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28 novembre 2017

Donne che odiano gli uomini: i limiti e l’ipocrisia delle battaglie per i diritti delle donne


Foto di Alfonsa Cirrincione
di Federica Poddighe

Assistiamo, da qualche tempo a questa parte, ad una strana contraddizione di cui, pare, nessuno rilevi l’effettiva e paradossale portata. Se, infatti, da una parte istituzioni, politica e media tendono a far sbiadire in maniera costante e progressiva le “differenze di genere”, smentendo la retrograda distinzione fra due soli sessi (quello maschile e quello femminile) a vantaggio di differenziazioni molto più variegate e fantasiose, dall’altra gli stessi organi si fanno portatori di una martellante campagna volta a costruire artificiosamente dei “distinguo”, tesi – questa è la pretesa – ad una maggiore tutela delle appartenenti al genere femminile.

E così, nei giornali, nei proclami politici, nelle dissertazioni più o meno impegnate il tradizionale e femminile color rosa si tinge del nero della cronaca, per via delle violenze di cui le donne sarebbero quotidianamente vittime. Da qui l’orrendo neologismo, “femminicidio”, che individuerebbe il fenomeno, definito in preoccupante e costante aumento, dell’uccisione di una donna da parte di un uomo.

Senza alcuna volontà di sminuire la portata di violenze e delitti, chiunque ne sia la vittima, sarebbe opportuno chiarire che, dall’esame dei dati statistici, emerge che il fenomeno – così come dipinto dai media e dalle vestali post-femministe – in realtà non esiste: il numero delle donne vittime di omicidi e violenze è di gran lunga inferiore a quello degli uomini, né è dato ravvisare un aumento esponenziale, nel corso degli anni, di reati e delitti che abbiano come vittima una donna. Non solo.

La denuncia affranta e preoccupata di chi vorrebbe le donne destinatarie di comportamenti violenti, ossessivi e criminali da parte di uomini che quasi sempre sono fidanzati, mariti o ex compagni, ovvero spasimanti incapaci di accettare un rifiuto, passa inevitabilmente per la vulgata di un Paese, il nostro, retrogrado, maschilista e patriarcale, affetto da una mentalità che condanna la donna ad un ruolo subalterno e inferiore, che quasi la considera una pertinenza o una proprietà dell’uomo (padre, marito, amante che sia).

Eppure, un’indagine svolta dall’Agenzia per i Diritti Fondamentali della UE nell’ambito di violenze e omicidi ai danni delle donne dai 15 anni in poi ha dimostrato che i Paesi mediterranei (e cattolici…) dell’Europa Unita possono vantare un numero di violenze sessuali e “femminicidi” inferiore a quello degli altri Paesi, con un numero di simili reati che cresce man mano che si sale verso il Nord del Continente e diventa preoccupante proprio in quelle illuminate socialdemocrazie scandinave che tutti immaginiamo all’avanguardia per mentalità e sviluppo sociale (1).

Un altro atteggiamento pseudo-protezionistico nei confronti del “gentil sesso”, che vive la ribalta nella stampa e nelle discussioni politiche e intellettuali, è quello delle cosiddette “quote rosa”, ovvero delle quote minime di presenza femminile all’interno degli organi politici e istituzionali, elettivi o meno.

È di questi giorni, ad esempio, la notizia che il consiglio regionale della Sardegna ha votato per l’inserimento del principio della “doppia preferenza di genere” nella legge elettorale statutaria e alle prossime elezioni regionali, dunque, i sardi avranno la possibilità di esprimere due preferenze (la seconda di genere diverso). La legge approvata introduce anche il principio che prevede la parità al 50% nella compilazione delle liste e, sempre a garanzia di una perfetta parità, un numero di candidati pari (maggiorato di un’unità) anche nelle circoscrizioni con seggi dispari.

Il ragionamento che sta alla base di certe pretese è quello che vorrebbe le donne tradizionalmente svantaggiate nell’accesso a ruoli preminenti in politica, ovvero nelle istituzioni: in tale contesto, le “pari opportunità” si raggiungerebbero unicamente concedendo alle donne un oggettivo “vantaggio”, che le preservi dall’esclusione o dall’emarginazione da parte dei colleghi di sesso maschile. Il ragionamento non può convincere chiunque ritenga che il criterio di preferenza nell’ambito di una competizione elettorale, ovvero nella scelta di un candidato ad un ruolo istituzionale, possa e debba essere esclusivamente quello del merito.

Un approccio alla politica condizionato dalla pregiudiziale delle “quote rosa” o della “doppia preferenza di genere” imporrebbe la necessaria presenza e rappresentanza femminile in determinati ambiti, anche a prescindere dell’effettiva legittimità in termini di preparazione, professionalità e credibilità di quella rappresentanza.

Ragionando per assurdo, inoltre, si riterrebbe premiato il criterio delle pari opportunità laddove quella rappresentanza numerica di genere fosse raggiunta, sebbene – all’interno di quel partito, di quel consiglio di amministrazione, di quella pubblica amministrazione – un’ulteriore presenza femminile, anche al di là della “quota” stabilita, potesse garantire una migliore efficienza e una maggiore funzionalità.

Senza considerare, peraltro, che il concetto di una quota riservata ad una categoria di individui e stabilita aprioristicamente non farebbe che incrementare la partecipazione alla vita politica e/o istituzionale di tante donne scelte fondamentalmente in quanto mogli di, amiche di, sorelle di, socie di.. né più e né meno come nel corso degli ultimi anni – con rilievo squisitamente bipartisan – è successo.

Ciò che sconforta di simili campagne che dovrebbero avere la finalità di tutelare il “sesso debole”, che vedono un coinvolgimento di tantissime personalità influenti, sia maschili che femminili, è il ritorno ossessivo su argomenti e problematiche che, a nostro avviso, nulla hanno a che vedere con i problemi reali e concreti delle donne italiane.

Di tutte le donne, non di quella minoranza sfortunata (ma pur sempre minoranza) vittima di violenze, né di quella infinitesima porzione privilegiata che viene chiamata, da anfitrioni maschili più o meno disinteressati, a occupare ruoli di vertice e potere. Ci riferiamo a quelle donne che lottano ogni giorno – in casa e nel lavoro – per fare gli interessi della propria famiglia, senza alcun sostegno da parte delle istituzioni.

Di quelle donne che hanno visto trasformarsi l’obbligo imposto alle loro nonne di stare in casa a vegliare sul focolare domestico nell’imposizione moderna di essere necessariamente lavoratrici, stante la necessità imprescindibile di concorrere col proprio guadagno ai bisogni della famiglia. Sempre che – come purtroppo assai spesso accade – la donna non sia l’unica della famiglia a lavorare, a fronte della situazione di cassa integrazione o disoccupazione del marito.

Non fanno dunque notizia le vicende delle tante vedove, figlie o madri che hanno seppellito un marito, padre o figlio che ha deciso di togliersi la vita, sopraffatto dall’angoscia e forse anche dalla vergogna di non essere in grado di provvedere alla propria famiglia (quella dei suicidi per causa di indigenza o mancanza di lavoro è, questa sì, una vera emergenza del nostro Paese, in relazione alla quale, tuttavia, non si attivano campagne mediatiche, non si allestiscono task force, non si inscenano partecipati flash mob).

Si tenga, peraltro, conto che certe prese di posizione e certe artificiose battaglie hanno lo scopo, nemmeno tanto nascosto, di creare ed esasperare le contrapposizioni – in questo caso fra generi – alimentando divisioni e disgregazioni e dirottando interesse e preoccupazione della pubblica opinione su false problematiche, al fine di distoglierla da problemi reali e ben più urgenti.

È probabile che, più che dalle esponenti politiche, capaci di alzare voce e barricate unicamente a tutela delle proprie prerogative e dei propri privilegi, o di stracciarsi le vesti per emergenze artatamente sopravalutate, le donne italiane si sentano rappresentate da donne come Giuseppina Spagnoletti e Paola Clemente, rispettivamente di 39 e 49 anni, le braccianti tarantine stroncate da un malore e accasciatesi senza vita mentre era al lavoro nei campi per pochi euro al giorno.

O da Isabella Viola, 34 anni, madre di 4 bambini, che sosteneva col suo impiego la famiglia, alzandosi alle 4 del mattino e rientrando la sera tardi. Come molte altre, nella sua vita non ha avuto alcuna corsia preferenziale in quanto donna e anche lei è morta, non per mano di un uomo violento, ma stroncata da un collasso sulla banchina della metro, mentre – come tutte le mattine – si recava a lavoro.


