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05 settembre 2017

Né abbandonare la barca di Luigi, né permettere che affondi


di Daniele Laganà

Negli ultimi anni della mia avventura liceale salesiana, pur coinvolto intensamente nelle attività di un’associazione missionaria di matrice cattolica, sentii sempre più l’esigenza di una compagnia nella fede, dove l’amicizia potesse essere illuminata dal comune amore per il Signore e dove fosse possibile trarre un concreto ausilio per scorgere la presenza di Cristo in ogni granello del reale; contestualmente principiai ad appassionarmi a Tempi, una testata giornalistica che aveva la dote di offrire una costante lettura dell’attualità alla luce della Verità incarnata, e diedi vita ad un sodalizio apologetico in difesa della famiglia con due mie compagne di liceo, arrivando a proporre insieme ad una di loro l’iniziativa delle Sentinelle in Piedi dinnanzi all’intera comunità discente. Attratto sia dall’avventura culturale di Tempi, allora diretto da Luigi Amicone, sia dall’amicizia che era sorta con queste due fanciulle, decisi di assaporare la sorgente da cui scaturiva questa bellezza e chiesi di poter iniziare a partecipare al raggio, l’incontro settimanale di Gioventù Studentesca, la dimensione di Comunione e Liberazione presso le scuole superiori; a cagione della preparazione della maturità, presi parte con incostanza ai raggi, con il proposito di vivere la proposta del movimento nella sua interezza nel tempo dell’università e così è stato. Trasferitomi da Milano a Roma per studiare odontoiatria presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, ho trovato nella piccola, ma appassionata comunità del movimento non sono una “seconda famiglia”, bensì anche il luogo ideale per permettere alla mia fede di spiccare il volo, con i gesti propri del carisma giussaniano (la Scuola di Comunità, la caritativa, gli Esercizi Spirituali, le assemblee, il Banco Alimentare, …), ma anche con il semplice invito a prendere parte alla celebrazione eucaristica mattutina, a cui ho risposto con generosa costanza, traendo un incommensurabile giovamento.
Nel contesto universitario, una proposta che il movimento rivolge a tutta la comunità è costituita dall’implicarsi nella rappresentanza studentesca, sottolineando il guadagno innanzitutto personale di tale impegno, ma, al contempo, offrendo all’ateneo la possibilità che una prospettiva evangelica possa illuminare le scelte didattiche; la rappresentanza è una delle forme con cui il movimento si propone di offrire al consorzio umano una presenza originale, scaturita dall’incontro personale con Cristo, e questa stessa presenza, contraddistinta da un giudizio chiaro sulla realtà, è stata oggetto, negli anni Settanta, degli attacchi trasversali della violenza atea sia rossa che nera, culminati negli attentati delle Brigate Rosse a Mario Perlini e Carlo Arienti: l’autenticità della testimonianza cristiana offerta da CL fu “convalidata” dall’aggressività della persecuzione di cui fu vittima e il Servo di Dio Luigi Giussani commentò quella situazione: «Di fronte al ricomporsi dell’unità [fra quanti riconoscono nella fede cristiana il punto di riferimento della loro vita] si sta oggi aggravando l’influenza che il laicismo radical-borghese esercita sulla nostra società. Questa ideologia, assunta anche dal “progressismo socialista”, sta diventando a livello culturale e politico un fatto dominante. Ci sembra ormai possibile un nuovo “totalitarismo ideologico” che, se tollera ancora la fede come fatto della coscienza privata, cerca, anche con la violenza, di impedire ogni emergenza pubblica e ogni incidenza politica
In queste ultime parole si ravvisa qual è la posizione di Comunione e Liberazione sulla natura della testimonianza cristiana, cioè una presenza che coinvolge l’integralità della realtà e che non riconosce alcuno spazio che non possa essere illuminato dalla luce di Cristo, mentre la posizione della quasi totalità dell’associazionismo cattolico viene più volte categorizzata da Giussani come “scelta religiosa”, formula per la quale «di fronte a tutti i problemi politici – diretti e indiretti: indiretti come l'aborto, come il divorzio; diretti come la scelta del partito –, tutte le associazioni cattoliche – tutte! – hanno  detto: “Noi siamo qui per educare il senso religioso degli uomini, perciò noi guardiamo soltanto la religiosità. Queste cose non ci interessano”», mentre CL ha avuto l’ardire di affermare che «tutto c’entra con la religiosità» e si è dimostrata fattualmente uno degli attori più tenaci in difesa dell’indissolubilità nuziale e della vita umana, pur avendo inizialmente criticato la scelta della forma referendaria. Questa diversità di vedute tra il movimento e la gran parte del resto del mondo cattolico si evidenzierà anche nella distanza tra Lazzati e Giussani, il primo impegnato nel dialogo con la modernità costruendo una civitas humana dove possa venir meno il riferimento a Dio, pur di trovare un consenso intorno a valori condivisi, il secondo convinto che non si possa che proporre la fede come esperienza che realizza ogni uomo, in una prospettiva per cui nell’agone socio-politico si agisca “in quanto cristiani” e non semplicemente “da cristiani”; tuttavia, oggigiorno, in alcune opere scaturite dal movimento, le quali non lo identificano interamente, ma ne sono comunque un frutto diretto, come ad esempio il Meeting per l’Amicizia dei Popoli (evento che ha l’intento di proporre al mondo lo sguardo che CL ha sulla realtà, pur invitando molte personalità provenienti da contesti alquanto differenti), si scorge una grande fatica nel concretizzare l’audacia del metodo insegnato dal Gius con cui porsi dinanzi alla realtà, facendo quasi apparire un cedimento verso la “scelta religiosa” e l’atteggiamento lazzatiano. Cosa potrà aver scaturito un tale (quanto meno apparente) indebolimento del carisma e quali sono i consigli che la storia del movimento può offrire per raddrizzare il cammino di questa straordinaria compagnia che sembra mostrare qualche segno di stanchezza?
