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04 maggio 2017

Resurrezione, di Fabrice Hadjaji


di Marco Parnaso

Dopo averci deliziato con la fede dei demoni il famoso autore Fabrice Hadjadj, che condensa in sé molte caratteristiche che ne fanno un unicum (è allo stesso tempo, ebreo di origine, arabo per cultura, ateo per formazione), passa ad analizzare la fede dei credenti nella sua ultima fatica, "Resurrezione ‘istruzioni per l’uso’" (il sottotitolo fa da contraltare ai manuali di morte che vengono seminati dalle legislazioni moderne, nascoste sotto un freddo linguaggio burocratico, in quanto istruzioni di vita) con il suo solito particolare stile letterario che si rivela fruttuoso per i tempi moderni. Infatti il filo conduttore dei suoi scritti riguarda come parlare di Dio nel mondo moderno in quanto le formule catechetiche classiche, oltre a non essere più comprese, non esauriscono il mistero che si vuole disvelare e di cui un parte rimane sempre velata.

Il libro affronta i racconti di Resurrezione i cui fatti o protagonisti vengono ri-attualizzati per rispondere alle domande che ci pone la post modernità.
Hadjadj ha la capacità di soffermarsi su particolari che passano davanti a chi legge il testo e di imbastire analisi e collegamenti di non facile immediatezza, ma che alla fine del discorso svelano un aspetto del mistero che la Parola vuole comunicare.
Il suo stile è vivace e tiene il lettore incollato come se si seguisse una indagine da detective e bisogna trovare gli indizi che i testimoni hanno disseminato.

A chi verrebbe in mente di associare le tre funzioni della moneta con le tre virtù teologali? A chi di considerare come più esecrabile la somma di denaro che il Sinedrio dà ai soldati romani, di cui non si parla mai? Nel caso di Giuda infatti si tradisce un mortale, mentre nel caso dei soldati “il denaro manifesta un maggior potere di fascinazione quando offre di tradire un resuscitato”: alla fine si tratta sempre di credere ironizza Hadjadj: non si tratta tanto di non credere nella Resurrezione, quanto di far credere al furto del cadavere!

D’altronde oggi non esistono donne mirofore, in quanto le comodità moderne ci hanno privato di questa preparazione e i nostri cari defunti vengono affidati agli specialisti del ‘thanatos’ che in cambio di denaro li manipolano senza amore. D’altronde una faccenda come la Resurrezione diventa seccante non solo per le imprese di pompe funebri, ma anche per vedove rimaritate o per gli eredi che attendono la spartizione dei beni.
E a proposito di eredità, si parla di nuovo testamento il cui testatore però è vivo!
Con un testamento il messaggio è pieno nella misura il cui l’autore è morto. Tutta la letteratura ha natura testamentaria perché si origina a partire dall’assenza dell’autore: solo quando l’autore non c’è più infatti entra a fare parte della letteratura!
Per questo il testamento di Gesù insiste sul suo messaggio perché in esso si trova Messaggero, in quanto la Risurrezione da sola non basta.

Il criterio di lettura per evitare brutte sorprese e di costruirsi idoli non è quello di leggere, ma di farsi leggere dal testo.
Parlando del sepolcro ‘quasi vuoto’ (infatti è stato lasciato il sudario) l’autore riprende un tema caro al mondo moderno e lo capolvolge: oggi è in voga la tesi che Dio si sia ritirato dal mondo per fare spazio all’uomo, con la conseguenza che affinchè l’uomo si sviluppi, il creatore deve finire per essere annientato; ma il limite di questa tesi è quella di metter il creatore sullo stesso piano della creatura.
Invece quando Dio fa posto, lo crea il posto. Il tutto diventa più chiaro con l’analogia delle viscere materne: nella gravidanza la madre fa posto nel suo corpo nutrendo il figlio, ma non si ritira: se il feto non vede la madre, e se può credere che non ci sia una madre, è perché tutto parla di lei, tutto è segno della sua presenza.

Il proseguo diventa una indagine da moderna serie TV in cui Maria Maddalena viene assunta come detective (ma non alla maniera di Edipo che conduce l’indagine per arrivare a scoprire che il criminale è lo stesso detective, ossia lui!), che ha il pregio di trascurare tutti gli indizi più flagranti: non solo non interroga, ma è lei a farsi interrogare ("Donna, perché piangi?") ma scambia il giardiniere (in realtà il custode del giardino, ossia del paradiso) per il sospettato numero 1: tuttavia accade nella vita una ‘vocazione’ per nome in cui la somma di tutti i propri errori le fa trovare la soluzione giusta e riconoscere … il colpevole … che invero è innocente!

