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14 luglio 2026

Blood and Progress. La violenza politica di sinistra in USA


Pubblichiamo una recensione, tradotta, del libro "Blood and Progress - A Century of Left-Wing Violence in America", recentemente pubblicato da Noah Rothman. L'autore alza il velo sulla rete di protezione che copre i movimenti di sinistra e violenti negli Stati Uniti.

Di Tevi Troy su Civitas Institute

Sintesi: Il libro di Noah Rothman, Blood and Progress, è una cruda analisi della violenza politica che spinge i lettori a riflettere sulla più ampia storia americana.

La violenza politica è in aumento. Questo di per sé è un motivo di preoccupazione, ma forse ancora più preoccupante è la reazione a tale violenza. Entra in gioco Noah Rothman di National Review, che scriveva di violenza politica di sinistra ben prima che Luigi Mangione assassinasse il dirigente assicurativo Brian Thompson, prima dell'assassinio del 2025 di Charlie Kirk o dei tre tentativi di omicidio ai danni del presidente Donald Trump.

Nel suo nuovo libro, Blood and Progress (Sangue e progresso), Rothman affronta sia la violenza sia le reazioni ad essa. (Dichiarazione di trasparenza: Rothman è mio amico). Come suggerisce il sottotitolo – “Un secolo di violenza di sinistra in America” – Rothman si concentra principalmente sulla violenza proveniente da sinistra. Tuttavia, è chiaramente consapevole del fatto che la violenza politica sorga da ogni schieramento. Ammirevolmente, Rothman cerca di analizzare le cause profonde della violenza di sinistra: le "strutture di tolleranza" (permission structures) che non condannano a sufficienza gli atti violenti e quei segnali deliberati che sembrano incoraggiarla. Su questo punto l'autore ritiene – con qualche giustificazione – che la sinistra sia effettivamente più colpevole della destra.

Rothman, giornalista esperto, editore e podcaster, osserva che la violenza di destra riceve molta attenzione: “I vertici della cultura, della politica e della legge americana non hanno bisogno di essere spronati nella nobile opera di contenimento della violenza politica di destra. È il tipo di minaccia su cui sono già sintonizzati e per la quale scansionano costantemente l'orizzonte”. Al contrario, ed è questo il punto centrale dell'intero libro, è un “fatto osservabile” che “la sinistra americana – troppo spesso, sia quella marginale che quella mainstream – o si rifiuta di affrontare o convive con sconcertante disinvoltura con un certo livello di violenza politica interna”.

Per fornire un necessario equilibrio a questo dibattito, Rothman conduce un'ampia panoramica storica della violenza politica in America a partire dall'inizio del XX secolo. Questa analisi include uno sguardo ravvicinato agli attentati terroristici anarchici degli anni '10. Dopo che il procuratore generale A. Mitchell Palmer fu quasi ucciso in uno di questi attentati, egli avviò una serie di retate – note come le "retate di Palmer" (Palmer raids) – in 36 città diverse, arrestando 6.000 persone.

Fortunatamente, la violenza di sinistra si placò in qualche modo negli anni '20, ma, come dimostra Rothman, la violenza politica non scompare mai del tutto negli Stati Uniti. Secondo Rothman: “Sarebbe sbagliato definire i decenni successivi al terrore anarchico come un periodo pacifico nella storia americana. In effetti, sarebbe difficile individuare un qualsiasi momento della storia americana privo di attriti civici e di un conseguente livello di violenza politica”.

Ma, come sappiamo fin troppo bene, alcune epoche sono peggiori di altre. La risposta nazionale condivisa alla Grande Depressione, alla Seconda Guerra Mondiale e all'inizio della Guerra Fredda aveva indotto molti a concludere che la violenza politica fosse un ricordo del passato. Sfortunatamente, gli anni '60 smentirono tutti. È qui che l'indagine di Rothman decolla, prendendo in esame il clima intellettuale e culturale che sembrava promuovere, o quantomeno perdonare, la violenza politica.

Rothman ripercorre un elenco ben noto di violenze scioccanti degli anni '60, ma compie il lavoro – fin troppo raro – di collegarne molte a quella che allora era la sinistra americana. Abbiamo avuto l'assassinio di John F. Kennedy (da parte di un aspirante transfuga in Unione Sovietica) e di Robert F. Kennedy (da parte di un terrorista palestinese, il primo attacco terroristico palestinese negli Stati Uniti). Inoltre, si sono verificati disordini urbani ogni estate durante la presidenza di Lyndon Johnson, e gruppi terroristici di sinistra come i Weathermen hanno terrorizzato gli americani bombardando istituzioni chiave. Rothman cita un agente dell'FBI che si lamentava dicendo: “C'era la sensazione che questi tizi potessero continuare a farlo, a mettere bombe, letteralmente per sempre”.

Allo stesso tempo, stavano emergendo anche pericolose giustificazioni per la violenza. Spiegando il pensiero di alcuni esponenti della sinistra, Rothman scrive: “Le rivolte razziali. La violenza della polizia. L'attacco alla convention di Chicago. La guerra. La leva militare. Tutto ciò perpetrato dalle forze dell'ordine americane su ordine di funzionari eletti americani, sotto gli occhi di un popolo americano del tutto indifferente. Per i radicali, era un atto d'accusa totale contro gli Stati Uniti”. Seguendo questa logica, alcune frange del gruppo di sinistra Students for a Democratic Society adottarono un approccio nuovo e terrificante: “Gli Stati Uniti avevano dichiarato loro guerra. Era giunto il momento di combattere con la stessa ferocia”.

I radicali che giungevano a queste pericolose conclusioni erano ulteriormente incoraggiati da altre forze che avevano interesse a promuovere, o almeno a chiudere un occhio, sulla violenza in America. Rothman mostra come parte del radicalismo che condiziona le nostre vite oggi abbia le sue origini nella propaganda (agitprop) dell'Unione Sovietica contro l'Occidente. Queste radici profonde hanno avvelenato il terreno con sentimenti anti-occidentali e anti-americani, inclusi quelli anti-israeliani. Come descrive Rothman:

“Nell'accademia sovietica, per quel che era, la 'Zionologia' divenne oggetto di studio. Il sionismo fu dichiarato una 'minaccia globale' caratterizzata da 'militanza, sciovinismo, razzismo' e 'anticomunismo', sostenevano i ricercatori sovietici. Era un 'movimento reazionario e anti-umano' ed esportatore dei mali del 'colonialismo e neocolonialismo'. Il KGB prese questo nuovo mandato e lo portò avanti con decisione.”

Purtroppo, questa follia si avverte ancora oggi in dichiarazioni apertamente antisemite e in atti di violenza.

Oltre alle interferenze dell'Unione Sovietica, la situazione è peggiorata nel 1979 dopo la salita al potere dei mullah in Iran. Rothman mostra che “L'Unione Sovietica e la Repubblica Islamica hanno avuto un rapporto conflittuale fin dall'inizio, ma la fusione di elementi di teoria marxista con caratteristiche islamiste operata dal nuovo regime iraniano si rivelò utile per i sostenitori del socialismo internazionale”.

Naturalmente, abbiamo avuto anche intellettuali che hanno propagandato cattive idee nei campus universitari americani. Tra questi figurano i pensatori tedeschi della Scuola di Francoforte, in particolare Herbert Marcuse, sostenitore della “tolleranza repressiva”. Secondo Rothman, la filosofia di Marcuse prescriveva “l'intolleranza contro i movimenti di destra e la tolleranza verso i movimenti di sinistra”. Come nota Rothman: “Non si potrebbe essere più espliciti di così”. Era la versione teorizzata del principio per cui non ci sono nemici a sinistra (no enemies to the left).

Anche dopo che la tempesta degli anni '60 si è placata, coloro che si erano macchiati di comportamenti violenti sono stati riabilitati con troppa facilità o, come scrive Rothman, “riaccolti nella società civile”. Membri del gruppo terroristico violento Weather Underground, come Bill Ayers, Mark Rudd e altri, non solo hanno potuto fare ritorno, ma hanno anche ottenuto cattedre per insegnare alle nuove generazioni, una scelta che appare poco saggia per una società. Il co-fondatore dell'organizzazione clandestina Ayers è persino diventato amico e talvolta consigliere di Barack Obama. Dopo aver intervistato un ex terrorista dei Weathermen – presumibilmente Ayers – il biografo di Obama, David Garrow, ha ricordato: “Sono rimasto sbigottito da quanto sia facile frequentare i terroristi”.

Attori stranieri, intellettuali di sinistra e terroristi riabilitati hanno trovato ulteriori alleati in icone culturali che hanno celebrato figure violente della sinistra. L'assassino di poliziotti Mumia Abu-Jamal ha ricevuto il sostegno di “importanti esponenti della cultura” come Martin Sheen, Susan Sarandon e Bonnie Raitt. Tra i sostenitori celebri di Leonard Peltier, che uccise un agente dell'FBI, figuravano Nelson Mandela, Steve Van Zandt e Louise Erdrich. Forse la cosa peggiore è la successione di presidenti democratici, tra cui Jimmy Carter, Bill Clinton, Barack Obama e Joe Biden, che hanno graziato o commutato le sentenze di individui coinvolti nella violenza di sinistra.

Tutti questi sforzi hanno creato una tragica "struttura di tolleranza" che troppo spesso giustifica e scusa i comportamenti violenti della sinistra. Questi compagni di strada sono uniti da una convinzione pericolosa: che la violenza politica di sinistra sia una forma di libertà di parola, mentre la parola stessa della destra sia una forma di violenza. Abbiamo visto questa dinamica chiaramente espressa nei roghi devastanti del 2020, che hanno causato danni materiali per 1-2 miliardi di dollari e oltre due dozzine di morti. Rothman definisce quell'annus horribilis come un “anno demoniaco”, mentre i leader della sinistra, tra cui l'allora sindaco di Seattle, lo definirono una “estate dell'amore”.