Molteplici chiavi di lettura sono legittime e forse alcune possono rivelarsi complementari, in ogni caso credo che l’oggettività possa essere mantenuta se si conferisce la dovuta rilevanza al dato storico: a partire dal 2005 il presbitero iberico Julián Carrón succede a Luigi Giussani nella guida del movimento e, giusto per fare un esempio, nel 2007 il movimento prende parte con convinzione alla manifestazione in difesa della famiglia svoltasi davanti a San Giovanni in Laterano promossa dalla CEI, per cui mi sento di escludere che si possa attribuire alla successione una svolta sostanziale, mentre due dati interessanti sono la lettera datata 2 maggio 2012 a firma di Carrón dove viene manifestato il dolore di CL nel vedere calunniata la sua proposta in seguito al fumoso impianto accusatorio che viene costruito ai danni di Roberto Formigoni, eletto dal popolo lombardo come proprio governatore per ben quattro mandati consecutivi, e la scelta di non prendere parte alla manifestazione in difesa della famiglia del 2015, in seguito alla decisione della CEI di non sostenerla ufficialmente. Se il primo di questi due ultimi eventi è di poco antecedente all’elezione pontificia di Jorge Mario Bergoglio, il secondo si situa pienamente nell’“era di Francesco”, la cui influenza non può che pesare sulla conferenza episcopale del Belpaese, e il movimento, nella sua storia, ha sempre cercato, pur mantenendo l’originalità del proprio carisma, di essere in sintonia sia con la sensibilità del Santo Padre sia con le indicazioni vescovili, tuttavia se i precedenti papi mostravano una marcata simpatia per il carisma giussaniano, l’impostazione bergogliana ha reso più difficile il lavoro di sintesi tra l’insegnamento del fondatore e gli impulsi papali, con il rischio, più volte concretizzatosi, di fare proprio uno stile apertamente diverso dal proprio, arrivando a snaturare l’identità del movimento, basti pensare allo iato tra la chiarezza del volantino diffuso in occasione dell’assassinio di Eluana Englaro, avvenuto nel 2009, e la timidezza che si è palesata per quanto concerne l’omicidio di Charlie Gard.
Sicuramente persone che da molto tempo più vivono l’esperienza di Comunione e Liberazione hanno maggiore voce in capitolo del sottoscritto e il mio relativamente recente ingresso in questa compagnia mi rende compartecipe dei sentimenti di San Paolo, quando si sentiva come l’ultimo degli apostoli, a cui Cristo è apparso «come un aborto» (con la non secondaria differenza che in precedenza non ho mai perseguitato il cristianesimo), però non percepisco l’esigenza di non poter tacere: nell’analizzare queste dinamiche interne, spesso sembra come che da una parte ci sia una falange di duri e puri che per mantenere la fedeltà a Giussani scelgono di abbandonare il movimento e dall’altra una coorte di pretoriani pronti a difendere qualsiasi scelta intrapresa dalla dirigenza senza se e senza ma, mentre io non mi riconosco in nessuna di queste due posizioni, perché per me appare imprescindibile che non si debba né abbandonare la barca di Luigi, né permettere che affondi.
Fuor di metafora nautica, penso che l’unico vero modo per accettare la sfida che il metodo del Gius ci propone sia vagliare con attenzione e con sincerità in che condizione versi CL oggi, non curandosi tanto delle statistiche che pare non siano poi così rosee, ma piuttosto di quanto profonda sia la distanza (che, entro un certo limite, è anche fisiologica) tra il carisma autentico e ciò che stiamo vivendo; nella mia esperienza personale non posso che essere estremamente grato per i gesti insegnati da Giussani che compongono la proposta del movimento nella sua quotidianità e credo che essi, tutto sommato, siano stati tutelati sufficientemente bene dalla corrosione del tempo, mentre la dimensione pubblica del movimento abbia assunto un assetto che esiga un onesto ripensamento.
Nella storiografia di CL scritta magistralmente da monsignor Camisasca, si individuano due snodi, due crisi principali che il movimento ha attraversato: la prima investì l’embrionale esperienza di Gioventù Studentesca durante gli anni della contestazione sessantottina e divise la realtà formatasi in un gruppo innamorato del Fatto cristiano ed un altro più dedito ad una forma di impegno morale e sociale, mentre la seconda interessò un movimento più consolidato, fu meno traumatica, ma non meno reale, indentificata da Giussani con le parole di Laura Cioni: «Una grande fioritura, le cui radici si sono inaridite». Se nella “seconda crisi” il problema riscontrato era stato un'eccessiva politicizzazione che aveva portato a smarrire l’esigenza di riandare costantemente a Cristo, si potrebbe dire che nella circostanza presente ci troviamo di fronte all’estremo opposto, dove l’elemento religioso e il rapporto personale con Cristo non si è perso, ma si prova una timidezza ingiustificata nel porre all’interno della società lo sguardo sulla realtà che questo incontro ci consegna; a mio umile parere, quest’ultima consapevolezza potrebbe essere davvero il punto di partenza per una nuova ripresa del movimento, una realtà che ha segnato il Novecento cattolico italiano, un tempo dove il compromesso con il mondo è stato implicitamente o esplicitamente e in forme diverse uno degli orientamenti più diffusi nell’ambiente ecclesiale, e che speriamo possa essere uno strumento che lo Spirito possa continuare ancora adoperare per far innamorare sempre più l’uomo di Cristo e fargli accorgere che solo vivendo tutta l’esistenza insieme a Lui può essere veramente felice.

