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07 novembre 2017

La coscienza è come l’orologio…


La foto è di Alfonsa Cirrincione
di Marco Massignan

La coscienza morale, per essere in grado di guidare rettamente la condotta umana, deve anzitutto basarsi sul solido fondamento della verità, deve cioè essere illuminata per riconoscere il vero valore delle azioni e la consistenza dei criteri di valutazione, così da sapere distinguere il bene dal male, anche laddove l’ambiente sociale, il pluralismo culturale e gli interessi sovrapposti non aiutino a ciò. La formazione di una coscienza vera, perché fondata sulla verità, e retta, perché determinata a seguirne i dettami, senza contraddizioni, senza tradimenti e senza compromessi, è oggi un’impresa difficile e delicata, ma imprescindibile. Ed è un’impresa ostacolata, purtroppo, da diversi fattori. Anzitutto, nell’attuale fase della secolarizzazione chiamata post-moderna e segnata da discutibili forme di tolleranza, non solo cresce il rifiuto della tradizione cristiana, ma si diffida anche della capacità della ragione di percepire la verità ci si allontana dal gusto della riflessione. Addirittura, secondo alcuni, la coscienza individuale, per essere libera, dovrebbe disfarsi sia dei riferimenti alle tradizioni, sia di quelli basati sulla ragione. Così la coscienza, che è atto della ragione mirante alla verità delle cose, cessa di essere luce e diventa un semplice sfondo su cui la società dei media getta le immagini e gli impulsi più contraddittori (1).

Quando si parla di coscienza la confusione sotto il cielo è assai grande. Per la mentalità contemporanea la coscienza rappresenta il tribunale ultimo e ogni decisione presa in piena coscienza va rispettata.

L’egemone cultura liberal-radicale ha ipotecato un modo di pensare la coscienza come facoltà naturalistica: non un giudizio della ragione, ma un impulso vitalistico che svincola l’uomo da ogni responsabilità – puro sentire immediato non guidato dalla razionalità. La coscienza così intesa (come facoltà naturalistica) pretende di qualificare l’atto morale: il soggetto, apparentemente esaltato nella sua libertà, viene ridotto a un fascio di momentanee e contingenti pulsioni. Inoltre, non sarebbe possibile parlare di valori, se non in senso soggettivistico. Non esisterebbero valori indisponibili (non negoziabili), non dipendenti dalla volontà (e dall’arbitrio!) umana.

Lo esprime chiaramente Rousseau nell’Emilio: «tutto ciò che sento essere bene è bene, tutto ciò che sento essere male è male». Bene e male sarebbero il prodotto della coscienza la quale dipenderebbe esclusivamente dalla volontà. In altre parole, l’uomo non sarebbe soggetto a “una legge che non è lui a darsi” ma signore della legge morale, padrone di stabilire ciò che è bene e ciò che è male. La persona, secondo questa ideologia, non sarebbe chiamata a controllare e valutare passioni e desideri, ma dovrebbe “lasciarsi andare” (spontaneismo) realizzando con autenticità (sic!) la propria volontà, libera nel suo determinarsi da qualsiasi regola o magistero “esterno”.

Il soggetto, quindi, non riconosce alcun criterio che non sia… la sua opinione. In tal senso la coscienza risulta inevitabilmente autoreferenziale (non ha altra misura che se stessa), non richiede alcun fondamento obiettivo al di là dell’atto che la pone. È una coscienza “murata”, chiusa in se stessa, avalutativa e come tale soggettivisticamente nichilista – disperata presunzione di chi non accetta il proprio statuto ontologico e pretende di “farsi Dio”.

La coscienza, invece, (parliamo della coscienza morale, che è la “capacità di aprirsi all’appello della verità oggettiva”) è tale solamente se è subordinata alla legge naturale, che non è una costruzione umana, ma una legge oggettiva e universale.

La coscienza è come l’orologio che abbiamo al polso. Dobbiamo essere certi che sia in accordo con l’ora effettiva. In molti casi essa non è retta (per ignoranza, per pregiudizio o per passione); pertanto va regolata; essa è uno strumento della persona: è la norma prossima della moralità, vale a dire del credere e dell’agire. La norma superiore – la regula agendi – è la legge naturale e divina. Ad essa dobbiamo conformarci, adeguando il nostro intelletto alla realtà oggettiva.

