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28 gennaio 2018

La Liguria e l'inganno fatale della contraccezione

di Alessandro Rico - Twitter @ricoalessandro
(da La Verità) 
Quello che rivelano i dati dell’ultimo rapporto del Ministero della salute sull’applicazione della legge 194, che a maggio compirà quarant’anni, può sorprendere solo chi crede che a una maggior diffusione della contraccezione, in particolare quella ormonale, considerata la più efficace, corrisponda necessariamente una diminuzione delle interruzioni volontarie di gravidanza. E invece, per quanto sembri scontata tale correlazione, il caso della Liguria testimonia come sia una certa mistificazione culturale e antropologica la vera radice della pratica dell’eliminazione del feto, indipendentemente dal massiccio ricorso ai metodi contraccettivi.

Come riportato anche dal quotidiano genovese Il Secolo XIX, infatti, la Liguria è «in vetta alle statistiche nazionali per il numero di aborti in proporzione alla popolazione (8.8 interruzioni di gravidanza ogni mille donne in età fertile, quasi 270 aborti ogni mille nati vivi); registra il dato più alto in assoluto per gli aborti tra le giovanissime (4.3 su mille tra i 15 e i 17 anni)» e presenta pure il primato nel ricorso alle tecniche non invasive di interruzione della gravidanza, quali la controversa pillola Ru486, definitivamente approvata in Italia nel 2009, che provoca l’espulsione dell’embrione dopo circa 48 ore dall’assunzione. All’ospedale Villa Scassi di Sampierdarena, addirittura, la percentuale di aborti con la pillola supera il 66%.

Al tempo stesso, però, la Liguria è altresì una delle regioni in cui è più diffuso l’utilizzo della pillola anticoncezionale (da non confondere, appunto, con la pillola abortiva Ru486, che in quanto tale è assunta non per «prevenire», bensì per interrompere la gravidanza). Secondo i dati Istat/Imf, il Settentrione è in generale più disposto all’impiego dei metodi contraccettivi. E se, a livello nazionale, la contraccezione ormonale viene usata dal 16.2% della popolazione femminile, molto meno rispetto alla media europea, la percentuale sale, in Liguria, fino al 20.1%. Dietro soltanto alla Valle d’Aosta, la quale, con il 23%, ha però un tasso di aborti in rapporto alla popolazione soltanto di poco inferiore a quello ligure, e alla Sardegna, con il 30.3% e un’abortività che, invece, è al di sotto delle sei interruzioni di gravidanza ogni mille nati vivi.

Può meravigliare che il collegamento, all’apparenza tanto ovvio, tra incremento della contraccezione e diminuzione degli aborti, sia poi smentito dai fatti. Eppure, quello della Liguria non è nemmeno l’esempio più eclatante. È la Francia a offrire lo scenario più preoccupante. Nella patria del ’68; nella culla della rivoluzione sessuale europea e dell’emancipazione femminile, dove, nel febbraio 2017, fu approvata una legge per l’estensione del reato di «ostacolo all’interruzione volontaria di gravidanza» ai siti web pro-life; nel Paese in cui il 50% delle donne tra i 15 e i 49 anni assume la pillola anticoncezionale, circa una donna su tre ha abortito almeno una volta. Oltralpe, quello dei bimbi non nati è oramai un fenomeno dalle proporzioni bibliche, una vera e propria strage degli innocenti: si parla di quasi 210.000 aborti l’anno, un dato mantenutosi più o meno costante dall’inizio del XXI secolo. Sono cifre fortunatamente lontane da quelle registrate in Italia: nel nostro Paese, nel 2016 sono state praticate circa 85.000 interruzioni volontarie di gravidanza, in calo del 3% rispetto all’anno precedente. Gli aridi numeri, tuttavia, assumono una colorazione diversa nel momento in cui quei feti vengono considerati non più come scomodi fardelli di cui liberarsi, bensì come doni rifiutati, possibilità annientate, vite rubate.

Checché se ne dica sull’efficacia della «liberalizzazione» dell’aborto introdotta dalla legge 194, a spiegare perché, spesso, la contraccezione non riduca le interruzioni volontarie di gravidanza, è la «cultura dello scarto» denunciata da Papa Francesco, quella che ci induce al disprezzo degli «esseri umani più deboli e fragili, cioè i nascituri, i più poveri, i vecchi malati, i disabili gravi». Ed è grave che queste stragi siano gabellate per conquiste di libertà. Così, la soppressione di chi ha contratto una malattia o è portatore di handicap, persona ingombrante, poiché ci ricorda l’abisso di dolore in cui può precipitare l’esistenza umana, viene spacciata per un gesto di pietà e di trionfo dell’autodeterminazione. L’uccisione, nel grembo delle madri, di bambini trattati alla stregua di «grumi di cellule», pratica barbara che, da candidata alla presidenza, Hillary Clinton proponeva di prolungare, in certi casi, persino fino al nono mese, viene infiocchettata con la menzogna della «salute riproduttiva» o della «libertà di scelta» delle donne. Gli stessi slogan cui faceva ricorso Planned Parenthood, la catena americana di cliniche abortiste scoperta a smerciare illegalmente parti anatomiche dei feti. La stessa concezione sbandierata dalle femministe, sedicenti anticapitaliste ma feroci «proprietariste», allorché in ballo c’è il diritto, l’unico vero diritto «indisponibile», alla vita.
Alla fin fine, il paradosso non è tanto che la diffusione della contraccezione non sia immediatamente connessa a una riduzione degli aborti. L’assurdità è che, mentre il nostro Paese raggela in un inverno demografico cui ci si propone di rimediare deportando disperati dall’Africa, dal 1978 si sia impedito di nascere a quasi sei milioni di italiani. Forse non è un caso, se sono tanti quanti gli ebrei massacrati dai nazisti.
 

