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02 agosto 2016

Padre Carpin e la grazia dell’indissolubilità

di Enrico Maria Romano

Il matrimonio è la più antica, la più universale e la più naturale delle istituzioni. La questione della sua indissolubilità (fino alla morte) è qualcosa di così importante e decisivo per le sorti dell’umanità che nessun Sinodo, Concilio, parlamento o enciclopedia universalis può pretendere di esaurire.
In un’epoca segnata dal caos e dal relativismo etico assoluto come la presente, era necessario che anche l’antica e nobile istituzione del matrimonio, sia cristiano sia meramente naturale, fosse banalizzata e messa sotto processo: e così è stato. Di più, negli anni ’70 e ’80 del XX secolo, la gran parte dei paese europei, a volte evangelizzati dagli stessi santi apostoli del Signore, ha legiferato in materia di famiglia contro la venerabile e bimillenaria tradizione cristiana, abbattendo uno dei capisaldi dell’ordine sociale secondo giustizia. Ma il male non muore mai, essendo un tumore del bene (quasi come una parte del tutto che non esaurirà mai il tutto stesso), e così doveva accadere qualcosa di ancor più devastante. I cristiani, e gli stessi cattolici, hanno accettato come normale, come conforme ai tempi nuovi, questa evoluzione (eterogena) del diritto di famiglia, in cui però le assisi del matrimonio biblico sono state scalzate e distrutte (l’indissolubilità certo, ma anche l’eterosessualità, la fecondità, l’autorità del capofamiglia, il divieto della contraccezione, etc. etc.).

