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27 febbraio 2018

Vite parallele. Chesterton, Bernanos e due visioni del sacerdozio

di Franco Ressa
Gilbert Keith Chesterton nasce a Londra nel 1874, di famiglia della buona borghesia, studia pittura, frequenta l’università ma non diventerà artista né dottore in qualcosa. A venti anni gli insuccessi negli studi lo fanno piombare in depressione, ma la lettura delle disgrazie e della rinascita di Giobbe nella Bibbia lo fanno uscire dal tunnel. Inizia così a scrivere ed a lavorare per case editrici, per lungo tempo dirige anche un settimanale. Come giornalista è l’unico che osi opporsi alle guerre coloniali che hanno come obiettivo la sottomissione dei popoli del terzo mondo, e lo sfruttamento dei loro paesi a vantaggio dell’Inghilterra.

Nel 1908 scrive il suo primo libro di successo: L’uomo che fu giovedì, dove si immagina un’isola con sette anarchici decisi a creare una società perfetta, che però non è realizzabile. In questi anni Chesterton si avvicina sempre più al cristianesimo, dapprima seguendo gli intendimenti protestanti, ma approderà infine al cattolicesimo.

Georges Bernanos nasce a Parigi nel 1888 ma cresce in un paesino nel nord della Francia, a contatto con la semplicità e la fede della gente del posto. Di famiglia modesta, deve impegnarsi negli studi per ottenere un posto da impiegato, ma frequentando un’associazione politica conservatrice, l’Action Francaise, impara a scrivere per i fogli propagandistici. Si sposa con una discendente di Giovanna d’Arco, nel 1926 esce il suo primo libro: Sotto il sole di satana, dove un prete di campagna, Donissan, combatte il male e il diavolo stesso, non riesce ad impedire che Mouchette ragazza traviata uccida il marchese suo amante e poi si suicidi, ma a costo della propria vita richiama alla vita un bambino morto. A questo seguirà dieci anni dopo il Diario di un curato di campagna, dove un giovane parroco si scontra con l’indifferenza dei propri parrocchiani. Riesce a convertire una contessa prima della sua morte. Si ammala e muore in casa di un suo compagno di seminario che ha abbandonato il sacerdozio, chiudendo la sua vita con la frase di Teresa di Lisieux “Tutto è grazia”.
Questi libri vengono duramente contestati in ambiente cattolico, ma Papa Pio XII commenta: “Bruciano, ma illuminano”.

Chesterton nel 1922 viene battezzato nella religione Cattolica, è diventato collaboratore di Hilaire Belloc (1870-1953) versatile scrittore il cui motto è “ L’Europa tornerà alla Fede o perirà, perché la Fede è l’Europa e l’Europa la Fede”. La serie dei racconti gialli con protagonista padre Brown è già iniziata nel 1911, ma l’adesione al Cattolicesimo del suo autore sviluppa il personaggio, ed arriverà a scriverne 57 episodi. Durante la vita di Gilbert, ma soprattutto dopo, il successo del prete detective è sempre maggiore, e ricorrenti sono le interpretazioni in film e sceneggiati. La filosofia del piccolo sacerdote, quasi considerato straniero in un paese protestante, è soprattutto la ricerca del bene anche nelle traversie più tenebrose e con gli assassini spietati. Chesterton stesso scrive in un suo saggio: “Tutta la scienza, anche la scienza divina è una sublime storia gialla. Solo che non è impostata per rivelare perché un uomo sia morto, ma il segreto più oscuro del perché egli viva.”

Lo scrittore inglese muore nel 1936, non vedrà la guerra civile in Spagna, né la seconda guerra mondiale. Bernanos invece ne è pienamente partecipe. In Spagna condanna la violenza sia dei repubblicani che dei nazionalisti. Durante la guerra mondiale fugge in Brasile, ma da lì ed attraverso la partecipazione dei propri figli tiene le fila con la resistenza francese. Finita la guerra rinuncia al posto offerto nell’Accademia di Francia e non si fa eleggere nel parlamento. Rimane ritirato in Tunisia dove scrive il suo ultimo capolavoro, un dramma derivante dalle confessioni e paure delle protagoniste, che rievoca il sacrificio di sedici suore carmelitane del monastero di Compiégne, condannate e fatte giustiziare innocenti da Robespierre nel 1794 in odio alla religione. Sono i Dialoghi delle carmelitane.
Bernanos ritorna in Francia solo per morirvi nel 1948, non potendo vedere la rappresentazione e il grande successo dell’opera teatrale sulle monache martiri, sceneggiata e fatta debuttare da Francis Poulenc nel 1957, poi tradotta in film nel 1959 dai registi Philippe Agostini e il padre domenicano Raymond Leopold Bruckberger.


In conclusione, il personaggio di Chesterton è più gradevole e rassicurante, ma i preti di Bernanos sono più veri a costo di essere inquietanti. Padre Brown e don Matteo sono i parroci che tutti vorremmo nelle nostre chiese, ma è nella durezza e nella banalità del quotidiano che si formano i santi. Chi sa risolvere i delitti come fossero un quiz è autosufficiente e non ha bisogno dell’aiuto altrui, ma tutti gli altri preti sì, hanno bisogno di noi fedeli, e non solo come spettatori alla messa domenicale. Collaborare concretamente con un santo dà un po’ di santità anche a te, ed è questo il vero significato del termine Chiesa, che in greco vuol dire “comunità”, non solo costruzione sacra con campanile.

 

13 gennaio 2018

Distributismo e odontoiatria: un virtuoso connubio in pericolo

di Daniele Laganà
Potrà sembrare strano, ma il distributismo ha un legame particolare con la mia adesione definitiva al cattolicesimo, in quanto Il profilo della ragionevolezza, il libello in cui Gilbert Keith Chesterton espone la teoria economica distributista, è stato il primo testo che ho assaporato del grande apologeta britannico e dalle successive letture delle sue opere sono giunto all’irrevocabile consapevolezza che realmente nella Chiesa Cattolica «tutte le verità si danno appuntamento».

Particolarmente affascinante è il distributismo chestertoniano, il quale analizza come socialismo (inteso come «sistema che attribuisce all’unità del corpo sociale la responsabilità di tutti i suoi processi economici, o di tutti quelli che condizionano la vita e gli aspetti essenziali del vivere») e capitalismo (identificato come «condizione economica in cui esiste una classe di capitalisti, più o meno riconoscibile e relativamente piccola, nelle cui mani si concentra una parte così cospicua del capitale che la stragrande maggioranza dei cittadini deve servire questi capitalisti in cambio di un salario») siano, in fondo, due facce della stessa medaglia, in quanto ambedue favoriscono la formazione di una concentrazione della proprietà mediante monopoli, rispettivamente statali e privati; invece, lo scrittore cattolico propone un sistema in cui la proprietà sia nelle mani del maggior numero di persone possibili, dichiarando: «Io sono tra coloro che ritengono di poter curare l’accentramento con il decentramento. Questo rimedio è stato definito un paradosso. A quanto pare c’è qualcosa di irritante e bizzarro nel dire che quando il capitale diventa troppo nelle mani di pochi, la cosa giusta da fare è rimetterlo nelle mani di molti.»

Nella pratica il modus operandi indicato dal creatore di Padre Brown è di matrice riformista e prevede l’incentivo alla frammentazione di grandi proprietà fra piccoli proprietari mediante tassazioni e tutele legali che favoriscano tale obiettivo, a partire dalla contezza che «senza alcun cambiamento radicale la semplice modifica delle leggi esistenti potrebbe riportare in vita e in attività migliaia di piccoli negozi»; mettendo in luce le contraddizioni del modello economico urbano, Chesterton evidenzia i punti di forza della realtà rurale, ponendola implicitamente come luogo ideale di applicazione del distributismo. Contestualmente si scaglia contro la grande distribuzione, sostenendo: «Credo che il grande negozio sia un pessimo negozio. Lo ritengo pessimo in senso morale e commerciale; in altre parole, credo che fare acquisti in un negozio del genere non solo sia una cattiva azione, ma anche un cattivo affare. Credo che questi empori giganteschi siano non solo volgari e insolenti, ma anche incompetenti e sgradevoli; e nego che la loro vasta organizzazione sia efficiente.»; in sostanza, egli conferma che l’essenza del distributismo sia la difesa e l’incremento della piccola proprietà ed io, da umile studente di odontoiatria, non ho potuto che notare la sorprendente consonanza tra questa stupenda teoria con il paradigma economico invalso nell’arte del sorriso del Belpaese.

