastonano, imbavagliano ed espongono al pubblico ludibrio gli eretici che, sommessamente, osano alzare il dito.

Ultimo passaggio: le già misere risorse economiche che uno Stato ha a disposizione devono essere ripartite tra i nuovi e vari nuclei familiari che vengono alla luce, finendo così per diminuire drasticamente quelle stanziate, o che dovrebbe essere stanziate, per il sostegno alla cara e vecchia famiglia naturale. Non è possibile opporsi a ciò perché, pretendendo una disparità di trattamento, sei tacciabile di razzismo. Non è altrettanto possibile ricordare sommessamente che il ruolo della donna è, tra i tanti, quello di essere madre, pur non negandole la possibilità di fare carriera ottenendo riconoscimenti, perché altrimenti sei misogino. Figuriamoci se è ascoltabile la proposta (sacrosanta) del Popolo della Famiglia consistente nel garantire mille euro al mese per ogni bambino nato, dando così la possibilità alla madre di rimanere a casa senza privare la famiglia di un’entrata: le paladine del femminismo, momentaneamente occupate a discettare sulle trombate di trent'anni fa, urlano e strepitano perché questi rozzi maschilisti vorrebbero relegare la donna in casa. Chissà, forse a tale proposta mancano i finanziamenti per un buon burqa, tanto è l’amore che questi arruffoni casinisti provano per quel mondo. I burqa, ahimé, stanno però arrivando, e nascoste sotto di essi ci sono donne gravide o pronte a dare alla luce figli su figli, proprio come le invitò a fare il presidente Erdogan (“fate almeno cinque figli”).
La coalizione di destra (a me piace chiamarla così) ha promesso un massiccio incremento delle risorse in aiuto alla natalità. Una seria lotta alla sterilità, dunque. E se proposte di questo genere fossero davvero inconcepibili per il loro costo, beh, io preferisco certo chi almeno ha l’ardire di presentarle rispetto a chi va blaterando che “love is love”.

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08 gennaio 2018

Perché Fede e violenza non stanno bene insieme

di Lorenzo Zuppini 

Papa Benedetto XVI, dopo la lectio magistralis tenuta all’Università di Ratisbona il 12 settembre 2006, venne investito da una serie di rimproveri e di minacce tali da indurlo a meditare se lasciare il pontificato. Gli esperti dicono che andò proprio così. E insomma, sebbene sia avvenuto anni dopo, Ratzinger effettivamente si dimise.

Ebbene, tornando sulla questione dell'incontro/scontro di civiltà che intercorre tra l’Occidente  e le teocrazie islamiche mediorientali, è necessario precisare, anzi rimarcare, quanto detto dall’allora Pontefice sul binomio fede e ragione. O meglio, e per farla breve, sulla feroce contraddittorietà di chi, sguainando spade e caricando fucili, esporta la propria confessione religiosa nel mondo.

Il Papa fece riferimento durante il suo monologo ad una conversazione intercorsa tra l’imperatore bizantino Manuele II Paleologo e un islamico colto riguardante cristianesimo e islam e la verità di entrambi. L’imperatore bizantino, come è noto, disse al suo interlocutore: “Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava”.

Ora, dobbiamo convergere tutti quanti su di un fatto: l’islam, in particolare la corrente sunnita attualmente maggioritaria,  non è una religione che predica la pace, la tolleranza e la convivenza tra popoli diversi, ovvero tra islamici e non [o fra islamici buoni e islamici cattivi, come mostra una recente strage a danno dei sufi, NDR]. La storia di Maometto parla chiaramente: egli, dopo la rivelazione fattagli dall’Arcangelo Gabriele, avviò a propagandare la sua nuova religione tramite la guerra. Spostatosi a Medina, dopo aver proposto alla Mecca di adorare unicamente Allah, uno dei trecentosessanta idoli del pantheon politeista arabo pre islamico, assediò negli anni le tribù ebraiche che lì viveano obbligandole ad adorare Allah. Addirittura nel 627, dopo la battaglia del Fossato, sottomise l’ultima tribù ebraica rimasta, i Banu Quraiza, e partecipò alla decapitazione di un numero di maschi adulti che varia da i 600 e i 900. Ma se degli ebrei qualcuno se ne volesse disinteressare, è bene ricordare che tre dei quattro successori di Maometto vennero uccisi da altri islamici, e in due casi l’omicidio avvenne all’interno di una moschea, provandone la connotazione ideologica anziché squisitamente religiosa. Gli eserciti islamici, dopo la morte di Maometto, confissero l’impero persiano nel 637, poi corrosero l’impero bizantino conquistando la Siria, la Palestina, l’Egitto e Gerusalemme. Il Nord Africa venne conquistato tra il settimo e l’ottavo secolo. Nel 711, come tutti sappiamo, iniziò l’occupazione della Spagna protrattasi fino al 1492. Molti altri sono gli eventi simili e che coinvolsero anche l’Italia, ma è inutile adesso continuare la lunga lista. È lecito ritenere questa religione non esattamente un inno al pacifismo o è blasfemia?