Lo studioso domenicano Attilio Carpin, in un ottimo studio di due anni fa (cf. A. Carpin, Indissolubilità del matrimonio. La tradizione della Chiesa antica, ESD, 2014, pp. 298, € 25) offre ai lettori una bella sintesi sul senso, la portata e il valore dell’indissolubilità coniugale, nel contesto del cristianesimo dei primi 500 anni. Il testo di padre Carpin è il classico esempio di studio scritto con acribia scientifica e rigore metodologico, ma altresì accessibile a tutti coloro che sono in possesso delle minime basi teologiche per comprendere le semplici nozioni di matrimonio, sacramento, dogma, sviluppo dottrinale omogeneo, etc. Il prezioso libro ha anche questa piacevole componente per il cattolico più devoto e interiore: mentre la scienza storica e le competenze teologiche dell’autore nello studio dei padri lo aiutano a leggere i brani più difficili e ambivalenti, la sua fede e la sua devozione ne restano rinfrancate dalla bellezza e dall’armonia della dottrina cattolica sul matrimonio. Ed è questa bellezza, profondità e intima coerenza morale che i novatores di tutti i tempi (dai Catari a Lutero fino ai divorzisti odierni…), non sanno scorgere riguardo al santo sacramento nuziale.
Il Carpin ha pubblicato il suo studio in parallelo con l’inizio della riflessione sinodale sulla famiglia, forse temendo che idee peregrine sul prezioso dogma dell’indissolubilità si facessero strada tra i presuli cattolici e in tal senso ha certamente colpito nel segno. Si pensi proprio alla famigerata relazione d’apertura del cardinal Kasper del febbraio 2014 e alle successive (e ambigue) proposte di tanti vescovi della cristianità.
Ma se si segue la ricerca di padre Carpin si nota fin dalle prime pagine che già durante il Concilio Ecumenico Vaticano II (1962-1965) alcuni prelati, come ad esempio mons. Elias Zoghby, arcivescovo di Nubia, si batterono, con varie argomentazioni, contro l’indissolubilità del matrimonio (cf. pp. 9-10: “…proponerem […] ut terminus indissolubilitate supprimatur”!!).
Nei burrascosi anni post-conciliari vari teologi cattolici scrissero opere più o meno apertamente divorziste (come Victor Pospishl, Joseph Moingt, Giovanni Cereti) e con una argomentazione specifica che ritornerà sempre fino ad oggi: la prassi di tolleranza verso il ripudio e il secondo matrimonio (in francese remariage) da parte della Chiesa antica, almeno fino ad Agostino.
Contro costoro si levò, tra gli altri, il gesuita Henry Crouzel che pubblicò vari studi (su Gregorianum, Civiltà Cattolica, etc.) per dimostrare il contrario di ciò che questi autori pretendevano.
Padre Crouzel sinteticamente appurò che “In definitiva, la quasi unanimità dei primi cinque secoli sul rifiuto di un nuovo matrimonio dopo la separazione coniugale è un dato sicuro. La tolleranza talora dimostrata da alcuni verso questi nuovi matrimoni, conclusi davanti alle istanze civili, non è mai stata una semplice accettazione della loro validità” (p. 19).
Eppure ci furono antichi e autorevoli scrittori ecclesiastici che in alcuni dei loro scritti sembrano avallare sia la teologia del ripudio (considerato obbligatorio per l’uomo a seguito dell’infedeltà muliebre), sia perfino il secondo matrimonio (almeno civile). S. Basilio pare ammettere che l’uomo ripudiato ingiustamente dalla donna possa prendere una nuova compagna senza divenire pienamente adultero, poiché dell’adulterio (materiale) sarebbe colpevole la moglie che lo ha ripudiato (p. 196ss.). L’Ambrosiaster (nel IV secolo) commentando san Paolo scrive così: “Infatti, è permesso al marito di risposarsi, se ha ripudiato la moglie che ha peccato (di fornicazione), poiché il marito non è tenuto a questa norma [della fedeltà] allo stesso modo della moglie” (p. 121). Da questo e da altri rari casi consimili (in Origene per esempio), che ammettevano il ripudio della donna infedele – quasi si fosse trattato di annichilire il sacramento matrimoniale – gli autori divorzisti ne hanno tratto conseguenze inaccettabili che minano la fondatezza biblica e dogmatica dell’indissolubilità (ontologica) delle nozze, anche dopo l’adulterio e la fine della convivenza.
In particolare il teologo italiano Giovanni Cereti, che abbiamo avuto la ventura di conoscere personalmente parecchi anni fa, in un testo del 1977 (Divorzio, nuove nozze e penitenza nella Chiesa primitiva), più volte ristampato e divenuto un baluardo dei divorzisti cattolici, sostiene che, “Dalla fine del secondo secolo sino a tutto il quarto secolo in occidente, ed anche in seguito in oriente, l’uomo che aveva ripudiato la propria moglie adultera e che si era risposato veniva ammesso alla comunione [sia morale nella Chiesa, sia sacramentale] senza dover passare attraverso nessuna forma di penitenza. In altre parole, in questo caso al marito era riconosciuto lecito il passaggio ad un nuovo matrimonio” (p. 263). Lo stesso autore si contraddice però poiché afferma nello stesso suo testo del 1977 anche l’esistenza di una “disciplina penitenziale” per questi casi (cf. p. 274).
Sempre secondo il Cereti poi, “Nessun padre, o scrittore ecclesiastico, nel corso di questo periodo, parla della illiceità delle nuove nozze in questo specifico caso in cui il ripudio è ammesso” (p. 265); “Dal momento che la legge civile [pagana, imperiale] permetteva il nuovo matrimonio, anzi lo imponeva, qualora al cristiano fosse stato viceversa proibito un nuovo matrimonio, sarebbe stato necessario dirlo esplicitamente ed insistervi molto” (p. 266). Tipico argomento detto ex silentio.
Ebbene lo studio del Carpin, autore espertissimo in patristica, specie occidentale, dimostra che si tratta di cavilli escogitati genialmente dal Cereti per far dire alle fonti quello che esse non dicono. Se è vero infatti, per essere chiari e sbrigativi, che il ripudio della donna infedele da parte dell’uomo era considerata una prassi giustificata, è falso che l’uomo tornato “libero” potesse poi contrarre un nuovo matrimonio sacramentale. Le eccezioni che esistono qua e là, valgono come eccezioni e non come prassi o legittimazione della prassi. Anzi, vi sono “varie testimonianze che qualificano come adulteri: 1) l’uomo che si risposa dopo aver ripudiato la moglie adultera; 2) l’uomo che si risposa dopo essere stato abbandonato dalla moglie; 3) la donna che si unisce con un uomo che si trova nei due casi precedenti” (p. 269). Carpin cita in tal senso Erma, Clemente, Ambrogio, Girolamo, Agostino, Isidoro, il Concilio di Cartagine (407) e Innocenzio I.
Sulla liceità cattolica del ripudio, che si basava anche sul ripudio ammesso nell’Antico Testamento, c’è da notare che esso era inteso come “separazione coniugale, ma non come scioglimento del vincolo” (p. 271).
I “digami” di cui si occupò lo stesso Concilio di Nicea (325) contro i rigoristi novaziani, sono da identificarsi coi bigami (sposati due volte contemporaneamente) o coi vedovi risposati (sposati due volte ma diacronicamente)? Per Cereti essi erano coloro che si erano risposati dopo essersi separati dalla prima (vera) moglie, mentre questa era ancora viva e vegeta. E la Chiesa avrebbe chiesto ai novaziani (che non ammettevano il pentimento degli apostati e degli adulteri) di accettare la comunione sia coi lapsi, sia con questi digami. La Chiesa di Nicea però se da un lato ammetteva – con giusta misericordia – il reintegro nella comunione degli apostati (a causa della persecuzione) e di coloro che erano caduti in infedeltà, adulterio e concubinato, lo faceva proprio a seguito del pentimento e della confessione. E questo è uno dei nodi della questione. Questione sempre d’attualità, dopo l’Amoris Laetitia
La Chiesa ha ricevuto da Cristo il potere di perdonare tutti i peccati, anche il peccato di adulterio. Ma ciò non significa (…) affermare che il concilio [di Nicea] intendesse perdonare agli adulteri il loro peccato, approvando il loro matrimonio successivo al divorzio” (p. 278).
Qui dalla teologia morale si passa, come fondamento assiologico implicito, alle ragioni assolute della metafisica. Come Dio onnipotente può tutto tranne ciò che è in sé e per sé contraddittorio in modo insanabile (fare un cerchio quadrato per esempio, resuscitare un vivo o cancellare il passato), così la Chiesa di Dio può cancellare ogni peccato (quanto a gravità dello stesso) ma non può cancellare il peccato in assenza di pentimento. D’altra parte è impossibile essersi pentiti di ciò che si sta compiendo con l’intenzione di ripeterlo indefinitamente in futuro.
“Se l’adulterio è un peccato ed è remissibile [e nessuno lo nega, spero], ciò comporta la conversione della vita. Ma la conversione esige l’abbandono del peccato” (p. 279), altrimenti non c’è conversione.
D’altra parte, come nota finemente il Carpin, “Se la Chiesa si fosse adeguata o si adeguasse perfettamente allo Stato [come chiedono ancora gli eterni novatores, fino ad includere in questo adeguamento anche il matrimonio tra omosessuali, come ha insinuato un domenicano promotore del ‘tomismo gay’], dove starebbe l’originalità della Chiesa rispetto al mondo?” (p. 280).
Purtroppo quando la sintonia col mondo è ritenuta prioritaria rispetto alla fedeltà al Signore è necessario che tutto debba mutare, perfino i fondamenti della religione e della rivelazione.

