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30 giugno 2018

Il Commento di san Tommaso a Matteo

di Fabrizio Cannone
L’estate direi che è la stagione più propizia alla lettura e alla meditazione. Le vacanze, il tempo libero, il fattore climatico, un certo legittimo desiderio di evasione ed infine l’importanza – avvertita soprattutto dalle persone profonde – di formarsi e di riflettere.
San Tommaso è di uno quegli autori che difficilmente si riescono ad esaurire in una sola esistenza. Leggere tutte le opere di Manzoni, di Petrarca, di Pirandello o di Shakespeare, è difficile, ma non è impossibile. E c’è chi c’è riuscito senza pena, in anni di intense letture.
Le opere di Tommaso d’Aquino hanno una profondità, una vastità e una complessità difficilmente raggiungibile, e molti studiosi tomisti mi hanno rivelato di aver impiegato parecchi anni per leggere la sola Summa teologica, il testo sicuramente più autorevole dell’immenso teologo italiano (oggi disponibile, in 4 volumi, ed in una nuova eccellente traduzione, a cura delle ESD di Bologna).
Ma san Tommaso oltre che teologo (Summa theologiae, Commento alle Sentenze e Summa contra Gentiles), fu anche filosofo (con i celebri studi su Aristotele, Boezio e gli undici volumi delle Quaestiones Disputatae) e ottimo esegeta della Sacra Scrittura.

Quest’ultima sua caratteristica è la meno nota e forse anche la meno riconosciuta da certi teologi della Chiesa. Costoro, per varie diverse ragioni, sono ostili alla Scolastica medievale e vorrebbero – pazzescamente, il faut le dire – ridurre Tommaso ad una sorta di Aristotele cattolico, né biblico, né realmente ‘cristiano’ poiché carente di impregnazione scritturistica nelle sue opere.
La realtà è esattamente all’opposto. Non solo tutte le opere di san Tommaso, ove più ove meno, sono delle riflessioni che tengono conto della Rivelazione divina e dei dogmi della fede, ma l’Angelico ha anche “commentato alcuni libri biblici, in particolare Isaia, Geremia, i primi cinquanta Salmi, Giobbe, i Vangeli di san Matteo e di san Giovanni e le Lettere di san Paolo” (Tommaso d’Aquino, Commento al Vangelo secondo Matteo, Edizioni Studio Domenicano, Bologna, 2018, 2 volumi, di pagine 1194 ciascuno, euro 98, p. 5).

E non è davvero poco, specie in mancanza di web, pc ed altre moderne facilitazioni.
Il domenicano Roberto Coggi, traduttore del libro, nota con legittimo stupore che mentre “Tutti questi commenti sono stati tradotti in qualche lingua moderna [ovviamente nel Medioevo si scriveva in latino]”, fa eccezione, “stranamente, il Vangelo di san Matteo”, benché il Commento di san Tommaso non sia “per nulla inferiore agli altri” (p. 5).

Secondo il sacerdote, il Commento al Vangelo secondo Matteo risale al secondo periodo parigino di san Tommaso, probabilmente proprio al biennio 1269-1270, pochi anni prima dunque della morte dell’Autore, avvenuta presso l’abbazia di Fossanova, nel 1274.

La dotta introduzione di padre Coggi si diffonde sulle caratteristiche testuali e critiche dell’opera tomistica, notando per esempio che alcuni brevi passaggi del Commento non sarebbero dell’Aquinate, ma di un certo “Pietro di Scala, un domenicano della fine del XIII secolo” (p. 6).
Quello che ci pare ancora più rilevante, vista la crisi spaventosa dell’esegesi cattolica attuale, è il valore che il Dottore Comune della Chiesa dà al senso letterale della Sacra Pagina. “Fra i quattro sensi della Scrittura, letterale o storico [il I], allegorico, cioè dogmatico [il II], morale [il III] e anagogico, cioè rivolto alle realtà future [il IV], san Tommaso, come suo solito, dà la priorità al senso letterale, essendo convinto che esso è il solo adattabile alle necessità dell’argomentazione teologica, e inoltre che ogni interpretazione spirituale (…) deve essere confermata dall’interpretazione letterale, in modo da evitare qualsiasi rischio di errore” (p. 7, corsivo nostro).

Non crediamo che l’esegesi del Novecento, pur tra tante conquiste e scoperte, abbia seguito il consiglio di san Tommaso in materia di interpretazione biblica. E neppure siamo in grado di dire se tale principio assiomatico dell’esegesi cattolica – assieme a quello duplice dell’ispirazione-inerranza – sia ben integrato negli stesso documenti ufficiali recenti, come L’interpretazione della Bibbia nella Chiesa (Pontifica Commissione Biblica, Libreria Editrice Vaticana, 1993). Anzi, temiamo che la crisi epocale dell’esegesi sia dovuta proprio all’oblio, più o meno volontario, dei 3 principi summenzionati: primato del senso letterale, ispirazione (che fa di Dio l’autore principale di tutta la Scrittura canonica, dalla Genesi all’Apocalisse) e la totale inerranza del Testo sacro.
Ci si permetta una breve riflessione, proprio a partire da san Tommaso esegeta sul senso profondo e dimenticato dell’autentica ispirazione biblica.

Il 23 aprile 1993, Giovanni Paolo II, durante un’udienza commemorativa del centenario della Providentissimus Deus di Leone XIII e del cinquantenario della Divino afflante Spiritu di Pio XII – le due encicliche che fondarono in qualche modo l’esegesi critica dei cattolici – disse che “l’interpretazione della Sacra Scrittura è di una importanza capitale per la fede cristiana e la vita della Chiesa” (n. 1).

E sottolineava giustamente che “La Chiesa non teme la critica scientifica” (n. 4), ed “attribuisce una grande importanza allo studio storico-critico della Bibbia” (n, 7), fino a parlare, con linguaggio ardito, “dei condizionamenti umani della Parola di Dio” (n. 8). Ma nell’esegesi prevalente oggi questi ‘condizionamenti umani’ sono giunti a far dire all’esegeta cattolico, che non possiamo conoscere l’intenzione degli autori dei Sacri testi, e neppure saperne l’identità, l’origine e gli scopi. Fino al punto che tale condizionamento potrebbe aver causato degli errori fattuali (di tipo storico, cronologico, scientifico o culturale) nella Scrittura, negando così implicitamente sia il dogma dell’ispirazione biblica, sia il suo corollario immediato, ovvero la sua inerranza assoluta (in tutti gli ambiti e non solo in quello dogmatico-morale).

