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01 luglio 2020

Omotransfobia? Una legge totalitaria e pericolosa


Avanza in Parlamenteo la legge che prevede il carcere per chi osi avanzare dubbi sulla teoria del gender, sulla sessualizzazione dei bambini e sul modello omosessuale imposto come riferimento.


Omotransfobia - Gandolfini (Family Day): testo definitivo conferma tutti i nostri timori, legge degna delle peggiori dittature

“Il testo definitivo del liberticida ddl Zan è anche peggio di quello che ci si poteva aspettare. Istituisce, ma non definisce, il reato di omotransfobia, lasciando alla magistratura amplissimi margini di interpretazione che rischiano di colpire la libera espressione del pensiero; menziona una controversa identità di genere – contestata anche dalle femministe - che basandosi sull'auto-percezione può comprende oltre 50 definizioni; stanzia 4 mln di euro per le attività di propaganda dei movimenti lgbt in un momento di crisi economica senza precedenti, che vede famiglie e imprese sul lastrico; stabilisce pene dai 18mesi a 6anni di galera che potranno essere comminate anche a chi semplicemente si impegna per promuovere il diritto naturale di ogni bambino ad avere un padre e una madre o definisce come “un abominio” contro il genere umano la barbara pratica dell’utero in affitto. Oltre tutto, come nei campi di rieducazione delle peggiori dittature, il disegno di legge prevede che il condannato presti un’attività non retribuita presso le associazioni del mondo lgbt. In conclusione, si tratta di una legge fascista degna delle peggiori dittature”. Così il leader del Family Day, Massimo Gandolfini

“Tutto questo avviene malgrado nell'ordinamento italiano non ci sia alcun vuoto normativo che ostacoli la repressione e la sanzione di atti discriminatori o violenti contro le persone sulla base del loro orientamento sessuale: la pari dignità di tutti i cittadini è infatti riconosciuta pienamente dall'articolo 3 della Costituzione e il Codice Penale prevede le aggravanti per futili motivi, ove necessarie, per inasprire le pene nei confronti di chi si renda responsabile di queste violenze e discriminazioni. Oltretutto i dati del Ministero dell’Interno e dell’Agenzia Europea dei Diritti indicano l’Italia come uno dei Paesi più accoglienti del mondo, dove gli atti di discriminazione non superano le poche decine di denunce l’anno”, prosegue Gandolfini.

“La legge bavaglio Zan è dunque inutile, dannosa e figlia di una visione ideologica tesa ad impedire l’agibilità politica di milioni di italiani che si riconoscono nella visione della famiglia naturale come delineata nella Costituzione. Per questo motivo facciamo un accorato appello a tutti i parlamentari e a tutte le forze politiche che hanno a cuore la democrazia e la libera espressione del pensiero. La legge sull’omotransfobia potrebbe un giorno mettere il bavaglio anche ai loro partiti e condizionare fortemente le loro proposte in materia di politiche familiari, bioetica, filiazione, welfare, sanità pubblica, anagrafica, scuola e cittadinanza. In particolare mi rivolgo ai politici cattolici affinché si rendano conto del grave limite alla libertà religiosa; infatti, potrebbe essere oggetto di condanna persino una frase come quella di Papa Francesco in Amoris Laetitia, che dice che ‘non esistono analogie neppure remote fra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sulla famiglia’. Quindi chi chiude gli occhi oggi sarà complice della sua condanna domani. Dal canto nostro faremo tutto ciò che è possibile per fermare questo disegno di legge inutile, in attesa che le disposizioni vigenti per la libera manifestazione del dissenso consentano di tornare in piazza senza limitazioni”, conclude Gandolfini.


 

09 gennaio 2020

Famiglie «fluide, sostenibili, felici»? Una colossale bufala

di Giuliano Guzzo
Esistono due tipi di fake news: quelle talmente assurde da essere smascherate subito, e quelle talmente comodeda essere puntualmente ripetute. Appartiene alla seconda tipologia quanto riporta un lungo servizio di iO Donna, rivista femminile facente capo al Corriere della Sera, secondo cui le famiglie di oggi sarebbero «fluide, sostenibili, felici». Lo proverebbe, sempre secondo iO Donna, «Modern Family: com’è cambiata la famiglia in 30 anni», una ricerca commissionata da BNP Paribas Cardif all’istituto di ricerca Eumetra MR, da cui si evincerebbe che oggi si «sperimentano nuovi modi per vivere insieme, meno verticistici, più collaborativi ed etici. Genitori e figli si sentono vicini».
Un quadretto confortante. Peccato che non sia supportato da alcun dato. Lo stesso iO Donna, infatti, spiega che in Italia «il numero dei figli continua a calare ormai il tasso di fecondità è sceso a 1,29 figli per donna». Un po’ come se una banca dicesse ai suoi correntisti: tranquilli, sta andando tutto a meraviglia; ma intanto siete sempre più al verde. L’articolo, a firma di Cristina Lacava, afferma inoltre che ci sono sempre più single, con le «le famiglie» che «diventano slim e continueranno a dimagrire» e che «per i prossimi 15-20 anni aumenteranno sempre di più i single». E sarebbero buone notizie? Ma soprattutto: in tutto questo la felicità dove sta? Nel fatto che «il 71 per cento degli intervistati ritiene che la propria famiglia sia più felice rispetto a quella d’origine». Nessun dato oggettivo, insomma. Solo interviste, opinioni.
Fortunatamente, oltre a «Modern Family», esistono altre ricerche iO Donna non cita e che raccontano una storia un po’ diversa, evidenziando i benefici non della vita da single né di quella delle «famiglie slim», ma di quelle fondate sul matrimonio. La Harvard Medical School, per esempio, ci ricorda che, dopo aver sondato un campione di 127.545 adulti americani, si è scoperto che gli uomini sposati sono più sani degli uomini che non sono mai stati sposati; non solo: più a lungo un uomo rimane sposato, maggiore è il suo vantaggio di sopravvivenza rispetto ai suoi coetanei non sposati. Vengono così riprese le conclusioni del Journal of Epidemiology and Community Health, secondo cui, tra le varie condizioni in cui si può trovare un individuo, il non essere mai stati sposati risulta il più forte predittore di mortalità prematura (2006; Vol.60(9):760–765). I single saranno pure felici, insomma. Ma muoiono prima: gran bel risultato.
Che non la vita solitaria o da conviventi, ma quella coniugale sia positivamente associata alla longevità è stato dimostrato anche da un’accurata analisi storica di oltre un secolo di documenti francesi – il 1798 e il 1901 – che ha portato gli studiosi ad ipotizzare che ciò accade perché le donne prediligono mariti nei quali scorgono caratteristiche associate alla longevità, mentre gli uomini prediligono nelle mogli caratteristiche associate alla capacità riproduttiva (cfr. Evolution and Human Behavior, 2017;Vol.38(4):536-545). Altri invece ipotizzano che la longevità delle persone sposate sia associata ai benefici della stabilità affettiva, non riscontrati nelle convivenze ( Journal of Marriage and Family, 1998 Vol.60 (2):527-536) Il dibattito è insomma aperto, ma che le care vecchie nozze facciano rima con più felicità è assodato. Se ne stanno accorgendo – ed è tutto dire – pure i liberal americani, i più progressisti tra i progressisti.
Degno di nota, a tal proposito, un lungo articolo su Avvenire a firma di Elena Molinari in cui si evidenzia – dopo decenni di ostilità alla vita coniugale – il ripensamento in corso tra i liberal in favore del matrimonio, che è l’esatto contrario della «vita fluida». Basti qui ricordare che David Blankenhorn, William Galston e Jonathan Rauch, tre intellettuali di sinistra, sono arrivati a firmare un ‘Manifesto pro matrimonio’ sulla rivista Washington Monthly in cui affermano che, per la nazione nel suo insieme, il matrimonio è fondamentale. «Crea famiglia e rafforza i legami sociali. È un’istituzione che produce ricchezza. Il matrimonio funziona chiaramente come fonte di felicità e benefici per i bambini». Altro che «fluide, sostenibili, felici», dunque. Quella è una fake news buona solo per certa stampa politicamente corretta che, purtroppo, resta letta. C’è da augurarsi che vi abbocchino in pochi.
 

05 luglio 2019

La cultura gender e il miraggio del migliore dei mondi possibili

di Giorgio Enrico Cavallo
Non si può capire l’orrore degli affidi di minori in Emilia senza comprendere la mentalità perversa che muoveva i protagonisti di questa vicenda. Perché i militanti Lgbt che tanto male hanno fatto ai bambini ed alle loro famiglie pare agissero con lucida determinazione. Nel caso della dirigente del servizio sociale dell’Unione Comuni Val D’Enza, si legge nelle carte dell’inchiesta che sono «la sua stessa condizione personale e le sue profonde convinzioni a renderla portata a sostenere con erinnica perseveranza la “causa” dell’abuso da dimostrarsi “ad ogni costo”».

Dunque, abusi da dimostrare ad ogni costo, scavalcando ogni umana pietà, per favorire gli affidi dei bambini anche a coppie gay e lesbiche, o a soggetti discutibili come i gestori di sexy shop. Ci si domanderà perché. Ebbene, basta leggere uno dei “testi sacri” della cultura Lgbt, quell’Elementi di critica omosessuale di Mario Mieli, edito nel 1977, per capire che l’omosessualismo militante non rivendica soltanto presunti diritti: auspica, anzi, l’eliminazione dei diritti altrui, nella fattispecie quelli dei genitori e dei bambini, la cui educazione dovrebbe essere affidati ai gay per ottenere l’utopico mondo migliore possibile. Spiega, chiaramente, Mieli: «per un mondo migliore, penso davvero che l’«educazione» dei piccoli dovrebbe essere affidata alle checche e alle lesbiche: lasciate che i pargoli vengano a noi!».

