Visualizzazione post con etichetta legge 194. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta legge 194. Mostra tutti i post

22 maggio 2017

Aborto legale, un eccidio lungo 39 anni


di Giuliano Guzzo

Vi sono ancora, a quasi quattro decenni dall’entrata in vigore della Legge 22 maggio 1978, n. 194, valide ragioni a suffragio dell’aborto legale? Apparentemente sì. Anzi, sembrano esservene talmente tante che non esisterebbe neppure un valido argomento per opporvisi, pena accuse che spaziano dalla violazione dei diritti della donna a spietate nostalgie medievali. Tuttavia, se analizzate attentamente ed al di là della retorica si scopre come, in realtà, le tesi giustificative della depenalizzazione della pratica abortiva risultino sorprendentemente fragili, quando non del tutto infondate anche se, a prima vista – occorre riconoscerlo – ben confezionate e convincenti. Passiamo allora in rassegna, al fine di poterne valutare l’effettiva consistenza, i cinque più diffusi argomenti a favore dell’aborto legale, che sono quelli dell’aborto clandestino, della salute della donna, del caso di stupro, dell’esercizio di libertà della donna e della maggioranza degli ordinamenti giuridici.

Per contrastare l’aborto clandestino

E’ un argomento condiviso da quasi tutti, persino da molti cattolici, ma fallace sotto il profilo sia logico sia e pratico. La prima criticità concerne la logica secondo cui, se esistente e ritenuto non eliminabile del tutto, un fenomeno deve essere legalizzato. Ricorrendo allo stesso, fallace ragionamento, si dovrebbe ritenere corretto legalizzare realtà esistenti e non eliminabili del tutto quale il furto, l’evasione fiscale, le bustarelle, lo spaccio e altro ancora: il che sarebbe assurdo. Perché dunque quello che non vale per furto, evasione ed altro dovrebbe valere per l’aborto? Tanto più che – e veniamo al lato pratico – l’aborto clandestino, dopo decenni di legalizzazione, rimane, eccome: le stesse, prudentissime (e non aggiornate) stime ministeriali alludono ad almeno di 15.000 casi l’anno: troppi per brindare all’avvenuta eliminazione degli aborti clandestini. Senza considerare che ormai pure gli studiosi abortisti riconoscono come, per ridurre davvero gli aborti, occorrano norme restrittive (Perspectives on Sexual and Reprod H 2017).

Per la tutela della salute della donna

Tesi diffusissima, ma clamorosamente falsa: l’aborto volontario non agevola, ma mina la salute materna. Non a caso la ricerca più autorevole ha rilevato come la perdita volontaria di un figlio sia associata – per fare una rapidissima panoramica – ad una più alta incidenza di tumori al seno (Indian J of Cancer 2013), di isterectomia post-partum (Acta Obstet Gynecol Scand 2011), placenta previa (Int J Gynaecol Obstet 2003), aborti spontanei (Acta Obstet Gynecol Scand 2009), depressione, abuso di sostanze (Psychiatry Clin Neurosc 2013), mortalità materna (J of American Physicians and Surgeons 2013), suicidi (Scand J Public Health 2015). Lo stesso divieto di aborto non comporta maggiore mortalità materna (PLoS ONE 2012): in Irlanda, con detto divieto, si è registrata una bassissima di mortalità materna, addirittura la più bassa al mondo nel 2005 e la terza più bassa nel 2008. L’incubo delle mammane, dati alla mano, è dunque appunto più incubo che realtà.

Per non costringere donne stuprate a partorire

E’ il classico “caso limite” col quale l’abortismo ammutolisce quanti osano discuterne i presupposti. Trattasi però, ancora una volta, di argomento debole. Per ragioni etiche e statistiche. Partendo dalle prime, se la soppressione deliberata di un essere umano è ritenuta intrinsecamente ingiusta e malvagia, giammai si può derogare a questo principio senza comprometterlo; se, cioè, si ritiene l’aborto giustificabile “a certe condizioni”, si finisce inevitabilmente – per via della slippery slope o teoria della china scivolosa – per giustificarlo a “tutte le condizioni”. In seconda battuta, la debolezza di questo argomento emerge dai numeri: la percentuale delle donne che abortiscono a causa di uno stupro è infinitesimale – l’1% -, come appurato anche dal Guttmacher Institute, punta di diamante della lobby abortista americana (Perspect on Sexual and Reprod H 2005). Questo significa che chi evoca l’ipotesi dello stupro per giustificare l’aborto legale non fa altro che evitare di confrontarsi col cuore del problema, che è l’intangibilità della vita umana.

Per tutelare la libertà della donna

La libertà è valore inviolabile: vero. Il punto è che la donna incinta non ha in grembo un ammasso di cellule, un fungo o un cucciolo di specie aliena, bensì un essere umano. Il figlio concepito e non ancora nato è infatti persona a tutti gli effetti: ha un Dna unico ed irripetibile, già alla 6° settimana di gravidanza assistiamo alla formazione degli organi (polmoni, fegato, pancreas, tiroide, cuore che pulsa fino a 150 battiti al minuto, cervello distinto in tre differenti regioni) e, prima di nascere, sperimenta il dolore (Semin Perinatol 2007), risponde a stimolazioni esterne (Arch Dis Child 1994), intrattiene una vita relazionale (Neuroendocr Lett 2001) e memorizza, fra le tante, proprio la voce di sua madre (Acta Paediatr 2013). Circoscrivere l’aborto alla libertà individuale, dunque, è del tutto sbagliato. E comunque resta un dubbio: sicuri che una donna compiutamente informata dell’umanità del feto, degli effetti sulla propria salute dell’aborto e, soprattutto, messa dinnanzi a sostegni (non solo materiali) ed alternative (parto in anonimato), abortirebbe?