Giovanni Paolo II però, in quel Discorso, parlava proprio di ciò che larga parte dell’esegesi scientifica attuale non vuol più sentire, cioè della doverosa “fedeltà alla Chiesa” (n. 10), che consiste nel “situarsi risolutamente nella corrente della grande Tradizione che, sotto la guida del Magistero, assicurato da un’assistenza speciale dello Spirito Santo” (n. 10), interpreta autorevolmente i testi. Il papa collega persino la virtù personali che l’esegeta cattolico deve perseguire e il suo lavoro di esegeta. Risulta infatti “necessario che lo stesso esegeta percepisca nei testi la parola divina, e questo non gli è possibile che nel caso in cui il suo lavoro intellettuale venga sostenuto da uno slancio di vita spirituale (…). Lo studio scientifico dei soli aspetti umani dei testi può far dimenticare che la parola di Dio invita ognuno ad uscire da se stesso per vivere nella fede e nella carità” (n. 9).
Questa dimenticanza dal 1993 ad oggi è diventata legione. L’Angelico, con la sua interpretazione magistrale del Vangelo di Matteo, contribuirà, ne siamo certi, alla ripresa di quella grande corrente della Tradizione, che dalla Patristica ad oggi, non si è mai interrotta, nonostante il prevalere di esegeti con poca fede e nulla carità.


 

14 dicembre 2017

Libri. "La sintesi del Tomismo" e l'attualità del dottore angelico


di Enrico Maria Romano

Quando c’è un eclissi siamo tutti immersi nelle tenebre. Così ripeteva l’intellettuale francese Jean Madiran (1920-2013), riprendendo un’espressione di altri. Più il buio è fitto poi, e più urgono le luci ad illuminarci nel periglioso ed avventuroso cammino della vita.
Abbiamo tutti quanti bisogno di padri, di punti di riferimento, di uomini forti che ci siano di esempio, nella vita e nel pensiero. Nel cattolicesimo romano queste figure non sono mai mancate e per fortuna non mancheranno mai alla Chiesa.

Tommaso d’Aquino (1225-1274) fa parte, indubitabilmente, di quei Maestri spirituali che durano secoli e che anzi resteranno sempre attuali, starei per dire, fino alla fine del mondo.
Le cattedre di tomistica si sono diffuse nel Novecento in tutto il mondo, e la pubblicazione delle opere del Dottore Angelico, ha travalicato ampiamente i confini della sua amatissima patria, l’Italia.
Esistono ormai molte traduzioni delle opere del Nostro, specie dei suoi capolavori, come la Summa teologica e la Summa contro i gentili. Alcune traduzioni dal latino ancora mancano, ma si può ben sperare che nei prossimi anni queste lacune saranno colmate. Abbondano invece i commenti e la letteratura scientifica sul pensiero dell’Aquinate, come pure le edizioni critiche e manegevoli di molti testi tomisti già editi in latino, e piuttosto riservati ai dotti.
Si pensi alla magnifica nuova edizione della Somma curata dai padri domenicani di Bologna (Tommaso d’Aquino, La Somma Teologica, Edizioni Studio Domenicano, 2014-2016, in 4 volumi rilegati ad arte, con il testo originale e una nuova traduzione italiana). Un’opera eccezionale che vale oro e che farà silenziosamente del bene. La luce che apporta san Tommaso all’umanità e alla cattolicità infatti non è immediata e abbagliante, ma è una luce pacata e soffusa, quasi in chiaroscuro, che progressivamente tende a far innamorare il fruitore come in un lungo corteggiamento casto, destinato poi all’amore eterno.
Tra le opere di commento e di semplificazione edite di recente spicca quella del grande teologo francese padre Garrigou-Lagrange (cf. La sintesi tomistica, Fede & Cultura, 2015, a cura di Marco Bracchi, con la presentazione di mons. Antonio Livi).

A queste opere diciamo classiche, quella del Garrogou è infatti del 1950, si è appena aggiunto un nuovo manuale di introduzione, di analisi delle difficoltà e di chiarificazione: Curzio Nitoglia, La sintesi del Tomismo. Sua attualità e suo valore (Effedieffe, 2017, pp. 402, euro 22).
L’Autore, già noto per le sue pubblicazioni apologetiche e filosofiche, presenta i punti forti del tomismo, illustrandone tutta la complessità, la coerenza interna e le virtualità logiche e metafisiche. Risponde poi alle obiezioni della altre scuole filosofiche, sia quelle storiche, interne al cattolicesimo (Scoto, Suarez, Rosmini), sia a quelle, assai più distruttive ed eretizzanti, della filosofia post-kantiana divenuta dopo il Concilio l’orizzonte comune della teologia contemporanea.

Si ricordano poi, giustamente, le tante prese di posizione del Magistero ecclesiastico medievale e moderno in favore della filosofia e della teologia di san Tommaso, culminato con l’encliclica Aeterni Patris di Leone XIII (1879). Ma la preferenza della Chiesa per l’Angelico non si arrestò a Pio XII (1939-1958), e ci sono numerosi scritti dei Pontefici Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI che mostrano una luminosa continuità coi loro predecessori.
Ricorda in proposito il grande studioso tomista Enrico Zoffoli che, “Il nuovo [Codice di diritto canonico, pubblicato da Giovanni Paolo II nel 1983] conferma la volontà della Chiesa (canoni 252,253), ispirandosi al Concilio Vaticano II che nel decreto sulla formazione sacerdotale  (OT 16)  e in quello sull’educazione cristiana (GE 10), raccomanda di avere per maestro l’Angelico”.
Così, il beato Paolo VI diceva che “E’ la prima volta che un Concilio ecumenico raccomanda un teologo, e questi è san Tommaso” (Lettera del 20.11.1974).
Tra i più begli elogi fatti a san Tommaso c’è proprio quello di Paolo VI, espresso nella Lettera ciata: “Senza dubbio, Tommaso possedette al massimo grado il coraggio della verità”. E altresì quello di Giovanni Paolo II: “La sua [di san Tommaso] è veramente la filosofia dell’essere e non del semplice apparire” (Fides et ratio, 44).

La prosa di don Nitoglia, scorrevole informata e a tratti polemica (come lo fu anche l’Angelico contro i nemici della povertà monastica e della vita religiosa), ci aiuta ad entrare nella mens del genio medievale e a diventare nel pensiero e nella vita dei piccoli Tommaso d’Aquino del XXI secolo.



