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18 ottobre 2021

L’Eucaristia, un canto di gratitudine


di don Samuele Pinna

In questi giorni in molte parrocchie si vive l’antica e intensa pratica delle Santissime Quarantore. Riportiamo la riflessione di don Samuele Pinna sul Mistero dell’Eucaristia

Per tentare di comprendere un poco il Mistero grande e sublime dell’Eucaristia bisogna essere innamorati di Dio. Non c’è altra strada né altra scorciatoia possibile: solo così parole come “rendimento di grazie”, “obbedienza”, “sacrificio” acquisiscono un senso. Non importa, dunque, tanto l’esteriorità, quanto il cuore, come è descritto in un racconto di Don Camillo di Giovannino Guareschi.

In All’«Anonima» la questione tra i comunisti e il parroco della Bassa riguardava, per l’appunto, il luogo in cui celebrare dell’Eucarestia: non in chiesa perché il Partito non voleva, né alla Casa del Popolo perché don Camillo non avrebbe mai accettato di celebrarla lì. Peppone ebbe la “geniale” intuizione: svolgere la liturgia all’“Anonima”, un gran baraccone fuori dal paese.

«“Voi verreste qui: sotto quelle tre tettoie ci stiamo tutti. Qui siamo in campo neutrale: la distanza da qui alla Casa del Popolo è uguale alla distanza da qui alla chiesa. Dio è dappertutto e quindi Lui resta dov’è e nessuno gli dà dei fastidi: ci muoviamo noi e ci incontriamo a metà strada. Gli uomini si muovono e il Padreterno sta fermo. Insomma: se la montagna non vuole andare a Maometto e Maometto non vuole andare alla montagna, Maometto e la montagna vanno tutt’e due all’Anonima e buonanotte suonatori.”

Don Camillo si alzò. “Ci penserò” disse andandosene.

Peppone rimase solo vicino al fuoco che ardeva sotto la tettoia della vecchia fabbrica abbandonata.

“Se il Padreterno non è un fazioso” pensò “deve capire che queste storie non le facciamo per lui”».

Questo episodio ci mostra come “tutto” debba partire da un desiderio, un desiderio d’amore che si trasforma in un canto di gratitudine. Il racconto di Guareschi ci ricorda, infatti, che prima di ogni altra cosa il momento centrale e fondamentale per la comunità cristiana è l’Eucaristia, cioè, come dice il vocabolo greco, un ringraziamento. È un canto di gratitudine al Padre, elevato dal «Cristo totale», cioè dal Signore Gesù, «capo del corpo» (Col 1,18), e dalla Chiesa, sua Sposa (cfr. Ef 5,21-33). Ma come possiamo concretizzare nella nostra vita questo “canto” senza farlo rimanere qualcosa di astratto? Mi è venuta in mente la figura del Venerabile Marcello Candia (1916-1983), imprenditore milanese che a quasi cinquant’anni ha donato tutta la sua fortuna (si parla di miliardi!) ed è andato tra i più poveri dei poveri del Brasile e ha costruito un Ospedale per loro. è rimasto laico, non si è sposato né si è consacrato a Dio, ma ha continuato a fare l’imprenditore dall’altra parte dell’Oceano: prima aveva guadagnato per sé, poi per i fratelli bisognosi. La sua figura ci insegna l’importanza di una vita spirituale intensa, che – nella pratica – vuol dire non legarsi mai alle “cose”, fossero anche solo meritate gratificazioni, per non diventarne schiavi. Anzi Candia si era – addirittura – allontanato dalla guida di quello che lui aveva ideato, creato e fondato, pur continuando a lavorarci (e duramente), avendo in mente unicamente il bene altrui: «Non è cristiano – ha lasciato scritto – realizzare se stessi in un’opera. Bisogna realizzarsi in Dio. Se avessi voluto realizzarmi in un’opera avrei potuto fare un altro stabilimento a Milano… Nell’Ospedale non ho cercato la mia realizzazione, quindi l’ho ceduto volentieri. È stato bene che l’abbia cominciato io e portato avanti con i soldi che Dio mi ha dato. Ma poi bisognava rendersi inutili. Anche perché chi viene dopo deve essere libero di portare un rinnovamento; altrimenti, se fossi rimasto io il direttore […] frenavo il progresso. Invece mi sono ritirato, e cerco soldi perché voglio che siano liberi».

Da dove questa forza di chi, da ricco che era – che è il bel titolo dell’altrettanto bel libro del mio amico Giorgio Torelli, che tratta delle vicende di Marcello –, lascia ogni cosa per andare a condividere il peggio tra i più miseri del mondo? La risposta di Candia è chiara: la preghiera, ovvero la relazione con il Salvatore, che continuamente per noi si dona nell’Eucaristia. Quando si reca al lebbrosario di Marituba, mantenuto dal Governo in condizioni disdicevoli, si impegna per dare dignità a quelle persone che oramai l’avevano perduta sia per la malattia sia per come erano trattate. Oltre a sistemare i padiglioni degli ammalati a sue spese, decide – risoluto – che all’interno del lebbrosario doveva esserci una Casa di preghiera: era il luogo in cui poteva espandersi la speranza come emanazione della salvezza. Spiega Marcello: «Quando sono venuto a Macapá la prima volta avevo molti mezzi economici, e volevo spendere tutto per fare un Ospedale e altre opere. Ero un uomo religioso, ma con buoni mezzi umani, e contavo molto su di essi e sulla mia esperienza di organizzatore. Poi, quando ho incontrato davvero i poveri, i lebbrosi, gli handicappati, quando mi sono trovato di fronte a tanti casi umani, mi sono accorto che se anche avessi costruito una organizzazione perfettissima per curare i corpi, non avrei risolto i problemi di questa gente. Ho capito allora che la priorità assoluta è quella spirituale: tutti i mezzi economici e tecnici contano, e bisogna usarli, ma non valgono nulla se non sono accompagnati dall’amicizia, dall’attenzione alle persone, dall’aiuto di Dio». E precisava ancora: «per avvicinarsi a dei malati gravi, a poveri che non hanno più speranze umane, a sofferenti abbandonati da tutti ci vuole una preparazione di preghiera e di contemplazione. Quando tutte le speranze umane vengono a cadere, rimane solo Dio».

Marcello Candia era un semplice battezzato: nato imprenditore morirà tale, anche se al soldo di Dio. Ha fatto umanamente grandi cose, ma il “miracolo” è che dopo quarant’anni la sua Fondazione continua la sua opera appoggiandosi solo sulla Provvidenza. Per noi è una grande testimonianza perché ci fa dire che nell’Eucaristia, nel rapporto con il Cristo, la nostra vita può essere un canto di gratitudine, nonostante le fatiche e il dolore. L’amore di Dio, infatti, è ciò che ci sostiene nel cammino della vita, ci dà coraggio per superare gli ostacoli che incontriamo, ci dona la grazia per vivere davvero da fratelli.



 

05 marzo 2018

L'adorazione secondo Fulton Sheen

di Amicizia San Benedetto Brixia
Perché fare l’ora di adorazione? Questa domanda interessa il quindicesimo capitolo del capolavoro spirituale di mons. Fulton Sheen “Il Sacerdote non si appartiene” (1963), e mi sembra un ottimo argomento cui affidarci in questi tempi di grande smarrimento e tensione, ecclesiale e non. Chissà che da tali indicazioni troviamo lo spunto e il mezzo per dare una risposta originale e vigorosa alla mediocrità che ci circonda. 

Dunque, perché fare l’ora di adorazione?
1. Perché è un’occasione per stare col Signore, “se la fede è viva, non occorrono altri motivi”.
2. “Perché nella nostra vita affaccendata occorre non poco tempo per scrollarci di dosso i demoni di mezzogiorno”.
3. Perché lo ha chiesto Gesù (Mc 14,37)
4. Perché – questo consiglio è diretto in primis ai sacerdoti – “il potere del Sacerdote sul corpus mysticum deriva dal suo potere sul corpus physicum” e, più in generale, “se tutte le opere di salvezza alle quali ci dedichiamo hanno origine dalla fiamma dell’amore, come possiamo rifiutare di esserne illuminati e accesi ogni giorno?”
5. Perché fa da “elemento equilibratore tra spiritualità e praticità”.
6. Perché le rivelazione del Sacro Cuore indicano “che in quel Cuore vi sono ancora profondità inesplorate”.
7. “Perché l’Ora di Adorazione ci farà metter in pratica ciò che predichiamo”.
8. Perché ci rende “docili strumenti nelle mani della Divinità”.
9. Perché ci aiuta a “riparare sia i peccati del mondo che i nostri”.
10. “Perché potenzia la nostra vitalità spirituale”.
11. Perché è l’Ora della Verità, nella quale ci vediamo “non come ci vedono gli altri, ma come ci vede il divin Giudice”.
11bis. Perché “vivere nel peccato, mortale o veniale che sia, diventa intollerabile”.
12. “Perché riduce la nostra passibilità alla tentazione”.
13. Perché “è una preghiera personale. La Messa e il Breviario sono preghiere ufficiali: appartengono al Corpo Mistico di Cristo, non a noi personalmente” (ndr. ma guarda, allora lo sapevano anche prima della riforma liturgica! Incredibile!).
13bis. “Beninteso, non siamo obbligati a fare l’Ora di Adorazione, ed è questo il punto. L’amore non è mai coercitivo, tranne che all’inferno”.
14. “L’adorazione ci trattiene dal cercare esternamente un’evasione”.
15. “Infine, perché l’Ora di Adorazione è necessaria alla Chiesa. Nessuno può leggere l’Antico Testamento (ndr. ma guarda, allora lo leggevano anche prima della riforma liturgica! Incredibile!) senza diventare consapevole della presenza di Dio nella storia. Quanto spesso Dio usò altre nazioni per punire Israele dei suoi peccati! ... Ciò che spesso dimentichiamo è che tutti i castighi di Dio cominciano con la Chiesa, come già cominciarono con Israele. Non la politica, bensì la teologia è la chiave del mondo”.