 

24 agosto 2017

Papa Francesco e lo Ius Soli: l''ennesima fake news (fino ad un certo punto)


di Federico Cavalli

Le dichiarazioni del Santo Padre, contenute all’interno del documento per la giornata mondiale dei migranti 2018 (qui il testo integrale), hanno sollevato un grande polverone mediatico, e non sarebbe potuto essere altrimenti dato il tema che si è affrontato: l’immigrazione.

Sui social, così come si poteva facilmente immaginare anche solo leggendo le prime pagine dei quotidiani nazionali, si è acceso un forte dibattito sulla questione che si è sviluppato soprattutto intorno alla seguente affermazione del Pontefice: “Nel rispetto del diritto universale ad una nazionalità, questa va riconosciuta e opportunamente certificata a tutti i bambini e le bambine al momento della nascita”. Alcune testate giornalistiche nazionali, prima fra tutte Repubblica, esercitando una notevole disonestà intellettuale, hanno intitolato in prima pagina: messaggio di Papa Francesco: “si allo ius soli e allo ius culturale” (qui il link dell’articolo di Repubblica); se si inserisce una dichiarazione fra le virgolette, si vuole fare intendere al lettore che quella determinata frase è stata detta dallo stesso Papa Francesco, quando ciò non è mai avvenuto.

Vi invito a cercare, nel documento ufficiale, esattamente quell’affermazione che è stata virgolettata dal giornalista di Repubblica; non la troverete. Si parla spesso, e la maggior parte delle volte anche sulle pagine del quotidiano sovra citato, di quanto sia indispensabile agire contro le fake news prendendo pesanti contromisure nei confronti di chi le diffonde; se mai dovesse essere approvata una legge del genere, Repubblica dovrebbe essere la prima testata nazionale a chiudere i battenti, visto e considerato che non è la prima volta che interpreta ed “inventa”, a proprio piacimento e per fini facilmente intuibili, le parole del Santo Padre.
Urge però sottolineare come, sui social, una parte considerevole del popolo dei fedeli abbia espresso il proprio disappunto su ciò che è stato detto dal Papa poiché, anche se non direttamente, hanno interpretato tale discorso come un via libera al così detto “ius soli”, legge che da mesi sta agitando l’opinione pubblica della nostra penisola. Sebbene non vi sia alcun passaggio esplicito dove si afferma ciò, posso comprendere come un testo del genere possa essere interpretato, piuttosto facilmente, come un vero e proprio intervento a “gamba tesa” nella vita politica italiana, da parte di Francesco, a favore di tale legge; ciò è dovuto soprattutto al fatto che, come abbiamo già visto, le parole del Santo Padre vengono puntualmente strumentalizzate da giornalisti che hanno a cuore esclusivamente , non il racconto della verità, ma il proprio interesse ideologico/partitico.