18 dicembre 2017

Contenimento delle nascite: rinuncia consapevole o suicidio indotto?


di Massimo Contini

Confucio (come mia zia), diceva che “i bambini significano felicità” e infatti fino agli anni ’50 in Cina l’aborto e la contraccezione erano vietati. A un certo punto, però, la natalità era talmente alta che nel 1953 è stata permessa la contraccezione e poi nel 1957 anche l’interruzione di gravidanza. Ma i bambini hanno continuato a nascere vorticosamente e si è arrivati al punto che la sovrappopolazione è stata considerata esplicitamente “un ostacolo allo sviluppo e alla modernizzazione”.

Si è cominciato così con lo Wan Xi Shao, ossia “sposatevi piu’ tardi – fateli piu’ distanziati – fatene solo due”. Ma non bastava. Ancora troppe nascite. Il punto di picco lo si è toccato nel 1979: il 25% della popolazione mondiale era cinese e due terzi avevano meno di trent’anni! E’ partita così la “politica del figlio unico” per raggiungere la “crescita zero” nel 2000.

Visti i primi risultati positivi, già a fine anni ’80 si è attenuata la legislazione di contenimento delle nascite, finché – centrati gli obiettivi – nel 2013 la politica del figlio unico è stata abolita: le famiglie cinesi oggi possono avere due figli senza incorrere nel pagamento di sanzioni. Vi chiederete come mai riporto la sintesi delle vicende cinesi in materia di contenimento delle nascite.

Ebbene, esistono due diversi modi per far fronte alla pressione demografica:

uno è il metodo coercitivo/punitivo, ossia quello cinese;

l’altro quello persuasivo/pervasivo/perversivo, ossia quello nostrano, “occidentale” potremmo dire. Il nostro è partito in sordina (ma subito ben sponsorizzato e finanziato dai centri di potere che contano), negli anni ’40 con i Planned Parenthood americani per promuovere aborto e contraccezione, ed è arrivato settant’anni dopo – attraverso vari passaggi successivi (’68; amore libero; divorzio; rivendicazioni LGBT; umanizzazione degli animali in sostituzione dei figli; teoria del Gender ) – a importi oggi di fare squirting dopo il sesso anale in una gangbang con tua cugina e un trans mentre nel contempo diventi top manager. Altrimenti sei un fallito.

Questi sono i modelli venduti e imposti da lavatrici psichiche come Mtv, Grandi fratelli, baracconi Pop e partiti Radicali. E se tu, donna, fai un figlio prima dei trent’anni, sei una fallita, sei una frustrata che si dedica ai figli perché non ha saputo conquistarsi la sua emancipazione e libertà.

Viagra e Cialis hanno poi dato il colpo di grazia. Fino a che, stare sotto i quattro orgasmi settimanali a rating quattro stelle (in scala da uno a cinque), fa di te un fallito/a. Il risultato sono ragazzine anoressiche e ragazzini impauriti; cinquantenni con pancetta che fanno palestra e solarium; chirurgia estetica per nonne tatuate che si sentono ancora “vive” e l’incapacità cronica e diffusa per tutti di accettare il tempo che passa.

Tornando al contenimento delle nascite, quindi, quale dei due sistemi – cinese e occidentale – può essere considerato migliore? Non c’è dubbio: quello cinese. Vietateci i tre figli e multateci il secondo. Ma diteci la verità. Non trattateci come pecore, prendendoci per i fondelli e convincendoci che si tratti di una nostra autonoma rivendicazione di libertà.

http://www.lefondamenta.it/2017/12/15/contenimento-delle-nascite-rinuncia-consapevole-suicidio-indotto/



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02 febbraio 2017

Per ridurre gli aborti occorrono restrizioni. Parola di abortisti


di Giuliano Guzzo

Per limitare il numero degli aborti occorre complicarne l’accesso. Sai che scoperta, si dirà. In effetti la cosa è abbastanza intuitiva. Meno scontato è però che a riconoscere quest’evidenza sia nientemeno che il Guttmacher Institute, istituto di ricerca che fa capo a Planned Parenthood, l’ente abortista più grande del mondo. Eppure l’ammissione traspare chiaramente nell’articolo firmato da Rachel K. Jones e Jenna Jerman e appena pubblicato su Perspectives on Sexual and Reproductive Health laddove, dinnanzi ai 926.220 conteggiati negli Stati Uniti nel 2014 – il minimo storico -, si sottolinea come le nuove restrizioni anti aborto entrate in vigore in alcuni Stati, in questo calo, un ruolo l’abbiano avuto. Non quello principale, si sono subito affrettate a precisare le studiose, ma senza dubbio con la riduzione degli aborti c’entrano. Il che, detto da fonti pro choice, è senza dubbio una notizia.

Da decenni, infatti, il tormentone progressista vuole come sola via per il decremento delle pratiche abortive la maggiore diffusione della contraccezione. Una tesi ripetuta fino alla noia e non solo mai provata, ma addirittura contraddetta dall’esperienza di diverse nazioni. Si pensi alla Spagna dove, secondo uno studio pubblicato nel 2011, nell’arco di una decade all’aumento del 63 per cento dell’uso dei contraccettivi è corrisposta una crescita addirittura al 108 per cento del tasso di aborto. In modo del tutto simile in Svezia, tra il 1995 ed il 2001, durante un periodo di facilitazione della diffusione dei contraccettivi, il tasso di aborto delle adolescenti è lievitato del 32 per cento. Il mito della contraccezione come panacea di tutti i mali è sconfessato pure da Cuba, dove si registrano 41,9 aborti ogni 100 gravidanze e 72,8 aborti ogni 100 parti nonostante una copertura contraccettiva molto elevata.

Avrebbe dovuto far riflettere anche la situazione italiana dato che nella nostra penisola gli interventi abortivi risultano da anni in calo a dispetto di un modesto ricorso alla contraccezione, rispetto ad altri paesi europei. Ciò nonostante, fino alla recentissima pubblicazione del Guttmacher Institute, nella quale comunque il ruolo positivo nella riduzione degli aborti da parte delle restrizioni viene riconosciuto a denti stretti, la contraccezione veniva indicata come l’unica strada percorribile. E non è da escludere che così continui ad essere sia perché alle posizioni ideologiche dopo un po’ ci si affeziona, sia perché la limitazione o il divieto di aborto, ancorché riconosciuti efficaci, verranno comunque sempre presentati come misure oscurantiste e pericolose per la salute della donna. Questo, ancora una volta, a scapito di evidenze che invece suggeriscono l’opposto.

