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24 gennaio 2017

L'ondata di freddo è colpa di Marx? Fra vera e falsa ecologia


del Cardinale del Sacco

In questi giorni in cui buona parte del nostro amato quanto martoriato Paese si trova al freddo ed al gelo mi è tornata alla mente una battuta che feci nei primi giorni di Dicembre ad un altro redattore di questo blog: «Vedi carissimo: se il Tanaro è esondato, la colpa è solamente di Marx». Questa penna de La Baionetta, anziché mettersi a ridere, è rimasto a fissarmi ed a riflettere su quello che cercavo di spiegargli: le esondazioni e tutti i problemi susseguenti a buon parte delle cosiddette calamità naturali sono colpa del padre del comunismo scientifico. Ed ora, cari lettori di questo blog, dedicatemi cinque minuti di attenzione e poi, se volete, fatemi sapere se condividete o meno questa mia teoria (che può suonare strana, non lo nego). Ma andiamo con calma, partendo sempre dall'analisi dei fatti che, per loro natura, sono duri a morire.

Dicembre 2016: piove su tutta l’Italia. Gennaio 2017: nevica in buon parte del Bel Paese che, nel frattempo, è sballottato tra ondate di gelo siberiano e maltempo causato da correnti fredde delle Alpi francesi. In tutti i media, dalle radio ai giornali, dai tg a facebook, non si parla d’altro quasi fosse una cosa fuori dal normale quando, invece, è tutto il contrario: il fatto che in Italia a Dicembre piova e a Gennaio nevichi era fino a poco tempo fa la cosa più normale di questo mondo. Ma se, come dice un noto modo di dire, la normalità non fa notizia, perché si parla tanto (ed in maniera sempre più angosciante) di cose tanto banali? Perché ormai l’uomo post-moderno, vale a dire colui che non accetta più né la religione né l’ideologia, colui dunque che cerca di applicare ogni giorno i dettami di Nietzsche (accettando la ‘Morte di Dio’, cioè di qualsiasi valore assoluto, e vivendo come un ‘bambino’ il quale, dunque, ‘accetta tutto’) si trova a fare i conti con un qualcosa che è difficile da accettare in quanto sempre uguale a se stesso: il clima ed il tempo.

La post-modernità infatti non accetta nessun vincolo da parte di nessuno in quanto non esiste nessun valore che può legarlo a qualcosa: ecco spiegato il perché si sciolgono come neve al sole i rapporti gerarchici, i vincoli familiari, i sentimenti patriottici, etc. Ma per quanto si potrà negare, una cosa rimarrà sempre: il principio di realtà e la sudditanza ed il rapporto di ciascuno con/dagli altri (e con/dalle cose esterne) che potremmo riassumere in due parole: rimarrà sempre il dato naturale. E non vi è migliore dato naturale che quello del clima in quanto l’uomo, per quanto si sforzi di comprenderlo, per quanto cerchi ossessionatamente di riprodurlo, sfugge alla sua completa comprensione: possiamo infatti solamente prevedere l’ipotetico clima (ma sapremo se la previsione era vera solo dopo che l’evento si sia o meno verificato) e nemmeno dominarlo adeguatamente (in quanto possiamo solamente porre dei ripari per proteggerci e null'altro). Volenti o nolenti, pertanto, siamo alla mercé delle forze della natura che possiamo solamente mitigare negli effetti, non nell'atto.

A questo punto, però, sorge un altro problema, di capitale importanza: come mitigare gli effetti delle forze della natura? Semplice: curando la natura! Dobbiamo anche qui infatti partire da un dato di fatto: la natura, lasciata a se stessa, checché ne dicano i predicatori dell’ideologia verde, produce solamente caos. Provare per credere, lasciando incolto per qualche mese un terreno che diverrà ben presto irriconoscibile: ma se moltiplicassimo l’abbandono e l’incuria per cinque, dieci, venti anni a cosa si va incontro? La risposta non è difficile da dare: nascerà un bosco incontrollato. Si capisce benissimo, ma solamente partendo da questo dato di fatto, perché l’Italia soffra oggi (in un’epoca in cui esistono trattori, dighe, ponti, sistemi di controllo delle acque, etc) del cosiddetto rischio idrogeologico che fino agli anni ’70 ed ’80 del secolo scorso era pressoché inesistente: le campagne sono state abbandonate, le montagne si sono spopolate, l’agricoltura è stata declassata a scapito prima dell’industria e poi del terziario. Abbiamo applicato, anche qui volenti o nolenti, Marx: si è cioè anteposto il capitale ed i rapporti economici a qualsiasi altro valore, non ultimo il dominio sulla terra ed il controllo della natura che, invece, avevano fatto si che l’uomo fosse se stesso fin dagli albori dell’umanità. Chi controlla più i fossi? Meglio tombarli. Chi pota più gli alberi? Troppe spese, meglio farli crescere. Chi trattiene più le montagne dal franare se non ci sono più terrazzamenti con i loro alberi piantati parallelamente? Meglio provare a far fruttificare i propri risparmi in banca piuttosto che andare a fare il capriolo per raccogliere le olive in una costa di un monte.

La colpa è di Marx ma è anche del pensiero liberale e capitalistico che nel corso degli anni si è sempre più marxistizzato: anteponendo infatti l’individuo alla persona, il capitale al bene comune, il guadagno maggiore continuo (tipico del settore industriale) a quello stagionale (proprio dei lavori agricoli) si è fatto si che l’uomo guardasse con sempre maggiore ribrezzo ai lavori in campagna, in particolare se produttori di poco reddito e di numerosi sacrifici.

Marx, ci piaccia o non ci piaccia, ha vinto nel momento in cui ogni persona ha accettato la sua principale massima: i rapporti economici sono alla base di ogni altra cosa. Ma così facendo si è tolto valore al lavoro fatto con il sudore della propria fronte e che dava (ed in certi casi da ancora) un benessere generalizzato e più ampio in termini di bellezza (paesaggio libero da rovi, alberi ben potati, etc), di redistribuzione della ricchezza (un terreno grande da più frutti di un terreno piccolo, cosa che non avviene automaticamente nell'industria ed ancor più nella finanza) ed anche di rapporti più umani. Pensiamo solo alla grande lezione che offre la natura con l’alternasi delle stagioni: la natura ha i suoi tempi, e l’uomo di prima sapeva – ed il bravo contadino lo sa ancora – di essere subordinato ai ritmi del tempo e della storia cosicché non può potare quando vuole lui, ma quando vuole la natura. L’uomo ha imparato a caro prezzo cosa significasse sottostare alle dure leggi della natura: la pena era infatti quella di morire di fame (provate a potare un fico in agosto e vedrete cosa succede). Non sarà un caso se tutta la prepotenza che oggi pervade le città era pressoché inesistente nella cosiddetta società agricola benché girassero più armi (riportate dal fronte, prese e non riconsegnate durante la leva militare, in possesso per la caccia, per i lavori agricoli, etc) rispetto ad oggi.

