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23 luglio 2021

The Spectator. "Francesco ha insultato i vescovi"


Il periodico "The Spectator", uno fra i più autorevoli a livello mondiale in campo conservatore, ha fortemente criticato il Motu Proprio Traditionis Custodes, con il quale il Papa sta cercando di abolire, manu militari, le celebrazioni in rito antico. 

Il titolo è una condanna senza appello: "Francesco il losing his culture war", Francesco sta perdendo la sua guerra culturale. Fra i ragionamenti esposti da Tim Stanley, ne troviamo alcuni interessanti. 

In primo luogo, spiega Stanley, molti vescovi stanno apertamente ignorando questo Motu Proprio. Perché? "Perché i vescovi – compresi gli amici di Francesco – dovrebbero fare questo? Perché li ha colti di sorpresa. Li ha insultati. Francesco ha sempre detto di volere una “chiesa sinodale” che procedesse per dibattito e consenso, ma questo [motu proprio] è stato un fulmine a ciel sereno: può essere che la sinodalità sia stata da sempre un modo di imporre, dal centro, la riforma liberale sotto forma di consultazione?". 

Stanley tocca un nervo scoperto. La sinodalità di Bergoglio è una presa per i fondelli e questo lo si sapeva. La sua azione è sinodale solo quando gli viene data ragione, altrimenti strippa e agisce a spallate, come fatto con Amoris Laetitia, pubblicata nonostante il sinodo avesse detto altro. In questo caso, dopo aver preso numerosi rifiuti in Vaticano, ha fatto un gesto inconsulto.

"Nel 2007, quando Benedetto ha emanato il Summorum Pontificum, consentendo un uso più ampio dell'Antico Rito, non lo intendeva come un commento al Nuovo Rito ma, al contrario, per ribadire che i due Riti hanno la stessa eredità, la stessa validità e può anche arricchire l'altro – e il cielo sa, aspetti della vita della Chiesa erano diventati utilitaristici e sterili".

Ecco un altro tema basilare. Benedetto XVI non ha giudicato il nuovo rito, ha semplicemente cercato di far coesistere due riti. Bergoglio invece ha offeso e insultato tutti. Spiega poi Stanley, che Benedetto voleva unire mentre Bergoglio ha voluto solo spaccare.

"Francesco si comporta come un uomo su un albero, che sega rabbiosamente il ramo su cui siede. Sfida completamente il buonsenso"

Esattamente

 

21 luglio 2021

Appunti per una necessaria resistenza... tre anni dopo

APPUNTI PER UNA NECESSARIA RESISTENZA… MENTRE SI INCUPISCE LA PERSECUZIONE 



(Lo so, autocitarsi è imbarazzante, ma sembra utile ripubblicare questi “appunti” scritti in piena epoca dei “commissariamenti”)

…Un’altra tappa di una Via Crucis, un’altra bastonata data al gregge, per mostrare con l’esempio chi comanda, per mostrare che alla minestra insipida e bruciaticcia del dopoconcilio non c’è alternativa, e se il popolo se ne ritrae sempre più nauseato (e le nuove generazioni neanche vi si accostano), tanto meglio.

Chi scrive non ha le competenze né il desiderio di addentrarsi nei retroscena delle guerricciole della “junta” vaticana, regime che ricorda sempre più un vecchio film di Woody Allen, quello del fantomatico “Stato Libero di Bananas”. Preferiamo accostarci (la Comunione dei Santi lo permette, anzi, lo raccomanda) ai pensieri santi e disposti all’estremo sacrificio dei nobilissimi popolani “papisti” irlandesi inginocchiati davanti al Divin Sacrificio celebrato clandestinamente, sotto la neve, che compaiono in questa celebre immagine, e capire cosa possiamo trarre di ammaestramento per questi nostri “Penal Days”, perseguitati come siamo da quei protestanti che, per assurdo, sono oggi sedicenti “papisti”.

Mettiamoci dunque in ginocchio davanti al Sacratissimo Cuore di Gesù presente nel Santissimo Sacramento dell’Altare e alla Sua Immacolata Madre e proviamo a scrivere qualche “appunto” personale e perfettibilissimo per una resistenza. 
  • Pregare. Chi lo ritiene scontato è già sulla cattiva strada della contesa “politica”, sta già accettando lo scontro sul terreno e coi metodi dei modernisti. Cioè del demonio.

 I Santi, quelli la cui esistenza esprime già il trionfo di Cristo sul tempo e sulla storia, i Santi, dunque, avevano la docilità di seguire il cammino loro proposto anche nella preghiera. Il cammino insegnato dalle mamme e dalle nonne. Rarissimamente, dopo vite passate a macerarsi nell’Imitazione della Croce, potevano distillare dalla loro anima nuove preghiere, come Ermanno il Contratto, autore del Salve Regina. Gli agenti segreti del Regno nelle regioni del principe di questo mondo hanno un codice segreto, fatto di S. Messa Tradizionale, adorazioni personali e comunitarie al SS. Sacramento, Rosari, Ufficio Divino (preferibilmente in latino, il dialetto di Mamma Chiesa, la via breve per la meditazione…) tutto ciò insomma che il Padreterno e Maria Vergine ci hanno detto e fatto capire in un milione di modi di gradire sommamente. Senza dimenticare di affidare frequentemente noi stessi, le nostre attività e i nostri cari, nonché le persone pericolanti, a San Giuseppe e ai rispettivi Angeli Custodi. Non dimenticherei, vista la crescente presenza di fratelli cattolici dall’Est e dal Medio Oriente, di favorire e partecipare a celebrazioni proprie della loro tradizione liturgica. Dimostrare insomma, coi fatti e coi gesti, ai sacerdoti, ai vicini e ai lontani quanto teniamo alla Grazia di Dio e ai mezzi per ottenerla, alla carità fra di noi e verso tutti, carità che parte dalla preghiera e si estende ad ogni aspetto della vita.

  • Evitare nel momento presente ogni associazione od organizzazione riconosciuta da organismi ecclesiastici. Gli inevitabili sacrifici che questo comporterà saranno ripagati dalla serenità di non dover subire i rivolgimenti e le censure al cambiar di parroco e di vescovo. Abbiamo a che fare con una Madre Chiesa che, pur essendo irrevocabilmente assistita dal Fondatore, manifesta nei suoi rappresentanti umani preoccupanti segni di squilibrio. Non conviene dunque esporci troppo né affidare nelle sue mani tesori preziosi. Ogni cosa troverà il suo tempo.
  • Carità. Venirsi incontro fra tutti coloro che avvertono l’emergenza presente. Superare antichi dissapori e divergenze quando non legati al fare Verità, che sempre dev’essere il nostro faro. Essere vulcani di iniziative e fiumi di sapiente sollecitudine e sostegno a chi le promuove, senza inutili gelosie. Coordinarsi prudentemente e discretamente, coinvolgendo pastori e responsabili solo lo stretto necessario, così da non ottenere improvvidi dinieghi o esporre coloro che ci sono favorevoli a probabili ritorsioni. Passaparola più che attacchinaggi. Dio farà il resto. Essere però sempre presenti dove il momento lo richiede, specie nelle cause scomode e che i pastori evitano volentieri. Saper parlare con tutti senza vincolarsi a nessuno, specie in campo politico. Carità naturalmente indispensabile è fornire sostegno, ospitalità, risorse a quelle realtà perseguitate che bene farebbero a sciogliersi da riconoscimenti ufficiali mantenendo il minimo livello organizzativo necessario, ma tenendo ben salda la barra del timone della loro vocazione specifica.

Resistere non è facile né indolore. Ne usciremo come minimo con le ginocchia fradicie e semicongelate come i nostri eroi irlandesi. Ma lo dobbiamo a noi stessi, ai nostri figli, ai nostri paesi un tempo cristiani e che solo con la fatica e se necessario col sangue dei martiri potranno tornare ad esserlo. Con la perseveranza salveremo le nostre anime. 

Marco Crevani

(6 dicembre 2018 - San Nicola Vescovo

  20 luglio 2021 – S. Elia Profeta)

 

09 giugno 2021

Qualcuno (tipo Parolin) ci spiega i fallimenti diplomatici vaticani?


Leggiamo divertiti delle dimissioni del cardinale Marx, che ha rimesso il mandato nelle mani di Bergoglio. Stando a qualche retroscena pubblicato da Valli, sembra che il pingue arcivescovo di Monaco e Frisinga sia stato colpito dal solito scandalo (ad orologeria?) riguardo l'insabbiamento di abusi sessuali. Una tiritera che purtroppo tiene in scacco ormai molti vescovi.

Detto ciò, ci sembra che il prossimo a meditare le dimissioni dalla Segreteria di Stato debba essere il cardinale Parolin, che, oltre ad essere veneto, in questi anni non ne ha imbroccata una e, stando ai beni informati, è anche ben poco valutato nel suo ruolo, dato che l'inner circle di Santa Marta svolge le sue funzioni. 

Cina

Al posto di pensare alle messe in latino in San Pietro, al Summorum Pontificum e altre faccende che al Segretario di Stato non dovrebbero interessare granché, il signor Parolin dovrebbe spiegare se l'accordo con la Cina sia andato a buon fine.

Ad occhio, sembra di no. Se, al contrario, è andato a buon fine, sarebbe bello capire cosa ci fosse scritto.

Guardiamo comunque la situazione cinese:

- le persecuzioni ai danni di tutte le confessioni e religioni sono ai massimi livelli;

- la situazione di Hong Kong grida vendetta;

- la questione Covid ha evidenziato ancora una volta come la Cina sia infida e pericolosa per il resto del mondo, quindi farci accordi forse non è stato geniale.

Soffermandoci ai cattolici, leggiamo con sgomento l'allarme del direttore di Asia News:

"Dunque la diocesi di Xinxiang e tutti i suoi sacerdoti vengono ancora perseguitati in quanto secondo Pechino agiscono in clandestinità, senza l'approvazione del governo cinese  e  fuori dagli accordi raggiunti tra Cina e   Vaticano nel 2018 e prorogati fino al 2020 che riguardano però solo la nomina dei vescovi... paradossalmente l'accordo ha per certi versi peggiorato la situazione: chi esce  dalle regole stabilite da Pechino  insieme al Vaticano viene inesorabilmente perseguito"

In pratica il geniale accordo ha fornito uno strumento di persecuzione ai cinesi. I casi sono due, o in Vaticano hanno fatto apposta o sono completamente inadatti e la struttura va azzerata. Poiché Parolin è il Segretario di Stato, e svolge funzione di ministro degli esteri, vorremmo qualche spiegazione.