Sebbene Rothman dimostri in modo convincente, con oltre un secolo di esempi, che la sinistra possiede una struttura di tolleranza della violenza molto più radicata, va a suo merito il fatto di non risparmiare la destra. Critica giustamente l'assalto al Campidoglio del 6 gennaio. La violenza politica è inaccettabile, e l'unico modo in cui possiamo sperare di eliminarla è che esponenti di entrambi gli schieramenti la condannino, indipendentemente da chi la compia.

Blood and Progress è un'indagine cruda sulla violenza politica che spinge i lettori a riflettere sulla più ampia storia americana. La genialità del sistema creato dai Padri Fondatori sta nel fatto che fornisce una moltitudine di modi per dividere il potere, limitare il governo e risolvere gravi divergenze dottrinali e politiche attraverso la discussione e le urne. Sfortunatamente, coloro che ricorrono alla violenza non la vedono così. Vogliono aggirare i nostri processi democratici per far avanzare i loro obiettivi politici o per consumare vendette politiche. Inoltre, mancano fondamentalmente di gratitudine, il che li rende fin troppo pronti ad abbattere qualsiasi società che non si conformi alla loro ideologia, persino, o soprattutto, se si tratta della propria. I promotori della violenza a sinistra mancano di gratitudine verso la civiltà occidentale, i diritti o il prezzo pagato per le libertà. È questa mancanza di gratitudine, unita alla convinzione rousseauiana della perfettibilità dell'uomo e della corruzione delle istituzioni, che spalanca le porte alla violenza. L'importante missione di Rothman è quella di scardinare gli argomenti ideologici di chi vorrebbe giustificare un simile approccio.

Nelle sue conclusioni, Rothman ci dice che non basta evitare personalmente la violenza. Come società, dobbiamo anche condannarla e punirla, ovunque essa si manifesti. Le sue ultime parole devono essere prese a cuore se vogliamo evitare un'altra ondata come quella degli anni '60 o l'“anno demoniaco” del 2020: “Finché non troveremo il coraggio di rispondere alla violenza politica con coerenza, il ciclo continuerà e l'azione violenta di piazza diventerà una caratteristica della vita pubblica americana. Dobbiamo aspettarcelo”.

Tevi Troy è senior fellow presso il Ronald Reagan Institute e senior scholar presso lo Straus Center della Yeshiva University. È autore di cinque libri sulla presidenza, tra cui, il più recente, "The Power and the Money: The Epic Clashes Between Commanders in Chief and Titans of Industry".

 

09 novembre 2020

Più forti voi... ma non ci arrenderemo


Da molti anni si registra da parte di molti buoni cattolici una fuga dalla discussione pubblica. Questa fuga esprime un sentimento di impotenza nei confronti di un sistema sempre intento a dispiegare le proprie forze, chiudendo tutti gli spazi del pensiero e imponendo un immaginario di massa unificato.
La sconfitta di Donald Trump negli Stati Uniti ci impone un doveroso risveglio, dopo quattro anni in cui sembrava che il Presidente stesse in qualche modo arginando l'ondata progressista che si propone di ribaltare definitivamente gli usi e i costumi dell'Occidente. Biden in pochi giorni smonterà pezzo per pezzo ciò che Trump ha provato a fare nei suoi, apparentemente, pazzi anni di mandato. 
Il nuovo presidente porterà avanti tutte le guerre di "esportazione della democrazia" che il predecessore ha abbandonato e, sotto il malefico influsso della sua vice, concluderà il processo di definizione delle leggi abortiste e omosessualiste più spinte.
A poco servirà un Senato a maggioranza repubblicana, il GOP è già per metà connivente con i liberal. La Corte Suprema anch'essa cosa potrà fare? Tenere duro, con la consapevolezza che ormai il sistema statunitense abbia gettato completamente la maschera. 
Non si tratta della democrazia più grande del mondo, ma della truffa più grande del mondo. Le elezioni sono state completamente stravolte e rubate, apertamente, sotto gli occhi di tutti. Ci metteranno poco a neutralizzare anche i giudici non condiscendenti.
Che dire? La battaglia va avanti più di prima, consapevoli che adesso c'è un riferimento in meno e che abbiamo di fronte un leviatano sempre più sfrontato e potente.

 

28 ottobre 2020

Amy Coney Barrett alla Corte Suprema. Il futuro è conservatore



di Giuliano Guzzo

Quale che sia l’esito della storica tornata elettorale del prossimo 3 novembre, che cioè Donald Trump sia confermato o perda, il giuramento di Amy Coney Barrett alla Corte Suprema incarna un messaggio epocale, che da bravi i media stanno facendo il possibile per mimetizzare: il futuro è conservatore. Messo a margine dai poteri forti, minoritario nelle redazioni dei giornali, sbeffeggiato nelle università, il pensiero conservatore – con sei giudici su nove – è saldamente al comando della più importante Corte del mondo. E lo è una volta di più, oggi, con la nuova giudice Barrett, insistentemente bollata come «ultraconservatrice».

Ecco, tutto ciò ha implicazioni enormi. Significa che, mentre in Italia e più in generale in Europa stiamo ancora, poveri noi, al vecchio schemino donna-in-carriera-quindi-progressista, gli Stati Uniti – da sempre anticipatori di tendenze – stanno indicando un’altra strada. Che non è solo giuridica, attenzione, ma pure sociale dal momento che vari parametri indicano che le famiglie molto religiose (e conservatrici) sono sia quelle che fanno più figli sia quelle che, come messo in luce da un recente studio su Proceedings of the National Academy of Sciences, hanno più possibilità che i suoi componenti siano allergici a concezioni liberal in tema di aborto e nozze gay.

Significa che, mentre da un lato la cultura dominante, complici i mass media al suo servizio, cerca di inculcare – stavo per scrivere diffondere, mi è scappata la mano – un certo tipo di pensiero, dall’altro la famiglia religiosa e numerosa non solo resiste, ma controbilancia alla grande il verbo progressista; la stessa Barrett, ricordiamolo, siede alla Corte Suprema da moglie e madre sette figli. Esistono insomma davvero tutte le premesse sia giuridiche che sociologiche per intravedere un clamoroso rilancio di quel filone culturale a lungo irriso, considerato vecchio e superato. E che oggi, contro ogni previsione, mostra al mondo il suo innegabile riscatto. Quanto a lungo potranno, i megafoni del potere, celare questa realtà?


 

12 ottobre 2020

Il culto di Madre Cabrini è vivo in USA


Il culto di Madre Cabrini negli Stati Uniti è ancora molto vitale. Apprendiamo dal quotidiano lodigiano "Il Cittadino" che, in Colorado, il Mother Cabrini Day prenderà il posto del Columbus Day.

La notizia è agrodolce, perché il giorno della memoria di Cristoforo Colombo viene soppresso per via delle pressioni mediatiche, volte a infangare la figura dello scopritore delle Americhe, tacciandolo di razzismo e colonialismo. Tutto falso, ovviamente. 

Madre Cabrini per fortuna non è ancora stata accusata di nulla e quindi potrà essere festeggiata. Apprendiamo sempre dall'edizione odierna del Cittadino che a New York verrà dedicata una statua alla santa evangelizzatrice degli Stati Uniti. 

 

07 giugno 2020

Dal Sogno (cristiano) di Martin Luther King al caos odierno

di Giorgio Salzano

Io mi chiedo perché mai le nostre emittenti televisive abbiano dei corrispondenti negli Stati Uniti, se poi ripetono più o meno a pappardella il messaggio dei main stream media americani. Tanto vale che se li guardino e leggano da qua. Io da qua seguo le vicende di là, e vedo che vi sono anche altre voci, anche se mediaticamente minoritarie. E non è detto che la maggioranza abbia sempre ragione. Non solo bisognerebbe che tenessero conto di quello che le parti contrapposte sostengono, ma almeno di quello che sostiene la parte che esse ascoltano.

Ieri sera, a Prima Pagine del TG5, ho visto un servizio che mi ha lasciato esterrefatto.

Riportava le immagini di Martin Luther King che il 28 agosto 1963 pronunciava al Lincoln Memorial, di fronte a una folla oceanica, il famoso discorso “I have a dream”:  il sogno che coloro che i figli di coloro che erano stati schiavi e i figli di coloro che avevano posseduto schiavi siedano insieme al tavolo della fratellanza, in una nazione nella quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per le qualità del loro carattere. Ma soprattutto degno di nota oggi è il finale di quel sogno: «che un giorno ogni valle sarà esaltata, ogni collina e ogni montagna saranno umiliate, i luoghi scabri saranno fatti piani e i luoghi tortuosi raddrizzati e la gloria del Signore si mostrerà e tutti gli essere viventi, insieme, la vedranno». Per chi non lo sapesse, queste ultime immagini del sogno sono da Isaia 40,3. E il predicatore King conclude: «E’ questa la nostra speranza. Questa è la fede con la quale io mi avvio verso il Sud». A cui potremmo aggiungere oggi gli altri punti cardinali.

Che cosa c’era da rimanere esterrefatto? È un “sogno” sempre valido, suggeriva il servizio mostrando un bambino bianco e uno nero che si correvano incontro abbracciandosi. Certo che è sempre valido, ma che cosa ci dice dei violenti disordini scatenatisi in questi giorni nelle città americane? Forse che sono “proteste razziali” dovute all’esasperazione per la sua incompiuta realizzazione? O che ne sono l’esatto opposto? Qualche parolina al riguardo da parte dei nostri corrispondenti non avrebbe guastato. Ci sono ragioni di dubitare del carattere razziale della violenza, degli incendi e dei saccheggi di questi giorni, malgrado i connotati razziali dell’omicidio che ne è stata l’occasione; o quanto meno valeva la pena di investigare.