Ancora oggi tre quarti degli studi dentistici sono monoprofessionali, all’interno dei quali il clinico è proprietario della propria attività, gestendola autonomamente e forgiandola secondo i tratti della propria personalità, è il modello prevalente nell’odontoiatria italica, mentre circa un quinto delle realtà sono costituite da studi associati o studi in condivisione tra diversi professionisti; questo panorama non può che ricordare in maniera vivida la conformazione propria dell’ideale distributista poco fa sintetizzata e la libertà di questo modello economico sperimentabile concretamente nel mondo dentistico non può che suggerire di applicarlo anche nei settori dove il capitalismo (nell’accezione chestertoniana) signoreggia, tuttavia oggigiorno l’odontoiatria europea si trova dinnanzi ad un fenomeno preoccupante che negli ultimi tempi sta seriamente minacciando di minare tale edenica condizione.

Il pericolo a cui mi riferisco è la commercializzazione della salute che sta prendendo piede a causa delle limitate possibilità di una non modesta fascia della popolazione di accedere alle cure dentistiche, a causa della grave lacuna del nostro sistema sanitario nazionale che ignora colpevolmente la salute orale; tale preoccupante fenomeno è stato possibile grazie al combinato disposto tra l’aggiramento della disciplina che garantirebbe l’esclusiva della proprietà delle attività professionali da parte dei soli iscritti all’Albo e la disinibita liberalizzazione della pubblicità sanitaria: pertanto, è stata appunto l’alterazione della legge ad aver permesso che un paradigma virtuoso potesse essere messo a repentaglio, così come la conformazione normativa precedente aveva garantito la possibilità di realizzare magnificamente il modello distributista.
Da futuro odontoiatra, la mia speranza è che le associazioni di categoria e l’ordine stesso abbiano la forza per ripristinare lo status quo, affinché sia ostacolato in ogni modo l’insediamento delle catene odontoiatriche “low cost”, le quali corrispondono direttamente a quei grandi magazzini in cui comprare, secondo il principe del paradosso, costituiva non solo una cattiva azione, ma anche un cattivo affare, in questo caso particolarmente dannoso perché a detrimento della propria salute; parimenti, non posso che ringraziare il Signore per aver coniugato in me l’amore per l’arte del sorriso e la passione per il paradigma economico chestertoniano, auspicando che il congeniale connubio tra distributismo ed odontoiatria possa essere d’ispirazione per una trasformazione complessiva dell’assetto economico nazionale e continentale in questa direzione.
 

14 novembre 2017

Duello in casa Chesterton


di Edoardo Dantonia

Io posso dire, senza timore che alcuno possa smentirmi, di aver duellato nella casa di Gilbert Keith Chesterton. Ho persino una cicatrice a testimonianza dell’evento. Se qualcuno fosse così puntiglioso da approfondire la mia affermazione, scoprirebbe che il fatto non avvenne propriamente a Beaconsfield, né tanto meno si svolse più di tre anni fa. Scavando ancora più a fondo, i più pignoli verrebbero a sapere che la casa in questione era una semplice riproduzione, presso l’annuale Meeting di Rimini, del luogo dove l’autore inglese si dilettava a bere birra e dibattere con gli amici di sempre, e che io non sono sicuramente uno spadaccino come lo era lui, il quale amava praticare la scherma infilzando i cuscini delle sue poltrone.
Quello che avvenne, per non tergiversare oltre, fu un tentativo, da parte mia e di un amico, di intrattenere l’ennesimo gruppo in visita all’abitazione per rimediare alle bocche impastate da una settimana passata a trovare nuovi modi di raccontare al padrone di casa (confesso di aver detto un sacco di castronerie a quel tempo, ma tutte in assoluta buona fede). Il tentativo fu abbastanza riuscito, poiché lo spettacolo di due giovani guide che staccano dal muro delle spade a una mano e mezza per incrociarle dovette sembrare alquanto insolito agli occhi del centinaio di persone che si aspettavano invece una lenta e tranquilla spiegazione. Non meno stupefacente fu l’esito dello scontro, che vide il sottoscritto, inesperto di qualsivoglia arma bianca, gocciolare sangue dalla mano destra, la quale passò in seguito sotto i ferri per il piccolo  inconveniente di un tendine reciso. A chi mi chiederà: “Cosa diamine ci facevano delle spade appese al muro della casa di un gentiluomo inglese di un secolo fa?”, non posso che ricordare prima di tutto la sua abitudine a tirare di scherma, di conseguenza una spada appesa nel salotto di casa non doveva essere più insolita di una poltrona di velluto o un tavolino di legno. In secondo luogo quelle spade simboleggiavano proprio la filosofia di Chesterton, il quale passò la sua vita a duellare. Egli dedicò l’intera esistenza a combattere contro i mali che affliggevano e che affliggono tutt’ora il mondo, e non ebbe mai alcun timore di essere, come diremmo noi moderni, politicamente scorretto. Urge ribadire questo aspetto della sua filosofia poiché siamo in tempi in cui andare contro qualcuno o qualcosa è considerato inadeguato, perfino immorale. Il solo parlare di “andare contro” è vista come una bestemmia nella bocca di pochi facinorosi. C’è chi vorrebbe fondare tutta la sua apologetica esclusivamente sull’accoglienza, senza considerare il fatto che nell’atto stesso di accogliere è implicito il rifiuto di qualcos’altro. Quando scelgo di far entrare nella mia vita una donna, rifiuto tutte le altre donne del mondo; quando scelgo un dolce al ristorante, rifiuto ogni altro dolce presente nel menù. Non è possibile prendere una posizione senza andare contro qualcuno. Per fare un esempio papabile, l’uomo che vuole difendere la propria famiglia da un aggressore dovrà per forza andare contro quest’ultimo. Gli uomini che rigettano l’idea di andare contro l’aggressore applicano proprio questo principio di accoglienza, senza rendersi conto che se accolgono uno devono andare contro l’altro; è una conseguenza inevitabile. Essi, a mio avviso, sono di due tipi. Ci sono coloro i quali si illudono che il malfattore faccia dietrofront davanti a un’arma abbassata: questi sono degli sciocchi irresponsabili che vanno contro la famiglia in favore dell’aggressore. Poi ci sono quelli che semplicemente hanno paura: essi sono dei codardi che vanno contro la famiglia in favore di sé stessi solamente.
Ogni uomo, che gli piaccia o no, ha delle armi: si tratta soltanto di scegliere l’avversario. Si tratta di scegliere, in un certo senso, se rivolgere le armi contro la propria famiglia o contro chi la vuole annientare.

https://www.thesparklings.it/duello-casa-chesterton/



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03 novembre 2017

Lezione paurosa ai padrini dell'Europa – Un manifesto (I parte)

OVVERO IL FUTURO DELL’EUROPA SARA’ LA NUOVA DESTRA RELIGIOSA O L’ANNIENTAMENTO

di Matteo Donadoni


«I padrini dell’Europa falsa costruiscono la loro fasulla cristianità di diritti umani universali
e noi perdiamo la nostra casa».
(Dalla “Dichiarazione di Parigi” scritta da Roger Scruton,
Remi Brague, Robert Spaemann e Ryszard Legutko).

Nell’epoca del cretinismo linguistico in cui si tortura la lingua, deformandola con concetti legati a generi esistenti o arbitrari, come accade con l’introduzione di termini neutri in varie lingue europee, e brutture varie, i mezzi d’informazione diventano strumenti di controllo. E “quando tutte le lingue sono degradate a tecniche di controllo di massa” (Tate Allen), dovremmo quanto meno fare del nostro meglio per formarci un concetto più accurato della nostra responsabilità.
Dobbiamo chiederci quale può essere il nostro contributo filosofico (di conseguenza anche linguistico) in qualità di esseri umani e semplici cittadini, quindi filosofi, in una società che ha moltiplicato i mezzi perdendo di vista gli scopi, che ha nutrito una filosofia paranoica della disperazione, nella quale si è ingenerata l’illusione dell’immortalità, dell’onnipotenza della tecnica, della sostanzialmente quasi totale impunità morale mascherata da indifferentismo etico. Quasi non esistessero Inferno e Paradiso. Fatto certamente ben comprensibile in un mondo in cui perfino la millenaria Chiesa cattolica relativizza la fede, spingendosi incautamente e sconsideratamente a sostenere che non esista un Inferno per l’uomo nuovo e illuminato. Ma tutte queste deficienze sono possibili primariamente solo perché gli uomini moderni sono tanto distrattamente ignoranti da non conoscere più i termini per esprimere la propria difesa, perché hanno perso lungo la via del progresso perfino i concetti del pensiero forte. Sono talmente invaghiti dai fumi odorosi della frutta evoluzionista da non vedere il nocciolo della questione: l’involuzione.
Oppure forse il processo è voluto, programmato, desiderato dalle elite dei grandi burattinai del potere economico e politico, cui tacitamente accondiscende una parte del popolo, che giace dormiente in un sogno drogato dal cupio dissolvi nichilista. D’altra parte già il famoso Samuel Johnson (1709-1784) nel secolo dei Lumi disse: «colui che fa di se stesso una bestia si libera dal dolore di essere uomo». Forse le cose stanno veramente così. Forse tutti questi lumi han prodotto tanta caligine da abbruttire le lenti del modo.