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08 novembre 2017

S. Tommaso, Bergoglio e la pena di morte


di Gregorio Sinibaldi

Papa Giovanni Paolo II ha promulgato nell’ottobre del 1992 la Costituzione Apostolica Fidei depositum con cui veniva pubblicato il celebre ed universale Catechismo della Chiesa cattolica. E’ stato senza alcun dubbio uno degli atti principali del suo lunghissimo pontificato (1978-2005). Nel 1997, 5 anni dopo, il medesimo pontefice ha redatto la Lettera Apostolica Laetamur Magnopere con cui, dopo talune revisioni, veniva promulgata l’edizione tipica definitiva (latina) del Catechismo, da cui trarre le versioni nelle varie lingue nazionali.
Il Catechismo della Chiesa cattolica, spesso abbreviato in CCC, dedica un solo paragrafo (su 2865) alla questione della pena di morte: il numero 2267.
In esso si afferma: “L’insegnamento tradizionale della Chiesa non esclude, supposto il pieno accertamento dell’identità e della responsabilità del colpevole, il ricorso alla pena di morte”. Benché poi si faccia capire che, nella pratica, si sconsiglia l’uso di questa pena, che tuttavia resta legittima.
Nell’ottobre scorso, papa Francesco ha commemorato, a modo suo, il XXV anniversario del CCC, facendo una critica di fondo all’insegnamento tradizionale della Chiesa sulla pena di morte.
“Si deve affermare con forza che la condanna alla pena di morte è una misura disumana che umilia, in qualsiasi modo venga perseguita, la dignità personale. È in sé stessa contraria al Vangelo perché viene deciso volontariamente di sopprimere una vita umana che è sempre sacra agli occhi del Creatore" (Avvenire, 31 ottobre 2017). Secondo il pontefice "è necessario ribadire che, per quanto grave possa essere stato il reato commesso, la pena di morte è inammissibile perché attenta all'inviolabilità e dignità della persona". "Purtroppo anche nello Stato Pontificio si è fatto ricorso a questo estremo e disumano rimedio, trascurando il primato della misericordia sulla giustizia. Assumiamo le responsabilità del passato, e riconosciamo che quei mezzi erano dettati da una mentalità più legalistica che cristiana. La preoccupazione di conservare integri i poteri e le ricchezze materiali aveva portato a sovrastimare il valore della legge, impedendo di andare in profondità nella comprensione del Vangelo".
Per secoli e secoli fino al 1870, tutti i Sommi Pontefici suoi predecessori, alcune volte canonizzati per la loro  esimia carità, mantenendo in auge la pena capitale, avrebbero trascurato “il primato della misericordia sulla giustizia” e avrebbero avuto “una mentalità più legalistica che cristiana”…
Domanda: come fidarsi oggi del Sommo Pontefice, se per secoli i papi avrebbero errato in una materia grave, usando un “estremo e disumano rimedio”?
Non potrebbero, al contrario, aver ragione loro e torto lui? E un domani, visto che ora si vuole cambiare un insegnamento ufficiale durato secoli, non potrebbe un nuovo Sommo Pastore tornare all’antico e cancellare l’opinione del solo Francesco?
Bisogna avere il coraggio e la franchezza di porsi queste angosciose domande.
S. Tommaso d’Aquino, l’autore più citato dal Catechismo di san Giovanni Paolo II, aveva già affrontato la questione della pena di morte (oltre che della legittima difesa e della guerra giusta) in rapporto al Non uccidere del Decalogo, e l’aveva risolta da par suo in vari passaggi dei suoi scritti.
Vediamone uno solo, per brevità.
“E’ lecito uccidere i peccatori?” (Somma teologica, II-II, q. 64, art. 2). Secondo l’Angelico sì, poiché “qualsiasi parte è ordinata al tutto come l’imperfetto al perfetto. E così per natura la parte è ordinata al tutto. Per cui vediamo che, qualora lo esiga la salute di tutto il corpo, si ricorre lodevolmente e salutarmente al taglio di un membro putrido e cancrenoso. Ora, ciascun individuo sta alla comunità come una parte sta al tutto. Quindi se un uomo con i suoi peccati è pericoloso e disgregativo per la collettività, è cosa lodevole e salutare sopprimerlo, per la conservazione del bene comune”. “Quindi, sebbene uccidere un uomo che rispetta la propria dignità [ovvero innocente] sia una cosa essenzialmente peccaminosa, tuttavia uccidere un uomo che pecca [gravemente] può essere un bene”. Può essere un bene. Non vuol dire che lo sia sempre.
Uno Stato cristiano o comunque conforme a giustizia può decidere, per varie ragioni, di non emettere sentenze di pena capitale. Questo è senz’altro lecito. E a questo probabilmente voleva giungere Papa Woytjla. Ma è una cosa totalmente diversa il sostenere che quella pena sia “in sé stessa contraria al Vangelo”, come ha fatto Francesco.
Io posso non difendermi se aggredito per strada, e posso (meritoriamente) porgere l’altra guancia e offrire il portafogli al bandito. Non posso però insegnare che la legittima difesa personale sia un’azione illegittima: questo non posso farlo. Facendolo, starei andando, certamente, in modo “contrario al Vangelo”.
Naturalmente, al di là del caso della difesa personale, è l’autorità dello Stato che può emettere la pena capitale, e non un privato cittadino. S. Tommaso: “è lecito uccidere un malfattore in quanto la sua uccisione è ordinata alla salvezza di tutta la collettività. Ciò quindi spetta soltanto a colui al quale è affidata la cura della sicurezza collettiva” (ST, II-II, q. 64, art. 3)
Quello che astrattamente è un male (Non uccidere), diventa nelle circostanze specifiche un bene, poiché le circostanze, a volte, hanno la virtualità di modificare la moralità dell’atto, entrando a far parte dell’atto stesso. Se rubo per non lavorare o per nuocere o per arricchirmi faccio peccato. Se rubo per non morire di fame non pecco ed anzi servo la giustizia. Le circostanze mutano la qualifica morale dell’azione (cf. “E’ lecito rubare per necessità?”, in ST, II-II, q. 66, art. 7, ove s. Tommaso risponde affermativamente).
Proprio perché la vita umana è sacra, la pena capitale è giusta…
S. Tommaso e il Catechismo di Giovanni Paolo II, ma anche “l’insegnamento tradizionale della Chiesa” (CCC 2267) e oltre 1000 anni di prassi dello Stato Pontificio sono pro. Papa Francesco è contro. L’argomento è il medesimo. Chi avrà ragione?



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25 agosto 2017

Chiesa, ius soli e dintorni


di Giuliano Guzzo

Trovo poco appassionanti, confesso, le vivaci e spesso divisive discussioni circa la posizione della Chiesa sullo ius soli. Dico questo, si badi, non per snobismo né perché sottovaluti l’emergenza immigrazione ma solo perché, banalmente, ritengo che la posizione cattolica, su questo, sia già ben delineata. E non penso, si badi, al fatto – pure eloquente – che la cittadinanza dello stato del Vaticano non sia originaria, esito cioè di ius sanguinis o ius soli, interessando solo – a norma dell’art. 9 del Trattato Lateranense – le «persone aventi stabile residenza», senza che questo, a ben vedere, abbia mai destato scandali; mi riferisco al patrono dei teologici, San Tommaso, il quale, nella sua Summa Theologica (I-II, Q. 105, Art. 3), da una parte lasciava intendere come l’immigrazione debba avere sempre in mente il bene comune – senza sopraffare o attentare alla nazione, che non è un’entità astratta bensì un insieme di persone – e, dall’altra, poneva come condizione dell’accettazione di chi voglia stabilirsi in un Paese il desiderio, da parte di costui, di integrarsi perfettamente nella vita e nella cultura locali.

