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20 luglio 2017

Adinolfi su Spadaro: la Chiesa non si schieri politicamente (dalla parte sbagliata)

Pubblichiamo questo lungo articolo, condiviso da Mario Adinolfi anche su Facebook, riguardo l'inverecondo articolo di padre Spadaro e Figureoa che demonizza, su la Civiltà Cattolica (solo di nome, verrebbe da dire), un'alleanza pro life fra cattolici ed evangelici. E' molto interessante e ricco di informazioni.
Ci permettiamo però di non essere d'accordo riguardo le conclusioni. Dipingere ancora una volta Papa Francesco come una persona mal consigliata da gente cattiva, rischia di essere una tesi consolatoria che però i fatti smentiscono. Altrimenti non si spiegherebbe l'imperversare di persone come lo stesso Spadaro o come il suo confratello Padre James Martin, il grande araldo della pastorale arcobaleno, che al momento nessuno ha ancora smentito.

di Mario Adinolfi
(Link originale)

Ho letto con molto interesse l'articolo de La Civiltà Cattolica firmato da Antonio Spadaro e Marcelo Figueroa intitolato "Fondamentalismo evangelico e integralismo cattolico", dedicato in sostanza a demolire il rapporto tra cattolici ed evangelici con la presidenza Trump. Dopo averlo anche riletto mi pare chiaro che il gesuita siciliano ispiratore della "comunicazione" di Papa Francesco e il direttore dell'edizione argentina de L'Osservatore Romano siano incappati in una serie di errori derivanti da uno fondamentale: non hanno messo piede negli Stati Uniti da anni, non conoscono questo Paese. Con la finalità di attaccare un presunto manicheismo e il sottostante "fondamentalismo dell'odio", Spadaro e Figueroa hanno scritto un articolo manicheo che indica il male nella presidenza Trump, nelle precedenti amministrazioni repubblicane (sono citati in abbondanza Nixon, Reagan e Bush) e nei sostenitori evangelici e cattolici del Partito repubblicano.

Con il tono, quello sì, "suprematista" tipico di un razzismo al contrario, il dito è puntato contro la "collettività religiosa, composta principalmente da bianchi di estrazione popolare del profondo Sud americano" che si contrappone tendenzialmente da sempre negli Stati Uniti a chi minaccia l'American Way of Life: "Gli spiriti modernisti, i diritti degli schiavi neri, i movimenti hippy, il comunismo, i movimenti femministi e via dicendo, fino a giungere, oggi, ai migranti e ai musulmani". Questa semplificazione da film western davvero è inaspettata, sorprende: due menti non banali come quelle di Spadaro e Figueroa non possono essere incappate in questo disegnino degli Stati Uniti da copia di mille riassunti. Consiglio ai due fini autori de La Civiltà Cattolica un viaggio negli Stati Uniti, prima di scrivere degli Stati Uniti. Non a New York, o a Washington o a Los Angeles a presenziare alla prima di qualche film di Hollywood o a qualche ricevimento in ambasciata per iniziative benefiche, sempre a sfondo ambientalista. Consiglio a Spadaro e Figueroa una passeggiata per gli slum veri, che possono trovare a New Orleans come a Chicago, una visita senza preavviso alle comunità ispaniche del New Jersey come del New Mexico, un bel viaggio coast to coast sulla Route 66, 4.200 chilometri per conoscere davvero gli Stati Uniti e non scrivere articoli caricaturali che oscillano tra il partito preso e il sentito dire.

I territori che hanno fatto e fanno la differenza in termini di consenso per la presidenza Trump e l'esecrato "ideologo fondamentalista" Steve Bannon non sono quelli del "profondo Sud americano", tradizionalmente repubblicani da secoli e da secoli intessuti di "fondamentalismo cristiano", anche ai tempi delle presidenze Clinton e Obama (mai citati da Figueroa e Spadaro). La novità della presidenza Trump è la sua vittoria, giudicata alla vigilia impossibile da tutti gli analisti politici, nel Mid West e nella Corn Belt. No, non sono gli stati del "profondo Sud". Sono gli Stati della classe media, della cintura operaia, del grande nord produttivo e del cuore dell'America: Pennsylvania, Ohio, North Carolina, Michigan, Wisconsin, Iowa. Sono gli Stati della middle class più colpita dalla disoccupazione, perché le aziende hanno "delocalizzato" o hanno assunto immigrati. L'amministrazione Obama ha favorito i flussi migratori, legalizzato i clandestini, offerto dunque al mercato manodopera a basso costo e milioni di americani hanno perso il lavoro. Si sono ribellati alle élite politiche di destra e di sinistra e hanno votato Trump portandolo dall'1% alle primarie repubblicane a vincerle trionfalmente, infine nel novembre scorso alla Casa Bianca. La causa primaria della vittoria di Donald Trump è l'impoverimento della classe media e non stiamo parlando di "bianchi". La Clinton rispetto a Obama ha perso il 6% del voto degli ispanici, l'8% degli asiatici, il 5% degli afroamericani: lì ha perso le elezioni.

La vittoria di Trump è provocata dai poveri, o meglio, dagli "impoveriti" d'America. E certamente anche da un fattore di natura religiosa, che è quello su cui si appunta l'attenzione di Spadaro e Figueroa. Si tratta davvero di un "neofondamentalismo" o "teoconservatorismo" che dir si voglia? Sono entrambi fenomeni antichi, intrecciati alla società americana da decenni, i teocon sono stati protagonisti dell'ultima presidenza Bush così come con altri nomi delle presidenze Bush padre e Reagan.

No, la novità è un'altra e si è manifestata in una data precisa. Per la precisione il 20 ottobre 2016 nell'aula magna dell'università di Las Vegas, Nevada (stato con popolazione fitta di immigrati ispanici, che per inciso a sorpresa venne vinto da Trump). Quel giorno si tenne il terzo e ultimo dibattito televisivo tra i due sfidanti per la Casa Bianca: Hillary Clinton sembrava trionfalmente avviata alla vittoria secondo tutti i sondaggisti e anche dopo quel decisivo dibattito, seguito da cento milioni di telespettatori, una compiacente CNN la dava per vincente senza appello, 52 a 39. Il Washington Post scrisse sicuro: "Trump ha perso l'ultima occasione per recuperare terreno".
Ero davanti ai teleschermi quella notte, sono non solo un appassionato di politica statunitense, ma negli Usa vivo diversi mesi l'anno e dagli Usa sto scrivendo in questo momento questo articolo. Così feci le tre del mattino per vedermi la diretta dello scontro, come cento milioni di americani favoriti da un fuso orario umano. Ebbene il duello fu durissimo, Clinton e Trump neanche si strinsero la mano, volarono accuse pesanti al limite dell'insulto. Poi, tre minuti che determinarono a mio avviso le elezioni. Si parla di aborto e Trump va all'attacco sulla tecnica della "partial birth abortion", cioè l'aborto praticato anche al nono mese di gravidanza che, partendo dal principio giuridico fissato dalla sentenza Roe vs Wade della Corte Suprema del 1973 per cui il bambino non ha soggettività giuridica finché è nel ventre materno, provoca il parto mantenendo però la testa del neonato all'interno del corpo della donna per schiacciarla lì, sopprimendo così il bimbo prima che sia giuridicamente tutelabile.

Quando si tentò di mettere al bando a livello federale questa tecnica, Hillary Clinton da senatore votò contro e anche durante il dibattito televisivo la candidata democratica alla presidenza si appellò alla sentenza Roe vs Wade. Trump concluse la sua tirata annunciando, in caso di vittoria alle presidenziali, la nomina di un giudice della Corte Suprema prolife per modificare gli equilibri della Corte stessa (cosa poi effettivamente accaduta con la nomina di Neil Gorsuch).
In quel preciso momento, il 20 ottobre 2016, un segmento fondamentali di cristiani cattolici ed evangelici è certamente passato dalla scelta astensionista al voto a Trump. I cattolici americani si erano divisi nelle due elezioni precedenti, preferendo Obama sia a Romney che a McCain (rispettivamente per nove e due punti). Ma davanti a Hillary Clinton che aveva come principale finanziatore le cliniche abortiste di Planned Parenthood ed era addirittura contraria al ban della "partial birth abortion tecnique", le percentuali si sono ribaltate: 52 a 45 per Trump. E non a caso in questi giorni Planned Parenthood inonda le tv americane di spot intimidatori contro i senatori che voteranno a favore della cancellazione dei 500 milioni di dollari di fondi federali che queste cliniche ottengono per praticare oltre 300mila aborti l'anno.