 

02 marzo 2018

La Presenza fra le macerie

di Riccardo Zenobi
Alcuni giorni fa ha iniziato a girare la notizia del ritrovamento di 40 ostie incorrotte tra le macerie di Arquata, uno dei borghi devastati dal terremoto dell’agosto 2016, evento che – se confermato – costituisce uno dei tanti miracoli eucaristici avvenuti nel corso della storia della Chiesa; c’è però una ulteriore lezione che possiamo imparare, e questa a prescindere dalla fondatezza o meno di tale miracolo. Tale lezione si riassume in poche parole: Dio è sempre presente, non si allontana mai da noi e dalle nostre vicende, e solo in Lui possiamo e dobbiamo riporre fiducia.

Questa verità che fonda la speranza cristiana (una delle tre virtù teologali) non si manifesta solo attraverso dei segni miracolosi, poiché la presenza di Dio è continua in ogni evento: se Lui si ritirasse da qualcosa, essa sparirebbe nel nulla poiché cesserebbe di esistere. Questa realtà resta tale anche se il ritrovamento dovesse risultare una falsa notizia, poiché un miracolo in più o in meno non aumenta o diminuisce la Sua presenza tra noi, ma costituirebbe solo un segno dato per venirci incontro, e ricordarci anche materialmente che non siamo mai dimenticati. La consapevolezza che Dio è sempre presente costituisce la base della speranza e della fiducia di ogni cristiano, perché chiunque confida nell’uomo prima o poi si trova tradito. È bastata una scossa di media intensità per mandare all’aria la fiducia di intere popolazioni in questo Stato – dopo due anni nelle roulotte si attende ancora che vengano tolte le macerie – che si pone a legislatore del bene e del male, ad elargitore o negatore di diritti e a giudice della coscienza di chiunque non aderisca al suo verbo politicamente corretto.
Non sono né lo Stato né il benessere o altre cose materiali che possono fondare la speranza o la sicurezza di ogni persona: tutto ciò può sparire in una notte. L’unica cosa che possa fondare la nostra vita trascende tutto ciò che abbiamo intorno, perché ogni cosa può essere distrutta o tolta dalla malvagità degli uomini o dal corso della natura.

Quanto alla “natura” impersonale e indefinibile che viene propalata da certa spiritualità, è l’utile appoggio di manager stressati che ogni tanto si siedono a contemplare il proprio ombelico o fanno qualche strana posizione yoga per rilassarsi tra una speculazione e l’altra, il tutto con la coscienza pulita (mai usata); certe concezioni mostrano tutta la loro irrealtà ad ogni secondo, purché guardiamo fuori dal centro di meditazione o dalla baita in montagna. Né il benessere materiale né la povertà estrema rappresentano dei meriti di fronte a Dio, oppure segni di approvazione o disapprovazione da parte divina: tutte queste cose hanno valore di fronte agli uomini, ma a Dio non fanno alcuna differenza, perché il Suo amore per noi è GRATIS. Un terremoto può averci portato via ogni bene materiale, ma non aumenta o diminuisce il valore della nostra vita di fronte a Cristo; gli uomini possono permettersi di misurare la realizzazione o la soddisfazione della propria vita in base a ciò che si possiede, ma niente di ciò costituisce il metro di giudizio di Dio sulle persone.

Se questo miracolo eucaristico fosse confermato, sarebbe solo un segno ulteriore che non negli uomini, non nella natura, non nelle cose materiali, ma solo in Dio dobbiamo riporre fiducia. Sto parlando del vero Dio, non quella caricatura zuccherosa di certo clero o di alcuni vescovi emeriti, secondo i quali “non punisce i peccatori, perché siamo tutti peccatori” e quindi possiamo francamente infischiarcene e restare nei nostri peccati personali e sociali senza interrogarci su nulla, il tutto con l’imprimatur cardinalizio. Di questa caricatura di dio non ha senso parlare ai terremotati: come possono fondare la loro vita su qualcosa che “non c’entra col terremoto” mentre il terremoto è entrato di prepotenza nelle loro vite, sconvolgendole? Il vero Dio non è petaloso, e la Sua sequela richiede una abnegazione grandissima, addirittura superiore all’amore del padre per il figlio o per la moglie, addirittura superiore a quanto ognuno di noi è legato al proprio benessere materiale e alla casa in cui abita. È estremamente difficile non giudicare il valore della propria vita in base a ciò che si possiede, e il clero rende ciò ancora più complicato confondendo il distacco dai beni con i pauperismo più sinistrorso e ridicolo; ma se non è la ricchezza che rende una vita importante di fronte a Dio, figuriamoci la miseria.

La fiducia in Dio si basa sulla Sua presenza continua tra di noi, che solo noi possiamo togliere a noi stessi. Un Dio che conosce la nostra sofferenza ed è salito al Calvario per noi, per mostrarci che il Suo disegno è provvidenziale, e che nulla è estraneo al Suo agire. Spesso il distacco dalla nostra agiatezza è doloroso, ma l’amicizia di Cristo è più importante di tutto: un terremoto di media intensità mostra quanto è illusoria la nostra stabilità in questo mondo. Solo Dio può dare senso ad ogni sofferenza e asciugare ogni lacrima. Eliminare Dio non risolve il problema del male, ma ne cancella ogni possibile soluzione.


 

13 novembre 2017

Preti fantastici e dove trovarli


di Manlio Rossi

Nei giorni in cui molti sacerdoti vengono zittiti o minacciati in quanto si sono espressi a favore della Romana Chiesa, ci si può domandare retoricamente: che fine faranno i sacerdoti ligi al dovere ed alla loro vocazione? E con chi saranno “rimpiazzati”?
La domanda non è così retorica come può sembrare. La spaccatura interna alla Chiesa è evidente e, benché i tempi odierni abbiano più che mai bisogno di sant’uomini alla stregua del Curato d’Ars, ci rendiamo conto che il panorama dei pastori promossi dalla “Chiesa della misericordia” non è esattamente quello che potremmo dire entusiasmante. Anzi. Le cronache ci presentano dei figuri che, a suo tempo, sarebbero stati presi a pancate da don Camillo. E oggi ricevono gli applausi del mondo.
Noi sappiamo che l’applauso del mondo non è proprio ciò che un cattolico dovrebbe desiderare. Sarebbe da dirlo anche a loro. Magari, a quel don Mario Marchiori, parroco che ha ospitato l’atea abortista Bonino per una simpatica serata all’insegna del buon gusto. Ne abbiamo già parlato, ma qualcuno si è preso la briga di andare a scavare nel passato del nostro, ripescando un aneddoto delizioso, di quelli da raccontare con gli occhioni lacrimoni. Ebbene, è con tanta commozione che apprendiamo come il nostro abbia dato l’Eucaristia anche ad un musulmano; questi, che non ci capiva un’acca, se l’è messa in tasca. «Non mi sfiorò minimamente il pensiero del sacrilegio, della profanazione, dell'indegnità, di un divieto o di un delicato rimprovero». E niente, viene da domandarsi come don Mario giustifichi questa disparità di trattamento rispetto, ad esempio, ai bambini che devono ancora fare la prima comunione. Ma come, ai musulmani sì, e a loro no? Boh.
Altro giro, altra corsa. Il nostro vecchio amico padre James Martin, gesuita (ma va?) e consulente del Segretariato per le Comunicazioni del Vaticano, si è più volte lasciato andare a surreali svarioni difendendo a spada tratta la causa omosessualista. Di più: per il nostro, «Gesù oggi siederebbe tra gli LGBT». Inutile ricordargli che forse ci andrebbe per chiedere la loro conversione e non per partecipare ad un festino; eppure, lui ne è convinto: in Paradiso ci sono anche dei santi gay. Vabbè, dai, siamo misericordiosi e sui suoi deliri stendiamo un velo pietoso.
Vogliamo parlare del prete che, a Schio, ha avuto la brillante idea di benedire le fedi nuziali di una coppia di lesbiche? Pronti con i fazzoletti per arginare il fiume di lacrime e di commozione? Ecco: due ragazze volevano coronare il loro sogno d’amore (?) e il prete ha benedetto gli anelli, non potendo svolgere il rito in chiesa. Chissà, magari tra qualche anno, visto l’andazzo che stanno prendendo le cose, potrà anche farlo.
Tutti questi creativi, questi bislacchi – eufemismi – sacerdoti sono cattivi maestri: danneggiano il popolo di Dio più di quanto abbiano fatto due secoli di predicazione atea e massonica, perché non fanno altro che disorientarlo.
Sarà per questo che Bergoglio, nell’ultimo concistoro, voleva pescare le berrette rosse dal mondo dei laici: per cercare la qualità. E infatti stava pensando – squillo di trombe! – ad Enzo Bianchi e ad Andrea Riccardi.
In questo squallido panorama, possiamo soltanto domandarci: perché per esempio don Minutella è stato scomunicato e questi figuri no? Perché i francescani dell’Immacolata sono ancora commissariati mentre si promuovono questi ambigui personaggi? Perché i tanti parroci fedeli all’insegnamento della Chiesa sono ridotti al silenzio e vengono fatti parlare questi ciarlatani? Qualcuno ci risponda, perché sembra che in Vaticano non abbiano le idee ben chiare sul mestiere del sacerdozio e sulla missione della Chiesa.


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12 settembre 2017

Dubia irrisolti: dopo un anno, urge la correzione formale


di Giorgio Enrico Cavallo

I dubia fra qualche giorno compiono un anno. Il 19 settembre 2016, quattro voci hanno umilmente chiesto a Jorge Mario Bergoglio di chiarire i passi più controversi del capitolo VIII dell’esortazione apostolica Amoris Laetitia, in particolar modo in merito all’accesso alla comunione ai divorziati e conviventi more uxorio.
Ad un anno esatto dalla missiva firmata dai cardinali Carlo Caffarra, Walter Brandmüller, Raymond Leo Burke e Joachim Meisner, la situazione è sostanzialmente quella di uno stallo che non fa bene a nessuno; al papa, ai cardinali e, molto prima, non fa bene alla Chiesa. Perché il poker di porporati non si è espresso per bisogno di finire sotto i riflettori; i cinque “dubia” sono domande che devono ottenere una risposta, in quanto la posta in gioco è troppo alta. Ne va della verità degli insegnamenti della Chiesa.
Proprio per questo, i tentativi di sminuire il gesto dei quattro (gesto, di per sé, inusuale ma giustificato dall’eccezionalità e dall’importanza della materia) sono patetici; proprio per questo, contro Caffarra, Brandmüller, Meisner e Burke si è scagliata una gogna mediatica senza precedenti, che li ha accusati di essere “contro il papa”, “cospiratori” e chi più ne ha, più ne metta. Caffarra, recentemente scomparso, si diceva rammaricato di essere considerato un anti-papista. «Io sono nato papista, sono vissuto da papista e voglio morire da papista!» (qui). Eppure, c’è un minimo comun denominatore in questa vicenda: sia chi sminuisce e sia chi accusa acidamente i quattro, probabilmente, sa che Amoris Laetitia può anche essere uno strumento programmatico per la protestantizzazione della Chiesa e per la dissoluzione del sacramento centrale della vita cristiana: la Santa Eucaristia. Sappiamo che ciò fa comodo a molti, dentro le mura vaticane. Per questo, per qualcuno le domande dei porporati sono oltremodo scomode.