Negando Dio, si nega anche l’esistenza di una legge etica esterna all’uomo ed immutabile, con l’impossibilità di parlare di principio morale. Scrive Romano Amerio: «Non è possibile che le radici della morale umana siano nell’uomo che non è un essere radicale e non può quindi essere radice di morale. La morale infatti è un ordine assoluto e l’uomo invece un ente contingente e relativo cui l’assoluto è presente e si impone, ma non ha certo le proprie radici in lui (…) Il vocabolo stesso di coscienza annuncia irrefragabilmente che non c’è con-scientia se l’io non si sente nella dualità con l’altro, e se l’uomo non vive la solidarietà con la legge, cui è congiunto e cui deve riverenza» (2).

Pensiamo, ad esempio, alla questione della libertà di coscienza che è ben diversa dalla libertà della coscienza: non si tratta di un gioco di parole, ma di due modi radicalmente opposti di concepire la libertà: la prima, infatti, è la rivendicazione del diritto alla sola coerenza con se stessi (pura e semplice manifestazione della volontà, mera opzione avalutativa); la seconda è il dovere/diritto della testimonianza del soggetto di fronte a una legge non dipendente da alcuna volontà umana, in adesione ad un valore e ad una legge superiore alla coscienza stessa. Essa trova il suo fondamento nel bene, cioè nella verità (si pensi all’Antigone di Sofocle o ai martiri cristiani). La coscienza non è libera di affermare che è bene quello che vuole o ritiene sia bene: è vincolata al bene oggettivo, vale a dire al bene in sé (inscritto nella sua natura), il quale deve essere riconosciuto come tale. Al contrario, la libertà di coscienza, lungi dall’essere doverosa testimonianza di fedeltà a una legge non scritta, all’ordine etico delle “cose”, è in ultima analisi rivendicazione del diritto di fare tutto ciò che il soggetto ritiene di fare.

«La coscienza – ha scritto il prof. Danilo Castellano – non è la fonte della legge ma è il “luogo” ove la legge si manifesta. Non è la facoltà naturalistica che erroneamente si reputa strumento idoneo a creare le cosiddette “scale di valori” dalle quali dipenderebbero, poi, il bene e il male, il giusto e l’ingiusto. Non sono, infatti, le “misure” – tanto meno le misure soggettive – che creano la realtà ma è la realtà condizione delle misure. È per questo che condizione della coscienza è la legge (intesa non come norma positiva bensì come legge naturale), che la coscienza riflette in sé come lo specchio riflette la realtà davanti alla quale esso viene posto. Senza legge (naturale), perciò, non si può propriamente parlare di coscienza» (3).

Per evitare di impantanarsi in concezioni erronee (e disumane) della coscienza occorre ritornare ad una metafisica realista, dove è l’essere che fonda il pensiero e non il contrario. Come ha scritto Marcel De Corte: «Essere nella verità significa conformare la propria intelligenza a una realtà che l’intelligenza non ha né costruita, né sognata, e che a lei si impone. Fare il bene non vuol dire abbandonarsi agli istinti, agli impulsi affettivi e alla volontà propria, ma ordinare e subordinare le proprie attività alle leggi prescritte dalla natura e dalla Divinità che la intelligenza scopre nella sua instancabile ricerca della felicità» (4).

(1) Dal Discorso di Benedetto XVI alla Pontificia Accademia per la Vita, 24 febbraio 2007.

(2) R. Amerio, Iota unum, Lindau 2009, p. 420.

(3) D. Castellano, Instaurare omnia in Christo (rivista), anno XXXIX, n. 2, maggio-agosto 2010.

(4) M. De Corte, L’intelligenza in pericolo di morte, Volpe, Roma 1973).

http://www.lefondamenta.it/2017/10/28/la-coscienza-lorologio/


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13 dicembre 2015

Coscienza o Verità?