Non sono i suprematisti bianchi del Sud ad avere fatto la differenza, cari Spadaro e Figueroa: sono i cattolici prolife, giustamente inorriditi e tranquillizzati anche dalla figura del conservatore Mike Pence alla vicepresidenza, tutto tranne che un esaltato, ma un convinto sostenitore delle battaglie per il diritto alla vita fino ad essere stato un protagonista dell'ultima March for life a Washington.
Dopo una stagione che nel giugno 2015 proponeva la sentenza della Corte Suprema nota come "love is love" che obbligava gli Stati a riconoscere come legittimo il "matrimonio" gay e arrivava fino all'iperabortismo della Clinton nel dibattito dell'ottobre 2016, un segmento di milioni di credenti profamily e prolife ha deciso di incidere politicamente e di ribaltare gli equilibri. La Civiltà Cattolica se ne duole? Mi dispiace, ma sbaglia. E se Figueroa e Spadaro scrivono giustamente che "il Papa non vuole dare né torti né ragioni, perché sa che alla radice dei conflitti c’è sempre una lotta di potere", allora devono essere conseguenti e non provare a schierare Francesco sulla barricata tutta politica di un fondamentalismo antitrumpiano nutrito di una narrativa tutta sballata che mette insieme i Fundamentals di Lyman Stewart e la dottrina Rushdoony, il pastore Peale e la Church Militant, tutte questioni totalmente marginali nell'America di oggi. Non c'è nessun "fondamentalismo dell'odio" in voga negli Stati Uniti. Ci sono classi subalterne impoverite e valori importanti che provano a rialzare la testa e a battersi per una libertà che è dignità (e anche, sì, libertà religiosa senza alcuna tentazione ridicolmente teocratica) che passa attraverso diritti fondamentali come quelli alla vita e alla naturalità della famiglia.

Costruire una dicotomia Francesco-Trump come finisce per voler fare l'articolo in questione è un grave danno alla Chiesa che passa per una scarsa comprensione dei fenomeni e una pigrizia intellettuale che sfocia nell'ideologia. Bisogna costruire ponti e non muri, no?
La Civiltà Cattolica già in passato provò a condurre un presidente verso l'impeachment e vi riuscì: era il cattolico Francesco Cossiga, messo nel mirino dai comunisti di Achille Occhetto che avevano appena cambiato nome ma non avevano cambiato né classe dirigente né metodi. Padre Bartolomeo Sorge schierò la rivista dei gesuiti contro il presidente della Repubblica italiana, di cui sono stato amico personale, dunque conosco il dolore che ne derivò. Anche allora aveva ragione il riformismo cristiano cossighiano e avevano torto i comunisti, che però riuscirono a costringere il Capo dello Stato alle dimissioni anche grazie alla sponda de La Civiltà Cattolica. Non so se Spadaro vuole ripercorrere le orme di quella vicenda, visto che anche per Trump ora i democratici americani puntano all'impeachment sul ridicolo "scandalo" definito Russiagate. Oggi come allora, schierare la Chiesa politicamente dalla parte sbagliata è un clamoroso errore, peraltro scrivendo ipocritamente che "il Papa non vuole dare né torti né ragioni".

Il Papa dovrebbe invece. Dovrebbe stare con i poveri, con gli afflitti, con la cultura della vita assalita dai necrofili negli Usa come in Europa. Francesco per la verità lo fa continuamente, la sua pastorale contro la "cultura dello scarto", sulla ideologia gender come "sbaglio della mente umana", la sua battaglia per la vita che lo ha visto schierarsi con la famiglia di Charlie Gard, testimoniano che il Papa affibbia i torti e sostiene le ragioni. Non vorrei che qualche suo consigliere lo faccia finire politicamente fuori strada per insipienza e scarsa conoscenza esperienziale di quel che accade davvero nella società, italiana come americana, che hanno sempre più bisogno di una proposta politica popolare e di ispirazione cristiana, non per questo collaterale alla Chiesa che deve essere sempre soggetto terzo, alieno dalle parti e dai partiti, perché agisce ad un livello superiore. La stagione dei vescovi-pilota è assolutamente chiusa, in questo Francesco è stato chiaro. Non serve allora neanche un collateralismo più subdolo, perché libresco e pseudo-intellettuale, quindi ideologico a cui il Papa e la Chiesa, mi verrebbe da dire anche La Civiltà Cattolica, devono assolutamente sfuggire.
 

07 marzo 2017

Dolce morte diversa da eutanasia nazista? Ecco la verità

Josef Mengele
di Gianmaria Spagnoletti

È a tutti noto che il Direttore di La Croce, Mario Adinolfi, è stato violentemente criticato per aver paragonato la “dolce morte” all’eutanasia nazista. Quest’ultima, lo ricordiamo, andava sotto il nome in codice di «Azione T4» e causò all’incirca 70 mila morti, in gran parte disabili fisici e mentali, ma anche mutilati, persone con sindrome di Down o affette da malattie degenerative. Ma prima dell’attuazione del programma, l’opinione pubblica tedesca fu accuratamente indottrinata sui “benefici” della soppressione di disabili e mutilati, le cosiddette «vite indegne di essere vissute». Si disse ad esempio che gli istituti sanitari avrebbero risparmiato ingenti quantità di denaro smettendo di curare questi pazienti (specie in vista della guerra sempre più vicina).
Per assicurare il massimo livello di persuasione del pubblico furono girati anche dei film:
Das Erbe («L’eredità», 1935), che affrontava il tema delle tare ereditarie nell’ottica dell’interpretazione nazista del darwinismo e della sopravvivenza del più forte.
Opfer der Vergangenheit («Vittime del passato», 1937), in cui il popolo “ariano” e sano veniva messo in confronto con gli esseri “deformi” delle corsie degli ospedali psichiatrici, presentati come il frutto malsano di uno sviamento dalle regole della “selezione naturale” a cui la medicina nazista era chiamata a porre rimedio;
Ich klage an («Io accuso» 1941) dove si narra la storia di un medico che uccide la moglie affetta da sclerosi multipla e che lo implorava di porre fine alle sue sofferenze. Sottoposto a processo, il medico veniva assolto dalla giuria che si interrogava circa la domanda fatta dallo stesso accusato: «Vorreste voi, se invalidi, continuare a vegetare per sempre?».

Benché l’Azione T4 fosse condotta in gran segreto, alcune notizie cominciarono a trapelare al pubblico a guerra già iniziata, causando vibranti proteste. La voce più autorevole che si levò contro questo sterminio fu quella del vescovo di Münster, Clemens August Graf von Galen, che nella sua predica del 3 agosto 1941 disse:

«(…) Da qualche tempo ci giunge notizia che, in case di cura e istituti per disabili mentali, i pazienti già da lungo tempo malati e che forse sembrano incurabili vengono soppressi coercitivamente, per ordine di Berlino. Regolarmente, dopo breve tempo i parenti ricevono comunicazione che il malato è deceduto, che il cadavere è stato cremato e che è possibile farsi recapitare le ceneri. In generale domina il sospetto, vicinissimo alla certezza, che questi numerosi decessi inattesi di malati di mente non avvengano in modo naturale, ma vengano causati di proposito secondo il principio per cui si pensa di poter sopprimere le cosiddette vite indegne di essere vissute, cioè uccidere esseri umani innocenti quando si pensi che la loro vita non sia più di valore per il Popolo e lo Stato. È un insegnamento spaventoso, che legittima l’omicidio di innocenti, e che fondamentalmente ammette l’uccisione forzata dei non più abili al lavoro, degli storpi, dei malati incurabili, degli anziani (…).»