Lo stesso Catechismo, da parte sua, specifica a chiare lettere – facendo eco, a ben vedere, alle considerazioni dell’Aquinate – come «i diritti politici connessi con la cittadinanza possono e devono essere concessi secondo le esigenze del bene comune» (CCC, 2237). Se a tutto ciò si aggiunge che l’acquisizione non automatica – o con la maggiore età – della cittadinanza nulla toglie, in concreto, ai diritti di accoglienza, di assistenza, di educazione, di istruzione e quant’altro, proprio non si coglie, a meno che non si voglia relegare la Santa Sede, il Catechismo e il Dottore Angelico come esempi di xenofobia, su cosa poggerebbe il “dovere morale” del cattolico di approvare lo ius soli, per l’approvazione del quale, in talune chiese – come accaduto a Bellaria Centro, parrocchia S. Cuore di Gesù – si è perfino arrivata ad impegnare la preghiera dei fedeli, durante la Santa Messa. E delle parole di Papa Francesco, che dici? Non hai forse saputo – mi si obietterà – del messaggio inviato per la giornata mondiale del migrante del 2018?

Ho saputo, certo che sì. Ma a parte che non ho problemi ad ammettere che il Santo Padre possa essere favorevolissimo allo ius soli – e a parte che escluderei che il contenuto della lettera inviata alla giornata mondiale X o Y, pena un rischio di massimalismo magisteriale (l’aprioristico conferire, cioè, pari dignità tutto a ciò che il Papa dice), costituisca Magistero e, soprattutto, abbia a che vedere con l’infallibilità papale -, rilevo che il passaggio laddove si parla dell’ipotesi di «cittadinanza slegata da requisiti economici e linguistici e di percorsi di regolarizzazione straordinaria per migranti», non solo ciò viene presentato come mera possibilità («tale processo può essere…»), ma viene espressamente riservato a coloro «che possano vantare una lunga permanenza nel paese». L’appoggio del Papa allo ius soli – suggerito, in effetti, anche dalle “tempistiche parlamentari” dell’anticipazione del suo messaggio – non risuona, insomma, così squillante come taluni forse auspicavano oltre, ovvio, a non essere vincolante.

Questo perché, se da una parte la cittadinanza rimane questione civile – di Cesare, dunque, e non di Pietro -, dall’altra tra i diritti umani, questi sì fondamentali, non c’è solo quello ad emigrare ma anche, ricordò Benedetto XVI alla 99esima giornata mondiale del migrante e del rifugiato, a non farlo. E siamo sicuri che assegnare automaticamente, o quasi, la cittadinanza, non costituisca una lesione del diritto a non emigrare divenendo, de facto, un incentivo a emigrare? Chi ci assicura, specialmente in una fase storica come quella in corso, che questo rischio non sia concreto? Ha senso chiederselo considerando perfino Pietro Grasso, Presidente del Senato che oggi sostiene senza riserve lo ius soli, quando il dibattito politico era meno arroventato, qualche anno fa, ammetteva il rischio che una novità di questo tipo potrebbe portare una «gran quantità di donne a venire in Italia a partorire solo per dare la cittadinanza ai propri figli». Possiamo insomma stare tranquilli, appoggiandoci sulle «esigenze del bene comune», sul fatto che non vi sia nulla di poco cristiano nell’essere quanto meno scettici rispetto allo ius soli. Proprio nulla.

https://giulianoguzzo.com/2017/08/24/chiesa-ius-soli-e-dintorni/
 

03 luglio 2017

San Tommaso apostolo, il missionario persiano


di Alfredo Incollingo

“Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dissero allora gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò». Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c'era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, si fermò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente!». Rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno!” Così il “Vangelo secondo Giovanni” racconta l'incontro tra San Tommaso e Gesù dopo la Resurrezione e l'Ascensione. L'incredulo apostolo dubita che l'uomo che ha di fronte sia Cristo e, solo toccando le ferite della Crocifissione, alla fine crede.
Il discepolo non è solo un uomo dubbioso, è anche un cristiano determinato. Dopo la risurrezione di Lazzaro, Gesù è deciso a tornare in Giudea, ma i discepoli si oppongono, temendo che i giudei lo possano lapidare. E' Tommaso che sprona gli altri a seguirLo: “Andiamo anche noi a morire con lui!”
Anche durante l'Ultima Cena è presente l'apostolo e prende la parola quando Gesù afferma che tutti i commensali sanno bene cosa sarebbe accaduto. Tommaso con Filippo ribatte di ignorare i disegni del Padre e Gesù così risponde: “Gli disse Gesù: Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me”, rivelandosi in maniera potente, senza tuttavia la comprensione di Tommaso, che avverrà solo nell'episodio prima citato.
Dopo la Pentecoste, secondo un'antica tradizione, Tommaso si recò prima in Siria per predicare e poi nella città di Edessa e a Babilonia. Prese il mare alla volta dell'India, stabilendosi a Muziris, dove si trovava una ricca comunità ebraica. San Tommaso convertì gli israeliti e si rivolse successivamente alla popolazione indiana, battezzando le personalità più in vista delle caste superiori della città. Dall'India è probabile che San Tommaso viaggiò alla volta della Cina per poi ritornare nella penisola indiana, dove, secondo la tradizione, si spense in età avanzata.

 

16 maggio 2017

I cristianoidi: la contemporaneità tra la mela di Eva e quella di San Tommaso


di Marco Soro

Quando san Tommaso entrava in classe (ci viene riferito da una accreditata diceria) poneva una mela sul tavolo dicendo: “Questa è una mela, chi non è d’accordo può uscire”. In pratica: se tu non riconosci l’oggettività del reale, come possiamo costruire una grammatica comune? Quando il serpente con una mela* tentò Eva, le disse che sarebbe diventata come Dio. Cosa significava per Eva diventare ed essere come Dio? Lei e Adamo avevano il dominio su cose e animali esistenti, al punto da poter dar loro il nome; tuttavia questo potere era stato concesso loro da Dio che, essendo Il Creatore, era il garante della veridicità della loro conoscenza e del loro linguaggio, in quanto garante dell’oggettività del reale, nel senso che esso non dipende dalla conoscenza umana.