L’uomo di oggi, per essere veramente umano, deve tornare a sporcarsi le mani. Deve applicare il libro della Genesi dominando la natura. Deve imparare a potare, zappare, vangare, raccogliere, concimare. Ma non deve farlo sui libri o alle conferenze del mondo ecologista: lo deve fare su di un terreno, sotto il sole bollente di agosto o al freddo pungente di gennaio: deve ripartire, cioè, dal dato di reale abbandonando ogni ideologia di tipo economicistico. Tornando a Marx, è emblematica anche il comportamento della storia d’Italia del dopoguerra: si è spinto il Paese ad uscire da un’economia prettamente agricola in favore di una politica industriale (ricordatevi le fasi della dialettica marxista) senza pensare minimamente né a cosa fare di tutti i terreni che si andavano progressivamente abbandonando né a cosa fare di tutte le scorie e gli scarti industriali derivanti dal boom economico. Marx ha vinto anche in quel caso perché si è costituito agli occhi dell’italiano medio il mito del progresso, un progresso ineluttabile, perfetto, proiettato verso un mondo in cui la ricchezza avrebbe portato il benessere a tutti: il dato di fatto, invece, è la comparsa e l’aumento di malattie, pressoché assenti negli anni precedenti, quali (solo per citarne due) la depressione e l’obesità. Marx ha vinto nel momento in cui tutta la classe dirigente, e parlo sia di quella civile che di quella ecclesiastica, ha accettato che il metro di paragone per valutare la propria vita fosse la busta paga dell’operaio. Non ho nulla contro gli impiegati del II Settore – beninteso! – ma è altrettanto ovvio che sia il II che il III Settore non possono vivere senza il I: sembra un discorso dei fisiocratici del XVIII secolo, lo riconosco da me stesso, ma è un dato di fatto da cui non si può sfuggire.

In cosa, inoltre, ha anche influito la dialettica marxista (e gramsciana, aggiungo)? Nell’educazione e nella formazione: quella contadina si basava su anni di esperimenti, tramandati di generazione in generazione (potare con un tipo di luna a seconda degli alberi da trattare, raccogliere prima o dopo un certo giorno un determinato prodotto, etc) mentre invece la nuova formazione – mi si smentisca con i fatti se non è vero – punta solamente alla conoscenza teorica delle cose tralasciando l’aspetto pratico. Perché anche in questo c’entra Marx? Perché stiamo facendo riferimento alle élites culturali di cui parlava in parte il filosofo tedesco ma su cui si basa il comunismo culturale di Gramsci: conviene che il popolo non sappia determinate cose (o meglio: che le sappia ma che non sappia a cosa servano) perché ci sarà il Partito che giudicherà ogni cosa dando ad ogni evento un significato preciso in base, ovviamente, alle categorie della dialettica e del materialismo storico.

La natura, tuttavia, non funziona così e lo capiamo da due piccoli esempi che, oggi come oggi, ci sembrano rivoluzionari: 1) per evitare allagamenti invernali, quando si devono pulire le fognature? In estate, ovviamente, ma nessun Ente lo fa. Ma per essere ancora più precisi, l’intervento dovrebbe essere ogni qualvolta ci sono cadute abbondanti di fogliame ma anche di pioggia inaspettata: la manutenzione, in pratica, deve avvenire tutti i giorni; 2) quando si devono potare le piante? Se da frutto ogni anno, ovviamente. Ma ci sono anche tante piante da frutto che possono avere bisogno di una potatura annuale per avere una chioma uniforme e bella da vedere. Ma fare una potatura di questo genere è una cosa lenta: servono scale, forbici, seghetti, etc cosicché si preferisce – ditemi se non è vero – ad affidare una motosega a qualsiasi persona con il compito di capitozzare le piante. La capitozza tura è un sistema che toglie qualsiasi ramo alla pianta, lasciandola ringiovanire, ed è pertanto benefica. Presenta tuttavia un grande problema negli anni seguenti in quanto la produzione di nuovi rami è sempre direttamente proporzionale a quelli tagliati. Per capirci: se nel 2016 il vostro Comune ha capitozzato tutti i tigli di un’alberata, in questo 2017 quegli stessi alberi saranno più ricchi di foglie e rami (in maniera incontrollata, ovviamente) del momento del taglio e nel 2018 si dovrà provvedere a fare un nuovo taglio.

Perché ho fatto questi due esempi? Non voglio scrivere un trattato di potatura (benché la cosa mi affascini molto) ma per far capire come ormai abbiamo abdicato ad una conoscenza tecnica (il sapere usare una motosega oppure avere gli strumenti per ostruire una fognatura) ad una formazione tradizionale che prevedeva invece duro lavoro (si può potare anche con i seghetti e si può ripulire una fognatura anche con una semplice pala) e tanta esperienza sul campo: anche questo, a ben pensarci, è frutto della dialettica marxista.

Anche la Chiesa ha le sue colpe in questa rivoluzione di ideali e di visione del mondo: quante parrocchie, pur avendoli, curano i terreni che nei secoli passati sono stati loro donati? Non si preferisce puntare su nuove costruzioni, affitti, mezzi finanziari (come può essere lo stesso 8xmille) piuttosto che far fruttificare un patrimonio agricolo pressoché sterminato dando sia il buon esempio, sia applicando i dettami del Creatore ad Adamo (che domini sui pesci del mare… soggiogate la terra…) sia offrendo moltissimi posti di lavoro in un’epoca in cui scarseggia?

Ambrogio Sparagna canta una canzone struggente sull'uomo di oggi che cerca ancora la civiltà contadina. Uno dei passaggi più appassionati, cantato quasi fosse una meditazione, dice così: «Sogno una vita che non ha più età / è già finita ormai / non tornerà! Volti scavati da grandi fatiche / cuori donati senza farsi vedere». Questa a mio parere è la più bella descrizione che si possa fare della società contadina e che sarebbe bene riprendere al più presto per evitare non solo la deriva (che già imperversa quotidianamente) dell’economia e della finanza ma anche per riprendere un rapporto più umano tra persone e con la natura. Altrimenti ci troveremo anche noi a sentire il rimprovero severo che Cristo fece a Don Camillo: «La terra non tradisce Don Camillo: sono gli uomini che hanno tradito la terra».

https://labaionetta.blogspot.it/2017/01/lettera-dal-fronte-marx-le-potature.html

 