«Come ho saputo da fonti affidabili, ora anche nelle case di cura e negli istituti della Provincia di Vestfalia vengono redatte delle liste di pazienti, i cosiddetti “cittadini improduttivi” vengono trasferiti e dopo breve tempo devono essere uccisi. Nel corso di questa settimana, dall’istituto Marienthal vicino Münster è partito il primo trasporto [di eliminazione NdT] (…).
Già il 26 luglio avevo inoltrato una accorata protesta scritta all’Amministrazione della Provincia di Vestfalia, che sovrintende a questi istituti. Non vi è stato nessun seguito! (…)
Quindi dobbiamo tenere conto del fatto che i poveri e indifesi malati, presto o tardi, vengano soppressi. Perché? (…) Si giudica così: essi non possono più produrre beni e sono come una macchina che non funziona più, sono come un vecchio cavallo che si è azzoppato senza poter guarire; sono come una mucca che non dà più latte. Che si fa con questa vecchia macchina? Viene demolita. Che si fa con un cavallo zoppo, con un capo di bestiame improduttivo? No, non spingerò all’estremo il paragone – tanto è spaventosa la sua chiarezza! Ma qui non si tratta di macchine, non si tratta di un cavallo, o di una mucca (…).No! Qui si tratta di esseri umani, di nostri simili, nostri fratelli e sorelle! Povere persone, poveri malati, improduttivi, a mio parere! Ma con ciò il diritto alla vita viene loro tolto? Tu hai, o io ho il diritto alla vita finché siamo produttivi? Finché veniamo riconosciuti come produttivi da qualcuno?
Quando si dispone e si utilizza il principio che si possa uccidere il nostro fratello „improduttivo“ allora guai agli invalidi, che hanno impiegato, sacrificato e perso nel processo di produzione la loro forza e le loro ossa sane! Quando è permesso di eliminare a forza il nostro fratello improduttivo, allora guai ai nostri soldati, che fanno ritorno in Patria come feriti gravi di guerra, come storpi e come invalidi!! Una volta ammesso che gli uomini abbiano il diritto di uccidere fratelli “improduttivi“, - anche se per il momento ciò riguarda solo poveri e indifesi malati di mente – allora è consentito l’omicidio di tutti gli esseri umani “inutili”, cioè dei malati incurabili, degli storpi inabili al lavoro, degli invalidi civili e di guerra. Allora è consentito l’omicidio di noi tutti quando saremo diventati vecchi, segnati dagli anni e improduttivi. (…)
Allora nessuno è più sicuro della propria vita».

Von Galen puntò il dito contro l’evidente illegittimità della situazione, ricordando che la legge tedesca prevedeva la pena di morte per l’omicidio volontario:

«Uomini e donne di Germania! È ancora in vigore il paragrafo 211 del Codice Penale imperiale, che recita: “Chi uccide un uomo volontariamente, se compie il crimine con premeditazione, viene punito con la morte in quanto colpevole di omicidio”. Probabilmente proprio per proteggere dalla punizione prevista per legge coloro che uccidono intenzionalmente quei poveri esseri umani, membri delle nostre famiglie, i malati destinati a essere uccisi vengono portati dal paese natale in un istituto lontano. Come causa di morte viene addotta una qualche malattia. Dato che il cadavere viene subito cremato, né i parenti, né la Polizia criminale possono più accertare se la malattia si sia effettivamente presentata, e quale sia stata la causa di morte. Ma mi è stato assicurato che al Ministero degli Interni e nell’ufficio del Segretario di Stato alla Sanità Dr. Conti non si fa alcun mistero che, effettivamente, in Germania un gran numero di malati di mente è già stato ucciso e verrà ucciso in futuro».

Le proteste di von Galen non furono ascoltate e l’uccisione delle “vite indegne” andò segretamente avanti fino al 1945, in “ospedali” che in realtà erano veri e propri centri di sterminio (l’eliminazione avveniva mediante iniezione letale o monossido di carbonio). Ma il coraggio del presule gli valse l’appellativo di «Leone di Münster» e la nomina a cardinale poco prima della sua morte, nel 1946. La sua alta posizione gerarchica lo salvò dalla morte, ma così non fu per molti sacerdoti che avevano voluto imitarlo: uno di questi fu Bernhard Lichtenberg, prevosto di Berlino, che dal 1938 osò pregare pubblicamente per gli ebrei perseguitati e più tardi protestò contro la soppressione degli handicappati, perché questi crimini contraddicevano il precetto cristiano dell’amare il prossimo come se stessi. Nel 1942 Lichtenberg fu arrestato per «abuso di pulpito» (Kanzelmissbrauch) e «infrazione dell’ordinanza contro le malelingue» (Heimtuckgesetz) e imprigionato. Fu condannato all’internamento nel campo di concentramento di Dachau, ma non resse ai maltrattamenti subiti e spirò durante la deportazione, il 5 novembre 1943.

Rileggete le parole del vescovo von Galen: è evidente  che tra la situazione di ieri e quella di oggi ci sono pesantissime somiglianze. Dire questo non è voler fare polemica, ma è semplicemente difendere una evidenza storica. Ora che ve ne abbiamo dato la prova, cari lettori, fate conoscere a tutti la verità. Fate che la storia non si ripeta.

da La Croce
 

06 giugno 2016

La famiglia fatta a pezzi dalle amministrative


di Alessandro Rico

Un giudizio sintetico sulle amministrative: male, malissimo. Male innanzitutto per il centrodestra, che a Roma, dopo la prova penosa della giunta Marino e contro un candidato squallido come Giachetti, riesce nel capolavoro di prendere, tra Meloni e Marchini, il 31% dei voti, senza poter accedere al ballottaggio. Pesa il tonfo di Forza Italia (poco più del 4%) e del suo candidato, pressoché doppiato dalla sfidante Meloni che pure si è attestata a quattro punti percentuali dal PD. Male perché nonostante il consistente arretramento del fronte renziano, il dualismo Berlusconi-Salvini ha riconfermato lo scenario tripolare, con la destra fanalino di coda dietro al Movimento 5 Stelle. Insomma, l’alternativa a Renzi sono i grillini, quelli del baratto, del benecomunismo e della funivia tra Boccea e Casalotti, statalisti fino al midollo e naturalmente pro-unioni gay, pro-adozioni, pro-eutanasia e chi più ne ha ne metta. Peggio: dentro il centrosinistra si afferma come leader anti-renziano il famigerato Giggino Flop, che a Napoli va al ballottaggio ma prende quasi il doppio dei voti dell’avversario di centrodestra. Vince la protesta e fatica la proposta.
Dove la coalizione di destra ha costruito una piattaforma fatta di serietà, rigore e credibilità istituzionale, però, le cose sono andate diversamente: a Milano Parisi è arrivato a un soffio da Sala, un candidato forte, che veniva da EXPO e sul quale per questo Renzi aveva puntato molto. Forza Italia ha ottenuto un lusinghiero 20%, surclassando la Lega che si è fermata all’11%. Se ciò sarà di lezione a livello nazionale è tutto da vedere, visto che da un lato Berlusconi non vuole rinunciare a un moderatismo che sa più di ambiguità e Salvini non sembra rendersi conto che la strategia della radicalizzazione non paga (si veda l’Austria).
Male, malissimo, dal punto di vista di noi cattolici, anche per le liste del Popolo della Famiglia. Alla luce del magro risultato, resta da capire il senso di questa operazione promossa qualche mese fa da Mario Adinolfi. Era un tentativo di pressing sulla CEI, ormai defilata e tentennante sui temi etici? O si trattava solo di una imprudente smania di protagonismo del direttore di La Croce? Fatto sta che a Roma, dove si presentava il suo leader, il PdF è allo 0,6% (per intenderci, meno di Casapound); a Milano ha preso meno voti dei Radicali; a Bologna, la città più difficile e dove Sentinelle in Piedi, Manif e altre associazioni hanno più volte subito persino aggressioni fisiche, il risultato di Mirko De Carli è stato migliore – ma sempre poco più dell’1% e al di sotto persino del Partito Comunista dei Lavoratori. Con questi numeri Adinolfi e soci si sono consegnati a un peraltro prevedibile fallimento, finendo con lo screditare pure l’enorme lavoro fatto dai comitati in difesa della famiglia e culminato nel successo indiscutibile dei Family Day di giugno 2015 e dello scorso gennaio. L’errore strategico è stato a nostro avviso mostruoso; ma pur non lesinando critiche ai nostri amici, che con noi combattono per la buona battaglia, continuiamo a sostenere quelle iniziative, da La Croce ai movimenti attivi nella cosiddetta società civile, che soli possono sperare di influenzare i pochi partiti che difendono valori non negoziabili.
Per chiudere, qualche nota retroscenista. Innanzitutto, non è detto che il risultato di Roma finisca col penalizzare il governo. Al Movimento 5 Stelle sta succedendo quello che proprio i grillini temevano: si concretizza la possibilità di guidare una città grande e importante, con ciò che ne consegue sul piano delle responsabilità amministrative e politiche. Visti i clamorosi fallimenti nelle realtà provinciali, da Parma a Livorno a Quarto, dove l’avventura grillina si è ridotta a epurazioni interne e inchieste giudiziarie, l’eventuale giunta Raggi partirebbe con pessime premesse. È il rischio che corre un’Italia disperata e disillusa, che si affida a guitti dilettanti, un rischio sul quale Renzi potrebbe giocare in vista delle elezioni politiche del 2018, presentandosi come l’unico leader capace di governare. Ci sarebbe poi da farsi due domande sul comportamento di Berlusconi, evidentemente stretto tra i falchi alla Brunetta e la tentazione verdiniana di inaugurare un consociativismo a trazione renziana. In ballo l’ex Cavaliere ha ancora parecchi affari e il destino delle sue varie aziende, squadra di calcio inclusa, che non vivono certo un momento roseo. L’impegno che ha profuso nel rovinare la partita romana potrebbe significare qualcosa di più che semplice miopia politica: favorire Giachetti e quindi Renzi nella prospettiva di lungo termine cui si accennava sopra. Tenendo presente che a quel punto qualsiasi scenario potrebbe avvantaggiare Berlusconi: un plateale fallimento dei grillini potrebbe riconsegnare al centrodestra il ruolo di alternativa a Renzi, mentre in caso di débâcle del PD il Cavaliere tornerebbe a far leva sull’ala intransigente di Forza Italia. In tutto ciò, ovunque avanza un fronte laicista che minaccia di realizzare l’agenda dirittocivilista a livello dei Comuni, proprio dove il cambiamento sarebbe più pervasivo e con il pieno sostegno delle leggi nazionali e della magistratura. Male, malissimo.
 