Diventare come Dio significava quindi avocare a sé la capacità di garantire la veridicità della conoscenza, ricostituendola in una grammatica soggettiva che, immediatamente, si sarebbe rivelata arbitraria. Ma a che pro essere come Dio se già da subito essi potevano dare il nome alle bestie ed alle cose? Lo scopo era non accontentarsi più di dare il nome alla realtà oggettiva, ma iniziare a ricostituirla ex novo su una grammatica che fosse soggettiva ed arbitraria. Infatti Eva si scopre nuda, e nudo scopre il suo uomo; perciò dovranno coprirsi, difendersi: poiché il loro intendersi è stato alterato, non è più possibile condividere o comprendersi in modo immediato. Nelle mani di un soggettivismo che è il nuovo dio degli uomini non ci si capisce più. Quando (per servirmi di un ultimo esempio) Nietzsche cercava il metodo per demolire il cristianesimo, secondo McLuhan, lo trovò nella distruzione della grammatica e del suo senso logico: il cristianesimo (questo strano platonismo per il popolo) si regge sul linguaggio corretto, oserei dire sulla coerenza della parola; si distrugga il senso di questa e verrà meno la forza del pensiero cristiano, ed anche del pensiero stesso. Verrà meno l’umano. 

La mela del primo peccato ha diverse sfaccettature, ed ogni epoca è stata tentata con un morso diverso. Credo che lo specifico della nostra epoca sia proprio il rilassamento, se non il venir meno, del senso logico del linguaggio, della sua capacità di comunicare una realtà oggettiva, chiara ai sensi ed allo spirito. Il vero, secondo i dettami del postmoderno spinto, non esiste più. Ma così viene meno la coscienza che guida il mio vivere, e la veglia si risolve in un ascolto esasperato del proprio intimo dove si colgono necessità primarie ipertrofiche che abbiamo imparato a chiamare diritti; trascorriamo le nostre vite sperando nel “sol dell’avvenir”, pur sapendo che non esiste.

Chiamiamo il nostro obiettivo utopia ed andiamo avanti tra forza d’inerzia e disperazione. Sembriamo giunti al capolinea delle conseguenze negative della soggettivizazzione della conoscenza, ribaltatasi e concretizzatasi nella appropriazione di quel che sul momento ci pare. Tutto questo lo chiamiamo laicità o, con una correzione da parte cattolica, laicismo. Può il laicismo-laicità un giorno “incontrare” e dialogare col cattolicesimo? Questa è stata la speranza (o sarebbe meglio chiamarla utopia?) di molti , in nome di una volontà d’incontro, eppure anche questa appare compromessa se già all’interno del cristianesimo sono presenti problemi grammaticali. Ricordo ancora la commozione e l’appagamento dello spirito quando scoprii il motto episcopale del patriarca ecumenico di Costantinopoli Atenagora I: “Fermiamoci e guardiamoci”. Bellissimo!

Il tentativo d’incontro era una realtà morale, spirituale e, quasi, una necessità di ricomposizione della nostra psiche, scissa per essere stata alimentata per troppo tempo da due civiltà parallele: abbiamo praticamente due personalità, la cui convivenza ci causa parecchi problemi. Si vede bene allora che non si tratta di un incontro fra due realtà o antropologie distinte, ma della necessità di una scelta dell’una o dell’altra. Tuttavia, per confrontarsi serve un linguaggio comune, che non esiste, perché non esiste più una logica o una morale o una spiritualità comuni.

Prendiamo ad esempio il verbo amare, che non ha più riferimenti ad un sentire comune, ma è fortemente condizionato dalla soggettività dell’io che lo coniuga a seconda del proprio sentire più ermetico: la parola rimane sacra come forza e valore, ma diventa relativa nel suo coniugarsi soggettivista, diventando in pratica un amuleto, una parola chiave, uno slogan più o meno efficace da tirare fuori nei momenti di difficoltà dialettica durante il tanto sospirato confronto. Confronto che, proprio a causa di queste parole-idolo, viene definitivamente esorcizzato.

Perdendo di significato la parola diventa un assoluto inarrivabile e non raggiungibile, una utopia. Così avviene delle altre parole amatissime nella nostra contemporaneità come libertà, coscienza, dovere, diritto, ascolto, rispetto, tolleranza ecc. Benché si debba riconoscere lo sforzo della contemporaneità di cercare una armonia sponsale fra individuo e collettività, mi pare che a livello pratico si sia di fronte ad un fallimento. Il mondo laico non riesce a proporre dei minimi comuni denominatori d’incontro tra i vari soggetti che lo compongono e la società che lo esprime. Esso risulta incompleto e per poter essere qualcosa di definito, e soprattutto nell’incontro e nelle relazioni della quotidianità commette un latrocinio subdolo nei confronti del cristianesimo. L’insufficienza della laicità è colmata dalla spiritualità cristiana, la quale però è deformata ed amputata di sue sostanziali peculiarità, come l’integrità del pensiero logico che ne è un elemento fondante e l’oggettività dell’atto morale. Tolti questi due elementi il cristiano non è più tale: ha forma cristiana, ma non sostanza; non siamo più cristiani, ma cristianoidi. O anche trans-cristiani, in una trasformazione di cui l’esito è difficile da stabilire.

*Si usa il termine mela per via della tradizione risalente alla Vulgata di San Gerolamo
 

03 marzo 2017

Le domande di Padre Reginaldo


(OVVERO LE PAROLE DEL VANGELO SONO DIVINE)

«Per la Chiesa cattolica non c’è nulla da festeggiare»
(Benedetto XVI)

di Matteo Donadoni

Il tempo in cui viviamo è un acquarello troppo carico di cui siamo il soggetto stralunato in primo piano, mentre dietro di noi si staglia un paesaggio in discesa, colto in quel momento del tramonto di fine estate, magari  dopo un temporale, nel quale le nubi della sera somigliano a una fastosità in rovina trafitta da raggi dorati, una specie di Cair Paravel celeste, gloriosa e che non dura.

Riluttanti ad accettare le continue dichiarazioni della gerarchia ecclesiastica, ogni mattina ci guardiamo allo specchio per scrutare se i nostri sono già i lineamenti ruvidi di un macellaio prussiano prossimo alla pensione, o se ci è data un’ultima giornata di spensieratezza.

Tutti sanno che san Tommaso, il buon placido Tommaso, il 6 dicembre 1273, avuta una visione soprannaturale, smise improvvisamente di scrivere, facendo addirittura sparire gli attrezzi da scriptorium. Il Dottore Angelico, il genio della Summa Theologiae, riteneva ormai la sua opera sicut palea. Infatti, a seguito di vari tentativi da parte di padre Reginaldo di fargli rivelare il motivo di tale svolta, Tommaso confidò: «Reginaldo, non posso, perché tutto quello che ho scritto è come paglia per me, in confronto a ciò che ora mi è stato rivelato», aggiungendo: «L’unica cosa che ora desidero, è che Dio dopo aver posto fine alla mia opera di scrittore, possa presto porre termine anche alla mia vita».