Ora, che quello omosessuale sia il mondo migliore possibile è valutabile – spiace dirlo – dalla stessa vita privata di Mieli, suicida appena trentenne dopo anni di schizofrenia e depressione. Ma, nonostante ciò, la figura di Mieli gode di ampia fama e di ottima critica. Andrebbe riconsiderata anche alla luce dell’influenza il suo pensiero sulla cultura dominante odierna. Come è possibile applaudire passaggi come il seguente: «Se la coppia parentale su cui si fonda la famiglia costituisce una relazione eterosessuale, l’educazione dei bambini e dei giovani è improntata a un modello eterosessuale. Il fine dell’educastrazione, è la formazione di una nuova coppia etero: ogni essere umano viene plagiato e mutilato dalla dittatura della genitalità eterosessuale»? Dittatura? Eppure, pare è questo il pensiero di tanti attivisti Lgbt. Secondo Mieli, «L'antitesi eterosessualità-omosessualità verrà [in futuro] superata e ad essa si sostituirà una sintesi transessuale: non esisteranno più etero o omosessuali, ma esseri umani polisessuali, transessuali; meglio: non esisteranno piú etero o omosessuali, ma esseri umani».

Che la follia della dottrina gender sia una follia lucida, volta alla liberazione ed alla rivelazione del “vero” essere umano, è qualcosa che dovrebbe farci pensare alle dittature del Novecento, nelle quali non era il sesso ma il partito a trasformare l’individuo, forgiando un uomo nuovo per una società nuova. Abbiamo visto come questa concezione abbia prodotto stragi, disastri sociali, sconquassi ambientali. Dovremmo attenderci lo stesso per la follia Lgbt?
Mieli non si limitava ad esaminare l’omosessualità. La conclusione del suo scritto rivela davvero degli squarci sul «futuro del genere umano». Mieli, ad esempio, spiega chiaramente perché la sinistra abbia finito per annichilirsi, perdendo i suoi storici obiettivi dietro le allucinate pretese Lgbt: «Se l'affermazione del movimento degli omosessuali coscienti contribuisce a rendere rivoluzionario il movimento comunista (e) della donna, la progressiva liberazione delle altre tendenze represse dell'Eros rafforzerà ulteriormente il movimento rivoluzionario, rendendolo sempre più gaio». Gli scritti di Mieli, ed è il motivo per cui sono ancora ripubblicati, devono dunque essere letti per comprendere che il delirio del mondo odierno trova la sua genesi nella follia della cultura sessantottina, a sua volta erede di quella costante rivoluzionaria che da Voltaire in avanti ha scardinato il sistema europeo creando un sistema costantemente nuovo e sempre peggiore del precedente.

Oggi, il “nuovo” è l’omosessualismo, che si sta imponendo con ogni mezzo, anche i più subdoli e striscianti. Per ora, constatiamo come l’omofobia, vero psicoreato di gusto orwelliano dei giorni nostri, sia stato utilizzato, come emerso dall’inchiesta Angeli e Demoni, come grimaldello per sottrarre i figli ad un padre accusato, in maniera del tutto gratuita, di essere ostile ai gay. «Lei deve abituarsi ad accettare le relazioni di genere», dicevano gli assistenti sociali a questo padre. Obiettivo: strappare i bambini alla famiglia per immergerli nella cultura gender. La cultura che, secondo Mieli, dovrebbe rendere il mondo migliore.



 

19 novembre 2018

«Padre» e «madre», le parole della ribellione

di Giuliano Guzzo
Con la bocciatura del Garante per la Privacy della sostituzione dell’indicazione di «genitore 1» e «genitore 2» con «padre» e «madre» nei moduli per il rilascio della carta di identità elettronica per i figli minorenni, lo possiamo dire con certezza: «padre» e «madre» sono le nuove parole della ribellione. Il motivo è presto detto: non piacciono al potere. Non al potere burocratico, come si è visto, con il Garante per la Privacy che ha tirato in ballo i «casi in cui la richiesta della carta di identità, per un soggetto minore, sia presentata da figure esercenti la responsabilità genitoriale che non siano esattamente riconducibili alla specificazione terminologica padre o madre». In pratica, viene affermato che la regola debba piegarsi alle eccezioni e non viceversa. Curioso.

Ma «padre» e «madre» non piacciono neppure alla magistratura politicizzata, che a colpi di sentenze vuole convincerci che un figlio possa avere sia due babbi sia due mamme, che sarà mai: perché in fondo ciò che conta è l’amore. I termini usati non sono esattamente questi, ovvio, ma è chiaro come si tratti di una giustizia formato Bacio Perugina, di un diritto sentimentalizzato che non riconosce la famiglia ma aspira a rimodellarla. «Padre» e «madre» poi non piacciono al mondo Lgbt, che le considera scorie omofobe, né a quello femminista, che le ritiene residui patriarcali, fossili lessicali di un passato da archiviare. Anche i cantori del pensiero dominante, come lo youtuber Willwoosh, sottolineano come nel 2018 sia «assurdo» dimostrarsi affezionati a queste due parole.

Il punto, però, è proprio questo: «padre» e «madre» sono più di due parole. Decisamente di più. Sono i due pilastri su cui si costruisce e si regge la famiglia. Testimoniano la necessità che il nucleo familiare si fondi su una differenza – quella tra uomo e donna -, in un tempo in cui le differenze, tutte, tendono a smarrirsi, coperte dal mantello dell’omologazione. Sono il racconto incarnato di un’origine, delle nostre radici in una società in cui da una parte si esorta a guardare avanti, anzi a fissarsi esclusivamente sull’attimo da cogliere e, dall’altra, si invita a sbarazzarsi dal passato, declassato a vincolo. Avere un papà e una mamma, infatti, oltre ad una famiglia comporta l’avere una storia, delle tradizioni, un albero genealogico, una quercia di ricordi.

Tutte cose inaccettabili, per chi vorrebbe mettere l’uomo al guinzaglio delle mode, stordito di pensieri divertenti purché privo un pensiero diverso o, addirittura, proprio. Per questo occorre ribellarsi ad una cultura che fa di tutto per convincersi a cambiare. Ribellarsi come? Preservando nel nostro vocabolario quotidiano «padre» e «madre», non considerandole solo parole ma obbiettivi di vita, binari di partenza e di arrivo al di fuori dei quali l’umanità semplicemente deraglia, si perde. Lo so, non è facile. Il rischio è di sentirsi irrisi come medievali e bigotti. Ma è un rischio che vale la pena correre, dato che non ne va di questioni di poco conto bensì decisive. Anche perché, se non ce la sentiremo più neppure di dire «padre» e «madre», ci sarà un altro termine, già in disuso, da abolire: coraggio.

 

10 novembre 2018

Emile Ratebland si scelga la sua età in pace

di Giuliano Guzzo
Emile Ratelband ha ragione. Tanta ragione. Infinitamente ragione. Per quale ragione, infatti, nell’epoca in cui ormai un uomo può diventare donna, e viceversa, se solo tale si percepisce – e pure senz’alcuna riassegnazione chirurgica -; in cui ci si può sposare in tanti se si reputa limitante il matrimonio a due, come testimoniano Manuel, Victor e Alejandro, tre colombiani che il 3 giugno 2017 sono convolati a nozze; in cui in Svizzera si può ottenere il suicidio assistito se ci si sente inadatti a pc, email e fast food, come dimostra la vicenda di un’insegnante britannica (La Repubblica 7.4.2014); per quale ragione, dunque, in un’epoca senza ragione e segnata dalla tirannia del desiderio dovremmo fare i rompiscatole proprio con quest’uomo uomo di 69 anni che se ne sente 20 in meno e vuole quindi aggiornare, svecchiandoli, i propri documenti?

Fra l’altro, a suffragio della sua richiesta Ratelband ha addotto dei solidi motivi: «Su Tinder se scrivo che ho 69 anni nessuna donna mi risponde». In pratica, non se lo fila nessuno e lui, mandrillone stagionato ma non ancora rassegnato, vuole solamente divertirsi un po’ senza dover ricorrere alle escort. Chiaro, in un mondo normale questo olandese andrebbe indirizzato a un reparto psichiatrico.

Ma quello attorno a noi è ancora mondo normale? Suvvia, non prendiamoci in giro. Al tribunale locale della città di Arnhem, a sud-est di Amsterdam, che tra poche settimane sarà chiamato a pronunciarsi sulla richiesta del sessantanovenne, chiediamo quindi clemenza. Fra tanti che rifiutano il proprio sesso, il proprio partner, la propria vita e soprattutto le proprie responsabilità, costui in fondo rifiuta più che altro la propria vecchiaia. Lasciamolo rimorchiare in pace.

 

07 ottobre 2018

Un fisico contro il conformismo

di Giuliano Guzzo
Dopo che Germund Hesslow, professore di Neurofisiologia all’Università di Lund, in Svezia, nei giorni scorsi è finito sotto inchiesta per aver parlato delle differenze biologiche tra i sessi, adesso è il turno di Alessandro Strumia, professore dell’Università di Pisa, anch’egli finito nel tritacarne mediatico per aver esposto, in occasione di un recente convegno organizzato dal Cern a Ginevra, 26 slide che affermano che la fisica non è sessista e che, soprattutto, uomini e donne sono differenti. Un dato di fatto ribadito da fior di scienziati e a cui, nel mio piccolo, ho dedicato un intero libro, Cavalieri e principesse, che ho voluto medievale nel titolo immaginando la più demenziale delle critiche che avrei potuto ricevere da parte chi si ferma alla copertina.