Ma andiamo con ordine e ripercorriamo i passi della vicenda. Il 19 settembre i cardinali hanno consegnato all’ex Sant’Uffizio il documento contenente le famose cinque questioni. Attendevano una risposta da parte di Francesco; in caso negativo (paventavano forse il peggio?) i cardinali sottoscrittori si riservavano la possibilità di procedere con una “correzione formale”, un procedimento rarissimo nella storia della Chiesa, ma non impossibile: un caso analogo accadde con il papa avignonese Giovanni XXII. Naturalmente, non si tratta di un atto indolore: correggere il papa è effettivamente l’ultima delle possibilità prese in esame. Però, non ottenendo risposta alcuna, il 14 novembre 2016 i quattro hanno deciso di rendere pubblico il documento per far sapere alla Chiesa che un forte dibattito sta sorgendo dopo la pubblicazione dell’Amoris Laetitia e che l’esortazione non è scevra da possibili interpretazioni contrarie agli insegnamenti di Santa Romana Chiesa; che poi sono quelli di Cristo. I cattolici vengono così a conoscenza dei cinque “dubia” (chi voglia approfondire il testo dei cinque quesiti, può farlo qui) che sono poi riassumibili in uno solo: possono i cristiani risposati conviventi more uxorio ricevere la comunione? Si tratta – è evidente – di una domanda dalla cui risposta può sorgere una moltitudine di altri interrogativi. Ad esempio: se ammettiamo che l’eucaristia può essere concessa, allora esistono situazioni nelle quali l’adulterio non è più peccato. E quali sono? Cosa significa, davvero, il discernimento che tanto spazio occupa nel capitolo VIII? [vedi A.L. VIII 296 e ss.gg qui]. La nebulosità di questo concetto getta il cristiano nelle braccia del relativismo: la mancanza di criteri assoluti per definire lo stato di peccato, ridotto ad un discernimento del tutto personale, influisce poi anche sulla comunione: è ancora il Corpo (e Sangue) di Cristo? Siamo consapevoli della sacralità di quest’atto e che bisogna accedervi soltanto in stato di grazia? O, con la linea di Bergoglio (e di Kasper) la comunione sta diventando una specie di rievocazione storica, alla quale ognuno può accedere come e quando gli aggrada? Siamo consapevoli, infine, che questa linea porta la Chiesa Cattolica a scimmiottare il protestantesimo? In sostanza: vogliamo ancora essere cattolici?
È evidente che le domande non si esauriscono qui, e che il florilegio di interrogativi si può ampliare ulteriormente. Ed è evidente che qualcuno doveva arginare questa situazione di incertezza per il bene della Chiesa Cattolica, Sposa di Cristo. Ecco il perché dei cinque dubia. Ed ecco perché il silenzio del papa appare sempre più incredibile, ogni giorno che passa. In primavera, i quattro hanno scritto di nuovo al papa; la risposta, anche in questo caso, non è arrivata. Nuovamente, la missiva è stata resa di dominio pubblico dopo qualche mese. Un atteggiamento pacato, meditato, spiritualmente sofferto, quello dei quattro cardinali: cos’altro potevano fare, nel tentativo di chiarire tali fondamentali questioni? Ebbene, se da Bergoglio non è arrivato altro che silenzio, terze persone hanno parlato per lui. «Che dei cardinali, che dovrebbero essere i più vicini collaboratori del Papa, stiano cercando di fare un atto di forza nei suoi confronti e di far pressione su di lui affinché dia una risposta alla loro lettera resa pubblica è un comportamento assolutamente sconveniente» (qui), ha affermato, da Vienna, il cardinal Cristoph Schönborn. Signori: non è sconveniente che il Romano Pontefice non risponda a delle domande umilmente poste dai Principi di Santa Romana Chiesa; è sconveniente che questi principi vogliano «forzare» il papa a rispondere. Che poi Schönborn deve spiegare come sia possibile considerare il tono bassissimo tenuto dai cardinali come una forzatura.
Ma non solo. L’arcivescovo di Vienna, ritenuto da Bergoglio un «grande teologo» al quale il papa stesso rimanda per chiarire i dubbi in materia (qui, nella conferenza stampa di ritorno dal viaggio a Lesbo), ha inoltre rilasciato un’ampia intervista a padre Antonio Spadaro, nella quale ha eliminato ogni possibile appiglio che le anime belle potevano ancora avere per giustificare i passaggi dubbi. «In fondo, l’Amoris Laetitia non è magistero…». Come no. Parole sue: «È evidente che si tratta di un atto di magistero! È una Esortazione apostolica. È chiaro che il Papa qui esercita il suo ruolo di pastore, di maestro e dottore della fede, dopo avere beneficiato della consultazione dei due Sinodi. Penso che, senza dubbio alcuno, si debba parlare di un documento pontificio di grande qualità, di un’autentica lezione di sacra doctrina, che ci riconduce all’attualità della Parola di Dio» (qui). Bingo. 
Schönborn è vicinissimo al papa, così come uno stretto collaboratore è anche il cardinale Francesco Coccopalmerio, il quale in un libricino di 30 pagine intitolato “Il capitolo ottavo dell’esortazione apostolica post-sinodale Amoris Laetitia” ha ammesso la possibilità della comunione a chi, pur vivendo in situazioni irregolari, chiede con sincerità di poter essere riammesso alla vita ecclesiale. (qui).
Insomma: se Bergoglio si è fossilizzato in un mutismo sorprendente (specialmente per un pontefice che, spiace dirlo, parla e spesso sparla di qualunque argomento) i suoi alfieri hanno parlato e scritto. Roma locuta, causa soluta, si diceva ai bei tempi. Oggi, Roma (intesa come il papa) non parla; lascia che a farlo siano le sue province.
Ciò è straordinario, perché (come è evidente) i cardinali, per quanto vicini al papa, non sono il papa. Ancor più straordinario è che la risposta alle domande dei cardinali non è complessa: basta un sì o un no. E, con umiltà, va ricordato al successore di Pietro che Nostro Signore si espresse sulla necessità, per i buoni cristiani, di dire «sì, sì; no, no» [Mt 5, 37]. Non di restare zitti o rispondere per interposta persona. Questo comportamento, spiace nuovamente dirlo, non è evangelico; tanto più che un buon cristiano deve essere testimone della Verità: laddove i cardinali chiedono di far luce sulla Verità, il papa non può tacere. A che pro avere un pontefice, allora?
Ad oggi, dopo un anno, la situazione è penosamente irrisolta. I cardinali si sono dimezzati: la scomparsa di Caffarra e di Meisner è stata un duro colpo; non solo per la vicenda dei dubia, ma per tutta la Chiesa, privata di due genuini uomini di fede. Da Santa Marta il silenzio è sempre assordante, mentre il capitolo VIII continua ad essere interpretato dalle diverse diocesi esattamente come si interpreta un quadro astratto: ognuno ci vede ciò che gli pare. Così, può capitare che nella stessa Argentina, terra di papa Francesco, i vescovi della regione di Buenos Aires considerino ammissibile alla comunione anche il cristiano risposato e convivente more uxorio, mentre i porporati della regione di San Luis la pensino all’esatto opposto (qui). È il discernimento, bellezza.
La confusione che regna nella Chiesa, evidentemente, è segno che la risposta ai dubia non è arrivata dai vari Coccopalmerio e Schönborn; anzi, in assenza di una presa di posizione chiara da parte del pontefice, il caos non potrà che aumentare. Poiché però Bergoglio sembra ostinarsi nel mutismo, ci si domanda se non sia arrivata l’ora della più volte annunciata correzione formale (la cui bozza è stata, tra l’altro, anticipata qui). Il basso profilo dei cardinali non ha prodotto risultati, fino ad adesso, se non alimentare un dibattito al vetriolo tutto interno alle Sacre Stanze, con dichiarazioni che non possono che essere altro che allusioni e allusioni che pretendono di essere dichiarazioni ufficiali. Il tutto condito con ripicche e vendette collaterali (si veda il pasticciaccio brutto dell’Ordine di Malta e il defenestramento di Burke) che hanno trasformato questa vicenda in qualcosa di ben più grande. Prima che i dubia si trasformino in una saga, conviene mettere la parola fine. Se non arriverà dal papa, che arrivi dai cardinali.


