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23 dicembre 2021

A casa Torelli e davanti al Presepio per riflettere sul Santo Natale


di don Samuele Pinna

Sono invitato a casa di Giorgio Torelli: si deve riflettere insieme sul Santo Natale! Il giornalista di “buone nuove” ha in animo di scrivere un pezzo sulla notte della nascita del Salvatore e desidera assistenza teologica. Trattasi, invero, di conferme, perché il saggio scrittore seduto di fronte a me la sa lunga più di quello che mi fa intendere. Ma è sempre così con Giorgio: tu pensi di poter essere d’aiuto, ma in realtà stai già imparando qualcosa da lui, navigato nella conoscenza dello spirito umano.

Torno a casa con più domande che risposte. Giorgio da cronista, seppur “a modo suo”, incalzava: «Allora Maria non ha sofferto per il parto? I pastori sono stati proprio convocati da un Angelo e poi si è presentata una milizia intera? Erano rimasti non frastornati, ma riflessivi come d’uso nella loro solitudine?». Mi soffermo davanti al presepio della mia parrocchia, lì a un passo dalla chiesa, tanto maestoso e accogliente, pieno di particolari e veridicità. Guardo le statue e medito, ma non sono distratto. Il buio mi avvolge come il silenzio che a una certa ora si può godere anche a Milano, e rimango lì a osservare le statue nella loro composta immobilità. La mente, però, non è a Betlemme – anche se ciò che ho intorno me lo ricorda –, ma a Roma, città dell’Impero governata da Cesare Augusto, emblema del potere, di quella forza ormai stinta anche sui libri di storia sfogliati decenni fa. Il suo fu un progetto ambizioso, censire il suo regno: considerare, cioè, ogni essere vivente quale sua proprietà. Era un voler farsi Dio, sapere tutto e dominare su qualunque realtà. Eppure cosa ci ricordiamo di questo personaggio, oltre al nome e a qualche impresa che or ora neppure mi sovviene? Non si può vivere il Natale cercando di spadroneggiare. Certo, questa insana voglia può riempiere la vita, ma lo fa solo lasciando un vuoto che giorno dopo giorno diviene voragine rigonfia di illusione.

Lascio la capitale con il suo Imperatore per proiettarmi ancora lì, dinanzi a quell’umile capanna e scopro Giuseppe. Che uomo! “Agisce e non dice”, mi vien da pensare con un gioco di parole. Non è muto, al contrario: non ciarla, però, come molto spesso accade agli uomini del nostro tempo, che dicono e disdicono in un attimo, forsanche nella stessa frase. È forte e intraprendente, uomo giusto e capace. È colui che c’è, è presente, non manca mai: il suo esserci è fondamentale, rassicura, rianima, dà speranza.

Poi il mio sguardo si posa su Maria, donna dello stupore, dell’umiltà, bellissima. Sa rileggere nel cuore ciò che avviene; «meditava», riporta il Vangelo con delicatezza. Fa quello che deve fare, avendo fiducia di Dio: «Lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia».

Sorrido quando mi accorgo della simpatia dell’asino e del bue, e intuisco come anche loro aiutino con il caldo fiato a dare un poco di tepore al Re del mondo. Si saranno accorti di chi avevano davanti? O è stata solo una scusa per mangiare di più, come scrisse un cardinale birichino che rileggeva il modo di celebrare le feste natalizie di tanta gente? No – mi dico –, gli animali sono a volte più “intelligenti” degli uomini, perché sanno assecondare meglio l’istinto dato loro dal Creatore.


Gli uomini… sospiro e noto i pastori, gente ai margini, allora, poco considerati, perché non potevano vivere il culto e i riti di purificazione. Quando apparve loro l’Angelo «furono presi da grande timore». Mi chiedo: «Sono o meno sottosopra perché raggiunto da una tale notizia?». Dovrebbe essere lo stato d’animo di Natale, che consentirebbe di partire senza indugio verso la greppia, di trovare quanto annunciato e di raccontare ciò che si è visto e sentito per poi ritornare lodando Dio.

Alzo la testa e adocchio gli Angeli, portano il calore luminoso del messaggio. Rincuorano chi si spaventa, come i pastori: «Non temete»; annunziano una «grande gioia», propongono un segno ed esultano con un «Gloria!». La gioia è contagiosa.

Forse ci è chiesto di essere come gli Angeli, che non annunciano loro stessi o una bellezza vaga del Natale, ma qualcosa di così grande da far scoppiare il cuore. O come i pastori investiti dalla luce e dalla lieta notizia, che permette loro di lasciare il gregge e cambiare, partire, andare e tornare rinnovati e con una grande fede nel cuore, una fede che si fa lode, nonostante le fatiche della vita. Chiedo l’aiuto a Giuseppe e a Maria per vivere davvero da cristiano. Fisso, infine, il posto vuoto dove sarà posto il Bambinello nella Notte Santa: sono qui a riconoscere Gesù come il Messia, l’Atteso, il Salvatore, l’unico che può dare senso al nostro esistere. Se soltanto me ne rendessi conto ogni giorno… Ripenso alle parole di speranza di Giorgio: «Ogni Natale sa quel che fa. Si ripresenta perché possiamo dare gli esami di riparazione».


 

24 dicembre 2020

Il Natale e il Vangelo di Luca (omelia di Benedetto XVI)


Alcuni spunti da un'omelia di Natale di qualche anno fa, pronunciata da Benedetto XVI

"Il racconto del Natale secondo san Luca, che abbiamo appena ascoltato nel brano evangelico, ci narra che Dio ha un po’ sollevato il velo del suo nascondimento dapprima davanti a persone di condizione molto bassa, davanti a persone che nella grande società erano piuttosto disprezzate: davanti ai pastori che nei campi intorno a Betlemme facevano la guardia agli animali. Luca ci dice che queste persone “vegliavano”. Possiamo così sentirci richiamati a un motivo centrale del messaggio di Gesù, in cui ripetutamente e con crescente urgenza fino all’Orto degli ulivi torna l’invito alla vigilanza – a restare svegli per accorgersi della venuta del Signore ed  esservi preparati. Pertanto anche qui la parola significa forse più del semplice essere esternamente svegli durante l’ora notturna. Erano persone veramente vigilanti, nelle quali il senso di Dio e della sua vicinanza era vivo. Persone che erano in attesa di Dio e non si rassegnavano all’apparente lontananza di Lui nella vita di ogni giorno. Ad un cuore vigilante può essere rivolto il messaggio della grande gioia: in questa notte è nato per voi il Salvatore. Solo il cuore vigilante è capace di credere al messaggio. Solo il cuore vigilante può infondere il coraggio di incamminarsi per trovare Dio nelle condizioni di un bambino nella stalla. Preghiamo in quest’ora il Signore affinché aiuti anche noi a diventare persone vigilanti.

San Luca ci racconta inoltre che i pastori stessi erano “avvolti” dalla gloria di Dio, dalla nube di luce, si trovavano nell’intimo splendore di questa gloria. Avvolti dalla nube santa ascoltano il canto di lode degli angeli: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini della sua benevolenza”. E chi sono questi uomini della sua benevolenza se non i piccoli, i vigilanti, quelli che sono in attesa, sperano nella bontà di Dio e lo cercano guardando verso di Lui da lontano?

Nei Padri della Chiesa si può trovare un commento sorprendente circa il canto con cui gli angeli salutano il Redentore. Fino a quel momento – dicono i Padri – gli angeli avevano conosciuto Dio nella grandezza dell’universo, nella logica e nella bellezza del cosmo che provengono da Lui e Lo rispecchiano. Avevano accolto, per così dire, il muto canto di lode della creazione e l’avevano trasformato in musica del cielo. Ma ora era accaduta una cosa nuova, addirittura sconvolgente per loro. Colui di cui parla l’universo, il Dio che sostiene il tutto e lo porta in mano – Egli stesso era entrato nella storia degli uomini, era diventato uno che agisce e soffre nella storia. Dal gioioso turbamento suscitato da questo evento inconcepibile, da questa seconda e nuova maniera in cui Dio si era manifestato – dicono i Padri – era nato un canto nuovo, una strofa del quale il Vangelo di Natale ha conservato per noi: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini”. Possiamo forse dire che, secondo la struttura della poesia ebraica, questo doppio versetto nei suoi due brani dice in fondo la stessa cosa, ma da un punto di vista diverso. La gloria di Dio è nel più alto dei cieli, ma questa altezza di Dio si trova ora nella stalla, ciò che era basso è diventato sublime. La sua gloria è sulla terra, è la gloria dell’umiltà e dell’amore. E ancora: la gloria di Dio è la pace. Dove c’è Lui, là c’è pace. Egli è là dove gli uomini non vogliono fare in modo autonomo della terra il paradiso, servendosi a tal fine della violenza. Egli è con le persone dal cuore vigilante; con gli umili e con coloro che corrispondono alla sua elevatezza, all’elevatezza dell’umiltà e dell’amore. A questi dona la sua pace, perché per loro mezzo la pace entri in questo mondo."

 

24 dicembre 2019

Essere felici a Natale

di Riccardo Zenobi
Ogni anno l’Avvento è puntualmente accompagnato dalle solite polemiche che ci accompagnano fino a Natale, per poi andare in naftalina e ripresentarsi identiche come un post copia-incollato l’avvento dell’anno successivo. Tali diatribe vertono solitamente su due argomenti: il presepe nelle scuole e le (presunte) origini pagane del Natale.

Poiché stare tutti gli anni a rintuzzare gli stessi attacchi non serve a nulla (nel giro di 12 mesi verranno ricopiati dagli stessi autori e spammati come se si stesse dicendo qualcosa di originale) voglio provare a rendere queste polemiche dei veri motivi per essere felici e festeggiare il Natale ogni anno, grazie agli sforzi dei critici e detrattori di Cristo.