Povero Tommaso, cosa direbbe lui, oggi, di un clero che si permette di mettere in dubbio tutte le verità del Vangelo, e perfino l’autenticità stessa delle parole di Nostro Signore così come tramandate, perché al tempo del Salvatore non esistevano i registratori. Ergo, bisognerebbe fare ora un ragionamento su cosa abbia detto veramente Gesù (?!). Ovvero la riduzione della Parola di Dio all’equivalente ontologico e teologico della paglia. Buona per gli asini, che secondo loro, i quali pare non abbiano studiato a Trento, saremmo noi. Come ha ben spiegato Silvio Brachetta in un articolo comparso sul blog di Sandro Magister: «La tesi è vecchia, riproposta in modo assillante: le Scritture dovrebbero essere sottoposte a un’esegesi continua, per via del fatto che su di esse non si potrà mai dare un’interpretazione definitiva. In altre parole, secondo una certa teologia eterodossa, la Scrittura sarebbe una sorta di cantiere papirologico aperto, in cui il testo è costantemente da vivisezionare, nella ricerca incessante della "vera" Parola di Dio. Si tratta di un perpetuo, frenetico glossare le fonti, alla scoperta di una verità più genuina, che possa sostituire quella corrente, evidentemente scomoda all’esegeta insoddisfatto. Questa "vera" Parola, ricercata dalla critica testuale di ampi filoni del protestantesimo e del cattolicesimo modernista, sarebbe ancora nascosta tra le pieghe del testo sacro e tuttavia difettoso, poiché composto da parole umane. E le parole umane sono imperfette per definizione, soggette ai mutamenti dei costumi e della storia».

Secondo me è ora di finirla con questa follia delle tesi documentarie e del metodo storico critico, perché più che critica della religione è diventata una vera e propria “religione della critica”. Tra l’altro è una posizione ideologica già molti anni fa confutata con arguzia dallo studioso italiano di religione ebraica (rabbino) Umberto Cassuto (Firenze 1883 – Gerusalemme 1951), con la dimostrazione, ad esempio, che il libro della Genesi è di formazione unitaria, opera di una sola mente (ispirata da Dio).

Intanto, nascosti come in un club per soli uomini al porto di Bahia, i nuovi sapienti organizzano la riforma della Liturgiam authenticam, tramando nottetempo il diaconato delle donne, neanche fosse un concorso di bellezza per donne vampiro in Transilvania. Il quadro ecclesiale che si vuole esporre al pubblico è in bella mostra perché occulto. Il tragico dipinto in cui siamo ritratti è evidente quanto è occulto il Concilio Vaticano III in lavorazione, pilotato da pochi informati, ospiti all’Hotel Santa Marta.

Nel frattempo un monsignore di tutt’altra paglia ci invita a seguire lo spirito di Pannella (sic!), è proprio vero che il fumo è entrato in Vaticano. Che sia spirito o spiritosaggine, che si pianga dal ridere o si rida per non piangere, ormai ce lo può leggere chiaro in volto anche un ateo serioso.
Povero Tommaso, il teologo di riferimento della teologia al tempo di Francesco non è più lui, ma Lutero. Lo dimostra il grande simposio internazionale “Lutero e i sacramenti”, che si è svolto presso la Pontificia Università Gregoriana dal 26 febbraio al 1° marzo 2017, il quale sarebbe stato, secondo gli organizzatori, frutto di tre anni di lavoro condotto dal Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, la Facoltà di Teologia della Gregoriana (l’avevo detto io che non hanno studiato a Trento!) e l’Istituto Johann-Adam-Möhler per l’Ecumenismo. L’ordine del giorno di questi signori è stato: «Oggi i cattolici sono in grado di comprendere le preoccupazioni riformatrici di Martin Lutero e di considerarle con un’apertura mentale maggiore di quanto sembrasse possibile in precedenza». Cose straordinarie, nel senso che son fuori dall’ordinario. D’altra parte avremmo dovuto sapere che permettere che si chiamasse “riforma” un’eresia avrebbe alla lunga portato alla normalizzazione della stessa, riducendo, per contrappeso, l’ortodossia ad ostinazione di sparuti pipistrelli dottrinari appollaiati nella notte della storia.

Aperture mentali che porterebbero a proferire fantasticherie del tipo: «Io dichiaro che tutti i postriboli, gli omicidi, i furti, gli assassinii, e gli adulteri, sono meno malvagi di quella abominazione che è la Messa papista». Ho il sospetto, anzi mi sembra di vederlo chiaramente, che per noi poveri peccatori papisti stia per cominciare una Quaresima lunga non quaranta giorni ma quattro anni.
Ma chissà, forse padre Reginaldo avrebbe una domanda diversa e altrettanto semplice da fare ai teologi d’oggi: “Ma perché scrivete?”.
 

28 gennaio 2017

L'angelico San Tommaso d'Aquino

di Alfredo Incollingo

Sant'Alberto Magno lo definì un bue muto che muggirà così forte da far tremare il mondo. Non era una presa in giro, ma la constatazione dello spessore intellettuale di quel suo allievo così mite e silenzioso. Quel ragazzo schivo, piccolo nel temperamento, si erse possente per spirito e per intelligenza. Si chiamava Tommaso, proveniva da Aquino, nei pressi di Frosinone, nel Lazio, ed era il figlio di un conte. La sua famiglia mal tollerò la sua scelta di entrare nell'ordine dei domenicani perché ciò comportava la rinuncia alla ricchezza e al potere: una vita inadeguata per il rampollo di un nobile casato. Lo avrebbero destinato all'abbazia di Montecassino, regalandogli di fatto la carica di abate, se avesse deciso di mantenere i voti.

Questo destino era invece confacente a un nobile di alto rango. Tommaso rifiutò le lusinghe dei genitori e dei fratelli e sfuggì un'occasione di peccato, quando con l'aiuto di Dio riuscì a vincere il corteggiamento di una prostituta. I fratelli avevano organizzato questo inganno per rompere il voto di castità e per riportarlo alla vita laica. Tommaso era destinato a essere il dottore angelico, come lo definirono i suoi contemporanei, per la sua fede e per la sua eccelsa teologia. San Pio V lo dichiarò dottore della Chiesa Cattolica l'11 settembre 1567 con la bolla Mirabilis Deus per i suoi meriti teologici che segnarono un punto di svolta nella filosofia cristiana e nell'indagine metafisica su Dio.

Nonostante i secoli e le rivoluzioni il pensiero tomista rimase un solido fondamento per la fede cattolica, come Pio XI affermò il 29 giugno 1923 nell'enciclica Studiorum Ducem. Il giudizio del pontefice, che fu ribadito anche da papi precedenti, è tuttora valido: la teologia tomista è quella positiva e si contrappone alla negativa dei nostri tempi. San Tommaso d'Aquino, degno allievo di Sant'Alberto Magno, è il pilastro centrale della metafisica medievale e scolastica. Aristotele divenne cristiano con l'Aquinate, così come Cristo divenne romano con San Pietro! L'incontro tra la filosofia cristiana e quella greca fu una rivoluzione nella teologia e nella comprensione scientifica della natura.

