Visualizzazione post con etichetta fecondazione assistita. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta fecondazione assistita. Mostra tutti i post

12 novembre 2015

Il ritorno dell’eugenetica


di Giuliano Guzzo

All’indomani della Seconda Guerra Mondiale, la comunità internazionale, scossa dall’orrore dei lager, convenne sull’importanza di dover evitare il ripetersi di simili tragedie; mai più, fu la promessa. Un impegno solenne e internazionale che però non ha saputo frenare il riemergere di una fissazione che – dice la storia – interessò il regime di Hitler ben prima dell’Olocausto: quella eugenetica. Trattasi, in breve, della volontà di perfezionare la specie umana, valutata alla stregua di una razza che deve essere protetta, per così dire, da “contaminazioni” fisiche e genetiche. Questo culto della perfezione, al di là delle immorali tesi che sottende, reca con sé il rischio di allarmanti derive, come ha dimostrato l’Aktion T4, il programma di sterilizzazione e soppressione col quale i nazisti, dal 1940 al 1942, eliminarono più di 70.000 loro concittadini disabili o reputati tali.
Ebbene, ad appena settant’anni da quella stagione di barbarie, anche se può sembrare assurdo, l’eugenetica è nuovamente tra noi. L’incubo del miglioramento della razza è infatti tornato, anche se sotto mentite spoglie: non più scienziati nazisti, ma affermati studiosi e, al posto dei campi di lavoro, ospedali e laboratori d’avanguardia. Il risultato, però, è il medesimo: l’eliminazione dei più deboli. La prova forse più evidente viene dalla progressiva scomparsa delle persone affette dalla Sindrome di Down. Non nascono più. Ne è un esempio quel che accade in Inghilterra e Galles, dove nel 1990 le diagnosi prenatali di sindrome di Down erano state 1.075, mentre nel 2008 hanno toccato quota 1.843 (+70%). Una crescita considerevole alla quale non è però corrisposto un aumento delle nascite, che invece sono addirittura calate di 1 punto percentuale, passando da 752 a 743. Merito, si fa per dire, del fatto che le coppie che ricorrono all’aborto dopo aver appreso di attendere un figlio Down, in Inghilterra, è pari al 92%. In Francia le cose non vanno molto meglio se si considera che, in replica ad un emendamento che prevedeva, per le donne incinte di bambini Down, l’indicazione di associazioni «che si prendono cura dei bambini Down e le loro famiglie», il deputato Olivier Dussopt, avrebbe detto:«Quando sento che “purtroppo” il 96% delle gravidanze con Sindrome Down finisce con l’aborto, la vera domanda che mi faccio è perché ne rimane il 4%».
Ma l’attuale tendenza eugenetica è più ampia e non interessa la sola Sindrome di Down, come ha avuto modo di spiegare anche Bromage, che ha sottolineato l’esistenza di «un trend in aumento di diagnosi prenatale e di aborti di feti che sarebbero nati con disabilità» (Med. Humanities 2006; 32 (1):38-42). Ad ampliare il raggio dell’eugenetica prenatale, da alcuni anni, c’è poi la diagnosi preimpianto, tecnica che consente di selezionare, come fossero oggetti, gli embrioni privi di malattie genetiche e dunque utili alla fecondazione extracorporea. Un abominio, questo, ampiamente prevedibile e previsto dato che già tre anni dopo il lancio del Progetto Genoma, mirato alla mappatura del patrimonio genetico umano (genoma), il biologo Bertrand Jordan scriveva: «L’impatto del Progetto Genoma sulla società è lungi dall’essere insignificante. Le nuove conoscenze che abbiamo ottenuto conducono all’eliminazione degli embrioni attraverso la diagnosi prenatale e la possibile interruzione della gravidanza» (Travelling Around the Human Genome, Inserm 1993, p. 168).  Così l’eugenetica ha preso piede al punto che, per assurdo, nemmeno quando un bimbo disabile riesce a sopravvivere allo screening prenatale e a venire al mondo, oggi, è al sicuro. Soprattutto nella civile Inghilterra, dove il prestigioso Royal College of Obstetricians and Gynaecology, non più tardi di qualche anno fa, ha lanciato un appello a dir poco inquietante: «Let us kill disabled babies», lasciateci uccidere i bambini disabili. Parole che non abbisognano di commenti e che tradiscono, di fatto, un odio preoccupante per i più deboli.