 

20 giugno 2016

Il discorso controverso di Bergoglio su matrimonio e convivenze

di Francesco Filipazzi
"E Gesù le disse: Neanch'io ti condanno; va' e d'ora in poi non peccare più". In questa semplice frase del Vangelo di Giovanni è racchiuso un po' tutto il senso della dottrina cristiana sul peccato. Cristo non è venuto a dire che i peccati non sono più peccati, ma che Lui ci può perdonare proprio perché abbiamo bisogno del perdono, a patto però  che si cerchi di evitare in futuro il peccato, odiandolo.

Riguardo la condizione di peccato, ha scatenato un certo numero di polemiche il discorso decisamente improvvido di Papa Francesco ( tanto da dover essere corretto e censurato dalla sala stampa, quindi non da noi vecchie comari pelagiane) riguardo matrimonio e convivenze, pronunciato il 16 giugno. Lasciando perdere la frase sui matrimoni nulli, penosamente riveduta e corretta nella versione scritta, ha lasciato di stucco molti nostri lettori il discorso sulle convivenze.

Dice Bergoglio: "Un fatto sociale a Buenos Aires: io ho proibito di fare matrimoni religiosi, a Buenos Aires, nei casi che noi chiamiamo “matrimonios de apuro”, matrimoni “di fretta” [riparatori], quando è in arrivo il bambino. Adesso stanno cambiando le cose, ma c’è questo: socialmente deve essere tutto in regola, arriva il bambino, facciamo il matrimonio. Io ho proibito di farlo, perché non sono liberi, non sono liberi! Forse si amano. E ho visto dei casi belli, in cui poi, dopo due-tre anni, si sono sposati, e li ho visti entrare in chiesa papà, mamma e bambino per mano. Ma sapevano bene quello che facevano."

Dice, poi, riguardo ad esperienze di convivenza conosciute nella campagna argentina: "Eppure davvero dico che ho visto tanta fedeltà in queste convivenze, tanta fedeltà; e sono sicuro che questo è un matrimonio vero, hanno la grazia del matrimonio, proprio per la fedeltà che hanno. Ma ci sono superstizioni locali."

