Come promesso, ecco la recensione di Omosessualità
controcorrente. Vivere secondo la Chiesa ed essere felici, di Philippe Ariño. Accessibile,
agile, divulgativo, leggero da portare in sacca, ma pesantissimo da
digerire, l’opuscolo di Ariño – che mi attirerà una marea di
biasimi, già lo so – andrebbe letto in pendant
con il resto della produzione divulgativa del nostro, particolarmente
coi suoi blog araigneedudesert.fr e cuch.fr (Cathos
Unis Contre l’Hétérosexualité).
Omosessualità controcorrente presenta un merito e un limite; il merito è di essere scritto da un omosessuale che ha attraversato nella sua vita varie fasi, dalla pratica omosessuale attiva con frequentazione del “giro omosessuale” ab intra, alla scelta di continenza cristiana, alla propaganda anti-lobbistica, unendo nel tempo esperienze personali dirette o indirette con un impego di approfondimento scientifico serrato; il limite è che, a fronte delle 80 pagine scarse del volumetto, risulta ampiamente sacrificata la componente di rimandi scientifici, mentre il baricentro argomentativo è molto spostato sulla testimonianza personale dell’autore, cui al lettore è chiesto di dare fiducia. Provo dunque a dargli fiducia e vi riporto il più precisamente possibile il contenuto del pamphlet spesso duro e scomodo.
Omosessualità controcorrente presenta un merito e un limite; il merito è di essere scritto da un omosessuale che ha attraversato nella sua vita varie fasi, dalla pratica omosessuale attiva con frequentazione del “giro omosessuale” ab intra, alla scelta di continenza cristiana, alla propaganda anti-lobbistica, unendo nel tempo esperienze personali dirette o indirette con un impego di approfondimento scientifico serrato; il limite è che, a fronte delle 80 pagine scarse del volumetto, risulta ampiamente sacrificata la componente di rimandi scientifici, mentre il baricentro argomentativo è molto spostato sulla testimonianza personale dell’autore, cui al lettore è chiesto di dare fiducia. Provo dunque a dargli fiducia e vi riporto il più precisamente possibile il contenuto del pamphlet spesso duro e scomodo.
Il testo si divide in tre
grandi sezioni: cos’è l’omosessualità; come affrontare in se
stessi l’emergere del desiderio omosessuale; come armonizzare fede
cattolica ed omosessualità.
PRIMA PARTE
Si comincia
dall’attestare che «dietro il
“banale” tema dell’omosessualità c’è molta sofferenza umana
vera»,
e ciò inquadra il senso di ogni dichiarazione successiva. Anche le
posizioni più taglienti sono tutte mosse da un pensiero
fondamentale: l’omosessualità implica sofferenza, e il miglior
sollievo alla sofferenza non è edulcorarla né negarla, bensì
parlarne e indicarne possibili vie di alleviamento. Importante
definire lo statuto ontologico dell’omosessualità: «la sola cosa
che esiste nell’omosessualità è il desiderio omosessuale»,
il che dice di una qualche impalpabilità dell’omosessualità
stessa. Come posso infatti definire tale desiderio? «E’ un
desiderio duraturo o passeggero? Non si sa… E’ innato o
acquisito? Anche questo non si sa»;
non posso nemmeno incasellare la situazione omosessuale, «non si è
mai totalmente omosessuali… la sessualità è un cammino evolutivo
e complesso»,
un cammino che significa «una sensibilità prima ancora di
esprimersi in una sensualità e in atti sessuali».
Da subito però essa si presenta segnata dalla fatica, dalla
fragilità dell’amore omosessuale, particolarmente evidente «quando
vedo intorno a me la difficoltà delle coppie omosessuali di durare,
e di durare nella gioia»,
e se questo non autorizza a ripristinare l’accusa di “malattia”,
si impone pur sempre quale «spia di un’incompiutezza… Penso che
la parola più adeguata sia quella di ferita».
