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03 dicembre 2017

Il capitalismo struttura la psiche individuale


di Adriano Segatori

C’è una pervasiva frustrazione che insegue l’uomo nella sua esistenza e che lo condanna ad una ricerca tanto pressante quanto invalidante: è la felicità, il miraggio di una beatitudine terrena che va dalla pretesa di salute alla soddisfazione di qualsivoglia indotto bisogno. In tutti i casi la responsabilità è politica, politica intesa come arte di educazione dell’uomo e del cittadino, e come tale fallita. Oggi, i due paradigmi che pretendono il massimo dalla felicità è la visione edenica della salute e la pretesa soddisfazione di qualsiasi bisogno.

Per quanto riguarda la questione salute, è la stessa Costituzione della Repubblica che con l’articolo 32 compie un passo decisivo verso una distorsione collettiva. Questa proclama come fondamentale il «diritto [al]la salute». Lo psicanalista junghiano Luigi Zoja sottolinea che: «In tal modo chi è malato è invitato a sentirsi vittima di un’ingiustizia, non quando manchino le cure, ma quando manchi la salute. La paranoia completa così il suo ciclo».

Per il problema inerente l’appagamento dei bisogni, l’apripista è stata la Dichiarazione d’indipendenza americana del 4 luglio 1776, nella quale si stabilisce per tutti gli uomini il diritto al perseguimento della felicità, come se uno stato d’animo, una condizione interiore potesse e possa essere definita per legge.

In questa velleitaria pretesa è andato a nozze il sistema dei consumi che, come aveva esposto alla Statale di Milano il 12 maggio del 1972 Jacques Lacan ne Il discorso del capitalismo, crea artatamente un vuoto di infelicità, che lo stesso invoca il suo riempimento attraverso una costante rincorsa ad oggetti di sostituzione psichica. Ora, gli antichi, molto più profondi e saggi dei moderni, avevano distinto due stati d’animo per certi versi antinomici: il beatus, l’eudaimon, l’essere in armonia con la propria vocazione, in buona coscienza, e il felix, l’olbios, colui che persegue la tranquillità materiale.

È evidente che nel primo dispositivo ciò che interessa è lo stato interiore, quella serenità endogena che non è acquistabile, ma si raggiunge con un percorso di consapevolezza e di integrazione del sé, quell’allenamento il cui obiettivo è sintetizzato nella famosa allocuzione di Julius Evola: «Fa in modo che ciò su cui nulla puoi nulla possa su di te».

Il resto, tutto ciò che è esogeno, che deriva dalla precaria prosperità materiale, dall’instabile benessere fisico, dall’interessato giudizio dell’altro, è un surrogato superficiale e di scarsa tenuta, se non causa più o meno accidentale della diffusa infelicità. Lacan imposta un concetto molto importante che può essere acquisito nella rappresentazione della diversità tra il mondo classico e quello moderno di intendere la questione della felicità. È il problema del Desiderio in opposizione al perseguimento delle voglie.

Il capitalismo è intervenuto nella stessa strutturazione della psiche individuale e collettiva introducendo, in maniera subdola e subliminale, il tarlo inesauribile delle voglie e, con esso, il meccanismo perverso ed altrettanto inestinguibile del loro soddisfacimento. Per dirla con Massimo Fini: il sistema liberal-capitalista ha bisogno del bisogno, quindi lo crea. E questo si è verificato. Un uomo ed una società condannata ad una perpetua insoddisfazione e ad un sentimento di angosciosa mancanza sempre di qualcosa.

La visione organica della persona e della comunità, invece, era un invito ad individuare il proprio specifico Desiderio, simbolicamente traducibile con il daimon, con la chiamata, con la vocazione, con il destino, e concretizzabile nella funzione. Un mondo, un cosmo – nel senso di pulito, mundus, e di bello, kosmos, da cui cosmesi, in cui forma, bellezza, armonia, ordine si compenetrano e si rinforzano per un accordo interno ed esterno.

In questa modernità in cui tutto è drogato – il lavoro, l’economia, il tempo, la comunicazione – anche la felicità è drogata, e si passa dai picchi dell’euforia all’estraneamento della rassegnazione, senza un centro interiore a cui fare riferimento. La virtù come cura di sé è stata scomunicata e l’unica strada concessa è quella dell’eccesso di godimento.

Nella post- o ipermodernità, la ricerca della felicità è diventata agitata, confusa e spasmodica, e mentre gli individui atomizzati – come annota Byung-Chul Han – fanno «zapping tra le “possibilità di vita”», questa passa inesorabilmente da un vuoto all’altro, senza riuscire ad assaporare neppure un attimo di autentica serenità.

http://www.lefondamenta.it/2017/10/25/capitalismo-struttura-la-psiche-individuale-linganno/



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28 novembre 2017

Donne che odiano gli uomini: i limiti e l’ipocrisia delle battaglie per i diritti delle donne


Foto di Alfonsa Cirrincione
di Federica Poddighe

Assistiamo, da qualche tempo a questa parte, ad una strana contraddizione di cui, pare, nessuno rilevi l’effettiva e paradossale portata. Se, infatti, da una parte istituzioni, politica e media tendono a far sbiadire in maniera costante e progressiva le “differenze di genere”, smentendo la retrograda distinzione fra due soli sessi (quello maschile e quello femminile) a vantaggio di differenziazioni molto più variegate e fantasiose, dall’altra gli stessi organi si fanno portatori di una martellante campagna volta a costruire artificiosamente dei “distinguo”, tesi – questa è la pretesa – ad una maggiore tutela delle appartenenti al genere femminile.