03 marzo 2016

Popolo della Famiglia o gruppo di pressione? Pensiamoci!



a cura della redazione

Il dibattito sulla rappresentanza politica per il popolo del Family Day, lanciato dal sito La Nuova Bussola Quotidiana, è certamente interessante e merita di essere sviluppato. Da troppi anni ormai i Cattolici (intesi come quelli che ci credono davvero) si interrogano su chi potrebbe rappresentarli, senza trovare una risposta e, talvolta, lasciandosi abbindolare, per faciloneria ed ingenuità, da gente che fin dall'inizio li avrebbe delusi. L'ultimo a presentarsi puntuale e premeditato all'appuntamento con i 30 denari è stato l'NCD di Alfano, rincorso fino all'altro ieri anche da molti di quelli che il Family Day l'hanno organizzato.

La premessa generale sull'argomento Family Day e politica deve quindi essere una messa alla porta totale di tutti coloro che si sono prestati alle manovre che in questi anni hanno distrutto la famiglia, sia in ambito etico che in ambito economico. Successivamente ci si deve interrogare sui soggetti presenti attualmente nello scenario parlamentare, continuando al momento la linea Ruini.
La mossa successiva sarebbe la cosiddetta azione di lobbying, che è in parte ciò che è stato fatto con il Family Day. Una lobby è sostanzialmente un gruppo di persone, aziende e associazioni con interessi comuni: l'interesse comune del gruppo di pressione denominato Family Day è la salvaguardia dei valori cardine della società e la difesa (sociale ma anche fiscale) delle famiglie. Molto semplice. Per portare avanti questi scopi serve un partito? Prendendo spunto da alcune esperienze estere, come ad esempio il Tea Party americano o La Manif Pour Tous francese, possiamo ben vedere che un gruppo di pressione può prendere un partito o un insieme di partiti e influenzarne la linea. Per l'Italia noi dovremmo puntare ai partiti "canonici" di centro destra, cioè NCD, FI, Lega, Fdi e simili, visto che è ormai palese che a sinistra si sono votati al pianto e stridore di denti eterno. Il Family Day sarebbe un ottimo gruppo di pressione che troverebbe molte sponde anche nel mondo dell'imprenditoria. Ricordiamo che CL ha avuto fra le sue colonne portanti l'associazione Compagnia delle Opere che, spingendo su Forza Italia, ha tenuto in mano la locomotiva del Paese, la Lombardia, per un tempo lunghissimo, anche se con i problemi che sappiamo.
Imbarcarsi in un'esperienza partitica, se il lavoro di pressione viene svolto bene, può essere superfluo, ma potrebbe portare ad eleggere i propri candidati a tutti i livelli. Ricordiamo che tutta la rete di associazioni e comitati locali, con il supporto mediatico di un'agguerrita rete di blog e siti internet, potrebbero agire in questa direzione.
Nella storia d'Italia c'è fra l'altro l'esperienza dei Radicali, che hanno sempre preso percentuali risibili, se non nulle, ma hanno stravolto la cultura italiana. E' vero che hanno dalla loro parte ogni tipo di gruppo finanziario pronto a lucrare sulle loro rivendicazioni (industria dell'aborto e del divorzio in primis), ma anche il popolo del Family Day può anche fare la propria parte come lobby (non è forse la famiglia il motore economico della società?).

Discorso diverso è quello di fare un partito ex novo. L'esperienza insegna che i partiti nuovi non vanno lontano. E' una dura realtà ma basta controllare il passato recente per capire di cosa si parla. Il PD non fa testo perché appoggiandosi su reti di coop rosse e bianche, di fatto non è nato nuovo ma era già ben vecchio. I partiti nati ex novo dopo l'esplosione della Democrazia Cristiana dove sono finiti? L'esperienza più importante è stata l'UDC (la Margherita non merita neanche di essere citata), che ha governato grazie all'alleanza con An, Lega e Berlusconi. Il quale ha creato l'unico vero partito nato dal nulla, ma usando ingenti risorse economiche, la rete di Publitalia e, soprattutto, doti e carisma personali fuori dalla norma.
Creare un partito da zero è un'impresa grama, dicevamo, servono soldi e sedi e una pazienza che l'entusiasmo odierno non permette di avere. Qualora si facesse un partito si dovrebbe tenere presente che prima di ottenere qualcosa passeranno degli anni e, probabilmente, una candidatura al Parlamento nel 2018 diverrebbe fallimentare. Magari no, ma il successo inaspettato si digerisce meglio del fallimento annunciato (ricordiamo le esperienze del movimento 5 stelle e della lista di Ferrara contro l'aborto). Lo stesso Cascioli lo spiega molto meglio di noi nel suo editoriale.
Meglio quindi iniziare un'incubazione vera e lunga, continuando a livello culturale la formazione iniziata con le conferenze di Adinolfi-Amato-Miriano and co., e partendo a livello politico dai consigli comunali, per far capire ai propri iscritti e quadri dirigenti che, sì, i matrimoni gay e l'utero in affitto sono tematiche basilari, ma oggi i sindaci si ritrovano famiglie che chiedono aiuti per pagare le bollette. Creando una rete di amministratori di base si può poi ambire a fare grandi cose più avanti. Si tratta di un lavoro certosino ma è fattibile e può avere il pregio di donare uno sguardo ampio sulla realtà che ad oggi, essendo il Family Day un momento monotematico, manca (senza dimenticare tutti i risultati ottenuti: circoli, conferenze, libri, blog, un quotidiano, due family day, uno spirito di coesione e consapevolezza mai visti prima). Purtroppo però dobbiamo renderci conto che ad oggi le tematiche per cui ci stiamo facendo venire il fegato marcio sono pressoché ignorate da buona parte della popolazione: oggi la gente ha bisogno di sicurezza economica e fisica.

Tempo fa il leader del Forum delle Famiglie scrisse che il Family Day 2007 è fallito perché non abbiamo ottenuto il quoziente familiare. Affermazione fuori luogo, perché quell'evento serviva a fermare i DICO, ma letta sotto un'altra luce può avere un senso. La famiglia va difesa difendendo il lavoro, riscoprendo la classe sociale proletaria (che ha appunto solo la prole), premiando chi mette al mondo figli, promuovendo una scuola che formi davvero gli studenti, mandando all'università solo chi se lo merita e non chi ci sta a vita, dando la pensione alle casalinghe, mantenendo i disabili, facendo piani casa per le giovani coppie. Purtroppo in questi anni non si è ottenuto nulla. Di quoziente famigliare si parla da anni ma non c'è.
L'utero in affitto è infatti il coronamento di un processo che è stato intrapreso molti anni fa. In Italia la famiglia è stata distrutta prima sul piano sociale ed umano, proprio per procedere successivamente a cancellarla anche dal vocabolario e dalla testa delle persone. Non è da escludere che stiamo vivendo un momento di rottura, quello del salto di qualità. Perché nel momento in cui si distrugge la famiglia gli individui sono da soli di fronte al mondo e di fronte alla deriva autoritaria. Se poi sono totalmente sradicati, non sanno chi è loro madre e chi è loro padre, sono alla mercé di tutti. Soprattutto del mercato.
Per questo, un partito del Family Day, deve lasciare per ultime tutte le dissertazioni etiche (utilizzandole comunque come criteri guida) e sporcarsi le mani su tutto il resto, proponendo di ricostruire un tessuto sociale lacerato. Con alcune avvertenze. I partiti fanno litigare fra loro anche persone che sono amiche da 30 anni e, soprattutto, l'Unico Anello tesse sempre la sua trama. Di fronte al miraggio di una piccola fetta di potere sono caduti in molti e nessuno pensi di esserne immune. Per dirlo con una metafora, lo stesso Gandalf temeva di non potergli resistere. Pensiamoci bene, insomma.