Tale ferita comporta che il desiderio omosessuale risulti «più
sincero che vero» perché «fa fatica ad incarnarsi in maniera non
problematica»,
potendo esser considerato per ciò stesso «“naturale” solo dal
punto di vista di un desiderio psicologico» ma non nella prospettiva di una riuscita globale della persona. La
ragione radicale di simile disagio è dovuta al fatto che «il
desiderio omosessuale non è prioritariamente sessuato, appunto
perché vuole fuggire la dualità sessuale e rigetta la differenza
dei sessi».
Philippe cerca poi di
inquadrare l’omosessualità – anzi, il desiderio omosessuale –
attraverso sette caratteristiche fondamentali:
1. Per cominciare «il
desiderio omosessuale è il segno di uno stupro reale… più in
generale di una fantasia di stupro, condivisa da tutte le persone
omosessuali senza eccezione».
Ciò vale per la percentuale di omosessuali che hanno subito stupri o
violenze effettive, attorno a cui – attestano i ricercatori – si
stende un velo di silenzio impenetrabile come i peggiori tabù,
sicché può capitare che di tali stupri lo stesso partner non «ne
sia stato messo al corrente»;
ma vale in generale per coloro che di stupri non ne hanno subiti, ma
per i quali «dichiararsi omosessuali è stata la soluzione alla loro
paura di esistere o alla loro sensazione di essere disprezzati».
La costatazione è forte, ma Ariño ritiene che riconoscere tale
verità e smascherare simili tabù valga più di qualsiasi pudore
inautentico o rispetto socialmente controllato.
2. Il desiderio
omosessuale si presenta poi sempre come «un desiderio lontano dal
reale, che si basa su fantasie e pulsioni piuttosto che sul reale che
umanizza».
Parlando di reale si intende riconoscere che la vita umana «rispetta
tre differenze che la fondano: la differenza dei sessi, la differenza
generazionale, la differenza spaziale»,
e di queste il desiderio omosessuale viene a infrangere la prima e
più profonda, quella che peraltro «viene maggiormente rimessa in
discussione» in tutta la nostra società.
3. In terzo luogo il
desiderio omosessuale materializza «la paura di essere unico. Per
rendersene conto basta studiare nelle opere omosessuali il numero di
volta in cui appare la figura della metà, dei visi spezzati in
due…».
Anche in tal caso, l’omosessuale Ariño non vuole giudicare con
disprezzo gli altri omosessuali o se stesso, quanto indicare
l’origine della fatica omosessuale per meglio disporne la cura.
Anche in tal caso non si va a condannare o giudicare la persona nella
sua globalità, ma si va a indicare la radice da sanare, che è la
capacità di amare; del resto – per restare sul dilemma
dell’unicità – il problema è proprio che «se si ritiene di non
essere unici, si finisce per considerare di non poter né amare né
essere amati».
4. Una persona che non si
senta amabile tende a perdere la propria personalità, e con ciò si
chiarisce il quarto aspetto del desiderio omosessuale, «segno del
desiderio di essere un oggetto»,
il quale da un lato maschera e complica alcune sofferenze sbagliate,
per esempio venendo a immaginare «lo sfruttamento dei corpi tra due
partner come un magnifico sacrificio d’amore»,
dall’altro apre uno squarcio di morte sul sentimento vitale della
persona omosessuale, in quanto «desiderare di reificarsi non è
altro che desiderare la morte».
5. Non stupisce, ad un
quinto step, scoprire che «le persone che se ne lasciano [dal
desiderio omosessuale] prendere finiscono per sentirsi come Dio… o
come Gesù Cristo, angeli, geni, poeti divini marginali…».
L’esito di una vita che non si sente amata e tende a farsi
reificare è lo sbilanciamento su di un fronte opposto: «il
complesso di inferiorità e quello di superiorità si specchiano
negli estremi».