(1) Si veda http://fra.europa.eu/en/publication/2014/violence-against-women-eu-wide-survey-survey-methodology-sample-and-fieldwork (pag. 30 della presentazione del Rapporto)


http://www.lefondamenta.it/2017/11/25/donne-odiano-gli-uomini-limiti-lipocrisia-delle-battaglie-diritti-delle-donne/



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Stuprus in fabula


di Edoardo Dantonia

Esiste una retorica che trovo a dir poco insopportabile che vorrebbe ignorare il male in favore di una sorta di libertà, che altro non è che mera illusione di poter fare quel che si vuole a dispetto di pericoli oggettivi.

Questa retorica spicca nel dibattito sullo stupro e vorrebbe le donne assolutamente libere di vestirsi come vogliono, di non sottostare alla tirannia del maschio violentatore. Io sono del tutto d’accordo: la donna dovrebbe essere libera di andare in giro nuda senza timore che qualcuno l’aggredisca. Dovrebbe.

Purtroppo il mondo non è giusto, o come si suol dire “la giustizia non è di questo mondo”.

Il male esiste e non basta affermare a parole il bene per farlo scomparire; gli uomini malvagi esistono e non basta dire che dovremmo essere liberi dal loro giogo per far sì che di punto in bianco smettano di nuocere.

Gli stupratori esistono e non basta dire che la donna dovrebbe essere libera di mettere una minigonna senza ch’essi si sentano legittimati a togliere quel poco di stoffa che manca per ottenere ciò che desiderano.

Sarebbe come mandare un bambina da sola in un bosco pieno di lupi e dirle: “Va’ sicura, è tuo diritto camminare nei boschi senza che un lupo ti sbrani; piuttosto sono i lupi a dover essere addomesticati”.

Peccato che i lupi difficilmente si possano addomesticare, e anche se fosse non è qualcosa che si può fare dall’oggi al domani. I lupi non smetteranno magicamente di predare perché qualche fino intellettuale ha asserito che devono farlo; le bambine da sole in un bosco non smetteranno di essere attaccate perché uno di cui si fidavano ha assicurato loro che siccome i lupi dovrebbero smettere di attaccarle, allora sono libere di attraversare il bosco.

Gli stupratori sono sempre esistiti e sempre esisteranno, per quanti uno riesca ad educarne. Ammesso poi che sia poi così facile individuarli, dal momento che in questo tipo di crimine la bestia rimane ben nascosta fino al momento fatidico, proprio come un lupo acquattato tra i cespugli in attesa della preda.

In sostanza, penso siamo tutti d’accordo nel dire che una donna non dovrebbe temere gli uomini che le camminano accanto. Ma il punto sta in quel condizionale, come dicevo.

E illudere una donna di potere tranquillamente aggirarsi per la città mezza nuda senza paura, significa consegnarla direttamente nelle mani del carnefice; significa diventare complice involontario di quell’orrendo crimine.

https://www.thesparklings.it/stuprus-in-fabula/



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25 novembre 2017

Io non mi scuso


di Giuliano Guzzo


Ignoro se Pietro Grasso abbia davvero «avuto il coraggio di chiedere scusa a nome di tutti gli uomini perché la violenza contro le donne è un problema di tutti gli uomini», come cinguettava entusiasta, su Twitter, Laura Boldrini. Se però lo ha fatto veramente, per una volta appoggio la presidente della Camera: ha avuto fegato. Sì, perché occorre proprio un bel coraggio per colpevolizzare indistintamente «tutti gli uomini» in luogo dei violenti, così includendo quelli che non hanno mai fatto del male a una mosca, i mariti che sgobbando provvedono da soli alla famiglia nonché gli squattrinati che, dopo il divorzio, hanno traslocato in auto. Coraggiosissima, si fa per dire, anche se non so se imputabile al presidente del Senato, è altresì la tesi secondo cui la violenza contro le donne sarebbe un problema maschile: non sono sicuro che le tre amiche di Leonarda Cianciulli, la saponificatrice di Correggio, le 91 vittime (quasi tutte femmine) di Delfina e María de Jesús González, e più in generale tutte le donne che, loro malgrado, hanno sperimentato certa “solidarietà femminile”, concorderebbero. So però che il sottoscritto, per ogni crimine, non si vergogna del genere maschile ma di quello umano. Perché la violenza – in ogni forma – oltre a non avere sesso, manca di senso.

https://giulianoguzzo.com/2017/11/24/io-non-mi-scuso/



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01 aprile 2017

Rasata perché rifiutava il velo. Buonisti in silenzio


di Giuliano Guzzo

La notizia, in sintesi, è che i servizi sociali d’intesa con la Procura per i minorenni di Bologna, nelle scorse ore, sono intervenuti con l’atto urgente di messa in protezione per una quattordicenne, originaria del Bangladesh, rasata a zero dalla madre – pare – perché rifiutava il velo. Ora la giovane è stata allontanata dalla famiglia, così come le sorelle, e affidata ad una comunità protetta e chi scrive non vuole certo trarre alcuna conclusione affrettata né su questo caso né, tanto meno, crederlo emblematico d’una tendenza diffusissima. Tuttavia, non si può neppure far finta che simili episodi, in fondo, non costituiscano dei campanelli di allarme. Dopotutto, è ancora viva la memoria della povera Hina Saleem (1985-2006), la ragazza pakistana uccisa in Italia dal padre con oltre venti coltellate perché rifiutava di adeguarsi ai costumi tradizionali della cultura d’origine. Attenzione: qui il problema non sono né il velo né gli usi stranieri. Anzi, chi segue questo blog ricorderà come, mesi fa, si sia definita demenziale la battaglia contro il burkini, il costume da bagno delle donne islamiche.

Il nocciolo della questione è invece un altro, e cioè il fatto che immigrazione islamica non fa rima con libertà. Il che, in realtà, può anche non costituire alcun problema, salvo che quando qualcuno prova a ribellarsi – come, pare, la quattordicenne cui si accennava – le cose possono complicarsi. Parecchio, anche. Del resto, che esista un legame tra certe comunità islamiche e violenza contro le donne è qualcosa, purtroppo, di abbastanza assodato. Fanno testo, a questo proposito, diverse dettagliate indagini condotte in Inghilterra.  Mi riferisco in primo luogo ad un report a cura dell’Organizzazione per i diritti delle donne iraniane e curde risalente al 2011, che metteva in luce come le cinque aree con la più alta concentrazione di casi di varie violenze contro le donne (matrimoni forzati, violenze dettate dall’onore, mutilazioni genitali, violenza domestica) fossero Londra, West Midlands, West Yorkshire, Lancashire e Manchester.

Tutte zone, manco a dirlo, a elevata presenza di immigrati mussulmani. Allo stesso modo, sempre in Inghilterra, i più recenti dati governativi segnalano come le nozze forzate siano in aumento – oltre 1.400 casi nel solo 2016 -, come in centinaia di casi riguardino ragazzine dai quindici anni in giù e come in oltre il 50 per cento dei casi la provenienza originaria delle persone coinvolte sia, guarda caso, il Pakistan o il Bangladesh. Tutto questo – ci tengo a sottolinearlo – non implica alcun nesso automatico e causale tra la presenza di comunità islamiche e i maltrattamenti alle donne, che purtroppo si verificano, talvolta, anche in famiglie cristiane o non religiose. Ciò nonostante, negare che vi sia un collegamento preoccupante e chiaro tra ambienti mussulmani e scarso rispetto della dignità femminile significherebbe, di fatto, mettere la testa sotto la sabbia. Che è proprio l’atteggiamento che – non solo in Italia, per la verità – hanno stabilmente adottato le Istituzioni, politici e intellettuali da salotto.