Un articolo uscito sulla rivista scientifica PLoS ONE nel 2012 chiariva infatti come vietare l’aborto non comporti, di per sé, alcun aumento della mortalità materna, cosa del resto già testimoniata dal caso dell’Irlanda dove, con detta proibizione, nel 2005 si registrò la più bassa mortalità materna a del mondo. Viceversa, un esame delle cartelle cliniche di 463.473 donne, effettuato in Danimarca considerando un arco temporale fino a dieci anni dalla prima gravidanza, a fronte di un aborto indotto ha riscontrato tassi di mortalità materna significativamente più elevati. Per non parlare dei legami, anch’essi accertati, tra soppressione prenatale e infezioni all’utero, placenta previa e cancro al seno. Sono dunque coloro che vorrebbero facilitare l’accesso all’aborto, non certo quanti invece vorrebbero vietarlo, i veri nemici della salute della donna.

Ad ogni modo, chi ritenesse troppo drastico e impopolare rendere nuovamente illegale la pratica abortiva, potrebbe comunque riflettere su quanto deciso nel 2009 da Janice Brewer, governatore dell’Arizona che nel settembre 2011 riuscì ad ottenere uno sbalorditivo calo degli aborti, pari a quasi il 31 per cento, rispetto a quelli conteggiati lo stesso mese dell’anno precedente. Come? Imponendo, per ogni accesso all’aborto, oltre ad un adeguato periodo di attesa, il consenso parentale, l’ecografia, l’obbligo di fornire informazioni adeguate sui rischi dell’intervento, sullo sviluppo fetale e sulle possibili alternative. Tutte cose che sarebbe molto utile fossero introdotte anche in Italia, dove il calo delle interruzioni volontarie di gravidanza, come vengono eufemisticamente chiamate, è già in corso ma non certo grazie, bensì nonostante la legge.

Il fatto è che per arrivare a limitare l’accesso all’aborto occorre anzitutto iniziare a ritenerlo un problema, mentre invece si tende sempre più a considerarlo – come sostiene sulla sua pagina Facebook Roberto Saviano, scrittore incautamente prestato alla bioetica – «un diritto acquisito da difendere a tutti i costi». Al punto che si segnalano, come quanti seguono la cronaca sanno bene, ripetuti tentativi di bandire l’obiezione di coscienza e d’intimorire a colpi di querele tutti quei medici e farmacisti ancora fedeli al giuramento d’Ippocrate. Ma finché si continuerà a ragionare così, coi paladini dell’autodeterminazione estrema liberi di spararla grossa e con un mondo cattolico spesso titubante, quando non perfino arrendevole dinnanzi alla cultura dominante, c’è ben poco da stare allegri. Per fortuna che sull’utilità di limitare l’accesso all’aborto, in questi giorni, alcuni si sono esposti. E sono, manco a dirlo, degli abortisti.

https://giulianoguzzo.com/2017/02/02/per-ridurre-gli-aborti-occorrono-restrizioni-parola-di-abortisti/

 