Natale è la nascita di una speranza indefettibile, e tale speranza nasce dal fatto che Dio stesso si è reso un semplice ed indifeso bambino, dipendente – Lui, l’onnipotente – dalle cure di una fanciulla e di un uomo di fede. Dio ha tanto amato il mondo e l’uomo da entrare nella storia umana come ci siamo entrati tutti noi: semplici neonati bisognosi di tutto da parte dei genitori, delle cure e del sostegno di altre creature. L’Altissimo si fa toccare e custodire da noi, tanto che la sua vita dipende dalle azioni dei suoi genitori – e infatti di lì a pochi mesi dovrà scappare precipitosamente per salvare la propria vita – e questa novità è talmente grande che fa abbassare tutte le nostre difese e riserve nei confronti di Dio; ciò che prima era per molti versi temuto ora si fa impotente e bisognoso – Lui che è Amore – del nostro affetto. Come si fa a temere un neonato? Lo si può solo amare, e ci si può solo fidare. La speranza portata dal Natale è che la nostra routine quotidiana e la nostra storia sono importanti per Dio stesso, tanto che Egli è nato assumendo la nostra umanità e tutte le nostre dipendenze di esseri umani: dipendenze corporali, genitoriali, culturali e sociali.
La Speranza cristiana è incarnata nel mondo, nelle semplici e banali cose della vita di ogni uomo. Ecco perché anche il presepe è un segno di felicità, e come può questa offendere qualcuno di altre visioni di fede? Perché i non cristiani non dovrebbero essere lieti della gioia dei cristiani? Il tutto a prescindere dalla stessa laicità scolastica: cosa c’è di più umano della gioia? Perché allora ritenere offensivo un bambino che viene al mondo? A Natale non siate bigotti: festeggiate la felicità di chi vi sta intorno invece di chiudervi nelle vostre idee.

Per quanto riguarda l’altro capo d’accusa, le presunte origini pagane del Natale, si tratta di un tentativo di annullare la novità della Speranza cristiana assimilandola a “cose già viste” e tramontate da un pezzo, un modo per dire che non si ha alcun motivo per essere felici perché non c’è nulla di concreto e reale in quel che si festeggia – un po’ come si trattasse della festività civile di uno Stato che non esiste più qual era il Sol Invictus, o rallegrarsi per un dio a cui oggi nessuno presta fede come Mitra. Tutti questi tentativi verranno ripetuti finché il Vangelo sarà annunciato in qualche angolo della terra, segno che la Speranza e la novità evangelica non sono come quelle annunciate dal mondo, ma anzi sono radicalmente diverse da ciò che è mondanamente accettabile: un Dio che entra nella storia e nell’esistenza umana avoca a sé la giustezza e la santità delle relazioni e delle vite, e dà troppo fastidio ad un mondo che vuole costruirsi da solo facendo riferimento solo al proprio potere manipolatorio. Un mondo che ritiene ogni vincolo umano una inaccettabile dipendenza, tanto che anche il proprio corpo e la propria origine è vista come una impotenza radicale a decidere per sé stessi. Cito dall’ultimo link: Il puro potere e la totale impotenza ora convergono in uno e l’uomo diventa il servitore abietto della propria libertà illimitata, un oggetto passivo del potere attivo: uno schiavo della libertà moderna.

Di fronte a questo titanismo di volersi affrancare dalla stessa realtà, il Natale richiama alla bellezza e alla felicità della vita di qualunque essere umano con tutti i vincoli che essa comporta. Talmente bella che Dio stesso ne ha preso parte e l’ha santificata avocando a sé la gioia dell’esistenza. Ecco i motivi per essere felici a Natale, motivi che ci vengono dati dagli stessi nemici di Dio. L’impotenza e la dipendenza di un bambino appena nato sono l’impotenza e la dipendenza di ogni essere umano di fronte a molti aspetti della realtà. Senza il Natale c’è da aver paura di tutto ciò, ma con la nascita del Dio bambino tutto questo diventa mezzo per avvicinarsi a Dio e motivo per essere felice di esistere.


 

La Rivoluzione Cosmica del Natale

di Giorgio Salzano
Il Natale mondano ci assale con le sue manifestazioni più o meno sfavillanti, di una festa di cui non si sa bene se e che cosa festeggi. Si avverte perciò anche un diffuso senso di insofferenza nei suoi confronti, di chi invece di sentirsi coinvolto nella festività ne ricava un senso di fastidio, e non appena lo sfavillio comincia non vede l’ora che sia finito. Triste destino di una società che ufficialmente dichiara di non credere a niente, ma mantiene le apparenze festive di quando si credeva che fosse avvenuto qualcosa da festeggiare. Per cui anche chi ne è ancora convinto rischia di essere investito dallo stesso fastidio. Ma no, io dico, non facciamoci toccare dalle fastidiose apparenze, e riempiamo il loro vuoto della certezza che sì, qualcosa è accaduto e noi lo celebriamo.

Che cosa celebriamo? Il divin bambinello! Puer natus est nobis (come piace dire a un mio giovane amico, amante delle citazioni latine). Oh beh, ci è nato un bambino, e con questo?, bambini nascono dappertutto, ogni minuto di ogni giorno mese anno. Li festeggiamo – quando lo facciamo! – perché rappresentano il rinnovamento della vita (in greco zoē), ma sappiamo anche che la loro vita (in greco bios) è destinata a subire il destino comune di tutti gli uomini: crescere, raggiungere la maturità e poi declinare, sino alla inevitabile fine. Che cosa c’era di speciale dunque in questo bambino chiamato Gesù?
Niente, rispondono gli scettici d’ogni maniera: non è nemmeno esistito, dicono alcuni, è tutta un’invenzione; per altri è esistito, nato come tutti gli uomini, e a seconda delle preferenze un esaltato, un illuso, un grande maestro di morale, ma in ogni caso un fallito morto di morte violenta, che i suoi discepoli per consolarsi hanno proiettato nell’eterno. Il bello, si fa per dire, è che lo scetticismo serpeggia innanzitutto tra gli esegeti biblici, quelli che hanno fatto dello studio filologico della Bibbia (in particolare per quel che riguarda Gesù il Nuovo Testamento) una professione. Saltiamo, si sono detti, venti secoli di tradizione e volgiamoci ai testi, ciò che essi hanno voluto dire su un uomo chiamato Gesù, e vediamo quindi che cosa possiamo intuire tramite essi della sua reale figura. Che questo potesse essere quel che attestano i primi balbettanti inizi della la tradizione, viene escluso in maniera quasi assiomatica, poiché gli esegeti non condividono più il senso del mondo della Chiesa nascente. In mano a loro Gesù si dissolve, e la sua nascita, che a Natale dovremmo celebrare, si perde nelle nebbie della leggenda.

Eppure in Europa abbiamo in base al Natale diviso la storia in “avanti Cristo” e “dopo Cristo”, affermazione di una differenza senza la quale nemmeno le sue odierne negazioni sarebbero concepibili. Dobbiamo però, per comprendere questa differenza, invertire l’atteggiamento degli esegeti biblici, nella misura in cui hanno risentito del programma di demitologizzazione a suo tempo enunciato da Rudolf Bultman, enunciando un programma opposto di remitologizzazione. Quello che intendo è che dobbiamo riconoscere la verità leggendaria dei miti, che cioè essi avevano prima di Cristo una capacità di rendere conto del mondo superiore a quella che diventa corrente quando dopo Cristo la differenza che egli ha fatto viene disconosciuta e negata.

In breve, quel che accade a Natale viene detto all’inizio del Vangelo di Giovanni, dove annuncia che il Logos, che «era presso Dio, ed era Dio», «si è fatto carne». Nasce un puer destinato a instaurare una nuova era del mondo, un’era di giustizia e di pace: troviamo un simile annuncio, poco prima della nascita di Gesù Cristo, nella quarta ecloga di Virgilio, che fu vista perciò in epoca cristiana come una profezia pagana dell’avvento di Cristo stesso. Ma la profezia pagana è in effetti in tutti i miti della “rivoluzione” cosmica, di cui Virgilio è l’eco romana, che si compirebbe con la nascita di un re che segna un nuovo inizio del mondo. Un simile segno di restaurazione del regno è promesso nella Bibbia in Isaia (7, 14), dove dice: «Ecco: la vergine (letteralmente la “ragazza”, la cui verginità era data per scontata) concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele (Dio con noi).» Quella che era promessa in Isaia diventa realtà nell’annunciazione dell’angelo a Maria: «Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù (Dio salva). Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo.» (Luca, 1, 31-32)

Il puer che ci nasce a Natale è destinato con quello che di lui narreranno i Vangeli a trasportarci nella vita di Dio stesso: così l’annuncio evangelico fu inteso all’inizio, e ogni sua diversa lettura è solo frutto dell’immaginazione, pura speculazione dell’esegeta.
Il progetto che di contro alla demitologizzazione esegetica ho chiamato di remitologizzazione mira dunque ad illustrare, nei limiti del possibile, il senso dell’incarnazione del Logos divino. Nascere nella “carne” vuol dire, come per qualunque bambino, essere mortale. Ma quel bambino nato a Betlemme mostrerà da grande che la morte non è l’ultima parola: attuerà nella sua carne i rituali di morte e rinascita ovunque attestati, ed alla sua morte effettiva seguirà la sua effettiva resurrezione.

Di essa Joseph Ratzinger-Benedetto XVI dice, nel capitolo finale del secondo volume del suo Gesù di Nazaret: «nella resurrezione è avvenuto un salto ontologico che tocca l’essere come tale, è stata inaugurata una dimensione che ci interessa tutti e che ha creato per tutti un nuovo ambito della vita, dell’essere con Dio.» Ma questo “salto ontologico” si era già realizzato, per quanto nascostamente, nella nascita verginale, in una donna che preserva, pur diventando madre, la piena potenza della vergine: preservazione umanamente impossibile, e quindi manifestazione in lei di una potenza divina. Avviene perciò in lei, dice ancora Joseph Ratzinger-Benedetto XVI in L’infanzia di Gesù, «un nuovo inizio, ricomincia in modo nuovo l’essere persona umana».

Con Cristo, di cui si celebra la nascita a Natale, l’idealità dei discorsi degli uomini, con cui essi si rendono conto del mondo in cui vivono, diventa pienamente realtà (il “salto ontologico”) in un uomo che tutta la incorpora. Dopo Cristo si è quindi pervenuti a riguardare ogni uomo, nella sua pura e semplice corporeità, come persona giuridicamente tutelata dal diritto. E questo rimane anche quando Cristo viene negato; ma allora l’idealità precristiana appare tutta risolta nel minimo comune denominatore della corporeità, come nella concezione odierna che non vuol conoscere altro che individui umanamente indifferenziati, sempre però tentati dalla riaffermazione di ingiuste differenze. Inconcepibile prima di Cristo. Ciò dà in negativo il senso della permanente centralità della celebrazione natalizia: celebrazione di quel bambino la cui nascita fa sempre la differenza nella storia che viviamo e raccontiamo. Assimilandoci a Cristo, rinascendo con lui, ci rendiamo conto di noi stessi come persone che rappresentano nel proprio essere corporeo l’idealità di un gioco amoroso, reciproca dedizione che ci rende partecipi della vita stessa di Dio.