Ma «l’uomo è una creatura che a lungo andare deve credere per poter conoscere, e conoscere per poter agire», con questo breve assioma Allen Tate ci ha regalato la cifra del fallimento dell’Europa contemporanea. Gli Europei hanno creduto di poter conoscere senza credere, così, oltre ad aver finito per conoscere poco e male, hanno agito male. Ora, lentamente, i popoli si stanno ribellando ad una serie impressionante di “disordini” esistenziali imposti loro da elite non rappresentative, che li governano con una ferocia intellettuale di tipo orwelliano.
E’ giunto così il momento di affrontare la difficile ed inquietante questione dell’identità. La nostra identità Italiana, ma sarebbe più corretto dire in senso esteso Europea.

Se ha ragione Gilbert Keith Chesterton quando dice che «gli italiani non li si può far diventare dei veri progressisti: sono troppo intelligenti», continui però a leggere solamente chi crede ci sia ancora qualcosa da conservare.

Nella cosiddetta “Dichiarazione di Parigi” Roger Scruton, Remi Brague, Robert Spaemann e Ryszard Legutko hanno dato voce al grido della vera Europa, per smascherare quella fasulla: «L’Europa ci appartiene e noi apparteniamo all’Europa. Queste terre sono la nostra casa; non ne abbiamo altra. Le ragioni per cui l’Europa ci è cara superano la nostra capacità di spiegare o di giustificare la nostra lealtà verso di essa. Sono storie, speranze e affetti condivisi. Usanze consolidate, e momenti di pathos e di dolore. Esperienze entusiasmanti di riconciliazione e la promessa di un futuro condiviso. Scenari ed eventi comuni si caricano di significato speciale: per noi, ma non per altri. La casa è un luogo dove le cose sono familiari e dove veniamo riconosciuti per quanto lontano abbiamo vagato. Questa è l’Europa vera, la nostra civiltà preziosa e insostituibile […] L’Europa, in tutta la sua ricchezza e la sua grandezza, è minacciata da un falsa concezione di sé stessa. Questa Europa falsa immagina di essere la realizzazione della nostra civiltà, ma in verità sta requisendo la nostra casa».

Noi Europei condividiamo una vita e una res publica comuni, quella che fu – e potrebbe tornare ad essere - la res publica christiana. L’Europa vera è stata segnata dal cristianesimo, di cui è filiazione genuina. Il governo spirituale universale della Chiesa ha portato l’unità culturale all’Europa (credere), senza vincoli politici troppo stretti, permettendo la diffusione di una cultura europea condivisa che lasciasse fiorire realtà civiche particolari sotto il segno della Croce.

 L’Europa vera trae ispirazione altresì dalla tradizione classica, la cui eredità culturale è la peculiarità della civiltà nostra, e va difesa. «Le virtù profonde dei Romani che sapevano come dominare sé stessi, nonché l’orgoglio nel partecipare alla vita civica e lo spirito dell’indagine filosofica dei Greci non sono mai stati dimenticati nell’Europa vera. Anche queste eredità sono nostre» (conoscere).
Invece, i grandi burattinai della burocrazia, o “Padrini”, per dirla con gli eminenti pensatori, ignorano, anzi, ripudiano le radici cristiane dell’Europa e stanno imponendo ai popoli europei, che nulla avevano loro chiesto, una visione del mondo e della vita destabilizzante e avulsa dalla realtà, fatto che fra l’altro va ben oltre le competenze tecnico-economiche per le quali questi signori si sono autonominati. L’Unione Europea, ovvero l’impero monetario e giusregolatorio ammantato dai sentimenti di universalismo pseudoreligioso che essa stessa si sta costruendo attorno come un carapace di madreperla, coltiva l’oscuro  proposito di distruggere l’identità profonda dei popoli che la abitano, in ciò incredibilmente spalleggiata dalla falsa chiesa bergogliana.

«I padrini dell’Europa falsa sono stregati dalle superstizioni del progresso inevitabile. Credono che la Storia stia dalla loro parte, e questa fede li rende altezzosi e sprezzanti, incapaci di riconoscere i difetti del mondo post-nazionale e post-culturale che stanno costruendo». Vivono in una bolla di realtà artefatta d’ignoranza accecata da prospettive auto gratulatorie.
In questo clima, nella visione fantastica del politically correct internazionale, vengono educate le nuove generazioni nel culto della religione atea e dell’orfanotrofio culturale. «I suoi fautori sono orfani per scelta e danno per scontato che essere orfani ‒ senza casa ‒ sia una conquista nobile. In questo modo, l’Europa falsa incensa se stessa descrivendosi come l’anticipatrice di una comunità universale che però non è né universale né una comunità». Per questa ragione, negli ultimi anni, l’Europa ha perseguito un grandioso e demenziale progetto multiculturalista, per favorire il quale si è incoraggiata un’immigrazione disordinata dai paesi sottosviluppati, nel mito illuminista del buon selvaggio - vero teorema alla radice della follia immigrazionista -, generando il caos istituzionale e politico nei confronti del quale qualsiasi risposta identitaria e di buon senso viene etichettata come di ultra destra. Per la stessa ragione la falsa Europa soffoca il dissenso ovviamente in nome della libertà e della tolleranza. Chi non è d’accordo è populista. Siamo in un vicolo cieco, perché la retorica del linguaggio inclusivo ad ogni costo è il cavallo di Troia per la sostituzione etnica e culturale. La risposta politica è un fattore con la stalla vuota.

(continua)


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21 marzo 2017

"Politica" di Chesterton, con prefazione di Paolo Gulisano



La neonata casa editrice Nuova Europa sta pubblicando "Politica", di Gilbert K. Chesterton, un testo molto interessante, impreziosito per l'occasione da una prefazione di Paolo Gulisano. Pubblichiamo sinossi e sommario.

Il libro mette insieme una serie di inediti chestertoniani su politica e società di un’attualità sconcertante. Attraverso queste pagine è possibile tracciare il profilo di un Chesterton politico che troppo spesso è stato dimenticato, sostituito invece da uno completamente appiattito all’ambito letterario e alle opere di carattere morale. Eppure il Chesterton letterato era il volto artistico di un fine osservatore sociale e di un acuto critico politico. È con questo volume che si cerca di ridonare tridimensionalità storica e profondità filosofica al pensiero di Chesterton, dimostrandone la correttezza e la preveggenza delle sue prese di posizione.

Questo volume presenta dunque la raccolta di articoli politici di Chesterton, scritti nell’arco dei primi trent’anni del secolo scorso, in cui egli tratta di società, politica interna e internazionale, teoria politica e filosofia, e dimostra come la “trappola della logomachia”, ovvero l’inadeguatezza del frasario politico liberale, abbia circoscritto il conflitto e disinnescato le possibilità di rivolta, riconducendo ogni narrazione politica (democrazia, repubblicanesimo, conservatorismo, socialismo…) ad una sua parodia. Li accompagnano un’introduzione di Paolo Gulisano, dove si sottolineano le tematiche comunitariste in Chesterton, e un saggio in appendice di Orazio Maria Gnerre, in cui si quantifica distintamente l’adesione dello scrittore inglese al percorso storico di autocoscienza comunitarista e l’attualità indiscussa del suo pensiero.

Indice

Prefazione di Paolo Gulisano

1 Lo stato del mondo
2 La congiura del giornalismo
3 Il carattere poetico nel liberalismo
4 Perché non sono un socialista
5 Che cos’è un conservatore?
6 Un saluto all’ultimo socialista
7 Il collasso del socialismo
8 L’abbaglio inglese riguardo alla Russia
9 Il disegno di una nuova guerra
10 Germania e Alsazia Lorena
11 La vera diplomazia segreta
12 La vera accusa contro il bolscevismo
13 Il repubblicano tra le rovine
14 L’irritante internazionale
15 Sulla morale americana
16 La difesa dell’Occidente
17 La fine dei contemporanei
18 Sesso e proprietà
19 La persecuzione dell’uomo comune
20 La questione contro la corruzione

Chesterton e il comunitarismo, di Orazio Maria Gnerre

Indice dei personaggi storici citati, a cura di Camilla Scarpa
 

14 novembre 2016

Se Gramsci avesse letto (bene) Chesterton


di Lorenzo Roselli

Cosa lega Antonio Gramsci, ideologo del Partito Comunista Italiano e Gilbert Keith Chesterton, frizzante intellettuale e apologeta cattolico britannico?
Apparentemente nulla oltre alla contemporaneità e, in parte, la ferma opposizione al capitalismo.

