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04 febbraio 2018

Corsi di fedeltà gay. Citofonare curia

di Giacomo Furia
A Torino, la diocesi si è arresa al credo omosex. Non solo sembra aver rinunciato di ricordare che gli atti omosessuali sono «intrinsecamente disordinati» e che sono «contrari alla legge naturale» [Cat. § 2357]. Non solo sembra aver chiuso un occhio sul fatto che tali atti «non sono il frutto di una vera complementarietà affettiva e sessuale» e che «in nessun caso possono essere approvati» [Ivi]. Non solo sembra aver dimenticato che «le persone omosessuali sono chiamate alla castità» [Cat. § 2359]. Non solo. Adesso, la diocesi piemontese propone un ritiro spirituale focalizzato sul tema della fedeltà tra i fidanzati (?) omosessuali.

Insomma: dite addio al vecchio prete che vi spiega tutte le panzane del Catechismo, appena elencate per sommi capi. Da adesso, la Chiesa dimentica che gli atti omosessuali non possono essere approvati e, con letizia, incentiva la fedeltà nelle coppie. Un voltagabbana pastorale e teologico da oscar. Promotore dell’iniziativa, don Gianluca Carrega, responsabile della «pastorale degli omosessuali» diocesana. Ne avevamo già parlato. Adesso, al quotidiano torinese La Stampa, Carrega spiega che l’anno scorso ha partecipato ad un solo matrimonio etero, e a tre unioni civili gay.  Don Carrega – che insegna Nuovo Testamento alla Facoltà Teologica torinese – parla inoltre di «controsenso» nell’insegnamento tradizionale della Chiesa. A suo dire, se una persona ha rapporti omosessuali occasionali, può confessarsi e ricevere i sacramenti; se ha un’unione stabile, no.

Non sarà un povero commentatore di un blog a dover ricordare l’abc della confessione ad un sacerdote; semmai, il povero commentatore suggerirà che un’iniziativa di questo genere non fa che alimentare la confusione tra i credenti, che giustamente si domanderanno se tutte queste “aperture” misericordiose non siano in realtà dei veri e propri tradimenti. Tradimenti teologici, sia chiaro. Perché a lungo andare sta ampiamente passando il concetto che va tutto bene, che il peccato non esiste e che in Paradiso, tanto, ci andiamo tutti. Dunque, a che pro contarcela ancora con il sesto comandamento? Lo sbandamento teologico, pastorale e religioso è ormai così conclamato, che queste bislacche iniziative spuntano qui e là come funghi e nessuno sembra voler porre rimedio. A dirla tutta, l’anno scorso l’arcivescovo di Torino Cesare Nosiglia una pezza l’aveva messa. Così come, dopo la bufera di “don” Fredo Olivero, che ha pubblicamente annunciato di «non credere al Credo» durante la Messa di Natale, Nosiglia ha avuto il coraggio (di questi tempi, serve davvero coraggio!) di richiamare il pittoresco parroco della chiesa di San Rocco. Ci domandiamo se, in questo caso, Nosiglia approvi e sostenga l’iniziativa di don Carrega. E a Roma? È inutile chiedersi se Bergoglio apprezzi queste “aperture”. È evidente che non solo le apprezza, ma che le approva perfino. La domanda, semmai, è un’altra: al posto di pensare alla fedeltà nelle coppie omosex, perché i nostri pastori non pensano alla fedeltà alla dottrina della Chiesa?

 

01 settembre 2017

Terme e sfollati


di Amicizia San Benedetto Brixia

In questi giorni ho visto le foto e letto i post di alcuni sacerdoti che si stanno prodigando in modo particolare nell’accoglienza di migranti e nella difesa dei gay: li vedi tronfi e sicuri di sé, assieme a tanti ragazzi africani biotti in piscina.



