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20 marzo 2018

La danza delle streghe

di Razzullo
(I titoletti sono tratti dalla canzone di Gabry Ponte ed Enrico Ruggeri, non stiamo evocando nulla)

Spiriti Potenti, vi invochiamo: vegliate su Noi che stanotte balliamo.
Stiamo ballando da un anno e passa, in verità. Viviamo in tempi difficili per fare i genitori. Le trappole sono sempre in agguato, epperò un po’ di furbizia bisogna pure imparare a conoscerla e adoperarla. Il primo sbaglio che mamma e papà possono fare è quello di credere di vivere nel migliore dei mondi possibili, che nient’altro aspettava se non l’avvento del loro prezioso fagottello. Va e viene dalle homepage dei giornali internazionali un altro caso aveva ciclicamente aveva già smosso le coscienze. Dice che Elsa di Frozen diventerà lesbica. Un oceano di clic indignati ha scosso il web e le buone coscienze dei globalisti che altro non aspettano per avvalorare ogni loro fesseria. Con somma umiltà, io vi dico: lasciate che Elsa indulga all’amor saffico, lasciate che si strusci con somma voluttà attorno a un pupazzo di neve, che incanti gli orsi polari e insegni loro a bere té e sgranocchiare pasticcini. Più strillate, più farete il gioco. Se non vi piace il cartone, non portateci i vostri figli. Se non siete in grado di negare ai bambini il compimento del loro capriccio, fatevi una domanda e datevi una risposta. Il problema, allora, sareste voi.

Quando è notte il lupo grida all’ombra della Luna: la danza delle streghe non porta mai fortuna. 
 Le fortune di un prodotto culturale si dimostrano, oltre a quanto incassano al botteghino, anche dal clamore che riescono a suscitare. C’è poco da sfasciarsi il cervello; finché le provocazioni avranno successo, state pur certi che si continuerà ad aver a che fare con dibattiti così cretini. Anzi, più sono melensi e stupidi quei dibattiti, più ci fate la figura dei bacchettoni scemi. È un cul de sac, non se ne esce. Vale al cinema quanto a scuola, ovunque. Voi vi giocate le transaminasi, loro incassano. E va a finire pure che diventate i loro più affezionati clienti. Vi accendono e vi spengono a loro piacimento, perché sanno dove andare a parare per fare un po’ di casino. Appena scema la notorietà, la fama, l’attenzione su un film, su un cartone, su un’azienda ecco che arriva il bailamme mediatico pronto a riportare in auge il buon nome perduto. Nel bene o nel male, purché se ne parli, purché si diventi trend topic, purché ci si indicizzi ottimamente su Google. Però, direte voi, quelli che rischiano di rincretinirsi sono i nostri figli. Giusto, e qui entrate in gioco voi. E dovete smetterla, una volta e per tutte, di delegare agli altri i compiti vostri.

Fuochi e spiriti ballate, dentro al cerchio della Luce. Tramontate stelle, anime sorelle!
Quello del genitore è l’unico mestiere in cui l’essere omaggia il fare. Non si è genitori – piuttosto facile, in teoria, sarebbe l’ottenere meccanicamente una gravidanza -, si fa il genitore. E in quest’ottica, che educazione volete dare ai vostri figli? Come impostare la loro crescita, a quali stelle polari ancorarla? È una domanda fatale, non una sciocchezza a cui rispondere in venti righe. Pensateci: volete farne dei piccoli Einstein cosicché il mercato del lavoro si accorga di loro e ne faccia dipendenti meno precari degli altri oppure volete farne degli aperti mentali in grado di tollerare tutto? Volete che imparino subito l’inglese, che siano da subito membri produttivi della comunità oppure che siano dei buoni cristiani, dei consumatori integerrimi o degli ottimi padri e madri? Comunque la pensiate, smettete di affidare ad altri il compito che invece tocca a voi. Non affidatevi alle babysitter con le fregole umanitarie e lo stipendio statale: se darete ai vostri figli gli anticorpi giusti non avrete nulla da temere. Spegnete la tv dei cartoni didattici, bruciate i libri di favolette d’ammore e di auto aiuto psicologico. Iniziate a studiare voi, imparate – prima di loro, voi – a riconoscere e amare la Bellezza.

Dodici rintocchi squarciano la notte scura, la danza delle streghe signore di paure.
 Riaprite i vecchi libri di fiabe, quelli dei fratelli Grimm per esempio. Oppure il Pentamerone di Basile. Leggetegliele, anche (anzi, soprattutto!) quando parlano di morte e quando dicono parolacce. Rispondete a ogni loro perché, tutti. Non abbiate paura di traumatizzarli: se le cose non gliele dite voi, prima o poi lo farà qualcun altro. Non indulgete a nessun luogo comune. Non vi azzardate ad accostare Cenerentola alla resilienza. Insegnate loro a cercare la Bellezza e fatelo abbracciando la tradizione. Portateli al museo, non credete che non ci sia alternativa agli studios, alle favolette globalizzate, alle storie delle multinazionali. Invece che al cinema a far la gara con le altre mamme a chi ha l’amore più grande, prendetevi una domenica in campagna, insegnate ai vostri figli il nome degli alberi. Ricordatevi di spiegar loro da dove venite. E che c’è più vita in un verso di Tirteo che nell’opera omnia della Rowling.

Dalle tenebre sorgete, lento il fuoco nero brucia. Spettri nel castello fate il vostro ballo.
 Considerate che il vero pericolo di Frozen, per esempio, sta nel rifiuto di sé, nelle fantasticherie patetiche e non nelle eventuali sue tresche amorose. Cresceteli magari nella poesia, nell’epica, insegnategli la pietas con Virgilio, il valore con Omero. Insegnate loro che gli animali sono importanti, ma non sono più importanti di Dio. Tocca a questa generazione di genitori il compito di riparare alle scemenze morenti di quelle che l’hanno preceduta. Lasciate che i pallidi fantasmi di una civiltà eterna si materializzino e, finalmente, mettano in fuga le streghette e tutte le loro sciocche malìe. Insegnate loro, ai vostri marmocchi, che non è vero che tutto sia giusto perché lo dice una maestra, lo dice la tv o internet. E che l’unico modo che riconoscere il Vero sia nell’ammaestramento al Bello. Così ne farete uomini e donne.

 

14 dicembre 2017

L'ultima pecora (parte I)


(OVVERO PICCOLO MANUALE DI RESISTENZA DEL GENITORE CATTOLICO:
CONSIGLI PER MANTENERE CATTOLICI I VOSTRI BAMBINI, NONOSTANTE IL PRETE)

«Laggiù è seduto un uomo dalla mente aperta. Si sente lo spiffero fin da qui».
(Groucho Marx)

di Matteo Donadoni

Ogni domenica mattina in Argentina un chierichetto si alza e sa che può arrivare tardi alla Messa, tanto non è più necessario cambiarsi, si può servire beatamente in tuta.
Ogni domenica mattina mio figlio si alza e mi ricorda di non voler più fare il chierichetto. E io lo accontento vietandogli espressamente di fare il chierichetto, puta caso il prete, in tuta, glielo chieda, nel frattempo mi chiedo io come sia mai possibile esser giunti a questo punto.

Ora, il fatto che un genitore cattolico, che è sempre stato cattolico, senza sbandate giovanili, senza crisi di fede con cadute nell’agnosticismo, senza aver messo mai in discussione la legge di Dio, pur avendola infranta parecchio, si ingegni a istruire i figli sul: cercare il più possibile di non ascoltare le omelie; sull’andare al catechismo lo stretto legale per l’accesso ai Sacramenti e comunque cercando di non mandare a memoria mai nulla che non sia nel vero catechismo cattolico; se interrogati, rispondere con circonlocuzioni e paralogismi sofisticati del tipo “certamente potrebbe essere uno di quei casi imprevedibili in cui, non essendo del tutto chiaro, quanto meno sarebbe opportuno raccogliere maggiori informazioni in merito, per non essere completamente in disaccordo con lei” o “non sono sicuro che il passo in questione si possa non interpretare tramite un’ermeneutica diversa dalla sua”. Bene, questo fatto è un fatto che comporta una certa dose di sforzo meningitico e avrebbe quasi del miracoloso, se non fosse che è un fatto puramente drammatico.
Naturalmente, a un bambino risulta piuttosto difficile affrontare una disputa teologica con un catechista o un sacerdote, tendenzialmente adulti, formati da anni di agguerrito lavaggio del cervello modernista, conviene forse consigliare i propri figli di esporsi il meno possibile e, qualora chiamati in causa, di limitarsi a snocciolare quelle quattro-cinque ovvietà sub-teologiche che i catechisti riescono ad afferrare molto facilmente: Gesù ama tutti, perché è buono e, dato che ci ama proprio tutti tutti, ci perdona tutti, quindi  bisogna fare come Lui e amare il prossimo come se stessi e perdonare tutti. Se proprio si deve recuperare in simpatia, o fare la figura di bambini intellectual progress, buttare lì un “inclusivo” o “apertura” o “in uscita” da qualche parte nel discorso. Stigmatizzare sempre i Farisei.