Segnalo innanzitutto due momenti che mettono questi disordini in opposizione al sogno di Martin Luther King. Il primo è la dissacrazione del Lincoln Memorial, imbrattato di graffiti: quello che viene imbrattato non è solo il monumento dal quale egli pronunciò il suo famoso discorso; imbrattata è la Costituzione, in nome della quale egli condusse la sua battaglia per l’abolizione delle leggi discriminatorie degli Stati del Sud, oggetto come l’America tutta di discorsi denigratori. L’altro momento è l’incendio appiccato all’antica chiesa di san Giovanni costruita vicino alla Casa Bianca duecento anni fa: è una dissacrazione del sogno stesso di Martin Luther King, di cui ho segnalato la radice biblica, in Isaia ed essenzialmente in Cristo.

Ancora una parola su quelli che pretendono di condurre avanti la lotta contro il razzismo: noi li chiamiamo “democratici”, in americano sono chiamati “democrats”. Fino a qualche tempo fa essi condividevano il consenso americano, con qualche differenza di enfasi su un maggiore o minore interventismo statale. Quel consenso si basava sulla Costituzione e sulla religione. La libertà di religione, garantita dalla Costituzione, era intesa essenzialmente come non intromissione dello stato nelle cose di religione. Il consenso era costituito da una interpretazione dei dieci comandamenti, intesi non soltanto come frutto di rivelazione, ma come rappresentativi del diritto naturale. Negli ultimi decenni questo consenso è saltato. I democrats ne sono lentamente, diciamo durante un mezzo secolo, usciti fuori. Lo vediamo essenzialmente nell’atteggiamento verso la libertà di religione: essa non è più stata intesa come prima, ma alla maniera francese divenuta la maniera europea, per la quale la neutralità o laicità dello stato si trasforma, paradossalmente, in quella che non posso chiamare altrimenti che la religione di stato, l’unica dottrina pubblicamente insegnabile che scarsamente tollera un insegnamento non statalista. Con la libertà di religione viene oggi anche rimessa in discussione la libertà di parola. All’immagine di un popolo di uomini e donne capaci di discutere, sostenendo anche opinioni divergenti, viene sostituta quella di un popolo di bambocci supersensibili, facili all’offesa dalla quale vanno perciò protetti. Salvo che l’offesa non sia quella di “razzista”, e allora uno deve solo farsi piccolo piccolo e chiedere scusa.

Voglio forse dire che non c’è razzismo in America? C’è, e forse è anche endemico, il sogno di Martin Luther King è ancora lungi dall’essersi realizzato. Ma chissà come l’accusa di razzismo viene sempre da una parte, i democrats, bianchi o neri che siano. Chi dissente è suscettibile di essere subito apostrofato “razzista!”, a proposito o a sproposito. Così, gli stessi che sostengono la legittimità dell’aborto fino al momento della nascita, cercano di mantenere la loro egemonia.


 

05 novembre 2018

Fra nazione e mainstream. In America come in Europa

di Giorgio Salzano
È diventato evidente negli ultimi decenni il paradosso della sinistra, che, mentre pretendeva di parlare per il popolo, faceva in effetti astrazione da ciò che costituisce un popolo. In Europa come in America.

«Una nazione con l’anima di una chiesa», così G.K. Chesterton descriveva gli USA dopo averli visitati. È passato un secolo da allora, e troviamo difficoltà a comprendere ciò che intendeva su entrambi i lati dell’Atlantico, su quello europeo ancor più che su quello americano. Sappiamo appena ormai che cosa sia una nazione, e ancor meno che cosa sia una chiesa.

«Io sono un nazionalista», ha proclamato Donald J. Trump a una recente adunata in Texas, sollevando le prevedibili reazioni isteriche da parte democratica: c’è chi ha detto che questo suonava hitleriano, e altri che era puro razzismo, implicando di per sé la “nazione bianca”. Niente di più insulso. Quei commentatori ignorano, non so se in buona o in cattiva fede (il secondo è più probabile), la differenza tra il parlare di nazione riguardo all’Europa e agli USA.

L’idea di nazione si è sviluppata in Europa nei tempi moderni, dopo che il senso della Cristianità, unitaria res publica Christiana, è andato definitivamente a pezzi a con la riforma protestante, mentre al contempo i monarchi locali, specialmente in Inghilterra Francia e Spagna, realizzavano l’unificazione burocratica dei loro regni, così creando quella peculiare forma politica alla quale diamo il nome di “stato”, e che oggi diamo per scontata quando ragioniamo di cose politiche.

Dopo le guerre religiose e dinastiche che travagliarono i secoli sedicesimo e diciassettesimo, venne in questione nel diciannovesimo secolo la coincidenza dello stato con la nazione: una entità sociale definita dall’identità etnica variamente combinata con una lingua comune, costumi e tradizione letteraria – tutte cose purtroppo di difficile definizione, e quindi dai confini vaghi. Conosciamo tutti che cosa successe in Europa in nome dello stato-nazione, conducendo al suo suicidio.

Con gli USA è tutta un’altra storia, di essere, come osservato da Chesterton, «l’unica nazione al mondo fondata su un credo»: nelle parole della Dichiarazione di Indipendenza, «che tutti gli uomini sono creati uguali, e sono dotati dal loro Creatore di certi diritti inalienabili, tra i quali quello alla Vita, la Libertà e la ricerca della Felicità». Il nazionalismo prende quindi qui un significato differente che in Europa. Questo significato dà all’America, pur con i limiti e le mancanze degli Stati Uniti, l’“anima di una chiesa”. Ma solo se si mantiene in quel credo il riferimento a un Creatore, che fece gli uomini uguali. Se lo cancelliamo, per lasciare solo l’uguaglianza, si presenta la tentazione totalitaria. L’America cessa di rappresentare un peculiare esperimento politico-religioso, e diventa come l’Europa. Condannata al suicidio.

Dopo le distruzioni della Seconda Guerra Mondiale, la ricostruzione fu governata da leaders che facevano appello alle risorse spirituali dei popoli europei. E che concepirono l’idea di qualcosa come gli Stati Uniti d’Europa, basata sulla loro comune eredità culturale e religiosa: una possibile altra “nazione con l’anima di una chiesa”. Ma questa idea fallì miseramente, per ragioni che sarebbe troppo lungo enumerare. Il risultato fu il tentativo di superare le forze negative che avevano portato alla distruzione non attraverso il riconoscimento di una comune eredità, ma attraverso la negazione di ogni e qualunque eredità, nel nome di una nozione astrattamente filosofica di uomo – al punto che fu perfino presa in considerazione d’adesione della Turchia all’Unione Europea. Questa si è in conseguenza trasformata in poco più di un club di burocrati e finanzieri.

Abbiamo ancora elezioni in Europa, ma queste sono per lo più giocate all’interno di un consenso egemonico determinato dall’ideologia liberal, con poche variazioni tra il centro e la sinistra: partiti che trovano riscontro in America nei democratici e i repubblicani solo di nome (RINOs, come dicono là). Ogni qual volta emerge un partito che si richiama seriamente al popolo, con i suoi costumi e le sue tradizioni da difendere contro l’invasione di immigranti che non hanno alcuna intenzione di integrarsi, esso viene immediatamente bollato nei media egemoni – MSM, main stream media dicono in America – come di “estrema destra” e “populisti”.

La visione dell’America filtrata dai MSM europei è più o meno quella dei MSM americani. La quale non è di certo molto in sintonia con quella larga parte del popolo americano che determinò l’elezione del “nazionalista” Trump. Quella parte dell’America è perciò largamente sconosciuta in Europa, e ancor meno compresa nel suo sforzo di preservare alla nazione l’“anima di una chiesa”.
Togli via quest’anima, e resta un popolo di soggetti di diversa estrazione. E non è detto che senza di essa questi soggetti sappiano trovare perfino le risorse di carattere per essere buoni operatori economici, e assicurare il benessere necessario a godere di quei diritti dissolutori del senso di comunità del popolo che la sinistra profonde a piene mani. In America come in Europa.


 

12 ottobre 2018

Sulla Corte Suprema Usa si combatte una guerra culturale

di Giorgio Salzano
Si è conclusa, a mio giudizio felicemente anche se con un retrogusto amaro, una vicenda che ha agitato l’opinione pubblica americana, ma che da noi ha avuto poca risonanza, se non nella corrispondenza estera di qualche giornale che si faceva eco di giornali e televisioni d’oltre oceano, quasi tutti tesi alla denigrazione, per non dire la distruzione, di Trump e della sua amministrazione. Io invece, dal “patriota americano” che sono (come spiegato in un precedente articolo), l’ho seguita appassionatamente su You Tube: si tratta della conferma della nomina a giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti di Brett Kavanaugh.

Per chi non conoscesse i fatti, li riassumo brevemente.

Tra le prerogative del Presidente degli Stati Uniti rientra anche la nomina dei nove giudici della Corte Suprema: nomina che, una volta confermata del Senato, è a vita. A luglio uno dei giudici anziani si è ritirato, e Trump ha nominato un nuovo giudice, il secondo dall’inizio del suo mandato, che avrebbe dato una maggioranza, cinque a quattro, ai giudici “conservatori” (le virgolette sono d’obbligo, in mancanza di una più lunga spiegazione). L’avversione della minoranza democratica al Senato, e fuori, è stata immediata: la conferma alla nomina doveva essere bloccata a ogni costo. Tra fine agosto e inizi settembre ci sono state le audizioni del giudice nominato da parte dei senatori, con i democratici che invano hanno cercato di metterlo in serie difficoltà. Quando si era ormai prossimi alle votazioni, una senatrice democratica ha dichiarato di avere la lettera di una signora, professoressa di psicologia, la quale dichiarava che circa 36 anni prima, quando Kavanaugh aveva 17 anni e lei 15, durante una festicciola l’aveva aggredita insieme a un amico cercando di stuprarla (senza peraltro riuscirvi perché lei si era chiusa in bagno).