Poi come un novello Tertulliano Hadjadj ama lanciarsi in nuovi paradossi: infatti mentre il frutto proibito poteva essere toccato, ma non mangiato, Gesù che è il pane vivo non deve essere toccato, ma invece mangiato per significare il capovolgimento dell’economia neo-testamentaria. Anzi il suo ‘noli me tangere’ diventa proprio la raccomandazione di essere preso in bocca come un bacio appassionato in cui i due amanti non si sfiorano e non di farsi consegnare nelle mani.

Un altro filo conduttore del libro è cercare di fare comprendere il problema dell’incarnazione ponendo tra le altre la domanda “Dove è il corpo del Risorto”? il cui cristiano dovrebbe intuire la risposta; in secondo luogo invece si cerca di comprendere i gesti compiuti dal Risorto.
Gesù risorto chiede da mangiare imbastendo una vera e propria teologia della tavola: “Il Risorto non si volatilizza, ma diventa qualcosa di solido, il pane quotidiano. Dopo essersi fatto carne, si fa cibo per rifare la nostra carne”.

Poi il protagonista soggetto e oggetto dell’indagine saluta con un semplice pace a voi, una espressione di uso quotidiano che equivale al nostro ‘Buongiorno!’ (che il saluto domenicale del vescovo di Roma non sia un ritorno alle origini mediante la ri-attualizzazione in chiave moderna delle parole del vangelo?)
Infine si torna a pescare dove tutto era cominciato, ma la realtà non è più come prima: lo straordinario irrompe nel quotidiano ed è questo uno dei cavalli di battaglia del filosofo Hadjadj: quella straordinarietà di una vita ordinaria che solo quando ci è privata se ne scopre il tesoro: un risvegliato da coma gioisce perché può mangiare, camminare e fare cose normali, perché ne è stato privato temporaneamente: il paradiso può attendere perché si può cominciare a viverlo nel tempo concesso.
Dalla mistica della carne alla mistica dell’ordinario ove sono ricomprese anche le faccende domestiche.

Entusiasmanti sono poi i ritratti degli apostoli: il loghia di Tommaso viene ritradotto dallo scrittore in “non credo se non ciò in cui metto il dito o meglio credo solo ciò che nella cui ferita posso frugare”. L’apostolo, assente all’inizio, sente che la gloria per essere vera non può consistere in un semplice miracolo ove le piaghe scompaiono. Nella gloria occorre che le piaghe restino aperte in modo che quei fori ci ricordino sempre le nostre colpe. 

Quindi non più un semplice rimanere nella gioia - tipica di chi ha incontrato il Risorto - ma che le piaghe rimangano e io ne muoia di vergogna!

Commovente invece il capitolo dedicato a Pietro e non solo a motivo del triplice rinnegamento. Dopo un leggero excursus del curriculum di Pietro, che fa sempre il contrario di quanto detto da Gesù pensando di fare la sua Parola, il principe degli Apostoli scopre finalmente il motivo della sua elezione: la gioia di sentirsi indegno. La scoperta di questa umiltà (non sono io a dare la vita per Dio, ma è Dio a donare la sua vita per lui) avviene con un capovolgimento. Non è che Pietro poi ubbidisce: egli continua a disubbidire ma avendo a cura i fratelli. Infatti quando Gesù dopo la triplice confessione gli ordina ‘seguimi’ lui si volta indietro perché chiede dell’altro discepolo. Finalmente capisce di non essere stato scelto perché è il più bravo, ma si preoccupa ormai dei suoi fratelli e ciò lo rende degno di essere il suo vicario in terra.

L’arco delle apparizioni si chiude con le tre degli atti degli apostoli, che non solo mancano di quella quotidianità e familiarità tipica di prima della Pentecoste, ma mettono in correlazione i tre soggetti beneficiari delle apparizioni: il cui fine è l’incontro, impossibile sul piano orizzontale, tra il persecutore Saulo e il perseguitato Stefano, mediato da Anania.

Molti altri spunti si trovano per l’uomo moderno nel manualetto ed ognuno può riconoscersi in tante situazioni rappresentate; ma il fine con cui si è cimentato con i testi di Risurrezione non è stato per parlare delle cose del cielo, ma delle cose della terra, in quanto il cristiano è un uomo che deve avere i propri piedi, ossia le proprie radici piantate in cielo.
La frase della quarta di copertina racchiude la cifra di questo sforzo: “L’ultima lezione del Verbo Incarnato è stata di rifare gesti semplici e con ciò insegnare ai discepoli a non vedere più lui, ma a vedere ogni cosa in Lui”.

 

20 aprile 2017

Il senso della vita e la deriva eutanasica attuale


di Roberto De Albentiis

Non sono bastate le polemiche sul suicidio assistito di Dj Fabo, aiutato dai soliti necrofori radicali, o su quelle del sedicenne ligure sorpreso con della droga in casa, ma oggi ancora si dà notizia di un altro suicidio di un malato di SLA, Davide, aiutato anche stavolta dai radicali ; a tutto ciò aggiungiamo il titolo di “Repubblica” sui malati cronici come un “peso per lo Stato” e, di contro, il silenzio su una notizia: un bambino inglese malato, Charlie, ucciso per sentenza contro il volere dei genitori, sulla falsariga di quello che sarebbe successo ad un’altra bambina francese.