6. Gli ultimi due punti
di tale caratterizzazione del desiderio omosessuale sono, a mio
giudizio, i più innovativi introdotti dall’autore. Dapprima si
procede a una requisitoria breve ma irremovibile contro la «divisione
del mondo in “omosessuali/eterosessuali”», considerata come «una
cantonata antropologica monumentale, in quanto la sola divisione
reale dell’umanità, quella che in più dà la vita, è tra uomo e
donna!».
Il punto è che la vera risposta al desiderio omosessuale, già per
sé incline a fuggire dal reale, è un ritorno al reale. Al contrario
negli ultimi due secoli l’occidente ha rimarcato il distanziamento
dalla realtà, perdendo di vista l’unico dato evidente – la
divisione tra uomo e donna, che dà la vita – e introducendo una
finzione ideologica – la divisione tra eterosessuali e omosessuali,
categorie del tutto fittizie, ambigue ed arbitrarie, come dimostra
l’evoluzione stessa del termine “eterosessualità”, che
all’inizio «veniva classificata tra le perversioni».
7. L’insieme dei sei
caratteri precedenti – la percezione di disprezzo radicale
(stupro), la lontananza dal reale, il non sentirsi unici e quindi
neppure amabili, l’inclinazione ad auto-reificarsi e a sacrificarsi
a perdere, l’iper-esaltazione illusoria, la prevalenza di un
modello ideologico arbitrario di auto-comprensione (omo/etero) –
pone la premessa al generarsi di una violenza interiore che colora
nella sua interezza il desiderio omosessuale. Da qui l’affermazione
dirompente dell’autore: «l’omofobia è l’altro nome del
desiderio omosessuale».
Il primo omofobo è l’omosessuale, ed è un tratto costante che
«può essere applicato sia alle persone che reprimono il loro
desiderio omosessuale, sia alle persone omosessuali cosiddette
non-represse».
Omofobo è chiunque non si senta a posto con la propria sessualità,
e i sei caratteri suesposti implicano l’impossibilità per chi
alimenti in sé il desiderio omosessuale di sentirsi a posto con se
stesso. Tale scacco è piuttosto incrementato che non superato
dall’insistenza relativa ai «due pilastri ideologici sui quali si
regge tacitamente questa povera comunità contrabbandiera, e cioè il
credo nell’identità omosessuale eterna e quello nella forza
dell’amore omosessuale».
Anche qui però conviene una puntualizzazione, peraltro evidente
dalla scelta terminologica finora applicata, «è la coppia
omosessuale, quindi l’atto omosessuale, che rende violenti, non la
persona omosessuale in se stessa», la violenza non è un elemento
costitutivo del singolo omosessuale, bensì il prodotto di scelte
d’amore inadeguate alla base, inumane: «il rigetto della
differenza dei sessi nella coppia omosessuale, sia essa gay o
lesbica, è in sé universalmente violento».
Interessante l’affondo
al mondo del gay friendly, il quale mentre giustifica e rinfocola la
ferita intrinseca del desiderio omosessuale, apre di fatto la strada
al dilagare di insoddisfazioni e di violenza: «oltre alle persone
omosessuali represse, e a quelle non represse, c’è una terza
categoria di persone omofobe, forse la peggiore: coloro i quali si
dicono “non omosessuali e gay friendly”». Che l’interesse dei
gay friendly non sia il bene degli omosessuali è presto dimostrato:
«sognano di imporre all’umanità la loro visione disincarnata,
edonista, relativista e disincantata dell’amore e vogliono, in
conclusione, che tutti possano godere senza limiti. Questa concezione
della società obbliga tacitamente a due cose: essere bisessuali di
fatto e “amorevoli” a parole».
Il relativismo edonistico sessuale e non l’amore autentico guida il
movimento gay friendly, da ciò l’appello: «vorrei che le persone
omosessuali si rendessero conto che la folla che le applaude non le
ama».