Perché tantissimi Stati lo prevedono

In effetti, spulciando gli ordinamenti giuridici vigenti, si scopre che è così. Ma la giustizia, fino a prova contraria, non è necessariamente assicurata dalla maggioranza. Può quindi capitare – e spesso è capitato – che la maggioranza abbia torto, anche se si tratta dalla maggioranza degli Stati considerati avanzati. Un esempio storico è quello del commercio degli schiavi, pratica messa al bando per la prima volta nel 960 dalla Repubblica Serenissima di Venezia nel 960. Ebbene, se Pietro IV Candiano si fosse fatto intimidire o avesse preso a modello gli ordinamenti giuridici degli altri Stati, non avrebbe mai dato il buon esempio riunendo l’assemblea popolare e facendo approvare una legge che, per la prima volta nella storia, inaugurava il filone normativo anti-schiavista.
Anzi, c’è da scommettere che più di qualcuno avrà ritenuto la decisione del Doge bizzarra, ingiusta o pericolosa. Allo stesso modo, chi osa criticare l’aborto legale, oggi, viene bersagliato da critiche di ogni tipo. Ma non ha affatto torto, proprio come non l’aveva, quella volta, Pietro IV Candiano. Si tratta di avere il coraggio – in Italia e non solo – di remare controcorrente, esercizio faticoso ma, quando la meta si chiama Giustizia, irrinunciabile. Chiaramente per trovare la forza di condurre una battaglia tanto controcorrente, oggi, occorre avere la forza – non comune a tutti – di ammettere cosa sia l’aborto di Stato, vale a dire uno scandalo che ieri inquietava anche intellettuali non cattolici e tutto fuorché estremisti di destra come Pier Paolo Pasolini (1922–1975), che scriveva: «Sono traumatizzato dalla legalizzazione dell’aborto, perché la considero, come molti, una legalizzazione dell’omicidio».

https://giulianoguzzo.com/2017/05/22/aborto-legale-un-fallimento-lungo-38-anni/

 

06 aprile 2017

Marciare per salvare la Civiltà. Il perché di una scelta


di Francesco Del Giudice

Per il sesto anno di seguito, l’Italia è in recessione. Lo ha certificato anche l’ISTAT ma pochi giornali ne hanno parlato: TelevideoRai ha riportato la notizia nelle rubriche secondarie e non nella celebre pagina ‘103’ dove vanno a finire le notizie più importanti e clamorose. Solamente Avvenire se n’è accorto e, ad onor del vero, è dal novembre/dicembre che cerca di sensibilizzare la società e gli altri media su questa tematica fornendo studi, cifre, dati, riflessioni di esperti. Perché è stata scelta questa linea editoriale da parte dell’intero mondo dell’informazione italiano? Perché, attenzione, l’Italia non è in recessione economica per il sesto anno di seguito: l’Italia è in recessione demografica! Non solo gli italiani non procreano più, ma neanche adottano più bambini (in particolare nel sistema delle adozioni internazionali). Se Atene piange, inoltre, Sparta non ride: anche gli stranieri infatti procreano sempre di meno. E l’ISTAT per far ingollare meglio la pillola non parla più di abitanti ma di residenti, falsando cioè il dato reale in quanto (non neghiamolo) il concetto di residenza e di domicilio in Italia sono agli antipodi una dall'altra. Allo stesso modo, probabilmente per la prima volta, per non mostrare il vero e proprio vuoto che si sta creando tra la popolazione italiana l’ISTAT si esprime in termini percentuali millesimali, abbandonando la tipica percentuale a due zeri che ci hanno insegnato alle elementari. Oltre a questo, aumenta di anno in anno il numero dei morti che, ormai, ha superato anche le cifre spaventose degli anni 1916/1917: poiché in quel biennio ci furono le più dure battaglie della Grande Guerra cosicché lo scenario è ancora più preoccupante e logicamente assurdo. Ormai l’indice di sostituzione (il fatto cioè che ogni anno ad ogni morto corrisponda almeno un nuovo vivo) è semplice teoria dei manuali statistici: la realtà ci dice altro.

La domanda di sopra, tuttavia, rimane: perché non si dà importanza ad una notizia (ormai una vera e propria “serie storica”) che riguarda sia il presente che il futuro, prossimo come anteriore, di tutta la Nazione? La verità, come accade spesso, è tanto semplice quanto amara: è meglio tacere questi argomenti, o parlarne velocemente, perché altrimenti bisognerebbe richiudere il Vaso di Pandora da cui sono usciti fuori tutti i problemi che ci stanno portando sempre più ad una vera e propria era glaciale demografica che sembra non avere fine e che sarà sempre più drammatica. Ogni anno spariscono dal nostro Paese intere comunità, e quelle che resistono invecchiano sempre di più. I legami si spezzano e tra poco non sarà strano trovare persone che vivranno senza avere accanto né familiari diretti né parenti più o meno prossimi.