Medio Oriente

Sul Medio Oriente la Segreteria di Stato oggi non è pervenuta. E lo dicono loro. "Non ci sono le condizioni per una mediazione del Vaticano". E te pareva? E dire che in passato la Santa Sede ha sempre avuto un ruolo centrale, anche per tutelare i cristiani della zona, che non sono pochi. 
Ma la tutela dei cristiani nel mondo oggi è un vago ricordo. L'andazzo bergogliante ci regala solo frasi a effetto e il fallimento diplomatico è sotto gli occhi di tutti.


 

14 marzo 2021

Macché "povera per i poveri". Serve la cura delle anime


di Giorgio Salzano

Va bene, a me Francesco non piace. Lo chiamo con il nome che ha assunto come Papa, che dal racconto di un anziano amico egli sembra tenda a confondere con il proprio nome: in una udienza in cui gli fu presentato, invitando il mio amico a chiamarsi per nome disse, io mi chiamo Francesco e tu? (C’è bisogno che spieghi la fallacia? Al Papa do eminentemente del “lei”, a chiamarsi amichevolmente per nome allora io sarei Giorgio e lui Jorge-Mario.) Ma rischio di divagare. A me dunque l’attuale Papa non piace. So però che ci sono tanti a cui piace. Anche persone di ottimo sentire dalle quali non vorrei essere estraniato. Purtroppo il rischio di estraniamento c’è, dato che nella Chiesa siamo un po’ come guelfi e ghibellini. Fortunatamente non ci scanniamo tra noi come essi facevano al loro tempo. Ma a esprimere riserve nei confronti di Francesco ti becchi facilmente dai suoi sostenitori un “tradizionalista!”. Forse hanno ragione loro, ma “ista” proprio no. Il mio dispiacere ha le sue ragioni, che hanno a che fare con la tradizione, ma non quella specificamente cristiana.

Credo di capire i motivi per cui a tanti piace. Perché vertono su questioni all’ordine del giorno non saprei da quanti decenni, che mi hanno dato di che ragionare. Sappiamo quali sono i leitmotivs della sua predicazione: i poveri, gli emigranti, l’ecologia. Ogni tanto predica anche con parole forti contro l’aborto, ma questo non ha risonanza nell’opinione pubblica, e dove quegli altri sono in gioco sembra passare in secondo piano (come mi pare sia avvenuto in occasione delle recenti elezioni americane, quando non mi risulta che il tema dell’aborto, propugnato dalla leadership democratica fino al nono mese, ossia fino all’infanticidio, abbia giocato un gran ruolo nelle simpatie di tanta parte dell’episcopato, vicina a Francesco). 

Un’immagine, diffusa immediatamente dopo la sua elezione a Papa, mostrava Bergoglio vescovo di Buenos Aires che andava in autobus come uno qualsiasi. Niente macchinone da ricchi. Lui sì! Quante volte mi è capitato di sentire, quando insegnavo religione alle scuole medie superiori, studenti che lamentavano il fatto che i preti si fanno le macchine, e che macchine. La Chiesa, pareva che dicessero, predica bene (la povertà) e razzola male (vive in ricchezza); e questo era per loro uno scandalo tale da tenerli lontani da essa. Frasi fritte e rifritte, che nascondevano le effettive ragioni dell’allontanamento (la progressiva svalutazione nella cultura egemone e quindi nella scuola dell’insegnamento della Chiesa). Francesco comunque, fin dalla sera in cui si presentò per la prima volta sul balcone con la semplice veste bianca, senza la ricca mantellina di ermellino, pareva un’altra cosa. Anche il suo famoso (per alcuni famigerato) “buonasera” mostrava una voluta mancanza di ieraticità, destinata a portare la figura del Papa più vicina alla gente. Ma mi chiedo quanto sia davvero vicino alla gente, o quanto meno all’ordinario fedele cristiano. 

A insegna del suo pontificato egli assumeva dunque il nome del poverello di Assisi. Ricordiamo poi lo slogan, in non so quale suo discorso di allora, a favore di una “chiesa povera per i poveri”. Ma che vuol dire una “chiesa povera”? Come sempre, i suoi slogan sono ambigui. Può anche significare giustamente una chiesa i cui rappresentanti vivono asceticamente. E in tal caso l’espressione sarebbe ineccepibile. Ma se prendiamo lo slogan alla lettera, mi viene da chiedermi che cosa se ne facciano i poveri di una chiesa povera. Quel che i poveri vogliono in fondo è di cessare di essere poveri. E ci vuole per questo una chiesa ricca, non solo in quanto apparato clerico-istituzionale che disponga di mezzi di carità materiale, ma in quanto costituita di uomini virtuosi capaci di creare ricchezza diffusa. 

Sta qua il problema di tanto parlare dei poveri: e i ricchi? O, in termini più astratti, la ricchezza per far sì che i poveri diminuiscano? Un altro slogan degli inizi del pontificato di Francesco era il paragone della Chiesa a un ospedale da campo. Bene, niente da dire. Ma significa che tutti, ricchi e poveri, hanno bisogno di cure per la loro salute (da salus, che vuol dire anche salvezza). Possiamo discutere, “laicamente”, di quale sia il sistema migliore di produzione e distribuzione della ricchezza, ovvero, semplificando, se affidandosi primariamente all’iniziativa diciamo privata o con un intervento dell’istituzione statale più o meno ampio. “Laicamente” mi sembra di poter dire che l’iniziativa privata ha dato in Occidente una miglior prova di sé, con tutte le riserve dovute allo svilupparsi di centri di potere economico che, anche se non son statali, difficilmente possono essere classificati data la loro estensione come privati. Ma in ogni caso la salus degli uomini è precaria e c’è bisogno di attendere ad essa. 

Ricchi o poveri, gli uomini tutti hanno bisogno della “cura delle anime” (come si diceva una volta), offerta dalla Chiesa con l’annuncio della buona novella, ovvero dell’avvento con Cristo del Regno di Dio. Ma questo annuncio sembra recedere sullo sfondo nella predicazione di Francesco: con l’enfasi sui poveri e, vedremo in post successivi, sui migranti e sull’ecologia. 


 

30 ottobre 2020

Fratelli tutti. Partiamo da Adamo ed Eva

di Giorgio Salzano

Ero indeciso tra esordire con, sarò breve succinto e compendioso; oppure, sarò breve: Adamo ed Eva … 

Con il primo esordio, osservo che la nuova enciclica del Papa solleva un interessante problema: perché dovrei starla a sentire? Essa presenta infatti un evidente paradosso (come d’altronde era il caso di quella precedente). L’enciclica è un atto di autorità papale, e il Papa è il successore di San Pietro, che era il vicario di Cristo, per cui per brevità si dice che è il vicario di Cristo, parla cioè a suo nome. Bene. Ma se poi l’enciclica si lancia in analisi socio-politiche del mondo di oggi, in cui non dico che quel nome non compare esplicitamente, ma che l’argomentazione è condotta con stile squisitamente laico, allora essa contrasta l’autorità papale dalla quale promana. O no? Di fronte alle sue argomentazioni da parte di un laico, “credente o non credente”, io mi sentirei pienamente autorizzato a criticarle, come erronee, frutto di incompetenza e di ignoranza. I suoi errori laici dovrebbero essere dunque coperti per me cattolico dal fatto che egli sia il Papa? Mi si potrebbe replicare che sì, perché l’autorità papale è pur sempre in materia di dottrina e di morale. Ma quando il Papa parla laicamente, senza evidenti richiami o echi dottrinali, di morale, su materie delle quali mi sono occupato da studioso in tutto il corso della mia vita adulta, che autorità la sua enciclica dovrebbe rivestire per me? Certo, stare a sentire si sta a sentire chiunque …

Ma che autorità hai tu per dire che non vi sono echi dottrinali nell’enciclica? E allora:

Sarò breve: Adamo ed Eva – la Bibbia racconta, e con essa il catechismo sentito fin da che ero bambino – creati integri nella grazia di Dio, si lasciarono ingannare dal serpente, mangiarono del frutto che gli era stato proibito, e furono cacciati dal Paradiso terrestre. Sì, tutti fratelli. Ma ricordiamo quel che il nostro catechismo ci racconta dei primi fratelli, Caino ed Abele. O ricordiamo più semplicemente le rivalità che spesso ci oppongono ai nostri fratelli. La storia dell’umanità è quella di fratelli-coltelli, coltelli proprio perché fratelli. Di che fratellanza va dunque cianciando Bergoglio nella sua enciclica, quando pare richiamarsi esclusivamente alla comune creazione? Mi sembra anche di ricordare, ma non è più il primo catechismo, che San Paolo dica che, guastata la nostra eredità in Adamo a causa della sua disobbedienza, siamo ricreati in Cristo, nuovo Adamo: in una nuova fratellanza senza più coltelli. Questa non ha purtroppo sempre retto perfino nella storia della Chiesa. Bisognava perciò forse ricordare che siamo sempre bisognosi di ri-creazione.


 

23 ottobre 2020

14 ottobre 2019

Urge un chiarimento sulle frasi di Scalfari

di Marco Sambruna
Dunque la vicenda dell’intervista o meglio delle dichiarazioni attribuite da Scalfari a Bergoglio assume dei contorni che urge definire. Non per pedanteria, né per desiderio di sollevare un caso, ma semplicemente perché si evince da tali dichiarazioni un’ipotesi mai verificatasi prima nella storia della chiesa: un papa non cattolico alla guida della chiesa cattolica. Anzi se l’ipotesi che segue è valida siamo in presenza non di un papa teologicamente impreparato come alcuni sostengono o la cui ortodossia solleva dubbi come altri fanno notare, ma molto più drasticamente siamo di fronte a qualcuno che non è papa, né lo è mai stato pur avendone tutte le apparenze.

Le sconcertanti dichiarazioni che Bergoglio avrebbe rilasciato a Scalfari sono ricostruite a memoria da quest’ultimo come segue:
"Chi ha avuto, come a me è capitato più volte, la fortuna d’incontrarlo e di parlargli con la massima confidenza culturale, sa che papa Francesco concepisce il Cristo come Gesù di Nazareth, uomo, non Dio incarnato. Una volta incarnato, Gesù cessa di essere un Dio e diventa fino alla sua morte sulla croce un uomo".