E qui si coglie anche il senso della parola “eterosessualità”,
essa non ha a che fare con l’amore tra uomo e donna,
bensì con la mera pratica sessuale libera e consumistica,
configurandosi all’estremo quale mera «bisessualità
desessualizzante».
SECONDA PARTE
La seconda sezione del
testo offre alcuni suggerimenti pratici per affrontare il desiderio
omosessuale nel suo emergere. Philippe raccomanda di non muovere
«nessuna conclusione affrettata sulla tua omosessualità» in quanto «nell’80% dei casi è semplicemente la reminiscenza di
una bisessualità adolescenziale»,
purtroppo aggravata da una irresponsabile e maliziosa propaganda
sociale la quale «colpevolizza gli adolescenti e li forza a
definirsi gay o lesbiche»,
sicché «la maggior parte dei giovani che vivono le prime esperienze
omo-erotiche non sono omosessuali, ma credono di diventarlo a causa
della pressione bisessuale dei media».
L’omosessualità assunta significa in ogni caso impegnarsi in un
percorso impegnativo in cui dunque «il coming out dovrebbe
essere vissuto non come il punto di arrivo ma come l’inizio di una
scelta di vita non facile»,
e ciò perché – è quanto esposto fin dall’incipit – «il
desiderio omosessuale non è qualcosa di banale, è segno di
drammi»,
quei drammi che anche il genitore è invitato giustamente a piangere,
in quanto piange «per l’intimo malessere di un adolescente che non
ha saputo percepire in tempo».
Questa sofferenza accompagna l’interiorità di tutte le relazioni
omosessuali, le quali perciò saranno sempre deludenti in ragione
della natura propria «dell’atto omosessuale, della struttura
amorosa omosessuale stessa»,
facendo sì che le coppie omosessuali possano in qualche caso dirsi
soddisfatte, ma mai «pienamente felici».
Così testimonia Philippe.
Quattro in particolare i
limiti delle coppie omosessuali, sostanzialmente corrispondenti alle
sette caratteristiche del desiderio omosessuale: la mancanza di
solidità, la mancanza di radici nel reale, la carenza di apertura
alla vita, la mancanza di gioia. Dunque l’amore omosessuale è
«obiettivamente poco soddisfacente, limitato, destinato
all’insoddisfazione generale»,
e per quanto «nella sua globalità» non sia solo questione di sesso
«in via di fatto sì. E’ triste dirlo, ma è la genitalità che
alla fin dei conti ha la priorità nella formazione».
Concludendo questa
sezione l’autore sviluppa due tematiche: la sua posizione rispetto
ai diritti gay attualmente rivendicati e i consigli per alleviare e
migliorare la vita delle persone omosessuali.
Circa il primo ambito,
partendo dalla richiesta del matrimonio omosessuale, Philippe
dichiara di non poter «certo essere contro il matrimonio per le
coppie dello stesso sesso, per la semplice ragione che non si può
essere contro una realtà che non esiste»,
posto peraltro che «il permesso a sposarsi non aggiungerà amore
alle coppie omosessuali»,
cosa di cui esse stesse sono ben consapevoli, il che probabilmente
spiega come mai queste per lo più desiderino «il diritto al
matrimonio e non il matrimonio in se stesso!».
La stessa frattura che rende impossibile il matrimonio omosessuale
toglie plausibilità all’idea di una adozione per coppie gay, le
quali non rappresentano l’ambito adeguato «né per vivere l’amore,
né per far crescere qualcuno nel rispetto delle differenze, perché
l’omosessualità ha escluso la differenza dei sessi, quella che
apre la porta a tutte le altre».
Tutto ciò significa che nell’interesse degli omosessuali non ci
sono né matrimonio né adozioni, cose che sembrano al contrario
pericolose per «tutto il genere umano che viene orientato verso una
bisessualità asessuata».