Tocca fare i miracoli ai laici. Dato che ormai il sacerdote non guarisce più i malati, nemmeno ci pensa, ed è già bello che, sempre se ha tempo, porti l’olio santo ai moribondi, sempre che faccia in tempo con gli impegni, altrimenti tranquilli, non resusciterà comunque il morto. E dato che tanto meno gli passa per l’anticamera del cervello di scacciare i demoni, dal momento che non esistono e sono simboli, cari genitori, vi tocca fare miracoli per far crescere cattolici i vostri figli. Nonostante il prete.
Come genitori cattolici facciamo in piccolo ciò che ha fatto nei giorni scorsi un folto gruppo di associazioni pro life di tutto il mondo, firmando un documento nel quale dichiara la propria fedeltà al magistero autentico ed immutabile della Chiesa, oggi messo in discussione dai vertici della Chiesa stessa. Restiamo fedeli alla vera dottrina, non ai pastori che sbagliano.
D’altra parte, visto che siete cattolici, non devo essere io a spiegarvi cosa sia diventato il prete del millennio, lo vedete da soli. Allora giudicate da voi se è il caso di affidare i vostri figli e le loro giovani innocenti anime, i vostri virgulti d’ulivo, proprio loro, quegli occhi vivi di speranze e ricchi della fede dei piccoli, alla direzione spirituale di certi personaggi. E ovviamente non mi riferisco ai rari casi di spostati, pervertiti che si aggirano nelle parrocchie piene di spifferi, mi riferisco al sacerdote medio, a parroco “normale”.
Oggi, regnante “el papa”, sembra infatti che siano tornati i tempi della confusione teologica degli anni settanta e della fantasia al potere che fu il post-concilio. Dunque, di default abbiamo l’abbandono dell’abito e la mimetizzazione sociale, l’invito all’anonimato cristiano e le reprimende a chi asserisca una qualsivoglia verità, subito derubricata ad opinione personale del reticente. La fine della direzione spirituale, tanto i peccati non esistono, nemmeno castigo e inferno, ma governa la misericordia universale. In compenso, dopo decenni di spiritualismo anti-istituzionale in velata o aperta polemica con i Papi Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, oggi s’impone una prostrata e idolatrica adorazione verso “il nostro bravo papa Francesco” e la sua cricca di menti aperte: i kasperiti scardinatori di sacramenti.
Invece di avere a che fare con un prete in tonaca, un sacerdote palese per tutti e di fronte a tutti, un uomo con i difetti degli uomini, ma pronto a tutto per servire Dio e il suo mandato, abbiamo un prete che a parole è aperto, inclusivo e al passo con i tempi, ma nella realtà è un uomo chiuso in canonica con la sua cerchia di parrocchiani amici, catechisti consenzienti e lacchè, perso e consumato da mille attività secondarie.
Certamente non si generalizza, ma occorre aprire gli occhi, perché non serve la lente d’ingrandimento, è un fatto reale e drammatico che i seminari abbiano sfornato negli ultimi cinquant’anni un esercito di incompetenti, in cui, a fronte di pochi santi, non è raro incontrare sacerdoti che non credono alcune verità di fede, a partire dalla transubstanziazione. Sarebbe ora di dirlo. La liturgia ad esempio, viene celebrata sciattamente come per un obbligo formale, e quando viene celebrata con entusiasmo spesso è un carrozzone da circo che nulla ha a che vedere con il luogo di culto, con balli e baccano vario, senza sostanza di mistero e il sacramento è in mano all’iniziativa estemporanea di laici ingenui e sprovveduti, quando non apertamente in malafede, perché protestanti consapevoli.

(continua)



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09 novembre 2017

Il dio stato che vuole dirci come educare i figli (appello per le scuole parentali)

L'avvocato Fabio Candalino ha inviato a noi e ad altre realtà del web cattolico "non allineato" questa riflessione.

Ad alcuni dei pochi che ancora lottano per la libertà educativa delle famiglie.

Mentre alcuni esultano finanche in ambito cattolico o pro life – che coraggio – per le recenti linee guida del Miur, intrise di post-umanesimo e femminismo, che implicano il “gender” magari sostituendolo con articolate perifrasi, non ci siamo accorti, nel centenario di Fatima e della rivoluzione bolscevica, che ci stanno sottraendo i figli, senza che ce ne accorgiamo.
Con una recente riforma, quella che era chiamata “potestà parentale”, viene definita (non a caso) “responsabilità genitoriale”. Il “gender” (che non esiste) impazza nei media e nelle scuole. Lo stato impone un sovradosaggio vaccinale immotivato e pericoloso su ordine di personaggi di ambienti neomalthusiani riunitisi a Washington sotto l’egida di Obama (presente il Ministro Lorenzin). Ora il Ministro Fedeli (quello della famosa storia dei titoli di studio, per la quale un tempo si sarebbe dimesso un intero governo) dichiara l’esistenza di una legge che in realtà non è mai esistita nel nostro ordinamento. Come in un romanzo orwelliano il messaggero di oscuri ambienti burocratici riporta una “verità” e quella tal cosa, anche se falsissima, viene ripetuta tante di quelle volte, che davvero pare divenire verità: i genitori sono obbligati per legge a prelevare i figli fuori da scuola o a provvedere con terzi alla custodia fisica. Magie manipolative e comunicative di un totalitarismo che crea leggi contro la natura, contro Dio e distorce quelle esistenti, senza più alcun freno. Le ceneri del totalitarismo orrido tornano ad ardere in questo centenario, con i figli di quel comunismo (non sistema politico, ma mentale sì) che non è affatto morto.
Or bene fino a poche settimane or sono, nessun italiano, nessun giudice, nessun tutore dell’ordine hanno mai reputato sussistere il reato di “abbandono di minori”, previsto dall’art. 591 c.p., tanto che la sanzione è stata irrogata solo in casi limite a carico di genitori che avessero non semplicemente “lasciato” i figli minori degli anni 14, ma “abbandonati” in senso reale, cioè “in balia di sé stessi” (come la Suprema Corte ha sempre ribadito). Dai tempi che furono i bambini con la saggia gradualità che occorreva, venivano abituati ad orientarsi nel tempo e nello spazio, a vedersela da soli, a succiarsi il ginocchio, ad attraversare la strada, etc.. Oggi si pretende che la presenza fisica dei genitori sia asfissiante e perduri fio ad un età impensabile.

Già, i nostri figli, dato il bombardamento mediatico su taluni casi di cronaca, devono avere un body guard per la scuola (salvo poi lasciarli la sera uscire fino ad orari – quelli sì non ragionevoli e magari abbigliati in modo non edificante) . All’improvviso corre una voce: “ la Cassazione ha deciso che…” . Ecco il pretesto utilizzato: la Cassazione aveva affrontato un caso specifico di un bimbo vittima di un incidente ma laddove la scuola aveva garantito un vigilanza che dal perimetro scolastico si prolungava fino alla salita del pulmino (una norma demagogica e controproducente insomma e sulla quale la Cassazione ha dovuto valutare in quel solo caso specifico un legittimo affidamento dei genitori).
Così orde di genitori e di docenti (e di dirigenti, per lo più poveri malcapitati) si trovano di punto in bianco a sentirsi dire non si sa da chi e come per l’esattezza, che lasciare uscire i ragazzi delle scuole medie secondarie tornare da soli a casa ( anche per poche centinaia di metri di strada) è un reato, un atto di irresponsabilità.
La smentita a simili fandonie era assai facile sul piano giuridico, ma stupisce il silenzio al riguardo di parlamentari veri o sedicenti cattolici (o di semplice buon senso). Non Stupisce invece (oramai) di come i partiti di governo (specie il PD), dopo aver ventilato la sussistenza di una legge inesistente (si ripete, la Cassazione ha dovuto decidere di un caso ben specifico e singolare) per poi fungere da paladini di famiglie e scuole, va promettendo emendamenti salva-genitori(emendamenti non si sa a che cosa).
Al di là di quella che è una invereconda montatura politico-mediatica, però, è gravemente allarmante l’altra chiave di lettura che si deve dare a questa vicenda: lo stato e i suoi apparati (che fungono da guardiani di un sistema sempre più ben congegnato) vengono a dirci come dobbiamo educare i figli. Sì, lasciare che i nostri ragazzi vadano e tornino da scuola a 11 anni o più (noi a 7-8 anni eravamo autonomi) significa imporre alle famiglie non solo un fardello di vigilanza inutile (gli infortuni o i decessi avvwegono anche a casa, in palestra, dovunque) ma significa interferire pesantemente con le direttive di educazione e crescita che noi genitori intendiamo continuare a mantenere, alla luce del diritto naturale, dell’art. 29 della Costituzione, e seguendo il Magistero della Chiesa sul ruolo preminente e non negoziabile del ruolo di noi genitori.