Sapendo tutto ciò, è necessario aggiungere il tassello fondamentale a questo mosaico: la religione è questione che riguarda l’anima di un uomo, non il corpo. Dunque una religione non può essere diffusa tramite la violenza, poiché, come disse a Ratisbona Ratzinger, chi voglia farne proselitismo deve avere la “capacità di parlare bene e di ragionare correttamente, non invece della violenza e della minaccia Per convincere un'anima ragionevole non è necessario disporre né del proprio braccio, né di strumenti per colpire né di qualunque altro mezzo con cui si possa minacciare una persona di morte”.

La violenza è quindi contraria alla natura di Dio e, di conseguenza, utilizzarla per propagandare la fede, è irragionevole. Dio e ragione vanno a braccetto.
Al contrario, nell’islam Allah è totalmente trascendente e si sottrae a qualsiasi categoria che noi potremmo immaginare. Addirittura, il giurista arabo Ibn Hazm, si è spinto fino a dire che Dio non sarebbe legato neanche alla sua parola, senza quindi esser obbligato a rivelare a noi la verità. Non esiste l’uso della ragione nell’islam poiché Allah è il dio che si fa testo e si incarta nel Corano, dunque nessun pensiero razionale potrà, ad esempio, contestualizzarne il contenuto all’epoca attuale eliminandone la parte violenta e retrograda.
Nel caso del cristianesimo, invece, il Verbo si incarna in Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo che, in quanto tale, non può che far suo l’uso della ragione, anche e sopratutto per quanto riguarda la diffusione della parola di Dio.
Per quale arcano motivo ci stiamo incaponendo nel voler dialogare con un mondo così, nel patetico tentativo di coccolare chi neanche conosce l’uso del logos?
 