 

25 novembre 2019

Consigli di lettura per Natale. Schegge Riunite

Fra un mese è Natale e come ogni anno nessuno sa cosa regalare o cosa regalarsi. A venirci in aiuto sono sempre loro, i libri. In mezzo a tante buzzurrate che affollano gli scaffali, l'editoria moderna regala ancora pezzi di valore.
Oggi parliamo dell'editrice indipendente "Schegge riunite" (sito qui), che dà spazio ad autori emergenti e riedita capolavori del passato, come quelli di Salgari e Chesterton.
Di seguito una selezione di titoli meritevoli.

IL FIUME DI FUOCO
di Michele Silvi (autore esordiente, romanzo alla George MacDonald)

In una casa buia un bambino viene ucciso con un pugnale maledetto da suo padre che lo identifica con la causa della malattia di sua moglie. Questa miracolosamente guarisce ma si rivolge alla Strega per riavere suo figlio. La Strega acconsente a riportarlo in vita, ma da quel momento il bimbo sarà suo, e subito il corpicino si trasforma, il bambino diventa un uomo grande e grosso con capelli e occhi bianchi, abbracciando sua madre la carbonizza, guardando negli occhi suo padre lo uccide sul colpo.
Ishramit, questo il suo nome d'ora in poi, viene affidato alle cure di un non meglio noto Marchese, che spera di approfittarsi di questi misteriosi poteri. È nel suo castello che incontrerà Franz, un piccolo brigante che ci si era introdotto per rubare del pane, che in quell'uomo dalle sembianze mostruose, di cui tutti sono terrorizzati, vedrà piuttosto un modo per non essere costretto a rubare per vivere. Costretti a lasciare il castello, i due partono per un viaggio dalla meta incerta, guidati soltanto dalle misteriose direttive di un uomo bendato: Ishramit riceverà l'investitura da cavaliere e Franz, che ha sempre voluto essere un cavaliere, sarà suo scudiero finché, al termine di un cammino faticoso e ricco di incontri con le presenze misteriose e malevole che abitano quel regno sconosciuto, non sarà pronto a diventare cavaliere a sua volta. Soltanto allora Ishramit potrà essere libero dalla sua condizione, che gli impedisce di trovare riposo persino nella morte.

...Nel frattempo, qualcuno si sveglia e si accorge di essere immerso in un liquido rosso che lo brucia fin nel midollo. Fuoco... o sangue? Una forza misteriosa lo conduce in superficie e lo spinge a risalire la corrente, mentre la strana sostanza sembra consumarlo e nutrirlo al tempo stesso.

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MAGIA: UNA COMMEDIA FANTASTICA
Di Gilbert Keith Chesterton, tradotto da Edoardo Dantonia

Camminare nel paese delle fate può essere pericoloso: si può impazzire o, cosa ancora più grave, ci si può innamorare. I protagonisti della vicenda sono paradossali, a tratti caricaturali, ma vivi come solo i personaggi chestertoniani possono esserlo. Vivi e vitali, dirompenti e divertenti, sono pensati per essere interpretati da attori; ma la storia si legge perfettamente come un racconto, come disse l'autore stesso. Il Chesterton commediografo non è molto popolare, alcuni lo ritengono persino mediocre; ebbene, Magia è un'occasione d'oro per cambiare idea.L'edizione è dotata di testo a fronte

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APOLOGHI E NOVELLETTE
Di San Bernardino da Siena

Le opere di San Bernardino da Siena segnano profondamente il XV secolo. I suoi consigli spirituali toccano sempre gli aspetti pratici della vita, tanto che i suoi nemici peggiori furono le case da gioco e gli usurai. Qui sono raccolte le opere di maggior respiro narrativo.

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Ciò che resta dell'humano: Questioni sul pensiero, il postumano e la fine della storia 
Di Matteo Bergamaschi, Saggio filosofico
“Vogliamo pensare l’umanesimo, e vogliamo pensarlo ora, per il nostro tempo, per il nostro presente. Non l’essenza dell’uomo, la sua struttura o la sua storia – l’umanesimo non è un’antropologia.”Vogliamo investigare quel particolare rapporto con i testi (con «il significante», come diremo) che caratterizza in profondità una proposta umanistica.L’umanesimo ci sottopone la questione del testo e dei testi, la questione della lettera: per questo abbiamo scritto «humano». Esso è una questione urgente, l’humano cioè è minacciato: ecco che si profila all’orizzonte una nuova barbarie, una barbarie dal volto pulito e ben rasato, la barbarie dell’inglese, dell’informatica e dell’impresa.

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IL DILUVIO
Di Henryk Sienkiewicz, Romanzo storico

C'è stato un tempo in cui due fra le più grandi e potenti nazioni europee vennero a scontrarsi in una guerra senza precedenti. Quale fra la modernissima Svezia e il vecchio e solido Commonwealth Polacco-Lituano sarà a prevalere? E quale fazione sceglierà Andrea Kmita, trovatosi in mezzo tra tradimenti e lealtà compromesse? Henryk Sienkiewicz (poi autore di Quo Vadis) racconta una delle grandi storie che rifondarono la Polonia quando ormai da tempo non esisteva più e che gli valsero il Nobel per la letteratura, unica della Trilogia ad essere tradotta in lingua italiana.

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27 dicembre 2018

Il vero Natale cristiano

di Amicizia San Benedetto Brixia
Vado concludendo la lettura de “Il segreto di Benedetto XVI” (A. Socci, Rizzoli, Milano 2018, pp. 184-185) e mi soffermo su di una considerazione che, alla vigilia del Santo Natale, assume un aroma del tutto unico: “La Madonna, con le apparizioni di Fatima, scende sulla Terra prendendo come interlocutori tre bambini cristiani di un remoto villaggio del Portogallo. La Regina dei profeti entra nella storia del Novecento chiedendo l’aiuto di tre bambini - nientemeno - per salvare l’umanità”. Quindi Socci prosegue citando un brano della sua stessa indagine fatimita: “Così i piccoli e i semplici salvano il mondo, all’insaputa dei giornali, degli intellettuali e delle cancellerie” (Il quarto segreto di Fatima, Rizzoli, Milano 2006, p. 183).

Il mistero del Bambino di Natale non è un mistero di tenerezza, almeno non nel senso morbido dei dolciumi tradizionali, è un mistero di redenzione e di compartecipazione. L’innocenza primordiale del Bambinello ci salva; la purezza dei redenti compartecipa alla salvezza; il cristiano è dunque chiamato a testimoniare quotidianamente questo mistero e a viverlo nella propria carne.

Così si illumina di significato puntuale la successione delle memorie liturgiche dei giorni successivi: la solennità del Santo Natale sfocia nella festa del Protomartire Stefano per poi sostare sulla memoria dei Santi Innocenti martiri.

Non la sdolcinatezza ma la volontà di “ottenere la conversione per i peccatori” che poi significa voler “salvare il mondo” (Ibidem) fonda la realtà dell’Incarnazione e ne detta le condizioni di attualità per chi oggi voglia ancora commemorarla.

Gli altri, coloro che non accettano di essere associati a tale mistero, evidentemente non la commemorano: la consumano. E forse questo è il senso più deteriore del consumismo neo-pagano. Non tanto la frenesia della corsa ai doni - essi, se ben compresi, possono al contrario manifestare, per quanto in superficie, la letizia che scaturisce dalla grotta di Betlemme - quanto l’apostasia dall’imperativo soteriologico (il comandamento amoroso a farci salvatori sulle orme del Salvatore) è ciò che più deve allertare.

E per concludere, in questa luce si comprende la ragione che faceva del tempo di Avvento un periodo di penitenza, meno faticosa di quella quaresimale ma pur sempre esigente, al punto che nei secoli addietro l’Avvento era “designato espressamente e consacrato con la penitenza come una seconda Quaresima, sebbene con minor rigore” (P. Gueranger, L’anno liturgico, vol. 1, Fede e Cultura, Verona 2016, p. 26)

Mi pare che proprio l’Avvento come occasione di penitenza andrebbe recuperato per aiutarci a vivere il Natale come un autentico tempo di Carità, mettendoci in condizione di vivere spiritualmente la tensione amorosa salvifica del Dio Incarnato. In alternativa teniamoci il consumismo dei neo-pagani o la corsa al volontariato post-socialista dei religiosi secolarizzanti: l’uno e l’altro affatto lontani dalla sconvolgente novità di Betlemme!

 

24 dicembre 2018

Indagine sul Natale (di G.Guzzo)

di Giuliano Guzzo
Per onestà dobbiamo riconoscere che buona parte del Natale, così come lo conosciamo oggi è in effetti “invenzione“. E’ così per il Babbo Natale di rosso vestito, trovata pubblicitaria della più globale delle bevande, la Coca-Cola; il presepe pare risalga al 1223 quando San Francesco – ottenuto il placet di papa Onofrio III – ne costruì il primo “ufficiale” a Greccio, piccolo paese laziale, anche se esistono testimonianze ancora precedenti che raccontano del grande interesse per il presepe da parte dei monaci cistercensi, persuasi più di tutti dell’importanza di far conoscere alla gente ogni fase della vita di Gesù. E’ “invenzione“, infine, pure l’albero, tradizione inaugurata, pare, nel 1521 a Sélestat, località dell’Alsazia nella cui Bibliothéque Humaniste sono conservati documenti che – per la prima volta – attestano l’esistenza di un albero devozionale abbellito e decorato.

Anche se non si direbbe, risulta tradizione tardiva pure l’idea dei doni, degli auguri e del pranzo natalizio: trattasi, in questo caso, di un’eredità culturale che celebriamo a partire dall’epoca vittoriana. Più precisamente, il merito è tutto di A Christmas Carol di Charles Dickens, racconto che vide le stampe il 18 dicembre 1843 riscuotendo subito successo e vendendo ben 6.000 copie in appena una settimana. George Orwell, non a caso, dirà che a Natale è «automatico» pensare a Dickens. Accanto a questi dati di fatto, che ci ricordano come il Natale contemporaneo sia in effetti una riuscita stratificazione di tradizioni e usanze differenti per origine storica e geografica, da tempo si sta facendo largo, negli scaffali delle librerie e negli interventi degli intellettuali, un’idea di per sé non nuova ma che non smette di affascinare, vale a dire la convinzione che, dopotutto, la stessa ragion d’essere del Natale, ossia la nascita di Gesù tramandataci dai Vangeli, non sia che un’invenzione.