Le frasi appaiono sconcertanti, poiché la Chiesa ha sempre definito come illecite le convivenze e, riguardo la prole fuori dal matrimonio, si parla del diritto dei bambini a trovare in fretta la giusta accoglienza nella famiglia cristiana, che è solo quella sacramentale. Dunque se l'arcivescovo di Buenos Aires voleva proporre un percorso di fede cristiano, doveva proporre, nel caso di matrimonio posticipato, una vita separata dei due neo genitori illeciti, non certo la convivenza. L'assunto per cui "è meglio convivere prima" è totalmente anti cristiano. Tanto più che, fanno notare i nostri lettori, sorgono alcune domande più che lecite.

Chi non sì è sposato che scelte ha fatto? Ed i bambini ? Hanno comunque avuto un padre, una madre, una famiglia? Non è infatti peregrino pensare che un certo numero di coppie non si sia sposata, negando quindi la famiglia cristiana al neonato. Sembra poi abbastanza chiaro che questa "prassi pastorale" messa in atto a Buenos Aires possa incentivare la pratica delle gravidanze extra matrimoniali, deresponsabilizzando totalmente i genitori e soprattutto i padri. In un'epoca in cui le televisioni passano programmi come "16 anni incinta" sarebbe meglio proporre qualcosa di diverso.

Va poi toccato il discorso delle ragazze madri. Quante vengono abbandonate da padri che non fanno il loro dovere? E questa pratica bergogliana non è un bell'applauso proprio a questi uomini di pezza irresponsabili?

Sembra purtroppo che l'attuale pontefice abbia un'idea di peccato non molto ortodossa. Già in Amoris Laetitia aveva parlato della possibilità di vivere in grazia di Dio nonostante ci si trovi in condizione oggettiva di peccato. Nel discorso di giovedì ha riproposto un ragionamento simile. La convivenza, cioè condizione oggettiva di peccato, è presentata come un prodromo per un buon matrimonio. Il che è decisamente immorale, in quanto, come peraltro rifacendoci a Giovanni Paolo II abbiamo già spiegato, l'unico prodromo positivo al matrimonio è la castità. Dal peccato non può nascere il bene e soprattutto non esiste il bene parziale. Esiste il bene ed esiste il male.

Oggi purtroppo, dirlo ci provoca una immensa lacerazione, la predicazione di Papa Francesco sta dando l'impressione che il peccato non sia più tale e dunque, se non c'è più peccato, non c'è bisogno di pentirsi, non c'è bisogno di perdono, non c'è bisogno di Salvezza. Quindi non serve più la Croce e non serve più Gesù (non serve più neanche il Papa). Purtroppo Bergoglio sta dando adito a questo, ma come dice Spaemann, esiste un limite di sopportabilità. Oggi viviamo nell'età della disperazione, servono il pentimento, il perdono, la Salvezza. Serve la Croce. Noi vogliam Dio.
 