30 dicembre 2017

Il falso dio

di Lorenzo Zuppini
Ho assistito e ascoltato un’omelia durante la notte di Natale sorprendente, ma questo non è una novità. Il mio parroco, di cui ometterò il nome poiché a niente servirebbe, ha ad un certo punto pregato per coloro che, nel nome di un falso dio, perpetrano atroci violenze. È del tutto evidente che si stesse riferendo ai terroristi islamici e al progetto di conquista che da tempo immemorabile portano avanti. Terroristi e non, poiché le prove che il mondo islamico tutto sia in fibrillazione, e intenda espandersi o imporsi laddove già sia presente, sono inconfutabili.
Mi preme e mi interessa però scrivere qualche riga sul concetto di “falso dio”, e soprattutto approfondire brevemente la figura del Profeta Maometto, colui che più di ogni altro è fondamentale nella cultura islamica e nella vita di ogni buon islamico.
L’islam non è una vera religione. Allah non è un vero dio. Va da sé che Maometto non sia un profeta, o, al massimo, può esser definito profeta di ciò che lui ha definito “l’unica vera religione” imponendola con l’uso della spada.
Tutto parte da una constatazione oggettiva: Allah era uno dei trecentosessanta idoli del pantheon politeista arabo, il più importante, proprio come Zeus lo era per i greci e Giove per i romani. Allah, dunque, fa parte di un folto gruppo di statuette di pietra situate nella Kaaba, luogo cubico e uno dei posti sacri più importanti nell’islam. Dopo la cacciata di Maometto dalla Mecca, a causa della sua proposta di avviare l’adorazione del solo Allah, egli tornò vittorioso nella sua città natale e distrusse tutti gli altri idoli, facendo rimanere il solo Allah e imponendone il culto. Maometto ribattezzò la Kaaba come luogo principale di culto dell’islam, appropriandosi quindi di qualcosa di preesistente, che aveva in precedenza ospitato una religione politeista e del tutto differente dal nuovo culto monoteista islamico.
Tutti i profeti citati nel Corano, che ricordiamo ha la stessa valenza di Gesù Cristo nel cristianesimo essendo esso stesso Allah, sono anche presenti nel Vecchio e nel Nuovo Testamento, e, sia il Corano che gli ulema, ci spiegano che, essendo l’islam l’unica vera religione, costoro sono in realtà profeti islamici e non certo cristiani o ebraici. La realtà è ben diversa, partendo dal presupposto che l’islam non prevede la presenza di altre religioni, condannando per altro il cristianesimo come politeista in quanto credente nella Santa Trinità. L’Abramo coranico non ha niente a che vedere con l’Abramo biblico. Si tratta al massimo di un caso di omonimia. Stesso discorso vale per Gesù, considerato nel Corano come profeta islamico. Inoltre l’islam nasce circa seicento anni dopo Gesù Cristo, con la pretesa, oltretutto, di impossessarsi delle figure bibliche. Come è possibile e come potremmo accettare che sei secoli dopo la nascita del figlio di Dio qualcuno si svegli e decida che il cristianesimo sia da eliminare, che le figure presenti nella Bibbia siano in realtà profeti di questa nuova religione e che, oltretutto, il singolo fedele cristiano debba essere perseguitato perché politeista? “(…) Il Messia Gesù, figlio di Maria, non è altro che un messaggero di Allah (…). Credete dunque in Allah e nei suoi Messaggeri. Non dite “Tre”, smettete! Sarà meglio per voi. Invero Allah è un dio unico” (4, 171). È forse accettabile?
Inoltre, la pergamena su cui sono scritte parti delle sure 18, 19 e 20 del Corano più antico conosciuto come il Corano di Birmingham, appartengono all’epoca meccana che va dal 610 al 622, eppure, tramite, la datazione al carbonio 14, essa risale ad un periodo tra il 568 e il 645. Intercorre un lasso di tempo di 42 anni tra il 610 e il 568, dunque i conti non tornano. Tom Hollande, esperto delle sure coraniche, ha affermato che “certo ciò destabilizza l’idea che noi abbiamo sull’origine del Corano e comporta delle implicazioni sulla storicità di Maometto e dei suoi seguaci”.
Sarà interessante analizzare quanto detto da Benedetto XVI nella ormai storica lectio magistralis tenuta all’Università di Ratisbona nel 2006 sul binomio fede e ragione, e su quanto sia irragionevole, e quindi contrario a dio, promuovere una religione tramite la violenza. O forse c’è ancora qualcuno pronto a ritenere l’islam una religione che promuove la pace nel mondo?



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21 dicembre 2017

Argento e Luxuria. Tutti contro il pessimo maschio occidentale?

di Lorenzo Zuppini
Si è sempre trattato di una rissa sgradevole che, come quasi sempre accade, lascia il tempo che trova. Si tratta oltretutto di duellanti che di peso culturale e personale ne hanno ben poco, o almeno questo è il mio modesto parere. Oppure volete dirmi che Vladimir Luxuria e Asia Argento rappresentano le colonne portanti di questo Occidente? Suvvia siamo seri. Né loro, né quella valle di lacrime alimentata dal piagnisteo trendy e modaiolo di tutti i protettori delle non-minoranze, non-violentate e non-odiate. Donne, gay, bisessuali, transessuali e chi più ne ha più ne metta. È un palco di figurine intercambiabili incapaci di una qualsiasi riflessione che vada oltre la punta del loro naso rifatto, che vada oltre la regola delle finte minoranze a rischio d’estinzione per via della solita cattiveria insita in quell’uomo occidentale bianco responsabile di ogni catastrofe, dall’orso polare magro che muore di fame, al femminicidio ogni tre giorni. E poco importa se il fratello islamico infibula la moglie, la copre con l’osceno burqa, fa maritare la figlia ancora minorenne, oppure impicca gli omosessuali in ossequio ad una legge di Stato. La colpa è nostra e che quel faro di speranza per una redenzione occidentale sia ben accolto a casa nostra. Non sto divagando.