Una categoria particolarmente a rischio, oggi, è anche quella dei nati prematuri: uno studio europeo condotto su 1400 medici di 10 nazioni ha messo in luce percentuali bassissime di neonatologi che tenterebbero di rianimare un neonato prematuro di 24 settimane di età gestazionale: in Olanda, ad esempio, appena l’1% dei medici ha dichiarato che lo farebbe (Cfr. J Pediatr 2000; 137:608-15). Una tendenza tutt’altro che isolata se si considera che circa vent’anni fa, in Svezia, furono emanate raccomandazioni selettive e restrittive con le quali si sconsigliava apertamente la rianimazione di neonati prematuri. Ancora più impressionante, al riguardo, è l’esito di uno studio del 2004 che ha messo in luce come l’80% dei medici francesi si sia espresso favorevolmente all’eutanasia attiva in casi neonatali e l’abbia persino praticata (Cfr. Arch Dis Child Fetal Neonatal 2004; 89:19-24).
A questo punto, sorge spontanea una domanda: come si è potuti arrivare a tutto questo? Non più tardi di qualche decennio fa, lo ricordavamo all’inizio, gli Stati si impegnarono in favore di una stagione di pace e con la Dichiarazione universale dei diritti umani del ’48 si affermò che «tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti». Come si spiega, allora, l’attuale successo dell’eugenetica?
Per rispondere a questo interrogativo, occorre fare, anche storicamente, un passo indietro ricordando anzitutto che l’eugenetica di Stato non fu affatto una invenzione nazista, bensì statunitense. La prima vera e propria legislazione in materia, infatti, fu emanata dallo Stato del Connecticut addirittura nel 1896; ma, soprattutto, è curioso notare come quando la Germania di Hitler, nel ’33, adottò leggi che autorizzavano la sterilizzazione e l’aborto obbligatorio, fosse stata già anticipata addirittura da 28 Stati americani. Segno che la barbarie eugenetica, contrariamente a quel che si crede, non abbisogna affatto, per manifestarsi, di feroci dittature, anzi: attecchisce meglio in regimi politici democratici, dove il gran parlare di “diritti”, spesso, trasmette alla gente un mendace senso di distensione. Apriamo qui una parentesi per ricordare che la stessa Legge 194/’78, ancora oggi tanto osannata da politici e intellettuali nostrani, apre de facto all’eugenetica laddove, al comma 2 dell’articolo 6, annovera le «rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro» tra le cause che possono giustificare l’aborto procurato dopo il novantesimo giorno dal concepimento.
Tutto questo per stare sul versante politico. Le sue radici filosofiche dell’eugenetica invece, devono essere ricercate nel pensiero di Francis Galton (1822-1911), cugino di Charles Darwin e inventore del darwinismo sociale, teoria fondata sull’opportunità di incoraggiare la procreazione dei “migliori” e di limitare, invece, quella degli individui reputati di ceppo scadente, inferiore o malato. Un chiarimento di questa prospettiva ce la offre Friedrich Nietzsche quando, con parole inequivocabili, scrive:«I deboli e in malriusciti devono perire, questo è il principio del nostro amore gli uomini» (L’anticristo, Adelphi 1970, p.169). In epoca contemporanea, considerazioni simili sono state riprese da Aldous Huxley, primo direttore dell’UNESCO e presidente, per diversi anni, della Eugenetics Society, il quale, nel suo Ritorno al Nuovo Mondo (Mondadori, 1961), fece capire di essere terrorizzato dalla prospettiva di «una maggioranza di umani di qualità biologicamente inferiore». Per venire agli ambienti scientifici, anche il celebre zoologo Desmond Morris ebbe a dirsi quasi rammaricato dal fatto che, finora, «le fantascientifiche idee allevamenti di bambini, attività sessuale in comune, sterilizzazione selettiva, e divisione dei compiti riproduttivi sotto il controllo dello Stato, non si sono avverate» (La scimmia nuda, Bompiani, 1987, pp. 107 – 108).
Ora, dietro questa pesantissima svalutazione della dignità umana, favorita oggi anche da una sorta di riduzionismo consumistico che tende ad equiparare il valore delle persone alle loro abilità o capacità, c’è, in sostanza, un’antropologia nichilista, priva di orizzonti metafisici e incapace di cogliere la grande verità che il cristianesimo, con Agostino – ma anche con tantissimi altri -, ha affermato a chiare lettere: «Ogni uomo è una persona» (De Trinitate, XV, 7, 11). Significa che ciascuno di noi – a prescindere dai tratti intellettuali, fisici o anagrafici che lo caratterizzano – rappresenta un patrimonio unico, di valore inestimabile. E merita, in quanto essere umano, di essere accolto, ascoltato, amato. Senza se e senza ma.