20 aprile 2016

La gioia dell'amore (e del sesso) casto


di Alessi Calò

Domenica scorsa io e mia Moglie siamo stati invitati da un amico sacerdote a portare una testimonianza (per la prima volta) riguardo la sessualità ad un corso di preparazione al matrimonio, corso che avevamo frequentato l'anno prima da fidanzati. La cosa divertente e stimolante dell'invito stava nel fatto che le coppie discenti sono tutte conviventi; per questo il don ci aveva chiesto molta carità nell'esprimerci, conoscendo in particolare la rigidità espressiva di mia Moglie su questi argomenti (al corso frequentato noi l'anno prima eravamo gli unici a praticare la castità nel fidanzamento, e quando si discuteva di queste cose volavano i coltelli).
Sabato pomeriggio quindi, mentre mia moglie preparava la torta da portare all'incontro (io le avevo chiesto di riempirla di ricino per costringere quelle coppie alla castità almeno una notte), mi sono appuntato qualche considerazione circa la bontà della continenza prematrimoniale (che io preferisco definire extramatrimoniale, un termine meno scusante), attingendo a vari opuscoli ed articoli, oltre che alle fonti magisteriali; mia Moglie aveva già diligentemente preparato il suo schemino, che presentava la nostra storia e anticipava alcune mie riflessioni di carattere più generale. Seguendo la vulgata corrente, quella della Chiesa misericordiosa in uscita ospedale da campo che accoglie ecc, ho cercato di utilizzare un linguaggio positivo e propositivo, piuttosto che elencare tutta una serie di condanne che potevano in qualche modo indisporre il pubblico (anche se sarebbe stato bello entrare dicendo "finirete tutti all'inferno maledetti concubini"), ma non per questo ho indorato la pillola. Mi ero anche segnato tutta una serie di obiezioni che sarebbero potute arrivare dal pubblico, invitato da me ad interrompere e contestare (sono per indole un costruttore di ponti, però levatoi).
Domenica quindi, dopo aver richiamato il numero 2350 del Catechismo ("i fidanzati sono chiamati a vivere la castità nella continenza. Messi così alla prova, scopriranno il reciproco rispetto, si alleneranno alla fedeltà e alla speranza di riceversi l'un l'altro da Dio") e pure l'esortazione Amoris Laetitia (non ci credete? Leggete i punti dal 205 al 211 e scoprirete cose interessanti e per certi versi sorprendenti), ho elencato brevemente i principali motivi a favore della castità tra fidanzati: il pericolo che i rapporti sessuali distolgano i fidanzati dal vero dialogo e dalla sana conoscenza reciproca durante un periodo che serve a capire se ci sono le basi per un matrimonio cristiano; l'incoerenza di un linguaggio, quello sessuale, che dice una cosa tipicamente matrimoniale ("sono tutto tuo per sempre, siamo una sola carne") e ne pensa un'altra, non vincolante ("siamo solo fidanzati, se va male liberi tutti"); l'esercizio delle virtù, in questo caso la temperanza (che aiuta la fedeltà ed il rispetto reciproco, allontanando il peccato), in ordine al bene della persona e al raggiungimento della felicità, ovviamente quella celeste.
I discenti erano abbastanza interessati, tanto che hanno anche provato a ribattere con la più classica delle scuse, quella relativa all'impossibilità di conoscersi a fondo senza i rapporti sessuali: "Ma non è meglio conoscersi totalmente convivendo? E se poi nel matrimonio scopri che non c'è compatibilità sessuale?" "Per prima cosa, il rapporto sessuale non è solo chimica o meccanica, ma fa parte del dialogo di coppia e come tale si costruisce e scopre assieme. Inoltre, l'atto sessuale è di per sé generativo e quindi potrebbe comparire un terzo, in una situazione di precarietà che non gioverebbe molto a lui, né alla madre. Infine, per allargare lo sguardo, le persone non sono dei monoliti e nel corso della vita cambiano, così come i rapporti fra le persone, quindi tutto ciò che conosci in qualche mese di convivenza (situazione da evitare perché induce in tentazione) non è indicativo. E non è neanche detto che la conoscenza totale sia positiva: forse è meglio contemplare il proprio coniuge e la bellezza del mistero che esso rappresenta per te" (come in una Santa Messa, avrei potuto continuare, ma mi è venuto in mente ora). Devo dire che il silenzio seguente alla mia risposta che mi ha gasato molto. Vi sono poi stati altri interventi, alcuni dei quali porto all'attenzione perché mi sembrano interessanti, e in qualche modo legati: l'attività sessuale come soddisfazione personale imprescindibile (senza la quale il rapporto non potrebbe continuare) e i metodi naturali come strumenti contraccettivi cristiani ("perchè il preservativo no e i periodi infecondi sì?"). Per quanto concerne il primo punto, va segnalato che nel matrimonio vi è donazione incondizionata di tutto il proprio essere al coniuge in ordine alla sua felicità, quindi la cosiddetta soddisfazione sessuale è un frutto dell'atto e non un mero obiettivo, né una condizione indispensabile; il secondo punto fa invece emergere come vi sia in campo cattolico un travisamento riguardo l'uso dei metodi naturali (leciti in quanto rispettano la natura dell'essere umano, Humanae Vitae n. 16), che andrebbero utilizzati però solo per "gravi motivi" (HV n. 10) e non come routine, dato che la finalità primaria del matrimonio è la procreazione (questione mai messa in dubbio dal Magistero e ripresa con forza da san Giovanni Paolo II, nonostante l'ambiguità di certi documenti del Concilio Vaticano II e successivi), mentre la seconda è il bene dei coniugi (l'aspetto cosiddetto unitivo).
Non so quanto siano trapelate dalle nostre parole la gioia e la bellezza dell'atto sessuale come esclusivo del matrimonio; speriamo almeno di aver proposto una visione alternativa a quella dominante, gettando dei semi che, speriamo, prima o poi fioriranno.

 

27 gennaio 2016

Unioni civili flop: dove ci sono, non se le fila nessuno



di Giuliano Guzzo

Sono dell’avviso che la contrarietà o l’appoggio alle unioni civili, da parte di chiunque, debba basarsi su ragioni ideali prima di tutto. Ciò nonostante penso non sia irrilevante, per farsi un’idea su questo istituto e in particolare alla sua supposta urgenza, volgere lo sguardo al panorama europeo nel quale vi sono diversi Paesi che hanno preceduto l’Italia nel riconoscimento non tanto dei diritti delle coppie conviventi – i quali sono in larghissima parte già disponibili anche da noi -, quanto delle coppie stesse quale istituto autonomo. Ebbene, la tendenza che si riscontra quasi ovunque è quella, se non di un vero e proprio flop, di un progressivo declino che non solo segue quello del matrimonio tradizionalmente inteso, ma pare quasi superarlo.