C’è stato un rinvio delle votazioni di circa 10 giorni, e finalmente la professoressa e il giudice vengono chiamati a rendere la loro testimonianza giurata davanti alla commissione giustizia del Senato. Lei è emotiva quanto basta per apparire convincente, salvo che poi, a guardar bene, non è capace di  fornire alcuna convalida del fattaccio: non solo non ricorda la data precisa, ma neanche dove si trovasse la casa in cui ciò sarebbe accaduto, e gli altri ragazzi di allora che lei nomina come presenti alla festicciola dichiarano di non averne ricordo o semplicemente che non c’era mai stata. 
Il giudice si difende con veemenza, suffragando le sue dichiarazioni con un calendario-diario che già dai tempi della sua adolescenza egli ha l’abitudine di tenere. Tutto invano, la partigianeria si scatena e ognuno, dentro e fuori del Senato americano, dà credito a lei o a lui. Dopo un ulteriore rinvio di una settimana affinché l’FBI potesse indagare sulla faccenda, non essendo emerso nulla di nuovo a suffragare l’accusa della professoressa, si è proceduto alla votazione, e sabato 6 finalmente il giudice è confermato alla Corte Suprema, ma con la sua immacolata reputazione precedente tinta (come tendenziosamente fa notare da noi Repubblica) da un’accusa alla quale chi pregiudizialmente vuol credere crede.

Bene, ciò detto mi si potrebbe chiedere perché questa vicenda tutta americana ci dovrebbe interessare. Semplice, perché se è tutta americana nelle sue modalità, non è solo americana. È infatti in gioco in essa l’essenza della democrazia. Questa si concretizza in alcune regole costituzionali, relative alla selezione elettorale della classe dirigente, organi legislativi e di governo, ed all’esercizio della giustizia. La questione che di conseguenza si pone è se la democrazia si risolva tutta nel rispetto di simili regole, di per sé esclusivamente procedurali, o se le procedure così previste presuppongano, ed esigano, un consenso sostanziale sulla natura delle relazioni umane che esse sono chiamate a disciplinare.
Nei primi decenni del dopoguerra gli Stati Uniti rappresentavano una risposta a questa domanda diametralmente opposta a quanto sperimentavamo da noi, con l’idea di America che nella nostra divisione contrapponevamo al quella sovietica rappresentata dalla Russia: da una parte la democrazia liberale, dall’altra la democrazia totalitaria. Beata ingenuità dell’epoca, o almeno mia ignoranza, destinata a essere dissolta dal collasso dell’Unione Sovietica. Qualunque cosa questo collasso abbia rappresentato in Russia e negli altri paesi che la costituivano, in Europa esso ha visto l’affermarsi egemonico di una visione puramente procedurale della democrazia. E abbiamo scoperto in questa affermazione che la pura neutra proceduralità non esiste, perché anche il mantenerla presuppone una visione sostanziale delle relazioni umane: quella che dai suoi oppositori viene designato come il “pensiero unico” (per me non è l’unicità il problema, ma il fatto che è sbagliato), e che Joseph Ratzinger, alla vigilia della sua elezione a Papa, stigmatizzò come “dittatura del relativismo”.

Si combatte negli USA in maniera più virulenta che da noi una guerra, per ora più che altro (se escludiamo la tendenza di una parte all’aggressività) culturale, che è anche la nostra, tra due visioni della democrazia: quella che, per la sua ascendenza nella tradizione europea con tutta la sua convergenza di elementi classici, germanici e biblici, non posso che chiamare cristiana, e quella che matura nelle astrattezze della filosofia con l’auto proclamato Illuminismo, e che dalla Rivoluzione Francese al rivoluzionarismo sessantottino porta alla balzana idea della restaurazione di relazioni puramente naturali tra gli esseri umani, in una innocenza che nessuno in effetti ha mai visto.

Negli Stati Uniti luogo privilegiato di questa guerra – oltre ovviamente l’accademia e i media, dove la seconda visione sembra trionfare – è la Suprema Corte. Teniamo presente infatti che è là che venne legalizzato l’aborto, ed è là che è stato sdoganato il matrimonio omosessuale. Come ho accennato, i due giudici nominati da Trump e confermati dal Senato fanno ribaltare la maggioranza nella Suprema Corte: dai giudici propensi a una interpretazione fantasiosa della costituzione, a quelli che ritengono che la costituzione vada letta e intesa per ciò che i padri costituenti vollero dire. Ciò dovrebbe spiegare l’isteria, tra i senatori di opposizione, le celebrità hollywoodiane, l’MSM (main stream media, giornali e reti televisive), di cui da noi poco è trapelato, ma che si è concretizzato in un gioco sporco negatore di ogni fair play, di quella decency, come dicono in America, che dovrebbe trascendere le divisioni partitiche.

Ora si attendono le elezioni di mezzo termine del 6 novembre, e c’è da sperare che una sconfitta alle urne convinca i democratici che l’infausta strategia di pura avversione, manifestatasi con virulenza in occasione della conferma del giudice Kavanaugh, non paga. E chissà che, distaccandosi dalle frange più radicali, non ritornino a quelle modalità bipartisan che per lo più hanno caratterizzato la storia politica americana.



 

15 settembre 2018

La riscoperta dell'America

di Giorgio Salzano
Europa e USA appaiono oggi molto più simili di quanto non fossero ancora una cinquantina di anni fa, quando all’inizio degli anni settanta mi recai a studiare negli Stati Uniti, dove rimasi diversi anni pensando perfino a un certo punto di rimanervi (poi le cose sono andate diversamente). Si agitano le stesse questioni, in primis l’immigrazione e il senso della sessualità nel suo complesso, dall’essere cioè maschi e femmine al diritto di disporre con l’aborto dell’eventuale frutto della loro unione; e su di esse si determinano le stesse divisioni ideologiche che rendono difficile ragionare, con una parte in effetti che prova a dare ragioni delle proprie posizioni e l’altra che risponde con insulti.

Le divisioni ideologiche si traducono in divisioni partitiche ed istituzionali che anch’esse andrebbero discusse per una visione d’insieme dell’assimilazione delle due parti dell’Atlantico, ma basta quanto detto per suscitare la domanda: è l’Europa che si è americanizzata, o è l’America che si è europeizzata? C’è del vero in entrambe le proposizioni, ma per rispondere bisogna innanzitutto identificare le parti, in ciò che precedentemente le differenziava.

Nella divisione del dopoguerra tra americanofili e sovietofili (tralascio per brevità gli anti-americani di destra), io rientravo decisamente tra i primi. Ma, nel corso degli anni sessanta le voci critiche nei confronti degli USA si fecero, con il proseguire della guerra del Vietnam, sempre più forti, cambiandone l’immagine da una sorta di “paradiso” in una sorta di “inferno”. Colsi perciò l’occasione di andarvi a studiare per constatare di persona come fossero, e sperimentai quella che mi piace chiamare la mia “riscoperta dell’America”.

C’erano state le grandi marce per i diritti civili guidate da Martin Luther King, la rivolta di Berkeley e Woodstock, i figli dei fiori e tutti quei fatti salutati da un autore di cui non ricordo più il nome come “The greening of America”. Era in corso la rivoluzione sessuale; i “gay” si venivano proclamando orgogliosamente tali. Eppure, se leggiamo le cronache di quegli anni nei primi libri di quel dandy di Tom Wolfe, avvertiamo uno sguardo smaliziato e critico sul quel che accadeva. Quello stesso  “inverdire” poteva essere descritto in seguito, in un libro di Allen Bloom del 1987, come “The closing of the American mind”. Un altro protagonista intellettuale di quegli anni, quel bizzarro storico e filosofo della scienza che fu Paul Feyerabend, osservava, rievocandoli nella sua bellissima autobiografia “Ammazzando il tempo”, che la scoperta liberatoria del fatto che “ci sono molti modi di pensare e di vivere” è stata immediatamente mutata dai suoi difensori, incapaci di accettare la semplice promessa di “un po’ di più di libertà, di felicità e di luce”, in qualcosa di accademico, foriero di “una Nuova Era di ignoranza, oscurità e schiavitù”.

Una nuova censura della libertà di pensare e di parlare si viene imponendo, che bandisce come non politically correct qualunque discorso basato sul senso di un giusto ordine delle cose che contrasta con i nuovi diritti del desiderio indiscriminato. Già feroce negli Stati Uniti, essa mostra il suo carattere totalitario in Canada … ed in Europa. Negli Stati Uniti, infatti, la resistenza nei confronti della correttezza politica è rimasta forte, e ciò ha permesso a un intuitivo costruttore e conduttore televisivo di farsi eleggere presidente, avendo come parola d’ordine “M(ake) A(merica) G(reat) A(gain)”, tra lo scetticismo prima, e l’avversione isterica dopo, dell’elite accademico-mediatica, che del politically correct è portatrice. Questi sviluppi erano ovviamente ancora da venire nella mia pristina esperienza americana degli anni settanta, quando sopravviveva ancora abbastanza dell’idea di America antecedente la correttezza politica.

Tornato dunque in Italia alla fine degli anni settanta (dopo essermi risparmiato grazie a Dio il suo periodo più buio che conosciamo come “anni di piombo”), sentendomi quasi più americano che italiano, non potevo evitare l’impressione che gli USA restassero nel complesso per gli europei un oggetto misterioso, e che siano poi diventati tali anche per le elite accademico-mediatiche non dico “americane” ma “statunitensi”, che non posso non definire europeizzanti. Se, infatti, alcuni vedono nella correttezza politica un’americanizzazione dell’Europa, autori come Allen Bloom hanno mostrato che essa matura nel contesto accademico determinato dalla grande emigrazione intellettuale dall’Europa agli Stati Uniti seguita all’avvento del nazismo. Invece l’esperienza da me vissuta negli Stati Uniti si trasformò appunto, grazie alla guida dei maestri che vi trovai, in una “riscoperta dell’America”. 

Intendo, così parlando di “riscoperta”, della scoperta di qualcosa che dovrebbe essere già noto, qualcosa che in effetti tutti già conoscono ma di cui non si rendono conto. Se chiamiamo questo qualcosa “America”, la scoperta fu che essa è una terra di immigrazione. Non c’è chi non lo sappia, ma pochi lo pongono al centro della riflessione. Anche oggi che i fenomeni migratori sono al centro delle preoccupazioni, tanto da noi in Italia ed in Europa, sottoposti come siamo alla pressione dall’Africa e dal Medio Oriente, quanto negli Stati Uniti, con la pressione alla frontiera meridionale con il Messico, il suo significato nel formare in passato l’esperienza americana sfugge.