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03 luglio 2017

I deliri di Padre James Martin


di Paolo Spaziani

E’ ancora possibile per un Vescovo ricordare ai propri fedeli quale sia il bimillenario magistero della Chiesa? E’ una domanda che è lecito farsi dopo il “commento” di Padre James Martin alle indicazioni pastorali del Vescovo statunitense di Springfield, Monsignor Thomas Paprocki. Il Vescovo nei giorni scorsi ha ricordato ai propri fedeli che “la Chiesa non solo ha l’autorità, ma ha anche l’obbligo grave di riaffermare il suo autentico insegnamento sul matrimonio, nonché di preservare e promuovere il valore sacro della condizione nuziale. Stante la natura oggettivamente immorale della relazione intrinseca ai cosiddetti ‘matrimoni’ omosessuali, chi si trovi in tale stato non si presenti per ricevere la Santa Comunione, né vi venga ammesso. Se il “coniuge” omosessuale fosse in pericolo di morte può comunicarsi previo pentimento di tutti i propri peccati, compresi quelli legati alla pratica omosessuale. Se ciò non avvenisse la Comunione deve essere vietata e costoro devono essere privati dei riti funebri ecclesiastici”. Le indicazioni pastorali di Monsignor Paprocki devono aver mandato se tutte le furie Padre James Martin, consulente del Segretariato per le Comunicazioni del Vaticano e paladino delle cause LGBT. Il 22 giugno scorso Martin, pur non citando mai Monsignor Paprocki, ha pubblicato diversi tweet (sette per la precisione) in cui precisa che: “se i vescovi vietano ai componenti di coppie dello stesso sesso il rito funebre, devono anche vietarlo ai divorziati e risposati cattolici che non hanno ottenuto l’annullamento, alle donne che hanno avuto figli fuori dal matrimonio, ai componenti delle coppie che vivono insieme prima del matrimonio e a chiunque utilizzi il controllo delle nascite. Sono tutti peccati contro l'insegnamento della Chiesa sulla sessualità. Inoltre, si dovrebbero proibire i funerali cattolici a chiunque sia andato contro l'insegnamento della Chiesa per la cura dei poveri e dell'ambiente. (…) Concentrarsi solo sulle persone LGBT, anche quelle unite in matrimonio, senza la stessa attenzione al comportamento sessuale o morale delle persone rette è, come dice il Catechismo, un "segno di ingiusta discriminazione". La dichiarazione di Padre James Martin non è un fatto isolato, bensì si colloca in una precisa strategia di promozione del mondo LGBT che il prelato gesuita conduce a ritmo incalzante con presentazioni del suo ultimo libro “Building a Bridge” che prevede eventi con donazioni a favore delle comunità LGBT del territorio. In un tweet del 25 giugno scorso Martin ha, inoltre, augurato agli amici LGBT un buon pride weekend, perché “anche loro sono figli amati da Dio e creati a Sua immagine a somiglianza”. Potremmo continuare ad elencare iniziative ed esternazioni, ma ci soffermiamo sulla delirante dichiarazione di Martin in merito all’accesso ai funerali. La Chiesa cattolica non ha mai sostenuto che i riti funebri debbono essere negati ai peccatori o addirittura ai peccatori gravi. La Chiesa ha tradizionalmente affermato che i riti funebri possano essere negati a quei peccatori che hanno rifiutato costantemente di pentirsi o di riconciliarsi alla Chiesa. I riti funebri della Chiesa Cattolica sono proprio per coloro che, seppur peccatori, riconoscono il proprio peccato, confessandolo e chiedendo perdono a Dio (Canone 915 del Codice di Diritto Canonico). Martin paragona la situazione di una coppia LGBT a quella di una coppia di divorziati risposati e il raffronto non è poi così errato. Infatti, in entrambi i casi, la Chiesa spera che vi sia, almeno in punto di morte, il pentimento per la situazione di peccato grave in cui queste coppie hanno vissuto. Quello che Martin tralascia, e per il consulente del Segretariato per le Comunicazioni del Vaticano non sembra essere una “dimenticanza” da poco, è  la questione del pentimento. Da promotore del mondo LGBT Martin intenderebbe scardinare la dottrina e il magistero della Chiesa con il semplice scopo di ammettere all’Eucaristia e ai riti funebri persone che ostentano apertamente il loro orientamento sessuale e sono orgogliose di compiere atti intrinsecamente disordinati (CCC 2357). Martin sa benissimo che l’ingiusta discriminazione verso le persone con tendenze omosessuali è ben altra cosa e riguarda il rispetto della persona che deve essere accolta con “rispetto, compassione e delicatezza” (CCC 2358). Quello di Martin è un comportamento sconcertante che trova libero sfogo in questo momento di confusione in cui sembra contare di più differenziare bene i rifiuti rispetto ad impegnarsi per salvare la vita di un bambino innocente. A conferma (se ce n’era ancora bisogno) di quali siano le priorità della Chiesa della misericordia Martin cita i peccati contro l’ambiente e le omissioni nella cura dei poveri che, secondo lo stesso, dovrebbero avere lo stesso grado gravità dei peccati relativi alla morale sessuale e quindi comportare le stesse conseguenze. Seguendo il delirante ragionamento di Martin per potere ricevere l’Eucaristia e avere i riti funebri dovrei confessare di aver differenziato male i rifiuti, inserendo l’involucro di carta stagnola nel bidone della plastica invece che nel sacco dell’indifferenziato. Le conseguenze di quanto sostenuto da Martin sono ovvie e devastanti: se tutto è peccato più nulla è peccato. E se più nulla è peccato tutto è concesso. Ora anche coloro che consideravano una “svista” la nomina di Martin a consulente del Segretariato per le Comunicazioni del Vaticano cominciano a ricredersi. Martin anche dopo la nomina continua imperterrito nelle sue campagne a favore del mondo LGBT, non esitando a contraddire i vescovi che coraggiosamente rimangono fedeli al magistero della Chiesa. La conferma di Martin nel suo ruolo anche dopo le sue innumerevoli uscite è la prova che quanto promosso da Martin sia condiviso altrimenti, come già successo per altri casi, Papa Bergoglio lo avrebbe rimosso dall’incarico. Come diceva Agatha Christie: “un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova”.

 

08 giugno 2017

Comunione ai divorziati risposati: la possibilità arriva dal futuro Vescovo di Fidenza


di Paolo Spaziani

“Presentazione del documento con particolare attenzione all’amore nel matrimonio e nella famiglia”. Questo il titolo della serata di presentazione dell'Esortazione Apostolica di Papa Francesco Amoris Laetitia tenuta presso la parrocchia San Giovanni Battista a Carpenedolo da Don Ovidio Vezzoli, sacerdote bresciano e futuro Vescovo di Fidenza. Da marito e padre di tre figli ho partecipato all’incontro pensando che lo stesso fosse finalizzato a mettere in luce la bellezza e la verità del matrimonio cristiano, inteso come unione indissolubile tra un uomo e una donna.

Purtroppo, per larghi tratti della serata, ho come percepito che l’incontro non mi riguardasse, che la preoccupazione fosse un’altra, cioè quella di trattare, “i casi più complessi”, evidenziando la netta differenza tra l’approccio di Amoris Laetitia rispetto a molte altre occasioni in cui il magistero della Chiesa ha approfondito il tema della famiglia e del matrimonio. Su questo aspetto Don Vezzoli ha citato il Decreto Tametsi approvato dal Concilio di Trento che sanciva l’invalidità del matrimonio celebrato senza la presenza di una prete cattolico. Don Vezzoli ha ribadito il tono “legalistico, formale” del Decreto che “rimaneva all’esterno”, “preoccupandosi solo di stabilire se il matrimonio era valido o non valido, se corrispondeva alle leggi della Chiesa o meno”. Subito dopo Don Vezzoli ha citato la Casti Connubii di Pio XI affermando che “…il problema era mettere in evidenza che il rapporto coniugale, sessuale, all’interno del matrimonio deve essere sempre aperto alla vita e deve avere una connotazione di cooperazione al disegno di Dio, all’opera della creazione di Dio, mettendo bene in evidenza situazioni che andavano contro la morale cattolica, cristiana, situazioni non conformi alla tradizione della Chiesa. Un modo di procedere, potremmo dire, negativo, che mette in evidenza tutti gli aspetti contrari. E’ come se io leggessi un documento e mi sentissi soffocare e mi sentissi costantemente in colpa. Se tu leggi Amoris Laetitia la percezione non è certo quella legalistica, di chi si sente soffocare”.

Personalmente non ho mai percepito come soffocante il magistero della Chiesa sulla famiglia e sul matrimonio (l’unica cosa veramente soffocante era il caldo della serata…), al contrario penso che il nostro infinito desiderio di felicità, bellezza e verità possa compiersi solamente nella sequela di Cristo, della Chiesa e del suo bimillenario magistero che non è fatto di regole, come molti dicono, ma di insegnamenti per la nostra salvezza. Il respiro diventa più affannoso, l’aria comincia a mancare non in presenza di certezze, ma, al contrario, quando regna la confusione e tutto diventa relativo.

Durante tutta la serata ho percepito come se vi fosse l’intenzione di distinguere il passato della Chiesa, fatto di regole, pregiudizi e chiusura mentale da un presente, inaugurato con Amoris Laetitia, più umano e aderente alla realtà. Questo raffronto non l’ho condiviso in quanto, a mio avviso, non rende il giusto onore alla tradizione, alla immutabile dottrina della Chiesa, nonché al grande magistero dei Pontefici che hanno preceduto Papa Francesco (in primis San Papa Giovanni Paolo II e Benedetto XVI) che, proprio in tema di famiglia e matrimonio, hanno dedicato parole di una chiarezza che oggi, invece, manca.

Verso il termine dell’incontro Don Vezzoli ha affrontato il tema dei divorziati risposati, chiarendo quale dovrebbe essere l’approccio cristiano con persone che vivono queste situazioni. Don Vezzoli ha precisato che queste persone “non sono dei lebbrosi, non sono dei proscritti. Non è gente dalla quale bisogna starsene alla larga. Spesso diciamo: hai sentito di quello? E’ infestata l’aria da questa gente! Vedete come siamo sprezzanti nei giudizi!”. Confesso di aver provato molta amarezza davanti a queste parole, perché nei miei quarant’anni di vita nella Chiesa non ho mai assistito a situazioni in cui queste persone siano state escluse dalla comunità cristiana, additate per il loro peccato e trattate male. La Chiesa che conosco ha sempre dimostrato accoglienza, comprensione e inclusione, qualsiasi fosse il percorso di vita di ognuno.

Al termine dell’incontro, non essendo emerso in modo chiaro quale fosse il possibile approdo del percorso di discernimento che ha rappresentato il filo conduttore di tutta la serata il sottoscritto e un’altra persona hanno posto alcune domande finalizzate a fare chiarezza sull’ammissione all’Eucaristia per i divorziati risposati. La domanda che ho posto è se al termine di questo percorso di discernimento possa essere prevista la riammissione ai Sacramenti. Don Vezzoli, pur ribadendo la gravità del peccato di adulterio e l’immutabilità della dottrina al riguardo, ha risposto: “Amoris Laetitia lascia aperta, dopo il discernimento, che non è da un giorno all’altro, immediatamente applicabile, fatte salve le condizioni di giustizia e di gravità di quanto accaduto, la possibilità di accedere ai Sacramenti. Ma questo chi lo decide? Lo decide chi fa il discernimento. Lo decide il confessore.(…) Accompagnare, discernere, in vista di reintegrare”.