Considerando per esempio il caso della Danimarca – Paese fondamentale dal momento che, com’è noto, fu il primo al mondo, nel 1989, a riconoscere alle coppie omosessuali conviventi tutti i diritti ed i doveri in merito ad eredità, donazioni, pensioni, tasse, obbligo di assistenza reciproca, diritto a subentrare come titolare nell’appartamento in affitto in caso di morte di uno dei partner, ripartizione dei beni comuni in caso di separazione – si scopre come si sia passati dalle 84 coppie di persone dello stesso sesso registrate (su un milione di abitanti) del 1990 alle 40 (sempre su un milione di abitanti) del 1998: più di un dimezzamento in meno di dieci anni.

In anni più recenti la tendenza non è affatto migliorata: nel 2010 si sono registrate 410 coppie composte da persone dello stesso sesso, numero sceso ancora a 346 nel 2011. Solo l’introduzione dei matrimoni fra persone dello stesso sesso – istituiti ufficialmente nel giugno 2012 – sembra aver frenato, almeno per ora, il declino: nel 2013 si sono sposate 363 coppie e 364, appena una in più, nel 2014, anno particolarmente fortunato a livello generale dato che ha visto pure un aumento dei matrimoni fra uomo e donna (+ 827), anche se, com’è noto, una rondine non fa primavera. A questo ci si potrebbe chiedere: quello danese è forse un caso isolato? In altre parti d’Europa il declino delle coppie omosessuali riconosciute non è tale?

Così non sembrerebbe guardando alla Svizzera, che permette l’unione civile tra persone dello stesso sesso dal gennaio 2007. Infatti, si è passati dalle 2.004 unioni del 2007, alle 720 del 2010: ben più che dimezzate in appena tre anni. E’ pur vero che, dal 2010 al 2014, anche in terra elvetica si è registrata una stabilizzazione, pari a circa 700 unioni civili l’anno, ma se è anche vero che dal 2010 al 2014, cioè in appena quattro anni, è quasi raddoppiato – passando da 77 a 144 – il numero delle unioni civili finite con una separazione. Dunque neppure la Confederazione svizzera pare essere un buon esempio per parlare di un successo delle unioni civili.

E non lo è neppure l’Austria – dove la possibilità per le coppie dello stesso sesso di unirsi c’è dal 2010 – , che ha visto il numero di queste unioni precipitare dalle 705 del 2010, appunto, alle 368 del 2013, con una diminuzione di cinque punti percentuali nel 2012. Nel 2014 c’è stata una risalita del numero di queste unioni, ma i numeri del 2010 sono lontanissimi. Le stesse Civil Partnership inglesi di cui parla spesso Renzi non sembrano aver avuto molta fortuna: introdotte nel dicembre del 2005 hanno fatto registrare subito un alto numero di registrazioni, arrivate nel 2006 a 14,943 per poi dimezzarsi nel 2007 (7.929 unioni) e abbassarsi ancora negli anni successivi; nell’anno 2009, per esempio, sono state meno di seimila (5.687).

Pare al momento esservi un solo Paese europeo nel quale le unioni composte da persone dello stesso sesso stanno avendo successo: la Germania. Lì effettivamente – registrate e non – il numero delle coppie omosessuali è in continuo aumento: secondo i censimenti dell’Ufficio Federale di Statistica ammonterebbero ad oltre settantamila, mentre nel 1996 erano meno di quarantamila. Ciò nonostante va ricordato che le persone facenti parte di una coppia dello stesso sesso registrata, in Germania, rappresentano lo 0.1% del totale dei tedeschi (cfr. International Economics Letters, 2015). Senza dimenticare – anche se non si vuole azzardare un collegamento fra le due cose – come quello sia il paese col tasso di natalità più basso del mondo: lì le unioni civili hanno avuto fortuna, si potrebbe dire, ma non ne stanno portando molta.