Credete che tutto ciò sia casuale? Credete che sia un caso l’enfasi posta su queste notizie, proprio mentre si discute in parlamento delle famose DAT, e tra l’altro mente lo stesso governo decide di tagliare i fondi agli studenti disabili e alle loro famiglie? (ma per la MinistrA Fedeli il problema è se la chiamano al femminile, non che i piccoli disabili e le loro famiglie rimangano senza aiuti) Credete che dietro l’eutanasia ci siano concetti come “libertà” o perfino “amore”? No, ci sono solo soldi: i malati costano, meglio sopprimerli, anzi, meglio spingerli a chiedere loro stessi la soppressione. E c’è soprattutto dietro una cultura mortifera, una cultura, come quella radicale, che affonda le sue radici nel liberalismo e nel libertarismo, che lotta per l’affermazione di contraccezione, aborto, divorzio e convivenze, droga libera, eutanasia, ovvero la contrarietà esatta della vita. Una cultura che ha appoggi, anche internazionali, potentissimi, e che pur con percentuali infinitesimali condiziona e domina, attraverso il sapiente uso dei media, l’opinione pubblica.

Per i radicali, per il “partito radicale di massa” di cui parlava Augusto Del Noce, per “Repubblica” e Saviano, i malati sono un “peso”; e poi, si passerà ai bambini malati, poi tout court agli anziani, e poi? Perché una volta inclinato il piano, poi non ci si può fermare, perché dopo ogni richiesta perversa ne arriva una ancora più malvagia e perversa. Per tutta questa gente, quindi, i milioni di malati cronici (i “pesi per le casse dello Stato”) e i milioni di anziani sono “indegni di vivere”? Nella Germania nazista venivano usate queste stesse argomentazioni per terminare i disabili e i malati, eppure se a questa gente glielo ricordiamo misteriosamente si offendono e si indignano: sono diversi e superiori ai nazisti cattivi, loro!

Questa cultura della morte, del disvalore e dello scarto della vita, che rende la vita degna solamente se si è belli e ricchi, se si produce e si ha una grande dotazione di soldi, dell’hic et nunc, rovina tutti, tanto i malati e gli anziani, che si sentono indesiderati e inutili, quanto i giovani, che aderiscono sempre più a questo falso mito. Ma che società di produrrebbe così? Una società di individualisti ed egoisti, che ritiene giusto abbandonare e far morire i genitori e i nonni per i propri figli (se ne avrà, cosa che, con contraccezione, aborto e disvalore del matrimonio, non è scontata. Ma poi questi figli non seguiranno l’esempio dei padri?), una società che non scommette più sul futuro, che si gode un immenso presente, un presente, però, che ha bisogno di soldi, tanti soldi, e che non esita a uccidere per averli.

Ma che senso ha, del resto, la vita, e anche la malattia, se tutto finisce nella tomba, se la vita va goduta immediatamente, se l’unica ragione di vita diviene lo spinello e l’unico dovere civile il morire? Bene, questo è il tempo della Passione e della Resurrezione: solo Dio, solo Cristo danno senso alla vita. Può non piacere, può essere indelicato per le orecchie “inclusive” e “mentalmente aperte”, ma è così: e non si tratta dell’insegnamento di un Dio astratto e lontano, massonico e deista, ma di un Dio che si è incarnato, che ha conosciuto la sofferenza e la morte, e che solo Lui sa dare senso alla vita. Tolto Dio dalle nostre vite, tanto pubbliche quanto private, che cosa abbiamo ottenuto, negli ultimi secoli e negli ultimi decenni e anni con una velocità spaventosa, se non infelicità, orrore, solitudine? E allora, se non si crede più in niente e nessuno, ha senso la cupio dissolvi, l’idolatria della morte, in cui è precipitato l’Occidente.

Solo Cristo, morto e risorto, dà senso alla malattia, alla sofferenza, all’anzianità, alla morte; e solo con Lui hanno senso gli auguri pasquali, gli auguri di una vita che non finirà mai, e di una sofferenza e di una morte che non hanno l’ultima parola, e men che meno sono diritti cui aspirare o doveri da imporre! E allora, augurando buona Pasqua e spronando a combattere sempre più contro la cultura liberale della morte, voglio citare, a proposito della vita e dell’amore, l’amore cristiano vero, due grandi personalità ecclesiali francesi del secolo scorso, Monsignor Marcel Lefebvre e Santa Teresa di Lisieux.