Vogliamo dei figli che crescano non solo con retto senso religioso, con una Fede salvifica in Cristo Gesù e da figli fedeli della Santa Chiesa Cattolica, ma autonomi anche umanamente, capaci di conoscere il mondo, di relazionarsi, di conoscere il mondo. Dall’alto vogliono fare dei nostri figli dei soggetti senza Dio, senza identità sessuale, deboli, fragili e inetti. Quello che gli esperti (che in genere non posso amare) lanciano come allarme da qualche decennio proprio sul crollo delle “autonomie” infantili e adolescenziali, a causa dell’eccessiva presenza dei genitori anche nell’accompagnare i bambini a scuola, non ha dato da pensare ad alcuno; anzi i nostri governanti mai eletti, cui forse fanno comodo inetti e imbecilli da governare (così vogliono i nostri figli), vanno in senso opposto.
De resto, quale che sarà la fine di questa vicenda squallida dell’uscita di scuola dei nostri ragazzi infraquattordicenni. Il messaggio è giunto alla mente di centinaia di migliaia di genitori, oramai, per lo più assuefatti dalla statolatria odierna (e inebetiti da multiple dipendenze e distrazioni): non lasciate i vostri figli da soli, siate loro ossessivamente vicini.
MI stupisce e amareggia ancor più che la cristianità ancora una volta (come per la legge anticostituzionale sull’obbligo vaccinale) taccia e non colga la vera posta in gioco, che non è solo il menages familiare (organizzarsi per vedere che va fuori scuola), ma quella “potestà” insopprimibile, che i totalitarismi hanno già tentato di sopprimere nel secolo scorso.

Due esortazioni nascono dal mio animo dunque, essendo sempre più evidente che è inutile oramai immischiarsi nei gangli del sistema burocratico – totalitario italico, al servizio del mondialismo neomalthuisuaino:

1. Apriamo le scuole parentali;
2. Prendiamo esempio dal popolo polacco, come già abbiamo fatto il 13 ottobre scorso. Preghiamo e digiuniamo, perché solo dall’Alto, con il potente aiuto della regina delle Vittorie, potremo resistere, per vedere il trionfo del Cuore Immacolato di Maria Santissima.

 

18 ottobre 2017

"Malascuola", di Elisabetta Frezza


di Fabrizio Cannone

Molti autori e militanti anti-marxisti sembrano scandalizzarsi davanti al celebre motto marxiano, che suona più o meno così: “I filosofi hanno diversamente interpretato il mondo; ora si tratta di cambiarlo”. Ovvero, si ha paura che affermando ciò, si scada nell’implicito relativismo progressista per cui ognuno può (ri)fare il mondo, l’umanità e se stesso come più gli piace. Tutto sembra divenire in questa prospettiva liquido e negoziabile, e la natura stessa pare a disposizione degli appetiti umani. Fosse questa l’unica possibile lettura della frase tratta dalle Tesi su Feuerbach, allora lo scandalo degli ‘anti’ sarebbe legittimo e giustificato. Ma così non è.
Cambiare il mondo può significare assai più banalmente correggere le tendenze sbagliate della società contemporanea, rifondare lo Stato su principi e valori negletti e dimenticati (come la religione, l’eroismo, l’amor di patria, il sacrificio). Cambiare il mondo, che è sempre immondo, vuol dire abolire leggi ingiuste e nefaste, specie nei settori vitali e decisivi per ogni comunità umana, come lo sono la famiglia, l’educazione, la scuola, etc.
Anzitutto, la Scuola italiana! Secolare ed invidiato gioiello della nostra nazione, almeno a partire dall’Umanesimo (con le prime università al mondo sorte nella penisola), passando poi per la scuola di Stato di Croce e Gentile, la scuola pubblica sembra cedere il passo alla cultura del vuoto, della mediocrità, del tutto e niente, e del titolo per il titolo. “Avere il diploma! Avere la laurea!”. E poi? Precariato eterno o fuga verso altri lidi.
Molti, a destra ma ora anche a sinistra, hanno giustamente criticato la Buona Scuola di Matteo Renzi, buona scuola che sfavorisce lo studio, la riflessione, l’impegno, il merito e che incoraggia progetti programmi e percorsi che hanno ben poco di scolastico e molto di ideologico. Pochi però hanno cercato di analizzare le cause e le radici di una crisi pedagogico-didattica che non ha atteso il trionfo del PD per manifestarsi.
Un libro appena pubblicato ha il gran merito di indurci a sentire tutto il peso di una crisi attualissima, ma altresì epocale e (mal) celata. Crisi che sta al centro di una vasta serie di problemi come l’educazione dei giovani, la perdita del senso della vita e dell’amore del bene comune, il ritorno dell’analfabetismo e del disprezzo della cultura, e infine l’omologazione dei giovani nel senso voluto dai media e dal sistema (cf. Elisabetta Frezza, MalaScuola, Leonardo da Vinci, Roma, 2017, pagine 216, euro 18).
L’autrice è una giovane filosofa del diritto che ha 5 figli i quali frequentano tutti i gradi della scolarità previsti in Italia, dalla primaria sino all’Università.
Il saggio, ricco di riferimenti e note, fa stato sulla inflessione scolastica ed educativa della contemporaneità, inflessione innegabile e a questo punto sempre meno negata, tranne che dai negazionisti di mestiere o prezzolati. L’Autrice affronta di petto la decadenza della trasmissione dei valori etico-sociali, in parallelo con la crisi della civiltà come tale, notando il “progressivo sfaldamento dei principi cardine su cui si regge da sempre la vita individuale e collettiva” (p. 10). E già non è poco.
Ma il cuore della sua coraggiosa denuncia non è qui.
Esso si situa su ciò che noi genitori iniziamo a vedere nelle scuole della nostra città, ovvero una tentata manipolazione soft delle intelligenze giovanili in base alle sulfuree teorie sulla sessualizzazione precoce degli infanti, sulla libertà di scelta in materia di sessualità e di genere di appartenenza, e sull’idea - in verità stantia ma proposta ad ogni anni scolastico come incredibile trovata - della scuola più come laboratorio di vita e di socializzazione (meglio se multietnico, multiculturale, multireligioso…) che come luogo deputato alla trasmissione del sapere, del ben vivere e del conoscere.
Le pagine che la Frezza dedica al tema sono ottime per la documentazione ma pessime per la rabbia che posso ingenerare nei lettori attenti: “Ci vogliono far credere che due più due fa cinque, che le foglie sono blu, che è normale camminare sulle mani e a testa in giù, che gli asini volano, che Lia ha due papà” (p. 13).
E’ il concetto stesso di normalità che è stato rimosso dalle nuove pedagogie esistenzialiste, poiché esso rimanda a norma e la Norma, come lo fu un tempo la religione per Voltaire, è l’infâme da schiacciare.
In luogo dell’insegnamento umanistico-scientifico non sempre agevole certo per i cosiddetti nativi digitali, fondato su cultura, consapevolezza e spirito critico, la novella scuola è divenuta un insieme di percorsi (meglio se visivi e cinematografici) con questi nobili e imprescindibili pilastri educativi: “Differenze/diversità, amore, rispetto, inclusione, stereotipi, omofobia, bullismo, cyberbullismo, cittadinanza (attiva), legalità, orientamento, eccetera” (p. 113).
Attraverso un uso sapiente della storia e delle scienze, della letteratura e dei progetti extra-scolastici si mira a creare un uomo nuovo, il cittadino neutro dal punto di vista dei valori, ma anche apolide e sradicato, senza patria, senza famiglia stabile, e soprattutto senza convinzioni che non siano quelle inculcate da una stravagante ideologia liberal (col silenziatore): tolleranza, apertura, diversità, identità liquida e variabile, spirito di adattamento e di compromesso, laicismo, valore del corpo e del sesso, libertà dai vincoli, dalla famiglia, dalla realtà, avversione al fanatismo, alla tradizione, al rigore, alle norme stabili e universali. “E’ la protervia dell’uomo che si fa dio a se stesso, arbitro del bene e del male, misura del proprio comportamento morale, padrone assoluto della vita e della morte” (p. 199).
Dopo 4 parti dedicate all’analisi documentata di questa ideologia diseducativa e paralizzante che si vuole instillare a dosi omeopatiche nei bambini e nei giovani, la Frezza cita decine di progetti scolastici aberranti (cf. pp. 207-215) in cui si legge chiaramente la cupio dissolvi della post-modernità. In uno dei progetti destinato alla scuola materna gli esperti dicono così: “Solitamente nei primi 3 anni di vita del bambino si può stabilire se sia un cisgender – persona a proprio agio con il genere attribuito alla nascita o transgender – persona che non si sente rappresentata dal genere di nascita…”.
Ce ne è davvero per tutti i gusti, specie quelli amari come il vizio. Da parte nostra invitiamo tutti ad informarsi, a formarsi e a lottare per una scuola dei valori, del merito, dell’educazione e della cultura, boicottando i progetti dannosi denunciati nel libro.