Sebbene non vi sia quindi un esplicita apertura allo ius soli bisogna però ricordare, per onestà intellettuale, alcuni punti fondamentali per interpretare, nel miglior modo possibile, le molteplici reazioni che sono scaturite da questa vicenda: Papa Francesco ha più volte dimostrato nel corso del suo pontificato, una totale e piena fiducia in Repubblica; le osservazioni di Francesco all’interno del documento sono, in molti punti, come fa notare giustamente Francesco Agnoli in un interessante post di Facebook , non solo molto opinabili ma vanno verso una notevole apertura (lo ius soli non è nominato, ma è difatti suggerito) invitando a:

a) concedere «possibilità più ampie di ingresso sicuro e legale nei paesi di destinazione» e ad «un impegno concreto affinché sia incrementata e semplificata la concessione di visti umanitari e per il ricongiungimento familiare»;

b) «ad anteporre sempre la sicurezza personale (del migrante) a quella nazionale» (come se quella nazionale non fosse la sicurezza di singole persone);

c) a concedere la nazionalità: essa «va riconosciuta e opportunamente certificata a tutti i bambini e le bambine al momento della nascita»;

d) a «favorire il ricongiungimento familiare — con l’inclusione di nonni, fratelli e nipoti — senza mai farlo dipendere da requisiti economici»;

e) all’«offerta di cittadinanza SLEGATA da requisiti economici e linguistici e di percorsi di regolarizzazione straordinaria per migranti che possano vantare una lunga permanenza nel paese».

Ci dispiace inoltre sottolineare come, su un tema così tanto politico, il Santo Padre si sia più volte espresso abbastanza chiaramente (secondo noi legittimamente), mentre su temi prettamente etici, come le leggi che hanno introdotto il matrimonio gay in Irlanda e Germania, o le unioni civili qui in Italia, si è scelta la discutibile via, se non del silenzio, di un qualcosa che vi si avvicina. Così come ci appare assurda la nomina, di consulente per la comunicazione, in vaticano, di padre James Martin, attivista LGBT che, proprio in questi giorni, ha ricevuto un premio “arcobaleno” e, ringraziando per tale onore, ha detto: “le persone omosessuali e transessuali sono così perché Dio le ha fatte così” (fonte).

Da tutto ciò si può intravedere uno scenario veramente preoccupante: larga parte dei fedeli cattolici vorrebbe più chiarezza su certi temi, chiarezza che è invocata ormai da anni e che, quando arriva, è seguita da scelte che generano ulteriore confusione. Non vorremmo che questi fedeli si sentano messi da parte per far posto a gente ideologicamente schierata, come padre James Martin. Detto ciò, viva il nostro attuale Papa e teniamo sempre presente il suo invito di inizio pontificato: preghiamo per lui e per la Chiesa cattolica. Voglio inoltre chiarire che ritengo assurdi ed inaccettabili gli innumerevoli insulti rivolti al Papa da parte di quelle persone che, in queste ore, si sono lasciate prendere dall’indignazione più profonda e violenta.

http://www.motoretrogrado.it/2017/08/23/le-vere-fake-news-papa-francesco-e-limmigrazione/

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01 febbraio 2016

Lunga vita all’Italia che «tiene famiglia»


di Salvatore Cammisuli

Il Circo Massimo si è svuotato, i partecipanti al «Family Day» sono tornati a casa e alla Cirinnà, presa una bella dose di Gaviscon, sarà già passato il bruciore di stomaco. Aspettando di vedere se il Palazzo deciderà di ascoltare le lobby dei soliti noti o quello che per «la Costituzione più bella del mondo» è il «popolo sovrano», possiamo fare qualche considerazione.
Mettiamo subito da parte la guerra dei numeri, perché a tutti è ormai chiaro che in base alle leggi della fisica le piazze si stringono e si allargano secondo le circostanze, che in base alle leggi della matematica le cifre si arrotondano per eccesso quando manifestano i progressisti e per difetto quando manifestano i bigotti, e che in base alle leggi del giornalismo le redazioni si muniscono di solerti contabili solo quando c’è il Family Day.
Andiamo alle considerazioni. Prima: quella che ieri ha riempito il Circo Massimo, ci sembra di poter dire, è l'Italia genuina, strapaesana, nazionalpopolare; quell'Italia che odia le sveglie, che si commuove ascoltando la canzone della mamma e che sulla bandiera scriverebbe «tengo famiglia» - e sugli striscioni proposte di matrimonio.
Non solo: questa è l'unica Italia che, sul piano delle «battaglie di civiltà», può avere rilievo internazionale. Se anche l'Italia si piegasse ai diktat giacobini, sarebbe una repubblichetta di quart'ordine in mezzo a tante altre. Oggi, invece, per molti, in Europa e nel mondo, l'Italia non è un fanalino di coda, ma un faro luminoso. Per molti nel mondo l'Italia non è l'ultimo residuo del bigottismo ma, tra i Paesi occidentali, l'ultimo baluardo della civiltà e del buon senso, per cui i figli si fanno e non si comprano, e se si fanno si fanno col metodo antico, che tanto disgusta gli gnostici e tanto piace alla gente normale.
Seconda considerazione: a ben vedere, avrebbero ragione di festeggiare i cattolici «adulti», quelli che per decenni ci hanno raccontato la favola dell’autonomia dei laici rispetto alla gerarchia. Bene: al momento di combattere ai cattolici adulti ma non adulterati, al popolo maturato nei tre decenni e mezzo di San Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI non è servito alcun vescovo pilota per capire che i principi non negoziabili si chiamano così perché non sono negoziabili.
Papa Francesco ha preferito chiarire sobriamente la posizione giusta senza mettersi alla testa dell’esercito, e già da tempo aveva chiarito che questo è il suo stile. Del resto, quale sia il suo pensiero sull’argomento è lampante fin dal giugno 2010, quando da arcivescovo di Buenos Aires, in occasione di un analogo disegno di legge, scrisse parole nette e inequivocabili: «Qui c’è l’invidia del Demonio, attraverso la quale il peccato entrò nel mondo: un’invidia che cerca astutamente di distruggere l’immagine di Dio, cioè l’uomo e la donna che ricevono il comando di crescere, moltiplicarsi e dominare la terra. Non siamo ingenui: questa non è semplicemente una lotta politica, ma è un tentativo distruttivo del disegno di Dio. Non è solo un disegno di legge (questo è solo lo strumento) ma è una “mossa” del padre della menzogna che cerca di confondere e d’ingannare i figli di Dio». La lettera sarebbe da leggere per intero ed è disponibile sul sito della Bussola quotidiana.
E qui saremmo al terzo punto: la contestualizzazione. Aver vinto una battaglia non ci deve far dimenticare la guerra. In quanto contro-rivoluzionari dobbiamo sempre tener presente che la Rivoluzione arcobaleno, fatta di ideologia gender, «matrimoni» gai e uteri in affitto, è solo la fase attuale di un processo più ampio, che nel suo sorgere vide un frate disconoscere il Sacramento del Matrimonio e un re che pretendeva una dichiarazione di nullità delle sue nozze. Anzi, a essere più sinceri, nella primissima fase ci fu un tale che disturbò una coppia di sposi in un giardino – ma questo l’ha già detto il Papa.
 