di Satiricus
Sempre nette le interviste del card. Burke, un tempo cardinale cattolico e oggi cardinale tradizionalista (simile sorte capitò a mons. Lefebvre, la mediti chi non ha paraocchi o pregiudizi troppo spessi a riguardo): “The fact is that the synod could not open a door which does not exist and cannot exist, namely, a discernment in conscience which contradicts the truth about the supreme sanctity of the Most Holy Eucharist and the indissolubility of the marriage bond”.
Merita notare il doppio scacco denunciato dal prelato americano:
1) l'instaurarsi di un conflitto tra coscienza umana e Verità divina, cosa che orienterebbe alla conflagrazione della possibilità e del senso stesso Rivelazione, nella misura in cui la Sapienza si trovasse strutturalmente impossibilitata ad essere accolta nel sacrario dell'umanità e, appunto, della coscienza (altro che Natale e mysterium incarnationis!).
2) l'instaurarsi di un conflitto alla radice della deontologia sacerdotale, che renderebbe particolarmente gravoso e potrebbe demolire un fondamento importante relativo a identità e missione sacerdotale: uomo di Dio? uomo della coscienza? della coscienza o delle coscienze? uomo di Chiesa o di coscienze?
Nulla da eccepire quando i teologi rimproverano alcuni limiti al Vaticano I, per esempio la visione intellettualistica della Rivelazione (Dio che rivela verità, anziché rivelare se stesso). Se però l'alternativa è la dissoluzione della ratio, siamo messi davvero male (non arriva a tanto il Vaticano II, ma così predicano i suoi ritrovati estensori). Se poi tale dissoluzione deve venire dal direttore della Civiltà Cattolica e da simili pezzi da 90, la questione si fa tragica.
E qui non c’è peronismo che tenga, non c’è gesuitismo che tenga, non c’è pastorale che tenga, si tratterebbe del suicidio del senso, della contraddizione logico-gnoseologica e del trionfo di antichi miti esoterici, di per sé bastanti a detonare chiese, comandi e populismi di ogni tipo. La domanda slitta e si fa più acre rispetto alla sua prima formulazione post-conciliare. Lì suonava così: perché il prete dovrebbe obbedire al Papa, quando il Papa non obbedisce alla Verità? Ora si è mutata: perché il prete dovrebbe obbedire al Papa, se lui stesso (il prete) in coscienza non può nemmeno più obbedire alla Verità? La prima era una domanda da lefebvriano, roba di nicchia; questa seconda è una domanda universale, roba da katechon.
Ci salvi Chi può.
 

