di Marco Massignan, Franciscus Pentagrammuli, Ilaria Pisa e Lorenzo Roselli
Che succede? Succede che ha ragione
Voltaire quando dice: "Per capire
chi vi comanda basta scoprire chi non vi è permesso di criticare".
Oggi, del resto, si può parlare di tutto, tranne di ciò che conta davvero. Il “casus
belli” è il
dibattito che si dovrebbe tenere il 29 gennaio all'Università Cattolica di Milano: le Edizioni Radio Spada presenteranno
il libro “Anche
se non sembra. Discorsi sui rapporti internazionali e teologia politica” di Andrea Giacobazzi (con un saggio introduttivo di
Maurizio Blondet). Leggiamo un estratto dall'introduzione: "Dalla storia dell’antico
giudaismo fino all’attuale conflitto siriano, dalla
resistenza della Chiesa (Novus Israel, Verus Israel) verso il sionismo ai
rapporti tra fascismo, comunismo sovietico e mondo arabo. Dal “protestantesimo”
islamico-fondamentalista fino a certo razzismo rabbinico. E così
via fino a giungere alle questioni scottanti di questi tempi, in cui un trait d’union
pare legare l’ormai diffusissima “religione
della Memoria” con un fittizio “antisemitismo”,
divenuto un allarme routinario e ingiustificato, un espediente politico usato
come una clava nella vita interna degli Stati europei e nella politica del
Vicino Oriente. La lettura – arricchita da oltre quattrocento note a piè di
pagina – sarà fonte di argomenti e riflessioni che i mainstream media si sono
premurati di tenere in un cono d’ombra".
Apriti cielo! La macchina mediatica si è subito messa in
moto creando il mostro. Nulla di nuovo sotto il sole: è da anni in corso una
massiccia campagna per criminalizzare ogni critica verso Israele e alcune
frange dell'Ebraismo. Ogni ricerca storica, politologica e più in generale ogni
produzione intellettuale viene – pregiudizialmente e aprioristicamente –
additata come antisemita e monitorata a livello planetario. Per poterlo “monitorare”, l’antisemitismo
va innanzitutto definito. E qual è la sua definizione? Nel “Report on Global Anti-Semitism” e nel “Global
Anti-Semitism Report”, il Dipartimento di Stato USA ha stilato una lista delle
convinzioni che vanno considerate antisemite: qualunque affermazione secondo la
quale la comunità ebraica controlla il governo, i media,
e il mondo finanziario va considerata antisemita; un forte sentimento
anti-israeliano va considerato antisemita; ogni vivace critica dei leader
israeliani, del passato o del presente, è antisemita;
ogni critica della religione giudaica o dei suoi capi religiosi o della sua
letteratura (specialmente il Talmud e
la Kabbalah) è antisemita, e via dicendo. Lo stesso insegnamento
tradizionale cattolico sul giudaismo viene trasformato in un crimine d'odio (hate crime). Ci troviamo insomma di fronte ad una religione civile,
l'unica rimasta. Ha scritto Maurizio Blondet: “Di fronte ad essa, non è consentita l'apostasia, e nemmeno il
semplice agnosticismo che invece è raccomandato come atteggiamento laico
verso tutte le altre. (…) Essa è protetta dalla critica per legge...
chiunque provi sulla base di ricerche storiche, a dire che le cose non sono
andate come vuole la fede universale, è
“revisionista”, e quindi espulso dalla comunità”. Esposto alla pubblica gogna.
Tutto ciò sta accadendo in un’università, precisamente nel
principale ateneo cattolico italiano: l'Università Cattolica del Sacro Cuore di
Milano, a cui si è contestato di permettere il regolare svolgersi della
suddetta presentazione pochi giorni dopo il Giorno della Memoria. Forse per comune contesto o per pari senso del ridicolo, a
chi scrive balena alla mente un alterco che il politologo statunitense ebreo e
antisionista Norman Finkelstein ebbe con una studentessa ebrea di origine
tedesca all'Università di Waterloo, nel Regno Unito alla fine di una conferenza. Durante lo spazio dedicato alle domande, la studentessa si rivolse in lacrime a
Finkelstein dicendo: “Durante il suo
discorso lei ha fatto molti riferimenti agli ebrei paragonandoli ai nazisti.
Questo è estremamente offensivo per chi è tedesco e per chi ha sofferto nella
guerra nazista”. Finkelstein, tra i fischi del pubblico, rispose così: “Io non rispetto più questo discorso. Davvero non più. Non amo e non
rispetto le lacrime di coccodrillo.
A me non piace giocare di fronte ad un pubblico la carta dell'Olocausto, ma
adesso mi sento obbligato a farlo. Il mio defunto padre fu ad Auschwitz, la mia
defunta madre stette nel campo di concentramento di Majdanek. Ogni singolo
membro della mia famiglia dalla parte di mio padre e di mia madre è stato
sterminato! Entrambi i miei genitori presero parte alla rivolta del ghetto di
Varsavia, ed è esattamente e precisamente per la lezione che i miei genitori
hanno insegnato a me e ai miei due fratelli che io non rimarrò in silenzio
mentre Israele commette i suoi crimini contro i Palestinesi! E non considero
niente di più spregevole dell'usare la loro sofferenza (dei miei genitori) ed
il loro martirio per tentare di giustificare la tortura, la brutalità, la demolizione
delle case che Israele ogni giorno commette contro i palestinesi! Per tanto io
rifiuto di farmi ancora intimidire o soggiogare dalle lacrime!”
Come andrà a finire
non lo sappiamo. Non sappiamo se basterà una quenelle per
ridicolizzare questa psicopolizia. Senz’altro ogni spirito libero, massimamente
il cristiano, che vuole rifiutarsi di bruciare il grano d'incenso all'idolo di
turno, dovrà mantenersi nella serenità, pur nella solitudine d’una posizione
scomoda. Non farebbero altrettanto gli Erasmo e, attenzione
attenzione, i Galileo Galilei? Eppur si muove... e anche se non si muove, non
vediamo perché non se ne possa discutere. Generazioni di liberi pensatori, di
fierissimi liberali, di oppositori ad ogni censura dovrebbero schierarsi,
questa volta, con Andrea Giacobazzi e i compagni ed amici di Radio Spada e
delle Edizioni: strano, direte. E invece no, non sarebbe la prima volta che in
difesa delle libertà si trovano proprio, forse loro malgrado, i conservatori, i
reazionari. Strani giochi della Provvidenza, cui piace di scompaginare le carte
umane, per condurre il tutto al meglio e, se così si può dire, in modo più
divertente e brillante di quanto prospettassero i programmatori del progresso. Fra cento anni, la storia avrà giudicato su chi sia oggi
dalla parte dell'uomo e chi no: siamo sicuri che il giudizio su coloro che, per
motivazioni politiche (ancorché frammiste di teologia), avranno ostacolato la
ricerca e la libera discussione accademica nel campo della storiografia, sarà favorevole?
Il nostro aiuto è nel nome del
Signore.
E noi, ubbidienti all'appello di Norman Finkelstein, non
possiamo che esprimere la massima solidarietà e supporto agli amici e fratelli
di Radio Spada.
Pubblicato il 25 gennaio 2014