04 dicembre 2014

"Male minore": le false certezze dei puristi ideologici e i nostri ragionevoli dubbi

di Marco Mancini


Un paio di giorni fa abbiamo rilanciato sul nostro blog un contributo pubblicato da Fabrizio Cannone sul sito “Libertà e Persona”, riguardante il tema del c.d. “male minore” nella teologia morale cattolica. La questione ha recentemente assunto una particolare rilevanza soprattutto nel campo dei “principi non negoziabili”: basti pensare ai contrastanti giudizi formulati nel mondo cattolico sulla proposta di legge spagnola (poi ritirata dal governo) che restringeva i casi in cui l’aborto viene considerato legale, o anche al dibattito italiano su se e come regolamentare la fecondazione eterologa, dopo che la Corte Costituzionale ha decretato incostituzionale il suo divieto.
 

19 giugno 2014

"Eugenetica nazi-democristiana": una domanda al duo Dal Bosco-Frezza


di Marco Mancini

Piccola premessa metodologica: questo articolo non nasce con finalità di polemica gratuita. In un momento in cui all’interno del microcosmo tradizionalista gli scontri personali rischiano di superare il livello di guardia, nessuno sente il bisogno di gettare ulteriore benzina sul fuoco. In passato, quando l’ho ritenuto opportuno, non mi sono peritato di utilizzare toni molto duri nei confronti di Roberto Dal Bosco; questa volta, la mia vuole essere una riflessione più pacata e, se il mio interlocutore non disdegna un aggettivo fin troppo abusato, “dialogante”.
 

16 marzo 2013

Un mare di bufale su Papa Francesco

di Giuliano Guzzo

Il primo Papa non europeo. Il pontefice francescano. L’anti-Ratzinger. L’amico di Videla. Il progressista. L’uomo che svecchierà la morale della Chiesa. Il Papa che non interverrà sui fatti mondani, che pregherà e basta. Poi il maschilista e, ovviamente, l’omofobo. E’ spassoso e surreale l’elenco delle sciocchezze pubblicate in queste ore su Papa Francesco, appena eletto e già bersaglio del rancore dei vaticanisti del giorno dopo, quelli che fino a ieri neppure sapevano chi fosse ed oggi ne parlano con supponenza, come se lo conoscessero benissimo. Per brevità ci limitiamo qui  segnalare le maggiori imprecisioni e bufale maggiori già raccontate sul nuovo Papa, certi che purtroppo, nei mesi a venire, queste si moltiplicheranno.
 

21 febbraio 2013

Un Campari con... Eugenia Roccella

a cura di Marco Mancini

Eugenia Roccella (Bologna, 1953) è una giornalista e politica italiana. Dopo essere stata in gioventù militante radicale e femminista, ha condotto una profonda rivisitazione delle proprie posizioni, fino a diventare, nel 2007, portavoce del “Family Day”. Ha collaborato, tra gli altri, con “Avvenire”, “Il Foglio” e “Il Giornale”. Deputata del PdL e sottosegretario alla Salute nel IV Governo Berlusconi, si interessa in particolare di biopolitica. E’ candidata alla Camera dei Deputati per il PdL nella circoscrizione Lazio 1 e potrebbe ricoprire la carica di Vicepresidente della Regione Lazio, nel caso in cui Francesco Storace vincesse le elezioni regionali.