Gli stessi che, dinnanzi a casi di maltrattamenti o violenze in altri contesti, denunciano il perdurare della mentalità patriarcale, segnalano la necessità di svolte culturali e l’urgenza dell’educazione di genere, quando viene il momento di mettere in luce il rovescio della medaglia dell’immigrazione – chissà come mai – tacciono, fan finta di nulla, guardano altrove. E’ forse serietà, questa? Per quel che vale, direi di no. E credo che fatti come quello di Bologna, per quanto siano ancora da accertare, dovrebbero far riflettere. Perché non si può – quando di mezzo vi sono famiglie immigrate o di religione islamica – etichettare furbescamente taluni episodi di violenza come «casi isolati», mentre in tutte le altre situazioni rilanciare i tormentoni contro il sessismo imperante. Eppure è proprio ciò che accade e continua ad accadere, alimentando oggettivamente il sospetto di un doppio standard, tutto a favore di chi non è di origine europea di fede non cristiana. Due colpe, queste sì, difficilmente imperdonabili, almeno a giudicare l’atteggiamento di molti buonisti.

https://giulianoguzzo.com/2017/04/01/rasata-perche-rifiutava-il-velo-buonisti-in-silenzio/

 

22 luglio 2016

Il bigottismo femminista di Boldrini e RTL 102.5


di Alessandro Rico

In questi giorni, radio RTL 102.5 sta trasmettendo uno spot contro la violenza sulle donne, patrocinato ovviamente dalla Presidenza della Camera dei Deputati (sempre in prima linea quando si tratta di speculare sulle tragedie, promuovere la teoria gender e caldeggiare il femminismo radicale). Vari personaggi dello spettacolo, a turno, pronunciano questa frase: «Sono Tizio e, a nome di tutti gli uomini, chiedo scusa per la violenza sulle donne». Come al solito, dietro la foglia di fico della denuncia di crimini abominevoli, si cela il tentativo di somministrare surrettiziamente al pubblico un’ideologia distorta, una intollerabile discriminazione all’inverso, fondata, come nel più fosco incubo nazista, su un dato biologico.
Perché mai uno che non ha commesso alcun reato dovrebbe chiedere scusa, addirittura a nome di tutti gli uomini, per gli atti di violenza perpetrati da un individuo con il quale non ha alcuna relazione, se non il fatto di condividerne il genere sessuale? È evidente quale sia il subdolo intento della campagna pubblicitaria: trasmettere l’idea che la responsabilità degli atti di violenza (che, chiaramente, meritano il massimo biasimo) non appartenga a chi li commette (anche perché la sinistra boldriniana è la stessa inorridita dalla pratica giuridica della punizione), ma al genere maschile nella sua interezza. Ogni uomo, per il solo fatto di essere tale, deve venir indotto a sentirsi colpevole, condizionato da un istinto predatorio e aggressivo, potenziale stupratore omicida (anzi, femminicida), correo dei criminali con i quali condivide, appunto, lo stigma di un dato biologico.
Siamo al puro bigottismo farisaico (paradossale, se si pensa che la sinistra dei diritti civili dovrebbe proclamare la liberazione dalle superstizioni veicolate dalla cultura, dai pregiudizi, dall’oscurantismo). In un atteggiamento simile alberga una mostruosa confusione teologica, un pauroso rivolgimento della logica evangelica che, se presa sul serio, ci consentirebbe certamente di alleviare molte piaghe sociali. È indubbio che gli effetti di un peccato come la violenza sulle donne ricadano sulla società nella sua interezza: il male commesso da qualche suo membro ingenera sofferenza in tutta la comunità. Si potrebbe anche ammettere che gli abusi nei confronti delle donne, fidanzate, mogli, amiche, passanti, sono atti particolarmente odiosi – senza dimenticare che tante volte pure le donne sono protagoniste di vere efferatezze nei confronti di partner ed ex partner: si pensi ai padri divorziati ridotti sul lastrico, agli uomini che dichiarano di subire insostenibili pressioni psicologiche, o che addirittura si dichiarano vittime di abusi sessuali. Bisognerebbe avere il coraggio di dare pane al pane e vino al vino, riconoscendo che laddove si rompe il legame di complementarietà tra uomo e donna, la nostra società non fa altro che sperimentare il fallimento dei disvalori diffusi dalla rivoluzione sessuale, dal femminismo, da tutte quelle subculture che hanno demolito gli insegnamenti della Chiesa su famiglia e matrimonio, alimentando l’incomprensione e la chiusura reciproca tra i sessi (non è un caso se i Paesi con i più alti tassi di abusi sessuali siano quelli del Nord Europa, sulla carta i più emancipati).
Ciò detto, bisogna pure precisare che nessuna neolingua potrà cancellare il fatto che, sebbene gli effetti dei peccati sociali (dei peccati che ledono gli interessi e il bene comuni) gravino su tutta la comunità, la colpa dei singoli atti rimanga individuale (a meno che non si voglia confessare che proprio il clima ideologico suscitato dalle femministe ha acuito il problema della violenza, creando le condizioni che ne favoriscono la proliferazione). Siamo davvero al sovvertimento dell’atteggiamento di Cristo nel Vangelo: se dinanzi a lebbrosi, paralitici ed emorroisse, gli ebrei osservanti si ritraevano, per non contaminarsi col peccato che aveva marchiato quelle persone, spesso innocenti ma eredi delle colpe dei loro antenati, Gesù si avvicina, si lascia toccare, si prende cura, guarisce. Egli ci insegna che, semmai, siamo tutti malati, in quanto afflitti dal peccato originale (che saggiamente la Genesi ci racconta esser stato commesso, in concorso, da una donna e da un uomo) e dai peccati attuali commessi, e perciò bisognosi del medico, del Suo sacrificio che redime e salva.
All’opposto, nella logica boldriniana, l’uomo, in virtù del fatto biologico del suo genere sessuale (come sono un fatto biologico la lebbra, la paralisi o la perdita di sangue) diviene erede del male commesso dagli altri uomini, ne porta il marchio d’infamia e deve perciò guadagnarsi la rispettabilità con un pubblico atto di contrizione, un sacrificio incruento che è l’immagine speculare delle privazioni ipocrite cui si sottoponevano i farisei, impietosamente smascherate dall’unico vero sacrificio di Cristo.
Ci rendiamo conto che è ormai superfluo aspettarsi dai media e dalla politica una qualche profondità di analisi. Ma a maggior ragione è bene tenere dritte le antenne, vigilare, denunciare: chi minaccia di distruggere la civiltà, esattamente come il Maligno, lavora senza requie.
 

11 giugno 2016

L'uomo senza Dio e la violenza sulle donne


di Giuliano Guzzo

Il susseguirsi di fatti e notizie purtroppo allarmanti sta continuando, in questi giorni, ad attirare l’attenzione sul problema della violenza di coppia e, in particolare, sull’amore malato e possessivo. L’argomento è estremamente delicato e, insieme, troppo importante per non essere affrontato con serietà. Una serietà che impone, per quanto possibile, un approfondimento ragionato, non cioè emotivamente ma antropologicamente ispirato e finalizzato a comprendere le cause di quanto sta accadendo al di là di tesi false, per quanto diffuse. E dato che vi sono essenzialmente due modi per arrivare alla verità delle cose – direttamente oppure per gradi, iniziando con lo smascherare le menzogne –, direi che è utile, per meglio comprendere le dinamiche della violenza di coppia, partire proprio dalle false tesi che circolano al riguardo.

La prima è che quella secondo cui la violenza contro le donne, in particolare nel nostro Paese, sarebbe in buona sostanza frutto di una cultura patriarcale e ancora troppo poco egualitaria. Più precisamente, sarebbero gli uomini italiani ad essere sempre più violenti perché spiazzati dal cambiamento culturale in corso e impreparati – per non dire spaventati – dal nuovo ruolo della donna, non più angelo del focolare ma finalmente libera di scegliere e protagonista di un riscatto sociale. Ancorché molto diffuso e condiviso, questo pensiero è sociologicamente falso come dimostra il caso dei Paesi nord europei – certamente non cattolici, molto secolarizzati e poco patriarcali – nei quali violenza e “femminicidio” sono diffusi non allo stesso modo, bensì di più che altrove. Qualche numero e qualche dato aiuteranno, spero, a capire.

Si consideri la Svezia, autentico paradiso della “parità di genere” tanto da divenire, nel 1994, il primo Paese in assoluto con metà Parlamento composta da donne; ebbene in Svezia le violenze sessuali, dal 1975 al 2014, con cresciute in modo agghiacciante: + 1.472%. Anche considerando Danimarca e Finlandia è più elevato che altrove – dicono i dati – il rischio che una donna rimanga vittima di violenze, fisiche o verbali. Questa scomoda verità viene criticata da alcuni i quali ribattono che le donne del nord Europa sembrano subire più violenza solo perché la denunciano di più: obiezione intelligente, ma non fondata. Lo dimostrano sia i dati sulle donne uccise (non bassi) sia un nuovo studio, che ha messo in luce come la percentuale di donne che denuncia violenze in Danimarca, Finlandia e Svezia sia inferiore alla media europea (cfr. Social Science & Medicine, 2016).