Negli Stati Uniti feci amicizia all’università con un ebreo di Newark, un norvegese di Brooklyn, un nordirlandese venuto per non sottostare all’uccidere o essere ucciso della guerra civile, ed un coreano venuto come me a studiare. I professori che mi furono maestri erano un ebreo americano di seconda generazione e un tedesco, emigrato però solo dopo la seconda guerra mondiale. Ma non fu solo questo, fu scoprire che tutto il tessuto socio-culturale americano era determinato dalla consapevolezza delle differenze etniche, anche quando questa rimaneva solo nella forma di barzellette su irlandesi italiani polacchi ecc.. Ciò portò a un’altra osservazione: che le appartenenze etniche erano appartenenze religiose, in una popolazione che in larga maggioranza frequentava una chiesa, o sinagoga che sia.
Fu importante per comprendere il senso di questa scoperta il mio professore ebreo, Will Herberg, che aveva scritto negli anni cinquanta un libro sulla religione americana intitolato “Protestant Catholic and Jew”: mi faceva riflettere sul fatto che gli immigrati originari erano in gran parte europei, che nel giro di tre generazioni arrivavano a concepirsi come partecipi, con la loro tradizione religiosa, dell’unica religione americana, di matrice essenzialmente giudaico-cristiana. Vi rientrano anche quegli immigrati involontari, spina nel fianco dell’esperienza americana, che erano i “negri” (si può ancora dire?), anch’essi per lo più convertiti al cristianesimo).

La mia “riscoperta dell’America” non si ferma però qui. Essa si estende alla comprensione dell’esperimento di nation building effettuato con grande realismo e incredibile sapienza istituzionale dai padri della costituzione degli Stati Uniti d’America. Negli Stati Uniti la confluenza di popoli diversi non appartiene a un tempo remoto, ormai conosciuto solo dai libri, ma è avvenuta quasi, diciamo, sotto i nostri occhi. Con la costituzione i padri fondatori vollero stabilire le condizioni giuridico-politiche necessarie affinché si perpetuasse la possibilità di fare “e pluribus unum”. A differenza che altrove nel continente americano, negli Stati Uniti il nome “America” cessa di essere una semplice designazione geografica, per diventare l’idea di un luogo in cui popoli diversi potessero incontrarsi diventando un unico popolo. Solo in una simile idea, e non negli astratti discorsi sulla democrazia, l’America può assumere una valenza esemplare anche per altri.

La “riscoperta dell’America” si fa dunque scienza quando quel venire da … per convergere in … un luogo chiamato America, che io avevo sperimentato con i miei amici, viene riconosciuto nella riflessione come universalmente costitutivo delle relazioni sociali a ogni livello, variamente attestato nelle diverse tradizioni culturali. Il luogo in cui perveniamo non è costituito in fondo che dal riconoscerci accomunati dalla stessa esperienza che ci ha portati a convergere: esperienza che è descritta biblicamente come “esodo”, al termine del quale c’è la “terra promessa” del “regno di Dio”. La chiesa, luogo del convenire dei popoli, aveva formato in Europa la cristianità, purtroppo infranta a seguito della riforma protestante in una serie di nazioni disgiunte, ciascuna con la sua versione della tradizione cristiana. L’Europa si è trovata da allora a oscillare tra il richiamo alle tradizioni nazionali, pur sempre di matrice cristiana, e l’astratto universalismo di un indifferenziato umanesimo. Negli Stati Uniti, invece, si è cercato di riprendere la tradizione europea nel suo complesso, con l’esperimento di uno spazio pubblico, l’America, in cui il convergere di popoli diversi fosse ancora possibile: non facile né automatico, si badi, ma possibile. Questo esperimento è infatti sempre percorso al suo interno dalla tentazione dell’altra Europa, quella dell’indifferenziato umanesimo, che ha minacciato recentemente, con la scusa della lotta a ogni forma di discriminazione, di richiudere quello spazio: di risolvere, in altre parole, l’America negli Stati Uniti. Grazie al cielo per il momento non c’è riuscita.


 

19 febbraio 2018

Le stragi in Usa sono frutto della tensione sociale

di Alessandro Rico
@ricoalessandro
L’ennesimo episodio di violenza verificatosi in una scuola americana ad opera di un giovane squilibrato, che si dice facesse parte di un’organizzazione di suprematisti bianchi, ha infiammato di nuovo il «redattore unico». Il quale, sui media di tutto il mondo, ci catechizza sull’urgenza di disarmare il popolo statunitense e sulla pericolosità dei razzisti. Peccato che persino uno studio dell’Università di Pittsburgh, rilanciato dal Washington Post (mica da Breitbart News), sostenga che chi detiene legalmente armi sia responsabile di meno di un quinto degli omicidi commessi negli Usa.

Ma non è su questo aspetto che vorrei soffermarmi qui. È della questione razziale che vorrei parlare. Perché forse è lì che si annida la spiegazione delle turbolenze, inclusi alcuni massacri in cui ha fatto capolino il movente dell’odio etico, che scuotono la società americana. La quale è oramai sull’orlo di una guerra civile razziale, con uno dei due principali partiti, il Partito Democratico, ben disposto a favorirla, pur di assicurarsi la conservazione delle leve del potere.

Praticamente tutte le statistiche demografiche sono concordi nel rilevare come, negli Stati Uniti, sia ormai imminente la sostituzione etnica – quella che gli intellettuali progressisti considerano un’ossessione complottista, come se la storia mondiale non ne avesse mai registrata nessuna, neppure nel continente americano.

Secondo l’Ufficio del censimento (cioè secondo lo stesso governo centrale), entro il 2042 i bianchi non ispanici (ossia i bianchi di origine europea, il nucleo originario della nazione) non costituiranno più la maggioranza della popolazione (attualmente sono circa il 60%), pur rimanendo il gruppo etnico più consistente (intorno al 46% del totale). Verso la metà del secolo, al contempo, i neri diventeranno circa il 15% della popolazione complessiva, gli asiatici circa l’8%, i meticci circa il 6% e i latini il 28%. Aggiungerei che, andando avanti ancora di qualche decennio, la scomparsa dei bianchi non ispanici sarà inesorabile, visto che già entro il 2065, secondo una proiezione effettuata dal Paw Research Center, l’88% dell’incremento della popolazione americana sarà dovuto agli immigrati, in prospettiva soprattutto asiatici (38%), seguiti dai latini (31%), e dai neri (9%), mentre la percentuale di immigrati bianchi oscillerà tra il 18 e il 20%. Per il Census Bureau, nel 2060 solo il 36% degli under 18 sarà composto da bianchi non ispanici, che oggi invece sono il 52%.

È soprattutto sulla prevista assenza di una maggioranza etnica, però, che bisogna concentrarsi per comprendere il potenziale violento della futura società americana. Già oggi le tensioni tra le diverse razze sfociano in conflitti: non solo quegli eccidi di massa perpetrati da bianchi presunti razzisti, ma specialmente i disordini, il degrado, lo spaccio di droga e le uccisioni che si susseguono negli Stati, nelle città e nei quartieri dove è più forte la presenza di ispanici e persone di colore. Un solo dato, giusto per avere un’idea: alcune delle città con il più alto tasso di omicidi, come Chicago, Detroit (dove la violenza è stata spaventosamente aggravata dalla crisi economica), Memphis, o New Orleans, sono anche le città in cui i neri rappresentano la maggioranza della popolazione. Fa eccezione la sola Kansas City, dove però i bianchi non ispanici sono il 55% del totale degli abitanti e le minoranze etniche, neri più latini, costituiscono comunque circa il 40% della popolazione.
Il punto è che tali tensioni sono destinate a inasprirsi man mano che uno dei gruppi etnici, quello dei bianchi di origine europea, perderà la propria posizione numericamente dominante.

La storia e le evidenze statistiche ci insegnano che il famoso melting pot, lungi dall’essere il fulgido esempio di pacifica convivenza tra razze differenti glorificato dai liberal, è la via maestra per la stratificazione sociale, la diffusione del malcontento, dell’intolleranza e del rancore, quindi per il conflitto e la dissoluzione della società. La quale, come ogni organismo, richiede un certo grado di omogeneità. Presto, quelli che oggi sono episodi criminali, scontri tra polizia e delinquenti (inclusi i soprusi delle forze dell’ordine, sovente esito dell’esasperazione e delle pressioni cui sono sottoposti gli agenti nelle zone più turbolente), attacchi motivati da odio etnico, sfoceranno in un’aperta guerra civile razziale, favorita dal cambiamento del peso specifico di ciascun gruppo, oltre che dal cinismo del Partito Democratico.

La sensazione, effettivamente, è che quello di Donald Trump sia soltanto uno degli ultimi sussulti del cosiddetto «maschio bianco eterosessuale». Basta andare a vedere chi ha votato chi nel 2016. Bianchi: 58% Trump, 37% Clinton. Neri: 88% Clinton, 8% Trump. Asiatici: 65% Clinton, 29% Trump. Latini: 65% Clinton, 29% Trump (una riflessione si potrebbe fare pure sulla composizione religiosa degli elettori: Trump ha vinto presso tutte le confessioni cristiane, mentre musulmani ed ebrei hanno premiato la Clinton. E indovinate quali saranno la seconda e la terza religione negli Stati Uniti di qui a quarant’anni…). Ecco perché i Democratici sono il partito degli immigrati. È quella la loro base elettorale. E per consolidare il trend demografico che assicurerà ai liberal di occupare stabilmente la Casa Bianca nei prossimi decenni, costoro faranno di tutto affinché la guerra razziale scoppi il prima possibile. 
E affinché i bianchi non ispanici, i quali detengono circa la metà delle pistole e dei fucili legali del Paese (ciò che probabilmente ancora trattiene le altre minoranze dall’escalation), siano disarmati attraverso una serie di leggi restrittive e, infine, con l’abolizione del Secondo emendamento.