Ciò non toglie, sia chiaro, che Strumia sia stato particolarmente coraggioso, anche se proprio non vedo come si possa negare il fatto che la fisica sia ambito di interesse prevalentemente maschile. Per dire, ai tempi dell’università i miei amici studiosi della disciplina di Einstein non facevano che lamentarsi dell’assenza di ragazze, spesso e volentieri cercate altrove; inoltre su circa 200 Nobel del settore appena due sono donne, e si eviti di stressarmi con la storiella del sessismo perdurante: Marie Curie venne premiata nel 1903 (e per la chimica nel 1911). Onore comunque al fisico ribelle, capace di spingersi oltre il conformismo e oltre il boldrinismo (mi scuso per la ripetizione), fino alle critiche dalla grande stampa, fino a farsi sospendere «con effetto immediato». Meglio sospesi per la verità, che aggrappati alla menzogna.

 

23 febbraio 2018

In parrocchia: una strana festa delle famiglie


La parrocchia di san Gelasio I a Roma, nella zona Ponte Mammolo-Rebibbia, organizza per il prossimo 11 marzo, quanto di più bello e proficuo ci si potrebbe attendere da una parrocchia: una festa “delle famiglie”.
Si poteva usare il singolare “famiglia” perché certi singolari, come il popolo la Chiesa o la società, contengono concettualmente un plurale come significato. Come quando i cattolici militanti organizzano il family day e non il families day.

Ma qui il plurale era voluto e necessario. Infatti accanto al titolo “Domenica 11 marzo 2018 - Domenica delle famiglie”, appare sul sito della parrocchia stessa (sangelasio.it) un disegnetto, al limite della blasfemia, e in tutto opposto al concetto cattolico, biblico e perfino costituzionale di famiglia.

Infatti, vi sono rappresentati tutti i modelli di famiglia possibili e immaginabili, manca solo il modello, proposto da alcuni specie nei paesi più avanzati, di unione uomo-animale.
La famiglia, per una parrocchia cattolica di Roma, avente Bergoglio come Vescovo diocesano, sarebbe oltre al modello tradizionale e noioso (uomo+donna+prole), anche uomo (o donna) + prole, due uomini (o due donne) + prole, due uomini senza prole, due donne senza prole, e perfino al cuore dell’immagine la famiglia poligamica e poliamorosa: 2 uomini 2 donne e 3 bambini! Wuau!
Ma perché stare a rintuzzare queste faccende interne alla vita ecclesiale di oggi, se infondo love is love?

In effetti, la parrocchia ha colto bene, il senso del motto “l’amore è amore”. Se il sentimento è famiglia, ogni sentimento lo è, nessuno escluso. Ami il canarino o il dolcissimo gatto Felix? Sei famiglia. Ami tua nonna, sola e malandata, e te ne occupi da anni come un buon samaritano? Sei famiglia. Ami tua sorella, e lei pure ama te, e nessuno in questo mondo infame vi capisce e vi sposa, neppure la Raggi e la Boldrini? Sei famiglia! Ovviamente, molti settori del cattolicesimo saranno in disaccordo con tutto questo. Ma la logica della misericordia può avere limiti? E chi siamo noi per giudicare il gay, il pedofilo (non violento) e il mussulmano poligamo, con 3 signore velate che accettano con gioia l’esempio di Maometto?

L’unica colpa è il giudicare, nell’azione e nell’amore non c’è mai colpa. Semmai si sta migliorando il mondo, come gli animali che felici e sereni, non hanno istituzioni stabili e inutili contratti matrimoniali. E noi, in un mondo burocratico e vuoto, senza sentimenti liberi a causa della Chiesa e della morale repressiva, non dovremmo ispirarci agli altri animali del pianeta i quali del resto non conoscono guerre, razzismo, omofobia o moralismo?

Ps. Dopo le proteste di alcuni, la parrocchia ha cancellato il disegnetto osceno. Si saranno mutati anche i cuori? Lo speriamo
 

17 febbraio 2018

Se il trans che allatta non crea sgomento

di Giuliano Guzzo
Accanto alla notizia del primo caso di allattamento indotto, da parte di un trans, al figlio avuto con la sua compagna, rimbalzata dalla rivista Transgender Health ai media di tutto il mondo, ieri ho subito cercato un commento che esprimesse il mio smarrimento e la mia nausea. Trovato poco o nulla, ovviamente. Quasi fosse un’inezia o un fatterello come un altro e non – come invece è – una plateale umiliazione della maternità, parodiata colpi di ormoni femminilizzanti. Un silenzio che mi spiego come misto di paura e rassegnazione: criticare un simile prodigio della scienza e passare pure per transfobico, ma chi me lo fa fare? Giammai. Meglio far finta di nulla. Meglio il quieto e falso vivere, che l’urgente e vero indignarsi. La sola cosa positiva, in tutta questa storia, è che pare il bambino cavia stia bene. Anche se a lui manca una poppata vera e a noi, pavidi testimoni, una di verità.

da GiulianoGuzzo.com
 

06 dicembre 2017

Il futuro è nel Presepe


di Giuliano Guzzo

Non nelle stelle, ma nel Presepe sta il futuro. Quando infatti l’Occidente si ridesterà dall’odierno torpore valoriale, uomini e donne torneranno ad coccolare i neonati anziché i cani, come si vede in una pubblicità Ikea che è l’icona del nostro declino. La vita nascente tornerà così a essere valorizzata e pure le giovani incinte prive di ricchezze e di un luogo dove partorire, seguendo l’esempio di Maria, l’accoglieranno, con l’infanticidio prenatale che tornerà ad essere rigettato quale atto crudele, senza più essere scambiato per progresso. Allo stesso modo, si tornerà a non discutere più la necessaria compresenza, per i figli, di una figura materna e di una paterna, verità cristallizzata nell’immagine presepiale. La stessa isteria femminista tramonterà e non ci si scandalizzerà più se sarà l’uomo, come san Giuseppe, ad esercitare un lavoro considerato maschile, anziché smarrirsi tra depilazione e tentativi di allattamento. Pure il diritto dello straniero a emigrare, che la retorica immigrazionista oggi eleva ad apolidismo obbligato, verrà controbilanciato dalla possibilità del suo pacifico rimpatrio, del quale i magi diedero chiaro esempio. Il Presepe, insomma, è sì dov’è nato Dio, ma pure dove rinascerà l’umanità.