Eppure, il filosofo di Ales conosceva molto bene l'opera chestertoniana e ne stimava profondamente il genio. Considerava infatti Chesterton un chiaro esempio di letteratura nazional-popolare inglese, categoria linguistica che Gramsci creò ad hoc per attaccare gli intellettuali italiani post-risorgimentali e del suo tempo. Questi non erano stati capaci di rappresentare, né di percepirsi parte integrante del popolo perché ad esso contrapposti. Scrive in proposito nei Quaderni dal carcere:

« […] In Italia gli intellettuali sono lontani dal popolo, cioè dalla nazione e sono invece legati a una tradizione di casta, che non è mai stata rotta da un forte movimento popolare o nazionale dal basso: la tradizione è libresca e astratta e l'intellettuale tipico moderno si sente più legato ad Annibal Caro o a Ippolito Pindemonte che a un contadino pugliese o siciliano.»
Come imputare a Gilbert Keith Chesterton la stessa ignominiosa colpa? Come vedere nell'autore di Ortodossia e Uomo Vivo, capace di riscontrare il significato del mondo e dell'umana esistenza in un miserabile ubriacone, una totale estraneità dal popolo, in tutte le sue contraddittorie e straordinarie sfaccettature?

Ma è al personaggio più noto dell'intera produzione di Chesterton, Padre Brown, che Gramsci dedica l'encomio più sentito allo scrittore inglese.

In una lettera a Tatania (Tania) Schucht, sorella della moglie Julia, Gramsci la ringrazia per avergli spedito in carcere alcuni libri delle avventure di Padre Brown. Nel celebrare la maestria narrativa della serie sull'investigatore in talare, Gramsci si abbandona a considerazioni di vario tipo, fra cui un paragone tra l'approccio investigativo cattolico di Padre Brown opposto a quello squisitamente protestante di Sherlock Holmes.

« Carissima Tania,
sono stato contento della venuta di Carlo. Egli mi ha detto che ti sei rimessa abbastanza, ma vorrei avere più precise notizie sulle tue condizioni di salute. Ti ringrazio per tutto ciò che mi hai mandato. Non mi sono stati ancora consegnati i due libri: la «Bibliografia fascista» e le novelline di Chesterton che leggerò volentieri per due ragioni. Primo perché immagino che siano interessanti almeno quanto la prima serie e secondo perché cercherò di ricostruire l'impressione che dovettero fare su di te. Ti confesso che questo sarà il mio diletto maggiore.
Ricordo esattamente il tuo stato d'animo nel leggere la prima serie: tu avevi una felice disposizione a ricevere le impressioni più immediate e meno complicate dai sedimenti culturali. Non eri neanche riuscita ad accorgerti che il Chesterton ha scritto una delicatissima caricatura delle novelle poliziesche più che delle novelle poliziesche propriamente dette. Il padre Brown è un cattolico che prende in giro il modo di pensare meccanico dei protestanti e il libro è fondamentalmente un'apologia della Chiesa Romana contro la Chiesa Anglicana. Sherlock Holmes è il poliziotto «protestante» che trova il bandolo di una matassa criminale partendo dall'esterno, basandosi sulla scienza, sul metodo sperimentale, sull'induzione. Padre Brown è il prete cattolico, che attraverso le raffinate esperienze psicologiche date dalla confessione e dal lavorio di casistica morale dei padri, pur senza trascurare la scienza e l'esperienza, ma basandosi specialmente sulla deduzione e sull'introspezione, batte Sherlock Holmes in pieno, lo fa apparire un ragazzetto pretenzioso, ne mostra l'angustia e la meschinità. D'altra parte Chesterton è grande artista, mentre Conan Doyle era un mediocre scrittore, anche se fatto baronetto per meriti letterari; perciò in Chesterton c'è un distacco stilistico tra il contenuto, l'intrigo poliziesco e la forma, quindi una sottile ironia verso la materia trattata che rende più gustosi i racconti. Ti pare? Ricordo che tu leggevi queste novelle come se fossero state cronache di fatti veri e ti immedesimavi fino ad esprimere una schietta ammirazione per padre Brown e per il suo acume meraviglioso, in modo così ingenuo che mi divertiva straordinariamente. Non devi però offenderti, perché in questo divertimento c'era una punta di invidia per questa tua capacità di fresco e schietto impressionismo, per così dire. A dirti la verità, non ho molta voglia di scrivere: ho il cervello svaporato.
Ti abbraccio affettuosamente. »

Chissà se da sincero estimatore di GKC quale era, Antonio Gramsci si sia mai informato sulle tesi economico-politiche esposte ne Il profilo della ragionevolezza e la proposta distributista. Che pur da una prospettiva critica possa esserne rimasto sedotto, almeno quanto lo era dall'arguzia dell'intellettuale del paradosso? E sia mai che quel sorridente e attempato pensatore cattolico, che si prendeva il privilegio di chiamare affettuosamente l'Aquinate “Tommy”, possa aver acceso nel suo animo una flebile luce di Fede cristiana?

 

24 ottobre 2016

“Rivolta alla Locanda” di Edoardo Dantonia


a cura della Redazione

Abbiamo intervistato Edoardo Dantonia,un giovane biellese che ha esordito con un breve romanzo per la collana UomoVivo (Berica Editrice).

Nel libro si cita continuamente e esplicitamente GKC. Qual è il motivo di questa riverenza, che sembra un'ossessione?
La mia potrebbe essere definita a tutti gli effetti una malattia, uno di quei morbi che quando ti prendono non puoi più curare. Chestertonite, ecco come la chiamerei. Da quando, intorno al 2011, conobbi il buon Gilbert, rimasi folgorato. Non era come gli altri autori, nonostante non avessi letto poi così tanto all'epoca, ma pareva bensì fatto di una pasta diversa, proprio di un materiale alieno. Il modo di esprimersi, le figure usate, le incredibili leggerezza e semplicità nel giungere a punti a cui tanti poeti e filosofi arrivano con giri di parole ed elucubrazioni ai limiti dell'assurdo: tutto in lui era (ed è) una ventata d'aria fresca. Così, per quel processo d'imitazione comune a tutti, io iniziai a fare miei il suo stile e la sua leggerezza. Certo, i risultati sono quel che sono, e io posso dire di aver eguagliato il nostro come un pollo spennacchiato potrebbe dire di aver eguagliato una maestosa aquila, ma la strada è quella e sono contento di essere così poco originale da percorrerla.

Come nasce questo libro? Il libro riguarda la nascita di un uomo libero, diciamo pure una conversione. Oltre al riferimento chestertoniano, vi è un intenzione autobiografica? E apologetica?
Il libro nasce da una vecchia idea che coltivo da anni, quella di un vecchio allegro e un po' folle che trascina in una serie di avventure un giovane cinico e serioso. C'è certamente l'idea di una conversione, di un cambiamento, di una rivolta per l'appunto. E altrettanto certamente c'è un qualche riferimento autobiografico. Ma, come ho scritto in parte già nei ringraziamenti (che sono anche una postfazione), non sono io che faccio la morale agli altri, mostrando il mio modello, quello buono di Pecherton, contrapposto a quello cattivo degli altro, quello di Malthus. In realtà tutto il racconto è un continuo redarguire me stesso, è un puntare il dito più contro di me che contro gli altri. Sono io il giovane sempre troppo serio e cinico per questo mondo pieno di meraviglie. La rivolta di cui parlo è quella che io dovrei condurre nei confronti di me stesso e di quella parte di mondo che ci vuole seri e posati, cinici e disincantati.

Nel libro si scorge una lotta tra i pochi folli e felici che vivono vedono la realtà e i molti ubriachi e tristi di politicamente corretto. Come proseguirà questa lotta?
Da come vanno le cose ultimamente, sono sempre più solito pensare che il destino dei cristiani sia di tornare a nascondersi nelle catacombe (passatemi questa inesattezza storica) e che il buon senso comune sarà sempre più schiacciato sotto il peso della logica. Solamente, avremo nascondigli manifesti, alla luce del sole. Le persecuzioni ai nostri danni saranno più subdole di quelle che avvenivano anticamente e che avvengono tutt'ora in certe parti del mondo orientale, e già ora è scandaloso mostrare un piccolo crocefisso al collo e farsi il segno di croce in pubblico fa quantomeno storcere il naso, come se ci si grattasse l'inguine. Ma sappiamo bene che la vittoria di Cristo e della Chiesa non passerà per cose mortali e terrene, per cui la cosa non mi spaventa poi così tanto.