Noi stiamo assistendo ai frutti di una cultura individualistica, nonché radicalmente pessimista e/o nichilista, ed il più lontana possibile da una concezione di identità e comunità aristotelicamente intesa: l’uomo non è più un animale politico, cioè sociale, ma bensì la concretizzazione del celebre assioma di Lucrezio ed Hobbes homo homini lupus. Ci troviamo dinanzi ad una vera e propria cultura della morte che, volenti o nolenti, ci condiziona in ogni nostro agire e di pensare. Non dobbiamo meravigliarci infatti se in Italia non si procrea più e se non ci si cura dell’aumento vertiginoso degli anziani se, infatti, fin da piccoli siamo portati a considerare come modelli da seguire delle persone che a 40 o 50 anni (se non ancora di più) ancora non hanno legami stabili e rifiutano categoricamente di sostenere una gravidanza preferendo invece ricorrere a scappatelle di ogni genere, purché ovviamente di breve durata, per poter soddisfare i propri bisogni affettivi e sessuali. Non ci si deve meravigliare se in Italia c’è l’inverno demografico quando consideriamo che i prodotti anticoncezionali (rivolti sia ad un pubblico femminile che maschile) siano a disposizione anche nei bagni pubblici delle stazioni e degli autogrill (cosa anche molto discutibile: se entro in un bagno pubblico, magari a pagamento, non penso che avrò da espletare funzioni sessuali). Non dobbiamo meravigliarci di quanto detto sopra perché esiste una legge, la celeberrima 194, che permette di uccidere il frutto del rapporto tra un uomo ed una donna: come si può parlare di tutela della vita se una Legge dello Stato ha depenalizzato ed esteso l’aborto anche a soggetti che preferiscono andare a fare la bella vita piuttosto che prendersi cura di una creatura appena nata? Come è possibile non capire la stretta connessione che esiste tra il tracollo del numero dei matrimoni cioè della formazione di una coppia stabile, nucleo fondamentale della comunità più ampia che è la Nazione? Come è possibile non vedere la correlazione tra l’aumento vertiginoso dei rapporti sessuali consumati occasionalmente e l’assenza di gravidanze tra i giovani? Come è possibile non considerare che le cosiddette precauzioni durante questo tipo di rapporti sono essenzialmente precauzioni di natura anti-concezionale? E come si possono spacciare per farmaci quelli che sono dei veri e propri veleni? Se ci trovassimo in ambito fitosanitario o veterinario, ad esempio, i prodotti di sterilizzazione sarebbero vietati all’uso comune: nel caso umano, invece, vengono venduti liberamente, spesso anche senza ricetta di prescrizione. Di cosa dobbiamo meravigliarci se ormai la figura sociale, culturale e professionale delle escort e dei gigolò è ormai entrata nel linguaggio comune delle persone e viene riproposta a piè sospinto, e sempre senza alcun tipo di giudizio bensì in maniera sempre positiva e propositiva, nella gran parte delle produzioni televisive e cinematografiche italiane, in particolare prodotte o trasmesse dalla RAI? Come si può minimamente immaginare di crescere, e per tutta la vita, un frugoletto fin dal concepimento se (in particolare dall'approvazione della Legge sul Divorzio) si sostiene in tutti i modi che i legami più sono liquidi più saremo felici? Come è possibile invogliare i giovani a procreare se esiste una legge (la famosa 40) che permette di ricorrere a qualsiasi tecnica pur di avere figli anche in un’età considerata generalmente e scientificamente non fertile? In che modo si può concepire un figlio, che sarà della coppia per tutta la loro vita, e non a tempo o solo quando se ne ricorderanno, se l’età media dei rapporti di matrimonio diminuisce di anno in anno per la gioia degli avvocati, dei sociologi, dei politici e degli psicologi che ci spiegano che il fatto di rompere la routine di coppia porta grandi benefici sia al corpo che allo spirito dei divorziandi? E come è possibile parlare di vita, e dunque di natalità, se lo Stato si sta impegnando in prima persona per la diffusione, autorizzata!, delle cosiddette droghe leggere? Ma se sono droghe, come possono essere leggere? Esiste per caso un omicidio leggero ed un omicidio pesante? O esiste semplicemente una gradualità nell'efferatezza o nella gravità del reato commesso?

Nei giorni scorsi, come ormai non accadeva da diverso tempo, si è tornato a parlare della condizione della vita umana, della sua fragilità e del rapporto tra la vita e la morte sia all'origine della vita sia alla sua fine: eutanasia, aborto, fecondazione in vitro, creazione di ibridi e concepimenti completamente artificiali. Tutto insieme, letteralmente. Non è stato un confronto facile né tanto meno pacifico. Si è parlato spesso più con la pancia che con la ragione. Sono stati fatti paragoni a momenti tristi della storia umana, e si è cercato anche di immaginare un futuro diverso da quello che si pensava di poter vivere fino a pochi(ssimi) anni fa. Sono state messe in contrapposizione società e legge, fede e ragione, cultura elitaria e cultura popolare, partiti di destra e partiti di sinistra, medicina ed etica. Ci si è accapigliati, scontrati, anche presi a male parole per (siamo sinceri) non risolvere granché del grande mistero che abbiamo dinanzi. Perché di questo si tratta, ci piaccia o non ci piaccia: la vita (ed in particolare la vita umana) è un mistero. E come tale fino a pochi anni fa era vista, osservata, ammirata, studiata, venerata. Ma ora non è così: si sono ribaltati completamente sia i giudizi che il metro di paragone per parlare e valutare questo mistero. Si ama e si desidera, per sé ma soprattutto per gli altri, ciò che era considerato impensabile mettendo insieme, anche lessicalmente, nozioni agli antipodi ed concettualmente stridenti come diritto e morte. E lo si fa nei bar, nelle piazze, nei circoli culturali, con gli amici, sulle riviste di moda, nei giornali, nei video di YouTube, finanche in Parlamento. E tutto come se fosse una cosa normale e senza conseguenze più o meno pesanti, più o meno evidenti. Ma su una cosa concordano tutti gli attori in scena: si tratta di un cambiamento epocale della società (e quindi della cultura e dei giudizi, senza contare il modo di intendere la propria identità, la propria storia, il modo di immaginare il proprio futuro) paragonabile ad una vera e propria rivoluzione. E questa rivoluzione coincide con il Vaso di Pandora cui accennavamo sopra.

Combattere la cultura della morte significa combattere in favore della cultura della vita, alzando lo stendardo dell’amore per propria Patria, per i propri concittadini, per le future generazioni come anche per le categorie più svantaggiate e deboli. Dobbiamo ammettere infatti che se la cultura della morte dilaga è anche perché non si è saputo proporre, ed anche difendere, efficacemente la cultura della vita.

Fare questo significa affermare verità scomode che nessuno vuole ascoltare: e per farsi sentire allora bisogna gridare. E la storia e l’esperienza ci insegnano che non c’è grido più efficace che quello elevato durante una marcia: la storia dei sindacati, dei partiti politici, dei gruppi religiosi, dei gruppi per i diritti civili etc è piena di manifestazioni di questo tipo che hanno spesso portato a grandi conquiste per tutta l’umanità.

C’è la possibilità di marciare per dire NO alla cultura della morte e SI alla cultura della vita: è la Marcia per la Vita che si svolgerà a Roma il 20 Maggio prossimo. La risposta alla negatività sarà la nostra personale risposta affermativa alla vita per mezzo del nostro grido a squarciagola.