https://giulianoguzzo.com/2017/12/05/il-futuro-e-nel-presepe/



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18 ottobre 2017

"Malascuola", di Elisabetta Frezza


di Fabrizio Cannone

Molti autori e militanti anti-marxisti sembrano scandalizzarsi davanti al celebre motto marxiano, che suona più o meno così: “I filosofi hanno diversamente interpretato il mondo; ora si tratta di cambiarlo”. Ovvero, si ha paura che affermando ciò, si scada nell’implicito relativismo progressista per cui ognuno può (ri)fare il mondo, l’umanità e se stesso come più gli piace. Tutto sembra divenire in questa prospettiva liquido e negoziabile, e la natura stessa pare a disposizione degli appetiti umani. Fosse questa l’unica possibile lettura della frase tratta dalle Tesi su Feuerbach, allora lo scandalo degli ‘anti’ sarebbe legittimo e giustificato. Ma così non è.
Cambiare il mondo può significare assai più banalmente correggere le tendenze sbagliate della società contemporanea, rifondare lo Stato su principi e valori negletti e dimenticati (come la religione, l’eroismo, l’amor di patria, il sacrificio). Cambiare il mondo, che è sempre immondo, vuol dire abolire leggi ingiuste e nefaste, specie nei settori vitali e decisivi per ogni comunità umana, come lo sono la famiglia, l’educazione, la scuola, etc.
Anzitutto, la Scuola italiana! Secolare ed invidiato gioiello della nostra nazione, almeno a partire dall’Umanesimo (con le prime università al mondo sorte nella penisola), passando poi per la scuola di Stato di Croce e Gentile, la scuola pubblica sembra cedere il passo alla cultura del vuoto, della mediocrità, del tutto e niente, e del titolo per il titolo. “Avere il diploma! Avere la laurea!”. E poi? Precariato eterno o fuga verso altri lidi.
Molti, a destra ma ora anche a sinistra, hanno giustamente criticato la Buona Scuola di Matteo Renzi, buona scuola che sfavorisce lo studio, la riflessione, l’impegno, il merito e che incoraggia progetti programmi e percorsi che hanno ben poco di scolastico e molto di ideologico. Pochi però hanno cercato di analizzare le cause e le radici di una crisi pedagogico-didattica che non ha atteso il trionfo del PD per manifestarsi.
Un libro appena pubblicato ha il gran merito di indurci a sentire tutto il peso di una crisi attualissima, ma altresì epocale e (mal) celata. Crisi che sta al centro di una vasta serie di problemi come l’educazione dei giovani, la perdita del senso della vita e dell’amore del bene comune, il ritorno dell’analfabetismo e del disprezzo della cultura, e infine l’omologazione dei giovani nel senso voluto dai media e dal sistema (cf. Elisabetta Frezza, MalaScuola, Leonardo da Vinci, Roma, 2017, pagine 216, euro 18).
L’autrice è una giovane filosofa del diritto che ha 5 figli i quali frequentano tutti i gradi della scolarità previsti in Italia, dalla primaria sino all’Università.
Il saggio, ricco di riferimenti e note, fa stato sulla inflessione scolastica ed educativa della contemporaneità, inflessione innegabile e a questo punto sempre meno negata, tranne che dai negazionisti di mestiere o prezzolati. L’Autrice affronta di petto la decadenza della trasmissione dei valori etico-sociali, in parallelo con la crisi della civiltà come tale, notando il “progressivo sfaldamento dei principi cardine su cui si regge da sempre la vita individuale e collettiva” (p. 10). E già non è poco.
Ma il cuore della sua coraggiosa denuncia non è qui.
Esso si situa su ciò che noi genitori iniziamo a vedere nelle scuole della nostra città, ovvero una tentata manipolazione soft delle intelligenze giovanili in base alle sulfuree teorie sulla sessualizzazione precoce degli infanti, sulla libertà di scelta in materia di sessualità e di genere di appartenenza, e sull’idea - in verità stantia ma proposta ad ogni anni scolastico come incredibile trovata - della scuola più come laboratorio di vita e di socializzazione (meglio se multietnico, multiculturale, multireligioso…) che come luogo deputato alla trasmissione del sapere, del ben vivere e del conoscere.
Le pagine che la Frezza dedica al tema sono ottime per la documentazione ma pessime per la rabbia che posso ingenerare nei lettori attenti: “Ci vogliono far credere che due più due fa cinque, che le foglie sono blu, che è normale camminare sulle mani e a testa in giù, che gli asini volano, che Lia ha due papà” (p. 13).
E’ il concetto stesso di normalità che è stato rimosso dalle nuove pedagogie esistenzialiste, poiché esso rimanda a norma e la Norma, come lo fu un tempo la religione per Voltaire, è l’infâme da schiacciare.
In luogo dell’insegnamento umanistico-scientifico non sempre agevole certo per i cosiddetti nativi digitali, fondato su cultura, consapevolezza e spirito critico, la novella scuola è divenuta un insieme di percorsi (meglio se visivi e cinematografici) con questi nobili e imprescindibili pilastri educativi: “Differenze/diversità, amore, rispetto, inclusione, stereotipi, omofobia, bullismo, cyberbullismo, cittadinanza (attiva), legalità, orientamento, eccetera” (p. 113).
Attraverso un uso sapiente della storia e delle scienze, della letteratura e dei progetti extra-scolastici si mira a creare un uomo nuovo, il cittadino neutro dal punto di vista dei valori, ma anche apolide e sradicato, senza patria, senza famiglia stabile, e soprattutto senza convinzioni che non siano quelle inculcate da una stravagante ideologia liberal (col silenziatore): tolleranza, apertura, diversità, identità liquida e variabile, spirito di adattamento e di compromesso, laicismo, valore del corpo e del sesso, libertà dai vincoli, dalla famiglia, dalla realtà, avversione al fanatismo, alla tradizione, al rigore, alle norme stabili e universali. “E’ la protervia dell’uomo che si fa dio a se stesso, arbitro del bene e del male, misura del proprio comportamento morale, padrone assoluto della vita e della morte” (p. 199).
Dopo 4 parti dedicate all’analisi documentata di questa ideologia diseducativa e paralizzante che si vuole instillare a dosi omeopatiche nei bambini e nei giovani, la Frezza cita decine di progetti scolastici aberranti (cf. pp. 207-215) in cui si legge chiaramente la cupio dissolvi della post-modernità. In uno dei progetti destinato alla scuola materna gli esperti dicono così: “Solitamente nei primi 3 anni di vita del bambino si può stabilire se sia un cisgender – persona a proprio agio con il genere attribuito alla nascita o transgender – persona che non si sente rappresentata dal genere di nascita…”.
Ce ne è davvero per tutti i gusti, specie quelli amari come il vizio. Da parte nostra invitiamo tutti ad informarsi, a formarsi e a lottare per una scuola dei valori, del merito, dell’educazione e della cultura, boicottando i progetti dannosi denunciati nel libro.


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16 ottobre 2017

La pretesa di proteggere diventa censura della verità


di Fabio Molinaris

Grazie ad un nuovo tentativo di censura e controllo ho scoperto l'esistenza dell'ennesimo istituto che si preoccupa di tutelare un'utenza ritenuta troppo stupida, chissà quando riusciremo a capire che un organo centrale di tutela è molto più simile ad una dittatura che ad un papà che protegge ed educa.

La notizia a cui faccio riferimento è quella dell'ordine di ingiunzione a desistere inviata a Generazione Famiglia - La Manif Italia in riferimento al bus della libertà, mentre l'ente che si è preoccupato di giudicare come inappropriato il messaggio diffuso dal bus è l'Istituto dell'Autodisciplina Pubblicitaria.
"L'IAP nasce nel 1963, in occasione del VII Congresso nazionale della pubblicità, nel quale fu ampiamente condivisa la relazione del dottor Roberto Cortopassi, co-fondatore dell’Istituto e presidente IAP per decenni, sulla responsabilità sociale della pubblicità. In quell'occasione le categorie pubblicitarie italiane si impegnarono a dar vita ad un Codice unitario, alla cui elaborazione contribuì l’avvenuta costituzione, nella stessa circostanza, di un Comitato permanente di collegamento tra le principali organizzazioni pubblicitarie.
Assieme ad un’incisiva serie di nuove norme sostanziali (trasparenza della pubblicità; rispetto delle convinzioni morali, civili e religiose; obbligo di segnalare i pericoli insiti in taluni prodotti; limiti alla pubblicità per le bevande alcoliche, per i cosmetici ed i viaggi organizzati), si crearono anche le premesse per decidere che tutti i membri del Giurì dovevano essere nominati tra esperti esterni al mondo della pubblicità, onde garantire la massima indipendenza e terzietà di giudizio. Una svolta che ha dato un contributo decisivo all’abbattimento delle residue posizioni di incredulità e sospetto.
Si era avviato così quel processo evolutivo che avrebbe costituito una delle caratteristiche peculiari dell’autodisciplina. Ben presto le revisioni del Codice diventarono pressoché annuali: l’edizione 2017 è la 63a, ciò significa un aggiornamento tempestivo e costante delle norme, indispensabile per stare al passo con l’evoluzione di un fenomeno dinamico qual è la comunicazione commerciale d’oggi, inserita nel marketing di un libero mercato in continua espansione."

Di tutto questo amore per la protezione del più debole rimane il fascino della censura che si è attuata su chi osa dire che "i bambini sono maschi e le bambine sono femmine".

È partita una petizione su CitizenGO intitolata "IO NON DESISTO! No alla censura dello IAP contro il Bus della Libertà" dove vengono dati ulteriori chiarimenti e ragioni di ciò che sta accadendo.

"L'Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria (IAP) ha ordinato a CitizenGO Italia e a Generazione Famiglia di interrompere la sponsorizzazione della campagna sul Bus della Libertà condotta con i cartelloni affissi a Roma nelle scorse settimane, poiché il messaggio contro l'ideologia Gender nelle scuole - denunciata anche da Papa Francesco - sarebbe contrario alla dignità umana delle persone transgender e - questo è il colmo! - confonderebbe le idee dei bambini sull'identità sessuale, che non possiamo rappresentare come maschile e femminile. Assurdo!

Si tratta di un chiaro tentativo di imporre un pensiero unico politicamente corretto sulle tematiche che trattiamo, e buttarci fuori dal dibattito che trova negli spazi pubblicitari un mezzo di comunicazione fondamentale.

Firma e condividi la petizione per sostenere la nostra libertà di espressione."

https://labaionetta.blogspot.it/2017/10/obice-la-pretesa-di-proteggere-diventa.html


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21 settembre 2017

Il bus che fa tremare il pensiero unico


di Giuliano Guzzo

E’ in arrivo, ma fa già paura. Proprio tanta. No, tranquilli, non sto parlando di qualche uragano né di qualche cellula jihadista, bensì di un pullman arancione in partenza per un giro sulla nostra penisola, nel corso del quale toccherà sette grandi città italiane, e, sulle cui fiancate, campeggia – a caratteri cubitali – questa scritta: «I bambini sono maschi, le bambine sono femmine». Un’iniziativa che solo pochi anni fa sarebbe parsa incomprensibile, ma che invece oggi fa saltare i nervi a tanti.

Basti dire che, con riferimento proprio a un pullman così, sul blog femminista del Corriere della Sera, non più tardi di qualche mese fa ci si chiedeva: «Perché tanto odio?»; il sindaco di Madrid, Manuela Carmena, da parte sua, ha addirittura chiesto alla polizia municipale di bloccare la partenza del bus, in versione ispanica, dalla sua città; l’ultima è invece che il miliardario Soros in persona, sul web, nei giorni scorsi ha preso posizione contro il temibile pullman, accusandolo di veicolare una «falsa narrativa».

Una «falsa narrativa» dire che «i bambini sono maschi, le bambine sono femmine»? Bah, devo francamente essermi perso qualcosa, ma non è un problema. Anche se è piuttosto curioso constatare come, da una parte, venga detto che l’ideologia gender non esisterebbe – o sarebbe addirittura fissazione da allucinati – e, dall’altra, ci si scagli furiosamente contro un pullman che ha la sola e apparentemente banale funzione di ribadire l’ovvio. Ah, George non te la prendere, comunque: sappiamo che volevi l’esclusiva sulle «rivoluzioni colorate» e in particolare «arancioni», ma il mondo va così.

https://giulianoguzzo.com/2017/09/20/il-bus-che-fa-tremare-il-pensiero-unico/


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08 settembre 2017

Così Caffarra smontava il gender. 25 anni fa


di Giuliano Guzzo

L’eredità che ci lascia il cardinal Carlo Caffarra (1938-2017) è realmente immensa e non certo riassumibile, neppure per sommi capi, in poche battute. I tantissimi che lo hanno conosciuto, frequentato e amato potranno senza dubbio confermare. Ma lo può confermare anche chi, come il sottoscritto, pur avendolo incontrato di persona, lo ha soprattutto letto e studiato, rintracciando nella sua opera non solo il riflesso di una cultura sterminata, ma anche – soprattutto, direi – di un’intelligenza viva, capace di leggere e anticipare i tempi.