Pensiamo ad una delle ultime fatiche di Corrado Augias, Inchiesta sul Cristianesimo come si costruisce una religione, testo che sin dal titolo mira ad equiparare il Cristianesimo ad un artificio politico, ad un abuso di credulità popolare. Oppure pensiamo a Michel Onfray, che nel suo Traité d’athéologie(2005) scrive:« Con ogni evidenza Gesù è esistito come Ulisse e Zarathustra». Gli fa eco Piergiorgio Odifreddi, che in una delle sue fatiche sostiene che «il Gesù dei Vangeli non è altro che una costruzione letteraria»( Perché non possiamo essere cristiani, Longanesi 2007, p.104). Vi sono poi tentativi più tiepidi e leggeri, quasi comici a dir il vero, di criticare la storia di Gesù e della sua nascita, come quello proposto – non si è capito se volontariamente o meno – da Eugenio Scalfari, il fondatore di Repubblica, secondo cui vicino al Bambino, accanto all’asino, anziché il canonico bue, vi sarebbe stata «una mucca» (L’Espresso, 10/1/2008, p.154).

Decisamente meno morbidi sono stati invece i toni usati da Marcello Craveri e della sua Vita di Gesù (Feltrinelli, 1966), opera fortemente critica sulla vita di Gesù così come siamo abituati a immaginarla. A seguire ed estremizzare queste tesi ci ha pensato, in tempi recenti, Luigi Cascioli, ex prete nonché autodidatta di storia del cristianesimo arciconvinto che Gesù sia una creazione truffaldina della Chiesa delle origini, che avrebbe stravolto la storia di un personaggio del II secolo – a dire di Cascioli – realmente esistito, Giovanni di Gamala. Per meglio rendere l’idea della stravaganza delle tesi di Cascioli è sufficiente ricordare il titolo dell’opera che egli ha scritto e pubblicato a sue spese, La Favola di Gesù Cristo.

Chissà se Bruno Bauer, il teologo berlinese che nella prima metà dell’Ottocento dubitava dell’esistenza storica di Gesù, si sarebbe immaginato – dopo quasi due secoli – di avere ancora così tanti discepoli pronti a riproporre le sue tesi. Il punto è che oggi, lo scetticismo nei confronti della nascita e dell’esistenza di Gesù, non è più un fenomeno ascrivibile solo ad atei praticanti quali Augias ed Onfray. Basti ricordare quanto riferito ai microfoni della Bbc da Rowan Williams, arcivescovo di Canterbury nonché massima carica della Chiesa anglicana, a detta del quale «il mito della natività non è altro che una leggenda» (Avvenire, 21/12/07, p.27).

Anche tra i giovani iscritti a percorsi di studio universitari, la conoscenza di Gesù risulta contrassegnata da una confusione che sconfina talvolta nel ridicolo. A questo proposito, è significativo riprendere quanto ricordato dal filosofo Giovanni Reale: « Un collega mi ha detto che nel corso di un esame, alla domanda che il candidato dicesse chi era Cristo, quel candidato rispose che si trattava di un autore che pubblicava le sue opere per l’editore Mondadori. E la risposta veniva data da uno studente universitario, con alle spalle tutte le scuole elementari, medie e superiori. Si tratta di un monstrum dal punto di vista culturale, di cui non avevo mai sentito l’uguale » (Il Giornale, 14/8/2009, p.10).

Dinnanzi ad affermazioni ed episodi così gravi e sconcertanti, è bene interrogarsi e chiedersi se quella del Natale non sia davvero tutta una fiaba di successo, una sorta di best-seller ante litteram. Allarmato da questa tendenza a screditare la storicità della figura di Gesù, lo stesso Santo Padre – autore, fra l’altro, di un recentissimo volume sull’argomento – già nel corso dell’udienza tenuta il 3 gennaio 2007 denunciava con forza il « dramma del rifiuto di Cristo, che, come in passato, si manifesta e si esprime, purtroppo, anche oggi in tanti modi diversi […] dal netto rigetto all’indifferenza, dall’ateismo scientista alla presentazione di un Gesù modernizzato o postmodernizzato […] oppure un Gesù talmente idealizzato da sembrare talora il personaggio di una fiaba ».

Ora, per tentare di replicare a questa diffusa tendenza culturale, potremmo partire chiedendoci quali indizi possano in effetti suffragare la dimostrazione dell’esistenza storica di Gesù. Ebbene, gli indizi in tal senso abbondano: di Gesù troviamo ampia traccia, oltre che nei Vangeli canonici, anche in quelli apocrifi e pure nelle testimonianze di diversi autori non cristiani, tra i quali ricordiamo: Giuseppe Flavio, Plinio il Giovane, Mara Ben Serapion, Luciano di Samosata, Celso e, dulcis in fundo, Tacito, il più grande storico romano. A farci accantonare in modo definitivo l’idea di Gesù quale personaggio leggendario è poi, a ben vedere, il Cristianesimo stesso, a partire da quello degli apostoli, dei quali si conservano ancora oggi le reliquie: possibile che costoro si siano dati alla predicazione, incuranti persino del martirio, per annunciare il verbo di un personaggio mai esistito?
Perfino Rudolf Karl Bultmann, il teologo luterano pioniere di un metodo – quello storico critico – volto a ridimensionare fortemente, quando non del tutto la divinità di Gesù, se la rideva di quanti negavano l’esistenza storica di Gesù asserendo che « il dubbio che Gesù sia realmente esistito è infondato e non degno di essere confutato. Nessuna persona sana di mente può dubitare che Gesù stia dietro come fondatore al movimento storico, il cui primo livello distinto è rappresentato dalla comunità in Palestina ». Assodata quindi – sia pure in estrema sintesi – la storicità di Gesù, possiamo approfondire un’analisi del Natale vagliando i punti nodali della questione.

Iniziamo con l’attesa messianica. L’Antico Testamento risulta letteralmente costellato di profezie concernenti l’avvento di un dominatore del mondo: nella sua Indagine su Gesù (Rizzoli, 2008) Antonio Socci ne ha conteggiate quasi trecento. Come ci ricorda il vaticanista Andrea Tornielli nel suo Inchiesta su Gesù Bambino (Gribaudi, 2005) già nella IV Egloga di Virgilio si annuncia la venuta di un puer, un fanciullo che «riceverà la vita dagli dei […] reggerà il mondo pacificato per le virtù paterne», e grazie al quale l’« età del ferrò cesserà e (quella) dell’oro sorgerà in tutto il mondo ».
Un’attesa, quella del Messia, decisamente fondata e diffusa dunque, tanto è vero che spaventò, e molto, Erode. A questo proposito, J. Schniewind annota: « La paura per la venuta del Messia (cioè del Figlio di Davide definitivo, del figlio di Dio aspettato dalla fine dei tempi dai re di Israele) ha veramente caratterizzato gli ultimi anni della vita di Erode […] la tradizione di quel tempo narra anche di consultazioni di Erode con gli scribi a riguardo delle affermazioni regali dell’Antico Testamento: il punto critico di Erode, come sovrano, consisteva nel fatto che, edomita qual era, stava al di fuori dell’attesa regale dell’Antico Testamento, della speranza messianica ».

Compresa, sia pure per sommi capi, la fondatezza storica della figura di Gesù Cristo – fondatezza, giova ricordarlo, per nulla inferiore, sul piano documentale, a quella di altri grandi personaggi storici quali Alessandro Magno – e ricordato il clima di attesa che permeava il mondo ebraico dell’epoca, passiamo ora a ricostruire più da vicino l’avvenimento del Natale. Dove e quando nacque Gesù? Precisiamo subito che ignoriamo se effettivamente il Bambino nacque, come siamo soliti immaginare, di notte; i Vangeli canonici non dicono nulla in proposito e ci sono ottime ragioni per ascrivere la paternità di questo particolare al Sant’Ambrogio che, nei suoi Inni, scrive: « Risplende già il tuo presepe/la notte effonde la tua luce,/ che nessuna tenebra offuschi,/ma splenda d’inesauribile fede ».

Quanto al dove Gesù sia nato, mentre Marco e Giovanni iniziano la loro narrazione dalla sua predicazione, com’è noto sia Matteo che Luca riferiscono, nominandola sette volte, di Betlemme. E poiché vi sono prove attestanti come Betlemme, già a partire dai primi secoli dopo la nascita Gesù, fosse meta di molteplici pellegrinaggi, non si vede ragione – con buona pace di Ernest Renan, secondo cui il Bambino nacque a Nazaret (Cfr. Vie de Jésus, 1863, p. 19) – per dubitare dell’indicazione dei due evangelisti. Tanto più che l’imperatore Adriano – dopo averla rasa al suolo con l’intento di trasformarla da luogo di culto cristiano (quale già era) a sito di culto pagano – nell’anno 135 consacrò Betlemme al dio Adon, ed è sempre, guarda caso, sull’area della grotta della natività che i romani piantano un bosco sacro. Tra l’altro va ricordato che esiste, nell’Antico Testamento, una esplicita profezia che riconosce quella città come luogo speciale, dove sarebbe nato un Messia.

E’ il libro del profeta Michea (5, 1-3), dove possiamo leggere: « E tu Betlemme di Efrata / così piccola per essere fra i capoluoghi di Giuda / da te mi uscirà colui che deve essere il dominatore in Israele ». A quanti sostengono che l’evangelista Matteo, soprattuttto per quanto riguarda i 48 versetti “natalizi” della sua narrazione, abbia “inventato” tutto di sana pianta proprio a partire dalle profezie dell’Antico Testamento (il che spiegherebbe, a detta di costoro, l’impressionante convergenza fra queste ed il contenuto evangelico), facciamo rispondere da uno cattolico autorevole ma certo non tacciabile di chiusure pregiudiziali, mons. Gianfranco Ravasi: « L’ipotesi è piuttosto stravagante. Come, infatti, si può “creare” tutto il racconto dei Magi dalla profezia di Michea che […] parla solo di Betlemme? Come “inventare” a partire dall’oracolo di Isaia sulla “vergine” che genere l’Emmanuele tutto il racconto che in realtà è un’annunciazione a Giuseppe? » (I Vangeli di Natale, San Paolo, 1992, p. 31).

Se, nonostante le inevitabili divergenze, si può dunque ritenere assai fondata l’idea che Gesù – conformemente a quanto insegna la tradizione – sia nato a Betlemme, più dibattuto, fra gli storici, è l’anno della sua nascita. Qui non ci sono certezze e l’ipotesi più condivisa è che Gesù possa essere nato fra il 6 e 7 a.C. Il punto di partenza per comprendere questa ipotesi è Luca, che scrive: « In quel tempo fu emanato un editto da Cesare Augusto per il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento ebbe luogo quando Quirinio era governatore della Siria. Tutti andavano a farsi iscrivere, ciascuno nella propria città. E anche Giuseppe salì dalla Galilea, nella città di David, chiamata Betlemme, perché egli era della casa e della famiglia di David, per farsi iscrivere insieme a Maria, sua sposa, che era incinta » (Lc. 2, 1 -2). Ora, è provato che Publio Sulpicio Quirinio, nativo di Lanuvium, condusse un censimento in Siria e in Giudea nell’anno 6 d.C. Ma poiché Luca (1,5) e Matteo (2,1) asseriscono concordi che Gesù nacque prima della morte di Erode, avvenuta, secondo Giuseppe Flavio, nel 4 d.C., molti usano questa apparente contraddizione per accusare Luca di essere contraddittorio.