Inoltre il papa avrebbe detto a Scalfari a proposito di alcuni episodi evangelici che
"sono la prova provata che Gesù di Nazareth una volta diventato uomo, sia pure un uomo di eccezionali virtù, non era affatto un Dio" (qui)

A questa ricostruzione è seguita come noto non la smentita, bensì la precisazione della sala stampa vaticana secondo cui:

“come già affermato in altre occasioni, le parole che il dottor Eugenio Scalfari attribuisce tra virgolette al Santo Padre durante i colloqui con lui avuti non possono essere considerate come un resoconto fedele di quanto effettivamente detto, ma rappresentano piuttosto una personale e libera interpretazione di ciò che ha ascoltato, come appare del tutto evidente da quanto scritto oggi in merito alla divinità di Gesù Cristo”. (qui)

Ora quando ci si trova davanti a una correzione di questo tipo i casi sono due: o si tratta di una correzione formale ossia che riguarda non il contenuto ma appunto la forma o il modulo espressivo utilizzato per verbalizzare il concetto veicolato dalle parole che resta dunque confermato; oppure si tratta di correzione sostanziale ossia non è contestata la forma o la modalità espressiva, ma il contenuto del messaggio cioè i suoi concetti intrinseci.
Nel caso della comunicazione vaticana si ha l’impressione non di una smentita e nemmeno di una correzione bensì di una precisazione che riguarda non la sostanza o i contenuti della dichiarazione che Scalfari attribuisce a Bergoglio, ma i suoi aspetti formali che riguardano la forma o la modalità con cui il concetto è stato verbalizzato. Infatti se Bergoglio avesse pronunciato ben altro concetto rispetto a quello ricordato da Scalfari era opportuno intervenire sia con una secca smentita che negasse la frase attribuita al papa, sia riportando la frase autentica e originale che Scalfari avrebbe liberamente interpretato.
Insomma il fatto manchi la proposizione autenticamente verbalizzata da Bergoglio già depone circa il fatto che probabilmente Scalfari ha riportato fedelmente il concetto espresso dal papa sia pure, forse, con parole diverse rispetto a quelle pronunciate effettivamente dal papa medesimo.

Già, il papa. Se l’ipotesi di cui sopra è corretta però a questo punto occorre fare una riflessione supplementare e cioè domandarsi se Bergoglio eventualmente non credendo nella divinità di Cristo possa essere papa. Infatti al momento dell’elezione papale occorre che il candidato eleggendo, cioè il nuovo potenziale pontefice, condivida in foro interno, cioè nel tribunale della coscienza o nella propria intimità tutto ciò che la chiesa cattolica propone a credere in primis che Cristo è Dio. Mancando questa intima convinzione l’elezione non è valida perché manca un requisito essenzialissimo che rende da potenziale ad attuale la carica papale: anzi in termini tecnici in un caso del genere l’elezione papale non solo è annullabile come se fosse stata valida fino a un certo punto e a causa di un accidente esterno subentrato in un secondo tempo non lo è più da quel punto in poi, ma è addirittura nulla come se non fosse mai avvenuta in quanto fin dall’origine mancava l’elemento principale che validasse l’elezione.
In altri termini: se la frase secondo cui Bergoglio non crederebbe alla divinità di Gesù è vera non solo il papa non è più tale, ma addirittura non lo è mai stato.
Ora bisogna uscire allo scoperto e porre fino a tutto il teatrino di ambiguità che finora ha caratterizzato il presente pontificato: o Francesco dichiara inequivocabilmente di credere nella divinità di Gesù ribadendo il fatto di essere legittimamente papa o conferma la sostanza di ciò che Scalfari gli attribuisce rendendo così nulla la sua elezione.


 

09 settembre 2019

Francesco e l'America. Viviamo nello stesso mondo?

di Giorgio Salzano
“Per me è un onore se mi attaccano gli americani”. Così Francesco sull’aereo che lo portava in Africa. Il direttore della Sala stampa vaticana, Matteo Bruni, capendo subito le potenziali conseguenze della battuta, è immediatamente intervenuto, spiegando che “in un contesto informale il Papa voleva dire che considera sempre le critiche un onore, particolarmente quando provengono da importanti pensatori e, in questo caso, da una nazione importante”.
Non è però in effetti così che ho inteso la battuta quando l’ho letta.

Sono stato quest’ultimo mese in ritiro spirituale presso il noviziato dell’istituto di religiosi a cui sono ascritto da laico. Commentavo con il maestro dei novizi, di cui sono amico, l’attuale pontificato, ed egli ha assunto una posizione ispirata al principio di obbedienza – che, ricordiamolo, rientra tra i consigli evangelici –; ha detto perciò che si possono anche criticare certe prese di posizione di Francesco, ma non vuole sentire parlare di eresia del papa. Secondo me ci sarebbero ottime ragioni per farlo, ma, in ossequio al mio amico, mi astengo. Resta però la domanda, suscitata, oltre alle ben note posizioni controverse di Francesco, in materia soprattutto di ecologia e accoglienza dei così detti migranti, da battute come quella sopra riportata: ma viviamo nello stesso mondo?

Evidentemente no!
Il mondo è costituito dalle informazioni che ne abbiamo. L’ho detto, senza pensare troppo alle implicazioni, per tirarmi d’impaccio sulle questioni dottrinali relative all’argentino Bergoglio. E ho parlato di informazione nel senso corrente della parola, di essere cioè al corrente di come vanno le cose in un certo ambito di realtà. Per esempio quello dell’America, da cui provengono gli attacchi di cui Bergoglio si dichiara orgoglioso: come a dire, prima facie, gli attacchi provenienti da certe aree, chiaramente malfamate, sono qualcosa di cui andare fieri. Leggo, a commento di quella battuta, che si sa, i sudamericani ce l’anno con gli yankees, che a torto o a ragione considerano responsabili dei loro guai: difesa che in effetti è controproducente, perché attribuisce al papa pregiudizi regionali che non dovrebbe avere, se davvero vuole rappresentare la Chiesa cattolica.

Non piace, agli ambienti più tradizionali, per non dire conservatori (parola inquinata dall’opposizione con progressista che sarebbe meglio evitare), della Chiesa americana l’invito a smettere l’atteggiamento da “guerra culturale” seguito sotto i precedenti pontificati, per assumerne uno più conciliante, aperto, come si suol dire, al dialogo. Ma quanto è, o meglio, viene messo al corrente il buon Francesco della situazione effettiva degli Stati Uniti? Ossia che vi è in atto un attacco al Cristianesimo non dico senza precedenti, ma nel quale è riconoscibile una virulenza analoga a quella della rivoluzione francese e della repressione staliniana della Chiesa russa. Forse sono mal informato io, ma la denuncia di questo attacco fatta da Fox News, sempre riportando clips delle altre emittenti, è convincente. Una élite di “anime belle”, nei media nell’accademia e ad Hollywood, auspica in effetti per rinnovare moralmente l’America un sovvertimento della costituzione, che annulla le libertà che essa garantisce.

I candidati democratici alle presidenziali dell’anno prossimo auspicano un controllo pressoché globale da parte del governo federale sulla vita dei cittadini in nome proprio di quelle preoccupazioni ecologiste tanto care a Bergoglio. Che le politiche proposte contro il global warming o climate change comporterebbero un generale impoverimento delle classi medie e medio-basse non sembra essere cosa che li riguardi; gli unici a non esserne toccati sarebbero proprio quei ricchi e super-ricchi, soprattutto del mondo della finanza, contro i quali tuona Bergoglio. E potrei continuare, includendo i problemi dell’immigrazione incontrollata che quegli stessi candidati favoriscono, ed alla quale la presente amministrazione sta cercando di porre un freno, anche costruendo un muro che non serve a tenere tutti fuori, ma a filtrare quelli che entrano e sono i benvenuti.
Forse Fox News non è la voce della verità, ed io mi sbaglio. Sarebbero cose da discutere, e se non siamo capaci di farlo vuol dire davvero che viviamo in mondi diversi. Passi che ciò accada con i così detti laici, i liberal di questa come di quella parte dell’oceano. Ma che accada con il supremo rappresentante della gerarchia ecclesiastica e tanti altri suoi eminenti membri, è cosa sconcertante: come se la Chiesa non stesse qui a farci partecipi dello stesso mondo.


 

06 maggio 2019

Tradizione, scrittura ed eresia. Un chiarimento

di Giorgio Salzano
L’argomento del giorno... beh non so se sia proprio l’argomento del giorno, ma certamente è una cosa che fa discutere e merita attenzione. Perfino l’americana Breitbart l’ha riportato: 19 accademici cattolici, tra cui Aidan Nichols OP, teologo di spicco nel mondo di lingua inglese, hanno inviato una lettera aperta ai vescovi, perché prendano atto del fatto che il Papa si è reso reo del crimine canonico di eresia. Interessante questione. Commentavamo con un mio amico americano l’andazzo delle cose in questo pazzo pazzo pazzo mondo, e lui mi ha ricordato come da loro “is the Pope catholic?” fosse usato quale esempio proverbiale di domanda dell’ovvio, del tipo “è bagnata l’acqua?”. L’ha ricordato, perché la riposta non appare più così ovvia, neanche a chi non è nemmeno cristiano, ma solo un ebreo simpatizzante cristiano come nel caso del mio amico: Francesco non la conta giusta. È eretico? Di primo acchito posso solo dire, per quel che vale, che se il Cristianesimo fosse quello che lui predica a me non interesserebbe. Che non è una risposta, non tanto per l’irrilevanza di una mia opinione personale, ma perché lo stesso discrimine di ortodossia ed eresia su cui potrei basarla è diventato problematico.

Chiamiamo eretico chi non ritiene vere cose che la Chiesa insegna da credere, in altre parole, chi non aderisce agli insegnamenti della Chiesa – chiamasi dottrina cristiana – nella loro cattolica integrità. Qua si pone la questione di quale sia la dottrina cristiana, e prima ancora quale importanza abbia una sua precisa definizione (con la Congregazione per la dottrina della fede che presiede ad essa). Tanti, e parrebbe perfino il capo vicario della Chiesa, si comportano come quei fedeli ai quali sant’Agostino riteneva necessario rispondere in apertura del suo De doctrina cristiana, che ritenevano non esserci bisogno di tante elucubrazioni intellettuali, poiché basta in fondo aderire a Cristo. Molto bene, ma se poi spostiamo la domanda e chiediamo chi sia Cristo? Che cosa ci diranno? “Dei Verbum”, risponde il documento del Vaticano II sulla divina rivelazione con le due parole che gli danno il titolo, proclamando Cristo appunto l’unica fonte della rivelazione, di contro al documento preparatorio che parlava di “fonti” della rivelazione.