Che aspetti? Vieni anche tu a marciare e gridare con noi il tuo personale SI ALLA VITA.

https://labaionetta.blogspot.it/2017/04/lettera-dal-fronte-marcia-per-la-vita.html

 

03 novembre 2015

L’aborto e l’ipnosi


di Giuliano Guzzo

Sotto i centomila. Meno male. La legge funziona. L’entusiasmo diffuso rispetto all’ultima Relazione ministeriale sull’applicazione della Legge 194/’78, dal quale si dissociano ormai solo quanti denunciano alte percentuali di obiettori di coscienza, è tragicamente indicativo di che cosa oggi resti della tragedia dell’aborto legale: un problema numerico, ragionieristico quasi, di meri conteggi. Di quella che da personalità come san Giovanni Paolo II e Madre Teresa è stata denunciata come la grande ferita sanguinante del nostro tempo, rimane insomma solo un raffreddore, un piccolo e trascurabile malanno di conti. E senza dubbio è questo – al di là delle tante obiezioni che pure si potrebbero muovere al festeggiato calo del numero degli aborti legali, dato in realtà da rileggere alla luce del mutato contesto demografico nonché degli aborti clandestini e di quelli invisibili delle pillole – l’aspetto più inquietante.
Per quanto ingiusto e violento e antigiuridico, l’aborto procurato non è cioè più, oggettivamente, il problema numero uno: prima viene l’ipnosi, la pigrizia delle coscienze o, come si sarebbe detto un tempo, il sonno della ragione. Come ogni realtà anche questa, naturalmente, ha una sua spiegazione ben precisa. Se infatti 97.535 figli eliminati prima della nascita diventano una buona notizia “perché anni fa erano di più”, una ragione anzi delle ragioni ci devono essere. Provo a condensarle in tre punti. Il primo: l’indifferentismo morale. L’aborto legale non scandalizza più perché non scandalizza l’aborto in quanto tale e l’aborto in quanto tale, a sua volta, non ferisce perché chiederebbe ad ognuno di fare i conti davvero con l’altro. Il figlio concepito infatti non è in grado di ricambiare alcunché: è un essere che chiede solo di essere accolto.
Per capirci, l’immigrato che sbarca in Italia e l’amico che ha perso il lavoro – aiutati a dovere – possono sorridere e stringere la mano, appagando e ricambiando l’impegno di chi ha provveduto ai loro interessi; il figlio concepito no: non può fare altro dono, nel breve termine, che se stesso: perciò richiede cioè vicinanza vera, umanità pura si potrebbe dire. Ed è la prima forma di umanità, questa, a saltare in un contesto dove l’indifferentismo morale dilaga. Altre cause dell’ipnosi sull’aborto sono le “grandi cause”: al di là di quanto si dice, infatti, battaglie come il rispetto dell’ambiente, la lotta all’inquinamento e lo stessa tutela degli animali, in sé pure rispettabili, non stanno facendo altro – a ben vedere – che deviare l’impegno ideale altrove, geograficamente (per tutelare remoti ghiacciai, per esempio) o temporalmente (per le generazioni future); l’aborto invece esige invece reazione qui ed ora, e quella reazione non può non essere disturbata, appunto, da altre “grandi cause”.
Terzo ma non meno importante elemento di diffusione dell’ipnosi sul crimine dell’aborto è che denunciarlo costa: si rischia di litigare con l’amico, di non essere compresi dal collega di lavoro, di passare come il fondamentalista di turno in un contesto dov’è sempre più facile incorrere in quest’accusa. Ne consegue – complice pure il fatto che non sempre, ultimamente, i paladini storici dei figli concepiti, Chiesa in primis, riescono a farsi sentire – che, oltre all’ipnosi, si sta di diffondendo anche una sorta di auto-ipnosi, di rassegnazione cioè a un problema che viene avvertito come troppo vasto e troppo impopolare per alimentare indignazione. E si viene così all’oggi, con 97.535 figli eliminati prima della nascita che anziché addolorare sollevano, “perché anni fa erano di più”. Come se il problema non fosse più l’innocenza delle vittime – che rimane tale e quale -, ma il numero di vittime innocenti. Come se si potesse davvero convivere con tutto ciò senza poi al mattino, allo specchio, vedersi più brutti.

http://giulianoguzzo.com/2015/11/03/laborto-e-lipnosi/
 

22 maggio 2015

«Integralmente iniqua»


di Giuliano Guzzo

I cattolici e i non credenti italiani affezionati alla ragione, a trentasette anni dall’approvazione della legge 194/’78, hanno ancora parole contro l’aborto legale? Il contesto attuale sembrerebbe escluderlo: non molti, oggi, rifletteranno su questa ricorrenza tristissima, pochi la giudicheranno tale e quasi nessuno avrà il coraggio di augurarsi che sia l’ultima. Più che l’indignazione, nonostante le apprezzabili iniziative pro-life, a livello generale prevale dunque la volontà neppure di parlare dell’aborto, argomento ritenuto privato e triste. E poi – è la conclusione di tanti – c’è già una legge. Ecco che allora la legge 194/’78, oltre che corresponsabile della morte di milioni di italiani, si conferma micidiale sonnifero delle coscienze. Non è un caso che a parlare della perdita volontaria di un figlio come di un dramma, oggi, vi siano sia parecchi che si dichiarano contrari alla pratica abortiva, sia quanti sono per la libertà di scelta: questo perché, com’è evidente, la dimensione oggettivamente delittuosa dell’aborto non scandalizza più. E non scandalizza più, dicevamo, perché la legge 194/’78 molti figli li ha eliminati e gli altri li ha cresciuti educandoli all’idea che se l’aborto è brutto, l’aborto illegale è peggio.
L’obiezione a simili considerazioni, di solito, verte sull’importanza prioritaria dell’evitare l’aborto. La Legge non obbliga ad abortire – si osserva – quindi un lavoro culturale è comunque possibile. Ora, questo non solo è vero, ma risulta pure doveroso. I cattolici e i non credenti italiani affezionati alla ragione debbono però rendersi conto, sulla scorta di quanto poc’anzi sottolineato, che la legge 194/’78 svolge anche un lavoro culturale. Chi ha a cuore la difesa della vita deve smetterla di credere di giocare in campo neutro o persino di giocare in casa, perché così non è: per ogni convegno, dibattito o pubblicazione contraria all’aborto, infatti, a controbattere è la voce più autorevole – quella dell’ordinamento giuridico – ed afferma l’esatto opposto, e cioè che l’aborto è qualcosa su cui si può scegliere. E’ una realtà amara, ma è la realtà. Intendiamoci: questo non rende inutile ogni convegno, dibattito o pubblicazione contraria all’aborto. Anzi. Nella misura in cui si perde però di vista il fatto che il primo avversario dei diritti del figlio concepito, oggi, non è il partito radicale ma lo Stato, si rischia di combattere una battaglia immaginaria e di presentarsi nella trincea alla quale altri mirano con fucili di precisione armati solo di fionda e buone intenzioni.
Una simile consapevolezza, tuttavia, non deve alimentare l’illusione di rivoluzioni ora non praticabili né generare sensi di colpa: nessuno rimprovererà agli italiani di buona volontà del 2015 o rimprovererà alla mia generazione di non essere riuscita ad abrogare la legge 194/’78. Tuttavia, se l’impossibile non realizzato non comporta colpevolezza, il dovere non onorato implica pesanti responsabilità. E il primo dovere di chi si batte per la vita pensando non solo ai singoli e pur importantissimi casi – per ogni bambino salvato è salva anche una mamma, spesso pure una famiglia -, ma al contesto generale è rendersi conto che la cultura della morte mai si sarebbe diffusa, non almeno nelle dimensioni attuali, senza il megafono normativo, da condannare perciò senza esitazione. A questo proposito, spesso si ricorda come Giorgio La Pira abbia definito la legge 194 «integralmente iniqua», ma quasi mai si evidenzia un fatto: la definizione La Pira la diede nel 1977 nei telegrammi ai segretari di partito e alle maggiori autorità supplicando di non approvare quel testo. Il celebre politico democristiano poi morì nel novembre di quell’anno, cioè prima dell’entrata in vigore della 194, che com’è noto è datata 22 maggio 1978.
Dunque sin dall’inizio, prima ancora che divenisse a tutti gli effetti Legge dello Stato c’era già, in coloro che avevano sufficiente senso critico, la consapevolezza che la 194 sarebbe stata «integralmente iniqua». Il paradosso è che oggi, trentasette anni ma, soprattutto, sei milioni di morti dopo – quindi alla luce di elementi che avrebbero dovuto ampiamente rafforzarla -, quella stessa consapevolezza, nella società italiana, sembra offuscarsi. Col risultato che solo una parte ha ancora il coraggio di denunciare quanto sia intollerabile la situazione. Solo un piccolo gregge si ribella. Solo pochi si ritrovano così a difendere un valore di tutti. La storia però ci insegna che nessuna minoranza è così insignificante da non poter diventare, con il tempo, maggioranza. La differenza infatti non sta nei numeri, ma nell’autenticità di ciò in cui si crede. E si dà il caso che, nonostante le tante sciocchezze dette e scritte sull’autodeterminazione assoluta, nulla potrà mai eguagliare l’incanto che accompagna la venuta al mondo di ogni bambino. Nulla, soprattutto, sarà mai più vero della gioia di chi assiste a quel miracolo chiamando la Legge che lo avrebbe potuto impedire con il suo vero nome: «integralmente iniqua».