La cultura patriarcale e la tradizione cattolica possono dunque lasciare il banco degli imputati, essendo inadeguati a spiegare la diffusione della violenza di coppia. E debbono lasciar il banco degli imputati pure famiglia e matrimonio. Un seconda tesi da smascherare, infatti, è quella individua la famiglia come il posto più pericoloso per una donna, che da sposata finirebbe nelle mani del marito violento senza via di scampo. Falso: i tassi di violenza domestica nelle convivenze – anche se è politicamente scorretto dirlo, dopo decenni di demonizzazione della vita matrimoniale – sono più elevati di quelli nei matrimoni (cfr. BMC Public Health, 2011; Intimate Violence in Families, 1997). Non solo: come conferma anche l’Istat, le donne coniugate sono, fra tutte, le meno esposte al rischio di subire violenza (6,5%), superate solo dalle vedove (4,0%), forse perché in genere queste sono più avanti con gli anni e con meno vita sociale.

La terza tesi da smascherare – assolti la cultura tradizionale e cattolica, così come la famiglia, dall’accusa d’incentivare la violenza contro le donne – è quella secondo cui l’uomo che maltratta o arriva ad uccidere la donna è quello possessivo. La tesi, in questo caso, è errata perché parziale; ed è parziale sia perché addossa al solo maschio la responsabilità dalla violenza di coppia sia perché è ovvio che chi arriva a maltrattare il partner è perché lo considera come oggetto anziché come soggetto. Il punto, semmai, è un altro: cosa porta un uomo lasciato ad uccidere l’ex? Un punto di vista molto convincente, al riguardo, è quello dello psichiatra Vittorino Andreoli, che alla domanda su quale sia l’uomo che uccide la donna che gli si rifiuta o la compagna che lo lascia, anziché riscaldare la minestra della cultura patriarcale ha affermato: «L’uomo pulsionale senza freni inibitori».

Scusate, ma «l’uomo pulsionale senza freni inibitori» – più che con l’icona caricaturale del capofamiglia religioso, conservatore e manesco – non combacia col modello di cui la pubblicità e i mass-media cantano con insistenza le lodi? «L’uomo pulsionale senza freni inibitori» non è forse quello che più segue l’istinto, che più coglie l’attimo e che antepone sistematicamente il “cuore” al cervello? Il vero problema, insomma, non sarà quello dell’antropologia edonistica, che credendo di liberare l’uomo da vincoli religiosi e morali sta finendo con de-umanizzarlo, rendendolo appunto «pulsionale senza freni inibitori»? Sono domande scomodissime se non altro perché, anziché chiamare in causa una non meglio precisata cultura del passato – di cui dovremmo sbarazzarci, secondo alcuni – mette nel mirino quella attuale e dominante; e c’è da giurare che, proprio per questo, molti le eviteranno.

Eppure è davvero difficile levarsi dalla testa che sia proprio il modello «pulsionale senza freni inibitori» – e quindi potenzialmente fuori controllo – il vero mostro, quello che alza le mani e talvolta uccide perché non conosce anzi odia ritenendola moraleggiante il concetto del limite, perché tiranneggiato dal suo Ego, perché posseduto dall’idea di meritarsi tutto senza doversi sudare nulla. Saremo in grado, prima d’iniziare come società, come comunità e come cittadini un nuovo percorso educativo, di raccontarci questa verità? Riusciremo ad ammettere cioè che il futuro che stiamo costruendo, così come lo stiamo costruendo, è esso stesso parte del problema, oppure continueremo – optando per la scelta più semplice – ad attribuire ogni responsabilità del disordine del nostro tempo alla cultura di coloro che ci hanno preceduto? Penso che molto, se non tutto, dipenda dalle nostre risposte a queste domande.


 

05 giugno 2016

La violenza contro le donne fra mito, realtà e (vera) prevenzione


di Giuliano Guzzo

Ritengo vi siano due prospettive diverse, direi opposte anzi, di considerare il problema della violenza sulle donne e di coppia. E in questi giorni, nei quali terribili fatti di cronaca hanno ri-attirato l’attenzione sull’argomento, pare quanto mai doveroso ricordarli. Il primo atteggiamento – ampiamente veicolato dai mass media – è quello che sottolinea la necessità di sempre più aggiornati e severi provvedimenti contro il “femminicidio” finalizzati ad inasprire le pene per i responsabili e a rieducare il sesso maschile, che non solo sarebbe maggiormente violento e spietato, ma si sentirebbe persino legittimato ad agire violenza alla luce di un substrato culturale di matrice conservatrice e patriarcale. Un secondo modo di considerare la questione della violenza sulle donne è invece quello, anzitutto, di fare i conti con almeno tre, scomode verità che la riguardano.

La prima scomoda verità è che le osannate leggi sul “femminicidio” servono a poco. Lo indica anzitutto il caso italiano col Ddl n.1079/2013 che, pur prevedendo tre nuovi tipi di aggravanti – quando il fatto è consumato ai danni del coniuge, anche divorziato o separato, o del partner pure se non convivente e per chi commette maltrattamenti, violenza sessuale e atti persecutori su donna incinta -, non pare abbia finora prodotto risultati convincenti [1], e lo stesso indicano i casi della Francia – dove nei primi diciotto mesi della più recente legge contro le violenze coniugali non si sono ottenuti gli esiti sperati [2] – e della Spagna, dove le norme contro la violenza di genere, varate con gran entusiasmo nel 2004, negli anni subito successivi hanno perfino visto gli omicidi con vittime femminili aumentare: 57 nel 2005, sono saliti a 69 nel 2006, a 71 nel 2007 e 76 nel 2008 [3].

Come seconda scomoda verità c’è da precisare che l’Italia, aspramente criticata come un Paese preda ancora – si sente spesso ripetere da più parti – di una cultura patriarcale e dunque intrinsecamente violenta, è in realtà uno dei paesi con il più basso tasso di donne vittime di omicidio al mondo. Proprio così: lo certifica l’ONU, secondo il quale la stima è di 0,5% ogni 100 mila cittadine, un valore che non permette di cantare vittoria – anche solo una donna uccisa è qualcosa di imperdonabile – ma pari a quello dell’osannata Norvegia (0,5) e inferiore a quelli di Paesi considerati molto più evoluti di noi quali Svezia e Spagna (0,6), Germania (0,8), Francia (0,9), Finlandia (1,3) e Belgio (1,5) [4]. Prima di associare ancora la visione tradizionale della famiglia alla violenza omicida sulle donne sarebbe dunque meglio, se i fatti contano qualcosa, essere cauti.

Anche perché, analogamente agli omicidi con vittime femminili, anche considerando il versante degli abusi domestici sulle donne, la posizione del nostro Paese appare, in proporzione, confortante: in una recente indagine a cura dell’Agenzia europea per i diritti fondamentali effettuata coinvolgendo, preservandone l’anonimato, quarantaduemila donne – circa millecinquecento per ogni Paese – si è infatti vista che, mentre questa violenza appare percentualmente molto diffusa nell’Europa del Nord, celebrata come modello civile, col 52% di donne danesi che racconta di aver subito una violenza fisica o sessuale, il 47% di quelle della Finlandia e il 46% di quelle della Svezia, relativamente meno grave sembra essere il problema nei Paesi Bassi (45%) e in Francia e Gran Bretagna (44%), con l’Italia che, con il suo 27%, si piazza al diciottesimo posto di questa particolare classifica [5].

Una terza e scomodissima verità sulla violenza interpersonale riguarda il fatto che – anche se non è politicamente corretto dirlo – questa è agita in percentuali molto simili anche dalle donne sugli uomini: la “simmetria” tra i sessi nella violenza interpersonale è infatti un fenomeno non solo noto gli studiosi, ma ampiamente riscontrato in parecchie parti del pianeta: in Canada [6], nel Regno Unito [7], in Germania [8], in Svezia [9], in Russia [10], in Nuova Zelanda [11] e, dulcis in fundo, negli Stati Uniti considerando tutti e tre i gruppi etnici: quelli bianco, nero ed ispanico [12]. La mole di queste evidenze statistiche – fra le quali non mancano ricerche sullo stalking femminile realizzate da stimate studiose [13] – è talmente consistente e, soprattutto, in conflitto con certe tesi che una parte degli studiosi tenta spesso di negarne l’attendibilità oppure corre ai ripari sostenendo che la violenza femminile, quando c’è, sia dovuta esclusivamente all’autodifesa.