Si è voluto in questo modo porre termine nella “Dei Verbum” alla controversia che per secoli ha opposto i protestanti, per i quali sola fonte di conoscenza per noi della rivelazione è la Scrittura, e i cattolici, per i quali invece la tradizione è tanto normativa quanto la Scritture, proclamando che in fondo, nel loro riferirsi a Cristo, esse “formano in certo qual modo una cosa sola”. In certo qual modo: l’espressione tipica di chi vuole affermare qualcosa, ma non sa come. In nessun modo tradizione e scrittura possono formare una cosa sola: i concetti sono diversi e vanno mantenuti di conseguenza distinti. Semmai li vogliamo riportare a unità, è nel primo dei due termini: genericamente parlando, la parola può farsi tradizione, orale o scritta, e anche se il riferimento resta lo stesso le due non si confondono.

Mentre si veniva definendo il canone delle scritture neotestamentarie, si definiva anche la dottrina cristiana, per il magistero degli apostoli, testimoni immediati del passaggio di Gesù Cristo nel mondo, e dei loro più prossimi successori; quando poi la trasmissione eminentemente orale nella vita della comunità dei loro insegnamenti si prolungherà nei secoli e nei millenni, quel magistero si eserciterà anche attraverso la lettura degli scritti in cui la prima traditio era stata fissata, lettura autoritativa per la sua continua aderenza alla dottrina cristiana, ovvero agli insegnamenti che all’inizio erano entrati in quegli scritti e che avevano poi determinato il modo di intenderli. Invece l’irenismo che pervade i documenti del Concilio (per un desiderio di riconciliazione con il mondo circostante improntato a un ottimismo non so quanto ingenuo o smaliziato, per non dire colpevole), ha portato ad appiattire la tradizione sulla scrittura, una posizione cripto protestante che in ambito cattolico lascia il magistero tendenzialmente svincolato dalle letture tramandate: arbitro di dottrina, può far mostra di fastidio verso chi di dottrina vorrebbe discutere.

Il discrimine di ortodossia ed eresia è diventato così incerto. Inutile è perciò accusare il Papa regnante di eresia in nome del tradizionale insegnamento della Chiesa, magari richiamandosi al Concilio di Trento come fanno gli autori della lettera ai vescovi. Senza essere mai esplicitamente detto nei suoi documenti, il Vaticano II rappresenta infatti l’anti Trento, o almeno si presta a essere preso come tale. Fu anzi salutato ad esempio da un Marie Dominique Chenue, guardando molto più indietro, come la fine dell’era costantiniana – o diciamo pure la fine della cristianità, di una società cioè che si identifica come cristiana perché trova negli insegnamenti della Chiesa la propria cultura, costringendo anche i regnanti secolari a prenderne atto.

Per capire che cosa questo significhi, bisogna però tenere presente che per chi la vive la cultura non è una tra le tante possibili concezioni del mondo, ma è semplicemente la conoscenza che ha della realtà a cui tutti gli uomini prendono parte: ogni cultura rappresenta in questo senso una pretesa di cattolicità. Nel confronto delle diverse tradizioni di sapere a cui ci obbliga l’estendersi planetario delle comunicazioni ognuno si ritrova quindi a dover affermare e difendere la valenza universale della propria tradizione. Se la Chiesa non fa questo, la fine della cristianità rischia di rappresentare la sua stessa fine. La sua difesa però, prima che alle armi (cosa comunque da non escludere), è affidata al logos. Il “logos fatto carne” è infatti – ci ricordava Benedetto XVI a Ratisbona – ciò che il Cristianesimo annuncia. Nel logos dunque, va trovato anche il discrimine di ortodossia ed eresia: un insegnamento che mantiene viva la capacità di ragionare è ortodosso, un insegnamento invece in cui quella capacità viene meno, è eretico.



 

09 febbraio 2019

Se Muller "corregge" Francesco

L'odierno manifesto del cardinale Muller sembra destinato a far parlare molto di sé. Si tratta infatti di un testo che ribadisce alcuni capisaldi fondamentali del cattolicesimo, che secondo il porporato sono attualmente offuscati da una "sempre più diffusa confusione nell’insegnamento della fede". Assolve al suo compito, facendo proprio il dettame paolino di trasmettere la fede incorrotta, perché "è compito proprio dei pastori guidare gli uomini loro affidati sulla via della salvezza, e ciò può avvenire solamente se tale via è conosciuta e se loro per primi la percorrono". Ricordiamo che il cardinale in questione è stato Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede dal 2012 al 2017, incarico che fu di Ratzinger, il che lo pone come voce estremamente autorevole, essendo stato nei fatti la seconda personalità della Chiesa dopo il Papa.

Perché secondo Muller la fede oggi sarebbe offuscata? Non pochi intravedono una critica alla gestione della cosa ecclesiastica da parte di Papa Francesco, il quale sembra, lo dicono i suoi stessi sostenitori, poco interessato alla purezza dottrinale, preferendo una via pastorale non sempre attenta agli insegnamenti. Lo stesso cardinale sembra però agire per motivi più alti, ammonendo tutti, preti, vescovi e laici, ricordando che "oggi molti cristiani non conoscono più nemmeno i fondamenti della fede, con un pericolo crescente di non trovare più il cammino che porta alla vita eterna".

Certo è che molti punti sembrano diametralmente opposti alla dottrina Bergoglio e fa effetto vedere che ogni affermazione rimanda ad un articolo del catechismo. Facendo qualche esempio, il primo punto spiega esattamente la dottrina sull'unicità della Salvezza in Gesù Cristo. "Il Verbo fatto carne, il Figlio di Dio è l’unico Salvatore del mondo (679) e l’unico mediatore tra Dio e gli uomini (846). Per questo, la prima lettera di Giovanni si riferisce a colui che nega la sua divinità come all’anticristo (1Gv 2,22), poiché Gesù Cristo, Figlio di Dio, dall’eternità è un unico essere con Dio, suo Padre (663). È con chiara determinazione che occorre affrontare la ricomparsa di antiche eresie che in Gesù Cristo vedevano solo una brava persona, un fratello e un amico, un profeta e un esempio di vita morale". Recentemente Francesco è andato in Medio Oriente a firmare una dichiarazione nella quale c'è scritto che la diversità fra le religioni è volontà di Dio. Come conciliare questa frase con quanto scritto da Muller?

C'è poi il nodo della salvezza nella Chiesa. "Attraverso di essa l’opera redentrice di Cristo diventa presente nel tempo e nello spazio con la celebrazione dei SS. Sacramenti, soprattutto nel Sacrificio eucaristico, la S. Messa (1330). La Chiesa trasmette con l’autorità di Cristo la divina rivelazione". Dunque, sembra dire Muller, "Extra Ecclesiam nulla salus", con buona pace dei propositi filo luterani nati nel 2017. Il primato dei sacramenti, ribadito nel documento, non sembra collimare con la dottrina professata ormai da vasti settori della Chiesa, che li vedono piuttosto come simboli e non come reale azione divina.

Altro punto critico è quello riguardante la comunione ai divorziati risposati, su cui si combatte una vera e propria guerra interna, dopo la pubblicazione da parte di Francesco della esortazione "Amoris Laetitia". "Chi è consapevole di aver commesso un peccato grave, deve ricevere il sacramento della Riconciliazione prima di accedere alla Comunione» (1385). Dalla logica interna del sacramento si capisce che i divorziati risposati civilmente, il cui matrimonio sacramentale davanti a Dio è ancora valido, come anche tutti quei cristiani che non sono in piena comunione con la fede cattolica e pure tutti coloro che non sono debitamente disposti, non ricevano la santa Eucaristia fruttuosamente (1457), perché in tal modo essa non li conduce alla salvezza. Metterlo in evidenza corrisponde a un’opera di misericordia spirituale".

Che dire? Il cardinale Muller sembra intenzionato ad uscire dal silenzio che si era auto imposto un paio d'anni fa, per denunciare quella che per molti è una deriva morale e dottrinaria della Chiesa. Difficilmente potrà essere liquidato come un facinoroso, come si è fatto con chiunque abbia ribadito i dogmi cattolici negli ultimi anni.

Il testo integrale è reperibile sul sito di Aldo Maria Valli.

(Pubblicato anche su Barbadillo.it)


 

19 gennaio 2019

Due motu Proprio su Ecclesia Dei e Cappella Musicale

Il preannunciato Motu Proprio sulla soppressione dell'Ecclesia Dei è stato finalmente pubblicato. La commissione diventa un ufficio della Congregazione per la Dottrina della Fede. Non c'è nulla di particolare rispetto alle anticipazioni già pubblicate nelle scorse settimane da Messainlatino.it.

Sottolineiamo solo un passaggio, laddove il Papa constata che "gli Istituti e le Comunità religiose che celebrano abitualmente nella forma straordinaria, hanno trovato oggi una propria stabilità di numero e di vita". Si prende quindi atto che gli Istituti legati alla liturgia tridentina non costituiscono una situazione straordinaria ma sono un dato di fatto. Ci sembra (perdonate l'insolito ottimismo) una risposta implicita a chi continua a mettere in discussione la celebrazione della Messa Tridentina e vorrebbe in qualche modo normalizzare questi istituti.

E' possibile che vengano quindi posti sotto l'egida della Commissione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica, al momento retta dal cardinale Braz de Aviz.

Il secondo Motu Proprio della giornata riguarda invece la Cappella Musicale Pontificia. Il Papa dispone che "la Cappella Musicale Pontificia venga inserita nell’Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice, quale specifico luogo di servizio alle funzioni liturgiche papali e nel contempo a custodia e promozione della prestigiosa eredità artistico-musicale prodotta nei secoli dalla Cappella stessa per le solenni liturgie dei Pontefici".

Il responsabile della Cappella diventa Monsignor Guido Marini, mentre l'economo diventa Monsignor Guido Pozzo, segretario della soppressa Ecclesia Dei.


Immagine da Pixabay.

 

10 gennaio 2019

Meglio andare comunque in Chiesa

di Giuliano Guzzo
Quello del «meglio vivere da atei che da cristiani che odiano» è stato l’intervento della prima udienza generale del 2019 di papa Francesco ma, purtroppo, è solo l’ultimo ad alimentare fraintendimenti, divergenze interpretative, titoloni non proprio esaltanti. Tutto dovuto al cattivo giornalismo? Non saprei, dato che nelle redazioni i perfidi ci lavorano da un pezzo eppure a Giovanni Paolo II e Benedetto XVI certe uscite spericolate non mi pare siano mai riusciti ad attribuirle: e sì che hanno avuto oltre tre decenni di tempo.