http://giulianoguzzo.com/2015/05/22/integralmente-iniqua/

 

27 aprile 2015

Perché aderiamo alla Marcia per la Vita


di Campari&deMaistre

Il beato Paolo VI, confidandosi con l’amico e filosofo Jean Guitton poco prima di morire, disse che temeva una nuova ondata di incredulità e di miscredenza nella Chiesa ed anzi fremeva al pensiero che potesse essere vicino per lui e per il mondo il redde rationem e il ritorno finale del Cristo (cf. J. Guitton, “Paolo VI segreto”, Paoline).
 

27 giugno 2014

Conferenza sull'aborto all'Università Cattolica di Milano

La Legge 194 che consente l'interruzione volontaria della gravidanza è in vigore da quasi quarant'anni. Da allora, vi è stato soltanto un referendum abrogativo, datato 17 maggio 1981, non andato buon fine.

 

22 maggio 2014

Aborto legale, un fallimento lungo 36 anni

di Giuliano Guzzo
Vi sono ancora, ad oltre tre decenni dall’entrata in vigore della Legge 194/’78, valide ragioni a suffragio dell’aborto legale? Apparentemente sì. Anzi, sembrano esservene talmente tante che non esisterebbe neppure un valido argomento per opporvisi, pena accuse che spaziano dalla violazione dei diritti della donna a spietate nostalgie medievali. Tuttavia, se analizzate attentamente ed al di là della retorica si scopre come, in realtà, le tesi giustificative della depenalizzazione della pratica abortiva risultino sorprendentemente fragili quando non del tutto infondate anche se, a prima vista – occorre riconoscerlo – ben confezionate e convincenti. Passiamo allora in rassegna, al fine di poterne valutare l’effettiva consistenza, i cinque più diffusi argomenti a favore dell’aborto legale, che sono quelli dell’aborto clandestino, della salute della donna, del caso di stupro, dell’esercizio di libertà della donna e della maggioranza degli ordinamenti giuridici.
1.Per contrastare l’aborto clandestino
E’ un argomento condiviso da quasi tutti, persino da molti cattolici, ma doppiamente fallace, sotto il profilo logico e pratico. La prima criticità concerne la logica secondo cui, se esistente e ritenuto non eliminabile del tutto, un fenomeno deve essere legalizzato. Applicando lo stesso ragionamento, si dovrebbe ritenere corretto legalizzare realtà esistenti e non eliminabili del tutto quale il furto, l’evasione fiscale, lo spaccio ed altro ancora: il che sarebbe assurdo. Perché dunque quello che non vale per furto, evasione ed altro dovrebbe valere per l’aborto? Tanto più che – e veniamo al lato pratico –l’aborto clandestino, dopo decenni di legalizzazione, rimane, eccome: le stesse, prudentissime (e non aggiornate) stime ministeriali alludono ad almeno di 15.000 casi l’anno. Un po’ troppi, converrete, per brindare all’eliminazione degli aborti clandestini, a meno che non ci si rifiuti di guardare in faccia la realtà.
2. Per la tutela della salute della donna
Tesi diffusissima, ma clamorosamente falsa: l’aborto volontario non agevola, ma mina la salute materna. Non a caso la ricerca più autorevole ha rilevato come la perdita volontaria di un figlio sia associata – per fare una rapidissima panoramica – ad una più alta incidenza di tumori al seno (Indian J of Cancer2013), di isterectomia post-partum (Acta Obstet Gynecol Scand 2011), placenta previa (Int J Gynaecol Obstet 2003), aborti spontanei (Acta Obstet Gynecol Scand 2009), depressione, abuso di sostanze (Psychiatry Clin Neurosc.2013) nonché mortalità materna (J of American Physicians and Surgeons 2013). Lo stesso divieto di aborto non comporta maggiore mortalità materna (PLoS ONE2012): in Irlanda, con detto divieto, si è registrata una bassissima di mortalità materna, addirittura la più bassa al mondo nel 2005 e la terza più bassa nel 2008. L’incubo delle mammane, dati alla mano, è dunque più incubo che realtà.
3. Per non costringere donne stuprate a partorire
E’ il classico “caso limite” col quale l’abortismo ammutolisce quanti osano discuterne i presupposti. Trattasi però, ancora una volta, di argomento debole. Per ragioni etiche e statistiche. Partendo dalle prime, se la soppressione deliberata di un essere umano è ritenuta intrinsecamente ingiusta e malvagia,giammai si può derogare a questo principio senza comprometterlo; se, cioè, si ritiene l’aborto giustificabile “a certe condizioni”, si finisce inevitabilmente – per via della slippery slope o teoria della china scivolosa – per giustificarlo a “tutte le condizioni”. In seconda battuta, la debolezza di questo argomento emerge dai numeri: la percentuale delle donne che abortiscono a causa di uno stupro è infinitesimale – l’1% -,come appurato anche dalGuttmacher Institute, punta di diamante della lobby abortista americana (Perspect on Sexual and Reprod H.; 2005). Questo significa che chi evoca l’ipotesi dello stupro per giustificare l’aborto legale non fa altro che evitare di confrontarsi col cuore del problema, che è l’intangibilità della vita umana.
4. Per tutelare la libertà della donna
