L'accordo con la Cina tiene banco, soprattutto dopo che è trapelata la notizia che due vescovi cinesi potranno partecipare al Sinodo dei giovani, svolta epocale in quanto il governo cinese non ha mai concesso visti. Il problema è che i vescovi in questioni appartengono alla Chiesa patriottica. Per fornire un quadro corretto della situazione, postiamo alcuni contributi. Il primo è quello di Padre Bernardo Cervellera, direttore di Asia News, organo legato al Pime, che cerca di trovare punti positivi, anche se sottolinea l'incertezza totale che grava sull'operazione. Il secondo è un estratto dell'intervista rilasciata a La Stampa dal vescovo Wei, "clandestino", non riconosciuto dal governo, che sembra dare una lettura speranzosa dell'accordo. Il terzo è un estratto delle recenti dichiarazioni del Cardinale Zen.
L’accordo Cina-Vaticano: qualche passo positivo, ma senza dimenticare i martiri
di Bernardo Cervellera
Per gli ottimisti l’accordo provvisorio è “storico”; per i pessimisti è l’inizio della svendita totale della Chiesa al Partito. Il papa è inserito nelle nomine dei vescovi. Ma non sappiamo nulla del diritto di veto. È buona la cancellazione della scomunica, ma i fedeli si aspettano una richiesta pubblica di perdono. La Cina non ha chiesto la rottura con Taiwan come condizione previa. I martiri lituani elogiati, mentre c’è silenzio su quelli cinesi.
Roma (AsiaNews) - A due giorni da quello che con tanta enfasi molti hanno
definito uno “storico accordo”, quello fra Cina e Santa Sede sulle nomine
dei vescovi, cerchiamo di comprendere e valutare la sua portata.
Il sobrio annuncio della Sala stampa vaticana
- mentre tutti i giornalisti erano impegnati altrove, nel viaggio in
Lituania di papa Francesco - è stato accolto con acceso ottimismo e buio
pessimismo.
Fra gli ottimisti, l’aggettivo “storico” è stato usato fino allo spreco,
dimenticando che l’accordo è definito “provvisorio”, soggetto a
“valutazioni periodiche”, e che lo stesso direttore della Sala stampa ha
parlato di “inizio” di “un processo” e non della sua “fine”.
Per i pessimisti, esso è “l’inizio” di una consegna totale della Chiesa
cinese nelle mani dello Stato che, come già avviene, ne farà ciò che vuole,
ossia uno strumento del Partito, e puntano il dito al silenzio sulle
sofferenze che cattolici ufficiali e non ufficiali subiscono da 70 anni.
Già altre volte abbiamo detto che noi di AsiaNews non siamo né ottimisti,
né pessimisti, ma realisti. E tale realismo ci permette di vedere il
positivo e il negativo presente in questo fragile e “provvisorio” accordo.
Il papa nelle nomine dei vescovi
In esso c’è in effetti una novità: in qualche modo – che non sappiamo,
perché il testo dell’accordo non è stato reso pubblico, e non lo sarà - la
Santa Sede sarà implicata nelle nomine dei vescovi. Questo, almeno sulla
carta, significa la fine della Chiesa “indipendente” tanto sbandierata in
tutti questi anni, e il riconoscimento che il legame col papa è necessario
anche a un vescovo cinese per esercitare il suo ministero. Secondo
l’accordo non sarà più possibile nominare e ordinare un vescovo senza il
mandato papale, anche se il governo, o l’associazione patriottica, o il
consiglio dei vescovi potranno proporre il loro candidato. E questa è la
parte ottimista.
Ma vi è anche un lato pessimista: cosa succederà se il candidato proposto
dalla Cina viene rifiutato dal papa? Fino ad ora si era parlato di un
potere di veto temporaneo del pontefice: il papa, cioè doveva dare le
motivazioni del suo rifiuto entro tre mesi, ma se il governo valutava
inconsistenti le motivazioni papali, avrebbe continuato con la nomina e
l’ordinazione del suo candidato. Non avendo il testo dell’accordo, non
sappiamo se questa clausola è stata mantenuta, se davvero il pontefice avrà
l’ultima parola sulle nomine e ordinazioni, o se invece si riconosce la sua
autorità solo in modo formale.
Un mio amico canonista è “sicuro” che il papa avrà un potere permanente
sulla scelta ultima dei candidati “perché la Chiesa non può fare
altrimenti”. In ogni caso, questo è uno dei punti che - in mancanza del
testo sull’accordo – bisognerà verificare nei prossimi mesi, con le
possibili nomine e ordinazioni che attendono da anni.