12 maggio 2016

Oggi siamo tutti un po' più gay


di Alfredo Incollingo

“Evviva, ha vinto il progresso. Gli omosessuali hanno finalmente i loro diritti e noi siamo tutti un po più gay”. La gioia dei progressisti nostrani da ieri intasa i media con i messaggi di solidarietà per un'altra follia umana. Diceva G.K. Chesterton che “pazzo è colui che ha perso il contatto con la realtà”. Come dargli torto oggi? Il progressismo combatte continuamente i suoi fantasmi e le eteree oppressioni, suoi nemici immaginari, incassando ogni tanto qualche vittoria non per le sua tenacia, ma per la codardia altrui. Le piace vincere facile!
Oggi, lo possiamo ben dire, siamo tutti gay, un po' di più rispetto a ieri. Ormai le campagne LGBT, con i loro slogan e le loro proposte, sono parte integrante del nostro essere. Cosa sarebbe l'uomo attuale senza la parola “gay”? Un uomo privo di una parte di sé. Nella svirilizzazione attuale la legittimità delle unioni gay è il corollario dell'innaturale e dell'egoismo sessuale: è la chiara dichiarazione dell'inutilità dell'altro sesso e della paura della differenza.
E' un dogma imprescindibile della società e della sua religiosità fatta di nudi, gay e piacere estremo. Adesso li vediamo scendere in piazza gridando la loro gioia e rinnovare le sacre promesse di combattere il Moloch di turno, che sia la Chiesa Cattolica o qualche intellettuale non conforme. Sul sacro altare del progressismo rinnovano il loro ardore nel sovvertire non solo la normale antropologia, ma anche la stessa Natura.
La Natura, immaginano, era a fianco di Hitler o del Duce durante le loro parate, progettando segretamente di impedire la riproduzione agli omosessuali e di fare quindi famiglia. Ecco quindi i loro strali contro la natura e la biologia stessa, lo strumento che gli uomini utilizzano per negare i loro “diritti naturali”.
Oggi la legge umana può sovvertire quelle di natura e divine. E' in grado di stabilire cosa è naturale e cosa non è. Oggi il Diritto Positivo è la Sacra Scrittura della nuova religione del progresso. L'evidenza è la sua nemica e la scienza è, ancora una volta, lo strumento che i retrogradi, al pari degli infedeli, usano per negare le verità legali.
Non fa niente poi se i progressisti si appellano ad essa con gli “studi americani” per provare le loro astrazioni. Vale nei nostri confronti il “doppiopesismo” che ricorda molto il sistema delle doppie verità averroiste: la nostra verità se collide con la loro è da dichiararsi a tutti gli effetti inferiore, se non falsa.
Oggi quindi siamo tutti un po' più gay perché ci hanno toccato nel nostro intimo, nella nostra natura portando a compimento un progetto che rivoluziona la nostra vita. La famiglia non nasce dall'unione sacrificale, riproduttiva e contrattuale tra uomo e donna, ma da un amore sentimentale a josa e un utero in affitto.
Chissà un domani vedremo réclame di donne che per pochi soldi si venderanno, peggio di una prostituta, per partorire e sopperire alle mancanze altrui.
Oggi, ripeto, siamo tutti un po' più gay perché l'antropologia è ormai relativismo: è normale e naturale a seconda dei casi e del giudizio personale. Questa macchia sarà purtroppo difficile da rimuovere e i nostri figli peneranno dei suoi dolori.
La civiltà intera è relegata ad una disintegrazione che qualsiasi essere forte e naturale potrà facilmente scuotere. Oggi siamo tutti un po' più gay, quindi a chi interessano queste preoccupazioni?
 

12 giugno 2015

La guerra dei pannolini


di Giuliano Guzzo

«Lei penserà a farsi bella, lui a fare gol. Lei cercherà tenerezza, lui avventure. Lei si farà correre dietro, lui invece ti cercherà. Così piccoli e già così diversi». E’ il messaggio della nuova pubblicità dei pannolini Huggies, subito stroncata dai maggiordomi del Pensiero Unico come manifesto sessista per il solo fatto di rammentare – con tutti i limiti che comporta un messaggio di appena 30 secondi – l’evidenza primigenia: nasciamo maschi e femmine, dunque «già così diversi». I sostenitori della “inesistente” teoria del gender probabilmente preferirebbero che nascessimo tutti belli asessuati ma purtroppo la Natura, questa ostinata, la pensa diversamente.

E poiché – com’è costretta ad ammettere anche una come la psicologa Cordelia Fine, che a significative differenze fra maschile e femminile non crede affatto – «finora non esistono ricerche che riconducano il mercato dei giocattoli e dei libri di genere alla successiva discriminazione occupazionale o alla condivisione delle faccende domestiche» (Internazionale, 1049, 1.5.2014, p. 94), è lecito supporre come da uno spot che semplicemente dica «lei penserà a farsi bella, lui a fare gol» non discenderanno discriminazioni, disparità salariali o femminicidi. Detto questo, il fatto che una banale pubblicità di pannolini arrivi a togliere il sonno a certa gente è indicativo del delirio attuale, i cui sintomi abbondano.

Basti ricordare – in aggiunta a quanto già detto – che poco tempo fa il professor Fabio Sabatini, collaboratore di MicroMega, è stato letteralmente bersagliato di critiche per aver osato pubblicare su internet una foto di sua figlia vestita di rosa (cfr. L’incredibile scandalo della tutina rosa di mia figlia, 4.4.2015): il livello ormai è questo. E se pensi a che velocità il mondo occidentale, in pochi anni appena, è precipitato in una simile follia egualitaria e omologante che astutamente si serve della lotta alle disparità fra uomo e donna per lottare contro la diversità fra maschi e femmine, non puoi fare a meno d’impaurirti di brutto pensando che, non vi fosse un problema di taglie, un pannolino lo indosseresti volentieri.