On. Roccella, qualche settimana fa lei ha proposto su “Tempi” di formulare otto domande ai candidati premier, per conoscere le posizioni di ciascuno schieramento rispetto alla biopolitica e ai c.d. “principi non negoziabili”. Non è sufficiente, come sostiene ad esempio Mario Monti, lasciare il tutto alla libertà di coscienza dei singoli?

Dal mio punto di vista, è impossibile fare politica senza avere una visione antropologica. Le novità alle quali assistiamo nel campo delle tecnoscienze portano con sé una modificazione dell’umano: dal momento in cui è nata Louise Brown, la prima bambina concepita in un laboratorio, si è determinata una possibilità di stravolgere le relazioni umane fondamentali, che mette in crisi le nostre certezze di base. Una volta davamo per scontata la condizione umana – condition humaine, come veniva chiamata dagli intellettuali francesi del Novecento –, credevamo che essa non potesse essere modificata. Oggi questo può accadere e si tratta di una modificazione che spesso non avvertiamo: si introduce nella nostra quotidianità in maniera strisciante, come accade per l’inquinamento dell’aria o dell’acqua. Non si può avere una visione politica – a meno di non averne una arida e minimalista, priva di basi culturali e intesa come mera gestione economica, come sembra essere nel caso di Monti – senza sapere a quale visione antropologica ci riferiamo: chi è per noi l’uomo? Si tratta di temi intrecciati profondamente a tutte le altre scelte che noi compiamo, comprese quelle socio-economiche.

Il primo dei suoi otto quesiti riguarda il tema del “fine vita”: è sicura che ci sia bisogno di una legge sulle dichiarazioni anticipate di trattamento, o è meglio la c.d. opzione-zero? Quali sono i punti qualificanti della proposta che era in via di approvazione e che lei suggerisce di riprendere in considerazione?

Non sono affatto sicura che una legge sia l’opzione migliore in assoluto, anzi: noi cattolici, soprattutto di orientamento liberale, non volevamo una legge sul fine-vita. Si tratta del momento più intimo dell’esistenza umana, dovrebbe essere lasciato nell’ombra delle relazioni affettive. Ma c’è stato un problema: un ingresso a gamba tesa nel campo politico e normativo della magistratura. Quando osservavamo il caso di Terry Schiavo in TV, non credevamo che una cosa del genere potesse accadere anche nel nostro Paese. Invece, poco tempo dopo, una giovane donna in stato vegetativo – che non vuol dire un “vegetale” –, Eluana Englaro, è stata portata alla morte da una sentenza, attraverso un protocollo medico stilato addirittura da un giudice. Quando questo è accaduto, noi abbiamo prima di tutto rivendicato la competenza al Parlamento, sottraendola dalle mani della magistratura; per evitare che episodi come questo si ripetessero, abbiamo deciso di legiferare in materia. La nostra proposta di legge garantisce la libertà di cura, cioè la possibilità di dare indicazioni su eventuali terapie per quando non si fosse in grado di intendere e di volere, ma traccia un confine netto rispetto alla minaccia dell’eutanasia. Questo confine è fondamentalmente costituito dall’alimentazione e dell’idratazione, che non possono essere rifiutate perché non possono configurarsi semplicemente come terapie.

Tra i quesiti che lei propone ai candidati non compare il tema dell’aborto, a parte il riferimento alla pillola RU486. Nessuno dei principali partiti intende rivedere in senso restrittivo la legge 194, se ne chiede semmai una “piena applicazione”. Il 12 maggio, però, si terrà a Roma la terza edizione della Marcia Nazionale per la Vita, la cui piattaforma è estremamente chiara nella condanna della legge 194. Come intende rapportarsi rispetto a questa parte del mondo pro-life?

Tutti sanno che, in questo momento, la legge sull’aborto non è concretamente modificabile: non fu possibile toccarla neanche ai tempi della maggioranza relativa democristiana. Il modo in cui, in realtà, altri intendono modificare surrettiziamente la legge 194 è proprio attraverso la RU486: la pillola abortiva è un metodo elettivamente domiciliare – dove essa è molto diffusa, come in Francia, le donne possono procurarsela dal medico di base ed abortire in casa, con gravi rischi anche per la loro salute, come dimostrano le diverse morti censurate dalla stampa – e facilita il “fai da te”. Non è un caso che essa fosse propagandata anche attraverso voti di Consigli regionali (es. Toscana e Emilia Romagna) o comunali, prima ancora che la ditta produttrice chiedesse l’autorizzazione a commerciarla in Italia. Visto che attualmente è impossibile modificare la legge sull'aborto in Parlamento, si voleva introdurre un cambiamento nella prassi, in modo da poter successivamente allargare le maglie della normativa stessa, come avvenuto in Francia. Questo progetto è stato bloccato dalle linee guida del Ministero guidato da Maurizio Sacconi, in cui io ero sottosegretario; non è detto, peraltro, che le cose non cambino anche su questo fronte. La Marcia è una dichiarazione di intenti e di principio a favore della vita, ma non può avere ricadute legislative immediate; in questa fase, oltre ad applicare meglio le misure che possono favorire la maternità e limitare il ricorso alle pratiche abortive, è necessario innanzitutto tentare di scongiurare ulteriori derive, di cui il caso della RU486 è un esempio.