Tutto torna. E non basteranno Bannon, The Donald o qualche invasato a impedire quello che, a questo punto, pare inevitabile. Per l’Europa, però, c’è una chance. È vero, infatti, che gli Usa sono una fotografia del nostro futuro. Ma è vero pure che, nonostante gli ultimi sette anni di deportazione dell’Africa sub-sahariana nel territorio europeo, grazie alle campagne militari della Francia e dell’amministrazione Obama (quello che è contrario alle armi, per intenderci), per lo più il Vecchio Continente, fatta eccezione per certe metropoli e la Svezia, è ancora in tempo per evitare di fare la stessa fine. Qualcuno osservi gli africani in coda alle primarie del Pd, o ricordi gli appelli per lo ius soli della Kyenge e faccia due più due. La storia ci sarà maestra. Tutto sta a essere buoni scolari.
 

06 agosto 2017

Stati Uniti. Chi teme il Grande Risveglio?

di Francesco Filipazzi
Recentemente Padre Spadaro e soci hanno demonizzato con un attacco virulento quella che, secondo loro, sarebbe un'alleanza negativa fra cristiani evangelici e cattolici negli Stati Uniti, in nome dei principi non negoziabili. L'articolo, pubblicato su La Civiltà Cattolica, ha destato molte polemiche e sconcertato gli stessi gesuiti. E' surreale infatti che un'autorevole rivista cattolica attacchi chi vuole combattere la deriva etica, oltretutto seguendo un concetto ecumenico, che a lorsignori dovrebbe piacere. 

La questione della riorganizzazione della cosiddetta destra religiosa non è però secondaria e chi mastica un po' di storia degli Stati Uniti può aver drizzato le antenne, pensando a due parole magiche che hanno segnato ciclicamente la storia americana: Grande Risveglio. In questo caso il quarto e forse, se le cose andranno come devono andare, il più dirompente. 

Per la nascita degli USA la religione è stata molto importante. I puritani, usciti dall'Inghilterra per trovare una sorta di nuova Terra Promessa, costituirono l'ossatura delle prime realtà sulle coste atlantiche. Il dibattito teologico ferveva e fu uno dei motivi di rottura con la madre patria, di cui si rifiutava anche la Chiesa anglicana, che pur essendosi allontanata da Roma, conservava una concezione gerarchica. Successivamente ci fu nella seconda generazione di coloni un declino in termini di fede, cui però seguì nuovo vigore con il Primo Grande Risveglio, un movimento spirituale che si sviluppò fra il 1730 e il 1740. Successivamente il Secondo si verificò fra il 1800 e il 1820 e il Terzo nella seconda metà dell'800. Senza analizzare nei dettagli i Risvegli, si deve sottolineare che questi hanno segnato ogni volta la società americana e ne hanno plasmato l'identità. 

Sin dall'epoca Bush si parla di un Quarto Grande Risveglio e possiamo ben dire che i segnali oggi ci sono tutti, con un elemento nuovo ed entusiasmante. I precedenti erano tutti fenomeni interni al mondo protestante, mentre oggi negli Stati Uniti ci sono circa 60 milioni di cattolici rampanti, attivi, organizzati e preparati. Non è che, entrando un po' nell'utopico, il Risveglio di inizio millennio non possa essere guidato proprio da loro? Sarebbe sicuramente un dono del Cielo che certo non porterebbe, nel breve periodo, ad una conversione di massa degli statunitensi, ma irradierebbe la società americana della luce cattolica che fino ad oggi mancava. Contribuirebbe a correggerne errori e storture, valorizzandone i punti positivi. 

I cattolici potrebbero avere un ruolo guida perché hanno una struttura gerarchica ben definita, riconoscibile e stabile, mentre gli evangelici e gli altri gruppi no. Per questo tendono a dividersi e ad andare in ordine sparso.
Forse abbiamo bevuto troppo, forse è un grande sogno, però dalle parti di Roma, potrebbero pensarci, abbandonando la chiusura attuale. Negli Usa è infatti presente una classe di vescovi dottrinalmente sani e carismatici che sanno farsi valere.
 

30 giugno 2017

Come siamo diventati eretici


di Paolo Spaziani

Alcuni di voi certamente conoscono Ross Douthat, giornalista statunitense di 37 anni, editorialista del New York Times e autore di alcuni volumi che hanno suscitato un discreto interesse negli Stati Uniti.

Nell’ottobre del 2015 Douthat è stato al centro di un attacco da parte di alcuni intellettuali del mondo cattolico progressista per un articolo pubblicato sul New York Times in cui lo stesso Douthat esprimeva le proprie perplessità sul pontificato di Papa Bergoglio.  Nei giorni successivi l’intellighenzia progressista si mise in moto e produsse una lettera aperta in cui si ricordava al direttore del New York Times che Douthat non aveva alcuna qualifica professionale per scrivere di questi temi e nemmeno per accusare alcun membri della Chiesa di eresia.

Tra i promotori dell’anatema contro Douthat vi era anche Massimo Faggioli, esponente di quel cattolicesimo democratico sempre pronto a prendere le difese di Papa Bergoglio e attaccare coloro che osano semplicemente esprimere perplessità. Douthat non è però tipo da farsi intimidire facilmente, la sua storia è la dimostrazione di un percorso personale certamente non banale: nato da una famiglia episcopaliana, aderisce agli evangelici, per poi convertirsi al cattolicesimo all’età di diciassette anni. Nel 2013 Douthat ha vinto il “Christianity Today Book Award” per il suo volume dal titolo “Bad Religion. How we became a nation of heretics”.

Purtroppo il lavoro di Douthat non è mai stato tradotto in italiano, pertanto mi sono fatto coraggio e ho intrapreso la corposa lettura in lingua inglese. L’assunto da cui parte l’autore è originale: gli Stati Uniti rimangono un paese profondamente religioso, tuttavia un gran numero di americani ha aderito ad una “cattiva religione”, una propria versione di cristianesimo, abbandonando la sana dottrina in favore di una religione che esalta il proprio ego e indulge, se non addirittura celebra, i propri istinti peggiori. Questa fede fai da te è celebrata da politici, religiosi ed esponenti della cultura pop e molti di questi “predicatori” si definiscono cristiani. Il bersaglio principale di questa pseudo-religione è la persona di Gesù Cristo, sostituita nei cuori e nelle menti da una figura più congeniale chiamata da Douthat “Scegli il tuo Gesù”, che meglio si adatta ai nostri preconcetti circa come il Salvatore del mondo dovrebbe o non dovrebbe essere.

Negli Stati Uniti, scrive Douthat, l’insegnamento cristiano sull’unicità e preziosità di ogni essere umano è stato messo in discussione dai guru dell’amore libero e dell’autorealizzazione e a farne le spese è stata la concezione stessa del peccato originale. Eliminando ogni conseguenza ultima delle proprie azioni, la religione è diventata una licenza per il proprio egoismo, facilmente utilizzata per giustificare ciò che è ancora da considerarsi un peccato mortale. Il risultato è una società dove la vanità si è trasformata in “auto miglioramento”, l’orgoglio in una “salutare considerazione di sé”, mentre l’adulterio in “segui il tuo cuore”.

Douthat precisa che gli Stati Uniti sono da sempre un paese di eretici, con la differenza che in passato l’eresia non ha mai avuto campo libero. La potenza, la creatività e la resilienza della fede del popolo americano hanno sempre consentito in passato di contenere l’eresia in specifici movimenti o in fenomeni isolati. Per decenni l’ortodossia cristiana ha rappresentato il fiume dove confluivano anche i più piccoli rivoli della fede americana.

Secondo Douthat la rivoluzione sessuale e il mito del benessere economico hanno minato le basi dell’ortodossia, facendo credere alle persone che avrebbero potuto vivere serenamente e in libertà ignorando le parti “scomode” della dottrina. “Ogni argomento circa il cristianesimo, scrive Douthat, è in fondo un argomento circa la natura divina di Gesù Cristo. Le nostre eresie quotidiane sono tentativi di cancellare una parte del messaggio di Gesù, quella parte che consideriamo di intralcio”.

La tendenza all’eresia evidenziata da Douthat è stata fomentata dai fautori della prosperità e del sentimentalismo terapeutico e su questo punto Douthat cita la presentatrice Oprah Winfrey come esempio di predicatrice dell’individualismo più esasperato. Nelle conclusioni del libro, intitolate “The recovery of Christianity”, Douthat sottolinea come solo una vigorosa rivalutazione della sana dottrina e della dimensione pubblica del cristianesimo possano risolvere la situazione di confusione religiosa in cui oggi si trovano gli Stati Uniti. Il volume di Douthat guarda con attenzione specifica alla situazione degli Stati Uniti, ma buona parte delle riflessioni generali trovano certamente riscontro anche nel contesto europeo e italiano. Per questo la lettura del libro è consigliata, sperando in una traduzione in italiano del testo. Il volume termina con un sentito appello personale di  Douthat: “chi cerca la perfezione dovrebbe iniziare a cercare la perfezione della propria anima. Chiunque intendesse salvare il proprio paese dovrebbe prima cercare di salvare se stesso.  Cercate prima il Regno di Dio e la Sua giustizia, e tutto il resto vi sarà dato in aggiunta (Matteo 6, 24-34)”.