La cancellazione delle scomuniche
Un altro elemento positivo è la cancellazione della scomunica a sette
vescovi, ordinati senza mandato papale dal 2000 fino al 2012. È un fatto
positivo perché almeno in via di principio aiuterà i cattolici cinesi a
fare più unità. Questi vescovi scomunicati erano usati dall’Associazione
patriottica per dividere la Chiesa, facendoli presenziare con la forza
della polizia a cerimonie e ordinazioni episcopali. Va pure detto che
diversi di loro hanno compiuto un cammino di pentimento e da anni chiedono
di essere riconciliati con Roma. L’eliminazione della scomunica non fa
parte del “pacchetto” dell’accordo, ma è un gesto interno alla Chiesa,
sebbene – forse con furbizia politica un po’ ingenua – sia stato dato
l’annuncio della riconciliazione lo stesso giorno della notizia
dell’accordo.
Ma fra i fedeli cinesi – parte di quel “santo popolo fedele di Dio” che il
papa ci chiede di ascoltare – vi è avvilimento e tristezza perché alcuni di
questi vescovi riconciliati sono noti per avere amanti e figli e per essere
“collaborazionisti”. Molti altri si domandano se i vescovi riconciliati
esprimeranno una domanda pubblica di perdono davanti al popolo che essi
hanno scandalizzato con il loro agire “indipendente”. Proprio il card.
Pietro Parolin,
nel suo commento all’accordo
, ha chiesto che si pongano “dei gesti concreti che aiutino a superare le
incomprensioni del passato, anche del passato recente”.
Accordo “pastorale” e “non politico”
Un altro elemento tutto positivo dell’accordo è il suo carattere
“pastorale” e “non politico”. E in effetti l’accordo è stato firmato senza
che la Cina esiga come condizione previa la rottura dei rapporti
diplomatici con Taiwan. Per decenni e perfino negli ultimi anni di dialogo
ai tempi di papa Francesco, il ritornello della Cina era che se il Vaticano
voleva migliorare i rapporti con Pechino, doveva anzitutto interrompere le
relazioni con Taiwan e non intromettersi negli affari interni della Cina.
Con l’accordo “pastorale” queste due condizioni sono saltate: il Vaticano
viene introdotto nelle nomine dei vescovi e non c’è alcuna rottura con
Taiwan, con tanto di apprezzamento del ministero degli esteri dell’isola e
dell’ambasciatore presso la Santa Sede
.
La persecuzione non detta
Ma un altro elemento è tutto negativo: né nella notizia dell’accordo, né
nelle sue spiegazioni vi è un minimo accenno alla persecuzione che i
cattolici e tutti i cristiani stanno sostenendo in questi tempi. Come
testimoniato tante volte sull’agenzia, in nome della
“sinicizzazione”
, in Cina vengono bruciate e distrutte croci, demolite chiese, arrestati
fedeli e ai giovani sotto i 18 anni è vietata la partecipazione alle
funzioni e l’educazione religiosa. In più ci sono vescovi e sacerdoti
scomparsi nelle mani della polizia; vescovi agli arresti domiciliari;
vescovi non ufficiali considerati come criminali; controlli d’ogni tipo
nella vita delle comunità. A tutto ciò si aggiungono le persecuzioni a cui
sono sottoposte le altre comunità religiose (buddiste, taoiste, musulmane,
…), che manifestano la visione negativa che la Cina ha delle religioni, e
il suo progetto di assimilarle o distruggerle
.
Questo fa guardare all’accordo provvisorio come a un risultato strano, un
po’ insperato, provvisorio, ma senza futuro, perché getta un’ombra di
sospetto sull’interlocutore con cui la Santa Sede ha deciso di dialogare.
Dalla Cina ci giungono appunto commenti che esprimono contentezza per
l’accordo, ma anche tristezza perché i cinesi non si fidano delle loro
autorità politiche.
A questo proposito, mesi fa
in un’intervista
papa Francesco ha detto che “il dialogo è un rischio, ma preferisco il
rischio che non la sconfitta sicura di non dialogare”. È quindi meglio
iniziare un dialogo anche con un interlocutore non fidato, che rimanere
fermi. Da questo punto di vista, l’accordo, anche se provvisorio,
rappresenta senz’altro una pagina nuova.
I martiri lituani e cinesi
Rimane il fatto del silenzio sulle persecuzioni. In tutti questi anni la
Santa Sede ha taciuto su qualunque fatto di persecuzione: l’uccisione di
sacerdoti; le chiese distrutte; i vescovi arrestati… Questo ha dato a molti
l’impressione che il dialogo fosse più “politico” che “pastorale”. Proprio
ieri
papa Francesco, a Vilnius, ricordando le vittime del genocidio
nazista e comunista
, ha espresso una preghiera in cui egli chiede al Signore che non
diventiamo “sordi al grido di tutti quelli che oggi continuano ad alzare la
voce al cielo”. Ed è proprio quanto i cattolici cinesi domandano.