http://giulianoguzzo.com/2015/06/12/la-guerra-dei-pannolini/
 

28 aprile 2015

Il Papa ha ragione: la teoria del gender è una truffa


di Giuliano Guzzo e Renzo Puccetti

Avevano retto alla teoria del gender «sbaglio della mente umana», ma quando il Papa ha rincarato la dose affermando che essa vuole abolire le differenze, i sacerdoti del pensiero secolarizzato non ci hanno più visto. All’udienza del mercoledì Papa Francesco ha infatti assestato alla loro costruzione un duro colpo, toccando in pieno un loro nervo scoperto. La risposta talora un po’ goffa, talora scomposta, talvolta irridente, ma sempre intellettualmente deludente alle parole del Papa recapitata dalla premiata ditta LGBTQ & Co. non si è allora fatta attendere ed è stata, tanto per cambiare, di marca negazionista: nessuno vuole annullare le differenze, dicono, anzi l’intento è esaltare e valorizzare le diversità. Capita però che proprio tale risposta non faccia altro che confermare le parole del Papa. Parificare ogni condizione intersessuale tra il maschio e la femmina, rendere insignificante la differenza tra patrimonio genetico XX, XY, X0 (sindrome di Turner), XXY (sindrome di Klinefelter), e XYY (sindrome di Jacobs), significa di fatto annullare il concetto di patologia e con esso quello di normalità. Questo vale nel sesso biologico, così come nell’orientamento sessuale. I sostenitori della teoria del gender infatti nella loro demolitoria opera tesa a depatologizzare ogni differenza (peraltro in controtendenza rispetto al disease mongering riproduttivo messo in campo per demolire la legge 40) individuano il nemico assoluto nel concetto di eteronormatività; il filosofo marxista Diego Fusaro, nel suo argomentare sul gender, lo ha colto molto chiaramente. Si continua sì ad affermare che esistono le patologie sessuali e le deviazioni, ma in realtà la teoria del gender riduce le stesse patologie e deviazioni a fantasmi eterei.
Rimosso il concetto che sia normale essere maschi e femmina e patologico non esserlo, su quale criterio potranno definire una patologia sessuale come tale? Rigettato che sia normale la sola eterosessualità, su quale principio si escluderanno dalla normalità tutti gli altri possibili orientamenti del caleidoscopico e pressoché infinito universo delle varianti dell’orientamento sessuale? Non è forse questo quanto sono giunti a dovere ammettere gli esperti che hanno redatto il manuale delle diagnosi mentali (DSM) quando nella V edizione hanno scritto che «la maggior parte delle persone con interessi sessuali atipici non hanno un disturbo mentale»? È come si negherà che il disagio connesso ai comportamenti atipici non sia soltanto il semplice frutto di stereotipi che alimentano le fobie interiorizzate? L’ossessione della dottrina del gender è ottenere l’accettazione universale del proprio credo: «no difference», nessuna differenza. Le tipologie di rapporti sessuali hanno un diverso statuto morale? «No difference», è la risposta LGBTQ. Vi sono diversità nella salute mentale in relazione all’orientamento e alla pratica sessuale? «No difference». C’è una differenza sociale nelle relazioni eterosessuali? «No difference». È meglio per i bambini crescere col padre e la madre piuttosto che con due uomini o due donne? «No difference». E’ rilevante la complementarietà uomo-donna? «No difference», è ancora una volta la risposta.
Nessuna differenza? Non c’è mai alcuna differenza? Ha ragione il Papa, quindi, a dire che la teoria del gender sostiene l’annullamento delle differenze. I paladini del gender ribattono allora che non si può parlare di normalità, perché le categorie sono fatte soltanto per semplificare una realtà che esprime una continuità. Ma se applicassimo coerentemente questo schema, che a prima vista qualcuno potrebbe pure giudicare convincente, dovremmo esaltare le differenze e dire che non esiste né il diabete, né coma ipoglicemico, ma tutte sono varianti normali della glicemia; il che comporterebbe, com’è evidente, un’assurda negazione della realtà.
Realtà che non a caso costituisce – lo vedremo – il nemico giurato della teoria del gender, tanto suggestiva sul piano dell’ipotesi tanto fragile, per non dire inconsistente, dinnanzi al dato di fatto. Anche per questo, la scialuppa di salvataggio dei sostenitori del gender rimane, quando sono messi alle strette, la negazione sistematica: suvvia, è tutta un’allucinazione cattolica – sostengono -, una fantasia creata ad arte per fare del terrorismo psicologico a buon mercato, inventando un pericolo inesistente. Basta però un semplice click sulla rete alla ricerca di “Gender theories” per scoprire migliaia di risultati, con articoli, libri, dipartimenti universitari dedicati proprio alle teorie del gender, addirittura sul sito della più nota associazione di atei del nostro Paese scopriamo un succinto inquadramento della teoria del gender ed allora possiamo stare tranquilli: le gender theories esistono.
L’ultima carta per negare l’evidenza, a questo punto, è quella – da parte dei fautori dell’ideologia del gender – di sostenere che dietro le gender theories vi siano gli studi scientifici di genere, noti agli addetti come gender studies. Si tratta di studi che hanno contribuito, secondo un documento di un’associazione di psicologi, «alla riduzione, a livello individuale e sociale, dei pregiudizi e delle discriminazioni basati sul genere e l’orientamento sessuale». Ma è proprio questo il punto. Gli studi volti a verificare la teoria del genere sono i benvenuti, purché però siano corretti metodologicamente, rigorosi nell’analisi dei risultati e correttamente interpretati. L’ideologia si inserisce dunque quando si vuole imporre come una verità dimostrata dagli studi di genere il postulato: «No difference».
Il problema, si fa per dire, è che non solo la principale differenza negata – quella delle diverse attitudini comportamentali, ruoli ed atteggiamenti dei sessi – esiste, ma risulta comprovata da un numero immenso di riscontri certi. Si pensi, per fare un esempio, alle preferenze lavorative: considerando non già il trascurabile campione di un singolo Paese, bensì i dati provenienti da più di 200.000 soggetti a loro volta provenienti da 53 nazioni diverse, il professor Lippa ha scoperto una sbalorditiva stabilità nella differenza fra uomini e donne, con i primi che tendono sempre ed ovunque – dalla Norvegia al Pakistan, dall’Arabia Saudita alla Malesia – ad optare maggiormente per professioni di ambito meccanico o ingegneristico, e le seconde più orientate verso professioni contraddistinte da più rapporti interpersonali (Arch Sex Behav, 2009).
Differenze fra maschi e femmine non riconducibili alle sole influenze sociali e dunque espressioni di quella natura maschile e femminile che smentisce i negazionisti della differenza, se così possiamo chiamarli, sono state osservate nell’infanzia: dalle generali difformità comportamentali fra bambini e bambine – con la curiosità dei primi che primeggia dinnanzi ai nuovi giocattoli e l’attenzione delle seconde quando arrivano nuovi bambini (Sommers, The War against Boys 2000) a differenze, fra maschi e femmine, nella scelta dei giocattoli risultate talmente nette da essere registrate persino monitorando specie di primati caratterizzate da un modesto grado di dimorfismo sessuale (Horm and Behav, 2008), fino a distinte preferenze nella scelta dei colori che a due anni di età, nei bambini, sono riscontrabili e che al terzo anno si rendono indiscutibilmente significative (Arch Sex Behav, 2015).
Simili risultanze mettono evidentemente in crisi l’ipotesi che le differenze fra i sessi possano essere solo esito di stereotipi la cui ipotetica manifestazione viene disperatamente anticipata ogni qual volta uno studio o una ricerca sottolineano come maschile e femminile siano universi distinti sin dal principio. D’altra parte, occorre uno sforzo di immaginazione non indifferente nel negare la differenza sessuale nell’infanzia alla luce del fatto, per esempio, che in tutte le culture studiate le bambole risultino maggiormente preferite dalle bambine le quali, rispetto ai bambini, sono più propense anche a giocare a fare i genitori (Geary, Male, Female: The Evolution of Human Sex Differences 1998).
Ma si sa: per l’ideologo i fatti contano fino ad un certo punto, e se per caso osano contraddire lo schema precostituito «tanto peggio per i fatti», com’ebbe a dire Hegel (1770–1831). La componente ideologica, con riferimento alle differenze fra i sessi, sta pertanto nell’insistito sovrastimare il peso delle componenti ambientale e di socializzazione nella definizione di una differenza sessuale che non può – per diffusione interculturale e per precocità di configurazione nell’infanzia – non derivare anche da una diversa natura maschile e femminile. Per quanto riguarda invece la negazione della differenza in ambito familiare, l’ideologico rifiuto della realtà si esprime in molti modi: spacciando campioni selezionati e numericamente esigui come rappresentativi, svolgendo comparazioni scorrette, sovra-aggiustando i risultati e distorcendo ciò che essi affermano. È difatti un’operazione ideologica trarre conclusioni forti da evidenze deboli, o inesistenti, o addirittura contrarie alle conclusioni e sbandierarle come “evidenze empiriche”.
Eppure è esattamente quanto avviene nonostante vi siano molteplici risultanze, peraltro recentissime, che attestano come fra i diversi nuclei familiari, specie per quanto concerne il benessere dei bambini, delle differenze vi siano: eccome. A questo proposito, nell’ambito degli studi di genere dedicati a verificare gli effetti sui minori dell’omogenitorialità, ai risultati ottenuti da cinque ampi campioni rappresentativi della popolazione generale per un totale di oltre un milione e quattrocentomila soggetti (New Family Structures Study, Early Childhood Longitudinal Study, US Census, Canadian Census, US National Health Interview Survey), attraverso i quali in maniera concorde i risultati indicano punteggi migliori per i figli cresciuti in famiglie con il padre e la madre biologici sposati, si aggiungono nuovi dati che abbiamo visionato in una forma provvisoria prima che siano sottoposti ad una rivista scientifica.
Si tratta di una rivalutazione di tre pubblicazioni distinte in cui gli autori avevano analizzato la popolazione dello studio Quality Education Data for Add Health per concludere che «i dati non confermano l’opinione che lo sviluppo degli adolescenti è condizionato dall’orientamento sessuale dei genitori». Nella nuova analisi, redatta dal professor Donald Sullins, sociologo alla Catholic University of America, è stata effettuata una codifica più stringente del campione in modo da identificare con maggiore certezza l’orientamento sessuale dei genitori ed escludere i casi d’incongruenza tra le risposte fornite dagli adulti e dai figli che invece erano stati inclusi negli studi precedenti. I risultati mettono ancora una volta in evidenza come i figli che vivono in famiglie omogenitoriali abbiano molti punti in cui mostrano una maggiore sofferenza. Lo indicano i punteggi depressivi, d’infelicità e di ansia, la probabilità di essere impauriti e di pianto.
Il fatto che invece i punteggi di relazione interpersonale negativa siano più bassi e quelli di vicinanza emotiva da parte dei genitori siano normali dimostrano che i risultati non possono essere attribuiti ad una reazione di rigetto sociale, o a maggiore trascuratezza genitoriale. I nuovi dati però aggiungono un elemento inedito e inatteso: per la maggior parte degli aspetti esaminati, mentre il matrimonio dei genitori eterosessuali si traduce in una situazione migliore dei figli rispetto a quella dei coetanei figli di genitori non sposati, per i figli in famiglie omosessuali la situazione è inversa, risultando peggiore quando le figure genitoriali omosessuali sono sposate. Il peggioramento della salute psicologica dei figli che avviene col matrimonio omosessuale non può essere attribuito ad una maggiore instabilità familiare; infatti la permanenza media dei figli con gli stessi genitori omosessuali non sposati è di 4 anni e sale a 10,3 anni quando sono invece sposati e non c’è differenza nella misurazione della percentuale di figli che ha dovuto subire il cambiamento delle figure genitoriali. Il risultato in assoluto più allarmante è quello dell’abuso sessuale: invitati a rispondere in maniera anonima attraverso un computer se erano mai stati costretti, prima del sesto anno di scuola, ad avere contatti sessuali per opera di un genitore o un adulto, le risposte affermative sono risultate il 3,5% tra i figli di coppie eterosessuali sposate e il 37,8% tra i figli in coppie omosessuali sposate. Il dato resiste, ed anzi aumenta, inserendo nel modello le covariate.
Ora, quanto si è sin qui, sia pure in estrema sintesi, ricordato sulle differenze, considerando prima i sessi e quindi i nuclei familiari, appartiene senza dubbio agli studi di genere, ma abbiamo il ragionevole dubbio che non trovi accoglienza nei programmi promossi dal caravanserraglio pedagogico genderizzante che sta cominciando ad invadere la scuola statale. Quando a pagina 38 del documento assunto come quadro di riferimento redatto dall’Ufficio Regionale per l’Europa dell’OMS per i responsabili delle politiche, autorità scolastiche e sanitarie, specialisti si legge che i bambini da 0 a 4 anni si devono «mettere in grado di acquisire consapevolezza dell’identità di genere» per «aiutarli a sviluppare rispetto per l’equità di genere», laddove per l’OMS il genere (gender) è cosa ben distinta dal sesso e «si riferisce ai ruoli, i comportamenti, le attività e gli attributi costruiti socialmente che una data società considera appropriati per uomini e donne», diventa allora molto difficile negare come la cosa stia travalicando i confini della mera speculazione teorica per diventare scienza pedagogica applicata, anzi ideologia pedagogica applicata, una cosa cioè indistinguibile dall’indottrinamento. Esattamente quello che, non appena gli si presenta l’occasione, Papa Francesco continua a denunciare.