La libertà è un inviolabile: vero. Il punto è che la donna incinta non ha in grembo un ammasso di cellule, un fungo o un cucciolo di specie aliena bensì un essere umano. Il figlio concepito e non ancora nato è infatti persona a tutti gli effetti: ha un Dna unico ed irripetibile, già alla 6° settimana di gravidanza assistiamo alla formazione degli organi (polmoni, fegato, pancreas, tiroide, cuore che pulsa fino a 150 battiti al minuto, cervello distinto in tre differenti regioni) e, prima di nascere, sperimenta il dolore (Semin Perinatol.2007), risponde a stimolazioni esterne (Arch Dis Child.1994), intrattiene una vita relazionale (Neuroendocr. Lett.2001) memorizza fra le altre proprio la voce di sua madre (Acta Paediatr.2013). Circoscrivere l’aborto alla libertà individuale, dunque, è del tutto sbagliato. E comunque resta un dubbio: sicuri che una donna compiutamente informata dell’umanità del feto, degli effetti sulla propria salute dell’aborto e, soprattutto, messa dinnanzi a sostegni (non solo materiali) ed alternative (parto in anonimato), abortirebbe?
5. Perché tantissimi Stati lo prevedono
In effetti, spulciando gli ordinamenti giuridici vigenti, si scopre che è così. Ma la giustizia non è stabilita dalla maggioranza. Può quindi capitare – e spesso è capitato – che la maggioranza abbia torto, anche se si tratta dalla maggioranza degli Stati considerati avanzati. Un esempio storico è quello del commercio degli schiavi, pratica messa al bando per la prima volta nel 960 dalla Repubblica Serenissima di Venezia nel 960. Ebbene, se Pietro IV Candiano si fosse fatto intimidire o avesse preso a modello gli ordinamenti giuridici degli altri Stati, non avrebbe mai dato il buon esempio riunendo l’assemblea popolare e facendo approvare una legge che, per la prima volta nella storia, inaugurava il filone normativo anti-schiavista. Anzi, c’è da scommettere che più di qualcuno avrà ritenuto la decisione del Doge bizzarra, ingiusta o pericolosa. Allo stesso modo, chi osa criticare l’aborto legale, oggi, viene bersagliato da critiche di ogni tipo. Ma non ha affatto torto, proprio come non l’aveva, quella volta, Pietro IV Candiano. Si tratta di avere il coraggio – in Italia e non solo – di remare controcorrente, esercizio faticoso ma, quando la meta si chiama Giustizia, irrinunciabile.
http://giulianoguzzo.wordpress.com/
 

05 maggio 2014

Marcia per la Vita 2014: un successo e una gioia!

di Fabrizio Cannone
Come previsto da un anno, si è svolta a Roma, domenica 4 maggio u.s., la IV edizione nazionale della Marcia per la Vita. I numeri hanno ampiamente confermatol’esistenza e la tenuta di un popolo della vita, giovane e dinamico, gagliardo,pronto sia alla resistenza alla cultura della morte, sia al contrattacco. Le premesse erano buone, nonostante alcune mancanze a livello organizzativo e alcune sterili polemiche favorite dalla superficialità e dalla liquidità della cultura del web (presenti però, ormai, in ogni evento di massa). In effetti, un centinaio circa di associazioni cattoliche, sia ecclesiali che meramente culturali e civili, avevano offerto la loro adesione ai valori della Marcia, sintetizzati a partire da quest’anno nell’efficace formula Per la Vita, senza compromessi

Ma cosa chiede il Popolo della Vita, per così dire “dal basso”, ai promotori della Marcia per la vita e della altre analoghe attività? Direi due cose, assolutamente legate e imprescindibili: la fermezza dei principi e l’unità. La fermezza dei principi ovviamente non implica, nella pratica, il rifiuto del discernimento e del giusto senso della strategia e della tattica. La realtà infatti – al contrario dei principi – non è tutta bianca o tutta nera, ma quasi sempre variegata e fatta di colori meno netti, spesso difficili da decifrare. Da un lato è ovvio che non può esistere un vero anti-abortista che non sia, in principio, favorevole all’abrogazione della legge che permette l’aborto; così, se uno si dichiara favorevole alla legge 194, costui sta già, ne sia cosciente o meno, nel campo dell’abortismo. D’altro canto però nessuno può dire quale sia la strada in assoluto migliore per sconfiggere la cultura della morte, anche perché questa cultura è liquida, morbosa come un virus, difficile da combattere, mutevole e insidiosissima. Faccio un esempio chiarificatore. Nel 2014 in Spagna una nuova legge, approvata dal centro-destra, ha ridotto la possibilità di abortire, rispetto alla legge votata dal governo Zapatero. Alcuni pro life spagnoli ed europei ne sono stati contenti, altri no. Chi ha avuto ragione? Direi, fatte le debite proporzioni, tutti e due. Coloro che hanno gioito per la nuova legge, che comunque mantiene la possibilità dell’aborto, lo hanno fatto vedendo in essa un inizio di inversione di tendenza e la speranza di salvare alcune vite umane innocenti, che sarebbero state sacrificate nell’ottica della precedente situazione normativa. Gli scontenti, altrettanto giustamente, hanno sottolineato che comunque la legge del 2014, non proibendo l’aborto, è una legge cattiva, e questo è fuori discussione. E quindi? Quindi per certi versi la nuova legge approvata dal centro-destra segna un miglioramento nella battaglia per la difesa della vita (cosa colta benissimo dal fronte dei cultori della morte e dalla massoneria); ma per altri versi l’auto-inganno è possibile: alcuni potrebbero prendere questa legge come il giusto compromesso tra vita e morte, tra bene e male, e limitare la loro protesta alla giusta applicazione della legge (iniqua). Ma un aborto giusto non esiste e un male minore, desiderabile certo rispetto ad un male maggiore, resta un male da combattere, in nome di quel bene che anche se pare irraggiungibile deve essere sempre auspicato e voluto dai buoni, specie dai cattolici. E’ giusto in Italia oggi sia voler cancellare la 194, sia, nell’attesa della sua doverosa cancellazione, appellarsi all’obiezione di coscienza prevista dalla “legge” per non compiere omicidi. E ciò senza reale contraddizione.