L'uomo tomista è la creatura a immagine e somiglianza di Dio, come la stessa Genesi insegna, e ha piena dignità nel momento in cui adempie al volere divino, ma la perde quando vi contravviene. Sant'Agostino aveva scritto che ogni essere umano ha nell'anima la presenza, una traccia di Dio, ma Questi si rivela alla creatura con la Grazia. La ragione è limitata nella comprensione del Signore, infatti è Lui che chiama a Sé il fedele. San Tommaso al contrario riteneva possibile non la conoscenza di Dio, ma la dimostrazione razionale della Sua esistenza, la cui certezza è data per fede. La ragione tomista può aiutare l'uomo nell'aderire all'Ente con la logica, ma è il primo gradino per avvicinarsi a Dio.

Nella Divina Commedia Dante Alighieri si dimostra un tomista di ferro ed è l'esempio perfetto per spiegare la gnoseologia tomista. Nell'Inferno e nel Purgatorio il Sommo Poeta utilizza la facoltà razionale per salire la scala verso Dio. Dopo aver compreso la sua esistenza logica si può perdersi in Lui solo con la contemplazione, con la mistica. Beatrice è la Teologia, la conoscenza sacra e metafisica superiore alla scienza fisica. Nel Paradiso avviene questo passo in avanti, quando Dante arriva nella Rosa dei Beati e contempla Dio nella Sua Gloria. San Tommaso, con le sue celebri cinque vie (che sarebbe ridondante descrivere), ha posto le basi per l'adesione volontaria con la divinità: la ragione trova la giusta collocazione nella ricerca teologica che si conclude con la Teologia pura, quando ci troviamo di fronte a Lui. E la Grazia? Dio non si nasconde né lascia all'uomo il fardello di cercarLo.

La Grazia divina accompagna l'uomo in questo processo gnoseologico e lo aiuta nel cammino di perfezionamento morale e di fede. Come avviene nella celeberrima Divina Commedia. Benedetto XVI così affermava a riguardo: “[...] la Grazia divina non annulla, ma suppone e perfeziona la natura umana. Quest’ultima, infatti, anche dopo il peccato, non è completamente corrotta, ma ferita e indebolita. La Grazia, elargita da Dio e comunicata attraverso il Mistero del Verbo incarnato, è un dono assolutamente gratuito con cui la natura viene guarita, potenziata e aiutata a perseguire il desiderio innato nel cuore di ogni uomo e di ogni donna: la felicità. Tutte le facoltà dell’essere umano vengono purificate, trasformate ed elevate dalla Grazia divina” (Udienza Generale – 16 giugno 2010).

Concludiamo con una citazione di papa Leone XIII nell'Aeterni Patris del 4 agosto 1879, un'esortazione a perseverare nella verità tomista: “Per il resto, i maestri scelti da Voi con saggio discernimento cerchino di far penetrare negli animi dei discepoli la dottrina di San Tommaso d’Aquino, e mettano in luce lo spessore e l’eccellenza di essa a preferenza di tutte le altre. Le Accademie da Voi fondate o che si fonderanno la illustrino e la difendano, e se ne valgano per confutare gli errori correnti. Affinché poi non si abbia ad attingere la dottrina supposta invece della genuina, né la corrotta invece della pura, fate in modo che la sapienza di San Tommaso sia prelevata dalle sue proprie fonti, o per lo meno da quei rivi che, usciti dallo stesso fonte, scorrono ancora puri e limpidissimi, secondo il sicuro e concorde giudizio dei dotti. Da quei ruscelli, poi, che pur si dicono sgorgati di là, ma di fatto crebbero da acque estranee e per niente salubri, procurate di tener lontani gli animi dei giovani”.

 

23 dicembre 2014

Letture natalizie: la redazione consiglia


In occasione delle feste natalizie e del meritato riposo che vi si trova, la Redazione si permette di consigliare alcune opere biblio- e filmo-grafiche ai propri lettori, di modo che, durante queste Sante Feste, colgano l'occasione di rigenerarsi intellettualmente, oltre che spiritulamente nella contemplazione e meditazione dell'Incarnazione del Verbo, principio e fine della storia umana.
 
“La liberazione del gigante” di Louis de Wohl e "L'Annuncio a Maria" di Paul Claudel (FP)
Oltre che un gradevolissimo romanzo di avventure, un romanzo storico fatto di scene e schizzi elegantemente delineati, una breve agiografia romanzata del doctor angelicus, “La liberazione del gigante” di Louis de Wohl è un polittico narrativo realizzato nel secolo scorso quasi ad immagine dei cicli pittorici gotici tardomedievali. Nel breve romanzo si intersecano le vite di san Tommaso d'Aquino e dei fratelli, e quella, inventata, del nobile cavaliere inglese Piers Rudde, sullo sfondo dei grandi sconvolgimenti politici dell'epoca: il regno virulentemente anticristiano di Federico II di Svevia, le crociate di san Luigi IX, le dispute filosofiche sulle dottrine di Aristotele e dei suoi interpreti musulmani, la querelle sugli ordini mendicanti e l'università parigina.
Accanto ai grandi avvenimenti ed ai ritratti in alta forma dei grandi personaggi, imperatore, re, papi, si svolgono le intime e a tratti commoventi conversazioni ed azioni e meditazioni dei personaggi più piccoli, tutti attratti attorno alla figura al contempo familiare e sublime, gigante, di Tommaso.
In particolare il cavaliere Piers, sempre seguito dal fedele e simpatico scudiero Robin, così archetipicamente british, funge da fil rouge e quasi deus ex machina della narrazione, permettendo, con le sue opere nascoste, lo svolgimento delle diverse storie pubbliche raccontate dal de Wohl.
Attraverso l'umile onestà e senso del dovere condotto fino all'abnegazione e quasi al martirio di questo guerriero agisce qui la Divina Provvidenza, e se nella sua particolare santità si legge l'esaltazione della cavalleria cristiana medievale, altri ideali della Cristianità medievale troviamo rappresentati nel poetico mystère composto alcuni decenni prima dal convertito francese Paul Claudel: "L'Annuncio a Maria".
In quest'opera teatrale di impianto arcaizzante vediamo rappresentata, sullo sfondo delle fasi terminali della Guerra dei Cent'anni, la storia naturale e soprannaturale della giovane e bella Violaine, che dalla iniziale felicità per l'amore ricambiato con il suo promesso sposo Giacomo e per la semplice e serena vita rurale e cristiana della famiglia, viene condotta dalla Provvidenza, attraverso la lebbra e l'abbandono in un eremo, fino al sacrificio riparatore attraverso cui resuscita la figlioletta dell'aspra sorella Mara e dell'ex fidanzato Giacomo, e riporta la pace nella famiglia disunita dalle incomprensioni e dalla lontananza del Padre, Anna Vercors, partito per un pellegrinaggio a Gerusalemme.
Santità, conciliazione fra fede e ragione, ideale della cavalleria cristiana, e sacrificio mistico ed espiatorio ad immagine di Cristo, ecco i sublimi temi che, incarnati nel meglio della civiltà cristiana medievale, vengono finemente delineati e riproposti nel XX secolo in queste due operette, a dimostrazione anche per noi oggi di come sia possibile un'arte intrisa dell'idea e dell'esperienza cristiana, e di come anche di qui passi la nuova evangelizzazione.