 

26 ottobre 2016

"In Rome we trust": l'ascesa dei cattolici nella vita politica degli Stati Uniti


di Alfredo Incollingo

Gli Stati Uniti sono una nazione per cattolici: a dirlo è l'esperto italiano di geopolitica Manlio Graziano nel suo ultimo libro, “In Rome we trust: l'ascesa dei cattolici nella vita politica degli Stati Uniti”, edito dalla casa editrice bolognese Il Mulino.
Sembrerebbe un controsenso per una nazione a tutti gli effetti protestante, puritana e secolarista, eppure i cattolici nel Nord America sono in costante aumento. Mentre assistiamo ad un calo in Europa, negli altri continenti la fiamma della fede arriva ad illuminare le terre più lontane e desolate. E' paradossale inoltre parlare di ripresa del cattolicesimo in una società laicista e nichilista, come quella americana, che del sacro ha fatto un oggetto da esporre sul camino o su qualche comò: il Buddha sul comodino e la Croce, minimalista, appesa ad una parete come un comune suppellettile.
Invece il professore Graziano ci mostra una realtà del tutto differente: i cattolici sono in aumento in tutta la nazione e hanno un peso politico enorme nonostante siano comunque (ancora) una minoranza. Basti vedere l'entourage di Obama che annovera consiglieri e ministri di fede cattolica, così come numerosi ruoli della giustizia, della difesa e dei dipartimenti di pubblica sicurezza sono occupati da esponenti di rilievo del mondo cattolico. E' un dato sorprendente per Roma, che ha intrattenuto con la Casa Bianca relazioni diplomatiche dalla fine della prima guerra mondiale con il presidente Thomas Woodrow Wilson, poi proseguite tra alti e bassi dai suoi successori. Di momenti di tensioni ce ne furono molti e si rischiò più volte la rottura diplomatica: è il caso della Guerra del Golfo del 1991, quando Bush senior entrò in crisi con il Vaticano per quanto riguarda la legittimità dell'intervento americano nel Kuwait; si temeva che l'influenza vaticana potesse causare defezioni tra i ranghi dell'esercito per l'obiezione di coscienza. Già all'epoca si avvertiva la forte presenza di cattolici nei vari livelli civili e militari dello Stato.
La svolta dei cattolici negli Stati Uniti ci fu con l'elezione del primo presidente cattolico americano, John Kennedy: da allora divennero una presenza costante nel seguito dell'inquilino della Casa Bianca. Probabilmente solo con Reagan tra Washington e Roma ci furono relazioni idilliache per comuni intenti: l'opposizione totale al comunismo sovietico. Come ricorda giustamente il professore Graziano i comuni propositi non hanno mai implicato gli stessi modi d'agire e gli stessi scopi: San Giovanni Paolo II e Reagan, pur condividendo la loro avversione al comunismo, hanno tuttavia perseguito obiettivi differenti (le preoccupazioni del Santo Padre erano di carattere religioso e umanitario). Da Reagan in poi ci furono continui rapporti diplomatici senza svolte particolari, fino all'elezione del cardinale Jorge Bergoglio. L'elezione al soglio pontificio di un papa sudamericano sembra sancire la forte influenza americana all'interno della Chiesa: Papa Francesco è stato eletto anche grazie all'appoggio che ha goduto da parte dei prelati nordamericani e sudamericani che hanno così ribaltato l'eurocentrismo del papato. Bergoglio non ha mancato di manifestare il suo interesse per la realtà americana sia per le questioni prettamente sociali sia per proporre una maggiore evangelizzazione del continente.
Graziano è chiaro nell'esposizione e ci illumina anche riguardo le cause di questo forte aumento dei cattolici in Nord America. Una delle possibili spiegazioni è di carattere etico e spirituale: gli americani soffrono di carenza di guide, di riferimento culturali e morali per cui vedono nel papa un pastore, un capo, anche se dall'estero. Questo spiega le numerose conversioni che ha portato diversi cittadini statunitensi ad abbandonare la loro vecchia fede e ad abbracciare il cattolicesimo.
Gli americani percepiscono la solidità dell'ortodossia e i nuovi fedeli sono all'ordine del giorno: questo è dovuto, secondo Graziano, all'approccio da “Chiesa in uscita” di Papa Francesco che, smettendo la veste di potere, va incontro alla gente, come fanno gli evangelici. Sembrerebbe a tutti gli effetti tra multinazionali che si spiano e che propongono lo stesso prodotto a costi sempre più bassi. Il testo di Graziano pare illuminare questo aspetto fosco del cattolicesimo contemporaneo. Un fattore non trascurabile è anche la forte presenza di ispano-americani che ha non poco influito sull'ordine sociale e ha posto una serie di quesiti recepiti e amplificati dal candidato alla presidenza Donald Trump.

E' giusto sollevare una serie di dubbi intorno all'interessante saggio del professore Graziano. E' vero che i cattolici negli Stati Uniti aumentano quantitativamente, ma è indispensabile valutare la qualità delle singole fedi. Il cattolicesimo liberale, che ha arrecato i danni peggiori nella Chiesa, è la versione che più aggrada la mentalità “liberal” dell'americano medio, che chiede comunque una fede leggera e quindi uno sforzo morale poco impegnativo. Già G.K. Chesterton lo aveva compreso nel suo viaggio americano! La società americana è multireligiosa e difende la libertà di religione: di per sé tutte le fedi sono la verità; la fede cattolica perde di sostanza e si riduce ad una delle tante scelte etiche e spirituali che chiunque può fare e cambiare quando vuole.
Capiamo bene che il problema di celebrare la crescita cattolica negli Stati Uniti ne comporta un altro, ovvero capire fino a che punto i cattolici americani siano cattolici: il professore Graziano mette bene in luce la tendenza autonomista delle singole conferenze episcopali nazionali che spingono per essere il più autonome possibili; il cattolico americano tenderebbe, come il suo omologo tedesco, a essere più indipendente da Roma. Specie in materia sessuale.
Da ciò derivano compromessi con il mondo, errori e eresie che quotidianamente ci regalano chiese effimere e tante piccole alternative, o sedicenti tali, alla Chiesa di Roma. Eppure è anche vero constatare sacche di tradizionalismo (i movimenti pro-life, per esempio) che a noi europei insegnano che la salvezza può venire anche dai luoghi più impensabili: l'America secolarista.
Per quanto riguarda la questione della “Chiesa in uscita”, smettendo le sue vesti di potere, la Chiesa smetterebbe anche se stessa: la Chiesa Cattolica è regale perché è il corpo mistico di Cristo Re e come tale deve rappresentare in Terra la sua maestà. Sembrerebbero parole illogiche, ma anche la veste fa il monaco. Una Chiesa pauperistica, che va incontro solo alla gente (tralasciando Gesù), “all'americana”, è una Chiesa che non riuscirà più a fare carità e si mischierà fino a confondersi con la società, cosa che in realtà non le spetta e deve sfuggire da tentazioni del genere.
La Chiesa deve invece saper andare verso il popolo, fare il vero apostolato, ma nello stesso tempo ricordare che Dio Padre è il soggetto del credo e non l'oggetto o il suppellettile.
Il testo di Graziano è illuminante su un fenomeno che non ci può non interessare, ma a un cattolico praticante e devoto non possono sfuggire alcune osservazioni che andrebbero ad integrare e, si spera, a migliorare il proficuo lavoro.

Un'ultima e non meno importante osservazione va fatto sul caso Donald Trump. Il candidato repubblicano ha sollevato il problema dell'eccessiva migrazione che potrebbe non poco destabilizzare l'ordine sociale americano. Questo non solo a livello religioso, ma anche sociale. La povertà acuisce e il conflitto tra poveri aumenta. Aggiungiamo che gli Stati Uniti, pur restando una grande potenza, hanno comunque risentito della presenza di concorrenti planetari temibili, l'economia americana potrebbe non riuscire ad assorbire l'ingente l'esercito proletario. Si è affermato, durante il seminario di presentazione del libro presso la Sapienza di Roma il 24 ottobre, che Trump possa essere l'alfiere dell'America protestante e capitalista contro quella cattolica e proletaria. E' vero che la dottrina sociale cattolica critica gli eccessi del capitalismo, ma non può certamente essere una paladina del socialismo. Come si è evidenziato durante i lavori congressuali, la dottrina cattolica garantisce un giusto mezzo tra gli eccessi. Trump, a parere di chi scrive, non è il soggetto di una guerra di religiose: Trump è un conservatore, ma laico; è vicino alla tradizione protestante, ma pur sempre è un laico che tratta allo stesso modo cattolici e protestanti, si inserisce perfettamente nella tradizione multireligiosa e tollerante dell'America anglosassone. Non è esente da critiche a gruppi evangelici o di altra confessione cristiana. Trump rispecchia le ansie della (ormai) declassata classe media americana che era la linfa vitale della nazione: di fronte alle sfide di un mondo multipolarizzato, Trump sogna una nazione di nuovo giovane e forte. Gli si può casomai rimproverai una certa vena utopica. La questione dell'immigrazione ha un valore prettamente sociale, di sicurezza e anche economica: accogliere e lasciar morire l'ospite è infamante, peggio che lasciarlo in strada tra stenti.
 

13 giugno 2015

L'atlantismo come male maggiore


L’ambiente cattolico generalmente si entusiasma poco per la geopolitica. Un occhio di riguardo viene certamente riservato a tutti quei luoghi dove i cristiani sono perseguitati, ma in genere sulle varie crisi locali e globali si tende a non infervorarsi, in quanto il Vaticano riesce sempre ad esprimere una linea coerente e spesso più corretta di molte potenze. Anche la ricerca di un leader che guidi il mondo non interessa, in quanto il leader c’è ed è il Papa, emissario dell’unico vero riferimento, che è Cristo. Lascia quindi molto perplessi la posizione di certi cattolici (fortemente influenzati da anni e anni di sudditanza verso un padrone d’oltremare), che ad ogni colloquio o incontro di Papa Francesco con il leader russo Putin hanno una crisi di nervi violenta, che li porta a scrivere vagonate di articoli di critiche alla politica russa, rispolverando una visione del mondo antica e vetusta, risalente a prima della caduta del Muro e cercando di far passare l’idea che la Russia di oggi sia l’Urss di ieri. Addirittura questi signori, atlantisti fino al midollo, si arrischiano nel parlare di “mondo libero”, indicando con questa espressione il mondo occidentale, oggi guidato dall’abortista e genderista Obama.