Ad ogni modo, mi tengo volentieri lontano da ogni polemica, anche perché la classifica tra atei e cristiani ipocriti non mi appassiona granché. Analogamente, non ho un’idea sulle «persone che vanno in chiesa, stanno lì tutti i giorni» e poi odiano per il semplice fatto che vedo per lo più chiese mezze vuote e confessionali deserti. Tuttavia, un piccolo pensiero desidero comunque formularlo affermando che sì, in chiesa conviene andarci. Sempre e comunque: da cristiani ipocriti, per ascoltare come Gesù fustigava i farisei e pure da atei, per non porre limiti alla provvidenza.


Non lo dico per provocare, ma perché le visite in chiesa sono come i cioccolatini di Forrest Gump: non sai mai quello che ti capita. Proprio come non lo sapeva il giovane André Frossard, ateo e figlio del partito comunista francese il quale, l’8 luglio 1935, entrò per caso nella cappella delle Figlie dell’Adorazione di Parigi e ne uscì convertito: «Sono entrato ateo in quella chiesa e sono uscito cinque minuti dopo che ero cattolico, apostolico, romano». Chiaro, non a tutti quelli che entreranno in una cappella toccherà l’esperienza del grande accademico francese. Ma una cosa è certa: nel dubbio, in chiesa è meglio andarci. In ogni caso.

*Immagine tratta da Pixabay
 

03 gennaio 2019

Piccolo elogio dei bacchettoni ipocriti

di Giorgio Enrico Cavallo
Ogni tanto, ascoltando le parole di Bergoglio, sorge spontanea una domanda: ma in quale Chiesa vive? Questa domanda scatta automaticamente quando si ascoltano le sue parole in merito ai «cristiani pappagallo», come lui li chiama. Gli ipocriti. I bacchettoni. È tornato ad occuparsene nel corso della prima udienza generale dell’anno (ascoltabile qui): «è uno scandalo vedere persone che vanno in Chiesa, stanno tutta la giornata lì o vanno tutti i giorni e poi vivono odiando gli altri, parlando male della gente. Questo è uno scandalo. Meglio non andare in chiesa. Meglio vivere come un ateo».

Meglio vivere come un ateo? L’affermazione di Bergoglio lascia quantomeno dubbiosi: davvero, alla poca fede è preferibile l’assenza totale di fede? Mai si è visto nella storia un papa che fa lo “sponsor” dell’ateismo, prediligendolo ad una fede infiacchita o ormai abitudinaria; in ogni caso, siamo ormai discretamente immunizzati di fronte alle infelici affermazioni del pontefice, per cui sorvoleremo e punteremo dritti alla domanda più importante: in quale chiesa si vede gente che sta lì tutto il giorno per pregare e farsi vedere? 
Sarebbe un toccasana trovare gente così. Invece, entrando nelle nostre belle chiese, se va bene possiamo trovare l’addetto delle pulizie che lava per terra. Sul serio: preferiremmo di gran lunga trovare schiere di ipocriti bacchettoni che danno aria alla bocca sgranando rosari per mettersi in mostra, piuttosto che ammirare il desolante deserto delle nostre chiese.
Ci fossero davvero, questi benedetti bacchettoni ipocriti! Gente che sta in chiesa tutto il giorno per farsi ammirare. Pensate un po’: significherebbe che, per la nostra società, andare in chiesa, salmodiare e compiere opere pie significa ancora qualcosa. Immaginate un po’, ragazze che perdono la testa per il mansueto universitario occhialuto che, non avendo muscoli da mostrare, sgrana infiniti rosari per far colpo! Immaginate: i chierichetti esisterebbero ancora, perché i genitori (ovviamente, bacchettoni doc) manderebbero tutti i pargoli, ogni domenica, ad assistere la Messa. Naturalmente, la Messa sarebbe in latino, perché i bigotti doc si valutano in base a quante preghiere in latino conoscono. Se ne conosci di più, vinci un santino benedetto.

Tornando seri, questa Chiesa non esiste. Purtroppo, la Chiesa che esiste è moribonda ed esisterà ancora per poco: i fedeli disertano Messa e le chiese sono vuote. Sempre. Altro che “meglio essere ateo”. Atei siamo già, e per tanto così meglio essere bacchettoni. Sarebbe il primo passo per approfondire la propria fede. Sarebbe la base di partenza per la propria vita spirituale, che necessita di essere continuamente esercitata e raffinata, perché «pregare si fa dal cuore, da dentro», come osserva Francesco, e mettere le tende in chiesa serve ma poi te la devi vedere a tu per tu con il Padrone di casa.
Forse, un po’ di moralisti “old style” in più rimetterebbero in riga questa società sbandata. Ben venga, dunque, l’esercito dei bigotti. Magari un giorno arriverà davvero a liberarci dall’oppressione del politicamente corretto e dalla dittatura dell’ateismo. Sperare non costa niente e, per quel che ci riguarda, noi già ripassiamo le preghiere in latino. Il santino benedetto lo vogliamo davvero.

Immagine da gonnelli.it. "CARLO LASINIO (TREVISO, 1759 - PISA, 1838) : BACCHETTONI, E COLLI TORTI, TUTTI IL DIAVOL SE LI PORTI".


 

03 dicembre 2018

Non dismettono le chiese ma il cattolicesimo

di Giorgio Enrico Cavallo
«La constatazione che molte chiese, fino a pochi anni fa necessarie, ora non lo sono più, per mancanza di fedeli e di clero, o per una diversa distribuzione della popolazione nelle città e nelle zone rurali, va accolta nella Chiesa non con ansia, ma come un segno dei tempi che ci invita a una riflessione e ci impone un adattamento».
Di che ci sorprendiamo? Con il corso degli eventi degli ultimi anni, era naturale che si arrivasse a questo punto. Certo, queste parole messe nella bocca di un pontefice fanno accapponare la pelle; ma rientrano perfettamente nella linea perseguita dalla Chiesa Cattolica “riformata”: la gente non va a Messa? Le chiese sono vuote? Al posto di arginare in ogni modo possibile il dissolvimento del cattolicesimo dal mondo contemporaneo, si preferisce esultare e giubilare di fronte a questo «segno dei tempi». Segno che impone una riflessione, ovviamente seguita dall’adattamento alla nuova situazione. E nel mentre le chiese possono essere comodamente vendute (o, per meglio dire, svendute). Perché? Perché bisogna «dare priorità al tempo», e ciò «significa occuparsi di iniziare processi più che di possedere spazi. Il tempo ordina gli spazi, li illumina e li trasforma in anelli di una catena in costante crescita, senza retromarce». Garbuglio linguistico che, tradotto in parole povere, significa: “ritiriamoci con ordine e dignità”.

Davvero, non è una novità che gli europei disertino in massa le chiese. In alcuni paesi nordici, la loro dismissione è iniziata anni fa, ed oggi quelli che erano pii monumenti della devozione sono diventati sale di incontro, musei, palestre, negozi. Mammona si è presa tutto. In Italia, bisogna riconoscerlo, siamo ancora in una posizione privilegiata: da noi la scristianizzazione è meno evidente, ma nel giro di pochi anni saremo destinati ad affrontare il problema anche noi. Dunque? Anziché tirare fuori le unghie, la Chiesa preferisce vendere. Il che, per carità, potrebbe rientrare in un disegno tattico: indietreggiare per non disperdere le energie su un fronte troppo vasto. Purtroppo, va osservato che tale disegno non solo non c’è, ma sembra quasi che sia già stata firmata la resa al nemico.
Solo così si possono interpretare passi sconcertanti delle indicazioni di Bergoglio ai rappresentanti delle 23 conferenze episcopali riuniti alla Gregoriana su iniziativa del cardinal Ravasi. Come questo: «La dismissione non deve essere la prima e unica soluzione a cui pensare, né mai essere effettuata con scandalo dei fedeli. Qualora si rendesse necessaria, dovrebbe essere inserita per tempo nella ordinaria programmazione pastorale, essere preceduta da una adeguata informazione e risultare il più possibile condivisa».

Certo, in Italia chiudere una chiesa è ancora percepito come un evento traumatico. Dunque, bisognerà programmarla per tempo, informare preventivamente in vista dell’insindacabile chiusura per fallimento. Al posto che programmare una lotta all’ultimo uomo, si preferisce calendarizzare la resa. Duemila anni di cristiani battaglieri, di martiri, di crociati, buttati alle ortiche: oggi si preferisce cerchiare sull’agenda la data della chiusura. Unico sforzo richiesto: informare per tempo i parrocchiani. Accompagnarli sulla via del discernimento. Perché è bene così: «l’eloquenza originaria» delle nostre chiese millenarie «può essere conservata anche quando non sono più utilizzati nella vita ordinaria del popolo di Dio, in particolare attraverso una corretta esposizione museale, che non li considera solo documenti della storia dell’arte, ma ridona loro quasi una nuova vita, così che possano continuare a svolgere una missione ecclesiale». Se volete vedere questa «nuova vita» delle nostre chiese “musealizzate”, previo pagamento del biglietto d’ingresso, recatevi in una delle tante vittime di questa “valorizzazione”. Fortunati voi se ne trovate una che è rimasta una chiesa, seppur sconsacrata.

La maggior parte sono state acquisite da fondazioni private, e dove un tempo c’era il Santissimo ora ci sono orrendi sgorbi di arte contemporanea, installazioni pseudo-artistiche che stridono, cozzano, fanno a pugni con il buon senso estetico dei nostri avi. Installazioni volutamente anti-cristiane, per sbertucciare e dissacrare un luogo che resta a tutti gli effetti sacro.

A proposito di dissacrazione: a ben dire, se proprio volessimo dismettere delle chiese, sarebbe il caso di cogliere la palla al balzo e vendere subito quei templi dell’horror che hanno funestato le nostre città dal Concilio in poi. Ovviamente, anche laddove ci sono chiese vecchie e dal passato glorioso si preferisce celebrar Messa dentro questi scatoloni di cemento: brutti fuori, brutti dentro, privi di ogni senso estetico e di ogni aspirazione al divino, degni frutti di una teologia vuota e retorica. Queste sarebbero le chiese da abbattere, e subito; ripensando, magari, a molti punti dell’ultimo Concilio.

Invece, stiamone pur sereni, ad essere dismesse saranno le chiese romaniche e barocche. Le poetiche cappelle di campagna. I santuari. La distruzione del Cattolicesimo passa anche e soprattutto dall’eliminazione dei simboli, del bello, del sacro. Ciò che maggiormente sconvolge, è che Roma non soltanto non si opponga a questo declino, ma che lo stia incentivando. Anzi, che l’abbia preventivato. Si permetta la domanda retorica: anche la dismissione del Vaticano è in agenda?