Dimostrazione di ciò lo si ha nella capacità che Caffarra ebbe di cogliere l’importanza, negli ultimi anni divenuta decisiva, della partita antropologica per quanto concerne sia la difesa della bellezza e della santità del matrimonio, sia quella differenza sessuale a prima vista elementare ma oggi minacciata dall’ideologia cosiddetta del gender. Non è un caso che già decenni fa, quello che fu il ghost writer sui temi della bioetica e della morale di un certo Giovanni Paolo II (1920-2005), insistesse con forza sul valore della mascolinità e della femminilità.

Una conferma la si ritrova nel suo testo Etica generale della sessualità (Ares, 1992), laddove egli sottolineava e spiegava ciò che oggi, 25 anni dopo, converrete, è drammaticamente urgente ribadire: «L’uomo è maschio o femmina. E anche già a questo livello di immediatezza nell’osservazione […] L’uomo, prima di essere italiano o francese o prima di essere avvocato o medico o (e le classificazioni potrebbero continuare ancora più a lungo), è maschio o femmina». Ora, perché Caffarra rimarcava l’ovvio, affermando che «l’uomo è maschio o femmina»?

Semplice: perché sapeva che l’ovvio, presto – in una sorta di rovesciamento della logica e, culturalmente, di finestra di Overton al contrario – sarebbe stato destinato a divenire discutibile, minoritario, quindi rivoluzionario. Esattamente com’è oggi dire che «l’uomo è maschio o femmina». Un’affermazione, anzi una constatazione dinnanzi alla quale non bisogna avere incertezze di alcun tipo. Perché – disse sempre il cardinale ieri scomparso, in una conferenza tenuta il 16 gennaio 1996, una vita fa – «L’uomo e la donna portano impressa in se stessi l’immagine di Dio e sono così interiormente “riferiti”, appunto “ricapitolati in Cristo”».

«Nessuna forza avversa – aggiunse poi – sarà in grado di distruggere questo orientamento. E’ necessario solo essere vigilanti nella propria coscienza interiore per fare quella giusta scelta di campo per la salvezza dell’uomo. E’ necessario non avere paura. La forza divina è di gran lunga più potente, smisuratamente più grande del male che opera oggi per distruggere matrimonio e famiglia». Aveva insomma capito, con straordinario anticipo, che la battaglia contro la famiglia sarebbe arrivata alle negazione dell’uomo e della donna. Anche di questo, oltre che di tutto il resto, occorre essergli grati. Riposi in pace.

https://giulianoguzzo.com/2017/09/07/cosi-caffarra-smontava-il-gender-25-anni-fa/

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12 agosto 2017

"Ci sono differenze fra uomo e donna". Silurato da Google

di Giuliano Guzzo
Se Google ha paura della differenza sessuale, come prova il licenziamento di James Damore, ingegnere autore di un documento che rimarca le distinte propensioni tra maschi e femmine, i suoi innumerevoli utenti sono autorizzati ad avere paura del celebre motore di ricerca. Perché diffonde contenuti ma, evidentemente, avversa una verità di cui gli uomini mai hanno dubitato, quando passavano più tempo davanti alla realtà che davanti a uno schermo.

Oggi invece si va giorno dopo giorno verso l’esatto contrario, con un capovolgimento tale per cui se un uomo dubita di essere maschio e una donna femmina va tutto bene, anzi benissimo, ma se qualcuno è certo di quanto da sempre rammenta la Bibbia – «maschio e femmina li creò» (Genesi 1,27) – e più recentemente ha affermato John Gray – «Gli Uomini Vengono da Marte, le Donne da Venere» -, rischia: su questo, purtroppo, nessun dubbio.

A proposito, se Damore è stato defenestrato per un testo di 10 pagine sulle differenze tra i sessi, non oso pensare cosa sarebbe toccato a me, che ne ho scritto uno di 256. Chissà. So solo che se un giorno si dovesse essere processati per aver sostenuto che maschi e femmine sono differenti – visto l’andazzo, non lo escluderei -, a cavarsela sarà l’imputato che, tra le altre cose, farà presente al giudice uomo che possiede una gran bella automobile, e a quello donna che la trova dimagrita.

https://giulianoguzzo.com/2017/08/08/affermi-la-differenza-tra-uomini-e-donne-google-ti-caccia/
 

14 luglio 2017

"Cavalieri e principesse" di Giuliano Guzzo


Cara Redazione,
è da tempo che non le scrivo qualcosa, pur leggendo assiduamente e stimando ancor più il blog, ma devo farlo, ora che un bambino ha gridato che il re è nudo.

Dopo il felice esordio con il saggio "La famiglia è una sola", l'infaticabile amico Giuliano Guzzo ha più che raddoppiato con "Cavalieri e principesse", uno studio rigoroso ed appassionato a difesa della differenza sessuale, tema che aveva già toccato nel suo primo libro, al capitolo sulla complementarietà educativa dei genitori in rapporto al benessere dei figli, contro le tesi a-sessualizzanti della teoria gender. Teoria gender che viene completamente asfaltata: è proprio vero che, come dicono i suoi utili ignoti, non esiste.

La cosa che personalmente mi preoccupa di questo libro è il fatto che abbia già raggiunto le mille copie vendute, richiedendo la stampa di una seconda edizione: cent'anni fa un libro che si fosse posto come obiettivo la dimostrazione della differenza tra maschi e femmine avrebbe destato imbarazzo, forse qualche sorrisetto, se non una certa preoccupazione circa la salute mentale dell'autore. Ma aveva ragione il nostro amico Chesterton: sarebbe arrivato - ed è arrivato - il giorno in cui si devono sguainare spade per mostrare che le foglie sono verdi d'estate, il che è lo stesso che dire che uomini e donne sono differenti. Badate bene, differenti e non disuguali: l'autore chiarisce fin da subito l'importanza di questa distinzione terminologica, che accompagnerà tutto il libro. Se la differenza (positiva) infatti riguarda il dato naturale, la disuguaglianza (meno positiva) concerne quello culturale. Tanto per evitare che qualche maestrin* con la penna in mano se ne esca con accuse di discriminazioni patriarcal-fascio-clericali. E trumpiste, ovvio.

Anche questo libro, come il primo, non ha precedenti nel panorama editoriale italiano, in quanto rappresenta il primo studio che mostra con chiarezza espositiva e dimostra dati alla mano (alla faccia della scientificità della teoria gender) come vi sia un'incomunicabilità (non solo relazionale ma anche reale, ontologica se proprio uno vuol mostrare di essere sul pezzo) tra uomo e donna. Adottando infatti una prospettiva sociologica, supportata da centinaia di studi empirici, Giuliano spiega come la differenza tra uomo e donna esista e sia innata, mostrandosi nelle preferenze dei colori e dei giochi dell’infanzia, nel funzionamento del cervello, nello stile comunicativo, nel modo di guidare l’automobile e in quello di sognare, nel modo di organizzare il lavoro e nelle modalità dell'innamoramento e del vissuto relazionale. Quindi state tranquilli, tutte le battute sessiste che avete fatto (e continueremo a fare), oltre a far divertire sono anche scientificamente fondate.

Un ulteriore contributo interessante riguarda il ruolo delle religioni nella considerazione della donna: il Cattolicesimo infatti ha elevato il concetto di donna molto al di sopra di quanto ha fatto qualsiasi altro pensiero laico o religioso (e l'autore demolisce la leggenda nera relativa al maltrattamento della donna nel Medioevo, mostrando invece la violenza, quella sì femminicida, degli illuministi e dei loro nipoti), individuando come perfetto modello di donna la Santissima Madre di Dio, che cura nel Figlio i suoi amati figli. Sarebbe interessante studiare (butto lì l'idea per un prossimo libro) la correlazione tra crisi di civiltà e rifiuto da parte della donna della propria vocazione di moglie e madre: donna emancipata fa rima con società sbaraccata?

Chiudo accennando le belle riflessioni dell'ultimo capitolo del libro, che cercano di dare un senso alla sterminata mole di dati analizzati: Giuliano parla di differenza come dono, in quanto solo la gratuità di un abbraccio può (ri)unire ciò che era naturalmente separato; come opportunità, quella di voler e poter dare questo abbraccio in un amore che potrà essere fecondo; e come mistero, nel sapere che con questo abbraccio si avvolge una persona amata, anche se la sua intimità ci sarà sempre infinitamente preclusa. Ma a noi sta bene così.

Marco Piazza
 

06 luglio 2017

Il sesso rubato



di Giuliano Guzzo

Che la liberazione sessuale, più che liberare il sesso, stia in realtà liberando dal sesso è cosa nota: se ne parla da anni e, proprio ieri, leggevo le facili profezie di Henry T. Greely, celebre professore di Stanford secondo cui «tra 20 anni il sesso sarà obsoleto» dato che «i bambini verranno creati in vitro» (La Verità, 5.7.2017, p. 13). A conferma del preoccupante trend, nel suo Il sesso spuntato (Lindau, 2012), lo statistico Roberto Volpi spiegava chiaramente come oggi – in seguito essenzialmente alla precarizzazione delle relazioni e alla frammentazione della famiglia – le persone sperimentino un numero di rapporti sessuali inferiore a quelli che i loro coetanei, apparentemente prede d’una società moralistica, intrattenevano decenni fa. Paradossale, si dirà. Assurdo, si commenterà. Eppure è così.