“Quando predicherete sull’Eucarestia state attenti a non considerarla unicamente sotto l’aspetto della refezione spirituale, del cibo spirituale: è vero, non è inesatto, ma è incompleto, non è sufficiente, manca qualcosa: bisogna assolutamente aggiungervi l’aspetto dell’oblazione, come vittima, che fa di noi delle vittime unite alla Vittima, che è Nostro Signore Gesù Cristo Stesso: è tutto lo spirito del cristianesimo, è ciò che realizza la civilizzazione cristiana! Quante persone soffrono! Qual è il cristiano che non ha delle prove? Ebbene, il cristiano che soffre ed offre le sue prove in unione con Nostro Signore Gesù Cristo, mediante la pazienza e l’oblio di sè, considera queste prove come una partecipazione alla Croce di Nostro Signore Gesù Cristo, alla Sua Passione. In modo, direi naturale, i fedeli ci pensano, perchè se capiscono bene il Santo Sacrificio acquisiscono questo spirito di vittima, di sacrificio, di martirio, per la gloria di Dio e la salvezza delle loro anime.” (predica ai seminaristi tratta da “Econe, porte aperte”)

“Essere tua sposa, o Gesù, essere carmelitana, essere per mezzo della mia unione con te la madre delle anime, questo dovrebbe bastarmi… non è così… Certo questi tre privilegi sono proprio la mia vocazione, Carmelitana, Sposa e Madre, tuttavia sento in me altre vocazioni, mi sento la vocazione di GUERRIERO, di SACERDOTE, di APOSTOLO, di DOTTORE, di MARTIRE; infine sento il bisogno, il desiderio di compiere per te, Gesù, tutte le opere più eroiche… Sento nella mia anima il coraggio di un Crociato, di uno Zuavo Pontificio, vorrei morire su un campo di battaglia per la difesa della Chiesa..
(…)
Considerando il corpo mistico della Chiesa, non mi ero riconosciuta in nessuna delle membra descritte da S. Paolo, o piuttosto volevo riconoscermi in tutte… La Carità mi diede la chiave della mia vocazione. Compresi che la Chiesa aveva un corpo, composto da diverse membra, il più necessario, il più nobile di tutte non le mancava, compresi che la Chiesa aveva un Cuore, e che questo Cuore era ARDENTE d’AMORE. Compresi che l’Amore soltanto faceva agire le membra della Chiesa, che se l’Amore venisse a spegnersi, gli Apostoli non annuncerebbero più il Vangelo, i Martiri rifiuterebbero di versare il loro sangue… Compresi che l’AMORE RACCHIUDEVA TUTTE LE VOCAZIONI, CHE L’AMORE ERA TUTTO, CHE ESSO ABBRACCIAVA TUTTI I TEMPI E TUTTI I LUOGHI… IN UNA PAROLA CHE ESSO È ETERNO!:..
Allora nell’eccesso della mia gioia delirante, ho esclamato: O Gesù, Amore mio… la mia Vocazione, finalmente l’ho trovata, LA MIA VOCAZIONE È L’AMORE!…
Sì ho trovato il mio posto nella Chiesa e questo posto, o mio Dio, sei tu che me l’hai dato… nel Cuore della Chiesa, mia Madre, sarò l’Amore… così sarò tutto… così il mio sogno sarà realizzato!!!..” (tratto da “Storia di un’anima”)

Buona Pasqua di vita e resurrezione, e non lasciatevi mai fregare dai mercanti e predicatori di morte, perché la morte viene solo dal diavolo, e non ha l’ultima parola!

“Cristo è risorto dai morti, e con la Sua morte ha calpestato la morte e ha ridato la vita a coloro che giacevano nei sepolcri” (tropario pasquale della liturgia bizantina)

http://www.motoretrogrado.it/2017/04/18/il-senso-della-vita-e-la-deriva-eutanasica-attuale/

 

30 aprile 2015

L'amore più grande


di Alessio Calò

"Il tuo volto, Signore io cerco, non nascondermi il tuo volto". Chissà se il salmista si poteva immaginare una raffigurazione così scioccante come quella che ci offre la Sindone, sta di fatto che noi oggi, con tutti quelli che nei secoli hanno potuto assitere alle varie ostensioni, quel Santo Volto abbiamo la Grazia di intravvederLo, fissato su quel velo che come la morte lo copriva, ma che non lo trattiene perché la Vita Nuova non la si può fermare, non ha vincoli spazio-temporali. La visione di quel Santo Volto io l'ho potuta ricevere, e l'unica cosa che posso suggerire è di accorrere ad adorare quella Sacra reliquia, la cui lettura ha bisogno di fede, ovvero preghiera e abbandono.
Abbiamo un mare di prove scientifiche che ci attestano l'autenticità della Sindone (nei giorni scorsi abbiamo offerto anche noi un articolo al riguardo), quindi offro solamente qualche riflessione personale.

Per prima cosa, la Sindone è l'unica testimonianza diretta della Resurrezione, evento che nessuno nella storia ha mai visto ma che è sempre stato creduto per la fede riposta nella testimonianza dei discepoli, che si sono spinti fino ai confini del mondo e fino all'estremo sacrifico per diffondere il lieto annuncio. Chissà che questo testimone diretto possa aprire gli occhi a tutti coloro che si affidano alla scienza solo quando fa loro comodo.