Il Cielo è dei violenti? Questo romanzo cristiano è pieno di risse. Come si concilia questo con il cristianesimo?
Il Cristianesimo non è mai stato qualcosa di delicato e posato, Cristo stesso nel Vangelo usa frequentemente parole tutt'altro che dolci, fino al famoso episodio dei cambiavalute nel tempio. La violenza che usa Pecherton non è mai fine a sé stessa, gratuita, ma ha sempre un fine buono. Non mette al tappeto i poliziotti per il gusto di farlo o per qualche odio nei confronti delle divise, ma bensì per rispondere ad un'impellenza, per difendere un povero locandiere dalle vessazioni dello stato.

All'inizio nulla lo fa presagire, ma il racconto è anche e forse soprattutto una sconvolgente storia d'amore...
A un tratto nel racconto dico che per muovere un cuore ci vuole un grande calore, e nello specifico si parla di un atto di gentilezza gratuita del buon Pecherton. Ma la verità è che il vero calore, il vero motore di tutto è l'incontro con la sua bella, la donna che lo ha fatto uscire dal suo bozzolo di cinismo e disincanto. Pecherton è di sicuro un pazzo con una forza (morale e fisica) fuori dal comune, ma ha bisogno di materiale su cui lavorare, ha bisogno di qualcosa di concreto verso cui far tendere il giovane Malthus. È vero che non ci si salva da soli, che sono gli altri a tirarci fuori dal nostro buco, ma è altrettanto vero che è un evento concreto o una persona in particolare che ci trascina all'esterno. D'altronde, ogni rivolta che si rispetti inizia con un atto violento, e in questo caso è il colpo di fulmine che coglie il giovane esattore nell'autogrill.

 

06 settembre 2016

Difendere e tramandare nel modo giusto il fatto cristiano


di Daniele Barale

Non pochi, oggi, si chiedono come mai la Chiesa cattolica attraversa una crisi gravissima, dopo averne, d'altronde, attraversate molte altre nel corso della sua bimillenaria storia. Si constata con grande dolore che molte autorità ecclesiastiche sono responsabili della crisi nella Chiesa, perché sostengono e diffondono delle dottrine in contraddizione col “deposito della Fede, trasmesso da Cristo agli Apostoli e da questi a noi”; dottrine moderniste, le quali propongono i significati erronei di parole come ecumenismo libertà religiosa e collegialità. Soprattuto l'ecumenismo, fin troppo spesso confuso con quello delle assemblee protestanti, che dall'incontro di Amsterdam del 1948 e da quello di Evanston del 1954 ad oggi cerca di fare concorrenza alla giusta idea di ecumenismo della Chiesa Cattolica, e cioè: non tanto una Onu delle Religioni, bensì il ritorno “a Roma dolce casa” (citazione dei coniugi Hahn) dei scismatici. San Giovanni (17,20-26) docet, 'Come tu, Padre sei in me e io in te, siano anch'essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato... ut unum sint'. Dunque, un cattolico che dimenticasse ciò, rischierebbe di dimenticare che Extra Ecclasiam nulla salus e potrebbe cader vittima dell'indifferentismo religioso più generalizzato, il cui principio afferma le altre religioni sono mezzi di salvezza; ne conseguirebbe che essere cattolico o membro di qualsiasi altra religione è lo stesso. Così  sarà pure difficile capire che il cattolicesimo semplicemente non è né religione né dottrina ma un fatto: l'incontro con Dio incarnato. Allo stesso tempo, occorre non confondere il dialogo ecumenico, che riguarda la Chiesa cattolica e gli scismatici, con quello cosiddetto interreligioso, poiché questi riguarda la Chiesa e le altre religioni non cristiane.

Da dove trae origine questa crisi? Come si deceva sopra, la responsabilità è anche di molti uomini di Chiesa, e non solo del potere del mondo; di persone come il cardinal Kasper, Enzo Bianchi (che non è sacerdote ma laico), che diffondono pensieri non cattolici. Ma prima di parlare di questi, su cui varrà la pena tornare prossimamente, con un articolo dedicato, è necessario tornare indietro nel tempo e analizzare le cause dell'attuale situazione, che permette a loro di trovare, purtroppo, argomentazioni utili.

Occorre partire dagli anni 60-70. Il beato Paolo VI, non a caso e costatando la presenza della crisi, iniziata durante e dopo il Concilio Vaticano II, sui cui si tornerà, parlò del “fumo di Satana” penetrato nel Tempio di Dio (Allocuzione del 29 giugno 1972) e di “autodemolizione della Chiesa”, cioè la Chiesa che si demolisce da sé, la Chiesa demolita dalla sue stesse autorità. E lo stesso Paolo VI disingannò anche coloro che consideravano il Vaticano II una primavera nella Chiesa: “si credeva che dopo il Concilio sarebbe venuta una giornata di sole per la storia della Chiesa. E' venuta, invece, una giornata di nuvole, di tempesta, di dubbio” (Allocuzione del 29 giugno 1972). A sua volta, il Papa San Giovanni Paolo II il 6 febbraio 1981 fu molto chiaro nel suo discorso al Convegno per le missioni al popolo: “Bisogna ammettere realisticamente e con profonda e sofferta sensibilità che i cristiani oggi in gran parte si sentono smarriti, confusi, perplessi e perfino delusi; si sono sparse a piene mani idee contrastanti con la Verità rivelata e da sempre insegnata; si sono propalate vere e proprie eresie, in campo dogmatico e morale... si è manomessa la liturgia.”

Preoccupazioni che riceveranno conferma dall'incontro interreligioso di Assisi nel 1986. Fu uno scandalo senza precedenti. Anche il card. Silvio Oddi, che vi assistette, ne restò scandalizzato. In un'intervista a “30 giorni” (novembre 1990) affermò: “ … in quel giorno ho girato per Assisi, essendo il Legato pontificio della basilica di San Francesco, ed in alcuni luoghi di preghiera ho assistito a delle profanazioni. Ho visto buddisti danzare attorno all'altare, sul quale al posto di Cristo era stata messo Budda, incensato e riverito. Un benedettino che ha gridato allora allo scandalo è stato portato via dalla polizia. Io non ho gridato, ma lo scandalo era nel mio cuore. La confusione era evidente sui volti dei cattolici che assistevano alla cerimonia. Pensai: se adesso i buddisti distribuissero del pane dedicato a Budda, questa gente lo prenderebbe. E lo mangerebbe magari con maggiore devozione che non l'Ostia sacra”. Nel luglio scorso: ci ha pensato un sacerdote di Ventimiglia a distribuire il pane ai musulmani presenti in chiesa. Certo, il dialogo è cosa buona, ma nei luoghi appropriati e non durante la Messa, che ha uno scopo preciso: il Sacrificio Eucaristico.

Però, anche San Giovanni Paolo II non ha aiutato a risolvere le ambiguità e le confusioni. Precisazione: lungi il pensiero di giudicare le intenzioni, allo stesso tempo la papolatria: visto che il Pontefice sui temi ecumenico e interreligioso non ha espresso giudizi ex cathedra, non è peccato esprimere perplessità su alcune sue scelte. Il predecessore di Benedetto XVI nel 1986 chiese che si mantenesse sempre vivo nella Chiesa “lo spirito di Assisi” (Allocuzione ai cardinali e ai prelati della Curia Romana 22/12/1986-cf. L'Osservatore Romano 4-1-1987); egli disse anche: “La Chiesa cattolica è irrevocabilmente impegnata nell'opera ecumenica” (Discorso nell'incontro ecumenico con diversi pastori protestanti a Nairobi il 18-9-1985: cf. L'Osservatore Romano 8-9-1985). In questo medesimo spirito ecumenico il Papa organizzò il Giubileo dell'anno 2000. Sulle dieci Commissioni preparatorie cinque avevano per oggetto l'ecumenismo. Il card. Etchegaray, presidente del Comitato Centrale del Giubileo, invocò: “Spirito d'Assisi, discendi su di noi!” (cf. la rivista Tertium Millennium sett/ott. 1996 “Spirito d'Assisi). Per non parlare delle visite papali alle sinagoghe ebraiche, ai templi di diverse altre religioni, come al tempio protestante, dove il Papa recitò una preghiera composta da Lutero (cf. L'Osservatore Romano 18/12/1983, p. 7). Per non parlare delle dichiarazioni in cui considerava le altre religioni come sorelle; lodava la fede dei musulmani nel medesimo Dio dei cristiani (cf. L'Osservatore Romano 15/09/1985 p.9); esaltava la religiosità di Lutero (cf. Documentation Catholique 21/12/1980 n. 1798): si impegnava a non cercare la conversione degli eretici e degli scismatici, come nella dichiarazione congiunta col patriarca ortodosso, scismatico ed eretico, Dimitrios I: “Noi rigettiamo ogni forma di proselitismo” (cf. L'Osservatore Romano 20/12/1987, p. 6), come hanno fatto i rappresentanti del Papa nella Dichiarazione di Balamand, firmata con gli ortodossi: “Non si tratta di cercare la conversione delle persone da una Chiesa all'altra per assicurare loro la salvezza” (cfr. Documentation Catholique n. 2077, p. 711-714, 23/06/1993). E, a motivo di questo impegno con gli ortodossi, la Santa Sede chiese il ritorno allo scisma dei due Vescovi convertiti, con i loro sacerdoti e fedeli, ed accolti nella Chiesa Cattolica da Mons. Vladimir Sterniouk, vescovo cattolico di Russia.