Quest’amara consapevolezza non riesce tuttavia a farmi accettare storie come quella, di cui leggevo ieri sul sito de Il Foglio, di Searyl Alti, il bambino canadese i cui genitori hanno rifiutato, ottenendo il placet dell’anagrafe, gli venisse assegnato un sesso in modo che, quando vorrà, «sia lui a sceglierselo». Il che è assurdo. Come abbondantemente documento nel mio Cavalieri e principesse, infatti, maschietti e femminucce – senz’alcuna influenza esterna – si differenziano nei comportamenti già nelle prime settimane di vita (in qualche aspetto persino in fase intrauterina), cosa che si riflette pure fra i primati. Non c’è dunque nessuno sesso da «far scegliere» ai figli, ma solo da lasciarli crescere in santa pace. Gli adulti, inclusi i genitori “più all’avanguardia”, non hanno quindi il diritto di ammorbare i piccoli con la sessuofobia. Si tengano il proprio bigottismo laico per sé, grazie.

https://giulianoguzzo.com/2017/07/06/lasessualita-imposta/

 

18 maggio 2017

Ecco chi sono i (mostruosi) padri del gender



di Daniele Barale e Darth Gender

Ricordate i libretti UNAR intitolati “Educare alla diversità a scuola”, l'articolo 1 comma 16 della buona scuola? I libretti sono stati bloccati dal Ministero dell’Istruzione e il comma 16 non è stato applicato del tutto, in seguito a numerose proteste da parte delle associazioni dei genitori e associazioni pro famiglia (come Agesc, Comitato articolo 26, il Comitato Difendiamo i Nostri Figli, le Sentinelle in Piedi, Sì alla Famiglia).

Nei testi in questione vengono citati continuamente i cosiddetti “gender studies” (studi di genere), e con essi i suoi autori più importanti, Alfred Kinsey, John Money e Wilhelm Reich. I suddetti testi si guardano però bene dal dire con chiarezza chi furono e cosa fecero Kinsey Money e Reich, dato che se lo facessero la lettura e l’adozione di questi finirebbe sul nascere. Siccome non tutti possono sapere con esattezza chi furono i tre studiosi, ricorderemo cosa hanno fatto e come hanno lavorato.


Alfred Kinsey


Alfred Kinsey viene ricordato come l’autore del cosiddetto “Rapporto Kinsey”, uno studio sulla sessualità degli americani, che tra le altre cose si occupava, ad esempio, di stimare la percentuale di omosessuali nella società americana (il famoso 10% di omosessuali nella società che viene continuamente sbandierato dall'associazionismo LGBT viene da qui, ad esempio).

Occorre innanzitutto ricordare che Kinsey era un entomologo (studioso degli insetti), quindi non si capisce quali competenze avrebbe avuto per portare avanti un simile studio.

Per capire meglio quali metodologie furono utilizzate per questo studio, ci viene in aiuto lo psicologo prof. Roberto Marchesini, che scrive: “Kinsey ha manipolato il campione di individui intervistato per ottenere quei dati. Il celebre psicologo Abraham Maslow, saputo delle ricerche che Kinsey stava conducendo, volle incontrarlo per confrontarsi con lui. Una volta compreso il metodo d’indagine di Kinsey, Maslow mise in guardia l’entomologo dal “volunteer error”, ossia dalla non rappresentatività di un campione composto esclusivamente da volontari per una ricerca psicologica sulla sessualità. Kinsey decise di ignorare il suggerimento di Maslow e di proseguire nella raccolta delle storie sessuali dei volontari. Oltre a questo, circa il 25 % dei soggetti maschi intervistati nella sua ricerca erano detenuti per crimini sessuali; l’unica scuola superiore presa in considerazione per la ricerca fu un istituto particolare nel quale circa il 50 % degli studenti avevano contatti omosessuali; tra i soggetti erano presenti anche un numero sproporzionato di “prostituti” maschi (almeno 200); tra gli omosessuali vennero contati anche soggetti che avevano avuto pensieri o contatti casuali, magari nella prima adolescenza; infine, nel calcolare la percentuale di omosessuali, Kinsey fece sparire – senza darne spiegazione – circa 1.000 soggetti.”

Ma gli errori metodologici sono niente in confronto agli orrori materiali di cui Kinsey si rese responsabile: l’aspetto più inquietante di questo personaggio riguarda gli esperimenti sessuali condotti sui bambini.

Nel primo Rapporto Kinsey esiste infatti un paragrafo intitolato “L’orgasmo nei soggetti impuberi” (pp 105 – 112) e in questo paragrafo vengono descritti i comportamenti di centinaia di bambini da quattro mesi a quattordici anni vittime di pedofili.

In alcuni casi, Kinsey e i suoi osservarono (filmando, contando il numero di «orgasmi» e cronometrando gli intervalli tra un «orgasmo» e l’altro) gli abusi di bambini ad opera di pedofili: «In 5 casi di soggetti impuberi le osservazioni furono proseguite per periodi di mesi o di anni[...]» (p. 107); ci furono anche bambini sottoposti a queste torture per 24 ore di seguito: «Il massimo osservato fu di 26 parossismi in 24 ore, ed il rapporto indica che sarebbe stato possibile ottenere anche di più nello stesso periodo di tempo» (p. 110).

Nel secondo Rapporto esiste un paragrafo intitolato “Contatti nell'età prepubere con maschi adulti”, nel quale vengono descritti rapporti sessuali tra bambine e uomini adulti, ovviamente alla presenza di Kinsey e colleghi. Le osservazioni condotte inducono Kinsey a sostenere che “Se la bambina non fosse condizionata dall’educazione, non è certo, non è certo che approcci sessuali del genere di quelli determinatisi in questi episodi [contatti sessuali con maschi adulti], la turberebbero. È difficile capire per quale ragione una bambina, a meno che non sia condizionata dall'educazione, dovrebbe turbarsi quando le vengono toccati i genitali, oppure turbarsi vedendo i genitali di altre persone, o nell'avere contatti sessuali ancora più specifici.”

Kinsey attinse i dati sulla sessualità infantile effettuando attivamente pratiche pedofile per le quali avrebbe dovuto essere legalmente perseguito. E fu anche un dichiarato sostenitore della pedofilia.

Molto discutibili anche le sue frequentazioni, una fotografia lo ritrae in compagnia di un certo Kenneth Anger davanti ad una foto del mago satanista Aleister Crowley. Anger, regista di film come “Lucifer rising” e amico di Bobby Beusoleil della “famiglia” del serial killer Charles Manson, fu intimo amico di Kinsey e contribuì alle sue ricerche fornendo un filmato nel quale si masturbava.
Questo era Alfred Kinsey.

John Money


John Money è stato uno psicologo e sessuologo statunitense che, nel 1972, ha elaborato un preciso modello teorico secondo cui l’appartenenza ad un genere può essere disgiunta dal sesso biologico e dall’orientamento sessuale. Inoltre, lavorò per sdoganare sadomasochismo, coprofilia, feticismo, autostrangolamento, pedofilia... rendetevi conto con chi si ha che fare.

Secondo il suo approccio biosociale, natura e cultura interagiscono per determinare il sentimento di appartenenza ad un genere o all’altro. “Si nasce maschi o femmine – spiegava Money – ma l’etichetta sociale che ci viene attribuita e il diverso modello educativo che viene impartito ai bambini e alle bambine interagisce con i fattori biologici... cioè: i fattori primari che guidano la differenziazione psicosessuale sono l'apprendimento e l'ambiente, non la biologia”. Erano le affermazioni che Money andava ripetendo su riviste scientifiche e nei consessi medici. Né lui né chi lo sosteneva guardavano alla realtà. I cromosomi, gli ormoni, l'organizzazione anatomica, il cervello sessuato inficiano quelle pseudo teorie.

È interessante notare come venga sempre presentato solo il modello teorico di Money e non i suoi risultati, ed il motivo è chiaro: quando la sua teoria venne applicata, fu l’origine del dramma esistenziale per la malcapitata 'cavia' umana, David Reimer, e sfociò in un tragico epilogo, come si evince bene dalla sua biografia, curata da John Colapinto. Egli nacque in Canada come Bruce Peter Reimer nel 1965; dopo la nascita fu chirurgicamente assegnato al sesso femminile a causa della perdita del pene durante una maldestra operazione di circoncisione. Lo psicologo John Money (1921-2006), che fu chiamato a seguire il suo caso, lo manipolò verso l’accettazione del sesso femminile. Gli ha fatto lasciare il nome Bruce per quello di Brenda; cosa che gli provocò molta sofferenza, per questo tentò diverse volte il suicidio. Nonostante la realtà dicesse altro, Money ha sempre sostenuto che la “terapia” ebbe esito positivo.

Tuttavia anche il sessuologo Milton Diamond lo smentì, scoprendo che Reimer non si era mai identificato con una donna e che dall’età di 15 anni aveva ripreso a vivere come uomo, con il nome David. A ventidue anni ha conosciuto e sposato Jane, madre di tre figli. Bruce-David Reimer stesso volle che la sua storia fosse resa pubblica affinché a nessun altro capitasse quello che era capitato a lui. Purtroppo non riuscì a superare del tutto le ferite infertigli da Money: si tolse la vita nel 2004

L’esperimento di Money fu un drammatico insuccesso, eppure egli viene riportato come il fondatore della teoria del gender, quella secondo la quale si può “riassegnare” un sesso diverso mediante la rieducazione.

Wilhelm Reich


Wilhelm Reich è stato un medico, chirurgo e psicoanalista austriaco; sostenitore della gnosi antica e tra i principali ispiratori della rivoluzione del '68. Famoso per i suoi lavori antiscientifici e da autentico ciarlatano, è principalmente ricordato per due testi dai contenuti drammatici: La psicologia di massa del fascismo (1933) e La rivoluzione sessuale (1936).