http://giulianoguzzo.com/2012/07/09/il-ritorno-delleugenetica/
 

08 marzo 2015

Per rispettare veramente la donna



di Giuliano Guzzo

Più ci si avvicina all’8 marzo e più cresce l’avvilente presagio del sermone mediatico che, ancora una volta, ci toccherà: la donna ha ancora pochi diritti, il mondo è sessista, la parità purtroppo lontana. Il tempo passa ma la musica, suppergiù, rimane questa. E sarebbe essere un problema tutto sommato relativo, da affrontare armati di pazienza, se non vi fossero all’orizzonte sempre più segnali di un degrado della condizione femminile ben più seri del mancato utilizzo, da parte degli italiani, di termini quali “ministra” o “prefetta” o “capa”; sì, perché anche se può sembrare assurdo – e in effetti lo è – l’ultima battaglia del femminismo 2.0 è la modifica del vocabolario comune. Il problema della discriminazione ai danni della donna, viene detto, deriva anzitutto dal linguaggio, l’ultima fortezza sessista ancora da espugnare. La realtà però è ben diversa; e non perché il linguaggio di per sé non conti nulla o sia da ritenersi neutro a priori, intendiamoci.
 

04 febbraio 2015

Tre genitori e nessun cuore



di Giuliano Guzzo

In Gran Bretagna, ieri, si è votata l’introduzione di una tecnica che prevede embrioni ‘con tre genitori’, ossia con due Dna femminili ed uno maschile.

Ora, già il fatto che si sia messa ai voti una proposta simile, la dice lunga sul caos di una democrazia che – senza valori e aggrappata solo alla correttezza delle sue procedure – brancola nel buio. Ma soprattutto tanti ed amari sono i paradossi dei nostri giorni che la votazione britannica conferma: disponiamo di modi sempre nuovi per “creare” i figli, ma spesso non riusciamo più ad educarli; da una parte arriviamo ad abortirli calpestando la volontà di Dio, dall’altra li vorremmo fabbricare come se noi fossimo Dio; ricorriamo a tutte le tecniche contraccettive possibili e poi, quando è il momento, chiediamo alla tecnologia quello che abbiamo rifiutato dalla natura.
Il vero fallimento dunque non è neppure che un figlio possa avere tre genitori genetici, ma che di questo passo molti figli potrebbero faticare a trovarne due di responsabili e naturali, uniti e distinti, un uomo ed una donna, com’era quando la follia non veniva messa ai voti.

http://giulianoguzzo.com/2015/02/04/tre-genitori-e-nessun-cuore/
 

05 luglio 2014

Vita e morte a duello

di Giuliano Guzzo

Chi pensava che la bioetica sarebbe rimasta disciplina meramente accademica e per pochi, magari confinata in qualche isolato comitato di esperti, ha continua dimostrazione di come la realtà, con le continue sfide che propone, vada in senso del tutto opposto: dalla battaglia contro l’obiezione di coscienza (si pensi a quanto accade nel Lazio) a quella per la promozione della contraccezione, dalla volontà di rendere più accessibile l’aborto alla previsione della fecondazione extracorporea in tutte le sue varianti (si pensi al divieto dell’eterologa, dichiarato incostituzionale), è continuo moltiplicarsi di fronti uno più urgente dell’altro per chiunque abbia a cuore le sorti di un’umanità sempre più individualista e sedotta da tentazioni prometeiche, incurante di «che cosa sia in effetti il valore della vita» [1].
 

25 maggio 2012

La cicogna eterologa

Con questo articolo inizia la sua collaborazione con noi Ilaria Pisa. Di origini genovesi ed ebraiche, che spiegano il caratteraccio, ma non la prodigalità. Dottoranda di Diritto Penale all’Università di Pavia, dove è nota per tenere accesa nello studiolo la stufa fino a maggio. Anacronisticamente guelfa, le sue posizioni in materia di fede, politica, economia e quant’altro sono appositamente studiate per poter ricevere aspre critiche da tutti. Si è molto risentita quando Berlusconi ha espresso l’inclemente parere sul sex appeal della Merkel: sperava di essere esclusiva titolare di quell’epiteto.