L’incontro termina, torno a casa senza nascondere la mia amarezza. Apro la porta, incrocio lo sguardo di mia moglie, vedo i miei figli dormire e mi chiedo cosa mi venga chiesto in questo momento di confusione. Innanzitutto di non disperare e di continuare a testimoniare, pur in mezzo a mille difficoltà, errori e debolezze, la straordinaria bellezza del matrimonio cristiano. Certo, perché ce lo ha assicurato Gesù Cristo, che le porte degli inferi non prevarranno.

 

29 marzo 2017

Furti di ostie consacrate. Un'emergenza


di Francesco Filipazzi

Quando ci si trova di fronte ad alcuni fatti spregevoli, spesso si cerca di non parlarne, per evitare fenomeni di emulazione.
Purtroppo però ci tocca denunciare che i furti sacrileghi nelle chiese di tutta Italia stanno aumentando sempre di più, nonostante si cerchi di dare la minore pubblicità possibile. Oltre agli ordinari furti di offerte e di suppellettili sacre, azioni già di per sé esecrabili e ben più gravi di furti normali, dei quali c'è una vera e propria escalation, sono ormai all'ordine del giorno i furti di ostie consacrate.

Siamo di fronte ad un sacrilegio senza fine che si abbatte sulle comunità dei fedeli. Lo scopo di queste azioni è chiaramente solo ed esclusivamente quello di offendere il Corpo di Cristo.
Recentemente ad esempio, in Lombardia, sono state depredate due chiese a pochi chilometri di distanza fra loro. In una delle due, le mani indegne hanno prima rubato le ostie non consacrate e poi hanno scassinato il tabernacolo per prendere quelle consacrate. E' chiaro che non si tratta di un semplice scherzo di qualche ragazzino deficiente, ma di un'azione premeditata.
Anche nella diocesi di Ferrara recentemente è andato in onda lo stesso copione. A Roma invece hanno direttamente rubato l'intero tabernacolo. Lo scarso valore del manufatto anche in questo caso fuga ogni dubbio sul fine orribile dei ladri, che erano interessati solo al contenuto inestimabile.
Più che un semplice sospetto, si fa strada la convinzione che ci sia in corso un'attività straordinaria delle sette, altrimenti non si spiegherebbero certe azioni.
I casi che spesso non vanno oltre la cronaca locale, sono numerosi. Invitiamo parroci e parrocchiani ad essere vigili e a sigillare il più possibile chiese e tabernacoli.
Sappiamo infatti che il Nemico non dorme mai e soprattutto che qualcosa di impalpabile e sottile si sta muovendo contro la Chiesa e contro i cristiani, durante quest'anno particolare.
Non possiamo permetterci di abbassare la guardia.
Raccomandiamo inoltre a tutti di pregare per riparare alla grave offesa.

Riportiamo quanto scritto da Mons. Negri:

"Questo terribile gesto offende gravemente Dio e lacera in profondità il cuore della nostra comunità ecclesiale cittadina e, per la specialissima comunione che le unisce, quella diocesana ed universale, perché non c'è nulla di più prezioso, nella Santa Chiesa di Dio, della Santa Eucaristia dove è presente realmente il Corpo, il Sangue, l'Anima e la Divinità di Gesù Cristo Nostro Signore (Concilio di Trento, Decr. De Euc. can 1). Questa coscienza, cari figli, sia l'occasione per recuperare, in tutte le nostre comunità, con rinnovato slancio, l'amore e la vera devozione alla Santa Eucarestia che l'ultimo Concilio ha ribadito essere fonte e culmine di tutta la vita cristiana (LG 11). Infatti tutti i sacramenti, come pure tutti i ministeri ecclesiastici e le opere di apostolato, sono strettamente uniti alla sacra Eucaristia e ad essa sono ordinati. Infatti, nella santissima Eucaristia è racchiuso tutto il bene spirituale della Chiesa, cioè lo stesso Cristo, nostra Pasqua (PO 5). Essendo inoltre il migliore dei modi possibili per riparare alle offese ricevute da Dio, l'offrire al Padre nello Spirito di Cristo la riparazione per i nostri peccati, ovvero l'offerta di Gesù Cristo sulla Croce."

 

16 febbraio 2017

Se Famiglia Cristiana aprisse gli occhi


di Francesco Filipazzi

Chi segue il sito di Famiglia Cristiana, probabilmente conosce la rubrica delle lettere, nella quale i lettori pongono domande abbastanza assurde, ricevendo alle volte delle risposte ancora più assurde. Recentemente, ad esempio, un lettore vittima dell'ignoranza religiosa imposta dal clero sbragato e mollaccione, ha posto il seguente quesito: «Ho avuto fra le mani un foglio dove un bambino davanti al Santissimo esposto chiede alla mamma: “Perché stiamo a guardare un pezzo di pane chiuso in una teca d’oro?”. Risposta: “Non hai tutti i torti; Gesù ha detto: Prendete e mangiate. Non guardate”. Non sono per niente d’accordo».

Posto che ci chiediamo dove il lettore abbia trovate tale porcheria, speriamo non in una qualche chiesa dove il prete dovrebbe posare il fiasco, procediamo ad una analisi. La risposta sarebbe abbastanza da manuale: l'Eucarestia è il sacrificio di Cristo sulla Croce, è la sua sofferenza che si ripete quotidianamente, è la sua estrema volontà di salvarci. L'Eucarestia è il VERO CORPO E IL VERO SANGUE di Cristo e di fronte ad esso non si può fare altro che prostrarsi, senza pensare di essere degni di assumerlo, se non prima di averlo adorato e glorificato adeguatamente.

Il teologo inizialmente, va detto, dà una risposta valida, anche se non pone molto l'accento sull'aspetto sacrificale, ma alla fine si perde in una divagazione che ha davvero del ridicolo: "Se prima della riforma conciliare l’adorazione aveva preso talora il sopravvento sulla Messa (anche per il fatto che il sacerdote celebrava da solo e in latino all’altare), non è oggi il caso di arroccarsi sul versante opposto con modalità anche di pessimo gusto, come riportato". Prego? Dunque, secondo questo signore, quando si prendeva la comunione in ginocchio alla fine della Messa, l'adorazione stava prendendo il sopravvento? Oggi invece che domina l'usanza orrida della comunione in mano assunta come un crostino va tutto bene? Dunque il prete quando celebra secondo il messale di Giovanni XXIII è da solo e non alla presenza di Dio, in prima fila alla guida del suo popolo? Dunque di fronte allo sfascio liturgico di oggi, siamo ancora qui a cercare di dipingere l'oscuro preconcilio contrapposto al radioso postconcilio?

E' chiaro che qualcuno a Famiglia Cristiana dovrebbe darsi una svegliata, abbandonando un armamentario ideologico vecchio di quarant'anni e ormai notoriamente dannoso, per farsi un giro a una cara vecchia Messa in Latino, dimenticandosi per almeno un'ora delle continue assurdità perpetrate dal clero moderno anche durante la consacrazione. Certo, in un periodo in cui si paventa addirittura l'abolizione della Messa senza colpo ferire, aspettarsi un po' di preparazione è forse troppo.

 

27 settembre 2016

Pro fidei propagatione


di Amicizia San Benedetto Brixia

La sera del 20 settembre l’Amicizia San Benedetto Brixia si è ritrovata in via straordinaria per celebrare una Sancta Missa. L’occasione è stata data dall’evento di Assisi in favore della pace.
Abbiamo ritenuto di rispondere agli appelli di Papa Francesco celebrando una Messa votiva Pro Fidei Propagatione, aggiungendo l’orazione Pro Papa
. Perché tale scelta? Non sarebbe stato più conveniente celebrare la Messa votiva Pro Pace?
In realtà è notorio che le assise di Assisi sono occasioni sommamente ambigue, quantomeno per la lettura che ne danno i giornali e le masse; che pure l’odierna convocazione non sfugga a polemiche è dimostrato, tra l’altro, dalla sua sovrapposizione-contrapposizione al Congresso eucaristico nazionale di Genova. D’altra parte la richiesta di pregare per la pace sembra opportuna più che mai e ne offro tre ragioni urgenti: 1) l’accordo firmato tra Francesco e Kirill, se ben ricordate, fu giustificato dal Patriarca russo a scongiura di conflitti imminenti; 2) Padre Amorth, celeberrimo esorcista da poco deceduto, non ha mai smesso di ricordare come le terribili profezie di Fatima siano lungi dall’essersi esaurite; 3) le ultime mosse di Obama, tra bombardamenti di siriani e pubbliche accuse ai danni di Putin (in merito si legga il parere ex parte Orientis di Dugin), non lasciano presagire nulla di buono.
Come fare dunque a unirci nella preghiera per la pace, evitando le ambiguità insite nella formula assisiana? Il formulario della Missa succitata ci è parso adatto all’uopo:

"Oratio - Deus, eus, qui omnes hómines vis salvos fíeri et ad agnitiónem veritátis veníre : mitte, quaésumus, operários in messem tuam, et da eis cum omni fidúcia loqui verbum tuum; ut sermo tuus currat et clarificétur, et omnes gentes cognóscant te solum Deum verum, et quem misísti Jesum Christum, Fílium  tuum, Dóminum nostrum : Qui tecum.

Secreta - Protéctor noster, áspice, Deus, et réspice in fáciem Christi tui, qui dedit redemptiónem semetípsum pro omnibus : et fac; ut ab ortu solis usque ad occásum magnificétur nomen tuum in géntibus, ac in omni loco sacrificétur et offerátur nómini tuo oblátio munda.
"

L’orazione ribadisce che il vero Dio è solo uno ed Egli ci ha inviato Gesù Cristo, e di qui viene la salvezza e la conoscenza della verità; la secreta chiede che sia celebrato un unico sacrificio in tutto il mondo, quello di Cristo nella Divina eucaristia. Quale augurio più bello? L’eliminazione dei sacrifici, eccetto quello del nostro Redentore, e l’affermazione dell’unico Dio, contro ogni tentazione di sincretismo. Così riconosciamo che la pace è dono che viene dall’alto e che, onorando la Trinità, ci rendiamo oggettivamente disponibili a ricevere con frutto tale dono. Altre strade non si vedono.
 