Nel primo dei due, Reich sostiene che la ragione per cui il nazismo sia stato approvato dalle masse sia da ricercarsi nella repressione degli impulsi sessuali. Secondo Reich, la repressione della sessualità naturale nel bambino tende a renderlo timoroso, timido, e obbediente; serve a inibire in generale il pensiero critico. Quindi, l’obiettivo della repressione degli impulsi sessuali è la creazione di un individuo che si sottometta all’autorità, indipendentemente dal degrado e dalla miseria in cui viene posto. In tal senso, il primo posto dove avverrebbe questa sottomissione è la famiglia, prima vera struttura autoritaria in miniatura, dopodiché si sarebbe pronti a sottomettersi in generale al sistema autoritario.

La cura, secondo Reich, è semplice: iniziare una precoce sessualizzazione dei bambini, in modo tale che non siano repressi e che non diventino fascisti.

La reazione alla pubblicazione di un testo dai simili contenuti fu unanime: Reich, iscritto al partito comunista tedesco, fu espulso immediatamente dal partito, e lo stesso testo fu censurato e bruciato nelle pubbliche piazze prima dai nazisti e poi dalla FDA (Food and Drug Administration) negli USA.

Nello stesso testo, nel quinto capitolo, viene anche affermato che la famiglia sia la prima cellula della società fascista: essendo il posto in cui si riproduce l’individuo reazionario e conservatore, è la più importante istituzione per la conservazione dello stato autoritario. Quindi, stando a quanto sostenuto da Reich, la famiglia sarebbe il nemico numero uno della libertà.

Nel secondo libro, Reich sostiene che lo stato autoritario utilizzi numerosi espedienti per reprimere la sessualità naturale dei propri cittadini, che sarebbero i seguenti:
L’ideologia del matrimonio monogamo a vita, che Reich chiama “matrimonio coercitivo”;
La repressione della sessualità infantile, che secondo Reich è la causa primaria delle perversioni in età adulta;
La mancanza di educazione sessuale e libertà sessuale per gli adolescenti;
La persecuzione di sessualità “anormali” come l’omosessualità;
L’illegalità dell’aborto;
Il matrimonio come istituzione legale, e la mancanza dell’incompatibilità tra i coniugi come motivo per il divorzio.
Lo stato farebbe ciò per un solo motivo: perpetuare la struttura capitalistica che lo mantiene al potere, e di cui la famiglia è la primaria unità sociale.

La visione che ha Reich è ovviamente anticristiana e antiumana, ma il motivo di tali convincimenti va probabilmente ricercato nella condotta privata dello stesso Reich. Egli ha infatti avuto numerose partner, e quattro di loro hanno abortito per via della sua insistenza; addirittura alcuni di questi aborti sarebbero stati eseguiti da lui stesso e una delle donne sarebbe morta proprio per mano sua.

Inoltre, durante l’infanzia e l’adolescenza avrebbe avuto numerosi problemi: nei suoi diari da adulto egli descrive la sua precocità in ambito sessuale. Avrebbe provato ad avere un rapporto sessuale con la domestica di famiglia all’età di quattro anni, guardava gli animali della fattoria dove è cresciuto durante la loro attività sessuale e avrebbe avuto altre esperienze con altri membri della servitù dall’età di 11 anni. Avrebbe poi iniziato a frequentare regolarmente i bordelli dall’età di 15 anni. La sua seconda figlia ha sempre creduto che lui sia stato vittima di abusi sessuali da bambino, e questo spiegherebbe il suo malato interesse per la sessualità infantile.

Alcune considerazioni


Abbiamo potuto constatare che razza di personaggi siano i “padri fondatori” della teoria del gender, o gender studies (o come li volete chiamare, ci siamo capiti). Di fatto, i testi su cui il Ministero aveva pensato tra 2012-2015 di formare gli insegnanti e poi successivamente dei giovani studenti, l'articolo 1 comma 16 Legge 107 (buona scuola) si basano sulle teorie (assolutamente antiscientifiche) formulate da apologeti, sostenitori della pedofilia, amici di satanisti ed epigoni di Josef Mengele in salsa progressista. E poi, dovremmo scandalizzarci per l'Unar? Il quale finanziava con le risorse del ministero dell'istruzione associazioni lgbt ove si praticano orge e altre perversioni: luoghi pericolosamente promiscui ove la pedofilia è vista bene; non a caso, qui Mario Mieli e i signori dell'orrore docent.

Detto questo, vengono spontanee alcune domande: si tratta di ignoranza o malafede? Cioè, al Ministero nessuno ha dato una controllata a cosa sarebbe stato inviato nelle scuole, alle associazioni che collaboravano con l'Unar, all'origine delle teorie gender, oppure è stato fatto tutto alla zittina nella speranza che nessuno se ne accorgesse? Tuttavia, domande dello stesso tenore potrebbero essere rivolte a numerosi responsabili di vari movimenti ecclesiali e a numerosi prelati che continuano a fare spallucce davanti a questa vera e propria offensiva antropologica che mira a decostruire la Persona, magari facendosi scudo di citazioni del Papa e di parole chiave come “dialogo”, “ponti”, “muri” (sembrano diventati tutti ingegneri strutturisti). E nonostante lo stesso pontefice abbia detto più volte che il gender è una malattia della mente umana.

Ovviamente, per capirlo non occorre essere semplicemente cattolici ma persone di ragione, animate dal buon senso comune. Inoltre, se vogliamo rincarare la dose, bisognerebbe ricordarsi che siamo nel 2015, e non più nel 1975: Internet oggi ce l’hanno tutti, e queste informazioni sono facilmente reperibili, diversamente, per esempio, rispetto a 40 anni fa. Quindi, nemmeno l’ignoranza è più una scusa ammissibile per chi ha certi tipi di responsabilità.

Cosa fare?

Le proteste silenziose e composte, come tante inziative in tutto il nostro paese confermano, vogliono ricordare che solo il rinnovamento dell'alleanza uomo-donna-bambino può ridare freschezza, forza e gioia di vivere alla nostra società occidentale. Ad esempio le Sentinelle in piedi lo ricordano. Si parla di una rete di persone libere e forti, credenti e non, le quali silenziosamente si riuniscono, per vegliare in modo pacifico e ricordare che ogni bambino ha diritto all'amore di un padre e una madre; che non è bene introdurre l'educazione al gender nelle scuole, sin dall'asilo; che è ingiusto voler perseguire per legge chi ritiene che la famiglia sia solo quella formata da un uomo e una donna uniti in matrimonio; che non è progresso promuovere il mercato dell'utero in affitto e dei figli.

https://labaionetta.blogspot.it/2017/04/obice-i-padri-del-gender-signori.html

 

05 maggio 2017

Bruce Reimer, vittima della follia gender


di Giuliano Guzzo

L’ideologia gender, come ogni ideologia, ha dei nemici giurati: i fatti. Così, l’idea secondo cui i caratteri maschili e femminili sarebbero costruzioni sociali, per giunta un po’ sessiste – uomini e donne si diventa, per dirla alla Simone de Beauvoir (1908–1986) –, regge finché la realtà non dimostra il contrario. Ebbene, si dà il caso che lo abbia già fatto. E non in un laboratorio, nel corso di una trasmissione televisiva o in un’aula di tribunale, bensì attraverso la drammatica testimonianza di vita di una persona che ha scontato sulla propria pelle gli effetti della teoria gender: David Reimer (1965 –2004). La nostra storia inizia il 22 agosto del 1965 a Winnipeg, Canada. Ron e Janet Reimer hanno due figli, due gemelli: Bruce e Brian. I due neonati presentano una fimosi piuttosto marcata, così i genitori optano per un intervento di circoncisione. La data dell’intervento, fissato per il 27 aprile 1967, segnerà per sempre la vita di Bruce. Infatti quella che doveva essere una banale operazione avrà un esito tragico: al posto del medico, quel giorno assente, operò un sostituto che, impiegando un cauterizzatore con voltaggio eccessivo, bruciò il pene del piccolo.

Un incidente, un errore, una tragica fatalità che sconvolse i coniugi Reimer, i quali si chiusero in un radicale e sofferto isolamento. La loro storia, già triste, sarebbe potuta finire così ma nessuno poteva immaginare che il peggio, purtroppo, doveva ancora venire. La svolta arrivò una domenica sera come tante altre dalla televisione, quando i Reimer furono rapiti dal carisma di un uomo elegante, sicuro di sé, che aveva tutta l’aria di persona autorevole, che sa perfettamente quel che dice. Un uomo che ad un certo punto chiamò in studio un’affascinante donna chiedendole di sedergli vicino. E poi, colpo di scena: quella che vedete accanto a me, disse il carismatico ospite della trasmissione, quattro anni prima si chiama Richard. A parlare, in effetti, non era uno qualsiasi bensì John William Money (1921–2006), chirurgo del Johns Hopkins Hospital di Baltimora, intento ad illustrare ai telespettatori i propri successi nel campo del cambio di sesso. I genitori di Bruce non si fecero scappare l’occasione per presentarsi al luminare e così, nel giro di poco, gli sottoposero il difficile caso del figlioletto mendicando aiuto e consigli.

Per Money, il quale non solo effettuava interventi di cambio di sesso, ma era intimamente convinto – al pari di molti altri sostenitori della teoria gender – della derivazione prevalentemente ambientale dell’identità sessuale, il bimbo dei Reimer era molto più di un semplice paziente: era l’esperimento perfetto, l’inattesa ed irripetibile occasione per consacrarsi come scienziato e per provare la fondatezza delle proprie convinzioni. Fu così che, pur senza tradire l’entusiasmo che verosimilmente avvertiva in cuor suo, scelse senza titubanza alcuna di seguire quel sfortunato bambino come paziente consigliando ai genitori di crescerlo come una bambina. Un indirizzo che Ron e Janet accettarono, scegliendo di crescere Bruce come se fosse nata Brenda, il nuovo nome che gli diedero. Anzi, convincendosi loro stessi che non poteva che essere il bene del loro piccolo, altrimenti costretto ad un’identità sessualmente incompiuta. Morale: il dottor Money seguì a suon di sedute, interventi e dosi ormonali la trasformazione di Bruce, mentre i Reimer traslocarono cambiando aria e facendo così in modo che nessuno potesse sapere che la loro bambina, in realtà, era nata maschio. Tutto a posto, dunque? Non esattamente. Infatti, nel corso quella che doveva essere la definitiva dimostrazione della teoria gender, qualcosa iniziò ad andare storto.