 

25 ottobre 2018

Papa Francesco e "il cambio di Paradigma"

di Paolo Maria Filipazzi
Dopo cinque anni di pontificato bergogliano, è ormai legittimo iniziare a tracciare un bilancio dell’operato di Papa Francesco. Lo fa con notevole acume Josè Antonio Ureta con il suo “Il «cambio di paradigma» di Papa Francesco. Continuità o rottura nella missione della Chiesa? Bilancio quinquennale del suo pontificato” 
.
L’ Autore analizza del dettaglio tutti i punti di rottura del magistero di Bergoglio con la Tradizione della Chiesa, facendosi interprete delle preoccupazioni che tutto questo suscita, a partire da quelle sulla stessa tenuta unitaria della Sposa di Cristo.

Il primo punto dolente è, secondo Ureta, quello dei principi non negoziabili, che Papa Francesco ha di fatto liquidato nello spazio di un’intervista, per poi contraddistinguersi: per la vicinanza ai demolitori di questi ultimi, come Marco Pannella e Emma Bonino; per avere ospitato in Vaticano, con il pretesto di convegni a tematica ecologista già di per sé molto dubbi, noti promotori della contraccezione e dell’aborto; per la chiusura dell’ Istituto Giovanni Paolo II per Studi su Matrimonio e Famiglia e l’affidamento della Pontificia Accademia per la Vita nientemeno che a monsignor Vincenzo Paglia; per aperture perfino all’eutanasia e per il rifiuto di pronunciarsi in passaggi cruciali come l’approvazione della legge Cirinnà, di fatto passata anche grazie al suo silenzio. Il tutto ha avuto l’effetto di mettere in difficoltà i miltanti pro-vita in tutto il mondo, di fatto scaricati.

Si passa poi, al problema della paradossale rivalutazione del marxismo attraverso la riesumazione della Teologia della Liberazione, della cui variante argentina, la Teologia del Popolo, Bergoglio è stato allievo. Si è arrivati così all’organizzazione, da parte del Vaticano, degli Incontri Mondiali dei Movimenti popolari, nel corso dei quali è stato promosso un radicalismo politico spintosi ad aperte apologie della guerriglia e della lotta armata, il tutto sotto gli occhi del Papa, che ha fatto sua l’agenda di questi movimenti. In questo quadro si colloca il sostegno che la Santa Sede ha assicurato al regime di Maduro in Venezuela, sconfessando i vescovi di quel paese, schieratisi con i milioni manifestanti scesi in piazza a protestare contro quel governo e duramente repressi. A questo aspetto si collega anche la dolorosa vicenda dell’accordo con la Cina, con cui il Vaticano ha abbandonato al loro destino schiere di cristiani e sacerdoti perseguitati dal regime comunista di Pechino.

Si analizza successivamente l’adesione, manifestata con la discutibile enciclica Laudato sì, all’ideologia ecologista dell’ ONU, con la correlata adesione a teorie parascientifiche non provate, che hanno però legittimato la promozione, da parte del Papa, di stili di vita improntati ad un pauperismo radicale di utopie indigeniste in realtà dannose per gli stessi poveri; a inquietanti progetti di governo mondiale; e ad un’ambigua spiritualità neo-pagana e panteista, culminata nella proiezione, sulla facciata della basilica di San Pietro, dello spettacolo di dubbio gusto Fiat Lux.

Si passa, a questo punto, al martellamento in materia di immigrazione cui da anni il Papa ci sta ossessivamente sottoponendo, alla sua idealizzazione di un Islam pacifico e non violento che sta in realtà aprendo le porte ad una futura invasione, ed alla correlata reticenza a condannare la violenza fondamentalista, anche qui abbandonando a se stessi i cristiani perseguitati del Medio Oriente.

Vi è, al culmine di tutto, la svolta relativista in materia teologica e morale, con la rivalutazione di Lutero, la propaganda omosessuale svolta da alcuni fedelissimi quali James Martin, ed il caso emblematico di Amoris Laetitia e del percorso sinodale che lo ha preceduto, di cui l’Autore ricostruisce meticolosamente tutte le successive forzature.

Il risultato di tutto questo è, spiega l'autore,  con il ralliement alla modernità gnostica e anticristiana, un’esasperazione fino al parossismo del processo di autodemolizione della Chiesa già denunciato da Paolo VI, di cui il Papa viene ripagato con il plauso dei poteri mondani.

A questo punto si pone la domanda sul da farsi. Nella parte conclusiva del libro l’Autore è molto chiaro: come insegnato dalla Costituzione Pastor Aeternus, lo Spirito Santo non è stato promesso ai successori di Pietro per rivelare una nuova dottrina, ma per custodire con scrupolo il deposito della fede. In tale prospettiva, è sicuramente lecito sospendere prudenzialmente l’assenso e persino resistere pubblicamente agli insegnamenti errati, come del resto fece già San Paolo di Tarso, e come confermato da autorevoli autori fra cui San Tommaso d’Aquino e San Roberto Bellarmino. Tale resistenza diventa addirittura doverosa quando gli insegnamenti errati mettono a repentaglio il bene comune.

Ugualmente chiaro è l’Autore a proposito delle prospettive di scisma da più parti ventilate: “nella confusione attuale che rischia di aggravarsi in un futuro non lontano, una cosa è certa: che i cattolici fedeli al loro battesimo giammai prenderanno l’iniziativa di rompere il sacro legame di amore, venerazione ed obbedienza che li unisce al successore di Pietro e ai successori degli Apostoli, anche se questi ultimi potessero eventualmente opprimere le loro coscienze e auto demolire la Chiesa. Se, abusando del loro potere e cercando di forzarli ad accettare i loro traviamenti, tali prelati venissero a condannarli a causa della loro posizione di fedeltà al Vangelo e di resistenza all’autorità, saranno questi pastori e non i cattolici fedeli i responsabili della rottura e delle sue conseguenza davanti a Dio, alla Chiesa e alla Storia, così come accadde a San Atanasio, vittima di un abuso di potere, tuttavia stella nel firmamento della Chiesa”.

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29 settembre 2018

Accordo con la Cina. Alcuni pareri (discordanti)

L'accordo con la Cina tiene banco, soprattutto dopo che è trapelata la notizia che due vescovi cinesi potranno partecipare al Sinodo dei giovani, svolta epocale in quanto il governo cinese non ha mai concesso visti. Il problema è che i vescovi in questioni appartengono alla Chiesa patriottica. Per fornire un quadro corretto della situazione, postiamo alcuni contributi. Il primo è quello di Padre Bernardo Cervellera, direttore di Asia News, organo legato al Pime, che cerca di trovare punti positivi, anche se sottolinea l'incertezza totale che grava sull'operazione. Il secondo è un estratto dell'intervista rilasciata a La Stampa dal vescovo Wei, "clandestino", non riconosciuto dal governo, che sembra dare una lettura speranzosa dell'accordo. Il terzo è un estratto delle recenti dichiarazioni del Cardinale Zen.

L’accordo Cina-Vaticano: qualche passo positivo, ma senza dimenticare i martiri

di Bernardo Cervellera
Per gli ottimisti l’accordo provvisorio è “storico”; per i pessimisti è l’inizio della svendita totale della Chiesa al Partito. Il papa è inserito nelle nomine dei vescovi. Ma non sappiamo nulla del diritto di veto. È buona la cancellazione della scomunica, ma i fedeli si aspettano una richiesta pubblica di perdono. La Cina non ha chiesto la rottura con Taiwan come condizione previa. I martiri lituani elogiati, mentre c’è silenzio su quelli cinesi.

Roma (AsiaNews) - A due giorni da quello che con tanta enfasi molti hanno definito uno “storico accordo”, quello fra Cina e Santa Sede sulle nomine dei vescovi, cerchiamo di comprendere e valutare la sua portata. Il sobrio annuncio della Sala stampa vaticana - mentre tutti i giornalisti erano impegnati altrove, nel viaggio in Lituania di papa Francesco - è stato accolto con acceso ottimismo e buio pessimismo.
Fra gli ottimisti, l’aggettivo “storico” è stato usato fino allo spreco, dimenticando che l’accordo è definito “provvisorio”, soggetto a “valutazioni periodiche”, e che lo stesso direttore della Sala stampa ha parlato di “inizio” di “un processo” e non della sua “fine”.
Per i pessimisti, esso è “l’inizio” di una consegna totale della Chiesa cinese nelle mani dello Stato che, come già avviene, ne farà ciò che vuole, ossia uno strumento del Partito, e puntano il dito al silenzio sulle sofferenze che cattolici ufficiali e non ufficiali subiscono da 70 anni.
Già altre volte abbiamo detto che noi di AsiaNews non siamo né ottimisti, né pessimisti, ma realisti. E tale realismo ci permette di vedere il positivo e il negativo presente in questo fragile e “provvisorio” accordo.

Il papa nelle nomine dei vescovi
In esso c’è in effetti una novità: in qualche modo – che non sappiamo, perché il testo dell’accordo non è stato reso pubblico, e non lo sarà - la Santa Sede sarà implicata nelle nomine dei vescovi. Questo, almeno sulla carta, significa la fine della Chiesa “indipendente” tanto sbandierata in tutti questi anni, e il riconoscimento che il legame col papa è necessario anche a un vescovo cinese per esercitare il suo ministero. Secondo l’accordo non sarà più possibile nominare e ordinare un vescovo senza il mandato papale, anche se il governo, o l’associazione patriottica, o il consiglio dei vescovi potranno proporre il loro candidato. E questa è la parte ottimista.
Ma vi è anche un lato pessimista: cosa succederà se il candidato proposto dalla Cina viene rifiutato dal papa? Fino ad ora si era parlato di un potere di veto temporaneo del pontefice: il papa, cioè doveva dare le motivazioni del suo rifiuto entro tre mesi, ma se il governo valutava inconsistenti le motivazioni papali, avrebbe continuato con la nomina e l’ordinazione del suo candidato. Non avendo il testo dell’accordo, non sappiamo se questa clausola è stata mantenuta, se davvero il pontefice avrà l’ultima parola sulle nomine e ordinazioni, o se invece si riconosce la sua autorità solo in modo formale.
Un mio amico canonista è “sicuro” che il papa avrà un potere permanente sulla scelta ultima dei candidati “perché la Chiesa non può fare altrimenti”. In ogni caso, questo è uno dei punti che - in mancanza del testo sull’accordo – bisognerà verificare nei prossimi mesi, con le possibili nomine e ordinazioni che attendono da anni.