Quest’ultima considerazione, ancorché possa apparire verosimile, è però priva di basi. Infatti, l’idea che la maggior parte delle violenze commesse dalle donne derivi dall’autodifesa è frutto di una cattiva lettura di un documento dell’OMS [14], che ha diffuso un report dove però, al riguardo, si citano tre ricerche che dicono rispettivamente: il primo studio che solo in un terzo dei casi la donna agisce violenza per autodifesa [15] il secondo studio che appena il 7% delle donne aveva agito violenza per difendersi dal partner [16], mentre il terzo studio [17] non presenta alcun dato nuovo e si basa sui precedenti. La sola rilevante differenza sulla violenza riguarda il fatto che le donne sono più propense agli schiaffi, ai morsi, al lancio di oggetti, mentre gli uomini – che sono meno propensi a denunciare le violenze che subiscono [18] – sono più inclini a picchiare e a tentativi di strangolamento [19].

Se le donne subiscono maggiori lesioni degli uomini non è dunque dovuto al fatto che gli uomini siano più cattivi bensì alle diverse tipologie di violenza esercitate e alla differenza forza fisica tra i sessi. Anche se non mancano neppure casi nei quali la stessa violenza fisica viene agita – anche prolungatamente nel tempo – dalla donna sull’uomo. Solo che è politicamente scorretto parlarne. Anche per questo, in Francia, ha suscitato notevole interesse l’uscita del libro di Maxime Gaget, un ingegnere informatico che dalla compagna, prima di trovare il coraggio di denunciarla, ha raccontato di aver subito di tutto, dalle più diverse aggressioni fisiche – dagli schiaffi a salti sullo stomaco –, a severe punizioni – docce fredde da farsi con le finestre spalancate, notti sul pavimento – fino a vere e proprie forme di tortura quali bruciature coi mozziconi di sigarette e ustioni col ferro da stiro [20].

Ora, alla luce di queste tre scomode verità – che contraddicono in modo netto certa retorica che vuole indispensabili le leggi sul “femminicidio”, l’Italia come Paese retrogrado e le donne solo vittime e mai responsabili di violenza – sono possibili altrettante, rapide riflessioni. La prima è che, più che demonizzare l’uomo come violento predisponendo corsi rieducativi per un solo pubblico maschile, sarebbe opportuna un’educazione finalizzata a rigettare la violenza in quanto tale. Nel momento in cui si continuasse infatti a parlare della violenza unidirezionale contro la donna come se gli uomini fossero sempre e solo carnefici e le donne solo vittime, si commetterebbe una enorme scorrettezza diffondendo un’idea – segnalano gli specialisti dell’argomento – «inattuale e non corrispondente alla realtà dei fatti» [21].

Una seconda riflessione riguarda il significato del rispetto. Cosa vuol dire rispettare una persona? La condanna della violenza sulle donne com’è noto tende – sovrapponendo indebitamente violenza e forza fisica, come se la prima possa essere solo conseguenza della seconda – ad identificare il rispetto come assenza di contatto fisico sgradito o molesto. Ma la violenza psicologica, per esempio, non rientra forse tra le forme di violenza? E se sì, come mai l’argomento viene spesso e volentieri trascurato? Continuando ci si potrebbe chiedere allora se il rispetto sia davvero l’assenza di violenza fisica, sessuale o psicologica, o qualcosa di più. Infatti anche chi è del tutto indifferente al prossimo non agisce contro costui alcuna tipologia di violenza, ma appare umiliante per il concetto stesso di “rispetto” affermare che lo stia rispettando: no, il rispetto è qualcosa di più dell’indifferenza.

Più convincente pare allora ritenere il rispetto una forma di amore. A questo punto – terza ed ultima considerazione – ci si potrebbe però chiedere che cosa sia l’amore, quesito che richiederebbe ben altri approfondimenti. Un rapido ma intenso spunto al riguardo ci giunge però da un testo apparentemente lontano dalle questioni di cui si sta parlando – l’enciclica Deus Caritas est, di Papa Benedetto XVI -, dove, parlando di come ama Dio, viene esaltato un amore speciale «non soltanto perché viene donato del tutto gratuitamente, senza alcun merito precedente, ma anche perché è amore che perdona» (n.10). Ecco, se come uomini e come donne fossimo maggiormente educati e cercassimo di educarci a nostra volta di più ad un amore «donato del tutto gratuitamente, senza alcun merito precedente» e capace di aprirsi al perdono molto, nei rapporti interpersonali, diventerebbe più semplice.

Non solo e non tanto per la capacità che il perdono offre di guardare oltre, ma soprattutto perché per un amore «donato del tutto gratuitamente» è molto più difficile che degenerare in pretesa, possesso o violenza: laddove vi sono dono disinteressato e assenza di calcolo emerge infatti una capacità piena e nuova di guardare all’altro, anziché quale mezzo per ottenere appagamento, come strumento grazie al quale conoscere la vita più in profondità scoprendo anche la bellezza – nei momenti decisivi, nei quali verrebbe forse più istintivo pensare al comando – del lasciarsi guidare. Impossibile, a questo riguardo e per concludere, non volgere il pensiero agli immortali versi che il poeta Eugenio Montale (1896-1981) dedicò a sua moglie: «Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio/non già perché con quattr’occhi forse si vede di più./Con te le ho scese perché sapevo che di noi due/le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,/erano le tue».


Note:
[1] Cfr. Alfano: nel 2014 omicidi in calo, ma non i femminicidi. «CorrieredellaSera.it»: 8.3.2014;
[2] Cfr. AA.VV. «Assemblée Nationale» – Rapport d’information sur la mise en application de la loi n° 2010-769 du 9 juillet 2010 relative aux violences faites spécifiquement aux femmes, aux violences au sein des couples et aux incidences de ces dernières sur les enfants;
[3] AA.VV. «Ministerio de Sanidad», Servicios Sociales e Igualdad “Victimas mortales por violencia de género”: 27.07.2010;
[4] Cfr. AA.VV. «UNODC», Homicide Statistics – Sex of homicide victims, 2012; 1-14:5.6;
[5] Cfr. AA.VV. «European Union Agency for Fundamental Rights». Violence against women: an EU-wide survey. Main results Publications Office of the European Union, 2014;
[6] Cfr. Sexuality and Culture, 2004;
[7] Cfr. Aggressive Behavior, 1989;
[8] Cfr. AA.VV. DEGS-Studie, 2013;
[9] Cfr. Brott i nära relationer. En nationell kartläggning, 2014;
[10] Cfr. Journal of Interpersonal Violence, 2008;
[11] Cfr. Basic and Applied Social Psychology, 2007;
[12] Cfr. Journal of Interpersonal Violence, 2002;
[13] Cfr. Sex Roles, 2012;
[14] Cfr. «World Health Organization», 2002;
[15] Cfr. Violence and Victims, 1986;
[16] Cfr. Sociological Spectrum, 1997;
[17] Cfr. Journal of Marriage and the Family, 2000;
[18] Cfr. «AMEN», Annual Report Two Thousand and Fourteen, 2014; Bureau of Justice Statistics special report, 1997; Annals of Emergency Medicine, 1997; Family interventions in domestic violence: a handbook of gender-inclusive theory and treatment, 2007;
[19] Cfr. Aggression and Violent Behavior, 2002;
[20] Cfr. Gaget M. Ma compagne, mon bourreau, Éditions Michalon, 2015;
[21] Rivista di Criminologia, Vittimologia e Sicurezza, 2012.
 