La vicende a luci rosse, e di certo non di cronaca nera, del sofà del produttore cinematografico che potrebbe raccontare le storie di mille amplessi ed effusioni intercorse tra il potente del cinema e le belle attrici, è roba risaputa e accettata in ossequio ad un principio consistente nel lasciare ad ognuno di noi la libertà di fare del proprio corpo ciò che preferiamo. La legge deve intervenire in punta dei piedi, certamente senza spiare, origliare, pedinare i concubini o gli amanti, senza ergersi a potere moralista, bacchettone e sputtanatore. Se di peccati si tratta, la questione riguarda il peccatore e il suo confessore. Ma questo concetto è estraneo alle paladine del femminismo.

Palle. Ci vogliono queste, oggigiorno, per affermare a pieni polmoni che Asia Argento non è una vittima della violenza di un uomo, che le violenze sulle donne sono ben altro e che gli uomini non sono cani randagi pronti ad azzannare chiunque porti la gonna, per scostarsi dal conformismo del Presidente Grasso che, il 25 novembre, dall’alto del suo scranno, si è scusato a nome di tutti gli uomini per le violenze inflitte alle donne e per mandare a quel paese la signorina Argento quando afferma, dalla solidale Bianca Berlinguer, che “l’Italia è un paese misogino”.

Alla povera Luxuria, sebbene io non abbia ancora capito se debba esser considerata una donna a tutti gli effetti o no, ma sono al contempo certo che questo mio dubbio verrà considerato un insulto transfobo, vorrei dare una pacca sulla spalla. Mi intenerisci, cara o caro mio. Mi intenerisce la tua debolezza e mi fa addirittura pena la tua fame di notorietà e di perbenismo. Avevi detto tutto ciò che c’era da dire, ovvero che la storia della signorina Argento aveva zone d’ombra che minacciavano la genuinità della sua denuncia. Avevi detto che c’è differenza tra avances e stupro. Avevi preteso rispetto per la tua opinione e per i tuoi dubbi. Ma, appena ti sei trovata la baldanzosa signorina Argento davanti che ringhiava come il rottweiler con cui ha limonato su un palco, e che ti ha urlato “animale” in piena faccia, hai ritrattato tutto quanto scusandoti con quella che adesso magicamente ritieni la vittima perfetta della perfetta violenza maschile.

Il destino, il karma o la provvidenza (ognuno la chiami come vuole) mi ha fatto conoscere proprio il giorno dopo la trasmissione una donna che mi ha raccontato di una violenza subita 30 anni fa e che quando si era confidata per la prima volta nessuno le aveva creduto. Ha pianto davanti a me e io mi sono sentita di merda”. Pare sia l’evento che ha permesso a Vladimir Luxuria di tornare sui suoi passi. Personalmente la ritengo una banale scemenza, certamente non una riflessione, probabilmente tal evento non è neanche mai accaduto. Ma prosegue scrivendo che “ho esagerato e non ho dimostrato compassione e solidarietà. Mi sono rivista nella puntata e mi sono fatta schifo da sola nel riconoscermi” e, riferendosi alla Argento, che “ti ringrazio anche di non essere mai scesa a insulti transfobi per accusarmi: sei sempre stata con noi nelle battaglie Lgbt e credo anche io che saresti una testimonial contro tutte le violenze”. Ma che razza di rocambolesco cambiamento e che assurdo incedere da melodramma.
Dunque non solo la scienza moderna trasforma uomini in donne, ma addirittura delle gabbamondo in vittime serie. Era insomma necessario l’appoggio della non-vittima Argento, compagna di mille battaglie per la trasformazione delle voglie di coppie sterili in diritti riconosciuti dalla legge, proposta addirittura come testimonial per la prossima campagna elettorale che questo ciarpame scatenerà a senso unico contro il solito uomo bianco occidentale, maiale e misogino. La caccia alle streghe è aperta, e noi eretici verremo bruciati nelle pubbliche piazze sotto la montagna di ipocrisia e falsità che questa scalcagnata compagine di imbonitori crea ogni giorno.
Ma ditemi se è definibile misogino un mondo un cui Weinstein viene mandato a pedate a disintossicarsi dal sesso e, dopo vent’anni dal cunniligus, la signorina Argento si trova issata sul trono di questo regime neopuritano in salsa femminista e politicamente corretto.