Pur cresciuta sin dai primi mesi di vita come femmina e da tutti ritenuta tale, col suo comportamento Brenda dava infatti segnali imprevisti: voleva fare la pipì in piedi, cosa che in effetti faceva soprattutto se sicura di non essere vista; manifestava atteggiamenti maschili nella scelta dei giocattoli ed arrivando persino, una volta, ad alzare le mani per difendere Brian dalle provocazioni di altri bambini. Inoltre era introversa e con un rendimento scolastico scadente. Insomma, l’esperimento che Money sognava da una vita non filava affatto liscio. La cosa spinse i Reimer a sottoporre al dottore il problema. Ma Money non solo fece sostanzialmente finta di nulla, ma arrivò anche a pianificare per Brenda un incontro con un transessuale. La cosa sconvolse la ragazzina di casa Reimer, la quale disse ai genitori che si sarebbe uccisa se solo fossero continuati gli incontri con quel dottore alle cui visite, almeno una volta l’anno, era costretta da sempre. La ribellione e la sofferenza di Brenda turbarono non poco padre e madre, che a quel punto scelsero di vuotare il sacco raccontandole chi fosse veramente. Una confessione che non stupì affatto la quattordicenne, la quale replicò con una confessione altrettanto spiazzante, dicendo d’aver sempre avuto la sensazione di non essere femmina.

«Per la prima volta ogni cosa ebbe un senso, ed io ho capito chi e cosa ero», disse più avanti. Di lì a poco Brenda si sottopose a diversi interventi, fra cui quello di ricostruzione del pene, e tornò quello che era sempre stata: un maschio, scegliendo David come nome. Successivamente, nel 1989, si sposò ed adottò tre figli. Purtroppo però la sua esistenza fu presto segnata da un nuovo dramma: il suicidio del gemello Brian, affetto da schizofrenia. Poco dopo David si separò dalla moglie, perse il lavoro e il 5 maggio 2004, all’età di trentotto anni, si tolse la vita. Incurante di tutto ciò, nei convegni internazionali a cui partecipava il dottor Money – nel frattempo dichiarato professore emerito di Psicologia Medica e Pediatria alla John Hopkins University e premiato dal National Institute of Child Health and Human Development per le sue ricerche – seguitò a presentare come riuscito l’esperimento su Brenda, nonostante la natura umana – e maschile – di Bruce gli avesse dato torto. D’altra parte, non poteva che fare così, dato che – lo dicevamo in apertura – l’ideologia gender, come ogni ideologia, ha dei nemici giurati: i fatti. E la ragione ad un nemico non la si dà mai. Neppure se si tratta della realtà.

https://giulianoguzzo.com/2017/05/05/bruce-reimer-vittima-della-follia-gender/

 

04 aprile 2017

Quel che sui bambini «libellula» non si dice


di Giuliano Guzzo

Il gender sarà pure fissazione da oscurantisti, ma non passa ormai quasi giorno che i grandi media non si prodighino – dando oggettivamente prova di solerzia degna di miglior causa – per ricordarci che l’identità sessuale è socialmente costruita, indipendente dal sesso biologico, in divenire. Dopo che il 1 aprile (ma purtroppo non era un pesce) il corriere.it segnalava, non si sa bene poggiandosi a quali evidenze, che il cervello «non ha sesso», ieri è stato il turno de La Stampa, che ha dato spazio al caso dei bambini «libellula» prigionieri di un corpo estraneo, cioè quelli che pur nascendo maschi o femmine tali non si riconoscono.

Un argomento assai delicato, come ciascuno ben comprende, che però il celebre quotidiano torinese ha affrontato, chissà come mai, con la grazia di un ippopotamo in una cristalleria, mescolando cioè dati veri a informazioni poco precise. Infatti, se da un lato si è correttamente evidenziato come i bambini «libellula» o gender fluid siano lo 0,3 o al massimo l’1% del totale, dall’altro si è tirata maldestramente in ballo la storia di Camilla, la «mamma che ha aperto un blog per raccontare la vita del suo bambino a cui non piacciono super eroi e macchine ma bambole e il colore rosa».

Ora, con tutto il rispetto per la signora, è bene chiarire un aspetto – cosa che La Stampa si guarda bene dal fare –, e cioè che se a un maschio i super eroi piacciono meno delle bambole non significa automaticamente che trattasi di bambino «libellula». Proprio per niente. La disforia di genere, infatti, è qualcosa di assai diverso e complesso dal semplice non gradimento dei giocattoli o dei colori sessualmente tipizzati. Inoltre c’è un dato significativo che il quotidiano torinese dà a metà quando, riportando le parole di una psicologa, scrive che «nei bambini (under 12) che mostrano comportamenti cross-gender solo il 15 per cento li mostrerà ancora in età adolescenziale»

Il dato parzialmente omesso è che la percentuale di giovani che durante la pubertà supera il proprio disagio sull’identità di genere risulta ancora superiore a quella poc’anzi ricordata e, soprattutto, vede il 98% dei ragazzini e l’88% delle ragazzine riconoscersi nel loro sesso biologico (cfr. American Psychiatric Association: Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, 2013, p. 455). Significa che, in una scuola mista, mediamente solo il 7% dell’1% dei soggetti potrebbe essere durevolmente interessato da disturbi dell’identità di genere. Ma a La Stampa tutto ciò pare importi poco, perché se «il tema “gender” trova in assoluto molti ostacoli», quando viene proposto nelle scuole, la responsabilità è delle «associazioni cattoliche» che «fanno le barricate».

Chiaro, no? Per il quotidiano torinese, in nome del progresso, si dovrebbe parlare spensieratamente nelle scuole di una questione delicatissima – non per nulla inserita nel Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali – e che interessa nel tempo (al massimo) 7 giovanissimi su 10.000, magari, perché no, contribuendo a seminare interrogativi nelle fanciulle che semplicemente alla bambola preferiscono il pallone da calcio e nei maschietti che non disdegnano il colore rosa, che son ben più – c’è da scommettere – di 7 su 10.000. E per chi osa trovare tutto questo vagamente assurdo (anche se questo su La Stampa non lo scrivono, ma forse lo pensano) giù accuse di bigottismo, oscurantismo, omofobia, intolleranza. Viva l’originalità, insomma.

https://giulianoguzzo.com/2017/04/04/quel-che-sui-bambini-libellula-non-si-dice-o-non-si-spiega-bene/

 

03 aprile 2017

Per il «Corriere» il cervello è unisex. Ma è una bufala


di Giuliano Guzzo

«Certamente donne e uomini sono tra loro diversi – e va benissimo – ma per la diversa storia di cui sono portatori sin da bambini e quindi per il diverso percorso della loro formazione. Il cervello – fortunatamente – non fa la differenza». Si conclude così, senza lasciare il minimo spazio a dubbi, un articolo apparso sul blog del Corriere della sera secondo cui un importante studio scientifico sulle differenze tra il cervello maschile e il femminile (quello realizzato dal gruppo di ricerca di Madhura Ingalhalikar dell’Università della Pennsylvania) sarebbe sostanzialmente sopravvalutato rispetto alle sue reali conclusioni.

Ora, anche se non sono uno specialista di neuroscienze ho avuto modo di approfondire l’argomento e – a prescindere dallo studio in questione, comunque pregevole – trovo poco corretto lasciar intendere, come fa il succitato articolo e soprattutto il suo titolo, che il cervello non abbia sesso. Per una ragione semplice: perché non è vero. Tra uomo e donna, infatti, il cervello mediamente differisce per volume, peso, struttura, composizione, funzionamento, come illustro in un apposito capitolo di "Cavalieri e principesse", il mio nuovo libro da giovedì in libreria. Poi è chiaro: le conclusioni di ogni ricerca vanno prese con cautela.

Tuttavia, ripeto, la tesi secondo cui il cervello è asessuato risulta insostenibile e smentita quotidianamente. Per esempio, una recentissima ricerca, uscita ironia della sorte poche ore dopo l’articolo del Corriere – e pubblicata sul prestigioso Journal of Neuroscience – pare aver scoperto il motivo per cui, in genere, i pazienti di sesso femminile esigono dosi più elevate di morfina per beneficiare dello stesso sollievo di quelli di sesso maschile; un motivo legato, secondo lo studio – a cura di Anne Murphy della Georgia State University -, alla diversa attività, nel cervello femminile, di alcune cellule nelle regioni di elaborazione del dolore.

Si tratta di una ricerca che non presenta implicazioni sociali, ovvio, ma che confluisce in un ramo della letteratura già molto robusto. E che al Corriere fingono di ignorare, rilanciando pure la tesi – questa sì tutta da dimostrare – secondo cui se uomini e donne sono differenti è solo «per la diversa storia di cui sono portatori sin da bambini e quindi per il diverso percorso della loro formazione».  In pratica, maschile e femminile sarebbero solamente un prodotto culturale, dovuto al «percorso di formazione» che tocca ad ciascuno, venuto al mondo, se ne deduce, con cervello unisex e privo di identità sessuale. Che dire, sempre bello constatare come l’ideologia del gender non esista…

https://giulianoguzzo.com/2017/03/27/cavalieri-e-principesse/