La seconda richiesta del mondo pro life italiano ai suoi capi organizzativi è l’unità. Pur nelle differenze e nel rispetto della sensibilità di ogni gruppo, la vita è un bene per tutti, e l’aborto è la morte della vita. Così è possibile e perfino desiderabile dividersi nelle riflessioni e negli elementi accidentali che ogni lotta comporta; ma guai se ci dividessimo nella lotta stessa che ha un solo e semplice obiettivo, riconosciuto facilmente dai buoni: la fine dell’era dell’abortismo, ovvero la scomparsa della cultura della morte e delle sue leggi, a partire in Italia proprio dalla legge, iniqua sopra ogni dire, dell’IVG.

Tornando alla Marcia vorrei sottolinearne altresì il valore antropologico e sanamente ludico, formativo, motivante e mobilitante. Certuni, pochi per la verità, ma fastidiosissimi, credono ancora di poter restare a casa in pantofole, celandosi dietro farsi di convenienza come le seguenti: “basta pregare”, “Dio, se vuole, cancellerà l’aborto”, “il trionfo del Cuore di Maria è prossimo”, “i santi più che manifestare facevano sacrifici”, etc. Queste frasi prese in un certo senso sono corrette o quantomeno dense di nobile spiritualità; ma se vengono usate contro le mobilitazioni di piazza, oggi assolutamente doverose e impellenti, divengono un formidabile strumento nelle mani di Satana per archiviare ogni resistenza alla dittatura del relativismo, che coincide al 100% con la monarchia del diavolo. Se dico “pregare è bene”, dico una verità; ma se dico “pregare è bene” per non andare al lavoro e restare a casa (col rosario in mano), compio un atto sommamente blasfemo poiché mi servo dell’Evangelo per promuovere l’inattività, la pigrizia, l’ingiustizia (verso la società e i figli a carico), etc. La Chiesa cattolica, sempre al passo coi tempi poiché ispirata da Colui che è fuori dal tempo, ha promosso i pellegrinaggi nei primi secoli, le crociate nel medioevo, gli esercizi spirituali nel periodo della Controriforma, mezzi modernissimi come giornali, fogli e gazzette già nel ‘700 e nell’800, fino alle mobilitazioni di massa nel Novecento, e ha usato sempre tutti i mezzi leciti per il trionfo dell’ideale cristiano. Nessuno si arroghi il diritto di contestare questa logica in nome di una logica pseudo-evangelica di rifiuto della lotta, dell’apostolato e della militanza. Nessuno infine cerchi di dividere i pro life italiani, come si è fatto stoltamente e miseramente da parte di alcuni: costoro sono da classificare come i migliori alleati dell’abortismo.


I 40.000 della Marcia, 50.000 secondo Adnkronos, sono arrivati prima del Regina Coeli a piazza san Pietro e hanno, ancora una volta, ricevuto la pubblica approvazione del Papa. Segno che la battaglia per la difesa della vita umana innocente è quanto di più giusto e importante oggi: su questa nobile battaglia si può e si deve cercare il consenso più vasto per ricacciare nell’abisso le leggi infami del genocidio più immane della storia.
 

03 aprile 2014

Viva la Marcia per la Vita!

di Federico Catani
Negli ultimi giorni stiamo assistendo ad un triste spettacolo che mai avremmo voluto vedere. Un sito di area cattolico-tradizionalista ha infatti dato spazio ad un indecoroso quanto controproducente dibattito tutto interno a una parte del mondo pro-life italiano, quello più fervente e serio. Per essere più precisi, l'oggetto delle discussioni è la Marcia per la Vita, che, forte dei suoi successi, quest'anno giunge alla sua quarta edizione. Ovviamente, se alcuni avessero evitato di scrivere articoli equivocabili (almeno dai malevoli), probabilmente non si sarebbe scatenata alcuna guerra. Tuttavia, dobbiamo deplorare quanto si è sviluppato da qualche a tempo a questa parte. Di sicuro a guadagnarci da questo scempio sono solo e soltanto i gestori del sito summenzionato, che dietro la difesa della regalità sociale di Cristo, hanno evidentemente più interesse ad aumentare il numero delle visite e pertanto godono un mondo delle divisioni che purtroppo ci possono essere altrove. Ma poiché a tal riguardo si potrebbe obiettare con la celebre esclamazione di Ed Hutcheson: "That's the press, baby. The press! And there's nothing you can do about it. Nothing!", allora tanto vale rispondere per le rime senza entrare nelle diatribe e mettendo piuttosto i puntini sulle "i".

La Marcia per la Vita, per cui, seppur in minima misura, ho il piacere e il privilegio di lavorare, ha due obiettivi precisi, sin dalla nascita: affermare la sacralità della vita umana e perciò la sua assoluta intangibilità dal concepimento alla morte naturale, senza alcuna eccezione, alcuna condizione, alcun compromesso; combattere contro qualsiasi atto volto a sopprimere la vita umana innocente o ledere la sua dignità incondizionata e inalienabile. Questo è quello che sta scritto sul sito della Marcia. Questo è ciò in cui credono e per cui lottano tutti coloro che hanno ideato e voluto la Marcia e che, a differenza di altri, lavorano sodo per la sua riuscita (penso, tra tutti, alla portavoce Virginia Coda Nunziante e a Francesco Agnoli). Tutto il resto conta niente. Le chiacchiere stanno a zero. Tra l'altro, quest'anno è stato deciso di dare uno slogan alla Marcia: "Per la vita senza compromessi". Il che esprime efficacemente qual è la linea di questa bella e importante iniziativa. 