Se è naturale per un cattolico credere nella Resurrezione, che si fonda sull'Onnipotenza divina, è già più interessante capire la fisicità della Passione di Nostro Signore Gesù Cristo, che dimostra davvero l'Amore più grande, nonché l'infinita libertà del Figlio che obbedisce alla volontà del Padre, in dialogo nello Spirito. Il Corpo che per quaranta ore è stato avvolto da quel Sacro Lino è un corpo devastato, sul quale i soldati romani hanno infierito senza pietà, che ha subito i colpi dei nostri peccati. Corpo immacolato che ha sofferto l'impossibile, in espiazione delle nostre mancanze, pagando (assieme al Padre) un caro prezzo per la nostra liberazione: Egli ci ama(va) così tanto da non poter perderci, nonostante la nostra piccolezza, fino ad assumere la nostra situazione di peccatori e soffrire al modo umano. Corpo che poi è stato maledetto, appeso sulla Croce, come scrive San Paolo riprendendo la tradizione veterotestamentaria. Corpo che è stato amorevolmente raccolto e bendato secondo le usanze del tempo, e seppellito vicino al luogo del cranio. Seppellito assieme al peccato dell'umanità.

Corpo che poi risorge, e non perde i segni di quell'olocausto, l'unico vero Olocausto gradito a Dio, che si ripete in maniera incruenta ogni giorno, in ogni luogo della terra, in ogni Santa Messa. Corpo glorioso che non è più soggetto alle leggi della biologia e della fisica, Logos per mezzo e in vista del Quale tutto è stato creato. Corpo glorioso che non perde i segni del dolore, ma li trasfigura: rimangono il segno eterno ed indelebile dell'Amore più grande, l'Amore che ha vinto il mondo, l'Amore che non avrà mai fine.

E mentre noi meditiamo di queste cose, sembra quasi che la Sindone ci voglia dire "Pace a Voi! Perché sorgono dubbi nel vostro cuore?"

 

20 aprile 2015

Il mistero della Sindone


di Giuliano Guzzo
SindoneUn regalo per chi ha potuto ammirarla, un mistero per chi la conosce poco: per tutti, in ogni caso, la Sindone rappresenta una reliquia emozionante. Sì, perché comunque la si pensi è impossibile fissare quel sudario o le sue immagini senza sentirsi attraversare al tempo stesso da un brivido e da un dubbio; il brivido di chi scorge l’immagine di uomo crocifisso, passato quindi per chissà quali sofferenze, e il dubbio che quell’uomo, in fondo, possa essere proprio Lui, Gesù di Nazareth. Ma andiamo con ordine e – prima di iniziare una piccola indagine su questa incredibile reliquia – specifichiamo subito un fatto: nessuno, ad oggi, sa dire come si sia formata l’immagine della Sindone.

In passato si sono formulate molte ipotesi senza che nessuna, però, abbia portato alle conclusioni sperate. Si è cioè partiti dalla teoria, ma una volta davanti alla Sindone si è riscontrata l’impossibilità di una spiegazione concreta. C’è anche chi, in questi anni, ha provato a realizzarne una copia, come il dottor Luigi Garlaschelli, chimico e docente di chimica organica all’Università di Pavia, il quale – pur non avendo mai studiato direttamente il celebre sudario – si è reso autore di un manufatto che però ha sollevato molte perplessità, a partire dalla mancata verifica del suo lavoro: sarebbe stato interessante farlo esaminare da altri per vedere, per esempio, se anche l’immagine da lui ricavata, al pari di quella della Sindone, resista a 25 solventi da laboratorio. Al momento, però, pare non siano ammessi controlli “esterni”. Peccato.
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Tornando al Sacro Lino, se da un lato non sappiamo come sia stata realizzata, dall’altro possiamo serenamente affermare che è assai inverosimile che sia – come alcuni seguitano a ritenere – un falso medievale. Prima di vedere perché, ricordiamo che è provato come abbia ospitato un cadavere insanguinato. Lo provano le numerosissime ferite, il test positivo dell’emocromo, della bilirubina [1], della cianoemoglobina, dell’albumina, la dimostrazione dell’esistenza di proteine [2] nonché la verifica della fibrinolisi interrotta dopo 36-40 ore [3]. Del sangue rinvenuto abbiamo anche l’identificazione: gruppo AB [4]. Chiunque fosse, l’uomo della Sindone venne quindi torturato. Ragion per cui chi è per la datazione medievale del sudario non può che supporre che il suo autore si sia procurato il cadavere di un uomo crocifisso, impresa tutt’altro che scontata nel Medioevo, oppure che lo abbia crocifisso con le proprie mani. Inoltre il misterioso uomo medievale – secondo questa teoria – avrebbe dovuto, anticipando l’invenzione del microscopio, aggiungere sul telo svariate decine di elementi invisibili a occhio nudo: pollini, terriccio, siero, aromi per la sepoltura, aragonite e altro ancora; avrebbe dovuto conoscere la fotografia, inventata la XIX secolo – perché la Sindone è un’immagine in negativo; avrebbe dovuto pure saper distinguere tra circolazione venosa e arteriosa, studiata per la prima volta nel 1593, nonché essere in grado di macchiare il lenzuolo in alcuni punti con sangue uscito durante la vita e in altri con sangue post-mortale. Insomma, il falsario della Sindone avrebbe dovuto essere un gigante della scienza, un genio assoluto; un genio del quale, stranamente, non si ha la benché minima traccia storica. Una teoria, converrete, piuttosto curiosa. Del resto la stessa datazione medievale – la datazione al Carbonio 14 eseguita nel 1988 per la quale il sudario risalirebbe al periodo fra il 1290 e il 1360 – presenta non poche lacune. Al di là di numerose anomalie procedurali che non stiamo qui a ricordare, i “dati grezzi” degli esami, per esempio, vale a dire le cifre di base che sono servite a stilare il rapporto, a dispetto di numerose richieste non sono mai stati resi pubblici. Senza dimenticare quanto affermato dal chimico Raymond N. Rogers, uno dei maggiori esperti a livello internazionale in analisi termica, che ha individuato nella zona in cui è stato prelevato il campione per quella datazione delle inserzioni di rammendo invisibile con filo di cotone, probabilmente questo sì di origine medioevale, arrivando ad dire: «La data emersa dall’esame al radiocarbonio non è da considerarsi valida per determinare la vera età della Sindone».