12 settembre 2016

Il (falso) mito dell’educazione sessuale



di Giuliano Guzzo

Che differenza c’è fra un’inchiesta giornalistica e uno spot propagandistico? Apparentemente sono cose diversissime come diversissime, si sa, sono l’informazione e l’ideologia. Vi sono tuttavia casi nei quali la propaganda, per apparire autorevole – ed essere quindi più efficace -, assume le mendaci sembianze dell’inchiesta giornalistica. Un esempio lampante è quello delle due intere pagine – la 24 e la 25 – con cui il Corriere della Sera, proponendo ai suoi lettori formalmente un’inchiesta, ha in realtà confezionato un formidabile spot a favore dell’educazione sessuale obbligatoria nelle scuole. La linea che su questo delicato argomento il primo quotidiano d’Italia sposa senza esitazioni è tutta già condensata nelle prime righe dell’articolo: «La scuola dovrebbe occuparsene di più. Parlare di amore, relazioni, sesso. Dei corpi che crescono e cambiano, delle emozioni che si agitano, come stagioni impazzite, dentro cuori impreparati. E invece, dopo 25 anni di proposte, non c’è una legge che istituisca corsi obbligatori» (p. 24). Ora, al di là della dubbia qualità poetica di certe espressioni – «emozioni che si agitano, come stagioni impazzite, dentro cuori impreparati» -, il senso del discorso è fin troppo chiaro: urge una legge che introduca «corsi obbligatori» nelle scuole nei quali si parli «amore, relazioni, sesso».
A suffrago della sua tesi, il Corriere presenta da un lato la solita carrellata di pareri più o meno autorevoli e più o meno generici e, dall’altro, mostra ai lettori un’immagine della situazione europea mettendo in luce il fatto che diversi Paesi hanno già provveduto ad introdurre quell’educazione sessuale obbligatoria rispetto alla quale «l’Italia resta, sola in Europa, senza un quadro normativo di riferimento» (p.25). Sopra l’articolo, la foto di due ragazzi che si fissano: quello a sinistra è un ragazzo, mentre il sesso del soggetto a destra, dai capelli corti e dall’aspetto androgino, non è chiaro: un piccolo capolavoro di propaganda, insomma, per scardinare pure visivamente l’idea che l’amore possa o debba essere fra maschio e femmina. Torniamo però a quanto afferma la discutibile inchiesta, e cioè l’assenza di una legge che in Italia istituisca a scuola «corsi obbligatori» nei quali si parli «amore, relazioni, sesso»: cosa vera. Benché se ne parli dal tempo (la prima proposta di legge risale al 1975 ed era del Partito Comunista), il nostro Paese non ha una norma in tal senso. C’è però da chiedersi – dilemma che il Corriere neppure si pone – se ciò sia un male o sia un bene. Il solo modo per chiarire questo dubbio evitando riferimenti confessionali o morali (che pure sono di massima importanza, considerando il primato educativo della famiglia), è guardare alla situazione europea per confrontarla con quella italiana.
Ora, in teoria i Paesi nei quali l’educazione sessuale nelle scuole è prevista da tempo dovrebbero mostrare un quadro ben più confortante di quello dell’arretrata Italia: meno malattie sessualmente trasmissibili, meno gravidanze fra le giovanissime, meno episodi di bullismo, meno casi di “omofobia”. E’ così? Prima di vederlo, occorre prima intendersi su quale educazione sessuale vada oggi per la maggiore in Europa. La illustra bene Il bambino denudato (Fede&Cultura, 2016), il nuovo libro dello psicologo-psicoterapeuta Gilberto Gobbi – testo di cui consiglio a genitori ed educatori l’acquisto – nel quale viene esaminata l’educazione sessuale secondo le schede dello Standard/OMS. Trattasi di schede diffuse dall’Ufficio Regionale per l’Europa dell’OMS nel 2010, dopo averle commissionate al BZga di Colonia, Centro già noto per le posizioni abortiste, e che – come ben spiega Gobbi nel suo libro – apparentemente promuovono l’educazione sessuale olistica, cioè onnicomprensiva di tutti gli aspetti e le implicazioni della sessualità umana, ma in realtà considerano «solo alcuni aspetti della persona, quelli fisici e psicologico» mentre la dimensione spirituale e religiosa non viene considerata «neppure come possibilità» (pp.15-38). Morale: più che educazione sessuale, è apologia della contraccezione e del piacere fine a se stesso.
Chiarito quindi quale tipo di (dis)educazione sessuale verosimilmente si vorrebbe introdurre anche in Italia, passiamo ora a considerare i “successi” conseguiti dai Paesi ritenuti più evoluti dell’Italia. Successi che, francamente, diventano difficili da apprezzare. Infatti l’Europa da cui dovrebbe prendere esempio il nostro Paese è quella nella quale le malattie sessualmente trasmissibili sono in aumento; in particolare – segnala un rapporto dell’European center for diseases control – è allarme clamidia: peccato che oltre l’80% di queste infezioni si concentri in appena quattro Paesi: Svezia, Norvegia, Gran Bretagna e Danimarca. Trattasi non solo di Paesi dove l’educazione sessuale scolastica è diffusa, ma fra i quali c’è la Svezia: il primo Paese europeo a rendere obbligatorio il suo insegnamento nel lontano 1956, sin dalle elementari. Come mai allora questa situazione? Sarebbe bello che il Corriere, abbandonando l’attuale parzialità, realizzasse un’inchiesta su questo. Allo stesso tempo, sarebbe bello che i giornalisti del primo quotidiano d’Italia – e con loro quanti credono opportuna l’educazione sessuale nelle scuole, fra i quali vi sono intellettuali notevoli, come Rocco Siffredi – cercassero di capire come mai i Paesi nei quali questa è diffusa da molti anni sono pure quelli nei quali le gravidanze fra le giovanissime sono più diffuse.
Avete letto bene: considerando la situazione di Paesi nei quali l’educazione sessuale è insegnata nelle scuole – in Francia, per esempio, è inserita nei programmi scolastici fin dal 1973 – si vede come in questi le ragazze abortiscano fino a quattro volte di più rispetto alle altre, fra cui le Italiane. L’educazione sessuale non c’entra, dirà qualcuno? Strano, perché vi sono studi che suggeriscono come programmi scolastici volti a diffondere nei giovani la contraccezione abbiano ottenuto un aumento del numero delle gravidanze. «Quali sono – si chiede dunque il medico e bioeticista Renzo Puccetti – le prove a sostegno del fatto che il più vasto ricorso alla contraccezione ridurrebbe il numero di aborti? La risposta della scienza è: nessuna» (Vita e morte a duello, Fede&Cultura 2014, p.80). Se l’educazione sessuale nelle scuole è così inefficace – si penserà – almeno sarà utile come forma d’incentivo al rispetto dell’altro, contro il bullismo. Bella ipotesi: peccato non sia – neppure questa – suffragata da dati: infatti in Italia, che dovrebbe essere messa malissimo da questo punto di vista, appena il 5% dei giovani fra gli 11 ed i 15 anni risulta vittima di accertati episodi di bullismo: in pratica siamo a livelli svedesi e messi molto meglio di Spagna, Germania e Austria (AA.VV. (2015) Skills for Social Progress. The Power of Social and Emotional Skills. «Organisation for Economic Co-operation and Development»: p.20).
Dulcis in fundo, neppure considerando l'”omofobia” la “medievale” Italia sfigura: i dati dell’European Union Agency for Fundamental Rights (2012) basati sulla percentuale di cittadini LGBT dichiaratisi vittime di violenza o minacce negli ultimi cinque anni, infatti, vedono la Gran Bretagna (31%), il Belgio (27%), la Francia (26%), la Danimarca (23%) e la Germania (22%) – Paesi osannati come fari del progresso – messi peggio di noi (19%). Un dato, questo, che  – sommato a gli altri –  non può non far scaturire una domanda: perché? Come mai Paesi che da decenni investono fiumi di danaro sull’educazione sessuale scolastica sono nella situazione dell’Italia (raramente) o in una molto più drammatica (assai spesso)? I motivi son almeno tre. Il primo riguarda il fatto che un’educazione sessuale disgiunta dai valori della responsabilità e della fedeltà di coppia, semplicemente, educazione non è e non modifica i comportamenti; la seconda ragione sta nella cosiddetta “compensazione del rischio”, meccanismo in base al quale, credendosi al riparo da pericoli perché informati su rischi e rimedi (contraccezione, pillola del giorno dopo, ecc.), gli individui tendono a condotte più rischiose di quelle altrimenti adottate, peggiorando la situazione. Il terzo – il più importante – riguarda il primato educativo della famiglia: irrisa e dileggiata, la “cellula fondamentale della società” è ancora, per quanto in crisi, la migliore agenzia educativa. In Italia, in particolare, la famiglia conta ancora: e si vede.
La verità, detto ciò, è che educare è un mestiere difficile in primo luogo perché non frazionabile: un giovane non ha bisogno di uno che lo educhi al senso civico, uno che lo introduca al rispetto del prossimo, un altro ancora che gli sveli i segreti di «amore, relazioni, sesso». No: ha bisogno di qualcuno che lo educhi con la pazienza che in fondo solo un genitore – o un educatore che comprenda appieno il senso della sua missione – può avere. Inoltre, con la pazienza (e la conoscenza!) è fondamentale un altro aspetto: la credibilità. Il processo educativo, infatti, non si basa solo su dei contenuti ma anche – se non soprattutto – su una testimonianza: io non ascolto te solo perché hai qualcosa da dirmi, ma anche perché ci credi e lo dimostri; perché sei un esempio, un maestro. Ecco perché – con tutto il rispetto per il mondo scolastico – pretendere di scorporare un tema cruciale quale quello della sessualità  sia da un disegno educativo più ampio sia dalla credibilità di un educatore che sia pure testimone, lasciando così tutto e solo nelle mani di “esperti”, è la premessa ad un fallimento: perché in questo modo non si insegna nulla, si veicolano solo contenuti fintamente neutrali e si considerano i ragazzi come imbuti nei quali versare nozioni precotte, che tutto trasmettono fuorché la bellezza di vivere il regalo della sessualità nei confini della responsabilità e del vero Amore.
https://giulianoguzzo.com/2016/05/09/il-falso-mito-delleducazione-sessuale/
 