29 aprile 2015

Obiezione di coscienza: perché la attaccano, perché va difesa


di Giuliano Guzzo

E’ possibile riflettere sull’obiezione di coscienza – apprezzandone, se possibile, di più valore e significato – alla luce degli attacchi che oggi subisce? Direi che ragionare insieme a partire dalle pesanti critiche cui sono sottoposti oggi gli obiettori di coscienza – accusati con la loro condotta di ostacolare non solo il funzionamento del sistema sanitario, ma anche il libero esercizio di diritti altrui – più che possibile o opportuno, sia decisamente utile perché ci consente di affrontare e di riscoprire un argomento sotto un’angolatura nuova anche se non alternativa bensì, potremmo osservare, complementare a quelle – pur rilevanti – del diritto, della filosofia o della medicina stessa; è l’angolatura della cronaca, dell’attualità [1].
Partiamo allora dal contesto attuale con una domanda: perché tanto, sistematico accanimento contro gli obiettori di coscienza? Perché alcuni sono letteralmente terrorizzati dall’idea che all’ospedale X o all’ospedale Y il nuovo primario di ostetricia possa essere obiettore? Come mai il Presidente Obama ha sistematicamente, e non da oggi, nel proprio mirino le associazioni cattoliche per il solo fatto che non permettono l’aborto e condannano la contraccezione [2] mentre, da noi, delle Regioni son giunte ad approvare, spingendosi oltre il confine della legittimità, specifici decreti anti-obiettori e si segnalano, non da oggi, «ospedali che indicono concorsi riservandoli a medici non obiettori» [3]? La politica non ha forse, tanto più oggi, ben altre priorità? E, soprattutto, cosa compiono mai di così incivile e scandaloso i medici e i farmacisti che fanno appello ad un diritto, peraltro espressamente previsto dalle leggi, per sollevare tanta polemica? Sappiamo dalle relazioni ufficiali che – contrariamente a quanto spesso si sente – non c’è, almeno in Italia, eccessivo carico di lavoro per i ginecologi non obiettori [4]: la media nazionale è 1,4 IVG a settimana [5].
Misurarsi con questo primo interrogativo così attuale è dunque utile perché consente di comprendere come non sia tanto l’obiettore in quanto medico e professionista – né la diffusione di medici obiettori – a generare chissà quali inquietudini: è invece l’obiezione di coscienza, come gesto fortemente fondato su dei valori, ad infastidire.
  • Più precisamente, il rifiuto dell’obiettore è ritenuto inaccettabile perché fa appello alla verità morale, perché dimostra cioè che, anche se non si direbbe, il relativismo etico [6] non ha vinto, che c’è ancora – nell’epoca narcotizzante del parzialmente accettabile o del parzialmente sconveniente, a seconda dei punti di vista – qualcosa di totalmente giusto per il quale c’è chi è pronto non soltanto a spendersi, ma pure a sottrarsi a doveri altrimenti inderogabili e fissati per legge; il Comitato Nazionale di Bioetica, nel luglio 2012, ha in proposito sottolineato che l’obiezione di coscienza è preziosa dal momento che, fra le altre cose, «preserva il carattere problematico delle questioni inerenti alla tutela dei diritti fondamentali» [7]. Orbene, siffatta sopravvivenza «del carattere problematico delle questioni inerenti alla tutela dei diritti fondamentali», che potremmo spingerci a definire “sopravvivenza della verità” – se così possiamo chiamarla – in quanto scritta nel cuore dell’uomo, per la cultura dominante, è già una prima ragione di forte ostilità. Una cultura che non crede alla verità e che fa di tutto per negarne l’esistenza si vede infatti concretamente contraddetta dell’obiezione di coscienza e da coloro che vi fanno ricorso rammentando l’esistenza di valori che l’ordinamento giuridico può appoggiare meno, proteggere o avversare, ma certamente né istituire né abrogare dal momento che «si radicano nella legge morale naturale» [8]. In questo senso ricordiamo che l’obiezione di coscienza presenta, in quanto tale, un carattere immodificabile che dà doppiamente fastidio, tanto più se è illegale divenendo più «genuina» e «dotata di maggior forza testimoniale» [9].
  • Ci nasconderemmo tuttavia dietro ad un dito se omettessimo di evidenziare come non tutte le possibili forme di obiezione di coscienza [10] risultino contrastate, e come ve ne siano anzi diverse – si pensi a quella al servizio militare o a quella legata alla sperimentazione sugli animali – che nessuno, tanto meno oggi, si permetterebbe di criticare; né si segnalo, in effetti, particolari iniziative politiche in questo senso. Questo è molto importante perché “ci dice” che non solo non è l’obiettore in sé a scandalizzare, ma non è neppure, a ben vedere, l’obiezione di coscienza intesa in senso lato a farlo, ma solo quella che osa il proibito: ricordare che sin dal concepimento si è a tutti gli effetti in presenza di un essere umano, unico e irripetibile, e che ucciderlo significherebbe fare il male. La nostra è una società che tollera ogni opinione ed ogni insulto, specie se presentato come satira, ma che non vuol più sentirsi dire quello che già Socrate, millenni fa, con grande chiarezza sosteneva: «Essi potrebbero bene uccidermi, mandarmi in esilio, privarmi dei diritti politici, reputando tali cose, i più grandi mali; ma io non li reputo tali. Per me male è fare quello che fa costui: tentare di uccidere ingiustamente un uomo» [11]. Per questo l’obiezione di coscienza prevista dalla Legge 194 sull’aborto (art.9), e pure – anche se molti, persino nel mondo cattolico, puntualmente lo dimenticano – dalla Legge 40 sulla fecondazione extracorporea (art. 16), è scomoda: perché ricorda a tutti quale davvero sia il più grande dei mali;