Mi sono chiesto come mai la Santa Sede abbia voluto comunicare la firma
dell’accordo proprio mentre papa Francesco a Vilnius ricordava la grande
testimonianza dei cattolici lituani sotto il comunismo, la loro resistenza
e fede sotto le torture, il loro essere stati seme di una società più
libera e più accogliente. Anche allora i cattolici discutevano e si
dividevano fra la denuncia e la resistenza e l’Ostpolitik vaticana. Se si
guarda l’accordo solo come una cosa negativa, allora la memoria dei martiri
lituani potrebbe dare adito a un’interpretazione dei “due pesi e due
misure” che la diplomazia spesso attua e le celebrazioni dei martiri a
Vilnius sarebbero una presa in giro delle sofferenze dei cristiani cinesi.
Ma se nell’accordo, pur provvisorio, si vede un briciolo di positività,
allora le celebrazioni lituane sono un segno di speranza: il comunismo, “il
delirio di onnipotenza di quelli che pretendevano di controllare tutto”,
non ha vinto. E questo fa sperare anche per la Cina.
Il Vescovo Wei: con l'accordo superiamo la divisione della Chiesa in Cina
[...]
Quali frutti buoni Lei si aspetta dall’accordo? E quali sono invece i possibili rischi?
«Con la firma dell’accordo, non ci saranno più tante preoccupazioni e problemi su come far nascere nuovi vescovi nella Chiesa in Cina. La disunione della Chiesa può essere superata e diventare un fatto del passato. Le operazioni per mettere in difficoltà e in cattiva luce la Chiesa saranno meno insidiose. Naturalmente ci vuole tempo perchè possano guarire le ferite della disunione. Ma non esiste più un fattore che provocava e alimentava la disunione».
Come hanno reagito il popolo di Dio, gli altri battezzati, i preti e altri vescovi che Lei conosce?
«I fedeli e sacerdoti che io conosco speravano tutti del miglioramento del rapporto tra Cina e Vaticano. Non solo, pregavano con perseveranza per questo. La firma dell’accordo rappresenta un miglioramento consistente. Per questo tutti lo accolgono e gli danno il benvenuto con grande gioia».
[...]
Lei non è ancora riconosciuto come vescovo dal governo. Adesso che il governo ha di fatto riconosciuto il ruolo del Papa nella Chiesa, ciò come influisce su un suo possibile riconoscimento da parte delle autorità civili?
«A livello personale, per me non ha grande importanza se il governo mi riconosce o non mi riconosce come vescovo. Gesù non era riconosciuto dal governo di allora. E anche gli apostoli non erano “riconosciuti” come apostoli dal governo di allora. Ma a livello sociale, se il governo non mi riconosce come vescovo, la mancanza di quel riconoscimento non aiuta l’armonia e la tranquillità. Le comunità clandestine si aspettano che il perdono e l’accoglienza dei vescovi eletti e ordinati in maniera illegittima avvenga in parallelo con il riconoscimento governativo dei vescovi non ancora riconosciuti come tali dal governo. Il fatto di rimandare al futuro tale riconoscimento da parte del governo potrebbe provocare qualche reazione negativa tra qualcuno dei membri della comunità clandestina. E anche questo potrebbe essere usato contro il Papa. Io spero che dopo l’accordo si proceda più speditamente nel dialogo, per esempio per risolvere la questione dei vescovi Giacomo Su Zhimin e Cosma Shi Enxiang (due anziani vescovi di cui non si hanno più notizie da molti anni, ndr). Ritengo opportuno che il governo cinese dica qualcosa su di loro. Ed è bene che il governo acceleri anche il processo del riconoscimento dei vescovi “clandestini”».
Cardinale Zen: notti dolorose per i vescovi legittimi
Cardinale Zen: Negli ultimi giorni, i nostri fratelli e sorelle della Cina hanno sentito che il Vaticano è pronto ad arrendersi ai comunisti cinesi, e il loro cuore è forse molto a disagio. Se i vescovi illeciti e scomunicati vengono legittimati e i vescovi legittimi sono forzati a ritirarsi, i vescovi legittimi delle comunità sotterranee non dovrebbero preoccuparsi della loro sorte? Sacerdoti e fedeli dovranno presto obbedire e rispettare coloro che oggi sono illeciti e scomunicati, ma vengono legittimati dalla Santa Sede grazie alle pressioni del governo cinese. Quali notti di dolore essi devono sopportare?