20 febbraio 2016

Francesco, la zanzara, la pillola e la mozzarella di bufala

di Giuliano Guzzo

A me rimane oscura – non so se pure a voi – la ragione per cui non si sia ancora pensato ad un premio alla creatività giornalistica così infaticabilmente e quotidianamente all’opera. Un esempio? Le dichiarazioni di ieri di Papa Francesco sull’aborto e sugli anticoncezionali contrabbandate dalla solita stampa illuminata, tanto per cambiare, come un’apertura ai contraccettivi in casi – così lascia intendere ai propri lettori il portale web di Repubblica – come quelli in relazione al caso del virus “Zika”. Trattasi in realtà dell’ennesimo esercizio di manipolazione.

Vediamo perché a partire dalle parole del Papa in risposta ai giornalisti: «L’aborto non è un “male minore”. E’ un crimine. E’ fare fuori uno per salvare un altro. E’ quello che fa la mafia. E’ un crimine, è un male assoluto. Riguardo al “male minore”: evitare la gravidanza è un caso – parliamo in termini di conflitto tra il quinto e il sesto comandamento. Paolo VI – il grande! – in una situazione difficile, in Africa, ha permesso alle suore di usare gli anticoncezionali per i casi di violenza. Non bisogna confondere il male di evitare la gravidanza, da solo, con l’aborto». A quali suore in Africa fa riferimento il Santo Padre?

La vicenda è quella di una risposta ad una lettera pervenuta alla rivista Studi Cattolici che, nel dicembre 1961, vide tre distinti moralisti concordare nel ritenere moralmente lecita l’assunzione della pillola contraccettiva in previsione di una probabile violenza sessuale [il caso era quello di suore missionarie in Congo ad alto rischio di stupro] cosa ben diversa sia del suo impiego per “limitare i danni” di un virus sia come contraccettivo in un rapporto consenziente. Talmente diversa che non si può neppure parlare, per le suore, di contraccezione, cosa che riguarda un atto sessuale volontario per il quale si voglia escludere altrettanto volontariamente la procreazione (cfr. Humanae Vitae 14).

Va inoltre precisato come comunque non esista – a tutt’oggi – alcun pronunciamento ufficiale della Chiesa a favore della prassi della “pillola congolese”. Così come, per completezza, va precisato che quello delle suore congolesi non fu l’unico caso di questo tipo: nel 1993 furono perpetrati stupri ai danni di suore che si trovavano in Bosnia durante il terribile conflitto balcanico. E allora fu san Giovanni Paolo II (1920-2005) a chiedere a queste sorelle di non abortire, per non aggiungere violenza a violenza. Siamo dunque lontanissimi sia dalla legittimazione dell’intervento abortivo sia della contraccezione.

E’ dunque quanto meno scorretto – per usare un eufemismo – presentare le parole di Papa Francesco come un’apertura alla contraccezione sul virus “Zika”. Tanto più che sull’argomento specifico il Santo Padre delle parole le ha pronunciate. Eccole: «Esorterei i medici che facciano di tutto per trovare i vaccini contro queste due zanzare che portano questo male: su questo si deve lavorare». Queste ultime parole, però, non compaiono – curiosamente – sul sito web di Repubblica. Altrimenti qualche lettore avrebbe potuto capire quanto infondata è quel «Zika, apertura a contraccezione». Un titolo che col pensiero di Papa Francesco – e della Chiesa – non ha nulla a che vedere.