 

19 maggio 2015

Laici liberi tutti!


di Alessio Calò

Premetto che la riflessione che segue è il frutto di una militanza cattolica quadriennale, oltre ad essere il sunto di un pensiero condiviso con vari amici che ho potuto conoscere grazie a tutte quelle iniziative (marce, conferenze, blog, manifestazioni, studi) che hanno permesso e permettono a molti cattolici di combattere la buona battaglia. E comunque si tratta di una riflessione aperta alla discussione e al ripensamento.
Espongo questi pensieri anche perché, oltre al fatto di dover ogni tanto imbrattare lo schermo del pc (sennò con che faccia chiedo i contributi ai miei collaboratori di C&dM?), nei giorni scorsi si sono presentati due eventi che mi hanno - come dire - scosso, e - cosa rara - trovo anche un po' di tempo per scrivere.
Il primo riguarda l'annuncio di Mario Adinolfi di terminare la pubblicazione cartacea del suo giornale, La Croce Quotidiano, sul quale molti di noi avevano fatto affidamento (seppur con qualche critica, più o meno condivisa) come strumento "propagandistico". Non ho mai avuto paura di dire a chi mi chiedeva un parere su questa iniziativa che si trattava di una sorta di "bollettino della parrocchia Italia", ma questi sono i nostri "strumenti insufficienti", ai quali magari andrebbero aggiunti preghiera-digiuno-astinenza, come ci chiede Nostra Signora. Ringraziamo comunque Marione per averci provato e gli acciamo l'ennesimo in bocca al lupo per continuare a portare avanti il progetto, con la speranza di raccogliere (se non far rinascere) quel Popolo in cammino, al quale temo attendano almeno 40 anni nel deserto (una manciatina di manna ogni tanto faccela avere però - dico alla Trinità...). 40 anni ben meritati comunque, visto il letargo in cui ci siamo rintanati...
Il secondo fatto concerne il "liberi tutti" che il Santo Padre (Dio lo benedica e lo custodisca!) ha annunciato lunedì scorso. Beh, tanta roba, come dice quel mio amico, "Ciccio spakka sempre di brutto"! Per un anticlericale come me questo è proprio un invito a nozze: "i laici che hanno una formazione cristiana autentica, non dovrebbero aver bisogno del Vescovo-pilota, o del monsignore-pilota o di un input clericale per assumersi le proprie responsabilità a tutti i livelli".

Voi direte: ma che ci azzecca il giornale di Marione con il discorso del Papa alla CEI?
Beh, in realtà c'azzecca, nel senso che a mio modesto avviso Marione aveva colto in qualche modo, anticipandola, la spinta che Francesco ci ha dato (ma che in realtà non è la prima che un Papa fa alla cristianità): uscire dalle sagrestie (se non dalle catacombe) e farci un po' sentire. Se San Paolo scriveva ai Filippesi che i pagani si vantano di cose di cui dovrebbero vergognarsi, noi certo non dovremmo vergognarci di cose di cui dobbiamo vantarci. Tutto qua. Anche perché lì fuori sono cattivi e agguerriti e usano tutti i mezzi per farci tacere (e, come ha spiegato Introvigne, si passa dall'intolleranza alla discriminazione, fino alla persecuzione). Sarà il caso di rispondere in qualche modo.
L'intuizione di Marione mancava però di quello che il Santo Padre chiama "formazione cristiana autentica", ovvero una minima base teologica (con annesse conoscenze filosofiche storiche liturgiche ecc) che permetta di parlare una lingua comune e quindi di essere un unico popolo, che sa quello che vuole e converge verso di esso (inefficace ed effimero fare le sentinelle se poi chi veglia non sa cosa sia la Natura del matrimonio, o di fare politica se il proprio modus operandi è la "laicità"). Questa formazione non può più essere diretta dai piloti sopra-menzionati (tanto meno da politici sedicenti cattolici), ma va realizzata dal basso, a partire da associazioni di persone ben formate impegnate a formarne altre. Ecco, quella cultura che non abbiamo coltivato nel post-Concilio (post-Concilio inteso come periodo successivo agli anni '60), in quanto eravamo impegnati a fare i falò con gli scout e a cantare le canzonette con quelli dell'ACR (ma gli esempi potrebbero continuare), sarà il caso di riprenderla un po', con la speranza di poter intercettare qualche persona di buona volontà e di aumentare di numero. Ci sono già delle realtà che stanno portando avanti questa linea, e altre che stanno nascendo. Vedo anche che ci sono delle associazioni (tanto per citarne una, l'Osservatorio Van Thuan) che organizzano delle scuole di Dottrina Sociale, o che cercano di collaborare con altre associazioni per fare sistema. Questi tentativi davvero riempiono il cuore, e danno anche speranza.
Buon lavoro, Raga.

 

31 marzo 2015

Caro Adinolfi, finiremo in cella assieme


di Francesco Filipazzi

Qualche giorno fa su questo blog è comparsa una riflessione riguardante il quotidiano “La Croce”, che purtroppo è stata, a torto, accolta negativamente da alcuni redattori del suddetto quotidiano. Nell’articolo di Satiricus era presente sin dall’inizio l’invito a comprare la Croce e a diffonderlo, per sostenere l’operato di Mario Adinolfi, che sta combattendo con noi la buona battaglia per la vita e per la famiglia tradizionale. 

Adinolfi, a differenza di altri, rappresenta un evento nell’area vasta e composita che potremmo definire “pro life”, per i motivi che mi accingo a spiegare. 

In Italia purtroppo esistono delle zavorre mentali che limitano la libertà di espressione e riducono sempre e comunque la discussione a uno scontro fra fazioni. Chi parla di certi argomenti, in questo caso famiglia e bioetica, è obbligato sempre e comunque a schierarsi. O di qua o di là. Soprattutto a sinistra, esiste la cultura del “pacchetto completo” che, oltre ad essere un insulto per le intelligenze di chi è davvero di sinistra, crea dei fastidiosi riflessi condizionati. Per via di questo pacchetto completo, si deve per forza essere favorevoli a divorzio, aborto, matrimoni gay, utero in affitto, fecondazione eterologa e tanto ancora, per arrivare alle famiglie poli amorose. Per uno strano meccanismo, essere di sinistra vuole dire accettare acriticamente tutto ciò che “passa il convento”, in termini di nuove frontiere. Uno può essere favorevole, per dire, ai matrimoni gay ma non all’aborto? Ovviamente no.

Le persone di sinistra, quella vera, quindi non possono più parlare, ad esempio, di socialità, lavoro, lotta all’ingiustizia e difesa dei diseredati. Il comunista duro e puro non può più condurre la sua lotta contro la società borghese e il capitale, se prima non aderisce senza indugi alla grande battaglia per i “diritti”, anche se si tratta del diritto di un paio di ricconi di comprare il corpo di una donna per usarlo come macchina da cui sfornare figli. 
Chi non compra questo pacchettino preconfezionato difficilmente può esprimersi liberamente, senza essere zittito, insultato, bollato con una serie di etichette ridicole (fascista, omofobo, transofobo, maschilista, violento, intollerante ecc) e quindi il dibattito diventa sempre più asfittico. 
Mario Adinolfi ha avuto e ha il merito di aver totalmente sparigliato la costruzione ideologica e mentale qui sopra descritta. Fondatore del PD, era (sottolineo era) automaticamente incasellato fra chi “può parlare” e quindi non c’era dubbio che, qualche dissenso a parte, facesse parte della grande macchina da guerra dei "diritti". 
Invece no. Un giorno si è alzato e ha detto chiaramente che non era d’accordo. Un uomo di sinistra, addirittura fra i fondatori del partito di riferimento, che si dichiara in dissenso rispetto alla linea sempre più libertina di quell’area è risultato atipico e ha spiazzato molti, che prima di accorgersi davvero di cosa stava succedendo, hanno impiegato qualche mese. Nel frattempo Adinolfi è riuscito a coagulare un’area di opinione e a fondare attorno a sé un vero movimento di persone e famiglie che, per dirla come lui, “vogliono la mamma” e non si stancheranno mai di volerla. 
Il tutto non con argomenti “di destra”. Adinolfi rimane nel PD e non ha intenzione di uscirne. Finalmente è stato ribadito che essere di sinistra non vuol dire inventarsi diritti ridicoli e lottare contro la vita e che una persona che davvero vuole lottare a fianco dei più deboli e contro la supremazia del mercato sulle persone, deve per forza essere contro la mercatizzazione della vita e contro la riduzione del bambino a prodotto da supermercato. O a prodotto di bellezza, visto che sono state inventate creme a base di embrioni umani. 
In tutto questo, vedere persone che storicamente si battono per la vita e la famiglia, criticare in modo troppo diretto il progetto della Croce e dei Circoli Voglio la Mamma, sulla base che Adinolfi sta nel PD e via dicendo, lascia un po’ di stucco. Soprattutto perché i suddetti spesso sostengono l’NCD che con il PD ci va a braccetto.
Per una volta che possiamo davvero fare della “buona battaglia” una vera sfida trasversale al sistema dell’immoralità, in modo laico e non confessionale (visto che anche un ateo medio dovrebbe inorridire sapendo ciò che ha fatto Elton John), sarebbe giusto cogliere la palla al balzo. Il discorso destra e sinistra, partito giusto o partito sbagliato, sinceramente lascia il tempo che trova. 
Se poi quelli che mantengono l’appartenenza di destra o di sinistra, dopo questa lotta epocale, vorranno tornare a dividersi su tutto il resto, sarà legittimo e giusto. 
Altrimenti condivideremo tutti la stessa cella, condannati per la legge Scalfarotto, così avremo il tempo necessario per fare ogni tipo di distinguo.
 