Questo disastroso ecumenismo non era e non è ristretto nel cerchio del Vaticano; al contrario, è esteso a tutte le diocesi e parrocchie. Per esempio, nell'XI convegno dei sacerdoti e vescovi negri, i cento ecclesiastici partecipanti avevano celebrato la Messa rivestiti di ornamenti africani. Il punto culminante del convegno fu la visita a due dei più famosi centri di candoblé (culto con predominio di elementi africani simile al voudou e praticato in Brasile) della città, l'Yle Axé Opo Afonjà e la Casa Branca, dove sacerdoti e vescovi ricevettero la benedizione degli dei. L'arcivescovo Mons. Geraldo Magela Agnello partecipò all'apertura del Convegno, allorché fu festeggiata Madre Estella, sacerdotessa del centro sopra menzionato per i suoi sessanta anni d'iniziazione al candoblé. L'arcidiocesi pubblicò una nota che giustificò il Convegno con le direttive del Concilio Vaticano II sul dialogo interreligioso (cfr. Jornal do Brasil 10 agosto 1999 p. 7).

Cosa fare per evitare questi e altri errori? Prima di tutto occorre non farsi confondere dalle “sirene del mondo” ma rimanere ancorati al fermo proposito di obbedire a Gesù Cristo, che è Dio incarnato. Per non allontanarci da Lui, dimenticandone le fattezze e gli insegnamenti, a causa dell'indifferentismo; e di conseguenza per superare la crisi, ci vengono incontro santi maestri, fratelli padri e amici. Ce ne sono, e non pochi, però bisogna compiere uno sforzo: cercare loro e non i pokemon; cerchiamoli, perché avremo la grazia di trovare personalità come G.K.Chesterton e Sant'Ireneo.

Sul New Witness nel quale ribatté l'insinuazione di un giornale secondo il quale la Chiesa avrebbe dovuto “muoversi” coi tempi, Chesterton disse:
La Chiesa non può muoversi coi tempi; semplicemente perché i tempi non si muovono. La Chiesa può solo infangarsi coi tempi e corrompersi e puzzare coi tempi. Nel mondo economico e sociale, come tale, non c'è attività, eccettuata quella specie di attività automatica che è chiamata decadenza: l'appassire dei fiori della libertà e la loro decomposizione nel suolo originario della schiavitù. In questo, il mondo si trova per molte cose allo stesso piano dell'inizio dell'oscuro Medioevo.
E la Chiesa ha lo stesso compito di allora: salvare tutta la luce e la libertà che può essere salvata, resistere a quella forza del mondo che attrae in basso, e attendere giorni migliori. Una Chiesa vera vorrebbe certo fare tutto questo, ma una Chiesa vera può fare di più. Può fare di questi tempi di oscurantismo qualcosa di più di un tempo di semina; può farli il vero opposto dell'oscurità. Può presentare i suoi ideali in tale e attraente e improvviso contrasto con l'inumano declivio del tempo da ispirare d'un tratto agli uomini qualcuna delle rivoluzioni morali della storia, così che gli uomini oggi viventi non siano toccati dalla morte finché non abbiamo visto il ritorno della giustizia. Non abbiamo bisogno, come dicono i giornali, di una Chiesa che si muova col mondo. Abbiamo bisogno di una Chiesa che muova il mondo. Abbiamo bisogno di una Chiesa che lo smuova da molte cose verso le quali muove oggi, per esempio lo stato servile. E' da questo che la storia giudicherà realmente di qualsiasi chiesa, se è o non è la Chiesa autentica”.

E Sant'Ireneo vescovo diceva nel trattato Contro le eresie   (Lib. 1, 10, 1-3; PG 7, 550-554 ):
Avendo ricevuto tale messaggio e tale fede, la Chiesa li custodisce con estrema cura, tutta compatta come abitasse in un'unica casa, benché ovunque disseminata. Vi aderisce unanimemente quasi avesse una sola anima e un solo cuore. Li proclama, li insegna e li trasmette all'unisono, come possedesse un'unica bocca. Benché infatti nel mondo diverse siano le lingue, unica e identica è la forza della tradizione. Per cui le chiese fondate in Germania  non credono o trasmettono una dottrina diversa da quelle che si trovano in Spagna o nelle terre dei Celti o in Oriente o in Egitto o in Libia o al centro del mondo. Come il sole, creatura di Dio, è unico in tutto l'universo, così la predicazione della verità brilla ovunque e illumina tutti gli uomini che vogliono giungere alla conoscenza della verità. E così tra coloro che presiedono le chiese nessuno annunzia una dottrina diversa da questa, perché nessuno è al di sopra del suo maestro. Si tratti di un grande oratore o di un misero parlatore, tutti insegnano la medesima verità. Nessuno sminuisce il contenuto della tradizione. Unica e identica è la fede. Perciò né il facondo può arricchirla, né il balbuziente impoverirla”.

 

09 luglio 2016

Happening dei giovani 2016 dedicato a Chesterton


Riceviamo e rilanciamo con piacere l'invito all'Happening dei giovani 2016, che si svolgerà dal 22 al 31 luglio a Salsomaggiore Terme, all'oratorio don Bosco.
Fra eventi ludici e culturali, quest'anno l'evento è dedicato in particolar modo a Chesterton. In particolare il 26 luglio ci sarà un bell'incontro con Paolo Giulisano e Fabio Trevisan dal titolo "Chesterton, l'eredità di un uomo vivo". "Oltre alla prospettiva culturale dello scrittore inglese - scrivono gli organizzatori -ne conosceremo anche la prospettiva di fede che ha portato la Chiesa ad aprire un'indagine per la causa di beatificazione. Una serata per riscoprire un vero maestro di pensiero e di umanità, rivoluzionario come la verità. E come l'amore per la libertà, nemica di ogni conformismo, a cui Chesterton continuamente ci educa.
In generale l'evento ci sembra molto interessante. Un buon modo per combattere la calura estiva.

Link dell'evento
 

03 febbraio 2016

Un Campari con... Annalisa Teggi



a cura della Redazione

Annalisa Teggi è dottore di ricerca in letteratura comparata e saggista. È traduttrice di prosa e poesia di lingua inglese, in particolare delle opere di Gilbert Keith Chesterton. Attualmente cura un blog intitolato «Capriole cosmiche».

Annalisa, tu ormai in Italia sei considerata una delle massime esperte e traduttrici di Chesterton. Come lo hai conosciuto?


C’è una cosa di cui mi vanto molto: gli eventi davvero significativi per la mia vita non sono mai stati frutto di una mia capacità o volontà. Chesterton non fa eccezione. Lo ritengo un padre, ma se fosse dipeso da me non mi sarei mai messa a leggerlo. In un momento lavorativamente cupo, in cui non avevo alcuna prospettiva di occupazione in vista, l’amico Marco Antonellini mi “costrinse” a tradurre La ballata del cavallo bianco di Chesterton. C’è da ringraziare molto gli amici che “costringono”! Avevo molte obiezioni sulla mia scarsa conoscenza dell’opera e dell’autore, ma Marco insistette finché non mi misi al lavoro. Da allora in poi Chesterton ha fatto il resto … è come un virus (benigno) che si diffonde nel cuore e nella mente, e da cui non sono più guarita. Non uso la parola virus solo in senso ironico, perché in effetti le parole di GKC hanno la capacità di rivoluzionare alla radice l’umanità di una persona, di cambiarla radicalmente. È un rovesciamento fruttuoso che ti permette di rivedere da capo quel che hai sempre avuto sotto gli occhi. Non c’è niente di nuovo sotto il sole, eppure tutto si fa nuovo sotto il sole se guardato con la ragionevolezza di Chesterton. Ecco perché, quando ho raccontato in un libro il mio incontro con gli autori a cui sono più affezionata, ho scelto di intitolarlo Capriole cosmiche: mi sono accorta che anche Dante, in fondo, fa il viaggio nell’aldilà per ribaltare il suo punto di vista, che nella selva era arrivato a un punto morto. Deve sprofondare fin nelle viscere della terra e uscire dalla parte opposta del globo per recuperare la luce. Questo capovolgimento è un esercizio costante in Chesterton, quasi assillante, ma ha un senso: le nostre verità possono stare davvero in piedi solo se tollerano di essere messe sottosopra (cioè sono solide solo se possono essere osservate da punti di vista inconsueti senza alterarsi). Altrimenti, sono un castello di carte che si regge sull’equilibrio precario di un’ideologia e non della realtà.