giulianoguzzo.com
 

12 dicembre 2014

Aborto, un modo per uccidere i poveri


di Giuliano Guzzo

Se coloro che meritoriamente si battono per l’accoglienza degli immigrati e contro la povertà fossero coerenti, non dovrebbero lasciare ai cosiddetti “cattolici integralisti” – pleonasmo tornato ultimamente in auge – l’esclusiva sulla battaglia contro l’aborto. Questa, anche se ci si guarda bene dal sottolinearlo, è infatti pratica particolarmente efficace proprio per l’eliminazione prenatale di bambini che, se fossero nati, avrebbero corso un alto rischio di crescere in una condizione di povertà.
Trattasi di un fenomeno talmente evidente che perfino gli studiosi del Guttmacher Institute – nota organizzazione abortista – in una ricerca pubblicata lo scorso anno sono stati costretti ad ammetterlo [1]. Il dato significativo, emerso anche in questo studio, è che l’aumento degli aborti tra le donne povere si è verificato in un contesto che, dal 2000 al 2008, ha invece registrato negli Stati Uniti un lieve calo (-0,8%) dei tassi di aborto complessivi; aumento assai consistente per giunta: + 17,5%.
Il dato è così imbarazzante che gli autori di questo studio, Jones e Kavanaugh, hanno tentato di spiegarlo arrampicandosi sugli specchi e ragionando sulla difficoltà che le donne povere potrebbero aver incontrato nell’accesso alla contraccezione a causa della recessione economica del 2008 [2]. Peccato che l’ipotesi sia assai inverosimile per almeno tre ragioni. Anzitutto perché la crisi è iniziata nel 2008, mentre l’aumento degli aborti tra le donne povere esaminato prende avvio dal 2000.
Prendersela con la crisi quindi convince poco anche se indubbiamente l’impoverimento può contribuire non poco alle difficoltà che molte donne incontrano nel portare a termine la loro gravidanza. A questo riguardo, si segnala la pubblicazione, anche in Italia, di numerosi articoli stampa volti proprio a sottolineare il rischio che la crisi economica possa costituire un nuovo ostacolo alla maternità [3].
Il punto – dicevamo – è però un altro: lo studio del Guttmacher Institute esamina i tassi di aborto dal 2000 al 2008, dunque con l’aumento degli aborti tra le donne povere la crisi non c’entra. Anche perché altri studi statunitensi segnalano già per l’anno 2000 una decisa crescita del fenomeno abortivo tra le giovani meno abbienti [4]
Una seconda ragione per cui è improbabile che la crisi in quanto tale possa determinare o aver determinato un aumento significativo degli aborti procurati tra le donne povere, è che essa – per ragioni facilmente comprensibili – incide primariamente, aumentandola, sulla percentuale di donne povere più che nel loro tasso di ricorso all’aborto procurato. La crisi può quindi spiegare un aumento di aborti sul quantitativo totale di un campione, ma non su quelli che già si verificano tra donne povere, sottogruppo preso in esame dallo studio di cui stiamo parlando.
Un terzo argomento contro l’ipotesi che l’aumento di aborti tra donne povere possa essere stato determinato da una nuova difficoltà di accesso alla contraccezione è che essa – contrariamente a ciò che comunemente si pensa – non determina alcun calo del fenomeno abortivo. Anzi, ci sono studi che hanno messo in luce come un maggior accesso alla contraccezione, anche se nell’immediato può arginare i tassi di gravidanza e conseguentemente gli aborti, nel lungo periodo, a causa della mentalità sessualmente disinvolta che indirettamente incoraggia, finisce col favorire un aumento delle gravidanze [5]. Un dato suffragato dal fatto che oltre la metà delle donne intenzionate ad abortire in precedenza facevano regolare ricorso alla contraccezione [6].

Come spiegare l’aumento degli aborti tra le donne povere? Le ipotesi possono essere varie. Tuttavia, posto che la variabile contraccettiva, come abbiamo visto, gioca un ruolo molto più marginale del previsto – o può addirittura essere considerata concausa dell’aumento degli aborti -, è realistico, in consonanza con altri studi, ritenere che a pesare su questo fenomeno siano una sempre più precaria stabilità affettiva, oltre che lo scarso sostegno istituzionale offerto alla maternità [7]. Di qui la necessità di maggiori e concreti aiuti alle donne in gravidanza difficile o indesiderata.
Con ciò – si badi – non s’intende ridurre la maternità a questione economica, né tanto meno asserire che le donne in gravidanza indesiderata meritino di essere sostenute solo se povere, giacché l’aborto, ogni aborto, rappresenta un crimine contro il nascituro e una violenza contro la donna. Solo, si vuole evidenziare come in misura crescente a ricorrere a questa pratica siano donne e coppie povere o immigrate [8].
Ragion per cui battersi contro l’aborto – oltre che espressione della difesa del fondamentale diritto alla vita – sta diventando sempre un più una frontiera della lotta alla povertà [9]. Ed è un vero peccato che, da un lato, taluni facciano un gran parlare della necessità di prestare aiuto ai più poveri salvo poi, d’altro lato, dimenticarsi che una donna gravida, magari straniera e senza sostegni è – insieme al bambino che porta in grembo – il nuovo volto della povertà.

[1] Jones R.K. – Kavanaugh M.K. (2011) Changes in Abortion Rates Between 2000 and 2008 and Lifetime Incidence of Abortion. «Obstetrics & Gynecology»; 117 (6): 1358-1366; [2] «The economic recession that was occurring in 2008 may have made it harder for poor women to access contraceptive services, resulting in more unintended pregnancies»; [3] Per esempio: Simbula C. Una conseguenza della crisi? L’aumento degli aborti. «Il Fatto Quotidiano» 15.1.2011: 10; Venni F. Aborto «per far quadrare i conti». «Libero». 19.3.2009:14; [4] Cfr. Jones R. K. – Darroch J.E. – Henshaw S.K. (2002) Patterns in the socioeconomic characteristics of women obtaining abortions in 2000-2001. «Perspectives on Sexual and Reproductive Health»; 34(5):226-235; [5]Cfr. Arcidiacono P. et al. (2005) Habit Persistence and Teen Sex: Could Increased Access to Contraception Have Unintended Consequences for Teen Pregnancies?, Working Paper, Duke University Department of Economics: 1-38 at 31; http://www.econ.duke.edu/~psarcidi/teensex.pdf; [6] Cfr. Guttmacher Institute (2008), Facts on Induced Abortion in the United States, http://www.guttmacher.org/pubs/fb_induced_abortion.html; [7] Cfr. Finer L.B. et al. (2005) Reasons U.S. women have abortions: quantitative and qualitative perspectives. «Perspectives on Sexual and Reproductive Health»; 37(3):110–118; [8] Questo vale con particolare evidenza anche per il nostro Paese. Non a caso la più recente relazione del Ministro della Salute sulla attuazione della Legge 194/’78 sottolinea, con riferimento al tasso di abortività complessivo, «il sempre più rilevante contributo delle donne straniere». http://www.mpv.org/mpv/allegati/10202/relazione2011.pdf; [9] Cfr. Yuengert A. – Fetzer F. (2005) Economic research into the abortion decision: A literature review and a new direction. «Life and Learning»; 15: 421-439.

http://giulianoguzzo.com/2012/07/26/aborto-un-modo-per-uccidere-i-poveri/

 

05 luglio 2014

Vita e morte a duello

di Giuliano Guzzo

Chi pensava che la bioetica sarebbe rimasta disciplina meramente accademica e per pochi, magari confinata in qualche isolato comitato di esperti, ha continua dimostrazione di come la realtà, con le continue sfide che propone, vada in senso del tutto opposto: dalla battaglia contro l’obiezione di coscienza (si pensi a quanto accade nel Lazio) a quella per la promozione della contraccezione, dalla volontà di rendere più accessibile l’aborto alla previsione della fecondazione extracorporea in tutte le sue varianti (si pensi al divieto dell’eterologa, dichiarato incostituzionale), è continuo moltiplicarsi di fronti uno più urgente dell’altro per chiunque abbia a cuore le sorti di un’umanità sempre più individualista e sedotta da tentazioni prometeiche, incurante di «che cosa sia in effetti il valore della vita» [1].
 