21 marzo 2015

Una critica (costruttiva e amichevole) a La Croce - Quotidiano


di Satiricus

Non ce la faccio più, non tollero più di esser trattato da utile idiota, con argomenti fatui e lacunosi, con totale assenza di auto-critica, con sicumera ottusa e con una superficialità che solo gli intellettualisti possono permettersi. Sembra di sentire gli eurocrati con ministri mai votati al seguito “la crisi è passata, state tranquilli”; sembra l’untuosità sorniona dello stesso Scalfarotto “il mio ddl non vi darà problemi, state tranquilli”. Peccato che qui si tratti di La Croce Quotidiano, dove fin dal primo numero hanno scelto di trattare così il lettore in materia di cattolicismi, puntando evidentemente sul fatto di avere a che fare con un target di destinatari totalmente sprovvisti di conoscenze in merito. Lo dico con totale nausea, ma anche col diritto del cliente, di quello che ci mette i soldi e la faccia per diffondere tra conoscenti e amici il doppio foglio di Marione, formidabile grimaldello sui temi caldi della laicità. Lo dico dagli inizi e qui lo ribadisco: onore agli arditi de La Croce, i redattori che fecero l’impresa. Onore al grande sforzo, alla passione, al coraggio, allo studio, al servizio di questa equipe piacevolissima, soprattutto perché nata dal basso. Oggettivamente intollerabili stanno divenendo invece i palchetti raggelanti di Marcotullio - eh già, è a lui che vanno i miei disappunti - roba che quasi rimpiango il normalismo aplomb di Introvigne o il papalisimo anodino di Invernizzi su La Roccia. Qualunquismo mascherato da professionalità, è il mio giudizio personale un po’ calcato. Un qualunquismo pericoloso, sebbene limitato ai temi vaticani, perché in tutto simile a chi sbeffeggia le veglie delle Sentinelle, i Congressi regionali, le bandiere giganti nelle piazze ed in generale tutta la militanza critica pro-life, in quanto espressione eccessivamente allertata di compulsivismo bigotto e conservatore (quasi “essenzialista” in materia bioetica - cfr. più sotto): insomma roba che ti attenderesti dal circolo LGBT o dall’ACLI di quartiere, non da La Croce Quotidiano.