Ho pensato al commento da dare, ma mi risultava sempre o moralista o aggressivo. Inutile. Inutile perché certa gente è già moralista ed aggressiva nel profondo, per cui non si lascia smuovere da tali codici comunicativi. Poi mi sono imbattuto in un articolo casuale sulla rete e ho deciso che questa sarebbe stata la risposta.
Dunque, al prete che invade i bagni pubblici con stuoli di ragazzoni poveri e intasa Facebook con liste di frasi estreme, io rispondo proponendo l’elogio di Piero Portaluppi, ‘archistar’ del secolo scorso, che con il suo progetto per l’Albergo Diurno Venezia ha risposto a una esigenza di integrazione, igiene e povertà, però in modo non banale né volgare, ha risposto all’emergenza con la bellezza della semplicità.



In quest’ottica riprendo stralci da un intervento di Maestri, un Digital Editor che dubito si immaginasse di essere citato da un sito di impianto conservatore religioso.

Maestri riflette attorno all’opera di Portaluppi, appunto, “l'Albergo Diurno Venezia, a Milano”, di cui non va a studiare le caratteristiche specifiche “quanto la logica fondamentale con cui è stata progettata e sviluppata. L'Albergo Diurno Venezia è stato inaugurato nel 1925 per rispondere a una doppia esigenza: 1. fornire un luogo di igiene agli abitanti del nuovo quartiere appena costruito a pochi passi dal suo ingresso (Porta Venezia); 2. proporre una serie di servizi ai viaggiatori appena giunti a Milano con il treno. Un doppio obiettivo di stampo meramente funzionale”. Obiettivo essenziale, ma non sciocco, soprattutto se contestualizzato nella situazione socio-culturale dell’epoca: “la maggior parte delle case in zona non erano dotate di bagno, e le persone facevano tutto (dalla sciacquata di faccia di prima mattina alla pipì prima di andare a letto) nel naviglio che scorreva lì vicino”. Viene in mente la situazione di degrado che l’ammasso di immigrati comporta oggi e che si prospetta sempre più critica e gravosa. Quale fu la soluzione del progettista? “Cadere in trappola sarebbe stato immediato: disegnare un luogo banale - ovvero, schiacciato verso il basso. Si sarebbe trattato di costruire un edificio da dare "in pasto" a una moltitudine eterogenea di individui, la classica "folla" che in tanti studiosi stavano analizzando proprio in quel periodo”. Ma Portaluppi, anziché lasciarsi soffocare dalla retorica populista studia strategie opposte: “Ha inserito materiali preziosi ma resistenti, ha battezzato la zona della sauna e del bagno con l’appellativo “Terme”, posizionando all’ingresso una statua di Igea, Dea della salute e dell’igiene. In sostanza, Portaluppi non ha progettato schiacciato verso il basso, ma ha adottato un approccio contrario: nella sua semplicità, l’architettura dell’Albergo Diurno è diventata il mezzo per elevare i costumi e i gusti di tutti, diffondendo una nuova idea di pulizia e igiene. Una missione virtuosa, eroica, divina”.

Al di là dei toni enfatici dell’editorialista, il concetto tiene: esiste una alternativa allo sfruttamento economico mascherato di buonismo delle ONG e allo spreco di cattivo gusto mascherato di carità di certi preti progressisti. L’alternativa è una scelta di bellezza, che non schiacci verso il basso, non sfrutti, non risponda in modo ottuso alle emergenze, non offenda e non provochi, bensì tenda una mano - per quel che si può - sforzandosi al contempo di elevare, nobilitare, civilizzare.

Un tempo questi consigli li dispensava Blondet, oggi dobbiamo mendicarli a caso da ignari Digital Editor nella rete.