  • Siamo a questo punto nella condizione di comprendere, procedendo ulteriormente, la vera ragione per cui quanti non eseguono aborti né accettano di prestarvi alcuna cooperazione formale o cooperazione materiale [12] danno enormemente fastidio e per cui la cultura che controlla i media fa di tutto, con ostinazione potremmo dire quotidiana, per presentare gli obiettori di coscienza come dei professionisti poco seri, degli inadempienti, quasi dei vigliacchi: perché costoro, gli obiettori di coscienza, testimoniano ciascuno non solo un’idea di giustizia, ma un’idea decisamente forte di giustizia – un'idea di giustizia non negoziabile e che, come abbiamo in estrema sintesi ricordato, anticipa la leggi ed arriva ad ergersi perfino oltre l’ordinamento giuridico, qualora l’obiezione di coscienza non fosse consentita – e denunciano l’abisso del suo esatto contrario. Perché finché rimarrà anche un solo obiettore, uno soltanto, la coscienza collettiva non potrà assopirsi né convincersi, decretando così la vittoria del Pensiero Unico, del fatto che la soppressione di un figlio, a certe condizioni, sia il male minore o addirittura il suo bene, come l’abortismo più spudorato tutt’ora afferma. L’obiezione di coscienza è dunque molto più, per così dire, di un’opzione cattolica o di un semplice diritto esercitabile da alcuni cittadini: è garanzia affinché quello dei bimbi non nati o vittime dell’aborto – i «più poveri dei poveri» [13] li chiama Madre Teresa (1910-1997), che di poveri se ne intendeva – non sia dimenticato.
Ma l’obiezione di coscienza – per la sua forza ed il suo peso – è anche, ricollegandoci a quanto detto poc’anzi, un’occasione per riscoprire il valore e l’identità della coscienza.
Oggi si registra infatti, fra le altre cose, una certa difficoltà per quanto riguarda la definizione del concetto di coscienza. Una difficoltà dovuta certamente al generale caos che sembra dominare, fra agli altri, il terreno della cultura e quindi anche della bioetica, ma anche dal fatto – osservato fra gli altri, da Ratzinger [14] – che vi sono differenti concezioni su che cosa sia la coscienza; di queste tre, su tutte, risultano prevalenti:
  • Alcuni dicono che la coscienza sia l’espressione della soggettività; sarebbe l’individuo, cioè, a “fondare” l’obiezione di coscienza. Ma è una concezione limitata: cosa fonda il diritto individuale alla soggettività? Chi lo stabilisce? Il desiderio e il diritto individuale sembrano non bastare, per così dire, a fondare se stesso.
  • Altri dicono che la coscienza sia “la voce di Dio” nell’uomo: a parte il problema della fede, non da tutti condivisa, è una concezione problematica perché le azioni opposte – alcune buone, altre decisamente malvage – compiute dagli uomini dovrebbero portarci a credere che non tutti gli uomini hanno una coscienza o che Dio a volte parla altre tace: ma se tace, se in qualche modo si rende assente e lontano, ininfluente potremmo dire, che Dio sarebbe?
  • Altri ancora pensano che la coscienza sia in definitiva l’interiorizzazione dei valori altrui, una sorta cioè di «introiezione del super io sociale» [15]: ma se le cose stessero realmente in questi termini, allora la coscienza sarebbe qualcosa di cui liberarsi, una sorta di macroscopica ed intima ingerenza e forma di controllo. E questo non è possibile.
Più corretto, allora, appare considerare e pensare, alla stregua di vari pensatori – da Ratzinger [16] a Robert Spaemann [17] -, la coscienza come un organo. Un organo che tutti possiedono ma che può sbagliare, che deve essere quindi educato e fatto crescere, orientato verso la verità morale. In particolare Spaemann fa l’esempio della parola: perché parliamo? Perché abbiamo imparato dai nostri genitori i quali – è vero – ci hanno trasmesso una particolare lingua, la loro, ma non il linguaggio come capacità che, in quanto esseri umani, abbiamo scritta dentro di noi. La coscienza può allora essere paragonata al linguaggio: ad una capacità che abbiamo ma per esercitare la quale dobbiamo imparare. E credo che in questo gli obbiettori di coscienza, che orientano la loro coscienza verso il bene evitando di fare il male, siano degli ottimi insegnanti dell’orizzonte verso il quale la coscienza deve formarsi per parlare la lingua migliore. Per questo dobbiamo essere doppiamente grati agli obbiettori di coscienza perché, essendo testimoni della giustizia, risultano a pieno titolo insegnanti della verità e, soprattutto, educatori della coscienza; e di ciò la nostra società – e noi tutti – siamo profondamente riconoscenti.
«Un uomo – ha scritto Tolkien (1892-1973) – è allo stesso tempo un seme e, per certi versi, un giardiniere, nel bene e nel male» [18]. Grazie agli obiettori di coscienza per gli ottimi giardinieri che sono e continuano ad essere.