(Puccetti R. – Guzzo G. Gender, perché il Papa ha ragione, “La Croce”, 23.4.2015, p.2).
 

29 novembre 2014

Roberto Saviano, pseudo-intellettuale al servizio della menzogna

di Marco Mancini

La “procreazione che ci siamo purtroppo con leggerezza abituati a definire naturale". Dopo aver accusato le Sentinelle in Piedi, aggredite e picchiate mentre manifestavano pacificamente in diverse piazze italiane, di “violenza culturale”, Roberto Saviano torna all’attacco. In un articolo pubblicato sull’Espresso, significativamente intitolato “E’ facile spiegare i gay ai bambini”, il Nostro non si limita a ripetere le solite banalità da copia-incolla profuse ormai da ogni pseudo-intellettuale à la page (i pregiudizi dei cattivi cattolici, la paura del diverso, l’amore-è-bello-viva-l’amore, la società si evolve, etc. etc.), ma si avventura in alcune affermazioni piuttosto ardite, come quella riportata all’inizio di questo articolo.
 

02 ottobre 2014

Omofobia, l'abietta mania (III parte)


di  don Mauro

«Gli omofobi, che lo siano in modo esplicito o implicito, necessitano di venir curati, anche con la cultura. Il loro intendere gli amori omosessuali è caratterizzato da ignobilità e viltà». Così recita la didascalia al nostro video “Questa fobia è una abietta mania”.
 

01 ottobre 2014

Omofobia, l'abietta mania (II parte)



di  don Mauro

Il secondo capitolo del pregiato video che stiamo analizzando, “Questa fobia è un’abietta mania”, si intitola “Famiglia” (1.48 – 2.54) ed è svolto da Chiara Saraceno, docente di sociologia tra Torino e Berlino.
 

30 settembre 2014

Omofobia, l'abietta mania (I parte)


di  don Mauro

Mentre le Sentinelle in Piedi vegliano silenziose nelle piazze italiane, accusate per ciò stesso di essere fasciste e discriminanti, i fautori della gender theory possono permettersi di diffondere video aggressivi e offensivi a danno di chi non la pensi rigidamente come loro. L’omofobo è imputato. E’ il caso del video diffuso su You Tube “Questa fobia è una abietta mania”.
 

25 settembre 2014

La famiglia nella tempesta. In attesa del Sinodo


di Marco Massignan

Si è svolto (21 agosto 2014) il 42° convegno annuale degli “Amici di Instaurare” presso il santuario di Madonna di Strada a Fanna (Pordenone). Tema della giornata di preghiera e  di studio: la famiglia nella tempesta. Dopo la celebrazione della Santa Messa in rito romano antico e il canto del Veni Creator, i lavori sono stati introdotti da Danilo Castellano (Università di Udine); salutando i partecipanti, il direttore dell'omonima Rivista ha ricordato in significato di questi incontri annuali: offrire un'occasione di   riflessione responsabilmente libera, che serva a capire il mondo attuale, non per andare a rimorchio delle mode (“esaminate tutto, tenete ciò che è buono”), ma per seguire l'unica “moda” che ci ha indicato Gesù Cristo – il perseguimento della verità e del bene.
 