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07 dicembre 2017

L'onda nera che avanza


di Lorenzo Zuppini

Si deve essere in malafede o totalmente scollegati dalla realtà per affermare, con un insopportabile cipiglio, che un’onda nera sta per travolgere l’Italia la quale rappresenta, tre le altre cose, il maggior rischio per gli ebrei, il popolo massacrato nel secolo scorso dal nazismo coadiuvato poi dal fascismo nostrano. Gli aperitivanti che, tra una tartina e l’altra, ogni mattina ritengono che lo tsunami nero si stia avvicinando sempre più alle nostre coste (e ovviamente non mi sto riferendo agli invasori clandestini, sebbene la metafora risulti ghiotta) fanno riferimento di volta in volta a dei casi di intemperanza da parte di gruppuscoli di estrema destra che esprimono in modo colorito le loro idee. Idee forti, talvolta assurde, spesso oggettivamente sbagliate su un piano storico, ma sempre di idee stiamo parlando. La peggiore carogna che mette in discussione l’Olocausto (pratica cara a certi soloni islamici) avrà comunque, a parere del sottoscritto, il diritto di esporre le proprie odiose idee per il semplice motivo che le idee non sono arrestabili, né se si tratta di una legge imbellettata e scritta da un parlamentare la cui famiglia è stata perseguitata dal nazismo, né se si tratta della richiesta avanzata dal peggior cascame comunista che, esponendo la propria faccia tosta, pretende tolleranza zero per chi professa il nazifascismo ma massima comprensione per chi sventola la falce e il martello. Ma si sa, chi scrive è un convinto liberale, e, sebbene vada di moda definirsi tali, in realtà in pochi si comportano di conseguenza.
Il mainstream grida allo scandalo per la visita fatta da un gruppo di skinhead ad un’associazione di Como chiamata “Como senza frontiere”. Le teste rasate sono entrate senza invito, hanno esposto la loro idea sull’operato dell’associazione (il cui scopo potete facilmente immaginare) ed hanno tolto il disturbo. Neanche una parolaccia, ma pare si tratti di blitz. I blitzettari, in realtà, sono gli unti del Signore come Emanuele Fiano che ritengono intelligente e costruttivo gridare costantemente all’onda nera che avanza e, addirittura, che sia utile creare una nuova legge che, aggiungendosi alla Mancino e alla Scelba, vieti le idee contenute in un busto o in un quadro. Non è sopportabile che il Fiano, sostenuto da quell’accrocco che è la sinistra oggi, giustifichi una legge liberticida ed inutile utilizzando il caso della propria famiglia: nessuno nega ciò che fu l’Olocausto, ma certamente non si può far leva sull’opinione pubblica contando le gocce di lacrime che qualcuno riesce a tirar fuori. Il fascino che esercita il fascismo, assai minore rispetto a quello esercitato dal comunismo, è del tutto fisiologico sebbene sia deprecabile: è un’ideologia antica, forte e che può far gola in momenti di crisi economica e valoriale, ma la nostra Repubblica italiana si è organizzata a dovere per scongiurarne il ritorno. Punto.
Siccome quelli che oggi hanno il coraggio di definirsi nazisti vengono ritenuti pericolosi per le comunità ebraiche, è probabilmente il caso di dare una sveglia ai bontemponi impegnati nell’aperitivo a base di antifascismo e immigrazionismo ricordando chi rappresenta oggi in Europa l’antisemitismo violento e pericoloso.