Ma cosa sappiamo, allora, di questo lino di 4,4 x 1,13 metri? Anzitutto che è un prodotto filato a mano e che mostra le caratteristiche di tessuti antichissimi risalenti I secolo d.C, come la torcitura «Z», tipica dell’area siro-palestinese dell’epoca di Cristo [5]. Grazie alle ricerche di Max Frei Sulzer [6], esperto in microtracce e criminologo di fama internazionale, sappiamo poi che il sudario contiene granuli di polline – come il Zygophyllum dumosum  assenti in Europa e abbondanti nei sedimenti del Lago di Genezareth e del Mar Morto. Dunque certamente la Sindone è stata sui luoghi dove visse Gesù. Sappiamo che il sudario – ne accennavamo poc’anzi – ha certamente avvolto il cadavere di un uomo le cui caratteristiche presentano impressionanti analogie con quella che è la cronaca evangelica della crocifissione e della sepoltura.
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Infatti, oltre a presentare le ferite su mani e piedi tipiche dei condannati alla crocifissione (come Gesù), l’uomo della Sindone deve aver subito – stando a quel che “racconta” il sudario – oltre cento colpi di flagello (come Gesù), presentava una ferita al costato (come Gesù: Gv. 19, 34), a giudicare dalle ferite al capo indossava una corona di spine (come Gesù), rimase disidratato (come Gesù: Mt. 27,48; Mc 15,36), e come appurarono gli scienziati americani dello STURP nel 1978 non rimase più di quaranta ore avvolto in quel sudario (come Gesù). E qui inizia un nuovo mistero: come uscì il cadavere dalla Sindone? Come venne estratto? Non vi sono segni di trascinamento, come se fosse scomparso, imploso, dissolto. Un mistero, questo, che rimarrebbe tale anche nell’ipotesi – piuttosto incerta, abbiamo visto – di una effettiva datazione medievale della reliquia.
Mistero che non può – sommato alle numerose analogie che abbiamo ricordato fra Sindone e cronaca evangelica – che portare anche lo scettico ad ammettere che «quando gli indizi si moltiplicano, concordano fra loro e confluiscono verso una conclusione, si fa strada una ragionevole certezza» [7]. Anche perché, allo stato, l’ipotesi che pare più accettabile per spiegare la formazione dell’immagine della Sindone è quella, impensabile nell’antichità, della radiazione ultravioletta (UV), la sola – ha spiegato il prof. Di Lazzaro dirigente presso il Centro Ricerche Enea di Frascati – in grado di colorare un tessuto di lino in modo similsindonico. Fermo restando, comunque, che un’immagine come quella della Sindone, specificano gli studiosi dell’Enea, rimane «ad oggi impossibile» da «ottenere in laboratorio» [8].
Per concludere, sappiamo che la Chiesa non si è mai pronunciata sull’autenticità della Sindone – anche se Papa Ratti (1857-1938), ad esempio, si disse persuaso «dell’autenticità» [9] –  e quindi a nessuno, nemmeno fra i cattolici, è chiesto di venerarla. Tuttavia ciò nulla toglie, soprattutto alla luce delle cose sopra ricordate e che fra l’altro rappresentano solo una parte delle curiosità della Sindone, al fascino di questa reliquia misteriosa. Misteriosa perché non sappiamo precisamente da dove venga. Perché non sappiamo chi, se non Gesù, possa aver avvolto. Misteriosa perché, per le caratteristiche che presenta, non dovrebbe neppure esistere. Lo studioso J.Jackson ha detto: «Sulla base dei processi fisico-chimici fino a oggi conosciuti, avremmo motivo di dire che l’immagine sindonica non può esistere, ma essa è reale» [10]. Come reale, e concreto, è il nostro stupore per quel volto sofferente. Che non parla, eppure ci dice tutto.
Sindone
Note:[1] Cfr.Adler A. Aspetti fisico chimici delle immagini sindoniche in Sindone, cento anni di ricerca, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Libreria dello Stato, Roma 1998, pp. 165-184; [2] Cfr. Esame di Heller ed Adler, 1978; [3] Cfr. Esame di Brillante – Baima Bollone, 1982; [4] Cfr. Baima Bollone, Indagini identificative su fili della Sindone – Giornale dell’Accademia di Medicina di Torino, n. 1-12, 1982, pp. 228 – 239; [5] Cfr. Marinelli E. La Sindone. Il mistero di un’immagine, I Quaderni del Timone, Edizioni Art 2007, p. 15; [6] Cfr. Frei M. in La Sindone, Scienza e Fede. Atti del II Convegno Nazionale di Sindonologia, Bologna 1981, Clueb, pp. 277-281; [7] Moroni M. – Barbesino F. Apologia di un falsario, Maurizio Minchella, Milano 1997, p. 5; [8] Di Lazzaro P. – Murra D. – Santoni A. – Nichelatti E. – Baldacchini G. Riassunto dei risultati ottenuti presso il Centro ENEA di Frascati negli anni 2005 – 2010, RT/2011/14/ENEA; [9] Ratti A. cit in Fossati M. Pio XI e la Santa Sindone cit. in. Cappi M. Tutto sulla Sindone, Edizioni Messaggero Padova 1997, p. 319; [10] Jackson J. in «Famiglia Cristiana», 6/11/1983, n. 44.
http://giulianoguzzo.com/2014/04/19/il-mistero-della-sindone-2/
 