La cancellazione delle scomuniche
Un altro elemento positivo è la cancellazione della scomunica a sette vescovi, ordinati senza mandato papale dal 2000 fino al 2012. È un fatto positivo perché almeno in via di principio aiuterà i cattolici cinesi a fare più unità. Questi vescovi scomunicati erano usati dall’Associazione patriottica per dividere la Chiesa, facendoli presenziare con la forza della polizia a cerimonie e ordinazioni episcopali. Va pure detto che diversi di loro hanno compiuto un cammino di pentimento e da anni chiedono di essere riconciliati con Roma. L’eliminazione della scomunica non fa parte del “pacchetto” dell’accordo, ma è un gesto interno alla Chiesa, sebbene – forse con furbizia politica un po’ ingenua – sia stato dato l’annuncio della riconciliazione lo stesso giorno della notizia dell’accordo.
Ma fra i fedeli cinesi – parte di quel “santo popolo fedele di Dio” che il papa ci chiede di ascoltare – vi è avvilimento e tristezza perché alcuni di questi vescovi riconciliati sono noti per avere amanti e figli e per essere “collaborazionisti”. Molti altri si domandano se i vescovi riconciliati esprimeranno una domanda pubblica di perdono davanti al popolo che essi hanno scandalizzato con il loro agire “indipendente”. Proprio il card. Pietro Parolin, nel suo commento all’accordo , ha chiesto che si pongano “dei gesti concreti che aiutino a superare le incomprensioni del passato, anche del passato recente”.

Accordo “pastorale” e “non politico”
Un altro elemento tutto positivo dell’accordo è il suo carattere “pastorale” e “non politico”. E in effetti l’accordo è stato firmato senza che la Cina esiga come condizione previa la rottura dei rapporti diplomatici con Taiwan. Per decenni e perfino negli ultimi anni di dialogo ai tempi di papa Francesco, il ritornello della Cina era che se il Vaticano voleva migliorare i rapporti con Pechino, doveva anzitutto interrompere le relazioni con Taiwan e non intromettersi negli affari interni della Cina. Con l’accordo “pastorale” queste due condizioni sono saltate: il Vaticano viene introdotto nelle nomine dei vescovi e non c’è alcuna rottura con Taiwan, con tanto di apprezzamento del ministero degli esteri dell’isola e dell’ambasciatore presso la Santa Sede .

La persecuzione non detta
Ma un altro elemento è tutto negativo: né nella notizia dell’accordo, né nelle sue spiegazioni vi è un minimo accenno alla persecuzione che i cattolici e tutti i cristiani stanno sostenendo in questi tempi. Come testimoniato tante volte sull’agenzia, in nome della “sinicizzazione” , in Cina vengono bruciate e distrutte croci, demolite chiese, arrestati fedeli e ai giovani sotto i 18 anni è vietata la partecipazione alle funzioni e l’educazione religiosa. In più ci sono vescovi e sacerdoti scomparsi nelle mani della polizia; vescovi agli arresti domiciliari; vescovi non ufficiali considerati come criminali; controlli d’ogni tipo nella vita delle comunità. A tutto ciò si aggiungono le persecuzioni a cui sono sottoposte le altre comunità religiose (buddiste, taoiste, musulmane, …), che manifestano la visione negativa che la Cina ha delle religioni, e il suo progetto di assimilarle o distruggerle .
Questo fa guardare all’accordo provvisorio come a un risultato strano, un po’ insperato, provvisorio, ma senza futuro, perché getta un’ombra di sospetto sull’interlocutore con cui la Santa Sede ha deciso di dialogare. Dalla Cina ci giungono appunto commenti che esprimono contentezza per l’accordo, ma anche tristezza perché i cinesi non si fidano delle loro autorità politiche.
A questo proposito, mesi fa in un’intervista papa Francesco ha detto che “il dialogo è un rischio, ma preferisco il rischio che non la sconfitta sicura di non dialogare”. È quindi meglio iniziare un dialogo anche con un interlocutore non fidato, che rimanere fermi. Da questo punto di vista, l’accordo, anche se provvisorio, rappresenta senz’altro una pagina nuova.

I martiri lituani e cinesi
Rimane il fatto del silenzio sulle persecuzioni. In tutti questi anni la Santa Sede ha taciuto su qualunque fatto di persecuzione: l’uccisione di sacerdoti; le chiese distrutte; i vescovi arrestati… Questo ha dato a molti l’impressione che il dialogo fosse più “politico” che “pastorale”. Proprio ieri papa Francesco, a Vilnius, ricordando le vittime del genocidio nazista e comunista , ha espresso una preghiera in cui egli chiede al Signore che non diventiamo “sordi al grido di tutti quelli che oggi continuano ad alzare la voce al cielo”. Ed è proprio quanto i cattolici cinesi domandano.
Mi sono chiesto come mai la Santa Sede abbia voluto comunicare la firma dell’accordo proprio mentre papa Francesco a Vilnius ricordava la grande testimonianza dei cattolici lituani sotto il comunismo, la loro resistenza e fede sotto le torture, il loro essere stati seme di una società più libera e più accogliente. Anche allora i cattolici discutevano e si dividevano fra la denuncia e la resistenza e l’Ostpolitik vaticana. Se si guarda l’accordo solo come una cosa negativa, allora la memoria dei martiri lituani potrebbe dare adito a un’interpretazione dei “due pesi e due misure” che la diplomazia spesso attua e le celebrazioni dei martiri a Vilnius sarebbero una presa in giro delle sofferenze dei cristiani cinesi.
Ma se nell’accordo, pur provvisorio, si vede un briciolo di positività, allora le celebrazioni lituane sono un segno di speranza: il comunismo, “il delirio di onnipotenza di quelli che pretendevano di controllare tutto”, non ha vinto. E questo fa sperare anche per la Cina.

Il Vescovo Wei: con l'accordo superiamo la divisione della Chiesa in Cina

[...]
Quali frutti buoni Lei si aspetta dall’accordo? E quali sono invece i possibili rischi? «Con la firma dell’accordo, non ci saranno più tante preoccupazioni e problemi su come far nascere nuovi vescovi nella Chiesa in Cina. La disunione della Chiesa può essere superata e diventare un fatto del passato. Le operazioni per mettere in difficoltà e in cattiva luce la Chiesa saranno meno insidiose. Naturalmente ci vuole tempo perchè possano guarire le ferite della disunione. Ma non esiste più un fattore che provocava e alimentava la disunione».
 Come hanno reagito il popolo di Dio, gli altri battezzati, i preti e altri vescovi che Lei conosce?
 «I fedeli e sacerdoti che io conosco speravano tutti del miglioramento del rapporto tra Cina e Vaticano. Non solo, pregavano con perseveranza per questo. La firma dell’accordo rappresenta un miglioramento consistente. Per questo tutti lo accolgono e gli danno il benvenuto con grande gioia».
[...]
Lei non è ancora riconosciuto come vescovo dal governo. Adesso che il governo ha di fatto riconosciuto il ruolo del Papa nella Chiesa, ciò come influisce su un suo possibile riconoscimento da parte delle autorità civili? 
«A livello personale, per me non ha grande importanza se il governo mi riconosce o non mi riconosce come vescovo. Gesù non era riconosciuto dal governo di allora. E anche gli apostoli non erano “riconosciuti” come apostoli dal governo di allora. Ma a livello sociale, se il governo non mi riconosce come vescovo, la mancanza di quel riconoscimento non aiuta l’armonia e la tranquillità. Le comunità clandestine si aspettano che il perdono e l’accoglienza dei vescovi eletti e ordinati in maniera illegittima avvenga in parallelo con il riconoscimento governativo dei vescovi non ancora riconosciuti come tali dal governo. Il fatto di rimandare al futuro tale riconoscimento da parte del governo potrebbe provocare qualche reazione negativa tra qualcuno dei membri della comunità clandestina. E anche questo potrebbe essere usato contro il Papa. Io spero che dopo l’accordo si proceda più speditamente nel dialogo, per esempio per risolvere la questione dei vescovi Giacomo Su Zhimin e Cosma Shi Enxiang (due anziani vescovi di cui non si hanno più notizie da molti anni, ndr). Ritengo opportuno che il governo cinese dica qualcosa su di loro. Ed è bene che il governo acceleri anche il processo del riconoscimento dei vescovi “clandestini”».

Cardinale Zen: notti dolorose per i vescovi legittimi

Cardinale Zen: Negli ultimi giorni, i nostri fratelli e sorelle della Cina hanno sentito che il Vaticano è pronto ad arrendersi ai comunisti cinesi, e il loro cuore è forse molto a disagio. Se i vescovi illeciti e scomunicati vengono legittimati e i vescovi legittimi sono forzati a ritirarsi, i vescovi legittimi delle comunità sotterranee non dovrebbero preoccuparsi della loro sorte? Sacerdoti e fedeli dovranno presto obbedire e rispettare coloro che oggi sono illeciti e scomunicati, ma vengono legittimati dalla Santa Sede grazie alle pressioni del governo cinese. Quali notti di dolore essi devono sopportare?


 

18 settembre 2018

Il ruolo di McCarrick nel negoziato fra Vaticano e Cina

Sembra che in questo periodo molti altarini stiano venendo fuori. Lo sberrettato McCarrick, abusatore di seminaristi, a quanto pare ha avuto un ruolo preminente nei negoziati per l'accordo fra Vaticano e Cina.
L'accordo prevede che il Papa venga riconosciuto come capo dei cattolici cinesi, ma i vescovi vengano nominati dal governo. In pratica il cattolicesimo cinese finirebbe nelle grinfie di un regime sanguinario, che fucila gli oppositori negli stadi e schiavizza milioni di persone nei laogai.
A dare notizia del ruolo chiave di McCarrick è il Catholic Herald. I contorni del potere di questa figura sono quindi sempre più delineati.
Link al Catholic Herald

Con un sorriso amaro, leggiamo che McCarrick in un'intervista dice che "the similarities between Pope Francis and Xi Jinping could be “a special gift for the world.”. Cioè le affinità fra Papa Francesco e Xi Jinping sarebbero un regalo speciale per il mondo. Affinità de che? Bergoglio potrebbe offendersi, a onor del vero.

Segnaliamo inoltre che il 3 settembre il nostro Aurelio Porfiri in uno dei suoi dispacci dalla Cina, diceva ( su Tosatti):
"In una visita di cortesia con il cardinale Zen a Washington, l’allora cardinale McCarrick avrebbe agito contro questa visita cercando di impedire al Cardinale Zen di incontrare il presidente americano. Del resto Simon ha segnalato in altre occasioni i rapporti stretti di McCarrick con la Chiesa patriottica cinese. Insomma, in tutto quello che accade c’è un disegno coerente. McCarrick è stato uno dei negoziatori che si recava spesso in Cina, come anche confermato da questa intervista a lui fatta da Gianni Cardinale nel 2005. Se confermato quanto detto da Mark Simon, egli aveva sposato già prima del presente pontificato la linea che poi sembra essere prevalente da qualche anno a questa parte, “l’accordo sfavorevole” che nella mente di alcuni sembra essere la soluzione migliore per risolvere questa crisi. Ma la recente crisi che vede proprio McCarrick come protagonista, sembra per il momento aver messo in ombra il problema con la Cina".