In realtà, come ricorda la storica Marta Sordi (1925-2009), Luca non era affatto sprovveduto ed era, anzi, perfettamente al corrente dell’esistenza del censimento del 6 d.C, al quale peraltro allude con chiarezza (At 5,37). Infatti costui, a scanso d’equivoci, parla esplicitamente di un « primo censimento» (2,2 «apographé prote») nell’epoca in cui Quirinio era legato della Siria. Il punto è che esiste, oltre a questo, un censimento fatto in Giudea da Senzio Saturnino, governatore di Siria fino al 7 a.C. e poi impegnato, probabilmente per la successione del trono di Armenia. L’ipotesi più verosimile appare allora la seguente: che il primo censimento, quello iniziato da Senzio Saturnino, sia stato poi continuato da Quirinio quando questo, prima del 6 a.C., aveva finito la guerra contro gli Omonadensi, e reggeva temporaneamente la legazione di Siria. Anche lo storico Giulio Firpo concorda e aggiunge: « Un altro indizio può suffragare questa ricostruzione: nel 7 a.C., ai sudditi di Erode fu chiesto di giurare fedeltà ad Augusto. Era una richiesta frequente nei censimenti provinciali e secondo molti può essere collegata al censimento ricordato da Luca » (Storia e Dossier, anno VI, n.56, 1991, p. 39).

Non manca neppure chi sostiene, forte di argomenti interessanti, un’altra datazione (Cfr. Loconsole M. Quando è nato Gesù?, San Paolo 2011). Anche perché, guardando ai fenomeni astrali, dopo il 6 e 7 a.C., si sono verificarono altri eventi interessanti e che potrebbero essere ricondotti al fenomeno definito da Matteo come stella. Per esempio le numerose e significative congiunzioni planetarie che si verificarono tra il 3 ed il 2 a.C.: 12 agosto del 3 a.C. la congiunzione di Giove e Venere; il 14 settembre Giove si congiunse con Regolo (con replica, l’anno dopo, il 17 febbraio); il 17 giugno 2 a.C. si registrò una spettacolare congiunzione tra Giove e Venere nella costellazione del Leone, il 27 agosto di quell’anno, poi, nella costellazione del Leone si congiunsero addirittura quattro pianeti (Giove, Venere, Marte e Mercurio) e, dulcis in fundo, dal 12 agosto del 3 a.C. Giove, ritenuto il pianeta dei re, è sempre presente e dal 2 a.C. – combinazione proprio attorno al 25 dicembre di quell’anno! -inverte il proprio moto rispetto alle stelle fisse più vicine, in pratica – ha osservato Ruggero Sangalli (Cfr. Giove, la stella dei magi, La Bussola Quotidiana, 17/12/2011) – “fermandosi” in cielo.

«Evitiamo – mi ha scritto sempre Sangalli, a commento di un mio articolo sul tema – per quanto ci è possibile, di continuare a screditare la storicità dei fatti, mettendo in dubbio l’attendibilità dei vangeli senza nemmeno mettere in dubbio che a essere fuori strada siano quelli che lo fanno. Luca si accredita come uno storico preciso e infatti lo è. Gesù nacque sul finire del 2 a.C., trent’anni prima del XV anno di Tiberio. L’astronomia conferma: c’erano in atto singolarissime ed eccezionali congiunzioni planetarie. La storia ribadisce: Giuseppe Flavio pone la morte di Erode quasi quattro anni dopo quello che le pessime esegesi gli fanno dire. L’archeologia attesta che il censimento voluto da Augusto era in atto. La biologia aiuta: le pecore danno alla luce gli agnellini a fine autunno (fotoperiodo degli ovini). La tradizione ebraica e la Sacra Scrittura consolidano tutti gli indizi »

Ciò nonostante – lo dicevamo poc’anzi – per molti studiosi Gesù sarebbe nato tra il 6/7 a.C., ipotesi a cui ci conduce anche la citata e triplice congiunzione tra Saturno e Giove, evento previsto dagli astrologi orientali e che spiegherebbe la venuta dei Magi. Magi che, vale la pena sottolinearlo, non sono nemmeno loro frutto di fantasia. Matteo li racconta come nobili pellegrini e sapienti astronomi, anche se – è vero – i nomi Baldassarre, Gaspare e Melchiorre sono figli della tradizione medievale. Da parte loro, alcuni storici sostengono come le loro spoglie di questi Magi, da Costantinopoli, sarebbero state portate a Milano dal vescovo Eustorgio, mentre altri studiosi affermano che le loro reliquie siano giunte in Italia in seguito alle Crociate. Una cosa risulta certa: le spoglie dei Magi, nel 1162, si trovavano in Lombardia, e da qui, due anni dopo, sarebbero state portate a Colonia da Federico Barbarossa fino a quando, nel 1903, alcune di queste reliquie furono restituite simbolicamente da Colonia a Milano, precisamente a Brugherio, unica località italiana poter vantare la custodia di qualche resto dei nobili e colti adoratori di Gesù.

Tornando alla datazione del Natale, se c’è dibattito sulla questione dell’anno, su quella del giorno si consuma una vera e propria diatriba. E’ difatti diffusa, specie fra persone con una certa istruzione, l’idea che il 25 dicembre come data natalizia fu una scelta convenzionale della Chiesa, promossa per soppiantare il culto pagano del Sol Invictus. Orbene, su quest’idea andrebbe fatta chiarezza. Anzitutto specificando che questa ipotesi – avanzata verso la fine del XII secolo dal vescovo siriano Jacob Bar-Salibi (Cfr. Christianity and Paganism in the Fourth to Eighth Centuries, Ramsay MacMullen, Yale, 1997, p. 155) – viene spesso venduta come una certezza mentre invece è, per l’appunto, solo una ipotesi; peraltro discutibile. Infatti, se la prima citazione della celebrazione del Natale cristiano al 25 dicembre proviene da Ippolito di Roma, martirizzato nel 235 d.C., pare non si abbiano fonti storiche antecedenti, ma solo successive, che alludono al culto Sol Invictus. Ad ogni modo, il 25 dicembre non è comunque una data inventata o frutto di una scelta “politica”.
Vediamo perché considerando – ancora una volta – quanto riferisce il vangelo di Luca dove si spiega che l’Angelo del Signore, Gabriele, sei mesi prima dell’annunciazione a Maria (Lc 1, 26-38), alla conclusione della solenne e quotidiana celebrazione sacrificale, annunciò all’anziano sacerdote Zaccaria che avrebbe avuto un figlio dalla sua sposa, l’anziana e sterile Elisabetta. Ora, noi sappiamo che nel santuario di Gerusalemme David aveva disposto che i «figli di Aronne» fossero distinti in 24 taxis – sebaot in ebraico – ossia i “turni”. Questo significa che, avvicendandosi in ordine immutabile, tali “classi“, dovevano prestare servizio liturgico per una settimana, da sabato a sabato, due volte l’anno.

Ebbene, grazie ad uno studioso israeliano, Shemarjahu Talmon, che ha esaminato, servendosi del Libro dei Giubilei, la successione dei sopraccitati 24 turni sacerdotali, sappiamo che «il turno di Abia », quello di Zaccaria, corrispondeva all’ultima settimana di settembre. Un dato questo, che corrisponde al rito bizantino che, da secoli, celebra l’annuncio a Zaccaria il 23 settembre. E quindi, se consideriamo che l’Annunciazione a Maria è fissata quando Elisabetta era al sesto mese – ed è infatti festeggiata dalla Chiesa il 25 Marzo -, capiamo come sia tutto tranne che fantasioso credere che nella notte tra il 24 ed il 25 dicembre, in quel di Betlemme, sia effettivamente nato un Bambino di nome Gesù, un puer destinato a cambiare la storia.

Ora, considerazioni come quelle sin qui svolte non hanno – né potrebbero avere, vista la loro brevità – la pretesa di esaurire il dibattito e men che meno di archiviare questioni che, almeno fra gli specialisti, sono tutt’ora motivo di discussione. Ciò che invece premeva era mettere ciascuno di noi nella condizione di capire che il Natale che festeggiamo tutto è fuorché la rievocazione di una leggenda. Certo – lo abbiamo ammesso sin dall’inizio – vi sono molti elementi a noi familiari, dall’albero all’idea del pranzo natalizio, che nulla hanno a che vedere con l’autenticità storica del Natale. Vi sono tuttavia molte ragioni per credere che venti secoli fa qualcosa di davvero straordinario sia accaduto, e che quel qualcosa, ancora oggi, abbia molto a vedere con l’autenticità della nostra vita.


 

30 dicembre 2017

La caccia a Gesù Bambino


di Giuliano Guzzo


Prima l’incommentabile scempio di Bolzano, col presepe profanato a colpi di oscenità, poi il furto di Trento, con la statua di Gesù Bambino rubata, mentre a Castelfranco Veneto, provincia di Treviso, durante la notte di Natale, appena poche ore dopo essere stato riposto Maria e San Giuseppe, il Bambinello è stato prima sottratto e poi gettato tra i rifiuti, in un fossato poco lontano. Non è andata meglio a Carpi dove, proprio davanti alla cattedrale, la testa di Gesù è stata addirittura decapitata.

Ora, è di tutta evidenza che, se in così poco tempo – e con altrettanta inciviltà –, fossero stati oltraggiati simboli di altre realtà religiose e sociali, la grancassa mediatica sarebbe all’opera per denunciare l’allarme islamofobia, quello del razzismo o dell’omofobia. Diciamo pure che, per molto meno, il mondo politico italiano, per settimane, si è interrogato animatamente sulla cosiddetta «onda nera», lasciando intendere all’uomo della strada che il rischio del ritorno del nazifascismo fosse dietro l’angolo.

Dato che invece, in questi giorni, ad essere preso barbaramente di mira è Gesù Bambino, tutto va ben, madama la marchesa. Solo bravate, ragazzate, casi isolati. E i cattolici, da bravi, tutti in silenzio, quando l’associazionismo mussulmano o quello Lgbt, al loro posto, avrebbero già denunciato il tutto ai quattro venti, indetto manifestazioni, occupato piazze. Sorge così il dubbio, assai amaro in una vicenda che amarissima lo è già, che non vi sia, in molti, la consapevolezza della gravità dell’accaduto.