27 maggio 2016

La Comunione in mano: storia di abuso e profanazione

 
di Federico Catani

Cento anni fa, nel 1916, un angelo, l’Angelo del Portogallo, apparve per tre volte ai tre pastorelli di Fatima Lucia, Francesco e Giacinta. Mostrandosi con il calice e l’Ostia santa, insegnò ai tre fanciulli queste due preghiere: «Mio Dio, io credo, adoro, spero e vi amo, vi chiedo perdono per coloro che non credono, non adorano, non sperano, e non vi amano» e «Santissima Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo: vi adoro profondamente e vi offro il preziosissimo Corpo, Sangue, Anima e Divinità di Gesù Cristo, presente in tutti i tabernacoli della terra, in riparazione degli oltraggi, dei sacrilegi e delle indifferenze da cui Egli stesso è offeso. E per i meriti infiniti del suo Sacratissimo Cuore e del Cuore Immacolato di Maria, vi domando la conversione dei poveri peccatori». In queste orazioni è racchiuso il cuore della devozione eucaristica che ogni cattolico dovrebbe avere. Soprattutto in un tempo, come il nostro, in cui il Santissimo Sacramento viene profanato in ogni modo: oltre ai sacrilegi commessi ad esempio dai satanisti, purtroppo oggi si vuole cambiare la stessa dottrina eucaristica e permettere ai pubblici peccatori di ricevere la Comunione senza alcun pentimento. C’è poi un’altra prassi che banalizza l’Eucaristia: si tratta della sua ricezione in mano.

Se a tale modo di comunicarsi si aggiunge il fatto che molte liturgie hanno perso totalmente il senso del sacro, non è difficile comprendere perché la gente ormai sembra ignorare che nell’Ostia santa c’è realmente e sostanzialmente Nostro Signore Gesù Cristo vivo e vero, nel suo Corpo, Sangue, Anima e Divinità. Mons. Juan Rodolfo Laise, vescovo emerito di San Luis, in Argentina, ha recentemente pubblicato per Cantagalli “Comunione sulla mano. Documenti e storia” (con prefazione di mons. Athanasius Schneider, vescovo ausiliare di Astana, in Kazakhstan, e un’appendice con alcune riflessioni sulla “Comunione spirituale”, sulla quale si fa chiarezza dopo tante sciocchezze dette negli ultimi anni da porporati come Kasper).

È un libro in cui raccoglie e commenta tutti i testi normativi relativi al permesso, dato ai fedeli dalla Santa Sede, di comunicarsi ricevendo la particola consacrata in mano e dimostra molto chiaramente e senza alcun dubbio che, per l’appunto, solo di concessione si tratta. Pertanto, rifiutarsi di fruire di tale atto di tolleranza, come fece lui durante il governo della sua diocesi, non solo è lecito, ma addirittura preferibile, perché maggiormente rispondente alla volontà del Papa. La Comunione sulla mano è nata come un abuso. Negli anni Sessanta, nei Paesi dell’Europa settentrionale, ovvero quelli con un episcopato ed un clero marcatamente progressista e disobbediente, si introdusse in maniera del tutto arbitraria tale modo di ricezione dell’Eucaristia.

Di fronte al fatto compiuto e alla volontà da parte degli artefici del cambiamento di proseguire su questa strada, la Sacra Congregazione per il culto divino rispose con l’istruzione Memoriale Domini (28 maggio 1969). Il documento, voluto ed approvato da Papa Paolo VI, ribadisce che il modo di distribuire la Santa Comunione in bocca «deve essere conservato, non soltanto perché si appoggia sopra un uso trasmesso da una tradizione di molti secoli, ma, principalmente, perché esprime la riverenza dei fedeli cristiani verso l’Eucaristia». Cambiare poteva rappresentare un pericolo. È vero che i profeti di sventura all’epoca (ma anche oggi) non andavano di moda e non erano graditi. Ma le paure di Paolo VI si sono rivelate fondate e adesso ne paghiamo le conseguenze.

L’istruzione vaticana paventava che si arrivasse «a una minore riverenza verso l’augusto Sacramento dell’altare», «alla profanazione dello stesso Sacramento» e «alla adulterazione della retta dottrina». Soltanto un ingenuo non vede che quelli che allora apparivano “solo” dei rischi sono divenuti terribili realtà: la situazione della Chiesa (in particolare di quei Paesi in cui il clero ha sempre seguito le “magnifiche sorti e progressive”) lo sta a dimostrare inappellabilmente. Nonostante ciò, i responsabili di tale scempio ed i loro allievi, anziché vergognarsi e ritirarsi in silenzio, continuano a dare lezioni.

Ebbene, la Memoriale Domini si conclude affermando che «la Sede Apostolica esorta veementemente i vescovi, sacerdoti e fedeli a sottomettersi diligentemente alla legge ancora in vigore [ovvero la Comunione in bocca n.d.r.]e un’altra volta confermata, attendendo tanto al giudizio apportato dalla maggior parte dell’Episcopato [contrario alla Comunione sulla mano n.d.r.], come alla forma che utilizza il rito attuale della sacra liturgia, come, infine, al bene comune della stessa Chiesa». Purtroppo, nonostante le buone intenzioni, il documento apre però una falla nella diga, rivelatasi ben presto fatale (e questo è accaduto e continua purtroppo ad accadere nella Chiesa per moltissime altre questioni). Infatti l’istruzione dice pure che, laddove non sia possibile frenare la pratica della Comunione sulla mano, con le dovute condizioni la Santa Sede concederà un indulto, a patto però che venga ribadita nella catechesi la verità dogmatica sull’Eucaristia.

Questa deleteria apertura ha fatto sì che a poco a poco, quasi tutte le conferenze episcopali del mondo chiedessero l’indulto, imponendo di fatto il nuovo modo di agire, per puro spirito di conformismo ai tempi. E la Santa Sede ha sempre avallato le richieste dei vescovi. In Italia, ad esempio, per un solo voto di scarto, la Comunione in mano venne introdotta nel luglio del 1989. In Kazakhstan, invece, grazie soprattutto all’opera di mons. Athanasius Schneider, si continua a ricevere l’Ostia consacrata solo in bocca e possibilmente in ginocchio (come faceva Benedetto XVI nelle sue Messe). Orbene, quando nel 1996 i vescovi argentini decisero di introdurre la Comunione sulla mano, mons. Laise si oppose fermamente, attirandosi così gli strali dei suoi confratelli, che lo accusarono di rompere la “comunione ecclesiale”. Ma il grande vescovo argentino, oggi residente a San Giovanni Rotondo, aveva ragione. E la Santa Sede lo riconobbe senza problemi, perché la facoltà di chiedere l’indulto spetta ai singoli vescovi, in base alla loro prudenza pastorale. Mons. Laise, dunque, si è appellato giustamente, doverosamente e santamente alla sua coscienza di pastore cattolico, davvero preoccupato del bene della Chiesa e di quello spirituale dei fedeli affidatigli.

Altri vescovi e preti (pochi in verità) hanno seguito il suo esempio. Possiamo citare il sacerdote veronese don Enzo Boninsegna, vero eroico “pioniere” in Italia; il cardinal Carlo Caffarra, che nel 2009, per evitare sacrilegi, ha proibito la Comunione in mano nella Chiesa Metropolitana di San Pietro, nella Cattedrale di San Petronio e nel Santuario della B.V. di San Luca; c’è poi mons. Cristóbal Bialasik, vescovo della diocesi di Oruro, in Bolivia, che l’anno scorso ha annunciato ai suoi fedeli di aver vietato la S. Comunione sulla mano, definendola una consuetudine “intollerabile”. D’altra parte, come spiega nel libro, la posizione di mons. Laise è canonicamente e pastoralmente incontestabile.

La Comunione in mano, tanto amata dai protestanti, è stata pensata proprio per ridurre il Santissimo Sacramento a mero simbolo, attaccando così il dogma cattolico sull’Eucaristia. Gesù durante l’Ultima Cena, diede il pane e il vino in mano agli Apostoli, è vero. Ma si trattava appunto dei primi vescovi. Il sacerdote ha le mani consacrate con l’unzione, ed è per questo che è l’unico ad avere il “privilegio” e il grave compito di toccare le specie eucaristiche. Oltretutto, al contrario di quanto falsamente sostenuto dai novatori, nei primi secoli della Chiesa si riceveva la Comunione in mano con ogni riguardo e riverenza, spesso senza toccarla direttamente, non come accade adesso.

Peraltro, col passare del tempo e nel susseguirsi di tante vicende storiche, la sensibilità ed il rispetto verso l’Eucaristia sono aumentati ed è per questo che intorno al IX secolo si passò definitivamente a ricevere il Corpo di Cristo in bocca. In ogni frammento del pane consacrato, infatti, c’è tutto Nostro Signore ed è una profanazione lasciare che anche uno solo cada a terra e vanga calpestato. Nella cosiddetta Messa tridentina, tanto per intenderci, dopo la consacrazione il sacerdote non separa più il pollice e l’indice delle mani finché non arriva il momento della purificazione, terminata la distribuzione della Comunione.

Oggi invece questa fede eucaristica si è tragicamente persa, anche tra i sacerdoti. I fedeli, poi, sembra vadano a ricevere una caramella, e infatti tutti si comunicano ma pochi si confessano! In pratica, quello che fino agli anni Sessanta era un abuso, una disubbidienza, un attacco alla verità cattolica, oggi è divenuto la normalità. E, lo ripetiamo, assolutamente contro la volontà di Paolo VI. Anche perché l’istruzione della Congregazione del culto divino faceva un tutt’uno con una lettera pastorale in cui viene nitidamente evidenziato che, ad ogni modo, «la nuova maniera di comunicarsi non dovrà essere imposta in modo che escluda l’uso tradizionale».