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07 agosto 2017

"In a Heartbeat", il nuovo video omo-pedagogico


(a cura di Marco Crevani)

di Doug Mainwaring

3 agosto 2017 (LifeSiteNews) - "In a Heartbeat", definito da milioni di persone "la cosa più bella che abbia mai visto", è un breve video animato sulla "cotta" di un giovane ragazzo di scuola media per un altro ragazzo, che sta attualmente sciogliendo alcuni milioni di cuori in tutto il mondo ogni giorno.

Pubblicato lunedì, il video di quattro minuti è diventato rapidamente virale. Martedì pomeriggio, aveva raccolto 3,7 milioni di visualizzazioni. Nel tardo pomeriggio di mercoledì il numero di visioni si era raddoppiato a 7,4 milioni. Giovedì mattina, si dirigeva verso gli 11 milioni.

Da una parte, la sua popolarità non è una sorpresa. È un cortometraggio avvincente e ben fatto, destinato a ricevere molti premi dei festival cinematografici. E poiché non esiste un dialogo, offre un appeal e una portata globali.

Il critico di Yahoo lo ha applaudito, dicendo: "Speriamo che, data la risposta che il cortometraggio ha ottenuto, i grandi studios avranno notato il fatto che le storie di LGBTQ dovrebbero essere raccontate e che, indipendentemente dalla tua identità sessuale, le persone possono relazionarsi con quelle prime vampate d'amore."

La campagna LGBT per i diritti umani (HRC) e altri lo coprono di lodi.

Non fatevi ingannare

Mentre molti all'interno e all'esterno del mondo gay possono sentire scaldarsi il cuore, in risonanza con il proprio ragazzino interiore preadolescente a disagio, c'è un problema. Un grosso problema.

"In a Heartbeat" sta ottenendo un sacco di attenzione, ma farà un cattivo servizio a coloro che ha l'obiettivo di aiutare. Potrà ulteriormente pregiudicare rapporti maschili, forti e sani, straordinariamente necessari. Una volta che i ragazzi e gli adolescenti sono incoraggiati verso l' omosessualità per far fronte all'esperienza comune dell'ansia sociale, indirizzata a mettere in discussione il loro orientamento sessuale, la loro sessualità rischia di diventare "ricondizionata". E una volta "ricondizionata" in questo modo, è difficile da annullare. Dovrei saperlo. Ero uno di loro.

Prima di procedere, guarda il video:


Il grosso problema

Una descrizione ufficiale del film ci dice: "Un ragazzo chiuso corre il rischio di essere abbandonato dal proprio cuore dopo che esce dal suo petto per inseguire il ragazzo dei suoi sogni".

Il problema è questo: il ragazzo dai capelli rossi che è descritto non è un "ragazzo chiuso". Gli animatori potrebbero pensare che stanno rappresentando un tale ragazzo, ma in realtà stanno raccontando una storia completamente diversa.

Ci mostrano un ragazzo che dimostra un livello estremamente elevato di ansia sociale. Quando lo vediamo prima, sembra spaventato a morte. È nervoso. E 'ansante. Ha palpitazioni cardiache. Salta dietro un albero per nascondersi dal secondo ragazzo dai capelli scuri, e così dimostra il suo disagio debilitante e l'incapacità di relazionarsi con il suo compagno di classe maschile.

E chi è il ragazzo da cui fugge, ma chiaramente attratto? È un ragazzo che dimostra totale fiducia in se stesso - il tipo che tutti i ragazzi socialmente imbarazzati invidiano e a cui vorrebbero assomigliare. Sembra imperturbabile, privo di problemi, in pieno autocontrollo. È così freddo che può anche far girare una mela su un dito mentre cammina leggendo sulla strada per la scuola. Il fatto che il ragazzo dai capelli rossi si nasconde dietro ad un albero per evitarlo, rivela quanto il suo sentimento di non essere accettato dai suoi colleghi maschi lo disturba.

Siamo chiari: i ragazzini di quell'età non stanno cercando una storia d'amore coi loro coetanei dello stesso sesso. Vogliono solo una cosa e la vogliono disperatamente: l'accettazione. A quell'età l'accettazione è più preziosa dell'oro.

"In a Heartbeat" è una distorsione pericolosa

Il ragazzo dai capelli rossi non è romanticamente attratto dal secondo ragazzo, anche se è questo che i creatori del film vogliono pensare. È attratto da un ragazzo che è il suo opposto, sicuro di sé e senza problemi.

I creatori del film hanno frainteso il proprio carattere: non è "chiuso" e non è "fuoriuscito" dal proprio cuore. Ha solo un forte grado di ansia sociale.

E la risposta per questo giovane non è 'romanticismo' con un altro ragazzo. La risposta è l'accettazione - sviluppare e perseverare nell'amicizia, e in questo per trovare l'accettazione. Il romanticismo tra i maschi è un miraggio, sempre dimostratosi sfuggente.

Guarigione reale e autentica

Il film promuove l'uscita dal disturbo d'ansia sociale facendo "outing" ed essendo "gay". Ma questa è una fuga dal disordine, non un mezzo per curarlo per diventare integri e sani come persona.

Il dottor Richard Fitzgibbons, esperto di guarigione coniugale e infantile, ha dichiarato a LifeSiteNews che il film è "psicologicamente dannoso per la gioventù, non è utile per i bambini che soffrono di disturbi d'ansia sociale".

Eppure sono proprio quei ragazzi che il film ha di mira e sono quelli messi a rischio dalla narrativa che promuove.

Secondo il sito web del Dr. Fitzgibbons 'ChildHealing.com, "il Disturbo d'Ansia Sociale (SAD) è il più rilevante di tutti i disturbi d'ansia. Uno studio del 2011 su 10.000 americani ha rivelato che i disturbi d'ansia sono stati i disturbi più comuni nella gioventù, che si verificano in circa un terzo degli adolescenti ".