22 agosto 2014

La civiltà della sovversione

di Francesco Filipazzi
Chi studia e pratica l'ingegneria, così come chi applica la scienza, si ritrova spesso a lavorare in ambito simulativo, dove costruire una strada cancellando interi boschi, produrre vita artificiale e clonare esseri umani è la norma. Quando si passa al lato pratico c'è chi si ferma e chi invece senza pensare alle conseguenze etiche delle proprie azioni procede a compiere azioni contro natura che gridano letteralmente vendetta al cospetto di Dio. La scienza e la tecnica però non sono dei giocattoli, così come non lo sono la natura e la vita, e il loro utilizzo dissennato provoca sempre delle vittime, che possono avere ad esempio il volto di due gemellini che quando cresceranno non sapranno se loro madre è chi li ha partoriti o chi ha il loro patrimonio genetico.

 

10 agosto 2014

Omosessualità controcorrente


di don Mauro

Come promesso, ecco la recensione di Omosessualità controcorrente. Vivere secondo la Chiesa ed essere felici, di Philippe Ariño. Accessibile, agile, divulgativo, leggero da portare in sacca, ma pesantissimo da digerire, l’opuscolo di Ariño – che mi attirerà una marea di biasimi, già lo so – andrebbe letto in pendant con il resto della produzione divulgativa del nostro, particolarmente coi suoi blog araigneedudesert.fr e cuch.fr (Cathos Unis Contre l’Hétérosexualité).

Omosessualità controcorrente presenta un merito e un limite; il merito è di essere scritto da un omosessuale che ha attraversato nella sua vita varie fasi, dalla pratica omosessuale attiva con frequentazione del “giro omosessuale” ab intra, alla scelta di continenza cristiana, alla propaganda anti-lobbistica, unendo nel tempo esperienze personali dirette o indirette con un impego di approfondimento scientifico serrato; il limite è che, a fronte delle 80 pagine scarse del volumetto, risulta ampiamente sacrificata la componente di rimandi scientifici, mentre il baricentro argomentativo è molto spostato sulla testimonianza personale dell’autore, cui al lettore è chiesto di dare fiducia. Provo dunque a dargli fiducia e vi riporto il più precisamente possibile il contenuto del pamphlet spesso duro e scomodo.
Il testo si divide in tre grandi sezioni: cos’è l’omosessualità; come affrontare in se stessi l’emergere del desiderio omosessuale; come armonizzare fede cattolica ed omosessualità.

PRIMA PARTE
Si comincia dall’attestare che «dietro il “banale” tema dell’omosessualità c’è molta sofferenza umana vera», e ciò inquadra il senso di ogni dichiarazione successiva. Anche le posizioni più taglienti sono tutte mosse da un pensiero fondamentale: l’omosessualità implica sofferenza, e il miglior sollievo alla sofferenza non è edulcorarla né negarla, bensì parlarne e indicarne possibili vie di alleviamento. Importante definire lo statuto ontologico dell’omosessualità: «la sola cosa che esiste nell’omosessualità è il desiderio omosessuale», il che dice di una qualche impalpabilità dell’omosessualità stessa. Come posso infatti definire tale desiderio? «E’ un desiderio duraturo o passeggero? Non si sa… E’ innato o acquisito? Anche questo non si sa»; non posso nemmeno incasellare la situazione omosessuale, «non si è mai totalmente omosessuali… la sessualità è un cammino evolutivo e complesso», un cammino che significa «una sensibilità prima ancora di esprimersi in una sensualità e in atti sessuali». Da subito però essa si presenta segnata dalla fatica, dalla fragilità dell’amore omosessuale, particolarmente evidente «quando vedo intorno a me la difficoltà delle coppie omosessuali di durare, e di durare nella gioia», e se questo non autorizza a ripristinare l’accusa di “malattia”, si impone pur sempre quale «spia di un’incompiutezza… Penso che la parola più adeguata sia quella di ferita». Tale ferita comporta che il desiderio omosessuale risulti «più sincero che vero» perché «fa fatica ad incarnarsi in maniera non problematica», potendo esser considerato per ciò stesso «“naturale” solo dal punto di vista di un desiderio psicologico» ma non nella prospettiva di una riuscita globale della persona. La ragione radicale di simile disagio è dovuta al fatto che «il desiderio omosessuale non è prioritariamente sessuato, appunto perché vuole fuggire la dualità sessuale e rigetta la differenza dei sessi».
Philippe cerca poi di inquadrare l’omosessualità – anzi, il desiderio omosessuale – attraverso sette caratteristiche fondamentali:
1. Per cominciare «il desiderio omosessuale è il segno di uno stupro reale… più in generale di una fantasia di stupro, condivisa da tutte le persone omosessuali senza eccezione». Ciò vale per la percentuale di omosessuali che hanno subito stupri o violenze effettive, attorno a cui – attestano i ricercatori – si stende un velo di silenzio impenetrabile come i peggiori tabù, sicché può capitare che di tali stupri lo stesso partner non «ne sia stato messo al corrente»; ma vale in generale per coloro che di stupri non ne hanno subiti, ma per i quali «dichiararsi omosessuali è stata la soluzione alla loro paura di esistere o alla loro sensazione di essere disprezzati». La costatazione è forte, ma Ariño ritiene che riconoscere tale verità e smascherare simili tabù valga più di qualsiasi pudore inautentico o rispetto socialmente controllato.
2. Il desiderio omosessuale si presenta poi sempre come «un desiderio lontano dal reale, che si basa su fantasie e pulsioni piuttosto che sul reale che umanizza». Parlando di reale si intende riconoscere che la vita umana «rispetta tre differenze che la fondano: la differenza dei sessi, la differenza generazionale, la differenza spaziale», e di queste il desiderio omosessuale viene a infrangere la prima e più profonda, quella che peraltro «viene maggiormente rimessa in discussione» in tutta la nostra società.
3. In terzo luogo il desiderio omosessuale materializza «la paura di essere unico. Per rendersene conto basta studiare nelle opere omosessuali il numero di volta in cui appare la figura della metà, dei visi spezzati in due…». Anche in tal caso, l’omosessuale Ariño non vuole giudicare con disprezzo gli altri omosessuali o se stesso, quanto indicare l’origine della fatica omosessuale per meglio disporne la cura. Anche in tal caso non si va a condannare o giudicare la persona nella sua globalità, ma si va a indicare la radice da sanare, che è la capacità di amare; del resto – per restare sul dilemma dell’unicità – il problema è proprio che «se si ritiene di non essere unici, si finisce per considerare di non poter né amare né essere amati».
4. Una persona che non si senta amabile tende a perdere la propria personalità, e con ciò si chiarisce il quarto aspetto del desiderio omosessuale, «segno del desiderio di essere un oggetto», il quale da un lato maschera e complica alcune sofferenze sbagliate, per esempio venendo a immaginare «lo sfruttamento dei corpi tra due partner come un magnifico sacrificio d’amore», dall’altro apre uno squarcio di morte sul sentimento vitale della persona omosessuale, in quanto «desiderare di reificarsi non è altro che desiderare la morte».
5. Non stupisce, ad un quinto step, scoprire che «le persone che se ne lasciano [dal desiderio omosessuale] prendere finiscono per sentirsi come Dio… o come Gesù Cristo, angeli, geni, poeti divini marginali…». L’esito di una vita che non si sente amata e tende a farsi reificare è lo sbilanciamento su di un fronte opposto: «il complesso di inferiorità e quello di superiorità si specchiano negli estremi».
6. Gli ultimi due punti di tale caratterizzazione del desiderio omosessuale sono, a mio giudizio, i più innovativi introdotti dall’autore. Dapprima si procede a una requisitoria breve ma irremovibile contro la «divisione del mondo in “omosessuali/eterosessuali”», considerata come «una cantonata antropologica monumentale, in quanto la sola divisione reale dell’umanità, quella che in più dà la vita, è tra uomo e donna!». Il punto è che la vera risposta al desiderio omosessuale, già per sé incline a fuggire dal reale, è un ritorno al reale. Al contrario negli ultimi due secoli l’occidente ha rimarcato il distanziamento dalla realtà, perdendo di vista l’unico dato evidente – la divisione tra uomo e donna, che dà la vita – e introducendo una finzione ideologica – la divisione tra eterosessuali e omosessuali, categorie del tutto fittizie, ambigue ed arbitrarie, come dimostra l’evoluzione stessa del termine “eterosessualità”, che all’inizio «veniva classificata tra le perversioni».
7. L’insieme dei sei caratteri precedenti – la percezione di disprezzo radicale (stupro), la lontananza dal reale, il non sentirsi unici e quindi neppure amabili, l’inclinazione ad auto-reificarsi e a sacrificarsi a perdere, l’iper-esaltazione illusoria, la prevalenza di un modello ideologico arbitrario di auto-comprensione (omo/etero) – pone la premessa al generarsi di una violenza interiore che colora nella sua interezza il desiderio omosessuale. Da qui l’affermazione dirompente dell’autore: «l’omofobia è l’altro nome del desiderio omosessuale». Il primo omofobo è l’omosessuale, ed è un tratto costante che «può essere applicato sia alle persone che reprimono il loro desiderio omosessuale, sia alle persone omosessuali cosiddette non-represse». Omofobo è chiunque non si senta a posto con la propria sessualità, e i sei caratteri suesposti implicano l’impossibilità per chi alimenti in sé il desiderio omosessuale di sentirsi a posto con se stesso. Tale scacco è piuttosto incrementato che non superato dall’insistenza relativa ai «due pilastri ideologici sui quali si regge tacitamente questa povera comunità contrabbandiera, e cioè il credo nell’identità omosessuale eterna e quello nella forza dell’amore omosessuale». Anche qui però conviene una puntualizzazione, peraltro evidente dalla scelta terminologica finora applicata, «è la coppia omosessuale, quindi l’atto omosessuale, che rende violenti, non la persona omosessuale in se stessa», la violenza non è un elemento costitutivo del singolo omosessuale, bensì il prodotto di scelte d’amore inadeguate alla base, inumane: «il rigetto della differenza dei sessi nella coppia omosessuale, sia essa gay o lesbica, è in sé universalmente violento».