Ora, proprio a causa di questa linea, le prime critiche alla Marcia sono arrivate "da sinistra", da quel mondo pro life assonnato, amante dell’accomodamento e delle poltrone politiche, che in trent’anni di vigenza della criminale e omicida legge 194/1978 ha preferito scegliere la fallimentare strategia del minimalismo e del non scontentare nessuno, per non disturbare i benpensanti. Nonostante tutto il bene che i Centri di Aiuto alla Vita hanno fatto e continuano a fare, infatti, un certo settore di cattolici pro-life non ha mai condannato espressamente, senza se e senza ma, la 194 e non è mai sceso in piazza, a differenza di quanto accade da anni in tanti altri Paesi. Il risultato ottenuto? L'irrilevanza più totale sul piano politico-culturale. E proprio per reagire a questa strategia è nata la Marcia. Ecco perché risultano inconcepibili le critiche che vengono "da destra", da quelle menti troppo contorte  e complicate per uno semplice come me. Come si fa a dire che tra i promotori della Marcia vi sono alcuni favorevoli alla 194? Come si possono definire "cripto-abortisti" e "neo-democristiani" uomini e donne che hanno messo in gioco se stessi, subendo forti attacchi, per creare un evento di rottura con la linea minimalista di sempre? Tutto ciò è assurdo, è calunnioso, è folle. Ci possono essere, anche tra gli organizzatori, sfumature diverse e strategie diverse, ma l’obiettivo è lo stesso, non dimentichiamolo! Si può giustamente discutere su chi invitare o non invitare ad un convegno e alcune scelte possono non essere condivisibili, ma di qui a condurre infinite velenose polemiche, dando del traditore o del doppiogiochista ad altri, ce ne corre! 

Al contempo, è davvero sciocco criticare la Marcia per la sua aconfessionalità. Ma scusate, signori, la difesa della vita non trascende forse l’appartenenza religiosa? La vita non è per caso uno di quei valori non negoziabili, facenti parte del diritto naturale e dunque scritti nel cuore di ogni uomo? E allora perché mai creare problemi quando non ce n’è motivo e vedere il male ovunque? Ciascun dal proprio cuor l'altrui misura! Da quando la Marcia è stata spostata a Roma si è sempre lavorato per includere tutti coloro che, di buona volontà, si fossero mostrati favorevoli alla battaglia, tenendo però sempre fermo e chiaro il messaggio, peraltro ben espresso dai tanti cartelli che chiedono l’abrogazione della 194 e denunciano l’omicidio dell’aborto. Dove sarebbero le ambiguità? Dove la volontà di normalizzazione? A me pare che tutti gli anni vi siano state polemiche contro i "fascisti" che marciano per ledere i diritti delle donne e per riportare le lancette dell'orologio al Medioevo... O sbaglio? E se ciò avviene, come si può sostenere che il messaggio della Marcia è stato annacquato? A dar retta a certi tribuni spuntati fuori dal nulla e che pretendono di essere gli unici puri, si dovrebbe marciare in quattro. Salvo poi dividersi in altri gruppi, per ripicche e rivalità bambinesche, come spesso accade in certi ambienti. 

Ebbene, poiché si è dato vita ad un qualcosa di nuovo, che vuole attirare l’attenzione su un tema dimenticato e creare le condizioni per cancellare tutta una serie di leggi inique e magari per impedire che ne vengano approvate altre, cerchiamo di non rovinare tutto! Restiamo uniti e non troviamo pretesti di litigio solo per mascherare giochi di potere o per far emergere il nostro ego. Cerchiamo anche di non cadere nella trappola tesa da certi siti. Se qualcuno scrive poemi in cui oltrepassa ogni limite di civile decenza, lo si lasci cuocere nel suo brodo. Male ha fatto chi ha ceduto alla provocazione ed ha risposto, innescando una catena di altri articoli solo e soltanto dannosi per la causa. E allora, anziché polemizzare inutilmente sul web, si lavori per la buona riuscita della Marcia per la Vita. Poi ci sarà tutto il tempo di discutere. Ma di persona, in privato e non in mezzo alla strada, perché gli eventuali panni sporchi, si devono lavare in casa.

Viva la Marcia per la Vita!   

 

12 marzo 2014

E dopo un colpo, sparagli ancora. Gli abortisti contro l'obiezione di coscienza

di Ilaria Pisa

Dopo più di tre anni dall'episodio, una giovane donna denuncia e racconta di come si sia trovata in condizioni drammatiche e precarie ad abortire il figlio malato, priva dell'assistenza medica necessaria in quanto tutti i sanitari in servizio al momento erano obiettori (qui la sua storia in forma di intervista).
 

17 settembre 2013

La Relazione sulla 194, fra criticità e omissioni

di Giuliano Guzzo

E’ nuova, ma del tutto simile alle precedenti: tanti numeri e poca riflessione. Le 44 pagine dell’ultima Relazione del Ministro della Salute sull’attuazione della Legge 194  hanno infatti tutta l’aria di un dossier – senza offesa per il Ministro Lorenzin – stilato con una certa superficialità e che, come se non bastasse, ancor più superficialmente viene presentato da stampa e televisione. Ma andiamo con ordine, a partire dal dato centrale di questa come di parecchie Relazioni sull’attuazione della Legge 194 da anni a questa parte: il calo del numero degli aborti, che nel 2012 sono stati 105.968, con una riduzione del 4,9% rispetto al 2011 (111.415).Tutto bene dunque? Non proprio, e per diverse ragioni che meritano, sia pure brevemente, di essere prese in esame.
 

13 settembre 2012

Benvenuti a Jesi, dove non ci sono medici abortisti


di Federico Catani

Chi mi conosce sa che con la mia città natale ho un rapporto leopardiano di amore e odio. Tuttavia, quando c’è una buona notizia bisogna darla. Ebbene, nella mia Jesi, cittadina di 40mila abitanti situata in provincia di Ancona, è successo un fatto che ha dell’incredibile.