"SAD è una paura marcata e persistente in situazioni sociali caratterizzate da pervasiva inibizione sociale, timidezza, mancanza di fiducia e paura. Ha un'età precoce di inizio, all'età di 11 anni in circa il 50 per cento e per l'età di 20 anni in circa l'80 per cento degli individui. La cosa più importante, la ricerca ha dimostrato che il rischio di suicidio giovanile diminuisce ritardando l'autoidentificazione come omosessuale. Uno studio ha dimostrato che il rischio di suicidio tra i giovani con attrattive per lo stesso sesso diminuisce il 20 per cento ogni anno che ritardano l'etichettatura come gay. "L'omosessualità: un vicolo cieco completamente insoddisfacente per i giovani maschi. Quentin Crisp, nel suo romanzo "The Naked Civil Servant, identificò l'enigma che affrontano gli uomini gay: "Se il Grande Uomo Oscuro mi incontrasse, non mi amerebbe. Se lui mi amasse, non potrebbe essere il mio Grande Uomo Oscuro". In altre parole, Crisp sta dicendo:" Se ho trovato l'uomo dei miei sogni "- come sembra il ragazzo del video di" Heartbeat "- non importa quanto attraente, maschile e virile. Se lui fosse interessato a me sia sessualmente che romanticamente o entrambe le cose, non potrebbe più essere l'uomo dei miei sogni perché non sarebbe più al 100 per cento "dritto". Ci sarebbe una grossa crepa nella sua armatura e lui mi deluderebbe." Si sente il ghigno di Satana da qualche parte nelle ali dietro i sogni irresistibili e scoraggiati di molti uomini gay. Non c'è da meravigliarsi che tanti diventano depressi. Questo è anche il motivo per cui il matrimonio omosessuale evaporerà nel tempo. Michael Glatze, ora pastore cristiano e soggetto del film "Io sono Michael", è stato un attivista omosessuale e gay fino a che non ha sperimentato la conversione a Gesù Cristo. Nel 2013 ha sposato sua moglie. In una lettera aperta a Ricky Martin dopo che Martin si dichiarò gay, Glatze scrisse: "L'omosessualità è una gabbia in cui sei intrappolato in un ciclo infinito di continuamente desiderare di più - sessualmente - che non puoi mai ricevere, costantemente pieno di vuoto, cercando di giustificare le tue azioni distorte con la politica e il linguaggio del "sentirsi bene". Ha anche detto al suo ex "amante":" Dio ti ama più di qualsiasi ragazzo che ti amerà mai ... Non mettere la tua fede in un uomo, una carne ... Questo è ciò che facciamo quando siamo bloccati nell'identità gay, quando siamo bloccati in quella grotta. Andiamo da ragazzo a ragazzo, alla ricerca di qualcuno che ci ami e ci faccia sentire bene, ma Dio è tanto meglio di tutti gli altri padroni là fuori".

L'attuale incessante trappola per gonzi di stretti rapporti maschili

Il mondo oggi, influenzato pesantemente dalla comunità LGBT e da media acritici, sconvolge rapporti stretti tra maschi adolescenti, facendogli mettere in discussione il loro orientamento romantico e sessuale. Questo è precisamente ciò che questo video si propone di fare ed ecco perché è così pericoloso. Non può a un bambino piacere un altro bambino senza che ciò venga interpretato come romantico o sessuale? Tutti i ragazzi vogliono amicizie strette con altri ragazzi. È un bisogno umano fondamentale.


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24 luglio 2017

L’urgenza di parole proibite


di Giuliano Guzzo

Nel leggere l’intervento del responsabile HuffPost Queer Voices, che – a commento dalle polemiche per la pubblicazione della Guida al sesso anale su Teen Vogue – ha sostenuto che «tutti i teenager, Lgbtq e non, dovrebbero essere informati sul sesso anale», mi sono chiesto: come rispondere? Non tanto a costui, evidentemente, dal momento dubito esistano argomenti convincenti per chi arriva quasi a tessere l’apologia di prenderlo in quel posto, bensì a una cultura tanto disorientata e orfana di valori quale la nostra, giorno dopo giorno, si dimostra di essere. Come replicare, dunque, a tanto vuoto?

La sola risposta che sono arrivato a darmi, in realtà, è piuttosto elementare: si tratta di tornare a educare. Per farlo è tuttavia necessario, prima, ricuperare quegli strumenti formativi indispensabili che, ultimamente, suonano più anacronistici che mai. Mi riferisco a quelle parole oggi sconvenienti, declassate quasi a parolacce, al punto che gli stessi educatori vintage le maneggiano timorosi: «fedeltà», «indissolubilità», «onore», «dignità», «purezza»,«ordine», «responsabilità», «castità», «sacrificio», «pudore», «dono». Tutti termini – ma pure princìpii – che secondo me dobbiamo tornare urgentemente a spolverare. Con coraggio, chiaramente.

Ma anche con la convinzione che, se da una parte agli esaltatori della pratica anale dette parole sortiranno probabilmente poco effetto, dall’altra faranno comunque un gran bene a quella parte di società – che tutt’ora è la grandissima parte – la quale, pur avvertendo il fetore dilagante, tentenna non sapendo come cavarsela e da dove ricominciare. E non si rende conto che il primo passo per sovvertire il regno del politicamente corretto e arrestare un surreale ma quotidiano processo di degrado, sta proprio nella riscoperta delle vituperate parolacce. Meglio difatti sembrare fuori dal mondo per avere ancora certi valori, che essere fuori di testa per non averli più.

https://giulianoguzzo.com/2017/07/23/lurgenza-di-parole-proibite/

 

07 aprile 2017

San Giovanni Battista de La Salle, la santità dell'educazione


di Alfredo Incollingo

Un giovane di grande promesse e di buona famiglia lasciò i suoi beni e una vita agiata per consacrarsi all'assistenza dei poveri. San Giovanni Battista de La Salle era il rampollo di una nobile famiglia francese che lo aveva destinato alla carriera giuridica. Invece preferì abbandorare gli ozi per entrare nel seminario di San Sulpicio, a Parigi, assecondando la sua vocazione religiosa. San Giovanni ha trovato la santità nell'educare e nel togliere dalla strada i piccoli proletari parigini. Di fronte alla miseria dei sobborghi della Francia seicentesca il santo comprese la necessità di dare un futuro ai bambini e ai ragazzi sbandati, per evitare che potessero vivere nel vizio e nel crimine. Fu un modello per tutta l'Europa dal XVII fino al XIX secolo: i suoi metodi educativi e il suo zelo nell'insegnare rappresentarono l'avanguardia dell'istruzione. Con questo spirito aprì diverse scuole parrocchiali per i ragazzi di strada fino a quando, il 25 maggio 1684, fondò la “Congregazione dei Fratelli delle Scuole Cristiane”, inaugurando una vasta rete di scuole gratuite in tutta la Francia. Comprese che la scuola dell'epoca era carente anche di personale formato e devoto alla loro missione educativa. I suoi collaboratoti avevano scelto di consacrare la propria vita a Dio, pur rimanendo laici: la loro carità si rivolse all'educazione e i maestri erano quindi persone zelanti nel loro ufficio. San Giovanni Battista de La Sale ha dimostrato, ancora una volta, che la santità non è solo contemplazione e meditazione, ma anche azione: questa tuttavia agisce rettamente solo quando si relazione al Vangelo. Solo così l'agire sarà guidato dalla Grazia di Dio e consacrato alla sua Parola. San Giovanni ha scelto la strada della santità dando speranza ai ragazzi e ai bambini della Francia seicentesca e, come lui, i Fratelli delle Scuole Cristiane continuano in tutto il mondo l'impegno aposatolico di De La Salle.

 

21 ottobre 2016

Il Missionario - La preghiera come unica arma


di Giulia Tanel

"Volevo fuggire dalle urla di mio padre e ora sono proprio quelle urla la mia unica speranza". Questa frase, solo apparentemente criptica, racchiude il senso del nuovo film portato in Italia dalla Dominus Production – già nota per Cristiada e God's not dead –, dal titolo Il missionario – La preghiera come unica arma (qui il trailer), in questi giorni nelle sale.
La pellicola narra infatti la maturazione verso un rapporto più maturo e profondo del protagonista con suo padre e dei diversi altri personaggi con il Padre, Colui che conosce anche i capelli del nostro capo e che ha sacrificato Suo figlio per la nostra salvezza.

Questa la trama de Il Missionario, di Marcelo Torcida, riportata sul sito di riferimento: "In un Paraguay diviso tra illimitata ricchezza ed estrema povertà, Juan è un adolescente irrequieto, che soffre per un profondo conflitto con il padre. Alla ricerca di divertimento, indipendenza e libertà, viene sopraffatto da una realtà avida e senza scrupoli, che priva gradualmente la sua vita di ogni senso. L'incontro con un missionario porterà alla svolta: in un turbinio di colpi di scena e forti emozioni, quando tutto sembrerà perduto, tutto sarà riconquistato. Toccare il dolore più profondo, porterà al ritrovamento dell'amore più grande".