Con l’eccezione tedesca, possiamo dunque concludere come le unioni civili, in Europa, tutto abbiano avuto fuorché enorme successo. Come mai? Per quale ragione i “diritti negati”, una volta disponibili, smettono di interessare con tanta rapidità? Ha senso chiederselo anche se il flop delle unioni civili, a ben vedere, fu ampiamente previsto. Non da un omofobo ma da Gianni Rossi Barilli, giornalista, scrittore e militante gay, il quale ha scritto che «il numero delle coppie disposte ad impegnarsi per avere il riconoscimento legale è trascurabile» e che «il punto vero è che le unioni civili sono un obbiettivo formidabile. Rappresentano infatti la legittimazione dell’identità gay e lesbica» (Il movimento gay in Italia, Feltrinelli, Milano 1999, p. 212). La questione è tutta qui.

http://giulianoguzzo.com/2016/01/26/unioni-civili-flop-dove-ci-sono-non-se-le-fila-nessuno/

 

14 settembre 2014

"La famiglia è una sola" di Giuliano Guzzo


di Marco Piazza

“La famiglia è una sola” (ed. Gondolin, con prefazione di Eugenia Roccella) è il titolo del primo libro di Giuliano Guzzo, collaboratore instancabile di questo blog, oltre che carissimo amico. Un giovane studioso che da anni si occupa con particolare attenzione di questioni bioetiche, partecipando attivamente (mi permetto di segnalare il suo aggiornatissimo blog) alla paziente e coraggiosa opera di sana divulgazione, di cui questo libro rappresenta un encomiabile esempio. Un libro che difende il concetto di famiglia dagli attacchi che il mondo contemporaneo le sferra in continuazione.

Questo libro non ha precedenti nel panorama editoriale italiano, in quanto rappresenta il primo studio che mostra con chiarezza espositiva e dimostra dati alla mano (tenendo conto dei risultati di qualche centinaia di studi scientifici) l'unicità della famiglia rispetto a tutte le nuove relazioni che sembrano essere simili ad essa. La famiglia si basa infatti su di una relazionalità asimmetrica (sia orizzontale-coniugale che verticale-generazionale), intrinsecamente solida in quanto funzionale ai propri obiettivi di natura unitiva, riproduttiva, economica ed educativa. Come vedremo, queste basi non si presentano così solide in altri tipi di relazione, più effimeri perché fondati sull'emozione e non invece sulla progettualità.

Chi pensasse inoltre di accusare l'autore di partigianeria cattolica rimarrà molto deluso: sebbene il Cattolicesimo abbia elevato il concetto di famiglia molto al di sopra di come abbia fatto qualsiasi concezione “laica”, rileggendola come immagine della Santissima Trinità ed istituendo il sacramento del matrimonio, la famiglia non è un'idea cattolica in quanto, seppur con alcune fluttuazioni storiche, è esistita sempre e dovunque nella storia dell’umanità. Tra l’altro, l’autore ricorda come le fasi di crisi di civiltà siano sempre seguite ai momenti di crisi dell’istituzione familiare (si consideri ad esempio la fine della Grecia classica, dell’impero romano d’occidente, e la crisi attuale).

Nel capitolo introduttivo l'autore espone un concetto interessante, quello di relativismo familiare, secondo il quale esisterebbero diversi modelli familiari equivalenti, fondati tutti sull’affetto tra le persone. In questo modo si farebbe corrispondere l'essere famiglia al sentirsi famiglia, subordinandone l'idea all'affettività (e infine quest'ultima al piacere individuale di stampo edonista). In effetti, ci possono essere tanti modi di amarsi, ma dal punto di vista oggettivo questi non si equivalgono: la famiglia è una struttura di tipo naturale, "un'unione stabile e pubblicamente riconosciuta fra un uomo ed una donna che, sposandosi, si assumono impegni reciproci e nei confronti dei loro figli". Nei capitoli successivi l'autore prende in considerazione tutti quegli istituti che non possono essere considerati famiglia, in quanto non presentano tutte le caratteristiche della definizione sopra menzionata, presentandone le criticità, come ad esempio le coppie conviventi, le unioni gay, oltre a descrivere lo tsunami (e piaga, costosa fra l'altro) del divorzio, considerato il primo scalino della lunga scala verso l'orrore. Legato ad un tema di stretta attualità, si considera anche l'importanza del padre e della madre per il benessere dei figli, contro le tesi assessualizzanti della teoria gender. Adottando una prospettiva sociologica, supportata da un’analisi empirica di tutta una serie di dati riguardanti la natalità, la stabilità/durata delle relazioni, la depressione, le malattie, i suicidi, ecc., si nota chiaramente come il benessere dell’individuo e la prosperità della società dipendano dalla salute della famiglia.