Evitando di entrare nel merito delle più o meno legittime critiche a Putin, che non ha bisogno di noi per difendersi, vorremmo ricordare a lorsignori un paio di cose, riguardo il loro “mondo libero”, al loro atlantismo, agli illuminati Stati Uniti d’America e alla conciliabilità fra il cristianesimo e la concezione del mondo espressa negli ultimi 40 anni dalla “patria delle mille opportunità”. Non stiamo qui parteggiando per Putin e sappiamo che i cervelli rattrappiti di qualcuno non lo capiranno, perché le persone che cercano di fare discorsi leggermente più elevati, generalmente non trovano posto nelle menti manichee dei pasdaran di una o dell’altra parte.
A questi signori quindi iniziamo a ricordare che l’abominevole e satanica rivoluzione dei costumi che ha rovinato il mondo occidentale nasce proprio negli Stati Uniti. I fiumi di droga che hanno rovinato i cervelli di milioni di persone hanno la loro sorgente nella cultura hippie, nell’LSD e nella marijuana e i modelli fallimentari della droga libera sono stati importati in Italia dopo essere stati testati proprio negli Stati Uniti.
La rivoluzione sessuale nasce negli Stati Uniti e si porta dietro la cultura dell’anticoncezionale, del controllo delle nascite e quindi dell’aborto. La prima clinica per il controllo delle nascite non per niente viene aperta nel 1916 negli USA.
La distruzione dei modelli familiari nasce nel mondo anglosassone, con in testa gli States, dove ormai da decenni non esiste più una vera idea di matrimonio, così come ormai non ci sarà più in Italia.
Da Lady USA abbiamo acquistato anche, senza bisogno di trattati di libero scambio, la cultura omosessualista e la teoria del gender, che i signori atlantisti sembrano avversare così tanto, ma a quanto pare pur di dimostrarsi supini ai liberi americani, sono pronti a dimenticare.
Che dire poi (e qui davvero cadono tutte le foglie di fico di questi signori) dell’ideologia che vorrebbe fare della pedofilia un orientamento sessuale normale, al pari di quello eterosessuale? Ovviamente anche queste teorie demoniache nascono nel brodo primordiale degli Stati Uniti e pian piano vengono assorbite anche da questa parte dell’oceano.
Fino a qui abbiamo parlato principalmente di morale sessuale e per non fare la figura dei bacchettoni, proseguiamo parlando dell’idea di uomo che viene espressa dalla meravigliosa cultura americana. La parola consumismo è forse quella che meglio esprime lo stile di vita dell’americano medio e, sinceramente, non ci pare un vocabolo molto in linea con il Vangelo. La cultura consumista e materialista, quella dei disumani ipermercati, del cibo buttato via, dell’obesità dai tre anni in su e via dicendo, è quanto di più lontano ci sia dal messaggio cristiano. L’uomo consumatore è ciò che noi dobbiamo combattere ed evitare a tutti i costi e riconoscere che questo modello nasce proprio nella patria del progresso a tutti i costi, è un primo passo per cercare di tornare indietro.

Forse questo a lorsignori non basta, perché in effetti Putin mette a tacere gli oppositori politici e di tanto in tanto utilizza la forza militare, mandandoci di mezzo qualche civile. Eppure la vita dei civili non sembra così importante, quando si tratta delle migliaia di vittime civili provocate dalle bombe americane nelle guerre per il petrolio. L’aggressione all’Iraq che ha provocato una scia di sangue, cristiano e non, che si allunga di giorno in giorno, non grida forse vendetta a Dio? Le guerre “giuste” che hanno massacrato donne e bambini sono accettabili in base a chi lancia il missile? Sembra un ragionamento un po’ relativista, eppure la vita di una persona, per certa gente si valuta in base a chi la toglie.

Detto ciò, dobbiamo quindi stare con la Russia o con gli Stati Uniti? La risposta è semplice. Noi stiamo con la Chiesa di Cristo, Putin e Obama se vogliono si pentano e si aggreghino.

 

05 gennaio 2015

American Sniper: "Dio, Patria e Famiglia" e le ragioni dell'America profonda

di Alessandro Rico

Mentre la cinematografia italiana si muove tra centri sociali (Diaz, ACAB) e disillusi j’accuse contro l’alta borghesia (La grande bellezza), gli USA sono ancora capaci di regalarci un’idealistica perla intrisa di “Dio, patria e famiglia”

American Sniper è l’ultima regia di Clint Eastwood, emblema della destra paleo-conservatrice e libertarian. Ispirato all’autobiografia di Chris Kyle, il più “prolifico” cecchino della storia militare americana – 250 vittime dichiarate, 160 accertate, capace di abbattere un nemico da 2 km di distanza – il film è una sagace apologia dei valori tradizionali dell’America più autentica, l’epopea di un eroe romantico, disposto a sfidare la disillusione della nazione, combattendo per quello in cui crede. Una patria, una fede, una famiglia, che sembrano indentificarsi in un unico grande ideale: la convinzione, forse un po’ da figlio della Guerra Fredda, che l’America sia la terra della libertà, il baluardo della civiltà occidentale. 

L’idea di essere la nazione eletta, chiamata a proteggere le sorti dell’umanità, rimane inalterata, anzi, si rafforza, nel mezzo dei profondi sconvolgimenti della guerra, che Eastwood rappresenta senza tema di contraddizione. Non c’è soluzione di continuità tra il manicheo patriottismo di Chris Kyle/Bradley Cooper e l’atrocità del conflitto iracheno, che ha diviso l’opinione pubblica come ai tempi del Vietnam e ha lasciato ferite indelebili sui soldati. La difesa dell’interventismo di Bush non si trasforma in un sottoprodotto propagandistico. Al contrario, l’abilità di Clint Eastwood sta nel contestare i luoghi comuni delle “anime belle” liberal, prodighe di moralismo, ma ignare che sul campo ci si trova persino a dover decidere, in poche frazioni di secondo, se sparare a un bambino che brandisce una granata e minaccia un plotone di Marines. 

Quintali di common sense tipicamente americano proclamano che bene e male sono nettamente distinti, che i mezzi termini dell’etica liberal sono insidiosi, che l’America deve recuperare le sue profonde convinzioni, il suo prestigio internazionale e quel coinvolgimento morale che la politica di disimpegno di Obama ha intaccato. Contro l’umanitarismo astratto, Clint Eastwood difende la genuinità dei legami di sangue, il senso di appartenenza e d’identità. Perché c’è un’America che guarda alle sue radici e non vuole rassegnarsi a un mondo multipolare, ma vuole restare la guida del mondo libero ed è ancora pronta a offrire in sacrificio i suoi figli. 

Probabilmente, si tratta solo di un nostalgico panegirico di un’epoca cavalleresca, in cui il cecchino Kyle non è più Tristano ma solo Don Chisciotte. La Leggenda non morì sul campo come un cavaliere medievale, ma fu assassinato nel 2013 da un militare affetto da disturbo post-traumatico, uno di quei reduci mutilati o psicologicamente segnati dalla guerra, che dopo il congedo aveva iniziato ad assistere. Ma quando le immagini originali del corteo funebre mostrano schiere di ammiratori che sventolano la bandiera a stelle e strisce, non si può non avvertire che l’America del texano, dello yankee o del pioniere, è ancora viva. 

E non si può fare a meno di chiedersi se l’Italia dei Marò prigionieri in India, che fu capace di oltraggiare i caduti di Nassiriya, che bistratta il suo popolo e conduce un’imbarazzante politica estera, stretta nei gangli di un’Europa inconcludente, meriterebbe certi eroi. Uomini come Fabrizio Quattrocchi, che sfidò il suo giustiziere con il celebre: “Adesso ti faccio vedere come muore un italiano”. E al cinismo che quest’Italia sembra aver spesso ispirato, fa da contraltare un’America che ha la forza di chi si sa dalla parte del bene, che ai tempi di Rambo condannava l’ingiustificata insofferenza della sinistra nei confronti dei reduci del Vietnam e oggi, con American Sniper, sferza la timidezza di Obama e l’ambiguità di quei politici alla Bill De Blasio, pronti a tacciare di razzismo la polizia di New York e a soffiare pericolosamente sul fuoco di conflitti sociali mai estinti, per raccogliere un pugno di voti. 

Questa America sa bilanciare giustizia e aggressività, non è pecora ma non si trasforma neppure in lupo, come il padre di Kyle catechizza i suoi figli, nelle scene iniziali del film: “Vi prendo a cinghiate se diventate pecore o lupi”. In fondo, la speranza che Clint Eastwood riesce a trasmettere, è che quest’America ritrovi le sue ragioni. Ed è una speranza che non può non contagiare pure chi quell’America ha imparato ad amarla. 
 

07 settembre 2012

Cattolicesimo e americanismo: un'analisi critica


di Marco Massignan
Giovedì 23 agosto 2012 nel santuario di Madonna di Strada a Fanna (Pordenone) si è tenuta la quarantesima Giornata di preghiera e di studio degli “Amici di Instaurare”. Tema del convegno: “Cattolicesimo e americanismo”.
 

21 febbraio 2012

Primarie Repubblicane: better conservative or libertarian?

Premessa: la redazione rimane per ovvie ragioni pro-Santorum (un tradizionalista alla Casa Bianca? E quando ricapita!), ma volemo fà i libbberali e quindi ospitiamo un pezzo pro-Paul
di Alessandro Rico
Negli Stati Uniti si stanno svolgendo le primarie dei Repubblicani e i simpatizzanti del partito sono chiamati a scegliere il futuro sfidante di Obama. Ormai, si tratta di un confronto a tre: Romney, Gingrich e Santorum; il candidato liberale Ron Paul è fuori dai giochi. La tendenza conservatrice si è imposta ancora sugli esigui libertarians, coerenti a se stessi ma relegati in un una nicchia ideologica. Si ripropone perciò un vecchio quesito: meglio regnare all’Inferno o servire in Paradiso? Meglio accettare un conservative pur di far fuori i democratici, o darla subito vinta a Obama, candidando però un vero liberale?