La pellicola, pluripremiata, tocca i valori fondamentali, quei principi non negoziabili oggi così bistrattati: la vita, la famiglia e l'educazione. E, come dice il sottotitolo, fa anche una proposta di fede.
La vita, quella che l'adolescente Juan rischia di buttare al vento facendosi sopraffare dalle droghe (che erroneamente sentiamo definire "leggere", ma che invece hanno effetti collaterali non secondari); o quella vita che suo padre si è dimenticato di vivere, lasciandosi prendere dal denaro, tanto che uno dei protagonisti arriva a domandarsi: "Come possono avere tutto, e al tempo stesso non avere niente?"; o, ancora, quelle vite che i narcotrafficanti o i personaggi corrotti non hanno alcuna remora di spegnere per sempre.
La famiglia, il nido accogliente in cui ogni persona dovrebbe avere il dono di crescere, prima di rivolgersi all'esterno e spiccare il volo. Ma famiglia che può esistere solamente se tutti i membri che la compongono s'impegnano a rimanere uniti, evitando che si finisca con il vivere la quotidianità nella solitudine, pur abitando tutti sotto lo stesso tetto e mangiando seduti attorno al medesimo tavolo.
Infine, l'educazione. Questo ultimo aspetto discende in maniera diretta dai primi due: quando si ha una concezione alta della vita e della persona, nella certezza che ognuno è prezioso, e quando c'è una famiglia solida, con due genitori uniti e responsabili, la missione educativa è infatti di gran lunga facilitata. Il che, naturalmente, non corrisponde a dire che due bravi genitori non potranno avere un figlio scapestrato, ma semplicemente che il buon seme non andrà perduto, e prima o dopo emergerà.

Il Missionario – La preghiera come unica arma è dunque un film che fa riflettere. Una pellicola non scontata, anche se a tratti dalla trama forse troppo "didascalica", e in tal senso maggiormente adatta ad un pubblico adolescenziale.
Di certo, come gli altri film della Dominus Production, Il Missionario interroga lo spettatore in prima persona: che idea ho io della vita? La mia famiglia è unita solamente in senso fisico, o vi è un'unità più profonda? Come mai tanti adolescenti si lasciano "fregare" dalle droghe? Com'è possibile, da genitori e/o da educatori, accompagnare i ragazzi nella crescita, magari proprio quando sono nel pieno della ribellione? La fede è per me un "impegno" da assolvere, oppure è un aspetto costitutivo dell'esistenza, in grado di orientare la quotidianità? ... e l'elenco di domande potrebbe continuare. Non si tratta di quesiti scontati: la risposta che ognuno formula determina l'esistenza. Naturalmente Il Missionario offre una chiave di lettura: tutto sta nella disponibilità dello spettatore a prenderla in considerazione. Facendo silenzio attorno e dentro di sé, e così poter ascoltare Dio.

 

26 maggio 2016

Catechismo in famiglia. Perché?


di Chiara Scala

Un luogo privilegiato per parlare di Dio è la famiglia, la prima scuola per comunicare la fede alle nuove generazioni. Il Concilio Vaticano II parla dei genitori come dei primi messaggeri di Dio, chiamati a riscoprire questa loro missione, assumendosi la responsabilità nell’educare, nell’aprire le coscienze dei piccoli all’amore di Dio come un servizio fondamentale alla loro vita, nell’essere i primi catechisti e maestri della fede per i loro figli.” (Benedetto XVI, 28/11/2012)

Con queste parole, il Santo Padre invita ogni famiglia a farsi carico della responsabilità e della bellezza dell’educazione, soprattutto spirituale, dei propri figli.

Noi abbiamo accettato.
Io e mio marito riteniamo l’educazione religiosa dei nostri bambini importante quanto il pane quotidiano e ci è sembrato un po’ “strano” delegare a una terza persona il patrimonio che accompagnerà nostro figlio per il resto della sua vita.

Non si tratta di imparare solo le preghiere, il comportamento a Messa o i comandamenti. Qui c’è in gioco una vita intera e una vita eterna.

Inoltre tanti insegnamenti ricevuti nel primo anno di catechismo in parrocchia confondevano nostro figlio, animo ricco di domande e dalla grande sensibilità, perché non trovava il giusto riscontro in quello da noi spiegato.

Ci siamo allora chiesti: perché non occuparci noi direttamente del loro catechismo? Ne abbiamo parlato con il nostro padre spirituale e, con il consenso del nostro parroco, abbiamo cominciato questa nuova avventura.

Quale modo migliore ci dava la possibilità di rendere l’apprendimento entusiasmante e divertente per tutta la famiglia, esaltando la specificità, la sensibilità, l’individualità e la naturale curiosità dei nostri figli? E quale modo migliore se non affrontare la fede in base al vissuto quotidiano, fatto di domande, gioie, speranze, cadute e dolori e provare a dare insieme un senso e una risposta a tutto ciò che ci accade?

Il catechismo non è più un’ora a settimana in parrocchia stando seduti mentre il catechista insegna. Ora il catechismo è una passeggiata in collina e ammirare il creato lodando il Creatore, è fare un pellegrinaggio approfondendo la vita di un santo, è la cura giornaliera della preghiera, è in poche parole la santificazione del quotidiano.

Ciò non significa assolutamente che non leggiamo o non studiamo il catechismo, ma c’è un momento per tutto nel rispetto della specificità del bambino che si ha davanti.

La vera sfida è “parlare di Dio” facendo comprendere “con la parola e con la vita che Dio non è il concorrente della nostra esistenza, ma piuttosto ne è il vero garante, il garante della grandezza della persona umana”.

Come spesso ci è stato fatto notare, questo sembra una contrapposizione e un isolamento dalla vita parrocchiale. Non è così.

Il nostro parroco ha accolto con gioia la nostra richiesta, partecipiamo alle attività della nostra comunità ed Enrico, il più grande, serve come chierichetto la Santa Messa, non come dovere, ma con immensa gioia e voglia di esserci.

Abbiamo preferito mettere Cristo, prima di ogni altro aspetto, cercando di insegnare e mostrare ai nostri bambini che una fede reale e vissuta a pieno è l’unica via per una felicità autentica.

È solo cambiata la prospettiva e i risultati sono davvero palpabili. Provare per credere!

http://www.mogliemammepervocazione.com/catechismo-in-famiglia-perche/
 

01 dicembre 2015

Combattiamo l’Aids, non osanniamo il condom


di Giuliano Guzzo

Oggi, 1° dicembre, è la Giornata Mondiale contro l’Aids. E temo che, anziché contribuire ad accrescere la coscienza dell’epidemia mondiale di Aids dovuta alla diffusione del virus HIV, molti si ridurranno alla solita, tristissima apologia del condom; senza tuttavia precisare che se è vero che questo ha un’efficacia protettiva dell’80% [1], detta efficacia risulta limitata all’uso perfetto, continuo e senza deroga alcuna. Il punto è che l’uso del preservativo si presta a numerosi e frequenti errori, che vanno dal fatto che non sempre viene indossato per tutta la durata del rapporto, al fatto che spesso viene inserito al contrario perché srotolato dal lato sbagliato, dal mancato spazio lasciato sulla punta alla rimozione sbagliata [2]; tanto che uno studio condotto su 509 adolescenti ha messo in luce come l’uso corretto e costante del preservativo riguardasse appena 80 soggetti, il 16% [3].
No, tranquilli. Nessuno, oggi, vuole indire alcuna crociata contro il condom. Si vuole solo far presente, sulla scorta delle dichiarazioni, a suo tempo contestatissime, di Benedetto XVI, che non è riempiendo strade e scuole di distributori di preservativi – e quindi offrendo una risposta meramente materialista al problema – che batteremo l’Aids, bensì guardando oltre. Parola di Edward Green, direttore della Harvard HIV Prevention Research Project, il quale, sconfessando certa propaganda, ha dichiarato testualmente:«Quando il Papa ha detto che la risposta sta proprio nella fedeltà e nella monogamia, questo è esattamente quello che abbiamo trovato empiricamente» [4]. Che il dottor Green, al pari di quanti non si allineano al festival del preservativo, sia solo un ostinato oscurantista? Difficile. La realtà – ricerche alla mano [5] – è che la migliore risposta all’HIV è il cambiamento del comportamento sessuale. La realtà, cioè, è che ci vuole vera educazione. E possibilmente meno spot di cosiddetti vip che parlano, al solito, senza sapere ciò che dicono.

Note: [1] Cfr.Weller S. – Davis K. (2002) Condom effectiveness in reducing heterosexual HIV transmission. «Cochrane database of systematic reviews»;(1):CD003255; [2] Cfr. Sanders S.A. – Yarber W.L. – Kaufman E.L. – Crosby R.A. – Graham C.A. – Milhausen R.R. (2012) Condom use errors and problems: a global view.«Sexual Health»; 9(1) 81-95; [3] Cfr. Paz-Bailey G. – Koumans E. H. – Sternberg M. – Pierce A. – Papp J. – Unger E.R. – Sawyer M. – Black C.M. – Markowitz L.E. (2005) The Effect of Correct and Consistent Condom Use on Chlamydial and Gonococcal Infection among Urban Adolescents.«Archives of Pediatric and Adolescent Medicine»;159(6):536-542; [4] Green E. in The pope was right about condoms, says Harvard HIV expert. «bbc.co.uk», 29/3/2009; [5] Cfr. Murphy E.M. – Greene M.E. – Mihailovic A. – Olupot-Olupot P. (2006) Was the “ABC” approach (abstinence, being faithful, using condoms) responsible for Uganda’s decline in HIV? «PLoS Med»;3(9):e379; Halperin D.T. – Mugurungi O. – Hallett T.B. – Muchini B. – Campbell B. – Magure T. – Benedikt C. Gregson S. (2011) A surprising prevention success: why did the HIV epidemic decline in Zimbabwe? «PLoS Med»;8(2):e1000414.
 