Un altro merito dell'autore è quello di accennare alle cause scatenanti la crisi di questo istituto perenne, che vanno individuate nella secolarizzazione (che sfocia nell’edonismo e nell’individualismo), con un particolar focus sulla contraccezione, che ha creato una sorta di guerra silenziosa tra i sessi, che corrode i legami fiduciari e affettivi.
L'autore chiude il suo libro con una riconsiderazione della centralità della famiglia all'interno del contesto odierno, in quanto senza di essa non vi può essere futuro: il relativismo familiare minaccia l'esistenza della società, in quanto la liquefazione dei legami affettivi genera uno smarrimento negli individui che, senza più nessun vincolo o supporto, cadono nella sfiducia dell'altro e si richiudono in un isolamento che va contro la socialità naturale della persona umana. L’invito dell’autore è quindi quello di aver fiducia nella famiglia, “accettandone “l'unicità […] non come limite, ma come strepitosa occasione per dividere la vita con chi desidera trascorrerla accanto a noi giorno per giorno al fine di renderla più profonda e leggera”.


Paradossalmente, pare proprio che nel momento della sua più grave crisi la famiglia mostri tutta la sua fondamentale importanza.

 

05 gennaio 2014

Perché “no” al riconoscimento delle unioni di fatto

di Giuliano Guzzo

Sarebbe interessante un’analisi delle motivazioni per le quali, in Italia, il dibattito politico circa la possibilità d’introdurre un riconoscimento giuridico per le convivenze more uxorio torna di ciclicamente di attualità. Soprattutto alla luce del fatto che, per rilanciare la necessità istituzionale di interventi in tal senso, si riprendono – e Matteo Renzi non sembra fare eccezione – sempre argomenti noti e per lo più ampiamente confutati dall’esperienza. Riepiloghiamoli brevemente.
 

17 novembre 2012

Lo scandalo dei vescovi che parlano di sesso

di Giuliano Guzzo

Siete delusi da sfumature di grigio che prima esaltano e poi, finito il libro, ti salutano? Volete pane per i vostri denti, voi assetati di esperienze che contano? Insomma, volete roba forte? Bene, allora leggetevi le 36 pagine degli Orientamenti pastorali sulla preparazione al matrimonio e alla famiglia ad opera della Commissione Episcopale per la famiglia e per la vita. Fidatevi, non ci troverete la solita minestra ma dinamite. Roba forte, appunto. A partire dai passaggi rivolti ai giovani di oggi, agli «adolescenti, assediati da un clima generale fortemente erotizzato nella comunicazione, nella moda, nei modelli proposti, devono essere guidati ad acquisire un sano senso critico» (p.7).
 

14 luglio 2012

Famiglia italiana. Fotografia di un terremoto

di Giuliano Guzzo http://giulianoguzzo.wordpress.com/

L’entità del fenomeno del divorzio, in Italia, è ormai tale da sconsigliarci una lettura acritica dei dati forniti in queste ore dall’Istat. Dati che in sostanza dicono questo: la famiglia italiana é in crisi profonda. Per rendere l’idea, «nel 2010 le separazioni sono state 88.191 e i divorzi 54.160» facendo segnare, rispetto all’anno precedente, rispettivamente un incremento «del 2,6%» e un «decremento pari a 0,5%» [1]. Ora, al di là delle peculiarità dei dati regionali e territoriali, sono due gli aspetti che meritano di essere considerati con attenzione.

 

05 luglio 2012

Castità prematrimoniale: perché la Chiesa ha ragione


di Giuliano Guzzo
Sta alimentando dissensi e polemiche un recente intervento dell’arcivescovo di Trento, reo di aver rammentato l’immoralità del piacere sessuale al di fuori del matrimonio. Che poi è notoriamente l’argomento preferito per accusare la Chiesa d’essere fuori dal mondo. Tutto si può dire, quindi, tranne che questo genere di polemiche siano sorprendenti.
Sorprende, invece – e parecchio -, l’atteggiamento di coloro che puntualmente liquidano come sessuofobico l’insegnamento della Chiesa senza in realtà conoscerlo
 

02 giugno 2012

Finché divorzio breve non vi separi...


Di Ilaria Pisa
Difficile non ravvisare una provvidenziale convergenza tra i preparativi per il VII incontro mondiale delle Famiglie, che si terrà a Milano tra l’1 e il 3 giugno, e l’approdare alla Camera, il 21 maggio, del disegno di legge sul divorzio breve, cui viene soffiata via la polvere (la proposta è del 2006) per offrirlo ad una nuova discussione. La circostanza induce a pensare che a volte sia opportuno, più che sui “nemici” esterni alla famiglia, concentrarsi sulle crepe che s’aprono al suo interno per effetto della poco virtuosa interazione di numerosi fattori, ma soprattutto, della difficoltà di comprendere noi stessi e le nostre relazioni alla luce di una corretta antropologia.