Quasi che Natale non fosse stato l’altro giorno, ma decenni fa. Quasi che a subire in silenzio, poi, ci si guadagnasse qualcosa. Quasi che nel Vangelo vi fosse scritto che le offese a Gesù vanno bene, sono nelle cose, purché si approvi lo ius soli o, almeno, non si critichi l’immigrazione. Pare un incubo, invece è la realtà. E prima se ne prenderà atto, svegliandosi da questo sonno della ragione – che a ben vedere è pure, se non anzitutto, sonno della fede – e meglio sarà per tutti. Non ne va, infatti, della libertà religiosa bensì del pilastro della nostra malandata civiltà.

https://giulianoguzzo.com/2017/12/28/la-caccia-a-gesu-bambino-che-non-scandalizza-nessuno/



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28 dicembre 2017

Dacci oggi la nostra eresia quotidiana/05: Ci sono cose molto più importanti rispetto alle feste


del Cardinale del Sacco

Natale è alle porte sebbene quest’anno, e probabilmente per la prima volta, non sembra che stia per giungere quella che, universalmente, è conosciuta come la Festa e non una festa: gli addobbi sono diminuiti fortemente; i programmi televisivi stentano a parlare della questione (se non da un mero punto di vista economico e consumistico); di presepi neanche a parlarne. Resiste ancora Babbo Natale anche se in molti centri commerciali ormai si utilizzano più immagini di elfi che del Grassone Rosso: è innegabile che anche il Natale potrebbe morire ed una semplice passeggiata nella Stazione Termini di Roma può aiutare a comprendere quanto appena descritto.

Attenzione, però: è giusto che questo Natale muoia giacché non è il Natale ma solo una sua brutta copia (che, in quanto tale, viene dal maligno in quanto mera Scimia Dei). Ma si potrebbe dire che anche da un punto di vista religioso – mi si permetta la contrapposizione ma solo per esigenze di tipo logiche e comparatistiche – le cose non vanno meglio: l’altro giorno un’autorità (si dice il peccato e non il peccatore) ha utilizzato la cerimonia di scambio degli auguri per potersi dedicare ad una filippica contro i suoi detrattori; le persone che si confessano (e che, pertanto, vorrebbero trovarsi purificati dinanzi alla mangiatoria del Puro) sono sempre di meno; le Messe faticano ad attirare fedeli comuni e natalini; ormai anche nelle Chiese e nei gruppi di catechismo i presepi sono diventati merce rara. Se dunque Atene piange, Sparta non ride: attenzione, però, anche in questo caso abbiamo perso la bussola in quanto non si può pretendere che ci si comporti come se quel Bambino fosse Dio quando invece non è più riconosciuto come tale (o, addirittura, viene negato come se fossimo ai tempi di Ario).

È giusto pertanto che anche il cosiddetto Natale religioso muoia perché non è possibile che esista un Natale laico ed un Natale per i cristiani: Natale infatti o è cristiano, o non è. O si fa il presepe o non lo si fa. O si crede che Gesù è Dio o non lo si crede. O ci si confessa per poter essere il più possibile vicino alla Santa Famiglia nella grotta di Betlemme o stiamo semplicemente facendo una seduta di psicanalisi. O la Vergine è tale, o non lo è. O l’Infinito ha squarciato i cieli facendo piovere dall’alto il Giusto oppure, come ha fatto Comunione e Liberazione quest’anno con il suo pessimo Volantone, è nato un bambino come tanti altri. O il misterioso scambio di doni che si celebra per otto giorni nella Liturgia è tale (ed io, sacramentalmente, lo posso rivivere, toccare, adorare, mangiare finanche!) o si va semplicemente ad un banchetto ammantato da benedizioni e formule rituali che permettono di sentirmi parte di una più o meno grande famiglia dei Figli di Dio.

In breve: o il Natale è un mistero che fa tremare i polsi e che ci ricorda la redenzione del genere umano operata da Dio fin dal primissimo istante della concezione verginale di Suo Figlio, che ha assunto tutta la natura umana ed ha realizzato il progetto del Padre con la propria Incarnazione, Passione, Morte, Resurrezione e Ascensione al Cielo, o è una festa. Magari la più famosa, magari la più bella, magari la più lieta, ma rimarrebbe sempre e solo una festa. Non la Festa che, per essere tale invece, guarda immediatamente alla Croce perché una volta che il Figlio è stato innalzato da Terra, ha attirato tutti a sé.

Si è uomini pertanto solo in Cristo, ed in Cristo Crocifisso perché, se Egli ha preso la Croce, chi sono io per non voler (o, addirittura, meritare) di soffrire? Ma, ovviamente, se Cristo è morto in Croce è logico che ha dovuto nascere: ecco perché da sempre la Chiesa tutta celebra con una solennità eccelsa ed in svariate forme, dalla Liturgia alla Pietà Popolare, il Natale.

Vuoi essere uomo? Vai alla capanna: li troverai il nuovo Adamo, ossia il vero Uomo cui sei chiamato a corrispondere quemadmodum poiché Egli è buono e, pur non negandoti la grazia ed il Suo Spirito, comprende che sei stato ferito dal peccato che, però, ha sconfitto una volta per tutte. La salvezza e la santità sono per tutti poiché dipendono dalla grazia e non solo da noi, con buona pace dei donatisti e dei pelagiani dei nostri giorni.

Se Natale è solo una festa, tenetevela. Io mi tengo il Bambinello nella culla con Maria che gli canta una ninna nanna mentre i cieli sono in estatica contemplazione.

Natale o è cristiano, o non lo è. E vale anche per i non cristiani, se ne facciano una ragione.

Auguri di un Santo Natale a tutti voi ricordandovi di pregare l’uno per l’altro per poter oltrepassare senza (troppi) perigli questa valle di lacrime redenta, impreziosita ed abbellita dal Sangue Prezioso di Cristo.

https://labaionetta.blogspot.it/2017/12/lettera-dal-fronte-dacci-oggi-la-nostra.html



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27 dicembre 2017

Racconto di Natale (parte seconda)


parte prima

di Andrea Musso

Il commissario parve molto compiaciuto di quelle domande e subito disse: Ohhhh così mi piace. Questo volevo sentire da te!

Sai... la cosa interessante di questa storia è che... sono stati proprio i bambini a condurci a voi!

L’uomo e la donna all’unisono alzarono lo sguardo verso la fonte di quella rivelazione e la donna si lasciò sfuggire alcune parole: Ma come... come è possibile?

Il commissario pareva divertirsi un mondo e proseguì: Vedete non è stato difficile. I bambini parlano per voi. Li abbiamo osservati, abbiamo interrogato le maestre, abbiamo studiato i loro discorsi, le loro azioni. Non sono bambini come gli altri. Sono piuttosto... resistenti, le loro maestre non si capacitano di come certi concetti non riescano a farglieli assimilare. In qualche modo si distinguono e spesso dimostrano di avere un influsso negativo anche sui compagni. Ma alla fine si sono traditi! Era solo questione di tempo.

Tirò fuori dalla tasca interna dell’impermeabile alcuni disegni e divertito li mostrò ai suoi interlocutori.

Vedete? Dei banali disegni! Dei semplici disegni mi hanno portato da voi! Pensate che i due più grandi non ne volevano sapere di disegnare altro. Quando le maestre chiedevano di rappresentare i vari tipi di famiglie loro ostinatamente disegnavano sempre e solo voi con loro!

E così dicendo mostrò loro i fogli di carta su cui l’uomo riconobbe il suo ritratto e quello della moglie con accanto la scritta papà e mamma.

Ma il commissario non aveva finito. Mostrò ancora un altro disegno e commentò compiaciuto: Ma il più piccolo ha fatto ancora meglio. Su richiesta delle maestre di disegnare cosa era per loro il natale ecco cosa ha fatto lui.

Mostrò un disegno pieno di colori in cui si riconosceva chiaramente la grotta della natività con la sacra famiglia e gli altri personaggi.

L’uomo esclamò disperato: Dove sono i nostri figli? Che volete da loro? Dove sono? Ditecelo!

Un agente fece per sferrare un altro pugno, ma il commissario con un gesto lo fermò.

La donna scoppiò nuovamente a piangere e il commissario la degnò solamente di uno sguardo. Si diresse al camino e vi gettò i fogli.

Si avvicinò poi al presepe, prese la statua del bambinello, la rigirò più volte tra le mani e disse nuovamente: Sapete... non ne vedevo più uno da molti anni. Pensavo li avessimo trovati tutti... invece non era così... questo mi insegna che non bisogna mai abbassare la guardia perché il rischio è troppo alto e dobbiamo vigilare, certe cose restano sempre pericolose.

Quindi con un calcio rovesciò il tavolino e con gli anfibi calpestò le statuine mandandole in frantumi.

Aveva ancora il bambino Gesù tra le mani quando si girò verso l’uomo e puntò la statuina verso di lui.

I vostri figli? Osate ancora chiamarli così? No, i figli hanno un solo proprietario ed è lo Stato. Sarà lui a provvedere a loro da ora in poi. Saranno educati a tutti quei valori e diritti che voi avete negato loro per le vostre stupide superstizioni e per le vostre antiquate tradizioni e convinzioni. Sarà loro trovata una famiglia adeguata, aperta e moderna in cui possano crescere serenamente. Quanto a voi sapete bene cosa vi succederà: i nostri centri per la rieducazione si occuperanno di voi. Lo hanno già fatto con molti altri dei vostri in passato e hanno sempre risolto i problemi... in un modo o... nell’altro!

Dopo queste parole scagliò a terra la statuina che si ruppe in vari pezzi. Poi dirigendosi verso l’uscita disse agli agenti: Portateli via, qui abbiamo finito.

La donna iniziò a urlare disperata mentre la sollevavano e la portavano via.

I miei bambini noooo! Ridatemi i miei figli! Vi prego! Non potete farmi questo! Vi scongiuro!

L’uomo si sentì pervadere da una grande rabbia e si alzò di scatto cogliendo di sorpresa gli agenti che lo trattenevano. Riuscì a divincolarsi e si scagliò sugli uomini in divisa che stavano portando via la moglie. Ma fu bloccato prima di raggiungere il suo obbiettivo e un militare gli sferrò un pugno in pieno volto ed uno nuovamente nello stomaco. Cadde a terra assalito dal dolore e il suo sguardo cadde sui resti del bambinello a poca distanza da lui. I suoi occhi vitrei erano una preghiera muta e disperata a quel Dio-bambino e in quel fugace attimo notò che la luce proveniente dall’esterno, passando attraverso i vetri rotti della finestra, disegnava una piccola croce di luce proprio accanto ai cocci della statuina.