Eppure, solo da un ritorno generale al modo tradizionale di ricevere Gesù Sacramentato, in bocca ed in ginocchio, potranno sgorgare grazie abbondanti e si tornerà ad avere una primavera della Chiesa. Pertanto, i laici non debbono stancarsi di chiedere questo ai pastori e di comunicarsi solo in bocca, perché questa è, ancora oggi e nonostante tutto, la norma della Chiesa. E i vescovi dovrebbero avere un po’ di fede e di coraggio nel cambiare. Il che, visti i tempi, sarebbe miracoloso. Ma nulla è impossibile a Dio.
 

10 aprile 2016

Amoris Maestitia. Eucarestia un tanto al chilo?

Un'immagine che spiega cos'è davvero l'Eucaristia.
di Francesco Filipazzi

Amoris Laetitia, l'esortazione post-sinodale pubblicata ieri a firma di Papa Francesco, che avrebbe dovuto concludere due anni di travaglio interiore per la Chiesa, lascia piuttosto perplessi e, sinceramente, se ne poteva fare a meno. Le 264 pagine del documento sono appositamente fatte per dire tutto e niente, accontentare tutti e nessuno, senza dire apertamente nulla, ma lasciando intendere molto. Solamente questa caratteristica sarebbe sufficiente a non essere per nulla entusiasti, in quanto l'ambiguità non è cattolica. Il cattolico dice o si o no.

Per quanto riguarda il contenuto specifico, va rilevata la pericolosità delle posizioni sui divorziati risposati. L'apertura purtroppo c'è e dire il contrario sarebbe falso. Si parla di discernimento, casistiche, Vescovi che devono decidere, ma il paragrafo 305 è abbastanza chiaro: "A causa dei condizionamenti o dei fattori attenuanti, è possibile che, entro una situazione oggettiva di peccato – che non sia soggettivamente colpevole o che non lo sia in modo pieno – si possa vivere in grazia di Dio, si possa amare, e si possa anche crescere nella vita di grazia e di carità, ricevendo a tale scopo l’aiuto della Chiesa". Cosa vuol dire? Che il peccato non è più peccato? Non esiste più la condizione di peccato portata dalla rottura di vincolo matrimoniale?

Nello stesso paragrafo c'è poi la nota 351 che recita "In certi casi, potrebbe essere anche l’aiuto dei Sacramenti. Per questo, «ai sacerdoti ricordo che il confessionale non dev’essere una sala di tortura bensì il luogo della misericordia del Signore»" e "Ugualmente segnalo che l’Eucaristia «non è un premio per i perfetti, ma un generoso rimedio e un alimento per i deboli»".
Quindi se il divorziato risposato in base alla situazione contingente "fa il bravo" può essere assolto e fare la Comunione. Non sono un teologo, ma mi pare che qui si mettano in crisi tre sacramenti in un colpo solo. Basta trovare un prete lassista, il che non è certo difficile, perché l'apertura diventi una voragine. Certo, i titoli dei giornalai che recitano "Francesco: sacramenti ai risposati" esagerano, ma alla base c'è un testo che questa eventualità la contempla. In una nota a pié di pagina, che però vale più di tutte le centinaia di pagine del documento.

Le implicazioni sono presto dette. Si valuta in base alla situazione senza norme generali, il che non è accettabile, perché si entra nel campo del relativismo, che non è cristiano. Si elimina la responsabilità individuale, perché nel momento in cui una persona sa di peccare se ne può fregare, perché è in una situazione difficile, quindi al posto di sacrificarsi, in questo caso rimanendo casto o vivendo come fratello e sorella con un'altra persona, può fare quello che vuole.

Si cancellano con un colpo di spugna i sacrifici di tutte quelle persone che per potersi accostare pienamente all'Eucarestia hanno accantonato molte aspirazioni personali, mentre si avallano quelli che, seguendo la formula tipica del giorno d'oggi "si sono rifatti una vita". Magari sfasciando un paio di famiglie, rovinando la vita ai figli, rubando la moglie o il marito a un'altra persona... Facile scrivere in Amoris Laetitia che la precedenza va data a quello che ha subito. Subito cosa?
"Ma don, ma io la amavo, lei mi amava. Ok abbiamo abbandonato i figli per scappare da un'altra parte, ma insomma, ci amiamo". "Vedi figliuolo, l'importante è amarsi. Ecco, il corpo di Cristo. Due etti vanno bene? Lascio?"
 

08 dicembre 2015

L’Immacolata inizio della nostra salvezza e Madre di Grazia e Misericordia


di Roberto de Albentiis

Oggi si celebra, prima festa mariana del nuovo anno liturgico e una delle ultime dell’anno civile, la grande solennità dell’Immacolata Concezione, una delle più belle, delle più importanti e delle più care al popolo cristiano (e non solo; quanti sanno che i musulmani credono nell’immacolato concepimento di Mariam, la Madre del loro più grande Profeta Issa?); questo è l’inizio della nostra salvezza, come canta la Chiesa d’Oriente, perché così fu promessa da Dio ai Progenitori: chi è Colei che al demonio “schiaccerà la testa”, come leggiamo nella Genesi, se non la Vergine Immacolata? E chi è la Donna vestita di Sole, come leggiamo nell’Apocalisse, se non sempre la Vergine Immacolata?
E’ in previsione della divina missione redentiva di Cristo che Maria è stata preservata dal peccato originale (una macchia, una sciagura da cui nessun uomo, neanche il più santo, è potuto scampare, e la cui gravità e, più ancora, la cui assenza, potremo capire pienamente solo dopo la nostra morte, quando tutto ci sarà svelato), e solo per l’Immacolata Concezione sono potute avvenire l’Annunciazione, la Divina Maternità, l’Assunzione, la Regalità e la Mediazione di Maria Santissima: i Profeti l’hanno annunciato, i mistici l’hanno contemplato, i Dottori e i teologi l’hanno, per quanto possibile, descritto, i semplici fedeli l’hanno sempre creduto e amato; e certo, per primi, i Progenitori, Adamo ed Eva, che se sentirono da Dio il castigo per la loro trasgressione, sentirono però, sempre da Dio, la grande promessa di un Redentore e di una Donna che avrebbero schiacciato definitivamente la testa all’antico serpente, e per questo vissero, secondo i Padri, in espiazione il resto della loro lunga vita, tanto da venire considerati e venerati come santi al 24 dicembre, Vigilia di Natale.
E’ San Francesco, il Serafico Patriarca, a chiamare Maria Immacolata, e dopo di lui vennero i suoi illustri figli (Antonio, Duns Scoto, Leonardo da Porto Maurizio, Massimiliano) che, con la speculazione teologica, la preghiera e la predicazione, diffusero la devozione all’Immacolata, devozione tutta francescana, dimostrata, in ultimo, da quel capolavoro di vita religiosa che è la famiglia dei Francescani dell’Immacolata, e che proprio sta subendo, ad opera del demonio, primo nemico dell’Immacolata, una dura persecuzione; è il popolo, semplice e devoto, che accoglie con fede e amore questa verità, prima ancora che venisse definitivamente adottata; ma è soprattutto Maria che, con le Sue Apparizioni a Rue du Bac, Roma e Lourdes, conferma quanto questo titolo Le sia gradito e, soprattutto, sia vero.
Maria è Madre e Mediatrice di Grazia: lo è in quanto Madre di Dio, lo è in quanto ha dato la vita all’Autore della Vita e della Grazia, Nostro Signore Gesù Cristo, che, sotto la Croce, ce l’ha data come Madre; e ogni giorno, nell’Ave Maria e nell’Angelus, riconosciamo ciò: “Ave Maria, Gratia plena, Dominus Tecum”.
Maria è Madre di Misericordia, perché Madre di Cristo, che è Divina Misericordia, e perché solo la Misericordia del Padre, per venire incontro all’umanità sofferente e corrotta dal peccato originale, poteva approntare la Redenzione operata da Cristo e l’Immacolata Concezione che l’ha permessa (poteva forse una creatura peccatrice dare la vita al Figlio di Dio e al Redentore?). E sempre il Padre, per salvare il mondo, quasi 100 anni fa, a Fatima, volle offrire all’uomo peccatore, sempre più lontano da Lui, il rimedio della devozione al Cuore Immacolato di Maria.
Chiediamola, questa Misericordia, a Maria: il mondo ha un disperato bisogno di Misericordia, e solo in Gesù (nel Suo Sacro Cuore) e solo nella Chiesa la possiamo trovare, nella Coroncina che Gesù ha dato a Santa Maria Faustina Kowalska e soprattutto nel Sacramento della Confessione; ogni volta che ci confessiamo è come se fossimo, anche se certo per breve tempo, immacolati anche noi. Perché non ricorrere, oggi, a questo divino rimedio? Perché, anzi, non ricorrervi, spesso, meglio ancora, sempre? (e proprio oggi Papa Francesco ha voluto aprire il Giubileo straordinario della Misericordia)
Maria, apparendo a Montichiari come Rosa Mistica, chiese, per solennizzare ancora di più la giornata di oggi, l’Ora di Grazia Universale, un’ora particolare di adorazione e riparazione eucaristica; perché, potendolo, non praticarla? Amando Maria, si ama ancora di più Gesù, che è la cosa più grande che possiamo fare su questa terra; e cosa c’è di più gradito a Gesù di ricorrere a Lui nell’Adorazione Eucaristica, nella Confessione e, soprattutto, nella Comunione?
Chiediamo certo grazie temporali e materiali a Maria, se sono per il bene nostro e se non sono sconvenienti, ma, soprattutto, chiediamo a Maria un supplemento di fede, un più grande amore al prossimo e soprattutto a Dio, chiediamo, specialmente, la conversione, il perdono dei peccati e la salvezza eterna: questa è la Grazia e questa è la Misericordia, di cui è Madre, e solo queste cose contano e servono, in questa vita e soprattutto nell’altra.
E come canta la Chiesa d’Oriente, con il magnifico inno “Agni Parthene” (moderno e nemmeno liturgico!):
O senza macchia pura, o Vergine Signora
Salve sposa non sposata!
O Madre Regina, O rugiadoso vello
Salve sposa non sposata!
O trascendente cielo, o raggio più lucente
Salve sposa non sposata!
T’invoco con forza, O sacro Tempio
Salve sposa non sposata!
Aiutami, proteggimi dal nemico
Salve sposa non sposata!
E rendimi erede della vita eterna
Salve sposa non sposata!