(Intervento tenuto a Firenze venerdì 17 aprile 2015, ore 17:00, presso il Dipartimento di Giurisprudenza, Polo di Scienze Sociali) in occasione del seminario “Obiezione di coscienza. Nulla da obiettare?”)

Note: [1] Parte delle considerazioni presenti in questa relazione sono già state pubblicate in. Guzzo G. Chi ha paura dell’obiettore?, «La Croce», 26/2/2015, p.3; [2] Frigerio B. Obama violenta l’obiezione di coscienza dei cattolici su aborto, condom e matrimonio gay, «Tempi.it»: 18/2/2012; [3] Polito P. (intervistato in) Venditti R. Le ragioni dell’obiezione di coscienza, Edizioni Gruppo Abele, Torino 1986, p.51; [4] «Il numero di non obiettori è congruo rispetto alle IVG effettuate, e il numero degli obiettori di coscienza non impedisce ai non obiettori di svolgere anche altre attività oltre le IVG»: “Relazione del Ministro della Salute sull’attuazione della Legge contenente norme per la tutela sociale della maternità e per l’interruzione volontaria di gravidanza (Legge 194/’78): 15 ottobre 2014; 1-50: p.7; [5] Ibidem, p.46; [6] Per relativismo etico s’intende, in estrema sintesi, quella una corrente di pensiero contemporaneo che sostiene l’equivalenza di concezioni etiche differenti fra loro così asserendo, di fatto, l’assenza della verità; ma lo stesso sostenere l’assenza di verità, a ben vedere, presuppone una concezione di che cosa sia vero e cosa non lo sia, autocontraddicendo così il proposito, tipico di una impostazione relativista, di evitare qualsivoglia formulazione definitiva: cfr. Vigna C. Relativismo ontologico e relativismo etico in Di Ceglie R. (a cura di), Pluralismo contro relativismo, Ares, Milano 2004, p. 135; [7] AA.VV. Obiezione di coscienza e bioetica, «Comitato nazionale di bioetica»: 30.7.2012;1-39: p.4; [8] Mele V. – Morgani A.R. L’obiezione di coscienza sanitaria in generale in Sgreccia E. – Spagnolo A.G. – Di Pietro M. L. Bioetica. Manuale per i Diplomi Universitari della Sanità, Vita&Pensiero, Milano 2002, p. 241; [9] Lombardi Vallauri L. Bioetica, potere, diritto in AA.VV. Obiezione di coscienza sanitaria. Un dovere verso l’uomo [Atti del I Convegno nazionale, Torino, 26-27 Novembre 1983 – Fondamenti dell’obiezione ed esperienza] Fratelli Palombi Editori, Roma 1984, p. 39; [10] Possiamo in sintesi ricordare come, solo considerando l’ordinamento italiano, esistano: l’obiezione di coscienza al servizio militare; l’obiezione agli interventi di interruzione della gravidanza; l’obiezione legata alla sperimentazione su animali; l’obiezione del lavoratore «rifiutare per motivi di coscienza l’adempimento della prestazione alla quale è obbligato per contratto» (Invero, in senso contrario, nel senso, cioè, dell’inesistenza di un simile diritto, tra i rari pronunciati, v. Trib. Milano 12.1.1983. Il caso è tratto da Onida F. L’obiezione di coscienza nelle prestazioni lavorative in AA.VV. Rapporti di lavoro e fattore religioso, Jovene, Napoli 1988, p.227 e ss.); l’obiezione dei Testimoni di Geova che rifiutano emotrasfusioni; l’obiezione dell’Avvocato divorzista o del Giudice «della famiglia», che crede nell’indissolubilità del sacro vincolo matrimoniale; l’obiezione del farmacista contrario alle pillole abortive; l’obiezione di coscienza, prevista dalla legge 40, dinnanzi alla fecondazione artificiale; l’obiezione di coscienza con riferimento alle vaccinazioni obbligatorie; l’obiezione di carattere fiscale; la cd. “obiezione fiscale”; [11] Socrate in Platone, Apologia di Socrate, XVIII; [12] La “cooperazione formale” si verifica quando l’intenzione del soggetto cooperante è la medesima dell’agente principale; condividere lo stesso obiettivo non significa necessariamente desiderarlo. Un’infermiera che assiste un medico impegnato a compiere un atto eutanasico su di un paziente sta cooperando formalmente all’eutanasia stessa. La “cooperazione materiale” si verifica invece quando si coopera a un’azione malvagia senza condividere l’obiettivo dell’agente principale. Tuttavia, noi siamo moralmente responsabili non solo per ciò che intendiamo fare direttamente, ma anche per le conseguenze prevedibili delle nostre scelte; [13] Madre Teresa cit. in Liverani P.G. Dateli a me. Madre Teresa e l’impegno per la vita, Città Nuova, Roma 2003 p. 138; [14] Cfr. Ratzinger J. L’Elogio della coscienza. La verità interroga il cuore, Cantagalli 2009, pp. 154-160; [15] Piana G. (2002) La coscienza nell’attuale contesto culturale, «Credere Oggi»; Vol.128(2):5-14: p.8; [16] Cfr. Ratzinger J. L’Elogio della coscienza. La verità interroga il cuore. [17] Cfr. Spaemann R. Moralische Grundbegriffe, Beck, München 1982, p.81; [18] Tolkien J.R.R. La realtà in trasparenza. Lettere 1914-1973, Bompiani, Milano 2001, p.289.