Fu l’ultima cosa che l’uomo vide prima di essere portato via.


Oggi l’uomo vuole sempre più eliminare Dio e qualsiasi riferimento a Lui. Ma non si accorge che così facendo in realtà priva se stesso della propria umanità tornando così ad essere Homo homini lupus.

https://labaionetta.blogspot.it/2017/12/lettera-dal-fronte-racconto-di-natale2.html

(fine)



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25 dicembre 2017

Simboli del Natale: chiarimenti cristiani

di Alfredo Incollingo
È il 25 dicembre, la vigilia della nascita di Nostro Signore Gesù Cristo, e le nostre case, così come le vie e le piazza pubbliche, sono addobbate di tutto punto per celebrare il Santo Natale. A prima vista potrebbero sembrare ritrovati moderni e poco attinenti alla tradizione cattolica, ma un breve prontuario ci può aiutare a comprendere, cristianamente, i simboli natalizi.

Il Presepe: una spiegazione
Nel 1223, a Greccio, nel Lazio settentrionale, san Francesco d'Assisi allestì il primo presepe della storia cristiana. Da allora, in tutte le case e chiese dell'ecumene cattolica, lo si prepara con muschio, paglia e statuine su misura. Di presepi ce ne sono di tutte le fatture, ma la loro sacralità non varia secondo la forma. Basandosi sui cosiddetti “Versetti dell'Infanzia”, nei Vangeli di Luca e di Matteo, dove si racconta la nascita di Cristo, san Francesco preparò la prima rappresentazione (vivente) della Natività. Anche noi, a distanza di secoli, facciamo la stessa cosa.
Il fulcro del presepe è naturalmente la “Sacra Famiglia”: Giuseppe, Maria e Gesù in fasce nella mangiatoia. Ricorrono altri personaggi e altri simboli, ma spesso sono ignoti a quanti si accostano alla santa rappresentazione. Un asino e un bue riscaldano con il loro fiato il Messia, ma, come è ben noto, i due animali non sono presenti nei Vangeli canonici, ma nei racconti apocrifi. Il profeta Isaia, nell'Antico Testamento, li annovera nella profezia che annuncia la venuta del Salvatore: sono infatti simboli di sottomissione e si rendono mansueti alla presenza del loro padrone. Sono immagini del popolo cristiano o di quelle genti, ebrei (bue) e pagani (asino), che compresero la portata storica e umana della nascita di Gesù Cristo. Anche la grotta o la stalla, dove nacque Gesù, non è presente nei Vangeli canonici. Nelle antiche tradizioni mediterranee gli antri rappresentavano il cosmo nella sua totalità: votando questi luoghi ad una divinità, si poneva sotto la tutela di un nume l'esistenza stessa dell'universo. I cristiani, mettendo da parte Mitra o qualche altro dio misterico, consacrarono questi siti a Cristo, sovrano del cosmo. I tre Re Magi, Melchiorre, Gaspare e Baldassarre, figurano nel Vangelo di Matteo e nell'apocrifo Vangelo armeno dell'infanzia. Recano con sé tre doni: l'oro, segno di regalità, l'incenso, simbolo di divinità, e la mirra, che preannuncia il suo sacrificio redentore, esplicitando così la missione di Gesù. I pastori, gli umili di cuore, e i sapienti onorano insieme il Salvatore. I Magi, come gli eruditi di tutte le epoche, sono alla ricerca della verità, che si rivela loro per volere di Dio. La mente umana da sola non può oltrepassare i suoi limiti cognitivi e solo la Grazia di Dio consente di contemplare la luce divina. Il presepe, più che un semplice esercizio di stile e d'arte, del tutto lecito, è soprattutto la rappresentazione vivente del messaggio cristiano.

Pandori e panettoni: un gustoso simbolismo
Nel nostro prontuario c'è posto anche per il pandoro e per il panettone, tradizionali dolci natalizi del Nord Italia. Nei Vangeli troviamo molti riferimenti a Cristo quale “Pane di Vita”, ovvero nutrimento spirituale essenziale per la nostra esistenza. Nel Vangelo secondo Giovanni Gesù, rispondendo a quanti lo seguono, afferma: "Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!” (Gv 6,35) Da questo passo evangelico è nata l'usanza tutta italiana di cuocere dei pani natalizi per onorare il “Pane di Vita”, Gesù, nutrendoci così della sua Parola.

Babbo Natale o San Nicola di Bari
Fu la Coca Cola a costruire il mito moderno di Babbo Natale, questo anziano signore, affabile e amabile, che porta i doni ai più piccoli e alle volte non dimentica di assecondare i desideri degli adulti. Chi è in realtà Babbo Natale? Alfredo Cattabiani ha vergato parole chiare e precise che rispondono a questo quesito.
San Nicola, che nel primo medioevo si chiamava Sanctus Nicolaus […] divenne popolare nell'Europa centrale e settentrionale dove il nome si storpiò in Santa Claus. Emigrato in America, il suo aspetto subì una metamorfosi: il mantello vescovile diventò un robone rosso orlato di pelliccia, la mitra un cappuccio a punta. E con queste nuove sembianze è tornato in Europa come Babbo Natale: maschera – simbolo della frenesia laica che informa quello che un tempo era il memoriale della nascita di Gesù e oggi è per molti la festa principale del consumo.” (Alfredo Cattabiani, Calendario. Le feste, i miti, le leggende e i riti dell'anno, Rusconi Libri, 1985, p. 60)

L'abete natalizio: una storia
Stando a san Clemente d'Alessandria le religione pagane, pur persistendo nell'errore, avevano per certi aspetti preannunciato la rivelazione cristiana. Nella tradizione norrena e germanica gli alberi, soprattutto quelli secolari, erano manifestazioni materiali delle divinità. Le altezze vertiginose e lo spessore dei fusti non erano opera della natura: al loro interno vivevano gli dei silvani, dai quali traevano la linfa celestiale che li faceva crescere esponenzialmente. Nelle culture precristiane gli alberi secolari, che fossero Pini, Abeti o Querce, erano gli assi del cosmo, intorno ai quali l'universo si strutturava. Pensiamo all'Yggdrasill dei Vichinghi, un Frassino gigante che sorreggeva il nostro mondo, gli Inferi e i Cieli. Anche la Bibbia è foriera di piante sacre, come l'Albero della vita, nel centro dell'Eden, o l'Albero del Bene e del Male. Quando il cristianesimo giunse in Europa, soprattutto nelle fredde terre del Nord, questi assi cosmici arborei furono consacrati a Cristo, che è il vero e irrinunciabile pilastro della nostra esistenza, della società umana e del nostro destino. L'Albero di Natale, pieno zeppo di luci e di palline colorate, non è un semplice sfoggio di raffinatezza, ma è un modo popolare di esaltare il pilastro portante dell'universo e del genere umano. Oggi, purtroppo, è poco comprensibile, ma un tempo lo si decorava con candele accese, le cui fiamme richiamavano la luce divina e maestosa di Gesù. L'Abete è l'albero tipico del Natale e non è un caso: essendo una pianta sempreverde, i Germani lo consideravano un essere eterno e quindi divino, come lo è il Padre e suo Figlio, Gesù. Tutte queste simbologie, pur appartenenti al mondo pagano, sono utili, a livello popolare, per esplicitare la verità cristiana.

Queste brevi riflessioni sono tanti spunti per approfondire la nostra tradizione religiosa e popolare, che, a differenza di quanto si pensi, non sono realtà a se stanti. Si spera che la lettura di questi paragrafi possa gettare nuova luce sulle verità cristiane, che in questo periodo sono sommerse dalla valanga di doni e di dolciumi. Confidando nella Grazia di Dio, che ci illumina sui nostri errori e ci consente di porvi rimedio, auguriamo un Santo Natale.



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24 dicembre 2017

Tanti auguri cattolici


(OVVERO GLI AUGURI CHE NON VI HO FATTO CON UN PIZZICO DI TRADIZIONALE)

A Catholic tale have I to tell…
(Hilaire Belloc)

di Matteo Donadoni

Mentre mi chiedo se a Horsham (Hors-ham, non Hor-sham come pronunciano i Londinesi!) mangino la slinzega di cavallo, voglio augurare a tutti un Santo Natale con la canzone The Sailor’s Carol, tratta da The Four Men: a Farrago (1911), un romanzo di Hilaire Belloc - che non ho letto, si intende.
L’opera descrive un lungo viaggio di 140 chilometri (90 miglia inglesi) a piedi attraverso la contea inglese del Sussex fra località tipo Robertsbridge a est e Harting a ovest. Come pellegrinaggio laico attraverso il Sussex, il libro ha paralleli con un suo precedente lavoro, il pellegrinaggio religioso di The Path to Rome (1902).  I quattro personaggi protagonisti del viaggio sono Grizzlebeard , il Poeta, il Marinaio e Belloc stesso, ma in realtà ciascuno di loro non è altro che un aspetto della personalità di Belloc, mentre viaggiano in un'allegoria metà reale metà fittizia della vita. Il libro contiene una serie di aneddoti, canzoni, riflessioni e miscellanee, ma è anche l'omaggio di Belloc a "questo Eden che è ancora il Sussex" – lo era all’epoca, ora non saprei, dato che non ci sono mai stato – e trasmette l’amore di Belloc per la sua terra natia. Vide Londra e la società capitalista arrivare nel Sussex e condannò quelle che considerava città "del tipo londinese" dove "più uno lavorava, meno uno ne aveva, e se uno non lavorava affatto, era morto". In seguito fece tesoro di questa sua esperienza di vita con piccoli contadini nel Weald per sostenere la sua tesi di costruire un sistema democratico basato su una popolazione proprietaria dei mezzi di produzione e in particolare su piccole aziende agricole gestite da persone di diverse classi sociali: la democrazia distributista.
Ad ogni modo, la storia si svolge in cinque giorni continui, dal 29 ottobre 1902 al 2 novembre e i personaggi partono dal “The George Inn” a Robertsbridge, dove Belloc era un cliente abituale - e io purtroppo no, si capisce. Oltretutto contiene varie poesie e canzoni, tra cui la West Sussex Drinking Song  e questa del Marinaio, infatti, Belloc era anche un amante delle canzoni del Sussex  di cui ha scritto alcuni testi.

- The Sailor -

Noël! Noël! Noël! Noël!
A Catholic tale have I to tell!
And a Christian song have I to sing
While all the bells in Arundel ring.

I pray good beef and I pray good beer
This holy night of all the year,
But I pay detestable drink for them
That give no honour to Bethlehem.