05 aprile 2015

Un'alba senza fine


a cura di Marco Massignan

Offriamo ai lettori del nostro sito tre brevi letture-meditazioni per la Santa Pasqua 2015. La prima è tratta da un libro dello scrittore Nino Badano (E abitò tra noi, Volpe editore, 1980). Il secondo contributo è tratto da due omelie del Card. Giuseppe Siri per la Pasqua del 1972 e del 1973 (ora in Omelie per l'anno liturgico, Fede & Cultura 2008). L'ultimo scritto è di don Ennio Innocenti (ora in Fede Grazia Legge. Nona raccolta dei testi radiotrasmessi nella rubrica “Ascolta, si fa sera” - Rai/Gr1, Sacra Fraternitas Aurigarum in Urbe, Roma 1997).

Mattino di Pasqua. E' a quell'ora che è finita la notte della morte; da quell'ora ogni alba ricorda l'alba di un giorno che non finirà. Dall'annuncio degli Angeli: surrexit non est hic - che ha cambiato la storia del mondo e quella di ogni uomo, la vita non è più ciò che era prima: un dono più o meno lungo e propizio di anni, concluso da un abisso e da un mistero; è un passaggio che un giorno sembrerà insignificante, verso un'altra vita. Da quell'alba di Pasqua, per chi sa volere, vivere è attesa e dolcezza: Introduxit vos Dominus in terram fluentem lac et mel. Se vogliamo, dipende da noi, la Pasqua non è un momento, ma una condizione; è un'alba che continua. I santi sono quelli tra noi che riescono a gioire della vita e delle cose effimere senza soffrire della loro caducità. E' un privilegio accessibile a tutti: basterebbe riuscire a desiderarlo come il ladrone fortunato che ha chiesto sulla croce l'ingresso nel regno. Da quel mattino di Pasqua per quelli che credono è possibile vivere senza paura della morte. Il sepolcro vuoto e la Sindone ripiegata sono promesse e certezze date soltanto per confermare che la Vita non “è più qui”, ma altrove: perché noi cerchiamo la Vita non al di qua della morte, ma al di là, dove la resurrezione è cominciata