04 novembre 2015

Gender, genere o educazione a colorare con le carote


di Alejandro Abasolo
 
Dopo il clamore suscitato dal mio ultimo articolo a favore della famiglia arcobaleno (cioè: quella di Noè), negli uffici della redazione dei Mienmiuaif hanno dovuto creare un reparto apposta per rispondere alle telefonate dei lettori arrabbiati. Sono migliaia le lettere che ho ricevuto con le vostre lamentele, ma altrettante sono state quelle coi vostri splendidi disegni: siete davvero molto bravi, alcuni di voi diventeranno degli artisti, ne sono certo. Perdonatemi se non posso pubblicarli tutti: per ragioni economiche e di spazio siamo obbligati a inserire solo le pubblicità degli sponsor. Ma per i più belli magari troveremo un modo!
Oggi – per amicarmi buona parte dei cattolici – voglio dire che ci sono fin troppi cattolici che non pensano con la propria testa e che ripetono a pappagallo quello che leggono nei giornali, senza riflettere. È vero, direte voi, “si tratta di quelli che dicono che la Chiesa dovrebbe essere aperta agli omosessuali e cose del genere, giusto?”. No, non mi riferisco a quelli. Mi riferisco ai molti di noi che ce l’hanno col gender.
Da qualche tempo a questa parte sento discussioni infinite sul fatto che ci sia o meno il gender nella “Buona Scuola”. Qualcuno dice che il gender non esiste e partono articoli infiniti per spiegare che il gender esiste. Qualcuno spiega che genere non è gender. Qualcun altro spiega che gender è genere.
Ora, sturatevi le orecchie, io ho due figli. Uno in seconda elementare, l’altro in prima media. Ci tengo a quello che viene detto loro. Ci tengo a sapere se gli insegnanti dicono cose sulle quali io non sono d’accordo. CHI CASCO SE NE FREGA SE QUESTE COSE SONO GENDER, GENERE, O EDUCAZIONE A COLORARE CON LE CAROTE?!!!! (Ho scritto maiuscolo perché ho urlato nel modo più disprezzante che possiate immaginare).
Mi spiego: se a mio figlio viene insegnato a 10 anni che il sesso è un atto meccanico con lo scopo di creare piacere e che la nascita di un figlio è solo una delle tante infinite possibilità che può produrre il sesso; che a seconda dei gusti e delle proprie necessità si può sempre ricorrere all’aborto, il quale non è altro che una libera scelta come la facoltà che scegli di seguire all’università. Ecco, dico, se a mio figlio vengono insegnate queste cose, e io mi lamento, e una mamma della scuola mi risponde: “questa roba non è teoria del gender, puoi stare tranquillo”, secondo voi io dovrei tornare a casa tranquillo? Tanto non è gender ma educazione a essere una persona educata con quella educazione che verrà insegnata nella scuola di mio figlio.
Molte delle affermazioni presenti nella cosiddetta “educazione affettiva” provengono proprio dalle teorie sviluppate all’interno degli studi di genere. Ma non sono un orrore perché provengono da quegli studi. Queste affermazioni sono intrinsecamente degli orrori proprio per quello che significano. Non importa se vengono dagli studi di genere (teorie gender) o se vengono dagli studi più sofisticati di economia moderna. Riusciamo a capirlo?
Ho la netta sensazione che non vogliamo prenderci la responsabilità di valutare le cose da un punto di vista morale. Ci limitiamo a chiedere: “è gender, o non è gender?”. E partono discussioni infinite attraverso i media sull’origine di un tale programma scolastico. Anche se si trattasse del normalissimo programma degli ultimi cent’anni, ma ci fosse qualcosa di moralmente inaccettabile, dovremmo chiederne la rimozione, se davvero siamo cristiani. Eppure mi sono sentito dire, da presunti cristiani, che non dovevo preoccuparmi delle lezioni di educazione sessuale che volevano propinare a mio figlio perché non si trattava di “lezioni di educazione sessuale” ma di “normalissime lezioni di educazione affettiva”.
So benissimo che siete più intelligenti di me, ma lasciate per un secondo che vi tratti come se non lo foste. Non importa come si chiamano le lezioni di educazione a qualcosa, quello che importa è se sono o meno in netto contrasto con l’educazione che io sto dando a mio figlio. Ripetete con me: “Non importa come si chiamano le lezioni di educazione a qualcosa, quello che importa è se sono o meno in netto contrasto con l’educazione che io sto dando a mio figlio”. E, se sono in netto contrasto, è normale che mi opponga, perché sono i miei figli, perché – rispondetemi – quale padre sarei se non avessi una forte posizione morale da trasmettere ai miei figli? Quale padre sarei se delegassi ad altri la trasmissione di valori morali ai miei figli? Questo è il punto. Se è gender o non lo è, non ha alcuna importanza.
Vi porgo i miei migliori saluti.

https://mienmiuaif.wordpress.com/2015/10/06/gender-genere-o-educazione-a-colorare-con-le-carote/

 

01 ottobre 2015

«La teoria del gender esiste, eccome: ci ho fatto la tesi»


di Giuliano Guzzo

Il problema della supposta inesistenza della teoria del gender – da alcuni presentata come allucinazione cattolica – lei non se l’è neppure posto. O, meglio, lo ha fatto, ma diverso tempo fa; ritrovandosi, poi, talmente tanto materiale da poterci redigere una tesi di laurea. Elena Lauletta, ventiquattrenne di San Giuliano del Sannio, un piccolo paesino in provincia di Campobasso, si è infatti laureata all’Università degli Studi del Molise in Scienze della formazione primaria con un elaborato dal titolo inequivocabile: “Scuola, educazione sessuale e prospettive legislative: la teoria gender e le nuove frontiere“. Ora impegnata, come primo incarico, come insegnante di sostegno in un istituto scolastico un po’ lontano da casa e col sogno di continuare a lavorare a scuola, la coraggiosa neolaureata ha accettato di rispondere a qualche nostra domanda.