29 aprile 2016

Dopo Colonia, la Germania riforma la legge sullo stupro. Deludendo



di Giuliano Guzzo

La notizia da noi circola, sì, ma non troppo. Strano, perché è abbastanza esplosiva: in breve, la Germania, dopo i fatti di Colonia, pare intenzionata a rivedere la legge sui reati sessuali; non però per inasprirla – come ci si aspetterebbe – bensì per lasciare troppe cose come stanno. Lo denunciano in particolare diverse associazioni, riunite ora nell’iniziativa «No significa no», che fanno presente come anche in futuro, dopo tutto quel è accaduto, da un lato non basterà ancora il chiaro «no» pronunciato da una vittima di abusi sessuali per far condannare uno stupratore e, dall’altro, i palpeggiamenti contro la volontà della donna resteranno privi di conseguenze gravi.
Strano davvero, questo atteggiamento da parte del governo tedesco. L’impressione è infatti che non si voglia andare fino in fondo nella condanna contro lo stupro e chi se ne rende responsabile. Una impressione che, per la verità, circola da mesi, dopo che sugli ormai noti fatti Colonia – città dove, a Capodanno, decine e decine di donne sono state molestate da aggressori in gran parte stranieri, per un totale di oltre 1.000 denunce per l’accaduto – si sono addensati non pochi gialli, sia a livello nazionale che internazionale. Per quanto riguarda la Germania, una stranezza sulla quale non si è mai fatta piena luce riguarda il tentativo istituzionale di minimizzare quei fatti.
Nello specifico, il Ministero degli interni della Renania Settentrionale-Vestfalia è stato accusato d’aver tentato di far sparire parola ‘stupro’ nei rapporti sulle molestie del Capodanno di Colonia: un’accusa pesantissima, mossa da un agente che ha raccontato d’aver subìto strane pressioni mentre stilava il rapporto che, appunto, descriveva i fatti. Curiosamente, la stampa italiana non ha però riservato ampio spazio alla cosa. Il che non stupisce se si pensa – secondo enigma, questa volta internazionale – che le notizie dello stupro di massa avvenuto la notte di Capodanno, a dispetto della loro assoluta gravità, hanno iniziato a circolare non con ore bensì con giorni di ritardo. Non ci credete?
Eppure potete verificare voi stessi: Corriere, La Repubblica e La Stampa hanno iniziato a raccontare l’accaduto – come provano i loro portali web – a quattro, cinque giorni di distanza. Nell’era di internet e della comunicazione istantanea, converrete, è un fatterello curioso, no? La sensazione, al di là della riforma della legge sui reati sessuali e dei fatti di Colonia stessi, è che tutto ciò si inquadri in un tentativo mediatico e politico ben preciso, che è quello – allorquando di mezzo vi sono fatti gravi imputabili a immigrati o migranti che dir si voglia – di edulcorare il più possibile la realtà, arrivando perfino ad occultarne degli aspetti; e per chi osa dissentire, subito l’accusa è di allarmismo, xenofobia e populismo: è il politicamente corretto, bellezza.

https://giulianoguzzo.com/2016/04/28/dopo-colonia-la-germania-riforma-la-legge-sullo-stupro-deludendo/
 

14 gennaio 2016

Colonia: i patetici contorsionismi di progressisti e femministe


di Marco Mancini

Ci sarebbe da ridere, se non ci fosse da piangere. Se non ci fossero di mezzo centinaia di persone assalite, derubate, molestate, in alcuni casi persino violentate, la sensazione prevalente in questo lungo strascico dei fatti di Colonia sarebbe quella del divertimento. Mi siederei sul divano, pop corn in mano, a gustarmi con il sorriso sulle labbra i contorsionismi ideologici dei circoli femministi e, in generale, progressisti su quanto accaduto nella città tedesca la notte di Capodanno.
Non vi riporterò una sintesi dei fatti, che sono arcinoti. Mi limiterò ad analizzare la successione temporale delle reazioni dei soggetti appena citati, cercando per quanto possibile di schematizzarle in diverse fasi, per certi versi paragonabili ai “meccanismi di difesa” rispetto ai traumi psicologici  a suo tempo individuati da Freud (scusate la citazione), per poi fare qualche commento in conclusione.

I MECCANISMI DI DIFESA

Negazionismo (o rimozione): abbiamo assistito a un doppio meccanismo di rimozione. Quello più grave è stato messo in opera dalle autorità e dai mezzi di comunicazione: all’indomani della notte di San Silvestro, la polizia di Colonia ha addirittura diffuso un comunicato in cui si rallegrava del fatto che i festeggiamenti si fossero svolti in un clima sereno, senza particolari problemi di ordine pubblico. Solo qualche giorno dopo, quando i fatti hanno cominciato ad emergere nella loro evidenza, sia la polizia che la sindaca di Colonia hanno rilasciato qualche dichiarazione in merito, ovviamente precisando che non vi erano elementi per pensare al coinvolgimento di richiedenti asilo, nonostante fossero già stati fermati proprio otto profughi. E’ superfluo dire che questa è stata la forma di rimozione più seria e preoccupante: per giornate intere l’opinione pubblica tedesca e mondiale è stata tenuta all’oscuro di fatti di cronaca di estrema rilevanza, per evidenti ragioni politiche, ossia per evitare polemiche sul tema dei rifugiati, critiche all’operato della cancelliera Merkel e conseguenti increspature della narrazione politicamente corretta imperniata sul “Welcome Refugees”. Che in una democrazia dell’Europa occidentale possa verificarsi una congiura del silenzio così vasta e sfacciata, è ovviamente un fatto di una gravità inaudita.
Poi c’è il negazionismo di femministe e progressisti: c’è stato chi, nonostante gli articoli pubblicati nel frattempo su tutta la stampa mondiale, ha attribuito a sparuti gruppuscoli di neonazisti, o alla stampa tedesca più becera, le tesi sul possibile coinvolgimento di rifugiati. Ancora in data 10 gennaio, quando erano già state arrestate 31 persone di cui 18 richiedenti asilo, a Dacia Maraini sembrava “difficile che i migranti di oggi, che hanno rischiato la vita per mettere piede su una terra straniera tanto evocata, siano così stupidi da compromettere la loro permanenza con atti di teppismo”. Altro che i negazionisti dell’Olocausto: qui siamo decisamente a un livello superiore.

Complottismo (o razionalizzazione): quando negare o sminuire i fatti è diventato impossibile, fenomeni come Dacia Maraini a parte, femministe e progressisti tutti hanno ripiegato su un chiaro meccanismo di “razionalizzazione”, che consiste – cito da Wikipedia, che io non me ne intendo – nel “tentativo di “giustificare” […] un fatto o processo relazionale che il soggetto ha trovato angoscioso, [in altre parole trovare] ragioni esplicative “di comodo”, per poter contenere e gestire l’angoscia”.
E così abbiamo assistito a perle di complottismo che neanche i fissati delle scie chimiche ci avevano mai regalato: le violenze di Colonia (e di altre città tedesche, ma non solo) sarebbero state organizzate da gruppi xenofobi per gettare discredito sui migranti. Su questa “pista investigativa” ha insistito anche il “Corriere della sera”: non avremmo mai pensato che l’Internazionale Xenofoba fosse così potente da organizzare stupri di massa per interposti richiedenti asilo, che ovviamente – ma questo è un dettaglio irrilevante – si sarebbero prestati volentieri per l’occasione, facendo il gioco dei loro mortali nemici.

Riduzionismo: divenuta inefficace anche la spiegazione complottista, si è quindi optato per un approccio riduzionista. Anzitutto è stata completamente abbandonata la questione delle rapine e delle aggressioni, per concentrare il focus esclusivamente sulla questione di genere, ossia le molestie nei confronti delle donne. E, in quanto tali, i fatti di Colonia sono stati derubricati a business as usual, nonostante la polizia tedesca abbia parlato esplicitamente di “pesanti delitti sessuali di una dimensione completamente nuova”. Si sa, le donne sono molestate sempre e dovunque: sguardi libidinosi mentre camminano per strada, approcci fastidiosi, toccatine in discoteca o all’Oktoberfest, fino alle violenze familiari. Nulla di nuovo, dunque: perché tutto questo clamore su Colonia, quando nel mondo occidentale le donne sono costantemente vittime di violenze? Come twitta la Puppato (sic!), “a #Colonia fatti di #sessismo e maschilismo violento, comuni a tutte le culture, no a strumentalizzazioni razziste”. Insomma, il mondo della violenza di genere è come la notte in cui tutte le vacche sono nere. Si tratta, ovviamente, di una spiegazione che non spiega un bel niente, anzi - per citare la hegeliana Fenomenologia dello Spirito - tutto ciò "è l'ingenuità di una conoscenza fatua". Ma insistere troppo sul fatto che i responsabili siano stranieri – anzi richiedenti asilo –, sollevare dubbi sulla capacità di gestire e integrare flussi migratori così massicci, sarebbe secondo tali personaggi un chiaro sintomo di razzismo.

Proiezione: al termine dei disperati sforzi per inserire coerentemente le vicende di Capodanno all’interno dei propri schemi mentali, progressisti e femministe hanno finalmente tirato fuori il loro asso nella manica. Il vero colpevole di tutta la vicenda, manco a dirlo, è il Maschio eterosessuale occidentale, magari un po’ fascista. Questi maschi, che quotidianamente opprimono il genere femminile, ora dicono di voler difendere le “nostre donne”; così facendo, non solo strumentalizzano quanto accaduto per fomentare l’intolleranza nei confronti dei poveri migranti, ma addirittura ne traggono vantaggio per rafforzare il proprio dominio patriarcale. Il comunista Vauro ha riassunto tutte queste elucubrazioni in una vignetta, in cui lo scatto d’orgoglio del maschio occidentale si riassumerebbe nella rivendicazione “Le nostre donne ce le stupriamo noi!”. E direi che a questo c’è poco altro da aggiungere.