Cosa dobbiamo commentare? Altro che vita ritirata e di preghiera. Questo era una delle eminenze grigie.

 

11 settembre 2018

Su Viganò servono risposte

di Felice Cavallotti
«Leggete voi, attentamente, il comunicato e fate voi il vostro giudizio. Io non dirò una parola su questo. Credo che il comunicato parla da sé stesso, e voi avete la capacità giornalistica sufficiente per trarre le conclusioni. È un atto di fiducia: quando sarà passato un po’ di tempo e voi avrete tratto le conclusioni, forse io parlerò». Tradotto: non ne parlerà mai più. Conoscendo lo stile Bergoglio, la risposta data alla giornalista Anna Matranga nel corso del volo di ritorno dall’Irlanda in merito al “memoriale Viganò”, è chiara e lampante: non ci sarà una risposta ufficiale. Come con i “dubia” dei quattro cardinali: magari, il pontefice risponderà giocando di sponda, su giornali amici o tramite lettere a qualche conferenza episcopale sparsa per il mondo. Vorremmo sbagliarci, ma temiamo che alle rivelazioni dell’ex nunzio negli Stati Uniti non ci sarà risposta scritta o verbale. Vorremmo sbagliarci, perché la lettera di Viganò, che sul quotidiano La Verità ha occupato ben 6 pagine (sei!), non può essere risolta con un’alzata di spalle. Ne va dell’immagine della Chiesa, ne va della reputazione del Santo Padre.

Vogliamo credere che la risposta arriverà in forma ufficiale, ma temiamo di sbagliarci. Se Bergoglio non risponderà, né cercherà di sgravarsi le pesantissime accuse di aver coperto le ripugnanti azioni di McCarrick, quale immagine ne uscirà fuori del ministero petrino? Beninteso: nei secoli una molteplicità di prelati hanno avuto uno stile di vita personale decisamente perverso, tanto da concedere una giustificazione perfino all’esasperazione di Lutero. Beninteso: in passato, una schiera di pontefici hanno protetto e tutelato uomini di Chiesa protagonisti di azioni ignobili. La storia ha giudicato ampiamente queste azioni. E non è il caso di replicarle o chiedere che intervenga, nuovamente, il giudizio della storia. Perché, da un papa che si professa portatore di una riforma positiva in seno alla Chiesa, ci aspetteremmo tutt’altro che un’alzata di spalle. Da un papa come Francesco ci aspetteremmo ben altro, perché il silenzio di molti papi del passato ha portato la Chiesa dentro la voragine degli scismi, l’ha macchiata per i secoli a venire.

Bergoglio, invece, sceglie un’altra via. Richiama sull’attenti i giornalisti, ricordando loro che non possono uscire dal “frame”, da ciò che è convenzionalmente vero e da ciò che è convenzionalmente falso. «Voi avete la capacità giornalistica sufficiente per trarre le conclusioni»: ciò significa che il documento si commenta da solo, perché è carta straccia, di nessun valore. Poco importa se quelle rivelazioni sono di portata storica, e che ogni buon giornalista potrebbe metterci le tende e lavorarci sopra per un anno: i buoni giornalisti sono avvisati che quel documento è tutta fuffa.
Ma non solo. Francesco è andato oltre e, nel commentare – durante l’omelia a Santa Marta – un passo del Vangelo di Luca (4, 16-30) ha replicato: «Con le persone che non hanno buona volontà, con le persone che cercano soltanto lo scandalo, che cercano soltanto la divisione, che cercano soltanto la distruzione, anche nelle famiglie: silenzio. E preghiera». L’equiparazione è quella al comportamento di Gesù: «Gesù taceva. Lo portarono sul ciglio del monte per buttarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino”. La dignità di Gesù: con il suo silenzio vince quella muta selvaggia e se ne va. Perché non era arrivata ancora l’ora». Le tempistiche con cui ha pronunciato queste parole, pochi giorni dopo lo scandalo, hanno fatto immediatamente collegare l’omelia al “Viganògate”.

Spiace dirlo, ma invocare il silenzio di Gesù pare penoso e – purtroppo – ipocrita. L’entità delle rivelazioni di monsignor Viganò, confermate anche da altri prelati, sono di tale portata che devono avere una risposta, e giustificarsi dietro una pagina di Vangelo – che si riferisce ad altro, alla cacciata di Gesù da Nazareth – non può che rafforzare il sentimento di diffidenza che già il mondo ha nei confronti della Chiesa e del Vangelo.
Tanto più che si tratta di una risposta che insulta gratuitamente chi chiede verità e chiarezza nella Chiesa. In quella Chiesa della quale siamo tutti membri. Chi chiede chiarezza, per amore della Sposa di Cristo, non può essere velatamente accusato di essere persona che non ha buona volontà, che cerca lo scandalo o la divisione. No. Si spera che Francesco, presto o tardi, smentisca che l’omelia era da interpretare come risposta al caso Viganò. Si spera che risponda alle accuse e faccia chiarezza. Anche perché l’ostinato silenzio, in realtà, equivale ad una confessione di colpevolezza; non certo un’assoluzione.

Se infatti le rivelazioni di Viganò sono false, sarebbe facilissimo smentirle e rispondere punto per punto. Ma se le rivelazioni sono vere è opportuno fornire una risposta adeguata che possa per lo meno giustificare l’operato del successore di Pietro. Tacere contribuisce soltanto a rovinare ancor di più l’immagine e il ruolo del pontefice romano; tacere contribuisce ancor più a scurire i contorni di un pontificato controverso; tacere non può che rivelarsi devastante per la Chiesa, per la sua credibilità e la sua azione. Perché, se i dubia erano, per il 99% del mondo cattolico – ahinoi! – questione di lana caprina, in questo caso si va a toccare un argomento serio, concreto, tragicamente di attualità e da sempre motivo di accusa alla Chiesa. Tacere significa essere confermare le accuse e dimostrare la connivenza con un sistema perverso. E noi non vogliamo credere che sia così. Noi non possiamo credere che sia così.
Anche se, purtroppo, il modus operandi di questo pontificato sembra usare il silenzio per evitare le risposte scomode. I dubia sull’Amoris Laetitia? Silenzio. La Correctio filialis? Silenzio. I francescani dell’Immacolata? Silenzio. Le rivelazioni di Viganò? Silenzio. Avvalersi della facoltà di non rispondere non risolve i problemi. Anzi, li ingigantisce. E questa volta, per amore della Sposa di Cristo, è necessaria veramente una risposta.


 

22 maggio 2018

Libri. Uno Stilum nella carne

Marco Tosatti (2018), Uno stilum nella carne. 2017: Diario impietoso di un Chiesa in uscita (e caduta) libera. A cura di Aurelio Porfiri. Prefazione di Aldo Maria Valli. 455 pagine. Hong Kong: Chorabooks. 
Acquistabile su Amazon

Quando parliamo di blog, websites, social media, pensiamo forse al nostro uso di questi mezzi di comunicazione; alle centinaia, forse migliaia di persone che teoricamente potrebbero leggere i nostri post, vedere le nostre foto, mettere un like su qualche nostro commento. Questo oramai è parte della nostra vita. Ma a volte i blog possono essere qualcosa di molto serio, qualcosa che ha un impatto importante sull'opinione pubblica, anche quella ecclesiale. Questo certamente può essere detto di Stilum Curiae, il blog del giornalista Marco Tosatti. Quanti cattolici (e non) leggono ogni giorno le notizie che questo veterano del giornalismo posta? Notizie che spesso non è possibile trovare in altri media? C'è una risposta: sono tantissime.
Dall'ottobre 2016 a oggi il blog ha avuto più di 4 milioni di visualizzazioni, oltre 36.000 commenti moderati, una media di visualizzazioni mensili che attualmente è di 300.000. Insomma, un blog che fa notizia, che fa tendenza. Quante volte vi è capitato sentire dire: "L'ho letto su Tosatti!". Diciamolo, oramai di questa fonte alternativa di notizie sul mondo ecclesiale, non se ne può fare a meno.
Ecco la ragione di questo volume, Uno Stilum nella Carne. 2017: Diario impietoso di una Chiesa in uscita (e caduta) libera , a cura di Aurelio Porfiri ed edito da Chorabooks. Una raccolta di un anno di post rivisti e corretti, 450 pagine di informazioni su quello che è successo ieri per capire meglio quello che succede oggi e quello che potrà succedere domani.
Aldo Maria Valli nella sua prefazione dice: "(...) oggi fare il vaticanista non significa soltanto cercare di spiegare, ma significa anche (forse soprattutto) andare contro i cliché prefabbricati dalla grande macchina dell’informazione. Un’attività che, nel caso del pontificato di Bergoglio, ha coinciso con una vera e propria opera di controinformazione, perché si è trattato di smascherare, svelare, mettere a nudo. Con tutto ciò che comporta. Un’attività del genere non può essere svolta in mancanza, almeno, di tre risorse: buone fonti, indipendenza di giudizio e onestà intellettuale. E che Marco Tosatti possieda tutte e tre queste risorse, oltre a molte altre, credo sia fuori discussione. Inoltre, da quando scrive su Stilum Curiae, il suo frequentatissimo blog, ha acquisito un’indole corsara che lo rende ancora più ficcante e convincente". E lo stesso Tosatti nell'introduzione aggiunge, parlando del suo blog: "Questa è la sua forza e la sua garanzia: non ci sono finanziatori a cui rendere conto, mediatori di finanziamenti, Segreterie o altri centri le cui sensibilità bisogna essere attenti a non urtare, se no….Su Stilum Curiae troverete anche sbagli, ma sono sbagli onesti. Opinioni magari errate, ma date in buona fede, senza secondi o terzi fini. Credo che i lettori lo abbiano capito; se non si spiegherebbe la crescita, sorprendente, almeno per chi scrive, dei contatti e delle visualizzazioni".
Ordine di Malta, Amoris Laetitia, Francescani dell'Immacolata e centinaia di altri temi sono oggetto di questo testo, un testo che va letto non per scandalizzarsi ma per capire, per avere un punto di vista alternativo ma dal di dentro. Una lettura accattivante, a tratti commovente, sicuramente stimolante.