Non dico certo di buttarsi sulla spietata linea Socci (troppo caustico); non pretendo nemmeno di dar spazio all’intelligentissimo e prudentissimo Messori (troppo fine); mi andrebbe bene una posizione che si limitasse a presentare i lati più ortodossi del Magistero ufficiale attuale, smontando le strumentalizzazioni mediatiche su Francesco e sgonfiando il clamore di alcune sue comunicazioni atipiche: questo in effetti serve al cattolico medio, aderente alla battaglia contro i falsi miti di progresso. Per meno di questo, però, non sono disposto a proseguire nella diffusione della Croce. E invece il “meno” lo si tocca quasi quotidianamente. Un episodio per tutti. Il 17 marzo Marcotullio se n'è uscito con il riciclo di un'intervista della Stampa a Dianich per un resoconto che bollerei, rendendo addirittura onorifica la critica, come leibniziano. "Chi guarda al Sinodo dell'ottobre venturo con apprensione sembra ignorare la storia della Chiesa". Udite udite: l’eurozona non è un problema, Scalfarotto non è un problema e la bagarre sinodale sulla famiglia e i sacramenti non è un problema. Viviamo nella migliore delle Chiese possibili, perfetta addirittura, in cui non si ha da temere nulla. Qualcuno profetizza un nuovo terremoto di Lisbona? Una defezione nella fede ecclesiale? Catastrofista! I terremoti sono roba da Medioevo - o qualcosa di simile. Dianich è un esperto, lui ha studiato e sa che non rischiamo nulla, la Chiesa procede sicura, avvezza a dibattiti. "Tutta la storia del cristianesimo è anche la storia di un grande confronto". Ogni tanto qualcuno muore bastonato “dai suoi monaci”, ma anche questo non è di interesse, tanto più che tale sorte probabilmente non toccherà né a Dianich né a Marcotullio.
Anche io ho studiato, non tanto come Dianich, ma ho studiato, addirittura ho studiato libri e articoli di Dianich, e mi consta che negli ultimi cinquecento anni, a fronte di una Chiesa dottrinalmente salda (sulla carta - carta peraltro ampiamente contestata dai teologi più applauditi), abbiamo perso milioni di fedeli, rastrellati di secolo in secolo dalle ondate prima protestanti, poi illuministiche, poi comuniste ed ora nichiliste (sto semplificando, però in linea di massima tengo dietro alla Spe Salvi di Benedetto XVI). E poi, ardisco precisare, non solo la storia della Chiesa, ma la storia dell’umanità è “la storia di un grande confronto”, apocalittico addirittura, o non fu un grande confronto la Seconda Guerra Mondiale? O non si dice - per usare provocazioni meno gratuite - che le Crociate coi loro laghi di sangue sono state occasione di un grande scambio culturale tra europei ed arabi? Per cominciare dunque mi accontenterei di sottrarre alla banalizzazione irresponsabile questo primo punto, stando peraltro assolutamente al di qua di qualsivoglia critica al Romano Pontefice (così anche i fedelissimi della Croce possono leggere senza scandalo): rendiamoci conto che la Chiesa non è solo il balconcino di San Pietro e il rotocalco degli Acta Apostolicae Sedis; il dramma annusato da taluni insomma non concerne direttamente od esclusivamente la possibilità di stravolgimenti magisteriali o cedimenti pontifici, di documenti discutibili o prassi svecchiate, ma tiene conto del dissesto nel popolo, del tracollo nella vita cristiana ordinaria e nelle vocazioni sia speciali che familiari. Gli scontri, per quanto possano attendersi finali idillici nei sacri palazzi, costano sempre in termini di vittime sul campo, e la mancanza di preveggenza strategica può costar cara ai poveracci della prima linea.
Non basta, di colpo si passa dal tratto consolatorio in perfetto stile Don Raffae’ al pindarismo teologico più estremo. "La presunzione degli essenzialisti sta in questa riduzione del cammino della fede a un procedimento logico". Chi sarebbero gli essenzialisti? Quelli che difendono la realtà della Eucaristia? Quelli che non trasformano la Comunione in un palliativo psicologico per coppie in crisi e famiglie arcobaleno? Non si capisce. Del resto tale approfondimento supera il livello medio-basso delle riflessioni teologiche ammesse sulla Croce. E allora, proprio per la scelta programmatica di mantenersi ad un tenore di vaticanismo mediocre, paternalistico, pedagogicamente a-problematizzante, divulgativo, non si potrebbe lasciare del tutto esclusi certi temi specifici? È pure in contraddizione con la retorica autobiografica adinolfiana del peccatore recidivo in missione pro-life questa posa catara e innocentista, costruita sul mito di un cattolicesimo tradizionale ignorante e cupo, incline a vedere problemi dappertutto, prigioniero di schemi mentali idioti, così analfabeta da fraintendere sistematicamente tutte le cristalline dichiarazioni di Francesco. Tutto bene, signori lettori, dite il rosario e andate avanti, prenotatevi per il Palalottomatica, alla Chiesa ci pensa lo Spirito Santo (e alla famiglia no? Gli serviamo noi coi pullman da tutta Italia?). Storico e sovente accusato di essenzialismo è - concedetemi un esempio scomodo - Roberto De Mattei, le sue posizioni di militanza culturale possono dispiacere (io non le condivido), il suo lavoro di ricerca sul Concilio Vaticano Secondo può non essere ratificato in tutti i dettagli e nei giudizi conclusivi, ma in esso si mostra come anche il Concilio sia stato teatro di gravi e meschini scontri tra prelati, si documenta che alcune sensibili decisioni dei pontefici sono state influenzate da tali trame, e che il Popolo di Dio ne ha risentito: tutto ciò è innegabile, senza con ciò dover ratificare l'implosione della Chiesa e la fine del Papato. Davanti a bassezze degne di un romanzo della Mazzucco l’innocentismo è peccato, “la fede e la preghiera” chiedono anche astuzia e combattività. È eccessivo scrivere questo su La Croce? Lo è, La Croce si rivolge al popolino dei cristiani semplici, veloci allo scandalo; ma è davvero troppo chiedere, non dico la critica intelligente libera e coraggiosa (tipo Messori, che è l'equivalente di Adinolfi in tema di vaticanerie), ma almeno un rabbonimento che non scada nel ridicolo e nella beffa? E’ troppo chiedere che la consolazione del popolino - affatto digiuno di “essenzialismi” - non passi per l’irrisione di punti teoreticamente complessi, facilmente impugnabili dagli stessi teologi di grido (i teologi scomodi non durano molti anni sulle loro poltrone, teologo Ratzinger docet), comodi solo alla autoreferenzialità del redattore? Tiriamo le fila: che alla fin fine, all'indomani del Sinodo in arrivo, sul Catechismo non appariranno stampate eresie possiamo esser d'accordo nella fede (lo scrivo fingendo di non ricordare il Catechismo Olandese, per quanto non ufficiale, e le relative prefazioni di elogio compilate da teologi né “essenzialisti” né “irenisti”, autentici dianichiani ante litteram). Che sia impossibile la defezione di un Papa eretico, non è serio dirlo ma non è tema da quotidiano popolare. Che si riveli semplice a priori la difesa della fede da parte di Francesco e che il prossimo Sinodo possa correr via liscio, va contro ogni ragionevole previsione storica alla luce delle cronache (ma Marcotullio potrà scegliere di scommettere sull'esito, forte - perché no? - dei consigli pokeristici del suo Direttore). Che il Sinodo straordinario non abbia invece già rivelato posizioni materialmente eretiche sia di vari prelati, sia nella prassi di tanto basso clero, sia nel credo di non pochi fedeli è innegabile.
Tralascio altri affondi teologici, ormai sconfortato dalla provata ipocrisia degli ecclesiastici, che contestano con sicumera il Magistero passato, ma si trasformano in pudichi lacchè al cospetto dell'attuale Regnante, che fanno le pulci in aula con certosina minuzia ad almeno 11 secoli di storia della Chiesa, ma poi normalizzano i dissesti del tempo presente elargendo interviste trionfalistiche ad hoc. Curiosa però la dichiarazione sulla prospettiva di studio dell'ecclesiologo intervistato, la quale "non si è orientata verso un'ermeneutica della frattura, né per questo ha rinunciato a mettere in luce le reali e profonde innovazioni". L'eremeneutica o è della continuità o non lo è, dire “né per questo ha rinunciato” non ha molto senso, si annovera ben che vada tra le chimere e retoriche utili a raggirare la questione o a dimostrarsi ignoranti in materia. Che Benedetto XVI su questa benedetta ermeneutica si sia speso dal 2005 fino all’ultimo discorso prima del congedo non suggerisce proprio nulla a nessuno? Nemmeno a chi ha studiato molto?
Lasciamo perdere e andiamo ad una frase in chiusura dell'articolo che è tutto un programma: "Quanto più la fede è robusta tanto più possiamo permetterci di discutere e di litigare, sicuri che la grazia di Dio ci manterrà nella fede". Già, chissà che non stia qui il problema, e sì che Francesco ha preso il timone della Chiesa proprio nell'Anno della Fede. Qual è il gioco? I papi indicono anni speciali per riempire la noia delle loro giornate romane? O non era quell'anno, curiosamente corrispondente agli anniversari del Vaticanosecondo e del Catechismo, indice di una crisi fiacca, sempre più fiacca, tutto fuorché sicura o scontata? E sia, sono valutazioni che si giudicano da sé. Ribadisco, forse il popolo di Adinolfi può accontentarsi di un livello di formazione religiosa medio-bassa, quasi stupida, alimentata da mezze notizie gestite opportunisticamente, l'importante è che siano risoluti nel firmare Referendum e nel sentinellare in silenzio, nel far pienone ai convegni contro i falsi miti di progresso e nel creare comitati di sensibilizzazione pro-life locali. Cose sante, che in effetti possono convivere benissimo con la mediocrità della formazione cattolica e con un servilismo funzionale allo spirito di corpo. Il tutto peraltro viene benissimo compensato dal messaggino mensile di Medjugorie. E voglio appunto congedarmi lanciando una sfida in tema. Provate a interrogare i vostri conoscenti, lettori della Croce, ascoltatori di Radio Maria, fedelissimi di Papa Francesco, devoti di Medjugorie, provate a metterli spalle al muro: dovessero scegliere tra Medjugorie e Francesco, che farebbero? Io ci ho provato ed ho fatto scoperte mirabolanti. Ho scoperto che la Chiesa è piena di normalisti che si spacciano devoti di Francesco, solo perché lo ignorano crassamente quando gli fa comodo, per esempio nella devozione a Medjugorie. "Il Papa - testuali parole - non può opporsi alla Madonna", così un capo-gruppo locale attivissimo nella causa pro-life. Ho capito tutto: non c'è niente da capire.
E con tutto questo il sottoscritto compra La Croce, va a Medjugorie, obbedisce al Papa, dà spazio ai ragionevoli dubbi e prega e teme per l'esito della fede fragile della Chiesa. Anche Dio ne sembra preoccupato, a giudicare dalla marea di martiri che ci sta donando. Ma il Dianich di Marcotullio è tranquillo, lui ha studiato che tanto i martiri ci sono da sempre.

 

13 gennaio 2015

La Croce - quotidiano contro i falsi miti del progresso



a cura della Redazione 

Dopo vari annunci di preparazione, oggi in edicola esce “La Croce”, il quotidiano diretto da Mario Adinolfi (intervistato su questi schermi un annetto fa), che si ripropone di dare voce al mondo cattolico e prolife molto numeroso in Italia, ma non sempre interpellato e coinvolto dai mezzi di informazione. 

Una voce fuori dal coro che approfondirà i “temi essenziali”, così vengono definiti i temi etici nell’editoriale, accanto a quelli politici e di attualità. Per esempio, la notizia di apertura del primo numero è dedicata all’elezione del presidente della Repubblica, che secondo “La Croce” dovrebbe essere un presidente cristiano. Il nome fatto è quello di Paola Bonzi, simbolo dei Centri di Aiuto alla Vita. Interessante inoltre l'articolo sulla questione del rapporto con l’Islam, che va trattato “a partire da Ratisbona”.

La Croce ha il tipico formato dei giornali di nuova uscita, due fogli densi di concetti e di notizie, senza fronzoli e senza spazio per le idiozie cui ci hanno abituato i giornali generalisti. Nell’editoriale Adinolfi lo presenta come un giornale confessionale (e quindi, ci si permetta di aggiungere, non clericale) e la sfida, a parer nostro, sarà proprio quella di rendere un giornale di questo tipo fruibile da persone che hanno perso il contatto con il cattolicesimo o lo danno per scontato, trattando argomenti di un certo tipo in modo da trovare d’accordo anche chi non pensa in ottica cristiana.

Riusciranno i Nostri nell’impresa? Non possiamo fare altro che sperarlo, sostenendo la nuova pubblicazione come facevano una volta i militanti dei movimenti minoritari o semiclandestini (senza dimenticarsi di pregare). Comprando due copie del giornale al giorno, una per sé e una da regalare, o da “dimenticare” sbadatamente in un bar, in modo che un successivo avventore possa dare un’occhiata.
 