CONCLUSIONI

Poveri progressisti, povere femministe. Come uscire dal cortocircuito generato dai fatti di Colonia? Come ricostruire una “narrazione” coerente che salvaguardi i postulati del buonismo immigrazionista, senza rinunciare ai dogmi dell’integralismo femminista? Si sono sforzati per giorni interi per trovare una soluzione: prima hanno negato, poi sminuito, poi completamente decontestualizzato i fatti fino a farli diventare un episodio qualunque della lotta di genere, in cui il medico obiettore che si rifiuta di sopprimere innocenti è colpevole allo stesso modo dei mille stranieri che hanno trasformato la stazione di Colonia nel far west. Così facendo, attraverso un doppio NO al “razzismo” e al “sessismo”, hanno creduto di restituire coerenza interna al loro discorso. Dal momento che in questi giorni questo tipo di argomentazioni sta riprendendo quota, occorre metterne in luce la fallacia e la malafede.

La fallacia deriva essenzialmente dal fatto che, nonostante gli artifici retorici e i tentativi di sviare il discorso, l’assenza del fattore etnico-culturale nell’analisi femminista e progressista dei fatti di Colonia pesa come un macigno. Sia ben chiaro che il sottoscritto non intende fare il solito, semplicistico discorso sull’Islam che “maltratta le donne”: il problema dell’integrazione dei “migranti” nei nostri Paesi è molto più complesso e chiama in causa altre dinamiche culturali, sociali e anche economiche. Ma qui il fatto che i responsabili delle violenze siano stati centinaia di stranieri, molti dei quali proprio richiedenti asilo a cui negli ultimi mesi si è dato il benvenuto in Germania, è completamente bypassato. Si balza subito al riduzionismo di genere, senza neanche porsi la domanda: chi sono le persone che ci siamo messi in casa? La loro educazione è compatibile con la nostra società? Qual è l’impatto di un afflusso massiccio di popolazioni allogene, con la loro cultura e il loro bagaglio di costumi e di esperienze, sulla sicurezza dei nostri Paesi, sull’ordine pubblico, in altre parole sulla probabilità di conservare nel medio-lungo periodo un grado decente di vivibilità e di civiltà all’interno delle città europee? Il tema è semplicemente eluso: non c’entrano gli stranieri, la colpa è del Maschio metafisico, che si manifesta nel ragazzino che mi scruta con uno sguardo insistente sull’autobus come nei dieci “profughi siriani” che mi assaltano e frugano dappertutto in stazione.

Un tale silenzio, oltre ad essere palesemente inadeguato dal punto di vista eziologico, è ipocrita e comporta un intollerabile doppio standard morale: si filtra il moscerino del presunto “maschilismo” delle nostre società, fino a pretendere di silenziare qualsiasi voce che appaia politicamente scorretta, mentre si ingoia il “cammello” di mentalità e condotte realmente irrispettose del genere femminile, fino a stendere – di fatto – un velo pietoso sui crimini commessi da particolari “categorie protette”.

Si continuano a tirare in ballo in maniera insensata statistiche sulla prevalenza numerica delle violenze commesse in ambito familiare, come se – lasciando da parte la necessità di leggere tali statistiche cum grano salis – l’esistenza di violenti e balordi che vivono nelle nostre città e nelle nostre famiglie costituisse ragione sufficiente per abbassare ulteriormente, secondo una inaccettabile logica del “mal comune, mezzo gaudio”, gli standard morali, civili e legali delle nostre società.

Discutere con i paladini del “politicamente corretto” di questi temi con onestà intellettuale e apertura mentale diventa sempre più complicato. Si dimostra vero, come ha scritto di recente Maurizio Blondet, che il progressismo è nemico della civiltà, perché – incapace di trasmettere alle successive generazioni le necessarie premesse dello stesso progresso civile e materiale – ne determina alla lunga la distruzione. Come commentava ieri l'amico Luca Dombré, "è il destino tragico e coerente di un'epoca che poggia sulla soddisfazione dei bulimici desideri del presente, che non conserva alcuna preoccupazione per il destino collettivo di se stessa come comunità chiamata alla fisiologica necessità di trasmettersi. Domina solo un arcano impulso alla dissoluzione". Quando i nodi verranno al pettine sarà già troppo tardi, a meno di una vera "rivoluzione conservatrice", capace di riacquistare egemonia anche in ambito culturale.

 