Nel 2015, arrivò un documento sulla scrivania del presidente israeliano Benjamin Netanyahu secondo cui ben 120mila ebrei, ovvero un quarto degli ebrei in Francia, avevano l’intenzione di trasferirsi in Israele. Un altro documento venne fatto recapitare sul tavolo del presidente, inviato dal ministero della Diaspora israeliano, secondo il quale la Francia era divenuto uno dei luoghi più pericolosi per gli ebrei. Si contano circa 550mila ebrei in Francia, a fronte di oltre 6 milioni di islamici, e ogni anno gli ebrei subiscono circa 500 attacchi.
In Inghilterra la situazione non è migliore: circa 100mila ebrei hanno dichiarato di voler abbandonare quel territorio per trasferirsi in Israele. Tutti voi ricorderete le parole del rabbino capo di Barcellona all’indomani dell’attentato terroristico islamico sulle ramblas, il quale affermò che “questo posto è perso. Meglio andarsene in Israele. La nostra comunità è condannata sia a causa dell’islam radicale sia per la riluttanza delle autorità a confrontarsi con questo”.
Nel 2015 lo Stato Islamico dell’Isis pubblicò un video in cui esortava i palestinesi ad attaccare senza sosta gli ebrei, e in quel periodo, lo sceicco Hassan Nasrallah leader di Hezbollah, dichiarò che “questa nuova intifada è l'unica speranza per i palestinesi di porre fine all’occupazione. Oggi stiamo assistendo a ciò che una nuova generazione è disposta a sacrificare per Gerusalemme, combattendo con i coltelli”.
Nell’estate del 1921 un certo Amin al Husseini, già odiatore di ebrei e fomentatore di violenze contro questi ultimi, viene nominato Gran Muftì di Gerusalemme, l’allora più alta carica islamica. Ebbene questo pagliaccio, quando nel 1933 Hitler salì al potere, confidò di “intravedere un nuovo radioso futuro”, predicendo “l’avvento di una nuova era di libertà per i musulmani di tutto il mondo”. Addirittura il 21 luglio del 1934 egli si recò in visita al nuovo console tedesco di Palestina, tale Dhöle, per instaurare un rapporto proficuo col nazismo e per capire “fino a che punto il Terzo Reich fosse disposto a sostenere il movimento arabo contro gli ebrei”. Mi pare di scorgere una certa stima nutrita dalla più alta carica islamica nei confronti di uno dei più grandi massacratori di ebrei. E la differenza, oggi, tra queste due realtà è macroscopica sebbene astutamente celata: esistono svariate leggi che impediscono il ritorno di una dittatura, che ne impediscono la propaganda e che sanzionano le opinioni che fomentano l’odio razziale. Al contrario, nel momento in cui chicchessia osi mettere in discussione la natura dell’islam, viene tacciato di islamofobia e ricoperto di improperi.
Potrei essere accusato di benaltrismo o addirittura di spalleggiare gli attuali neonazisti. In realtà il motivo per cui non posso definirmi antifascista è dovuto al fatto che, da liberale incallito, io sono contro ogni forma di totalitarismo, e, anche e soprattutto, perché definirsi oggi antifascisti significa infilarsi in un quel cascame di comunismo social mondano che osteggia gli skinhead ma tace quando i centri sociali aggrediscono Giampaolo Pansa o il professor Panebianco all’università.
Tra pochi giorni ricorderemo la nascita di un ebreo chiamato Gesù Cristo, ed è oggi ancor più importante di ieri ricordare chi incarni attualmente il vero odio antisemita.



