di Giuliano Guzzo
Sotto i centomila. Meno male. La legge funziona. L’entusiasmo diffuso
rispetto all’ultima Relazione ministeriale sull’applicazione della
Legge 194/’78, dal quale si dissociano ormai solo quanti denunciano alte
percentuali di obiettori di coscienza, è tragicamente indicativo di che
cosa oggi resti della tragedia dell’aborto legale: un problema
numerico, ragionieristico quasi, di meri conteggi. Di quella che da
personalità come san Giovanni Paolo II e Madre Teresa è stata denunciata
come la grande ferita sanguinante del nostro tempo, rimane insomma solo
un raffreddore, un piccolo e trascurabile malanno di conti. E senza
dubbio è questo – al di là delle tante obiezioni che pure si potrebbero
muovere al festeggiato calo del numero degli aborti legali, dato in
realtà da rileggere alla luce del mutato contesto demografico nonché
degli aborti clandestini e di quelli invisibili delle pillole –
l’aspetto più inquietante.
Per quanto ingiusto e violento e antigiuridico, l’aborto procurato non è cioè più, oggettivamente,
il problema numero uno: prima viene l’ipnosi, la pigrizia delle
coscienze o, come si sarebbe detto un tempo, il sonno della ragione.
Come ogni realtà anche questa, naturalmente, ha una sua spiegazione ben
precisa. Se infatti 97.535 figli eliminati prima della nascita diventano
una buona notizia “perché anni fa erano di più”, una ragione anzi delle
ragioni ci devono essere. Provo a condensarle in tre punti. Il primo:
l’indifferentismo morale. L’aborto legale non scandalizza più
perché non scandalizza l’aborto in quanto tale e l’aborto in quanto
tale, a sua volta, non ferisce perché chiederebbe ad ognuno di fare i
conti davvero con l’altro. Il figlio concepito infatti non è in grado di ricambiare alcunché: è un essere che chiede solo di essere accolto.
Per capirci, l’immigrato che sbarca in Italia e l’amico che ha perso
il lavoro – aiutati a dovere – possono sorridere e stringere la mano,
appagando e ricambiando l’impegno di chi ha provveduto ai loro
interessi; il figlio concepito no: non può fare altro dono, nel breve
termine, che se stesso: perciò richiede cioè vicinanza vera, umanità pura
si potrebbe dire. Ed è la prima forma di umanità, questa, a saltare in
un contesto dove l’indifferentismo morale dilaga. Altre cause
dell’ipnosi sull’aborto sono le “grandi cause”: al di là di quanto si
dice, infatti, battaglie come il rispetto dell’ambiente, la lotta
all’inquinamento e lo stessa tutela degli animali, in sé pure
rispettabili, non stanno facendo altro – a ben vedere – che deviare
l’impegno ideale altrove, geograficamente (per tutelare remoti
ghiacciai, per esempio) o temporalmente (per le generazioni future);
l’aborto invece esige invece reazione qui ed ora, e quella reazione non può non essere disturbata, appunto, da altre “grandi cause”.
Terzo ma non meno importante elemento di diffusione dell’ipnosi sul crimine dell’aborto è che denunciarlo costa:
si rischia di litigare con l’amico, di non essere compresi dal collega
di lavoro, di passare come il fondamentalista di turno in un contesto
dov’è sempre più facile incorrere in quest’accusa. Ne consegue –
complice pure il fatto che non sempre, ultimamente, i paladini storici
dei figli concepiti, Chiesa in primis, riescono a farsi sentire
– che, oltre all’ipnosi, si sta di diffondendo anche una sorta di
auto-ipnosi, di rassegnazione cioè a un problema che viene avvertito
come troppo vasto e troppo impopolare per alimentare indignazione. E si
viene così all’oggi, con 97.535 figli eliminati prima della nascita che
anziché addolorare sollevano, “perché anni fa erano di più”. Come se il
problema non fosse più l’innocenza delle vittime – che rimane tale e
quale -, ma il numero di vittime innocenti. Come se si potesse davvero
convivere con tutto ciò senza poi al mattino, allo specchio, vedersi più
brutti.
http://giulianoguzzo.com/2015/11/03/laborto-e-lipnosi/ Pubblicato il 03 novembre 2015

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