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03 luglio 2017

I deliri di Padre James Martin


di Paolo Spaziani

E’ ancora possibile per un Vescovo ricordare ai propri fedeli quale sia il bimillenario magistero della Chiesa? E’ una domanda che è lecito farsi dopo il “commento” di Padre James Martin alle indicazioni pastorali del Vescovo statunitense di Springfield, Monsignor Thomas Paprocki. Il Vescovo nei giorni scorsi ha ricordato ai propri fedeli che “la Chiesa non solo ha l’autorità, ma ha anche l’obbligo grave di riaffermare il suo autentico insegnamento sul matrimonio, nonché di preservare e promuovere il valore sacro della condizione nuziale. Stante la natura oggettivamente immorale della relazione intrinseca ai cosiddetti ‘matrimoni’ omosessuali, chi si trovi in tale stato non si presenti per ricevere la Santa Comunione, né vi venga ammesso. Se il “coniuge” omosessuale fosse in pericolo di morte può comunicarsi previo pentimento di tutti i propri peccati, compresi quelli legati alla pratica omosessuale. Se ciò non avvenisse la Comunione deve essere vietata e costoro devono essere privati dei riti funebri ecclesiastici”. Le indicazioni pastorali di Monsignor Paprocki devono aver mandato se tutte le furie Padre James Martin, consulente del Segretariato per le Comunicazioni del Vaticano e paladino delle cause LGBT. Il 22 giugno scorso Martin, pur non citando mai Monsignor Paprocki, ha pubblicato diversi tweet (sette per la precisione) in cui precisa che: “se i vescovi vietano ai componenti di coppie dello stesso sesso il rito funebre, devono anche vietarlo ai divorziati e risposati cattolici che non hanno ottenuto l’annullamento, alle donne che hanno avuto figli fuori dal matrimonio, ai componenti delle coppie che vivono insieme prima del matrimonio e a chiunque utilizzi il controllo delle nascite. Sono tutti peccati contro l'insegnamento della Chiesa sulla sessualità. Inoltre, si dovrebbero proibire i funerali cattolici a chiunque sia andato contro l'insegnamento della Chiesa per la cura dei poveri e dell'ambiente. (…) Concentrarsi solo sulle persone LGBT, anche quelle unite in matrimonio, senza la stessa attenzione al comportamento sessuale o morale delle persone rette è, come dice il Catechismo, un "segno di ingiusta discriminazione". La dichiarazione di Padre James Martin non è un fatto isolato, bensì si colloca in una precisa strategia di promozione del mondo LGBT che il prelato gesuita conduce a ritmo incalzante con presentazioni del suo ultimo libro “Building a Bridge” che prevede eventi con donazioni a favore delle comunità LGBT del territorio. In un tweet del 25 giugno scorso Martin ha, inoltre, augurato agli amici LGBT un buon pride weekend, perché “anche loro sono figli amati da Dio e creati a Sua immagine a somiglianza”. Potremmo continuare ad elencare iniziative ed esternazioni, ma ci soffermiamo sulla delirante dichiarazione di Martin in merito all’accesso ai funerali. La Chiesa cattolica non ha mai sostenuto che i riti funebri debbono essere negati ai peccatori o addirittura ai peccatori gravi. La Chiesa ha tradizionalmente affermato che i riti funebri possano essere negati a quei peccatori che hanno rifiutato costantemente di pentirsi o di riconciliarsi alla Chiesa. I riti funebri della Chiesa Cattolica sono proprio per coloro che, seppur peccatori, riconoscono il proprio peccato, confessandolo e chiedendo perdono a Dio (Canone 915 del Codice di Diritto Canonico). Martin paragona la situazione di una coppia LGBT a quella di una coppia di divorziati risposati e il raffronto non è poi così errato. Infatti, in entrambi i casi, la Chiesa spera che vi sia, almeno in punto di morte, il pentimento per la situazione di peccato grave in cui queste coppie hanno vissuto. Quello che Martin tralascia, e per il consulente del Segretariato per le Comunicazioni del Vaticano non sembra essere una “dimenticanza” da poco, è  la questione del pentimento. Da promotore del mondo LGBT Martin intenderebbe scardinare la dottrina e il magistero della Chiesa con il semplice scopo di ammettere all’Eucaristia e ai riti funebri persone che ostentano apertamente il loro orientamento sessuale e sono orgogliose di compiere atti intrinsecamente disordinati (CCC 2357). Martin sa benissimo che l’ingiusta discriminazione verso le persone con tendenze omosessuali è ben altra cosa e riguarda il rispetto della persona che deve essere accolta con “rispetto, compassione e delicatezza” (CCC 2358). Quello di Martin è un comportamento sconcertante che trova libero sfogo in questo momento di confusione in cui sembra contare di più differenziare bene i rifiuti rispetto ad impegnarsi per salvare la vita di un bambino innocente. A conferma (se ce n’era ancora bisogno) di quali siano le priorità della Chiesa della misericordia Martin cita i peccati contro l’ambiente e le omissioni nella cura dei poveri che, secondo lo stesso, dovrebbero avere lo stesso grado gravità dei peccati relativi alla morale sessuale e quindi comportare le stesse conseguenze. Seguendo il delirante ragionamento di Martin per potere ricevere l’Eucaristia e avere i riti funebri dovrei confessare di aver differenziato male i rifiuti, inserendo l’involucro di carta stagnola nel bidone della plastica invece che nel sacco dell’indifferenziato. Le conseguenze di quanto sostenuto da Martin sono ovvie e devastanti: se tutto è peccato più nulla è peccato. E se più nulla è peccato tutto è concesso. Ora anche coloro che consideravano una “svista” la nomina di Martin a consulente del Segretariato per le Comunicazioni del Vaticano cominciano a ricredersi. Martin anche dopo la nomina continua imperterrito nelle sue campagne a favore del mondo LGBT, non esitando a contraddire i vescovi che coraggiosamente rimangono fedeli al magistero della Chiesa. La conferma di Martin nel suo ruolo anche dopo le sue innumerevoli uscite è la prova che quanto promosso da Martin sia condiviso altrimenti, come già successo per altri casi, Papa Bergoglio lo avrebbe rimosso dall’incarico. Come diceva Agatha Christie: “un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova”.