Si riconosce nell’etichetta di “teo-con” che viene attribuita a lei, Quagliariello, Sacconi e ad altri esponenti del PdL? Quali sono i risultati principali della vostra azione politica degli ultimi anni?

No, non mi riconosco in quell’etichetta, non mi piace. Io potrei definirmi una conservatrice sul piano antropologico, ma non sono definibile come una conservatrice tout court. Tantomeno “teo”: sono cattolica, ma la mia battaglia si muove su un terreno laico. Non mi sembra una definizione azzeccata.
Per quanto riguarda la nostra azione, credo che il risultato più evidente che abbiamo raggiunto sia stato proprio il metodo: il fatto di dare a queste battaglie tutta la dignità che meritano. Basti pensare a quanto fatto dalla DC, o dai suoi epigoni attuali: i c.d. “cattolici in politica” hanno spesso affrontato questi temi obliquamente, hanno pensato che essi non facessero parte a pieno titolo della politica. Si parla, non a caso, di “temi etici”: io non ho mai amato questa definizione, preferisco parlare di “questione antropologica” o di “biopolitica”, perché parlare di “temi eticamente sensibili” lascia pensare che si tratti di questioni che interpellano esclusivamente le coscienze individuali. Invece no: sono questioni pienamente politiche. Persone come me e come quelle a cui si è fatto riferimento hanno compreso la centralità della questione antropologica e la necessità di fare fronte su questo tema in modo aperto, non clericale, che consenta anche un’alleanza del tutto inedita – ben diversa dall’idea di un inconcludente “dialogo”, che a me non piace affatto – tra laici e cattolici sui fondamenti dell’umano.

Come valuta le critiche mossevi tempo fa da Sandro Bondi, il quale ha parlato di “posizioni di radicalismo religioso alla Tea party che sono in contrasto anche con il cattolicesimo”? Alla luce di questo, si sente di assicurare che il PdL continuerà a essere garante nei confronti dei principi non negoziabili?

Io penso di sì, e l’intervista rilasciata oggi [ieri, ndr] dal presidente Berlusconi a “Tempi” lo dimostra. Ci sono molte buone ragioni, anche strategiche, per le quali il PdL e il centro-destra devono continuare a impegnarsi su questo fronte. Chi vuole il riconoscimento pubblico delle coppie di fatto, le adozioni per le coppie gay, l’ulteriore scardinamento della legge 40 o l’eutanasia ha l’imbarazzo della scelta, in termini di offerta politica: sinistra estrema, sinistra moderata, in una certa misura persino Monti. Sarebbe sciocco, quindi, se anche noi ci allineassimo su queste posizioni, lasciando la nostra battaglia a piccoli gruppi di destra: essa, infatti, può essere condivisa da una parte consistente, tendenzialmente maggioritaria, degli italiani. Basti pensare al documento del PdL firmato qualche mese fa da più di 170 parlamentari, tra cui esponenti laici e liberali come Stracquadanio e Stefania Craxi, contro il riconoscimento pubblico delle unioni di fatto.
Ma c’è soprattutto una matrice culturale da difendere: alcuni faticano a farlo, perché esiste un enorme complesso di inferiorità e una sostanziale subalternità nei confronti della sinistra. Chi vuole costruire una piattaforma che sia anche autenticamente liberale deve uscire dai condizionamenti del “politicamente corretto”, del luogocomunismo, dei complessi di inferiorità di cui ho appena parlato; se, invece, si preferiscono posizioni di tipo radicale o da “cattolico adulto”, allora se ne trovano a volontà altrove. Basta scegliere. 
 

18 febbraio 2013

Politiche 2013: vota Barbalbero

di Isacco Tacconi


Dubbi su chi votare? Nessuno ti rappresenta? Il sistema democratico non funziona? Nessun problema, tutto regolare. Ma la soluzione è il “non voto”?
A tal proposito, il nostro caro nonno Tolkien ha ancora una volta qualcosa da insegnarci, di appropriato per i tempi che corrono. Per chi ha letto il libro, o ha visto il film del Signore degli Anelli, non sarà difficile comprendere il paragone che l’attuale scenario politico-culturale mi ha suscitato.
 