La Risurrezione del Salvatore è stata una prova storica della verità da Lui asserita. Ma è stata anche la grande sfida gettata non solo ai suoi restii connazionali, ma a tutto un mondo di uomini liberi, che hanno sì la possibilità di scelta, ma non l'esenzione dalle passioni, dagli errori, dalla cecità, dal peccato. Questi sono infatti i veri termini della situazione del mondo. Ho detto che è stata una sfida divina. (…) La sfida sta nel fatto di invitare gli uomini a misurarsi sul limite della morte: essi non possono sostenere la prova; Lui solo ha potuto. (…) Il fatto più incomprensibile di tutti è che gli uomini non si vogliono ricordare ogni giorno, al momento giusto, di essere morituri. Quel limite non lo varca che Cristo, Figlio di Dio. E' allora che il significato della morte dà contezza della vita; la sua ineluttabilità tronca e riduce all'estrema umiltà ogni fatidica superbia: non è in un mondo di morituri che si può cantare vittoria! La sfida della Risurrezione sta nel porre con gesto solenne e divino nella più luminosa chiarezza i limiti della potenza umana, i limiti della vita ed a questi limiti, più grandi dei cieli, domandare alla fine di un confronto tra Dio e l'uomo, l'irrevocabile sentenza della vita umana perdente. (…) Siamo davanti ad uno dei metri della Divina Provvidenza, davanti a uno dei segreti più profondi e più impressionanti della storia delle anime, perché in verità la storia delle anime si svolge intorno a questo perno: o guardano Dio o chiudono gli occhi. Tutte le loro azioni, tutti i peccati, tutti i meriti sono riassunti in queste due posizioni: o guardano Dio o chiudono gli occhi davanti a Dio. Ed è la storia vera della nostra vita. Ed è a questo punto che si capiscono tutte le gioie possibili e tutti i reali dolori inutili degli uomini. Ma è davanti a questa certezza che dobbiamo fare i conti con una legge che domina la storia e domina anche il diagramma della nostra vita. Possiate avere una santa e buona Pasqua!

Simbolismo del Risorto. Fin dai primi tempi del Cristianesimo i nuovi credenti proiettarono sui misteri dell'evangelo cristiano il simbolismo del Sole. Le sacre pagine dell'Antico e del Nuovo Testamento offrivano vari suggerimenti in questo senso, ma le genti che si convertivano a Cristo erano già preparate a questa connessione simbolica dalle mitologie precristiane che avevano ispirato, più che poesia, una vera pietas religiosa. Dall'adorazione del Sole, come simbolo della Divinità, si passò, dunque, eliminato ogni residuo di panteismo naturalistico, all'adorazione di Cristo quale Sole che vince le tenebre e mai più tramonta, tutto irradia e tutti benefica. Fu in questa prospettiva che la festa liturgica del Natale di Cristo sostituì la festa del Natale del Sole, fu anche per l'identificazione simbolica di Cristo e del Sole che la domenica sostituì, appunto, il giorno dedicato al Sole (il secondo giorno della settimana astrale, che cominciava col giorno dedicato a Saturno). Ma, soprattutto, è solare il giorno della Pasqua cristiana. I romani cristiani non hanno incertezze: Gesù morì nel giorno di Venere, restò sepolto nel giorno di Saturno, risorse nel giorno del Sole e precisamente in quel giorno del Sole che stava a metà di quel mese che anche per i Romani era il primo dell’anno, e anno solare! I convertiti trasponevano su Cristo la loro poesia mitologica: Helios, il sole, s'inabissa, tramontando, nel mare, ossia nel regno delle tenebre e dell'oltretomba, ma torna, per vie misteriose, verso oriente, a risplendere tutti illuminando: come Cristo - appunto – che muore ma risale dall'oltretomba per effondere su tutti la sua grazia divina. E così “pasqua” (o passaggio) non è più semplicemente il passaggio del Mar Rosso da parte di un popolo particolare, ma direttamente il passaggio dal tramonto all'aurora, ossia dalla morte alla vita, dalle tenebre spirituali alla luce spirituale, dal peccato alla grazia. Il Risorto è raffigurato come nuovo Apollo, Divinità Solare che guida, nuovo Auriga, il carro dorato e luminoso, trasforma qualsiasi occidente in un oriente e uccide con la sua luce il drago tenebroso che causava la morte; diventa così il nuovo Adamo, ossia il capostipite di un’umanità rinnovata, spiritualmente illuminata, investita della gloria divina. Gli echi di questo antichissimo simbolismo sono ancora riconoscibili nella liturgia di Pasqua, che è tutta intrisa del tema della luce.

 

31 marzo 2013

"Vedi madre, io faccio nuove tutte le cose"


In questo articolo mi vorrei concentrare su una particolare scena del film “The Passion”, che abbiamo potuto rivedere in questi giorni. Si tratta della terza e quarta stazione della la Via Crucis, che il regista fonde in un'unica impressionante scena: Cristo con la croce sulle spalle cade a terra e Maria, nell'aiutarlo a rialzarsi, ricorda un'altra brutta caduta del figlio, quand'era bambino, ed il suo intervento nel prenderlo in braccio e confortarlo. Questa volta, diversamente da allora, è Lui che consola la madre e la aiuta a rialzarsi, dicendole “Vedi madre, io faccio nuove tutte le cose”.