Qual è stato secondo te il suo ruolo - oserei dire la sua missione - nella società inglese (ed europea) di inizio '900?

Nonostante il suo nome sia quasi sparito da tutti i manuali di letteratura in circolazione, Chesterton fu un personaggio celeberrimo mentre era in vita. Scriveva con regolarità sui giornali inglesi, grandi filosofi come Bertrand Russell volevano confrontarsi con lui nei dibattiti pubblici, un autore come Charles Dickens è stato rivalutato e apprezzato grazie ai saggi di Chesterton. Però, non ha senso fare polemica letteraria sull’attuale incomprensibile eclissi della sua opera negli ambienti letterari ufficiali.
Voglio invece sottolineare il campo su cui GKC ha seminato con più fervore e in cui tuttora raccoglie frutti: la vita dell’uomo comune. Un esempio. Negli ultimi anni di vita Chesterton fece un programma radiofonico per la BBC e così la sua voce entrò concretamente nelle case degli inglesi. Quando poi morì, un barbiere dichiarò: «Mai letto una riga di quello ha scritto, ma lo ascoltavo sempre per radio. Sembrava che fosse seduto accanto a me nella stanza». Il posto che GKC reclama tuttora per sé non è nei circoli intellettuali o al centro dei dibattiti letterari, bensì accanto all’uomo comune. Questa è la premura sotterranea e radicale che si coglie in ogni suo scritto: affiancare l’uomo nella battaglia della vita, offrendogli le armi vincenti del senso comune e della ragione, che poi trovano il loro naturale e compiuto traguardo nella fede cattolica.
C’è un altro contesto in cui Chesterton rimane un riferimento imprescindibile: la narrativa poliziesca. È riconosciuto come uno dei migliori giallisti al mondo. Sono tantissimi gli investigatori usciti dalla penna di GKC, oltre al celebre Padre Brown. Tutti hanno un tratto comune: sono personaggi simpatici e umili, che indagano i misteri della vita (e morte) umana attraverso l’immedesimazione, vale a dire tentando di comprendere le ragioni che possono spingere un essere umano a commettere un atto malvagio. L’osservazione va a braccetto con la compassione, anzi la compassione muove e nutre l’osservazione. Il racconto giallo era per Chesterton uno specchio della vita, che è un mistero, ma un mistero che può essere risolto. È la grande verità – e in questo caso si può proprio parlare di missione – che Chesterton non si è stancato di dire all’uomo del ‘900 in balia del nichilismo. Al secolo del «cuore di tenebra» GKC ha proposto il coraggio di una conversione del cuore, suggerendo con chiarezza e tenacia ciò che fu anche la conquista più grande della sua vita: il lieto fine del mistero umano ha un volto incarnato, quello del Dio fatto Uomo che venne ad abitare in mezzo a noi.


Chesterton può essere definito un classico? Se sì, perché?

Parlando di uno degli autori più classici della letteratura inglese, Geoffrey Chaucer, Chesterton disse che i grandi poeti non sono quelli che danno al lettore un paio d’occhiali per vedere l’erba blu, ma sono proprio quelli che permettono a tutti di scoprire che l’erba è verde. Questa è la miglior definizione possibile di cosa sia un «classico» e rispetto a ciò l’opera di Chesterton appartiene di merito alla categoria.
È pur vero che, di solito, il «classico» è un libro datato che gli studenti sono costretti a leggere a scuola, per poi detestarlo e dimenticarlo. E, da questo punto di vista, la sfida che si può proporre al mondo letterario è: Chesterton è un classico che può aiutarci a capire perché certi libri sono dei classici da sempre. E qui torniamo all’erba che è verde. L’uomo non ha bisogno della letteratura per fuggire dalla realtà, ma per scoprirla. Abbiamo bisogno di canti e di effetti speciali per vedere come è prezioso e vertiginoso ciò che abbiamo per le mani. Uno dei romanzi più entusiasmanti di Chesterton, Uomovivo, mette in scena questa titanica impresa: parla di un tipo talmente pazzo da fare ogni sorta di follia pur di scoprire da capo ogni giorno il luogo in cui vive (entra in casa sua in tutti i modi, tranne che dalla porta; fa il giro del mondo per sentire la nostalgia di casa; tenta di uccidere un nichilista pur di fargli notare che non è realmente nichilista).
Se pensiamo a una storia ultra-classica come quella di Renzo e Lucia possiamo accorgerci che, in fondo, il messaggio umano è il medesimo: bisogna lasciare, anche dolorosamente, la propria casa per poterla ritrovare (e soprattutto per capire il senso complessivo di cosa si costruisce dentro quella casa). Dunque non sono i «libri classici» ad essere noiosi, siamo noi gli annoiati che hanno finito per avere una vista miope e una mente rattrappita di fronte alle cose. Abbiamo bisogno di fare le acrobazie per vedere ciò che c’è già, il classico è quel genere di libro che ci permette di fare questa ginnastica. In base a questo criterio molti bestseller di successo finiscono direttamente nella spazzatura, mentre quei libri vecchi e impolverati che abbiamo sugli scaffali si dimostrano amici leali ed eternamente giovani.

Come mamma lavoratrice, cosa pensi delle varie antropologie femminili del lavoro (fra gli estremi femminista in carriera e cattolica a casa coi figli)?
In tanti mi dissero che era una scelta azzardata sposarsi mentre ancora studiavo, io l’ho fatto senza fare troppi calcoli. Sono rimasta incinta del mio primo figlio quando ero al secondo anno del dottorato di ricerca. Ad un certo punto ne diedi notizia ai miei compagni di corso, molti dei quali mi risposero: «Mi dispiace…». Non erano né ironici né cattivi, ma semplicemente onesti. Era evidente anche a me che la novità nel mio grembo era incompatibile con le logiche brutali del mondo della ricerca universitaria, che richiede una dedizione assoluta – per non dire disumana. In quel caso fu mio marito a darmi la dritta giusta e lo fece a modo suo, cioè da ingegnere. Mi disse: «In matematica sommando un positivo con un altro positivo non si arriva mai a un risultato negativo». Questa era la sfida sul tavolo: l’arrivo di un bambino era un positivo e la mia passione per la letteratura era un positivo, dunque non erano elementi da guardare in modo oppositivo, bensì costruttivo.
Da allora in poi non è stato facile trovare una strada, perché l’attrito circostante è forte: avere una famiglia da curare viene tuttora considerato un ostacolo per una madre lavoratrice. E anche in questo contesto Chesterton si è rivelato un compagno di strada indispensabile: mi ha insegnato che per osservare adeguatamente una circostanza importante o grave occorre sempre partire dalla teoria, cioè occorre avere un ideale solido (lo scrive in Cosa c’è di sbagliato nel mondo). Solo a partire da un ideale si generano soluzioni pratiche efficaci. L’ideale che Chesterton mi ha aiutato a mettere a fuoco è la famiglia, quel nucleo affettivo che contiene e sostiene una visione umana «sana»: ogni altra cosa che incontriamo fuori dalla porta di casa è parziale, cioè è interessata a una sola parte della nostra persona (sul lavoro sono richieste le nostre competenze migliori, lo stato ci vuole cittadini onesti, il ristorante ci accoglie come clienti educati). In famiglia, invece, vale tutto di noi … vale anche il nostro peggio, perché a volte – ad esempio – a un marito è chiesto di sistemare un rubinetto anche se non ne è proprio capace e i figli ti sorridono anche quando mangiano una ciambella sbruciacchiata. Ci si prova, perché la famiglia è il luogo degli esperimenti e della libertà.
Forte di questa evidenza, affronto di giorno in giorno le sfide che mi si pongono. L’esperienza mi ha permesso di verificare che, tutte le volte in cui ho tenuto come punto fermo la famiglia (le priorità che mi si chiedevano come madre), ne sono seguite scelte lavorative positive. È un po’ come il compasso: se c’è un braccio fisso, l’altro può muoversi senza mai perdersi. Ovviamente non è tutto rose e fiori, anzi mi ritrovo spesso a constatare che tutti i miei progetti sono saltati e intraprendo lavori che mai avrei pensato di fare. La precarietà mi è compagna, ma anche certe soddisfazioni inaspettate. Insomma, è un’avventura … un mare burrascoso che fortifica i muscoli di chi ci nuota.