Infine Ariño conclude
chiarendo la questione dell’uguaglianza di diritti: «l’uguaglianza
dei diritti non è l’uguaglianza delle identità… ci sono delle
giuste ineguaglianze, così come possono esserci delle uguaglianze
molto ingiuste»,
e secondariamente illustra le quattro scelte possibili e non
equivalenti per vivere il più possibile felicemente la propria
omosessualità:
1. La via del deserto,
scegliere un tempo di disintossicazione in cui evitare qualsiasi
rapporto o flirt.
2. Impegnarsi ad
accogliere la cultura omosessuale, non negare il suo funzionamento,
non rigettarla, scoprire quanto di ricco essa porti con sé, stando
al di qua dell’esercizio sessuale.
3. Sviluppare l’amicizia,
lo stare insieme non erotizzato: essa sembrerebbe l’unica barriera
contro l’omofobia, il contesto in cui cogliere la ricchezza del
comune vissuto, purificati dalle frustazioni implicate dall’esercizio
genitale omosessuale.
4. Al livello più alto
si colloca la continenza, cioè la rinuncia alla genitalità e alla
sensualità omosessuali, l’assunzione del programma cristiano di
castità, intesa quale luogo fecondo per una vocazione specifica di
cui gli omosessuali sono portatori nel mondo.
TERZA PARTE
“Se sono credente
omosessuale come faccio?” Questa è la domanda che guida l’ultima
parte del libro. In essa Philippe presenta la dottrina cattolica,
mettendone in rilievo tutta la ragionevolezza e posatezza. Si nota
quanto siano rari i riferimenti all’omosessualità nella Bibbia,
come essa denunci le pratiche genitali (sodomia) e non l’orientamento
personale; quanta carità la religione cristiana mostri verso gli
omosessuali, valutandoli come persone ben al di là di singoli atti;
in particolare viene sottolineato il tesoro che ha da offrire la
Chiesa quando propone senza timore la verità, ben sapendo che ogni
uomo – ma soprattutto chi è più ferito – abbia bisogno
anzitutto di una parola di verità, a partire dalla quale provare a
ricostruire il proprio cammino. La Chiesa che non ti giudica, la
Chiesa che ti dice la verità da sempre custodita nel tuo cuore, la
Chiesa che ti mostra quale sia il vero amore e a quali condizioni tu
possa realizzarlo nella tua vita, questa Chiesa – che
nell’esperienza di Philippe è stata provvidenzialmente la Chiesa
guidata da Benedetto XVI – questa Chiesa è l’ultima e unica mano
tesa che possa colmare il desiderio ferito degli omosessuali. Per ciò
suona un po’ tragica la domanda «se il mio amico omosessuale non è
credente e non sa chi sia Dio, come faccio? Ah…, sei fregato!
Parlando seriamente, senza Gesù, da chi andremo?».
Al contrario per chi si affida a Dio l’omosessualità stessa smette
di essere un problema cui reagire in vario modo, e diviene la più
grande occasione della propria vita, il mezzo che può rendere santi:
«Dio si serve di qualsiasi legno per accendere un fuoco… Se
apriamo il nostro cuore, se accogliamo senza rivolta lo scandalo
della Croce del Cristo e quello della verginità di Maria, siamo e
saremo tutti, omosessuali e no, santi, non perché senza macchia, ma
perché santificati».
Fin qui Philippe.
Aggiungo solo una considerazione. Concordi o meno con quello che il
nostro amico scrive, predica e diffonde, una cosa è certa: egli ci
insegna che è possibile guardare in modo nuovo all’omosessualità,
un modo che non ha a che fare con ideologie, edonismi, relativismi,
rancori, disegni di legge imposti dall’alto, paure; un modo che
considere l’altro non come omosessuale/eterosessuale, ma come
persona; un modo che non cerca di nascondere i problemi dell’uomo
cacciandoli entro le soluzioni anguste dei media e delle lobby, ma
che ha il coraggio di rivolgersi a Dio per scoprire la grandezza di
ogni individuo. Merita meditarci sopra.

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