May all good fellows that here agree
Drink Audit Ale in heaven with me
And may all my enemies go to hell!
Noël! Noël! Noël! Noël!
May all my enemies go to hell!
Noël! Noël!

Un Santo Natale a tutti.
E non dimenticatevi del festeggiato: è nato un Dio cattolico!



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23 dicembre 2017

Racconto di Natale (parte prima)


di Andrea Musso

L’uomo sentì bussare alla porta. Quattro colpi battuti con forza erano il segnale prestabilito. Corse ad aprire e fece entrare rapidamente i quattro personaggi infagottati che attendevano fuori.

Richiuse in fretta la porta e si diresse a grandi passi verso i nuovi entrati che, una volta tolti i cappotti, rivelarono essere una donna adulta e tre bambini.

Avete prestato attenzione lungo la strada? Vi siete incontrati nel punto prefissato? Siete sicuri che nessuno vi abbia seguito?

La donna rispose: Stai tranquillo, lo abbiamo fatto tante volte da conoscere a memoria ogni angolo e sappiamo quanto sia importante per la nostra sicurezza.

L’uomo la guardò con intensità senza dire nulla poi con slancio la abbracciò e la baciò e si rivolse quindi ai bambini: Eccoli i miei ragazzi! Allora come è andata la giornata? Come è andata la scuola?

Prese in braccio il più piccolo dei tre e lo lanciò in aria facendolo ridere fragorosamente. Gli altri due si avvicinarono abbracciando le gambe del padre senza dire nulla, ma quel gesto valeva più di mille parole. Appena lo ebbe messo giù il piccolino esclamò: Mamma, papà! Stamattina nel cortile della scuola abbiamo raccolto un po’ di erba secca... possiamo usarla per la paglia della stalla? Ne metto un po’ nella mangiatoia!

Allora anche i fratelli tirarono fuori dalle tasche dei loro cappotti un bel po’ di ciuffi d’erba giallognola sicuramente strappati dagli angoli dello squallido cortile della scuola.

La madre rispose: Ma certo! Anzi andiamo a metterla subito.

Si avvicinò con i figli ad un tavolino sistemato in un angolo del piccolo locale accanto al camino acceso. Sulla superficie del tavolo era stato allestito un piccolo presepe, una grotta di cartapesta con una bella stella cometa di stagnola sulla sommità. Dentro erano sistemate le statuine di gesso della Madonna, di san Giuseppe e di Gesù bambino insieme ad un asinello e ad un bue. Il bambinello stava in una mangiatoia ricavata da una piccola scatola di cartone marrone. Appena fuori della grotta pascolavano alcune pecorelle sorvegliate da due pastorelli, tutti rigorosamente di gesso. Le statue apparivano certamente datate e dovevano aver vissuto parecchie avventure a giudicare da come erano ridotte anche se la cura con cui la scena era rappresentata aveva un che di poetico.

Il padre disse con voce grave: Bambini so che non vi piace che ve lo chieda, ma devo farlo per il vostro bene, per il bene della nostra famiglia. Avete detto qualcosa a qualcuno quando raccoglievate l’erba? Le maestre vi hanno visto? Vi hanno detto qualcosa?

Il più grande a bassa voce guardando prima i fratelli e poi i genitori rispose: No papà, stai tranquillo. Abbiamo fatto attenzione che nessuno ci vedesse. Facciamo sempre attenzione. Non abbiamo detto niente a nessuno, non parliamo mai con nessuno di queste cose proprio come ci avete insegnato a fare tu e la mamma...

La donna interruppe il figlio ed esclamò: Caro, non è il momento, ti prego! So che sei preoccupato, ma non parliamone ora...

L’uomo replicò: Ma è importante! Dobbiamo essere scrupolosi...

La moglie lo supplicò: Per favore non ora! È stata una lunga giornata per tutti, godiamoci questo momento tutti insieme!

L’uomo parve voler replicare, ma poi dopo un lungo sospiro prese per mano il piccolino e appoggiò una mano sulla spalla del più grande. Poi tutti e cinque si avvicinarono al presepe. Stettero in silenzio alcuni istanti poi la madre iniziò a recitare a bassa voce una preghiera e gli altri membri della famiglia si unirono immediatamente a lei. Dopo aver pregato rimasero lì a guardare le statuine come incantati.

L’uomo si avvicinò al camino e prese in mano un pezzo di legna per ravvivare il fuoco.

Fu allora che la porta della casa si abbatté di schianto e la finestra letteralmente esplose proiettando schegge in ogni direzione. La stanza sembrò riempirsi di colpo di uomini in divisa scura che si avventarono sui suoi figli e su sua moglie. Ripresosi immediatamente dallo shock (forse anche grazie all’adrenalina) fece per lanciarsi sui due più vicini a lui che avevano immobilizzato la moglie, ma qualcosa lo colpì alla nuca da dietro e il buio calò improvvisamente.

Quando rinvenne si accorse di essere inginocchiato a terra, con le braccia legate dietro la schiena e trattenute da due agenti. La testa gli doleva come fosse trafitta da mille aghi e pareva che le forze gli fossero state succhiate via. Sentì singhiozzare e solo allora si rese conto che poco più in là sua moglie era a terra, anch’essa legata e bloccata da due energumeni.

Stai bene? Ti hanno fatto del male? chiese e poi guardandosi intorno aggiunse gridando: Ma dove sono i bambini? I nostri bambini che fine hanno fatto?

Appena ebbe finito di pronunciare quelle parole uno degli agenti gli sferrò un pugno nello stomaco che lo costrinse a piegarsi in due dal dolore.

L’uomo in divisa gridò: Stai in silenzio! Parlerai tra poco quando lui arriverà e bada di rispondere bene se non vuoi peggiorare la tua situazione!

Passarono alcuni minuti (che parevano ore) interrotti solo dai singhiozzi della donna. Entrarono altri agenti e dietro di loro arrivò proprio lui. L’uomo alzò lo sguardo verso il nuovo arrivato e istintivamente sentì raggelarsi il sangue nelle vene. Non sapeva il suo nome, nessuno lo sapeva, ma tutti (tutti quelli che avevano avuto la sfortuna di farsi trovare da lui) lo chiamavano il commissario.

Era un uomo non troppo alto, piuttosto magro. Portava una divisa e spiccavano i suoi anfibi tirati a lucido quasi fossero appena usciti dalla fabbrica. Era avvolto in un impermeabile di colore scuro e i suoi passi risuonavano in modo surreale in quel piccolo spazio. Ma forse ciò che più inquietava erano i suoi occhi chiari, tra il grigio e l’azzurro, freddi come il ghiaccio e altrettanto duri.

Si fermò dinanzi alla donna che continuò a piangere sommessamente e poi proseguì verso l’uomo inginocchiato.

Il commissario esclamò: Finalmente ci incontriamo! Ammetto che iniziavo ad infastidirmi perché ero sulle vostre tracce da molto tempo! Devo dire che mi mancherà questo gioco, in fondo... era quasi divertente.

Allora non sei curioso di sapere come ho fatto a trovarvi? E non guardarmi così, in fondo sai benissimo chi sono e poi prima desidero parlare un po’ con te!

L’uomo deglutì a fatica e sentì la stretta degli agenti sulle sue braccia, segno che volevano che parlasse. Tenendo lo sguardo verso il basso chiese: Chi ci ha tradito questa volta? Chi ci ha denunciato?

(continua)

https://labaionetta.blogspot.it/2017/12/lettera-dal-fronte-racconto-di-natale1.html



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20 dicembre 2017

Tre atteggiamenti per arrivare consapevoli al mistero del Natale



di Donizetti

Di solito il pranzo di Natale è un po’ temuto, perchè si incontra sempre qualche parente “molesto” e… non è un segreto che a Natale si litighi. Dove sta il problema? Nei rancori… il rancore per qualche male, o torto passato, e non subito messo in preghiera, genera una valanga, che col tempo invece di passare è come un vulcano inattivo… pronto ad eruttare quando l’accumulo della tensione si fa molto alto… le battutine e il sarcasmo poi fanno da detonatore. Ci sono 3 atteggiamenti che mi sembra siano un vademecum per vivere il giorno di Natale, senza finire al prontosoccorso, o più spiritualmente 3 atteggiamenti che ci custodiscono in questi giorni di novena fino al 25 dicembre.

1° ATTEGGIAMENTO  -  "Il Signore è vicino! Non angustiatevi per nulla”

Tante cose da preparare…un momento…quali davvero importanti? senza quella cosa lì, quel preparativo lì, quell’addobbo lì, quella gastronomia lì…non sarebbe ugualmente natale…sì…. darsi pace, darsi calma… almeno noi cristiani cattolici, viviamo il vero significato del Natale. Il Signore ci è vicino. E' questo l’importante. E' vicino alle tue sofferenze, è vicino alla tua famiglia, è vicino alle tue paure, è vicino alle mancanze di amore che hai.

2 ° ATTEGGIAMENTO  -  "ma in ogni circostanza fate presenti a Dio le vostre richieste con preghiere, suppliche e ringraziamenti".

Fare presente le cose a Dio. Dio sa già tutto è vero, ma vuole che noi parliamo con lui. Vuole che noi gli parliamo delle cose che ci stanno a cuore. Soprattuto, come anche a  noi, gli fa piacere se gli siamo riconoscenti per qualcosa. Noi facciamo tanti piaceri, e magari col cuore… quando qualcuno li nota, ci sentiamo bene: è una cosa molto umana, ma direi anche divina. Dio, che ama senza nulla aspettarsi in cambio… si commuove se lo ringraziamo. Quindi secondo atteggiamento, presentare tutto a Dio.

3° ATTEGGIAMENTO  -  ciò di cui pensare… e soprattuto ciò di cui parlare.

Cosa dovrò dire al pranzo di natale per non scatenare la 3 guerra mondiale?

San Paolo ce lo indica, con quei parenti, un po’ serpenti che tenteranno di provocare: i suoi consigli
essere veri,

essere nobili d’animo,

essere giusti

essere puri

essere amabili

avere la capacità dell’onorare: che cos’è ? Gli sposi lo pronunciano durante le promesse del matrimonio (" prometto di esserti fedele sempre ed amarti e onorarti tutta la vita"). L’onore è amare anche quando non si è amati. E’ l’amore più perfetto.

Quindi anche in questo Natale siamo davanti alla culla di Betlemme per  imparare  ad amare da un Dio che lo ha fatto fino alla fine, con le braccia spalancate… sulla croce.

Il primo modo di amare è quello di non far soffrire gli altri che ci stanno intorno..iniziamo da questo buon antipasto!



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