08 febbraio 2013

Fermare il Giannino?

di Isacco Tacconi


Il 7 febbraio a Terni, in Umbria, si è svolto uno dei numerosi incontri che il giornalista e aspirante premier Oscar Giannino, in vista delle imminenti elezioni, sta rivolgendo agli elettori su e giù per l’Italia.
La sua lista, “Fare per Fermare il Declino”, è nata ufficialmente l’8 dicembre 2012, quindi in tempi recentissimi, ma da subito è stata accolta con un certo entusiasmo da quella parte degli italiani (cattolici ovviamente) che, spaesati nell'arcipelago politico attuale, non sanno realmente a chi votare, o a quale santo votarsi. Uno scenario ben descritto dalla metafora utilizzata da San Basilio, di una battaglia navale notturna su un mare in tempesta, «dove nessuno più conosce l’altro, ma tutti sono contro tutti». 
 

11 dicembre 2012

I cattolici e il voto: qualche (utile) riflessione


di Giulia Tanel 

Nell’ultimo periodo mi è capitato più volte di discutere di politica con amici cattolici e la domanda di fondo era sempre la stessa: “Ma noi cattolici chi possiamo votare alle prossime elezioni?”.

Chiarisco subito che non conosco la risposta a questa domanda e che non ritengo di avere le competenze politiche per dare consigli a nessuno.
La cosa che mi interessa fare è solamente proporre alcune riflessioni.
In primo luogo, è doveroso evidenziare che la Chiesa non dà ai fedeli indicazioni vincolanti circa il partito da votare, anche se qualche giorno fa un amico sosteneva ironicamente che “da qualche parte ci dev'essere scritto che i cattolici non possono votare a sinistra, forse è nella Bibbia”.

Quali sono dunque i criteri che i fedeli devono seguire nell'apporre la propria croce sulla carta elettorale? Ebbene, i cattolici sono chiamati a propendere per le fazioni politiche che dimostrano di promuovere e difendere i cosiddetti “principi non negoziabili”, che Benedetto XVI ha mirabilmente dettagliato nel corso di un Convegno promosso dal PPE il 30 marzo del 2006. Riportiamo le parole del papa: «Per quanto riguarda la Chiesa cattolica, l’interesse principale dei suoi interventi nella vita pubblica si centra sulla protezione e sulla promozione della dignità della persona e per questo presta particolare attenzione ai principi che non sono negoziabili. Tra questi, oggi emergono chiaramente i seguenti: la protezione della vita in tutte le sue fasi, dal primo momento del suo concepimento fino alla morte naturale; il riconoscimento e promozione  della struttura naturale della famiglia, come unione tra un uomo e una donna fondata sul matrimonio, e la sua difesa di fronte ai tentativi di far sì che sia giuridicamente equivalente a forme  radicalmente diverse di unione che in realtà la danneggiano e contribuiscono alla sua destabilizzazione, oscurando il suo carattere particolare e il suo ruolo sociale insostituibile; la protezione del diritto dei genitori ad educare i loro figliQuesti principi non sono verità di fede, anche se sono illuminati e confermati dalla fede; sono insiti nella natura umana, e pertanto  sono comuni a tutta l’umanità. L’azione della Chiesa nella loro promozione non è quindi di carattere professionale, ma si dirige a tutte le persone, indipendentemente dalla loro affiliazione religiosa. Questa azione è anzi ancor più necessaria nella misura in cui questi principi sono negati o fraintesi, perché in questo modo si compie un’offesa alla verità della persona umana, una grave ferita provocata alla giustizia stessa». 

A quanto detto fino ad ora vorrei aggiungere un’ulteriore riflessione. Spesso si sente, in riferimento alla classe politica nostrana: “Caio sarebbe bravo, ma è attaccato ai soldi”, “Sempronio si dice cattolico, ma poi non va a Messa”, e via discorrendo. Tutte cose giuste, ci mancherebbe. Tuttavia fare affermazioni di questo genere significa fermarsi al nudo giudizio riguardo le azioni dei nostri fratelli, atteggiamento che peraltro conferma pienamente l’immagine evangelica per cui la pagliuzza nell’occhio altrui risulta essere molto più evidente della trave presente nel nostro.
Sinceramente, chi di noi può anche solo pensare di elevarsi a modello, sia nella fede che nella coerenza di vita? Ecco quindi che anche con i politici occorre essere clementi, proprio perché sono uomini come noi, peccati e debolezze comprese. L’importante è che, nel loro agire quotidiano in politica, portino avanti la difesa dei valori non negoziabili. Poi a casa loro sono liberi di comportarsi come credono: nella sfera privata, infatti, il giudizio spetta solo a Dio.

In conclusione, lo ripeto: non so in quale partito possa riconoscersi un cattolico oggigiorno. L’importante è che, votando, si tengano a mente i valori non negoziabili sopra esposti e ci si ricordi – per dirla con uno slogan passato alla storia – che “nel segreto della cabina elettorale Dio ti vede, Stalin no!”.