Sappiamo che sei in dolce attesa (congratulazioni e auguri!). Volevo chiederti se la maternità possa considerarsi una capriola cosmica :-D

Eccome! La maternità è proprio un’acrobazia tosta. Io e mio marito abbiamo accolto i figli che sono venuti senza pianificarli; abbiamo anche accolto la dolorosa esperienza di perderne uno prima che nascesse. E partirei proprio da qui. So che spesso la gravidanza viene presentata alle future mamme come un momento in cui sperimenteranno una forza e una sicurezza personali incredibili. Per me non è mai stato così, rimanendo incinta mi sono sempre sentita come lo sceriffo di provincia che vede il suo ufficio invaso dagli agenti dell’FBI, i quali lo mettono all’angolo con la frase: «Ora qui comandiamo noi!».
La gravidanza è un momento in cui è la donna è attrice, ma non regista. Il corpo ospita un evento grandioso che alla madre è chiesto di sostenere, senza esserne padrona. Questo mi è stato brutalmente evidente con l’esperienza dell’aborto spontaneo, ma è altrettanto evidente con le gravidanze che portano a una nascita: la madre partecipa a qualcosa che non comanda; è l’evento più clamoroso di cui possa fare esperienza, eppure non lo guida. Perciò è proprio una capriola, perché ti «costringe» a essere una protagonista umile. Una volta di più c’è da ringraziare del fatto che in certe circostanze «si è costretti»!
Banalmente, io mi porto le nausee fino in sala parto e la mia emotività diventa ingestibile per nove mesi: sono proprio pessima e insopportabile quando sono incinta. E – a posteriori – ne rido, perché mi dico: «Ma guarda, è proprio stupefacente: l’impresa più meravigliosa della tua vita l’hai condotta in condizioni pietose!». Questa apparente contraddizione mi aiuta a guardare con più onestà i miei figli, perché senz’altro il valore e la dignità della loro persona non dipendono da una mia bravura.

 

19 febbraio 2015

Capriole cosmiche


di Giuseppe Signorin

Diamine, Annalisa! Stavo rileggendo le tue “Capriole Cosmiche”, ovviamente a testa in giù, per scriverne una recensione, cercavo disperatamente di capire cosa scrivere, come rendere l'idea del ribaltamento, del mondo sottosopra, della realtà che ci appare al contrario di quello che è e quindi dobbiamo essere noi a capovolgerci per vederla veramente, avevo pure recitato un Rosario per trovare le parole giuste, quando mi chiama mio cognato Fabio per andare a comprare il regalo di compleanno di mio padre, Guido (gli regaliamo un tablet). Stasera festeggiamo lui e mia sorella, Paola, compiono gli anni a distanza di pochi giorni. 

Dico a Fabio di passare a prendermi fra un'ora, un'ora dovrebbe bastarmi per scrivere la recensione, penso, o almeno per farmi venire un'idea. Trenta secondi dopo però vibra di nuovo il cellulare, è ancora mio cognato, la novità rispetto a trenta secondi prima è che mia sorella, come tutte le donne e le mogli in particolare (eccetto la mia, in questo momento, perché in questo momento, in teoria, la mia sta ancora dormendo), è imprevedibile, e fra un'ora è troppo tardi, ha degli impegni, quindi mio cognato deve venire prima, gli dico fra venti minuti e quindi in pratica mio cognato sta per arrivare. Cosa vuoi che riesca a dire Annalisa in venti minuti del tuo libro e di Dante e di Chesterton e delle Capriole Cosmiche che ribaltano il mondo e te lo fanno vedere come realmente è cioè terribile e meraviglioso ma solo a patto che si imbocchi la via giusta che però è in salita conviene anzi farsi un giretto all'Inferno, prima, così poi si capisce meglio il Paradiso... quando sono costretto a cambiare piani e affrontare lo shopping tecnologico, peggio di quello esistenziale, e poi ho ancora addosso il pigiama, no, in realtà ho i pantaloni della tuta e le scarpe da ginnastica ma anche la maglia del pigiama. 
Anita dorme. Potrebbe essere il nome di un gruppo musicale. Permettimi almeno di pubblicizzare con largo anticipo, così ora di quel giorno tutti se ne saranno dimenticati, la prima data del tuo “Carriole Comiche Tour” ad Arzignano (VI), dove viviamo, il 23 maggio, non so ancora esattamente dove, magari nei vecchi spogliatoi dell'ormai estinta Garcia Moreno, la squadra dove giocavo io, nel campetto dell'oratorio.
Io e mia moglie, ovvero i #mienmiuaif, suoneremo dal vivo parte del nostro sconfinato repertorio per te, perché hai detto che non vuoi molta gente e allora quale miglior modo per allontanarla. In conclusione devo dire che prima della telefonata di mio cognato la mia giornata era un po'... come dire... un po' impantanata, ma un pantano più da bordo campo che da mischia in area... Mio cognato invece mi ha fatto l'effetto di una sveglia. Certo, per chi ancora non ha letto il tuo libro, “Capriole Cosmiche”, quello che sto dicendo potrà sembrare un delirio, me ne rendo conto. Per chi lo leggerà anche. Però leggetelo – soprattutto se avete delle sorelle e volete apprezzarne di più gli umori e gli impegni.

*"Capriole Cosmiche", di Annalisa Teggi, capriolecosmiche.com


 

21 dicembre 2014

Chesterton sui regali di Natale


di Giuliano Guzzo

La convinzione che molti, anche fra i credenti, si sono fatti del Natale è a disturbare un autentico festeggiamento natalizio siano anzitutto il consumismo e la ricerca dei regali di questi giorni. Tanti la pensano così ma – sia detto con rispetto – sbagliano. Non perché il consumismo, laddove eccessivo, non sia un problema, ma perché il falso Natale non è quello con troppi regali ma quello senza Gesù; è quella la Festa senza il Festeggiato. E se da un lato è vero che una smisurata attenzione ai regali può distrarre dal senso del Natale, dall’altro non è certo evitando di farsi dei doni che si sarà automaticamente partecipi, come per magia, dell’essenza natalizia. Anzi.

In tal senso, anticipando sorprendentemente di decenni le polemiche sul consumismo natalizio, il grande Gilbert Keith Chesterton (1874-1936) osservava: «Poco tempo fa ho letto l’affermazione di una signora sull’argomento: dice che lei non “faceva regali” nel senso grossolano, sensuale e terreno dell’espressione ma Cristo stesso è un regalo di Natale. Una nota a favore dei regali materiali è stata buttata giù persino prima della Sua nascita, con i primi spostamenti dei saggi dell’Oriente e della stella: i Tre Magi giunsero a Betlemme portando oro, incenso e mirra. Se avessero portato solo la Verità, la Purezza e l’Amore non ci sarebbero state né un’arte né una civiltà cristiana».
Oltre alla storia dei Magi, pare che a rafforzare la tradizione natalizia dei doni, degli auguri e del pranzo natalizio sia stato – in epoca meno remota – il successo di A Christmas Carol di Charles Dickens (1812-1870), racconto che vide le stampe il 18 dicembre 1843 riscuotendo subito successo e vendendo ben 6.000 copie in appena una settimana. Tuttavia questo nulla dice circa la pericolosità dello scambiarsi dei doni e dello sforzo di chi, a Natale, cerca di essere più buono e generoso. Chiaramente l’impegno non dovrebbe essere limitato alla seconda parte del mese di dicembre e durare tutto l’anno; ma questo dipende dalla capacità di custodire la verità di Natale, non certo dall’astenersi dal fare regali per paura d’inquinarla.
http://giulianoguzzo.com/2014/12/21/chesterton-sui-regali-di-natale/

 

02 settembre 2012

GKC: gioia, humour e ortodossia


Con questo contributo - dedicato a uno degli ispiratori di C&dM - inizia a collaborare con noi Marco Massignannato ad Arzignano (VI) il 26 dicembre 1983. Studia Filosofia all'Università di Verona. Trascorre una vita semplice e discreta, ritmata dalla preghiera e dallo studio, tra molti libri e pochi (ma buoni) amici. Devoto figlio della Chiesa Cattolica, politicamente milita sotto la bandiera della regalità sociale di Cristo. Il suo motto è quello del Papa veneto San Pio X: Instaurare omnia in Christo.