 

17 maggio 2017

Le veglie contro l'omofobia e la vita di grazia

di Roberto de Albentiis

Il 17 maggio di ogni anno, dal 2004 a questa parte, è stato ormai monopolizzato dalla Giornata Internazionale contro l’Omofobia, in ricordo, il 17 maggio 1990, della cancellazione dell’omosessualità dall’elenco delle malattie dell’OMS; alla prima si è aggiunta inoltre la Transofbia (interessante peraltro è vedere come parte della stessa comunità LGBT non tolleri le persone transessuali, vedasi ex multis qui ) e la Bifobia (la classica battuta sull’avere il doppio di possibilità di rimorchio il sabato sera è bifoba?).

Ora, il discorso scientifico interessa fino ad un certo punto, dal momento che è bene lasciarlo agli esperti, fermo restando che la scienza, per sua natura, è sempre pronta a rivedere i propri assiomi, e chissà che un giorno, finita la sbornia politica LGBT, gli stessi scienziati non riconsiderino sotto altre luci il comportamento omosessuale; e del resto, francamente, il vittimismo aggressivo di molti militanti gay, o l’esibizionismo da gay pride, sarebbe proprio interessante da studiare dal punto di vista psicologico e antropologico. Non è un discorso, questo, nemmeno sulle c.d. terapie riparative, un mare magnum in cui si incasellano diverse scuole di pensiero e diversi metodi, e che peraltro proprio l’ostruzionismo della psicologia mainstream rischia di far scivolare nelle pericolose pseudoscienze, quasi fossero una campagna antivaccino qualsiasi.

No, proveremo a parlare di quella che molti autori hanno definito omo-eresia, ovvero una colonizzazione del pensiero LGBT insinuatasi nella Chiesa. Innanzitutto, una prima distinzione: non tutti gli omosessuali sono LGBT: la sigla LGBT indica un preciso fenomeno di costume (frivolo, edonista e promiscuo) e una precisa ideologia politica (volta a ottenere matrimoni, adozioni, leggi censorie contro le critiche) che, da una parte e per fortuna, non interessa molti omosessuali, desiderosi in realtà di vivere tranquillamente e privatamente la propria vita senza ostentazione, e, dall’altra, coinvolge moltissimi eterosessuali ideologizzati; molti, spesso, autodichiaratisi cattolici, di quel cattolicesimo moderno che, sposando il mondo, vede in tutte le sue campagne, senza alcun vaglio, un segno della presenza divina.