Interessante l’affondo al mondo del gay friendly, il quale mentre giustifica e rinfocola la ferita intrinseca del desiderio omosessuale, apre di fatto la strada al dilagare di insoddisfazioni e di violenza: «oltre alle persone omosessuali represse, e a quelle non represse, c’è una terza categoria di persone omofobe, forse la peggiore: coloro i quali si dicono “non omosessuali e gay friendly”». Che l’interesse dei gay friendly non sia il bene degli omosessuali è presto dimostrato: «sognano di imporre all’umanità la loro visione disincarnata, edonista, relativista e disincantata dell’amore e vogliono, in conclusione, che tutti possano godere senza limiti. Questa concezione della società obbliga tacitamente a due cose: essere bisessuali di fatto e “amorevoli” a parole». Il relativismo edonistico sessuale e non l’amore autentico guida il movimento gay friendly, da ciò l’appello: «vorrei che le persone omosessuali si rendessero conto che la folla che le applaude non le ama». E qui si coglie anche il senso della parola “eterosessualità”, essa non ha a che fare con l’amore tra uomo e donna, bensì con la mera pratica sessuale libera e consumistica, configurandosi all’estremo quale mera «bisessualità desessualizzante».

SECONDA PARTE
La seconda sezione del testo offre alcuni suggerimenti pratici per affrontare il desiderio omosessuale nel suo emergere. Philippe raccomanda di non muovere «nessuna conclusione affrettata sulla tua omosessualità» in quanto «nell’80% dei casi è semplicemente la reminiscenza di una bisessualità adolescenziale», purtroppo aggravata da una irresponsabile e maliziosa propaganda sociale la quale «colpevolizza gli adolescenti e li forza a definirsi gay o lesbiche», sicché «la maggior parte dei giovani che vivono le prime esperienze omo-erotiche non sono omosessuali, ma credono di diventarlo a causa della pressione bisessuale dei media». L’omosessualità assunta significa in ogni caso impegnarsi in un percorso impegnativo in cui dunque «il coming out dovrebbe essere vissuto non come il punto di arrivo ma come l’inizio di una scelta di vita non facile», e ciò perché – è quanto esposto fin dall’incipit – «il desiderio omosessuale non è qualcosa di banale, è segno di drammi», quei drammi che anche il genitore è invitato giustamente a piangere, in quanto piange «per l’intimo malessere di un adolescente che non ha saputo percepire in tempo». Questa sofferenza accompagna l’interiorità di tutte le relazioni omosessuali, le quali perciò saranno sempre deludenti in ragione della natura propria «dell’atto omosessuale, della struttura amorosa omosessuale stessa», facendo sì che le coppie omosessuali possano in qualche caso dirsi soddisfatte, ma mai «pienamente felici». Così testimonia Philippe.
Quattro in particolare i limiti delle coppie omosessuali, sostanzialmente corrispondenti alle sette caratteristiche del desiderio omosessuale: la mancanza di solidità, la mancanza di radici nel reale, la carenza di apertura alla vita, la mancanza di gioia. Dunque l’amore omosessuale è «obiettivamente poco soddisfacente, limitato, destinato all’insoddisfazione generale», e per quanto «nella sua globalità» non sia solo questione di sesso «in via di fatto sì. E’ triste dirlo, ma è la genitalità che alla fin dei conti ha la priorità nella formazione».