28 giugno 2014

Ambiguità e alterazioni su vita e famiglia

di Fabrizio Cannone
L’unico merito che riusciamo a intravedere nella nota prolusione del cardinal Kasper in favore del divorzio sta nel palesamento dell’immane problema della ricezione del magistero cattolico sui temi della famiglia e della vita. E’ evidente, grazie a Kasper, che se perfino dei porporati esitano ad accettare la dottrina cattolica e biblica, dunque immutabile, sul matrimonio, certamente anche molti vescovi e sacerdoti, per non dir nulla di catechisti e docenti di IRC, hanno gran bisogno di una rinnovata formazione teologica e spirituale, che li preservi dagli errori, insidiosi e pervasivi, della modernità.

Rari sono i testi, pur nella continuità chiarissima del magistero cattolico, che fanno meglio luce sul valore assiologico della famiglia e della vita, di quello pubblicato nel 2006 dal Pontificio Consiglio della Famiglia e intitolato "Famiglia e procreazione umana". Si tratta di un documento ben scritto, articolato, limpido. I suoi meriti si situano da un lato nella chiarezza dei punti fermi che si intendono ribadire e dall’altro nel valore complessivo di un testo che spazia ben al di là dei problemi direttamente legati alla famiglia, dando una lettura a 360° della cultura di oggi, mostrandosi contemporaneamente profetico e “antimoderno”. Vorremmo proporne alcuni passaggi chiave solo per far capire al lettore che, contrariamente alle malfondate idee di Kasper, non c’è proprio nulla da dibattere circa l’essenza della famiglia naturale e cristiana; il dibattito può e deve avvenire invece sulle ragioni della crisi della famiglia nell’Occidente secolarizzato di oggi. Una di queste ragioni sta proprio nell’incertezza con cui la dottrina cattolica viene proposta al Popolo di Dio, e questo già da varie decadi.