http://giulianoguzzo.com/2015/04/20/obiezione-di-coscienza-perche-la-attaccano-perche-va-difesa/
 

07 gennaio 2015

Un brindisi a Messori e uno al Papa


di  don Mauro

Carnieletto sulle colonne de Il Giornale annota: “Così, si invertono le parti: gli apologeti come Messori e Socci che sempre hanno difeso la Chiesa si trovano ora nella posizione di "antagonisti", attaccati da coloro che, smessi i panni di preti di strada, indossano ora le divise pontificie”.

Effettivamente la scena è curiosa. Vada per Socci, le cui modalità di esternazione molto decise possono lasciare infastiditi (purtroppo mi allego a tal gruppo), ma che dire di Messori? Che dire di vari altri studiosi, cattolici di vecchia data, di provata fedeltà e di qualificata scienza, che si trovano perplessi di fronte a svariate dichiarazioni e posizioni di Francesco? A difenderlo senza il minimo vacillare sembrerebbero rimasti giornalisti atei, gruppi LGBT, preti spretati, clero e movimenti dissidenti ed iper-progressisti, più  - e qui stipendio val ben la lode - le liste di impiegati nel sistema CEI (TV2000, Avvenire & co, Curie etc.).

Giustamente si faceva notare che questo novello corpo di guardie pontificie non s’erge a tutela del Papa, ma solo del loro amico Francesco, col che considero inutile ogni commento aggiuntivo.

Ma come interpretare tale bizzarra situazione nel suo complesso? Anzitutto con un poco d’ansia mi lascia pensieroso quello che sotto alcune prospettive sembrerebbe annunciarsi come scisma culturale di non poco rilievo. L’ansia raddoppia se penso che l’occasione - non la causa! - della spaccatura ha in qualche modo a che vedere con il Papa, cioè col simbolo di unità della Chiesa.

Poi con ironia penso a tanti apologeti che ieri ci rimisero la faccia per difendere Papa “Simplicio” dagli eccessivi attacchi galileiani, mentre oggi sono fustigati con poca misericordia dai filo-galileiani d’antan (quelli che “bisognava proprio chiedere perdono per gli errori dei Papi d’un dì”). Davvero non si lotta per le glorie terrene, ché altrimenti un pizzico di eresia tornerebbe a maggior carriera per tutti.

Io, comunque vada, sto col Papa, unica garanzia, non dico di ascesa, ma di ripresa anche dopo eventuali tracolli. Ci sto con tanta umana perplessità quanto con religioso affetto. Ci sto ricordando la commovente telefonata di Francesco al primo che ebbe coraggio di contestarlo, Mario Palmaro. Ci sto, ripetendo con Benedetto XVI parole che questi fece sue, rubandole al beato Newman: “"Certamente se io dovessi portare la religione in un brindisi dopo un pranzo (…) allora io brinderei per il Papa. Ma prima per la coscienza e poi per il Papa", beninteso che "in questa affermazione, ‘coscienza’ non significa l’ultima obbligatorietà dell’intuizione soggettiva. È espressione dell’accessibilità e della forza vincolante della verità: in ciò si fonda il suo primato. Al Papa può essere dedicato il secondo brindisi, perché è compito suo esigere l’obbedienza nei confronti della verità".