 

28 agosto 2014

OL3, né indignati né rassegnati


di  don Mauro

Lo scrivo con un po’ di invidia: sembra che Roma stia divenendo la fucina del rinnovamento cattolico contemporaneo. E quando dico Roma, non intendo il Vaticano, ma alludo a una serie di laici cattolici accomunati, oltre che dalla fede, pure da uno spiccato accento romanesco.
 

12 maggio 2014

La sinistra di Dio

di  don Mauro
«Una pace senza giustizia è un esercizio retorico destinato a un misero fallimento. Ma la giustizia, in questo caso, è tale se riconosce e rispetta i diritti di tutti e non solo di chi esercita il monopolio della forza. Vede, nel mio Paese chi si considera di sinistra evoca spesso la necessità di battersi perla giustizia sociale. Ma come è possibile realizzare la giustizia sociale senza definire la giustizia come un valore universale? Quali sono i confini della giustizia e della sua attuazione? Questo ci riporta all’occupazione. La giustizia non è solo il diritto a un alloggio decente per gli ebrei, è anche il diritto alla libertà per un popolo che vive sotto occupazione. Prima che in politica, la sinistra ha perso la sua battaglia nel campo della cultura, del confronto di visioni».
Con queste parole Zeev Sternhell, “il più autorevole storico israeliano”, commenta la situazione dello Stato di Israele a sessantotto anni dalla sua fondazione. Non entro nel merito della questione israeliana e delle sue difficoltà, perché effettivamente non le conosco e non ne so giudicare. Trovo però interessante questa confessione da sinistra circa il fallimento dei più nobili ideali della sinistra stessa, illustrazione di una decadenza che viene a far rima con molte parole, quali incoerenza, annebbiamento culturale, ostinazione.

Sulla medesima lunghezza d’onda, per tornare in casa nostra, è altrettanto interessante il ragionamento che sta alla base della recentissima ed energica campagna pro-life avviata da Mario Adinolfi con il suo libro “Voglio la mamma”. Anche in questo caso il suo zelo per i valori non-negoziabili si edifica sul ritorno agli ideali più autentici e nobili della sinistra.
«Io sono di sinistra come è di sinistra Matteo [Renzi]: a sinistra si sta con i più deboli. Con i bambini che rischiano di non nascere, con le donne sfruttate che devono vendere persino la sacralità della maternità a italiani ricchi, con i malati piccoli e anziani che devono essere curati e non soppressi, con le madri che hanno diritto a veder riconosciuto il proprio ruolo. Serve una rivoluzione culturale a sinistra, a partire dal mondo del Pd, perché cedere culturalmente alle idee del socialismo radicaleggiante non può essere un'opzione per il Matteo Renzi che conosco io, neanche per calcolo politico, neanche per cercare consenso».

Lasciamo dunque la parola alla storia per scoprire se la sinistra vera è quella della difesa ai deboli o quella dell’inarrestabile declino antinomico e rivoluzionario, quella che si spende per tutte le categorie di indifesi o quella che parteggia subdolamente per neo-caste ristrette e predeterminate. Il tutto sempre ricordando il limite intrinseco di qualsiasi angolatura politica, e la necessità di mendicare da piani più alti – i più alti sono quelli di Cristo e della Sua Chiesa – la giusta via d’uscita e di riscatto.
 

11 maggio 2014

Viva la Mamma!

di Giuliano Guzzo
Mamma è la sola parola che non occorre insegnare ai neonati, per un motivo molto semplice: la conoscono già. O meglio, la imparano da soli, senza bisogno di lezione alcuna. Infatti “mamma” – come notò già la psicanalista russa Sabina Spielrein (1885-1942) – è un termine che ricorre con impressionante somiglianza in praticamente tutte le lingue: dal russo mama al francese maman, dal tedesco mama all’ucraino maty (ma anche màmo) al greco mama [1]. Una somiglianza riscontrabile anche per il termine “papà” e che si spiega solamente col fatto che, coi suoi primi suoni e vocalizzi, il neonato familiarizza anzitutto con le consonanti p (o b) e m. Mamma è quindi davvero una parola che non occorre insegnare ai neonati.
 

15 aprile 2014

Pavia ripara il crimine dell’aborto

Riceviamo e pubblichiamo questo contributo dell'amico Giorgio Vedovati, che ringraziamo, e ne approfittiamo per invitare tutti alla Quarta Marcia per la Vita, domenica 4 maggio a Roma.


di Giorgio Vedovati
Mentre si diffondono sempre più in tutta Italia le lodevoli iniziative delle Sentinelle in Piedi con annesso – ahinoi – schiamazzo osceno delle solite congreghe sodomitiche, c’è anche chi si affida costantemente alla preghiera. L’esempio viene da Pavia, dove nella prima mattina di mercoledì 9 Aprile centinaia di passanti hanno potuto vedere celebrata una Santa Messa in riparazione al crimine dell’aborto proprio davanti all’ingresso principale del Policlinico cittadino.
Il segno è stato potente. Non siamo generalmente più avvezzi a incontrare il sacro nelle nostre vite quotidiane, avendo la modernità sancito inderogabilmente che tra tutte le libertà solo quella cattolica debba restare relegata nella sfera privata o all’interno delle chiese, tanto che diventa sempre più raro incontrare e riconoscere per strada un prete o una suora. Volendo invece portare all’attenzione pubblica il dramma dell’aborto, che qualsiasi persona razionale di buona volontà può riconoscere come un vero e proprio delitto, si è deciso che una Santa Messa fosse il metodo migliore per attirare l’attenzione e indurre alla riflessione. Ma non basta: per comunicare al meglio il valore di espiazione e di riparazione della celebrazione, è stato utilizzato il rito romano vetus ordo (la volgarmente detta “messa in latino”), sommamente sobrio, composto e grave. È così che, all’interno della Quaresima e in particolare della Settimana di Passione, il sacrificio di Cristo s’è fatto carico anche del sacrificio di tutti quegli innocenti che, a poca distanza, vengono immolati all’altare dell’utilitarismo, dell’egoismo e dell’indifferenza.
Oltre alla ventina di fedeli che sono accorsi di proposito a questa celebrazione antelucana (la Santa Messa è iniziata, dopo un Rosario, alle 7), sono stati diversi i passanti che si sono fermati ad assistere, anche solo per qualche minuto, al rito, colpiti dalla sua autenticità sacrale e – vogliamo sperare – dal pensiero alle vittime innocenti. Si è avuta così la dimostrazione di come bisogni superare paure e scrupoli eccessivi e non esitare nel far sentire pubblicamente, con forza ma con compostezza, la nostra voce di cattolici: la gente, almeno in parte, è ancora pronta a recepire i messaggi, non è ancora inevitabilmente persa.
L’iniziativa di questa Santa Messa contro l’aborto è arrivata dopo ben 29 appuntamenti settimanali durante i quali ogni mercoledì alle 6:50 – in barba a nebbie, gelo, oscurità e pioggia – Marco Crevani e un manipolo di fedelissimi si radunano davanti al Policlinico di Pavia per la recita del Santo Rosario, nel giorno settimanale assegnato allo svolgimento di questa carneficina. È Marco, vero pro-life in parole e opere, il fulcro organizzativo di queste iniziative, che hanno come corollario l’impegno radiofonico sulle frequenze della diocesana “Radio Ticino”: ogni giovedì pomeriggio, infatti, conduce “La Grande Guerra. L’umanità contro se stessa”[1], un programma di attualità e di approfondimento sulle tematiche della difesa della vita, dal Magistero dei Pontefici alla cronaca quotidiana dell’assalto alla famiglia, al matrimonio e, appunto, alla vita dal suo concepimento alla morte naturale. Invito tutti all’ascolto, soprattutto quei “cattolici adulti” che nulla temono o sospettano circa il gramo destino verso cui si sta incamminando la società contemporanea.
Ora che abbiamo il supporto chiaro e netto anche da parte di Papa Francesco, che ha finalmente pronunciato parole incontrovertibili circa l’aborto e i temi scottanti della genitorialità e dell’educazione (ovviamente ignorate dai media), usciamo dai nostri cortili, scuotiamoci di dosso la nostra colpevole indifferenza e leviamo insieme la voce. Facciamolo per pregare e per evangelizzare, o almeno per unirci al coro del neo-duce Adinolfi: «Vi piace un mondo così? A me fa cagare un mondo così!».






[1] Il programma possiede un archivio complete di tutte le puntate, riascoltabili in podcast al seguente indirizzo: https://drive.google.com/folderview?id=0B7rMDJDKIRSmUGR6ZF9zMzJINjg&usp=sharing. Segnalo inoltre il blog della trasmissione curato dallo stesso Crevani: http://lagrandeguerraradioticinopavia.blogspot.it/.