"Il Natale di Poirot", Agatha Christie (MM)
“A Natale impera lo spirito di buona volontà. Vecchi litigi vengono dimenticati, coloro che si trovano in disaccordo fanno la pace... Sia pure provvisoriamente le famiglie che sono state separate per tutto l'anno si raccolgono ancora una volta... In queste condizioni, amico mio, deve ammettere che i nervi possono venir sottoposti a dura prova. Persone che non hanno alcuna voglia di essere amabili fanno uno sforzo per apparirlo... C'è in loro molta ipocrisia, a Natale, onorevole ipocrisia, senza dubbio, ipocrisia pour le bon motif, ma sempre ipocrisia. E lo sforzo per essere buoni e amabili crea un malessere che può riuscire in definitiva pericoloso”. Hercule Poirot, piccolo investigatore belga dalla testa a forma di uovo, è il personaggio più noto tra quelli creati dalla scrittrice Agatha Christie, nota in ambito tradizionalista anche per aver promosso l’appello degli intellettuali inglesi del 1971 in favore della salvaguardia della Messa Tridentina. La frase citata, pronunciata dal protagonista nel romanzo “Il Natale di Poirot”, è però ben lontana da ciò che siamo soliti associare allo “spirito natalizio”. Eppure costituisce, più che il segno di un compiaciuto cinismo, il risultato di una disincantata e realistica analisi sull’inautenticità di tanti rapporti umani. Del resto Poirot, che Guido Vitiello ha definito “cattolico pessimista alla De Maistre, ossessionato dal peccato originale”, è innanzitutto un grande esperto di umanità: “lei saprà tutto su sigarette e cerini, monsier Giraud – dirà in un altro celebre romanzo (“Aiuto, Poirot!”) a un suo rivale fissato con i nuovi e “scientifici” metodi investigativi – ma io, Hercule Poirot, conosco il cuore umano!”. La famiglia, in ogni caso, è al centro di questo giallo: Simeon Lee, un vecchio milionario, decide di radunare attorno a sé per il Natale tutti i suoi parenti. Lo scopo, tuttavia, non è quello di un riavvicinamento: Lee annuncia un misterioso cambio di testamento e si lascia anche andare a sprezzanti giudizi nei confronti dei figli. Poco dopo viene ritrovato morto nella sua stanza, chiusa a chiave dall’interno. Poirot, che la Christie colloca alle prese con il Natale anche nel più suggestivo racconto “L’avventura [o Il caso] del dolce di Natale”, sarà chiamato dunque a risolvere il mistero, immerso nell’atmosfera classica di una villa di campagna inglese.

“La notte dei desideri, ovvero il Satanarchibugiardinfernalcolico Grog di Magog” di Michael Ende (FF)
Chi fosse in cerca di una favola di Natale da raccontare ai propri bambini, o un libro da regalare ai figli già capaci di leggere, troverà nel libro “La notte dei desideri, ovvero il Satanarchibugiardinfernalcolico Grog di Magog” di Michael Ende, un’ottima soluzione.

Il libro narra di un gatto e un corvo, Maurizio e Jacopo, che devono fermare i loro padroni Belzebù Malospirito e sua zia Tirannia Vampiria, intenti nel perseguire la rovina del mondo durante la notte di Capodanno. I due perfidi sono al servizio del Demonio, che commissiona ai suoi servi un certo numero annuale di azioni malvagie. Belzebù e Tirannia però sono due perfetti incapaci e quindi sono in ritardo nel compimento dei loro delitti.

Decidono dunque di preparare una pozione, il Satanarchibugiardinfernalcolico Grog di Magog, che esaudisce istantaneamente i desideri di chi ne beve un sorso, ma al contrario. Dunque i due stregoni contano di desiderare tanto benessere per l’umanità, in modo da turlupinare i loro animali domestici, che loro credono ignari della loro cattiveria, ma nel frattempo provocheranno pestilenze e cataclismi.

I due animali però, dopo una serie di peripezie durante le quali incontreranno addirittura San Silvestro, riusciranno a invertire l’effetto del Satanarchibugiardinfernalcolico. I desideri positivi dei due maghi quindi si avverano alla lettera, provocando l’ira del Demonio e la loro sconfitta.

"La vita è meravigliosa" di Frank Capra (AC)
Fra i film natalizi per eccellenza, l'opera di Frank Capra rappresenta la storia di George Bailey, un giovane onesto cresciuto in provincia, con una grande forza d'abnegazione ed un forte desiderio di avventure e di viaggi. Alla morte del padre, George rinuncia agli studi universitari (e a tutti i suoi propositi di evasione) per mandare avanti l’impresa di famiglia, una modesta cooperativa di risparmio che costruisce case a buon mercato per la piccola borghesia. La vigilia di Natale, per una sbadataggine del suo socio in affari la ditta si ritrova sull’orlo del fallimento: a questo punto George, disperato, dopo aver litigato violentemente con la moglie, decide di uccidersi. Il tentativo di suicidio viene però fermato da un angelo, che con l’“inganno” gli impedisce di attuare il suo proposito. George a questo punto esprime il desiderio di non esser mai nato, e l'angelo lo esaudisce, mostrandogli come sarebbe stato il mondo nel caso in cui egli non fosse nato, in particolare le conseguenze per le persone che ama.
Gli spunti interessanti sono molti, ma fra i più importanti sottolinerei il carattere fortemente pro-life (in senso lato) del film: non solo il rispetto della vita umana per il suo valore intrinseco e le sue potenzialità relazionali, ma pure l’importanza della famiglia (come luogo degli affetti) e della comunità (come contesto solidale). Come dice l’angelo a George, sconvolto dalle nefaste conseguenze derivanti dalla sua non-nascita: «la vita di un uomo è legata a tante altre vite. E quando quest'uomo non esiste, lascia un vuoto».
Un altro aspetto interessante del film è anche l'importanza dell’obbedienza alla realtà, obbedienza intesa non come esecuzione passiva di un ordine estrinseco, ma come capacità e volontà di rimanere responsabilmente al proprio posto, senza pensare a fughe o evasioni: il protagonista cerca nel desiderio di viaggi in gioventù e nel suicidio davanti alle difficoltà la soluzione al proprio insoddisfacente vivere, o ad un momento di smarrimento, la cui oscurità nasconde il senso della vita. Senso che gli viene donato dall'angelo e che trova nella famiglia e nella comunità, oltre che nella preghiera.