Dottoressa, anzitutto una curiosità: come le è saltato in mente di laurearsi con una tesi sulla teoria gender? Non ha considerato i possibili rischi che un tema così spinoso avrebbe potuto farle correre? «Nel 2013 mi sono trovata a discutere con un’attivista LGBT a proposito delle Linee guida per l’educazione sessuale in Europa (redatte dall’associazione di sessuologi “BZgA – Federal Centre for Health Education” di Colonia per conto dell’OMS). Un anno dopo stavo per scegliere l’argomento della mia ultima tesi di laurea e avrei voluto seguire la mia vecchia passione per l’entomologia, tuttavia da una parte la mole delle notizie e degli studi riguardanti la teoria gender e l’educazione sessuale olistica mi spingevano a continuare ad approfondire, dall’altra mi accorgevo che riguardo a queste tematiche c’era una grande disinformazione, soprattutto tra i colleghi e gli educatori di vario tipo. La chiamata era forte, non ho potuto non ascoltarla, nonostante le critiche siano state molte. Grazie a Dio ho avuto il coraggio di raccogliere questa sfida ed ho incontrato l’appoggio e la fiducia del mio relatore, il Professor Fabio Calandrella. La cosa peggiore è stata scoprire i forti pregiudizi che una parte dell’opinione pubblica ha verso i cristiani e verso chi difende la famiglia e i bambini. Tutto questo purtroppo può trasformarsi in insulti e diffamazione, ma ho anche avuto la fortuna di vivere confronti civili e preziosi con persone che hanno un’opinione diametralmente opposta alla mia».
Venendo al suo elaborato, anche se le sembrerà una domanda superflua: la teoria del gender esiste, ha dei fondatori? E che cosa afferma esattamente? «La teoria gender è nata negli anni Cinquanta e da pensiero filosofico è passata oggi giorno ad essere proposta politica. Come fondatori potremmo individuare l’entomologo Alfred Kinsey (1894-1956), autore della Relazione sul comportamento sessuale degli americani, e il sessuologo John Money (1921-2006), discepolo di Kinsey. Entrambi accaniti sostenitori della pedofilia. Money elaborò una teoria secondo cui il sesso biologico di nascita non conta, ma ogni bambino può essere cresciuto indifferentemente come maschio o femmina. I suoi studi vennero ampiamente smentiti dal tragico caso di Bruce, bambino da lui fatto crescere come una bambina, che morì suicida. Nel 1960 circa questi primi studi si innestarono sul secondo femminismo radicale, che già individuava come un limite le differenze biologiche tra uomo e donna. Ad esempio Judith Butler teorizzò il sesso fluido o queer: l’unico modo che l’uomo ha per essere davvero libero di autodeterminarsi sarebbe quello di riservarsi una continua e autonoma ridefinizione della propria identità sessuale. Altre tappe fondamentali sono quelle dei Gay and Lesbian Studies, fino ad arrivare ai 58 generi diversi tra i quali si può scegliere all’atto dell’iscrizione sul Facebook americano o ai 23 generi ufficialmente riconosciuti dall’Australian human rights commission. Inoltre esistono centri come il Nordic Gender Institute, nato a sostegno dell’ideologia di genere, sapientemente criticato dal documentario girato dal comico norvegese Harald Meldal Eia».
Che legame c’è fra la lotta alla cosiddetta discriminazione di genere e l’educazione sessuale scolastica? Non dovrebbero, comunque la si pensi, essere cose ben distinte oppure una implica l’altra? «Le due cose vengono a coincidere quando si parla di educazione sessuale olistica (quella degli Standard BZgA-OMS) che fornisce a bambini e ragazzi informazioni dettagliate su tutti gli aspetti della sessualità, sostenendo che il bambino deve essere visto come una “persona indipendente” che deve poter esprimere la propria sensualità. Lascio immaginare la pericolosità di questa particolare concezione della sessualità infantile. Cosa accadrebbe se ad esempio un bambino di quell’età dovesse decidere da solo con cosa nutrirsi e quando, quale attività ludica o fisica svolgere, quando e come praticare l’igiene del corpo e via dicendo? È significativo il fatto che, in nome di documenti e leggi a tutela delle donne, contro la violenza sulle medesime e per la parità tra i sessi, poi vengono introdotte iniziative e progetti sulla decostruzione degli stereotipi che riguardano l’orientamento sessuale, come il DDL Fedeli e l’emendamento n. 16 alla Buona Scuola. Per capire la pericolosità di questo emendamento bisogna andare a leggere i riferimenti legislativi indicati in esso, tenendo conto che parlare di lotta alla discriminazione in ordine all’orientamento sessuale ha già portato a dei tristi episodi avvenuti nelle scuole italiane, come l’introduzione di un romanzo porno-gay in un liceo di Roma o come l’asilo, sempre romano, in cui sono state abolite le feste del papà e della mamma perché fonte di discriminazione o ancora i libretti dell’UNAR distribuiti nelle scuole all’insaputa del MIUR. È preoccupante questa intromissione nell’educazione dei bambini e nelle scuole sia estere che italiane. Tutto lascia credere che l’urgenza riguardi la violenza sulle donne, eppure grandi forze vengono dispiegate per combattere preconcetti sull’orientamento sessuale. Si dimentica che quest’ultimo caratterizza un uomo o una donna solo in quanto tali e che, perciò, la distinzione tra i sessi resta primaria nell’identificazione di un individuo sia a norma di legge sia ai fini biologici. Anche in base ai dati OSCAD le due problematiche a confronto non reggono (in tre anni le discriminazioni per orientamento sessuale risultano il 27% del totale). Durante i mesi di lavoro per la tesi ho ideato e realizzato un progetto didattico di educazione sessuale dal titolo “Uguali ma diversi” in una quinta della scuola primaria. Nel corso delle attività è emersa con facilità la naturalezza con cui i bambini individuano le differenze tra maschio e femmina, avendo la certezza che esse non si pongono ad ostacolo perché ad esempio una donna possa diventare medico, informatico o meccanico».
Se le cose stanno così, perché tanti negano l’esistenza della teoria del gender, affermando che al massimo esistono i Gender Studies, che sarebbero ben altra cosa? «La maggior parte delle persone che negano l’esistenza del gender non sono informate a riguardo ma vengono spinte dalla propaganda anti-cattolica, non sapendo che anche molti omosessuali sono contrari ai principi dell’ideologia gender. Infatti ogniqualvolta ho avuto occasione di parlare con attivisti LGBT non ne hanno affatto negato l’esistenza, al massimo ne minimizzano gli effetti. In Francia esistono associazioni contrarie ai principi del gender come “Homovox” e “Plus gay sans mariage”, fondata dall’ateo Xavier Bongibault. Femministe di tutto il mondo alla Conferenza dell’Aia si sono trovate concordi nel condannare l’utero in affitto come una nuova forma di schiavitù. Insomma molti puntualizzano sul nome, ma possiamo chiamarla teoria gender, ideologia gender o Gender Studies, la sostanza non cambia».
E’ eccessivo, secondo lei, definire la teoria del gender espressione di una ideologia, per di più pericolosa, oppure un pericolo reale c’è sul serio? «Purtroppo questa ideologia è fin troppo reale in Europa e anche in Italia. Nel novembre 2006 un gruppo di organizzazioni internazionali impegnate nel settore dei diritti umani (NGO, International Service for Human Rights e una commissione di 29 esperti di Diritto Internazionale) si sono riunite in Indonesia a Yogyakarta per stilare una carta dei principi internazionali su orientamento sessuale e identità di genere. I Principi di Yogyakarta vengono posti come guida per individuare gli standard legali a cui gli Stati devono conformarsi. Questi esperti non hanno ricevuto alcun incarico ufficiale da parte delle Nazioni Unite, eppure il documento è finalizzato all’applicazione della legge internazionale sui diritti umani alla vita e alle esperienze delle persone con diverso orientamento sessuale e identità di genere. Tutto ciò implica: una tutela rafforzata o privilegiata degli omosessuali, una capziosa limitazione della libertà di espressione nei confronti del mondo gay attraverso la previsione del reato di omofobia, l’introduzione dell’insegnamento delle teorie del genere e dell’orientamento sessuale nei programmi scolastici, nonché la protezione dei diritti dei gay anche nei confronti delle organizzazioni religiose. A seguito della elaborazione dei Principi di Yogyakarta il Consiglio d’Europa si è espresso con la Raccomandazione CM/Rec(2015)5 del Comitato dei Ministri agli Stati membri. In Italia tutto ciò è stato recepito dal governo Monti, da parte del Ministero delle Pari Opportunità, il quale ha elaborato e approvato, il 29 aprile del 2013, la Strategia Nazionale per la prevenzione e il contrasto delle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere 2013-2015, oggi in attuazione. Le associazioni LGBT sono state accreditate come educatori, decretando la possibilità che entrino nelle scuole per portare progetti. Inoltre sono state redatte le Linee guida per un’informazione rispettosa delle persone LGBT, scritte con la partecipazione del Dipartimento per le Pari Opportunità e dell’UNAR (Ufficio Nazionale Antidisciminazioni Razziali a difesa delle differenze). Tutti documenti che invito a leggere per capire la reale portata di quanto sta avvenendo».
Un’ultima curiosità, tornando alla sua tesi: la discussione com’è andata? «Davvero molto bene! Nonostante si tratti di un argomento così attuale, che quindi inevitabilmente spacca l’opinione pubblica e scientifica, non ho avuto particolari difficoltà ad esporre i miei studi ed ho raggiunto il punteggio massimo per la discussione. Devo anche dire che tantissimi amici mi hanno incoraggiata, sostenuta, accompagnata e hanno pregato per me e per il compito che mi ero prefissa: fare informazione, suscitare domande e curiosità, spingere le persone, in particolare gli educatori e i genitori, a prendere parte attiva a questo dibattito, sempre nel rispetto di tutti e nella fermezza di intenti che la difesa dei diritti dei bambini viene prima di tutto il resto. Anche da questo punto di vista posso dire che è stato un successo perché, nonostante io non abbia fatto granché per diffonderla, la notizia della mia tesi non è rimasta tra le mura dell’Università degli Studi del Molise e, anzi, ringrazio La Croce – Quotidiano per questa opportunità».

(“La Croce”, 29.9.2015, p.3)

http://giulianoguzzo.com/2015/09/30/la-teoria-del-gender-esiste-eccome-ci-ho-fatto-la-tesi/