1.       “Mai nella storia del passato la procreazione umana, e, quindi, la famiglia, che è il suo luogo naturale, sono state minacciate come nella cultura odierna. Le cause sono diverse, ma l’eclissi di Dio, creatore dell’uomo, sta alla radice della profonda crisi attuale della verità tutta intera sull’uomo, sulla procreazione umana e sulla famiglia” (n. 2). “E’ vero che mai come ora l’istituzione naturale del matrimonio e della famiglia è stata vittima di attacchi tanto violenti” (n. 3). Il documento manifesta a più riprese una legittima preoccupazione sul senso della famiglia oggi. Che cosa ne dicono i teologi del progressismo sempre pronti a leggere in modo univocamente positivo i cosiddetti segni dei tempi, quasi vivessimo nel migliore dei mondi possibili?
2.       “Per nostra fortuna la Chiesa […] di fronte all’instabilità degli umanesimi atei, è tuttavia fermamente convinta, come affermava con vigore Giovanni Paolo II a Puebla, di possedere la verità integrale sull’uomo, sulla sua origine e sul suo destino” (n. 4, corsivo mio). Se la Chiesa possiede la verità, ogni cristiano, come membro della Chiesa, partecipa a questo possesso. Anche il cattolico comune dunque può dire di “possedere la verità”: che ne pensano le Loro Eccellenze Reverendissime che da anni vanno spiegando con saccenza che nessuno possiede la verità, poiché è la verità che possiede noi? Di sicuro, asserendo ciò, contraddicono – apertis verbis – il Magistero cattolico ufficiale.
3.       “Per questa sua condizione e dignità la procreazione umana ha un unico luogo degno della sua natura: la famiglia fondata sul matrimonio” (n. 5). Oggi si sente spesso parlare di comprensione per la coppie di fatto, i divorziati risposati, i conviventi. Ma questa comprensione può arrivare fino al punto di negare quanto asserito qui sopra? Evidentemente no, altrimenti il passaggio non avrebbe alcun senso. Eppure si cerca di censurare chi dice il vero, in nome della misericordia verso i peccatori.
4.       Il documento individua una delle cause dello sbandamento attuale nella filosofia dell’illuminismo, da qualche anno rivalutata in casa cattolica, come fosse in sé buona, salvo che in alcuni eccessi. Secondo il documento invece, sebbene gli illuministi fossero in gran parte non atei, ma deisti, “essi rifiutavano, però, di riconoscere l’esistenza del Dio della Rivelazione […]. Tuttavia, i loro eredi sono stati alla scuola di Feuerbach e sono diventati atei” (n. 7). E l’ateismo è una delle peggiori sciagure: chi perde il senso di Dio infatti perde anche il senso dell’uomo, e dunque della famiglia. Infatti: “Essendosi liberato da Dio, egli chiederà alla scienza di liberarsi anche dalla morale. Si aprirà allora la strada perché egli si atteggi a demiurgo, sognando di creare un uomo nuovo, all’occorrenza una macchina fisiologica, in cui spera di poter riconoscere l’espressione del proprio genio creatore” (n. 7). E’ quanto vediamo sotto i nostri occhi, con il tacito consenso di coloro che dovrebbero condannare tutto ciò, ma preferiscono condannare solo chi condanna il male, e non chi lo compie.
5.        “Nei loro rapporti più intimi, l’uomo e la donna si comportano come individui e ciascuno cerca il piacere più intenso o l’utilità massima per se stesso. Gli stessi atti ordinati alla procreazione sono subordinati così alla ricerca del piacere e all’utilità degli individui” (n. 8). Ma se il piacere è la componente principale o quanto meno co-essenziale dell’amore (come insegna anche certo personalismo cattolico), come rifiutare il matrimonio gay in nome dell’assenza di procreatività? E come non vedere il legame tra l’esagerazione del valore del piacere sessuale (edonismo), e la nuova teologia cattolica che, al meno all’interno del matrimonio (ma virtualmente anche al suo esterno…), dà un’importanza inconcepibile all’atto sessuale, in cui si avrebbe un’esperienza quasi mistica, da contrapporre alla mortificazione e all’astinenza volontaria di un tempo?
6.       “La storia della cultura offre innumerevoli testimonianze di tutti i popoli, fin dalla lontana antichità, sull’importanza fondamentale attribuita alla famiglia” (n. 10). Il documento cita in tal proposito, la cultura greca (Platone, Aristotele), la cultura romana (Cicerone), con vari cenni su altre culture extra-europee (asiatica, africana, indiana, cinese). Si sottolinea poi un punto oggi negletto: “La Roma cristiana, il medioevo occidentale e l’oriente cristiano hanno sviluppato la vita familiare e l’educazione dei figli conformemente al modello ispirato nel Vangelo” (n. 10). Noi invece avevamo capito, leggendo accreditati teologi, che per secoli fosse sfuggito ai cristiani il modello autenticamente evangelico di famiglia, specie durante il buio medioevo, con l’imposizione della famiglia patriarcale “pagana”.
7.       “L’Illuminismo ha elaborato una critica disgregatrice di molti concetti ritenuti ‘tradizionali’ e superati. L’uomo arriva all’età della ragione e deve avere l’audacia di pensare per se stesso. Deve liberare se stesso. La categoria della natura viene sostituita dalla categoria della libertà” (n. 10). Anche qui avevamo capito male. Ci pareva di aver letto qua e là che i secoli di Cristianità avessero deviato dal vero modello biblico e al contrario l’illuminismo, il razionalismo e perfino il liberalismo, insomma la modernità con le sue acquisizioni razionali, avesse purificato la fede dei credenti e apportato un miglioramento storico ragguardevole, ormai innegabile alla luce del Concilio…
8.       “La constatazione universale della realtà familiare come nucleo originario della vita umana deve avere una causa. L’intelligenza appaga la sete di verità quando arriva alle cause dei fenomeni [puro tomismo!]. La cultura tecnico-scientifica nella quale siamo immersi sembra accontentarsi della scoperta delle realtà esistenti senza interrogarsi sul fondamento. Nata dalla tradizione illuministica, l’onda del relativismo e del nichilismo oggi in voga vieta qualsiasi tentativo di ricerca oltre il livello del fenomenico” (n. 11). Passaggio splendido che mostra al meglio che vale per l’illuminismo ciò che valse per Giuda (Mt 26,24).
9.       “La lex naturalis, partecipazione della legge eterna, ci offre il fondamento sia per la sessualità, per l’amore tra uomo e donna, sia per l’insieme della vita della famiglia” (n. 11). L’immoralità del divorzio (breve o meno che sia), dell’aborto, degli anticoncezionali, dell’omosessualità (anche solo come amore platonico), della sodomia (perfecta o imperfecta), del coitus interruptus, dell’adulterio, della poligamia, della poliandria, dell’incesto, della pedofilia, della zoofilia, della masturbazione, della pornografia, del nudismo, della fecondazione artificiale (omologa o eterologa) e di tutte le deviazioni possibili  e immaginabili, è iscritta nella legge naturale, razionale, universale e immutabile. E come tale può essere percepita, con più o meno chiarezza, da ogni uomo.
10.   Paolo VI disse: “Che Nazareth ci insegni cosa è la famiglia, la sua comunione d’amore, la sua austera e semplice bellezza, il suo carattere serio e inviolabile” (cit. al n. 18). Che si inizi al più presto a parlare dell’austerità, della serietà e dell’inviolabilità della famiglia, e non più solo della “comunione d’amore”, concetto facilmente frainteso in una società sensuale, sentimentaloide e senza Dio come la nostra.

da: libertaepersona.org
 

12 febbraio 2014

L'Onu attacca la Chiesa, ovvero il corvo si avventa contro la colomba

di Alfredo De Matteo
Il recente durissimo, e per certi versi tragicomico, attacco dell’Onu alla Chiesa Cattolica mette bene in luce la deriva morale e intellettuale dell’odierna società civile: un gruppo di esperti del Comitato Onu sui diritti dei bambini ha stilato un rapporto in cui si accusa la Chiesa di aver coperto, e addirittura causato con il Suo insegnamento, gli abusi sessuali commessi in questi ultimi decenni da alcuni ecclesiastici nei confronti di un certo numero di fanciulli.
 

07 febbraio 2014

L’Onu contro il Vaticano ovvero la Nuova Mafia contro la Chiesa di Dio

di Ludovico Russomando
A volte non si sa se ridere o piangere e al di là dell’apparente boutade si tratta di un dilemma non da poco. Certe cose, in sé stesse gravi o addirittura gravissime, possono, per altre ragioni, generare ilarità o sano e legittimo humour. Vedere una persona goffa e robusta scivolare su una buccia di banana può creare sia una sincera pena che una certa divertita risata, senza che si voglia ignorare il danno subito al malcapitato.
 

22 ottobre 2013

Vergognosa campagna radiofonica pro-profilattico

di Alfredo De Matteo
L’Anlaids Lazio Onlus ha ideato una campagna radiofonica che ha come obiettivo quello di diffondere, soprattutto tra i giovani, una maggiore consapevolezza sui temi legati al virus dell’Hiv: Personaggi delle fiabe come Pinocchio, Biancaneve, la Bella e la Bestia, il Gladiatore e la Principessa sul pisello, supereroi dei fumetti e personaggi del grande schermo, sono i protagonisti di tale campagna di prevenzione dell’Aids.