25 novembre 2015

Violenza sulle donne: come combatterla davvero

di Giuliano Guzzo
Ritengo vi siano due prospettive diverse, direi opposte anzi, di considerare il problema della violenza sulle donne e di coppia. Ed oggi, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, pare quanto mai doveroso ricordarli. Il primo atteggiamento – ampiamente veicolato dai mass media – è quello che sottolinea la necessità di sempre più aggiornati e severi provvedimenti contro il “femminicidio” finalizzati ad inasprire le pene per i responsabili e a rieducare il sesso maschile, che non solo sarebbe maggiormente violento e spietato, ma si sentirebbe persino legittimato ad agire violenza alla luce di un substrato culturale di matrice conservatrice e patriarcale. Un secondo modo di considerare la questione della violenza sulle donne è invece quello, anzitutto, di fare i conti con almeno tre, scomode verità che la riguardano.
La prima scomoda verità è che le osannate leggi sul “femminicidio” servono a poco. Lo indica anzitutto il caso italiano col Ddl n.1079/2013 che, pur prevedendo tre nuovi tipi di aggravanti – quando il fatto è consumato ai danni del coniuge, anche divorziato o separato, o del partner pure se non convivente e per chi commette maltrattamenti, violenza sessuale e atti persecutori su donna incinta -, non pare abbia finora prodotto risultati convincenti [1], e lo stesso indicano i casi della Francia – dove nei primi diciotto mesi della più recente legge contro le violenze coniugali non si sono ottenuti gli esiti sperati [2] – e della Spagna, dove le norme contro la violenza di genere, varate con gran entusiasmo nel 2004, negli anni subito successivi hanno perfino visto gli omicidi con vittime femminili aumentare: 57 nel 2005, sono saliti a 69 nel 2006, a 71 nel 2007 e 76 nel 2008 [3].
Come seconda scomoda verità c’è da precisare che l’Italia, aspramente criticata come un Paese preda ancora – si sente spesso ripetere da più parti – di una cultura patriarcale e dunque intrinsecamente violenta, è in realtà uno dei paesi con il più basso tasso di donne vittime di omicidio al mondo. Proprio così: lo certifica l’ONU, secondo il quale la stima è di 0,5% ogni 100 mila cittadine, un valore che non permette di cantare vittoria – anche solo una donna uccisa è qualcosa di imperdonabile – ma pari a quello dell’osannata Norvegia (0,5) e inferiore a quelli di Paesi considerati molto più evoluti di noi quali Svezia e Spagna (0,6), Germania (0,8), Francia (0,9), Finlandia (1,3) e Belgio (1,5) [4]. Prima di associare ancora la visione tradizionale della famiglia alla violenza omicida sulle donne sarebbe dunque meglio, se i fatti contano qualcosa, essere cauti.
Anche perché, analogamente agli omicidi con vittime femminili, anche considerando il versante degli abusi domestici sulle donne, la posizione del nostro Paese appare, in proporzione, confortante: in una recente indagine a cura dell’Agenzia europea per i diritti fondamentali effettuata coinvolgendo, preservandone l’anonimato, quarantaduemila donne – circa millecinquecento per ogni Paese – si è infatti vista che, mentre questa violenza appare percentualmente molto diffusa nell’Europa del Nord, celebrata come modello civile, col 52% di donne danesi che racconta di aver subito una violenza fisica o sessuale, il 47% di quelle della Finlandia e il 46% di quelle della Svezia, relativamente meno grave sembra essere il problema nei Paesi Bassi (45%) e in Francia e Gran Bretagna (44%), con l’Italia che, con il suo 27%, si piazza al diciottesimo posto di questa particolare classifica [5].
Una terza e scomodissima verità sulla violenza interpersonale riguarda il fatto che – anche se non è politicamente corretto dirlo – questa è agita in percentuali molto simili anche dalle donne sugli uomini: la “simmetria” tra i sessi nella violenza interpersonale è infatti un fenomeno non solo noto gli studiosi, ma ampiamente riscontrato in parecchie parti del pianeta: in Canada [6], nel Regno Unito [7], in Germania [8], in Svezia [9], in Russia [10], in Nuova Zelanda [11] e, dulcis in fundo, negli Stati Uniti considerando tutti e tre i gruppi etnici: quelli bianco, nero ed ispanico [12]. La mole di queste evidenze statistiche – fra le quali non mancano ricerche sullo stalking femminile realizzate da stimate studiose [13] – è talmente consistente e, soprattutto, in conflitto con certe tesi che una parte degli studiosi tenta spesso di negarne l’attendibilità oppure corre ai ripari sostenendo che la violenza femminile, quando c’è, sia dovuta esclusivamente all’autodifesa.
Quest’ultima considerazione, ancorché possa apparire verosimile, è però priva di basi. Infatti, l’idea che la maggior parte delle violenze commesse dalle donne derivi dall’autodifesa è frutto di una cattiva lettura di un documento dell’OMS [14], che ha diffuso un report dove però, al riguardo, si citano tre ricerche che dicono rispettivamente: il primo studio che solo in un terzo dei casi la donna agisce violenza per autodifesa [15] il secondo studio che appena il 7% delle donne aveva agito violenza per difendersi dal partner [16], mentre il terzo studio [17] non presenta alcun dato nuovo e si basa sui precedenti. La sola rilevante differenza sulla violenza riguarda il fatto che le donne sono più propense agli schiaffi, ai morsi, al lancio di oggetti, mentre gli uomini – che sono meno propensi a denunciare le violenze che subiscono [18] – sono più inclini a picchiare e a tentativi di strangolamento [19].
Se le donne subiscono maggiori lesioni degli uomini non è dunque dovuto al fatto che gli uomini siano più cattivi bensì alle diverse tipologie di violenza esercitate e alla differenza forza fisica tra i sessi. Anche se non mancano neppure casi nei quali la stessa violenza fisica viene agita – anche prolungatamente nel tempo – dalla donna sull’uomo. Solo che è politicamente scorretto parlarne. Anche per questo, in Francia, ha suscitato notevole interesse l’uscita del libro di Maxime Gaget, un ingegnere informatico che dalla compagna, prima di trovare il coraggio di denunciarla, ha raccontato di aver subito di tutto, dalle più diverse aggressioni fisiche – dagli schiaffi a salti sullo stomaco –, a severe punizioni – docce fredde da farsi con le finestre spalancate, notti sul pavimento – fino a vere e proprie forme di tortura quali bruciature coi mozziconi di sigarette e ustioni col ferro da stiro [20].
Ora, alla luce di queste tre scomode verità – che contraddicono in modo netto certa retorica che vuole indispensabili le leggi sul “femminicidio”, l’Italia come Paese retrogrado e le donne solo vittime e mai responsabili di violenza – sono possibili altrettante, rapide riflessioni. La prima è che, più che demonizzare l’uomo come violento predisponendo corsi rieducativi per un solo pubblico maschile, sarebbe opportuna un’educazione finalizzata a rigettare la violenza in quanto tale. Nel momento in cui si continuasse infatti a parlare della violenza unidirezionale contro la donna come se gli uomini fossero sempre e solo carnefici e le donne solo vittime, si commetterebbe una enorme scorrettezza diffondendo un’idea – segnalano gli specialisti dell’argomento – «inattuale e non corrispondente alla realtà dei fatti» [21].
Una seconda riflessione riguarda il significato del rispetto. Cosa vuol dire rispettare una persona? La condanna della violenza sulle donne com’è noto tende – sovrapponendo indebitamente violenza e forza fisica, come se la prima possa essere solo conseguenza della seconda – ad identificare il rispetto come assenza di contatto fisico sgradito o molesto. Ma la violenza psicologica, per esempio, non rientra forse tra le forme di violenza? E se sì, come mai l’argomento viene spesso e volentieri trascurato? Continuando ci si potrebbe chiedere allora se il rispetto sia davvero l’assenza di violenza fisica, sessuale o psicologica, o qualcosa di più. Infatti anche chi è del tutto indifferente al prossimo non agisce contro costui alcuna tipologia di violenza, ma appare umiliante per il concetto stesso di “rispetto” affermare che lo stia rispettando: no, il rispetto è qualcosa di più dell’indifferenza. Più convincente pare allora ritenere il rispetto una forma di amore. A questo punto – terza ed ultima considerazione – ci si potrebbe però chiedere che cosa sia l’amore, quesito che richiederebbe ben altri approfondimenti. Un rapido ma intenso spunto al riguardo ci giunge però da un testo apparentemente lontano dalle questioni di cui si sta parlando – l’enciclica Deus Caritas est, di Papa Benedetto XVI -, dove, parlando di come ama Dio, viene esaltato un amore speciale «non soltanto perché viene donato del tutto gratuitamente, senza alcun merito precedente, ma anche perché è amore che perdona» (n.10). Ecco, se come uomini e come donne fossimo maggiormente educati e cercassimo di educarci a nostra volta di più ad un amore «donato del tutto gratuitamente, senza alcun merito precedente» e capace di aprirsi al perdono molto, nei rapporti interpersonali, diventerebbe più semplice. Non solo e non tanto per la capacità che il perdono offre di guardare oltre, ma soprattutto perché per un amore «donato del tutto gratuitamente» è molto più difficile che degenerare in pretesa, possesso o violenza: laddove vi sono dono disinteressato e assenza di calcolo emerge infatti una capacità piena e nuova di guardare all’altro, anziché quale mezzo per ottenere appagamento, come strumento grazie al quale conoscere la vita più in profondità scoprendo anche la bellezza – nei momenti decisivi, nei quali verrebbe forse più istintivo pensare al comando – del lasciarsi guidare. Impossibile, a questo riguardo e per concludere, non volgere il pensiero agli immortali versi che il poeta Eugenio Montale (1896-1981) dedicò a sua moglie: «Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio/non già perché con quattr’occhi forse si vede di più./Con te le ho scese perché sapevo che di noi due/le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,/erano le tue». 

 giulianoguzzo.com 

 Note: [1] Cfr. Alfano: nel 2014 omicidi in calo, ma non i femminicidi. «CorrieredellaSera.it»: 8.3.2014; 
[2] Cfr. AA.VV. «Assemblée Nationale» – Rapport d’information sur la mise en application de la loi n° 2010-769 du 9 juillet 2010 relative aux violences faites spécifiquement aux femmes, aux violences au sein des couples et aux incidences de ces dernières sur les enfants; 
[3] AA.VV. «Ministerio de Sanidad», Servicios Sociales e Igualdad “Victimas mortales por violencia de género”: 27.07.2010; 
[4] Cfr. AA.VV. «UNODC», Homicide Statistics – Sex of homicide victims, 2012; 1-14:5.6; 
[5] Cfr. AA.VV. «European Union Agency for Fundamental Rights». Violence against women: an EU-wide survey. Main results Publications Office of the European Union, 2014;
[6] Cfr. Sexuality and Culture, 2004; 
[7] Cfr. Aggressive Behavior, 1989; 
[8] Cfr. AA.VV. DEGS-Studie, 2013; 
[9] Cfr. Brott i nära relationer. En nationell kartläggning, 2014; 
[10] Cfr. Journal of Interpersonal Violence, 2008; 
[11] Cfr. Basic and Applied Social Psychology, 2007; 
[12] Cfr. Journal of Interpersonal Violence, 2002; 
[13] Cfr. Sex Roles, 2012; 
[14] Cfr. «World Health Organization», 2002; 
[15] Cfr. Violence and Victims, 1986; 
[16] Cfr. Sociological Spectrum, 1997; 
[17] Cfr. Journal of Marriage and the Family, 2000; 
[18] Cfr. «AMEN», Annual Report Two Thousand and Fourteen, 2014; Bureau of Justice Statistics special report, 1997; Annals of Emergency Medicine, 1997; Family interventions in domestic violence: a handbook of gender-inclusive theory and treatment, 2007; 
[19] Cfr. Aggression and Violent Behavior, 2002; 
[20] Cfr. Gaget M. Ma compagne, mon bourreau, Éditions Michalon, 2015; 
[21] Rivista di Criminologia, Vittimologia e Sicurezza, 2012.