 

07 ottobre 2015

Il Sinodo e Papa Francesco: all'ANSA sono incapaci o in malafede?

di Marco Mancini

“Se persino i cattivi padri non rifiutano il pane agli affamati, figuriamoci se Dio non darà il pane a coloro che, per imperfetti che sono, lo chiedono con appassionata insistenza”. Queste parole, riportate dall’agenzia ANSA come tra le più rilevanti pronunciate da Papa Francesco nel corso dell’Udienza Generale di stamattina, hanno generato subito animate discussioni sui mezzi di comunicazione e sui social network. Quel richiamo al “pane” da distribuire agli “imperfetti” che “lo chiedono con appassionata insistenza” è sembrato infatti un chiaro riferimento al dibattito sulla concessione dell’Eucarestia ai divorziati risposati. Molti hanno avuto l’impressione di un’entrata a gamba tesa del Pontefice su una questione scottante, nell’intenzione di indirizzare il dibattito sinodale verso una conclusione già prestabilita. Nel clima di inquietudine e di preoccupazione che si respira in questi giorni, insomma, un’affermazione del genere, pur richiamandosi direttamente a un passo evangelico, non avrebbe altro effetto che quello di gettare benzina sul fuoco.
 

22 ottobre 2014

Tandem Triumphas, ovvero perché "Walter & Company" non prevarranno



di Francis Covenant

Nonostante le forti pressioni ricevute in proposito, non ero particolarmente ben disposto a scrivere qualcosina sul Sinodo che si è concluso questo week end. Non è per menefreghismo, ma è che quando è troppo è troppo. Cosa si può dire se non quello che si sa già? La tentazione di lasciare che tutto passasse era forte. Purtroppo, però, lo streaming di Radio Deejay non funziona o comunque eccede di molto le limitatissime capacità della rete internet domestica e, quindi, non avendo più scuse valide per perdere tempo inutilmente, ho ripiegato su un classico, estraendo dalla catasta di libri nei pressi del mio letto il primo volume di un’opera che è da sempre la mia preferita: “Tutto don Camillo” la raccolta di tutti i racconti di Mondo Piccolo a cura di Carlotta e Alberto Guareschi (Rizzoli, 2003).

Come faccio di solito, con don Camillo non mi premuro di andare con ordine ma apro a caso e inizio a leggere da dove capita. Se non che mi imbatto nel racconto nr. 118 “Quel gatto bianco e nero”. Embè? Cosa ha di tanto speciale questo racconto? Basta leggerne le prime righe per capire:
Entrò nella saletta della canonica Giorgino del Crocilone e pareva più ubriaco del solito. [...] “sono qui” borbottò Giorgino, mentre, a testa bassa, rigirava tra le mani il cappello unto e bisunto. Già” rispose don Camillo. “E’ un po’ che non ci vediamo. Neanche quando ti sei sposato hai voluto venire a trovare l’arciprete. E hai visto com’è finita? Dovete mettervi in mente che un sindaco, anche se è robusto come Peppone, non ce la fa, da solo, a legare assieme due cristiani per tutta la vita.”

Ecco perché non potevo più tergiversare. In poche parole Guareschi ha risolto un problema che sta angosciando la delicata e sensibilissima coscienza pastorale del Walter da decenni e che ha tenuto occupati 150 vescovi per due settimane, e che terrà la Chiesa sulle spine per i prossimi due anni: come si fa con i divorziati? Perchè è scontato che i divorziati ci sono e sono un problema. Normale amministrazione quando gli uomini vogliono “fare da soli”. Ma qui bisogna fare un passo indietro, infatti il cattolico medio che partecipa alla frazione del pane nella sua parrocchia saltuariamente durante l’anno non ha ben chiaro dove stia questo problema. Per lui il problema semplicemente non c’è. E’ ovvio, ci si sposa, ci si separa, ci si risposa. E’ normale. Infatti, chi va a Messa poi va a prendersi la comunione in mano dal ministr* straordinari* della comunione. Si va a messa per quello, no? Lo fa anche Matteo Renzi, lo ha fatto Valeria Marini e pure Berlusconi. Quindi? Quindi niente. Perché noi “stolti e tardi di cuore” non capiamo qual è la vera natura del problema che invece è cristallina alla coscienza del Walter che pur non crede alla natura.
Non è la Prassi con la “P” maiuscola a far problema, ma la chiesa con la “c” minuscola che deve adeguarsi anche formalmente a questa “Prassi”. Bisogna riconoscere “gli elementi di sacramentalità” presenti in ogni matrimonio. Contro quella che potrebbe sembrare la cosa più ovvia - e che a quanto pare non lo è - e cioè che chi vuole essere cattolico deve rispettare i dettami della Chiesa cattolica, deve essere sancito anche formalmente che la chiesa con la “c” minuscola deve adeguarsi al Mondo con la “M” maiuscola, con buona pace anche di quella parte (in verità maggioritaria) di mondo con la “m” minuscola che non ha ancora capito in che direzione bisogna procedere. Infatti, stando alle risposte del famoso questionario, la maggioranza dei cattolici non è che sia così favorevole a queste “aperture” sacrileghe, però, al Walter poco gliene cale. La Storia con la “S” maiuscola, le Sorti Magnifiche e Progressive dell’Umanità van in una ben precisa direzione - che conoscono solo loro - e il loro compito è quello di indicarci la via e di farvi entrare tutti il prima possibile. Proprio in nome della “Storia” e dello “Spirito” ben presto si rispolvererà l’evangelico “compelle intrare” (Lc 24,23) che fino a qualche anno fa veniva ricordato con disgusto come la sintesi di tutti gli orrori della chiesa costantiniana.

Il Nuovo Corso ha stabilito che al posto della Croce stanno le voglie e i pruriti degli uomini che bisogna assecondare sempre e comunque, perché la Chiesa - con la maiuscola, di cui quella cattolica è solo una parte - è al servizio dell’Uomo.
“Cosa aspetta la chiesa ad adeguarsi?!” dirà Walter.
“Mah - qualche impudente obietterà - e come la mettiamo col Vangelo?”
“Semplice, risponderà il Walter in ginocchio (teologico), è ovvio che “bisogna contestualizzare”: San Paolo dice che risposarsi è peccato? Sì, è vero, ma bisogna capire che ragionava nel contesto della Palestina del I° secolo dell’Era Volgare ... non vorrai mica tornare al primo secolo dell’Era Volgare, vero?! E poi anche san Matteo diceva che si poteva divorziare perché aveva capito che Gesù l’aveva sparata grossa.”
E così il nostro povero impudente, pieno di confusione, è messo a tacere perché, diciamolo francamente, se “era volgare” ci poteva anche stare [il galateo non ha mai fatto per lui], ma tornare proprio al primo secolo no! Dopo finisce che i colleghi al lavoro gli danno dell’integralista e in mensa nessuno si vuole più sedere di fianco a lui. Ci ha provato, di più cosa poteva fare?

E così il povero Arciprete della Bassa si ritroverà messo all’Indice per aver risposto alle angosce di Giorgino che sfinito dai rimorsi della coscienza diceva “andrò a costituirmi!”, nell’unico modo in cui sapeva farlo e cioè mettendolo di fronte alla Verità per quanto scomoda e dolorosa sia: “No: devi pagare il tuo enorme debito verso Dio. Questo è difficile. Pagare il debito con la giustizia degli uomini è facile. [...] Va, e mai la sofferenza ti abbandoni. Il tuo orrendo peccato è scritto dentro gli occhi di quella inconscia bestiola che Dio ha scelto per risvegliare la tua coscienza: che essi ti guardino sempre e ti ricordino il tuo delitto sì che sempre tu abbia a pentirtene. Vai, fratello.”
Parole molto dure e che paiono distanti anni luce ed estranee a molti di noi oggi abituati ad essere il miele della terra. Eppure, a ben vedere, prima che iniziassero a contestualizzarlo, anche a Gesù mentre insegnava a Cafarnao gli dissero: “Questa parola è dura, chi può ascoltarla?” (Gv 6,60) e la risposta di Gesù è chiara ed inequivocabile: “Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell'uomo salire là dov'era prima? È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che io vi ho detto sono spirito e sono vita. Ma tra voi vi sono alcuni che non credono.” Ed infatti “molti tornarono indietro”, tanto da far chiedere da parte di Gesù ai Dodici se volessero andarsene anche loro. Ma, nonostante la risposta rassicurante di S. Pietro “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio», Gesù fu chiaro: «Non sono forse io che ho scelto voi, i Dodici? Eppure uno di voi è un diavolo!». Parlava di Giuda, figlio di Simone Iscariota: costui infatti stava per tradirlo, ed era uno dei Dodici” (Gv 6,60-66). Consci di questa realtà allora non dovremmo scandalizzarci troppo se anche oggi e soprattutto oggi tra i successori dei “Dodici” c’è qualcuno che “ciurla nel manico” e a volte “i diavoli” sembrano essere divenuti la maggioranza.

Ci basti “permanere nella verità di Cristo”, per citare il card. Burke, consci che “Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno” (Mt 24,35). Alla fine vinceremo noi, o meglio, vincerà Lui perchè ha già vinto: “In mundo pressuram habetis, sed confidite, ego vici mundum” (Gv, 16,33). Ed è questa la fondamentale differenza tra il mondano “¡No pasarán! detto dalla Pasionaria Dolores Ibarruri il 19 luglio del 1936 a Madrid [“e noi siamo passati” chiosavano efficacemente i Gesta Bellicae il divino “non praevalebunt” (Mt 16,18) di Nostro Signore.
Allora don Camillo andò ad inginocchiarsi davanti al Cristo dell’altar maggiore e aveva la faccia piena di sudore e la testa vuota. “Gesù” balbettò “io non so … Io non so quel che ho fatto!”. “Lo so io” rispose il Cristo sorridendo.”. 
E allora se cercheremo sempre di fare ciò che “piace a Lui”, costi quel che costi, anche scontentando il povero Walter, potremmo alla fine dire come san Paolo “bonum certamen certavi, cursum consummavi, fidem servavi” (II Tim 4,7).