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01 dicembre 2017

Una sconcertante visita in Birmania


di Lorenzo Zuppini

Alcune notizie sconcertanti dovrebbero toglierci il sonno sebbene mi dolga notare che tutti quanti sprofondate nei vostri cuscini, sereni come ebeti agnelli in fila al macello.
Intanto il Papa se ne è andato in Birmania per incontrare il generale Min Aung Hlaing, capo dell’esercito, e altri cinque generali della giunta militare. L’oggetto della visita pare fosse le violenze subite dagli 800mila musulmani Rohingya costretti, lo scorso agosto, a fuggire nel vicino Bangladesh. Volendo far finta di non sapere che si tratta anche di un terreno fertile per il terrorismo islamico, a tal punto che nel luglio 2016 un gruppo di jihadisti provenienti dal Bangladesh prese in ostaggio venti persone, di cui nove italiani, in un ristorante a Dacca finendo poi per sgozzarli, ci domandiamo per quale arcano motivo Papa Bergoglio avverta l’immane esigenza di spendere parole e sudore per la minoranza islamica ma non per quella cristiana che da oltre cinquant’anni viene perseguitata. Mi riferisco alle etnie Karen, Kachin e Chin, che hanno subito violenze sia dalla dittatura di Ne Win e anche dall’attuale giunta militare al potere. Tutto ciò pare debba finire in secondo piano: ma è il Papa nostro o di altri? È il successore di San Pietro o di Muhammad anche conosciuto come Maometto? I sentimenti di dolore per le violenze inflitte a degli innocenti risulta uguale a prescindere dalla etnia di queste ultime, ma del genocidio che viene perpetrato in metà mondo ai danni dei cristiani non ricordiamo molte parole spese dal Santo Padre.
Il quale, però, tra un viaggio e un altro, trova il tempo per impartire qualche lezioncina. Pare, a detta sua, che “quanti fomentano la paura nei confronti dei migranti, magari a fini politici, anziché costruire la pace, seminano violenza, discriminazione razziale e xenofobia, che sono fonte di grande preoccupazione per tutti coloro che hanno a cuore la tutela di ogni essere umano”. E ancora una volta notiamo con quale enfasi Jorge Bergoglio si spenda per gli altri bisognosi, intrufolandosi anche in questioni che dovrebbero appartenere al solo Stato, pretendendo che quest’ultimo diriga la propria attività di governo in base ai suoi consigli. Prosegue dicendo che “si è diffusa la retorica che enfatizza i rischi per la sicurezza nazionale o l’onere dell’accoglienza  dei nuovi arrivati”. E il suo pensiero va ai “250milioni di migranti nel mondo, dei quali 22milioni e mezzo sono rifugiati”. Numeri a parte, non posso non notare in quest’arringa un incitamento all’abbandono della propria Patria (Michela Murgia mettiti l’anima in pace), creando un mondo senza confini dove scompare di conseguenza il concetto di Stato sovrano, di leggi e di sanzioni in caso di trasgressione. In passato, qualcuno munito di folta barba già prospettava questa deriva con gli occhi sognanti, definendola però dittatura del proletariato. Non credo di essere un pazzo se noto un chiaro nesso tra il messaggio marxista e quello bergogliano. Se la parte di mondo maggiormente benestante dovesse accollarsi i 250milioni di migranti garantendogli gli stessi servizi di cui godono gli autoctoni, è plausibile pensare che avverrebbe un appiattimento verso il basso della condizioni di vita generale. Altro nesso, dunque: scomparirebbe la classe medio-alta, quella che il barbuto definiva borghesia, perché l’enorme bisogno di risorse potrebbe esser soddisfatto soltanto tramite la requisizione (chiamata oggi patrimoniale) delle ricchezze dei ricchi. Papa Francesco, è evidente, fa il tifo per questo risultato: un meticciato antropologico e culturale dove le differenze che caratterizzano il mondo intero vengono sostanzialmente azzerate. Ma essendo noi pur sempre degli animali, prevarrebbe sulle altre la cultura più forte che, ad oggi, pare sia quella del profeta Maometto e non quella di Gesù Cristo.
Arrivo a questa conclusione perché il dirigente scolastico Nicolò La Rocca, della scuola elementare e dell’infanzia “Ragusa Moleti” di Palermo, ha preso la scellerata decisione di proibire la preghiera mattutina agli alunni. È tecnicamente stupido, nel senso che danneggia enormemente e allo stesso tempo sia gli altri che sé stesso. La laicità dello Stato niente ha a che vedere con la preghiera mattutina o col crocifisso nelle aule: le chiese, i campanili, i dipinti, le statue, i Michelangelo, i Caravaggio, tutto ciò che il mondo intero viene ad ammirare dovrebbe allora essere distrutto. Qualcuno dovrebbe spiegare a La Rocca che non essere una teocrazia non significa rinnegare le proprie tradizioni e la propria cultura, e anche che la preghiera rivolta ad un uomo che pacatamente si fece flagellare, crocifiggere per poi perdonare i suoi aguzzini, certamente non può far male a nessuno. Al contrario, quel culo che occupa il mio marciapiede esaltando le gesta eroiche di un profeta guerriero, sanguinario e pedofilo, dovrebbe crearci molti problemi.
Appena il Papa avrà smaltito il jet-lag, spiegatelo anche a lui.



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