Mi riferisco in particolare al fenomeno delle c.d. veglie anti-omofobia; di questi episodi, in realtà, ce ne sono stati parecchi da molti anni, e che hanno coinvolto soprattutto chiese protestanti liberal (valdesi, metodisti, anglicani), veterocattoliche e cattoliche di “periferia”. Quest’anno, però, il fenomeno è interessante: ad una copertura di quasi ufficialità dei gruppi e delle veglie (non più tenute in singole chiese periferiche, ma in chiese centrali e da preti non border line), certamente tollerata da Roma, è seguita una incredibile ondata di proteste dei fedeli, molto più forte e generalizzata rispetto agli anni passati, culminata, in Italia, con la oramai nota manifestazione riparatoria contro il Gay Pride di Reggio Emilia (qui per alcune notizie al riguardo).

Le reazioni e le preoccupazioni dei fedeli sono comprensibili, stante una Chiesa, tanto locale quanto centrale, che non si capisce bene dove voglia arrivare, e che per farlo calpesta la dottrina e straccia la stessa pastorale, che dovrebbe essere l’applicazione personale, sì, ma della dottrina; di questo atteggiamento, poi, rimangono vittime anche gli omosessuali cattolici che non vogliono essere assimilati al mondo LGBT e che non hanno problemi con la dottrina. Ma questo è ancora una volta dovuto alla enorme confusione della Chiesa di oggi, che non incultura più la propria dottrina al mondo di oggi, ma prende dal mondo e dai tempi di oggi i linguaggi e i fini, e quindi, nel caso concreto, accoglie non la persona omosessuale, non l’inclinazione omosessuale da sublimare e santificare, ma l’atto e soprattutto lo stile di vita e l’ideologia LGBT, che con la dottrina e la vita cattolica non possono in alcun modo entrare.

La Chiesa può avviare una riflessione sul rapporto con gli omosessuali alla ricerca di Dio? Ma questo lo può fare solo una Chiesa integra e salda, che non ha paura di presentare la dottrina nella sua interezza, nella sua delicatezza e carità quanto nella sua verità, e che pone alle persone omosessuali la chiara scelta di una vita cristiana coerente (come tutti i fedeli, omo ed eterosessuali, del resto, devono praticare) e il chiaro rifiuto dell’ideologia LGBT. E ciò è possibile solo con la vita di grazia, la preghiera, la ricezione dei sacramenti, in particolare Confessione e Comunione.

E a proposito della Comunione, ricordiamo il santo di oggi, 17 maggio, San Pasquale Baylon: umile pastorello spagnolo che visse nel XVI secolo travagliato dal protestantesimo, nonostante sapesse appena leggere, scrivere e far di conto, difese con estrema forza e vigore l’Eucaristia contro gli eretici luterani e soprattutto calvinisti, che in Francia dove si era recato, addirittura, quasi lo uccisero. Tanto da guardiano del gregge quanto poi da fratello laico e portinaio del suo convento, San Pasquale ebbe sempre un fortissimo amore per il Santissimo Sacramento (Che, per singolare dono divino, vide anche in visione, dono riservato a pochi santi), e perfino da morto, al suo funerale, al momento dell’elevazione si alzò dalla bara in onore del Signore!

Senza i sacramenti, segni e ordinanze di salvezza, non c’è vita di grazia, senza la Confessione e la Comunione la nostra anima, preda del peccato, muore, e all’opposto più ci nutriamo del Signore in essi, più vivremo meglio su questa terra e soprattutto potremo goderLo in Cielo; alla scuola di San Pasquale, con il suo esempio e la sua intercessione, ricorriamo ai sacramenti, Confessione e Comunione, soprattutto in questo anno, cinquecentenario della rivoluzione luterana (e rimaniamo forti nel dogma romano e sacrificale sull’Eucaristia, negato a suo tempo dai protestanti e oggi da sempre più teologi ed ecclesiastici) e centenario di Fatima (e a maggior ragione ricorriamo alla penitenza e alla Comunione riparatrice, come chiesto dalla Madonna ad altri tre umili pastorelli). E che i sacerdoti non abbiamo paura di ricordarlo e ribadirlo ai fedeli.