Concludendo questa sezione l’autore sviluppa due tematiche: la sua posizione rispetto ai diritti gay attualmente rivendicati e i consigli per alleviare e migliorare la vita delle persone omosessuali.
Circa il primo ambito, partendo dalla richiesta del matrimonio omosessuale, Philippe dichiara di non poter «certo essere contro il matrimonio per le coppie dello stesso sesso, per la semplice ragione che non si può essere contro una realtà che non esiste», posto peraltro che «il permesso a sposarsi non aggiungerà amore alle coppie omosessuali», cosa di cui esse stesse sono ben consapevoli, il che probabilmente spiega come mai queste per lo più desiderino «il diritto al matrimonio e non il matrimonio in se stesso!». La stessa frattura che rende impossibile il matrimonio omosessuale toglie plausibilità all’idea di una adozione per coppie gay, le quali non rappresentano l’ambito adeguato «né per vivere l’amore, né per far crescere qualcuno nel rispetto delle differenze, perché l’omosessualità ha escluso la differenza dei sessi, quella che apre la porta a tutte le altre». Tutto ciò significa che nell’interesse degli omosessuali non ci sono né matrimonio né adozioni, cose che sembrano al contrario pericolose per «tutto il genere umano che viene orientato verso una bisessualità asessuata».
Infine Ariño conclude chiarendo la questione dell’uguaglianza di diritti: «l’uguaglianza dei diritti non è l’uguaglianza delle identità… ci sono delle giuste ineguaglianze, così come possono esserci delle uguaglianze molto ingiuste», e secondariamente illustra le quattro scelte possibili e non equivalenti per vivere il più possibile felicemente la propria omosessualità:
1. La via del deserto, scegliere un tempo di disintossicazione in cui evitare qualsiasi rapporto o flirt.
2. Impegnarsi ad accogliere la cultura omosessuale, non negare il suo funzionamento, non rigettarla, scoprire quanto di ricco essa porti con sé, stando al di qua dell’esercizio sessuale.
3. Sviluppare l’amicizia, lo stare insieme non erotizzato: essa sembrerebbe l’unica barriera contro l’omofobia, il contesto in cui cogliere la ricchezza del comune vissuto, purificati dalle frustazioni implicate dall’esercizio genitale omosessuale.
4. Al livello più alto si colloca la continenza, cioè la rinuncia alla genitalità e alla sensualità omosessuali, l’assunzione del programma cristiano di castità, intesa quale luogo fecondo per una vocazione specifica di cui gli omosessuali sono portatori nel mondo.

TERZA PARTE
“Se sono credente omosessuale come faccio?” Questa è la domanda che guida l’ultima parte del libro. In essa Philippe presenta la dottrina cattolica, mettendone in rilievo tutta la ragionevolezza e posatezza. Si nota quanto siano rari i riferimenti all’omosessualità nella Bibbia, come essa denunci le pratiche genitali (sodomia) e non l’orientamento personale; quanta carità la religione cristiana mostri verso gli omosessuali, valutandoli come persone ben al di là di singoli atti; in particolare viene sottolineato il tesoro che ha da offrire la Chiesa quando propone senza timore la verità, ben sapendo che ogni uomo – ma soprattutto chi è più ferito – abbia bisogno anzitutto di una parola di verità, a partire dalla quale provare a ricostruire il proprio cammino. La Chiesa che non ti giudica, la Chiesa che ti dice la verità da sempre custodita nel tuo cuore, la Chiesa che ti mostra quale sia il vero amore e a quali condizioni tu possa realizzarlo nella tua vita, questa Chiesa – che nell’esperienza di Philippe è stata provvidenzialmente la Chiesa guidata da Benedetto XVI – questa Chiesa è l’ultima e unica mano tesa che possa colmare il desiderio ferito degli omosessuali. Per ciò suona un po’ tragica la domanda «se il mio amico omosessuale non è credente e non sa chi sia Dio, come faccio? Ah…, sei fregato! Parlando seriamente, senza Gesù, da chi andremo?». Al contrario per chi si affida a Dio l’omosessualità stessa smette di essere un problema cui reagire in vario modo, e diviene la più grande occasione della propria vita, il mezzo che può rendere santi: «Dio si serve di qualsiasi legno per accendere un fuoco… Se apriamo il nostro cuore, se accogliamo senza rivolta lo scandalo della Croce del Cristo e quello della verginità di Maria, siamo e saremo tutti, omosessuali e no, santi, non perché senza macchia, ma perché santificati».

Fin qui Philippe. Aggiungo solo una considerazione. Concordi o meno con quello che il nostro amico scrive, predica e diffonde, una cosa è certa: egli ci insegna che è possibile guardare in modo nuovo all’omosessualità, un modo che non ha a che fare con ideologie, edonismi, relativismi, rancori, disegni di legge imposti dall’alto, paure; un modo che considere l’altro non come omosessuale/eterosessuale, ma come persona; un modo che non cerca di nascondere i problemi dell’uomo cacciandoli entro le soluzioni anguste dei media e delle lobby, ma che ha il coraggio di rivolgersi a Dio per scoprire la grandezza di ogni individuo. Merita meditarci sopra.

 

13 giugno 2014

Fra moglie e marito non mettere il dito



di Alessio Calò

Come sempre il blog del Corriere della Sera la27esimaora (il cui sottotitolo “il tempo per sopravvivere tra casa e lavoro” viene quotidianamente disatteso con sparate su femminicidio, abortismo, gender, femminismo, ecc.) ci propone delle gustosissime chicche. L’ultima è la storia di Alessandro e Alessandra, coniugi bolognesi che hanno chiesto e ottenuto il ripristino del loro matrimonio, sciolto dall’anagrafe a causa del “cambiamento di sesso” di Alessandro, perpetrato con terapie ormonali e interventi-zaczac chirurgici.
Ora, presentata la storia strappalacrime, il solito specchietto per allodole a fini sovversivi (vedremo quali), porrei alcune questioni.
 

04 aprile 2014

Sabato tutti al Pantheon!

a cura di Luigi Corsello

Sabato 5 aprile, dalle 17 alle 18, le Sentinelle in Piedi veglieranno in Piazza del Pantheon per difendere la libertà di espressione, messa in pericolo dal ddl Scalfarotto. Ne parliamo con Enrico, il giovane portavoce dell’incarnazione romana delle Sentinelle in Piedi.
 

12 dicembre 2013

Un fulmine sulla legge “anti omofobia”

di Alberto Calabrò


Prima che il lettore mi dia dell’omofobo (insulto che ormai va molto di moda tra gli ambienti chic e intellettuali) l’invito a leggere preliminarmente quest’articolo, nel quale chiarisco le mie posizioni sul ddl.
 

25 settembre 2013

La teoria del gender: per l’uomo o contro l’uomo?




Sabato 21 settembre si è svolto presso la sala convegni del Palazzo della Gran Guardia a Verona il convegno sul tema "La teoria del gender: per l’uomo o contro l’uomo?", organizzato dall'Associazione Famiglia Domani e dal MEVD - Movimento Europeo Difesa Vita, e patrocinato dal comune e dalla provincia di Verona.
 

21 ottobre 2012

Il teorema di Bell e la causa finale della Natura


di Eleon Borlini

Siamo stati spesso abituati a sentire che nulla può viaggiare più veloce della luce”. E’ il principio di località, fondamentale per la fisica da quando Albert Einstein formulò la teoria della relatività ristretta, nel 1905. Esso pone un limite a tutte le velocità. Se venisse violato tale postulato, ne andrebbe addirittura del principio di causa-effetto, quella che Aristotele chiamava causa efficiente, ciò che “mette in moto la materia”: effetti e cause si troverebbero mischiati nell'arena dello spazio-tempo.