E così, nei giornali, nei proclami politici, nelle dissertazioni più o meno impegnate il tradizionale e femminile color rosa si tinge del nero della cronaca, per via delle violenze di cui le donne sarebbero quotidianamente vittime. Da qui l’orrendo neologismo, “femminicidio”, che individuerebbe il fenomeno, definito in preoccupante e costante aumento, dell’uccisione di una donna da parte di un uomo.

Senza alcuna volontà di sminuire la portata di violenze e delitti, chiunque ne sia la vittima, sarebbe opportuno chiarire che, dall’esame dei dati statistici, emerge che il fenomeno – così come dipinto dai media e dalle vestali post-femministe – in realtà non esiste: il numero delle donne vittime di omicidi e violenze è di gran lunga inferiore a quello degli uomini, né è dato ravvisare un aumento esponenziale, nel corso degli anni, di reati e delitti che abbiano come vittima una donna. Non solo.

La denuncia affranta e preoccupata di chi vorrebbe le donne destinatarie di comportamenti violenti, ossessivi e criminali da parte di uomini che quasi sempre sono fidanzati, mariti o ex compagni, ovvero spasimanti incapaci di accettare un rifiuto, passa inevitabilmente per la vulgata di un Paese, il nostro, retrogrado, maschilista e patriarcale, affetto da una mentalità che condanna la donna ad un ruolo subalterno e inferiore, che quasi la considera una pertinenza o una proprietà dell’uomo (padre, marito, amante che sia).

Eppure, un’indagine svolta dall’Agenzia per i Diritti Fondamentali della UE nell’ambito di violenze e omicidi ai danni delle donne dai 15 anni in poi ha dimostrato che i Paesi mediterranei (e cattolici…) dell’Europa Unita possono vantare un numero di violenze sessuali e “femminicidi” inferiore a quello degli altri Paesi, con un numero di simili reati che cresce man mano che si sale verso il Nord del Continente e diventa preoccupante proprio in quelle illuminate socialdemocrazie scandinave che tutti immaginiamo all’avanguardia per mentalità e sviluppo sociale (1).

Un altro atteggiamento pseudo-protezionistico nei confronti del “gentil sesso”, che vive la ribalta nella stampa e nelle discussioni politiche e intellettuali, è quello delle cosiddette “quote rosa”, ovvero delle quote minime di presenza femminile all’interno degli organi politici e istituzionali, elettivi o meno.

È di questi giorni, ad esempio, la notizia che il consiglio regionale della Sardegna ha votato per l’inserimento del principio della “doppia preferenza di genere” nella legge elettorale statutaria e alle prossime elezioni regionali, dunque, i sardi avranno la possibilità di esprimere due preferenze (la seconda di genere diverso). La legge approvata introduce anche il principio che prevede la parità al 50% nella compilazione delle liste e, sempre a garanzia di una perfetta parità, un numero di candidati pari (maggiorato di un’unità) anche nelle circoscrizioni con seggi dispari.

Il ragionamento che sta alla base di certe pretese è quello che vorrebbe le donne tradizionalmente svantaggiate nell’accesso a ruoli preminenti in politica, ovvero nelle istituzioni: in tale contesto, le “pari opportunità” si raggiungerebbero unicamente concedendo alle donne un oggettivo “vantaggio”, che le preservi dall’esclusione o dall’emarginazione da parte dei colleghi di sesso maschile. Il ragionamento non può convincere chiunque ritenga che il criterio di preferenza nell’ambito di una competizione elettorale, ovvero nella scelta di un candidato ad un ruolo istituzionale, possa e debba essere esclusivamente quello del merito.

Un approccio alla politica condizionato dalla pregiudiziale delle “quote rosa” o della “doppia preferenza di genere” imporrebbe la necessaria presenza e rappresentanza femminile in determinati ambiti, anche a prescindere dell’effettiva legittimità in termini di preparazione, professionalità e credibilità di quella rappresentanza.

Ragionando per assurdo, inoltre, si riterrebbe premiato il criterio delle pari opportunità laddove quella rappresentanza numerica di genere fosse raggiunta, sebbene – all’interno di quel partito, di quel consiglio di amministrazione, di quella pubblica amministrazione – un’ulteriore presenza femminile, anche al di là della “quota” stabilita, potesse garantire una migliore efficienza e una maggiore funzionalità.

Senza considerare, peraltro, che il concetto di una quota riservata ad una categoria di individui e stabilita aprioristicamente non farebbe che incrementare la partecipazione alla vita politica e/o istituzionale di tante donne scelte fondamentalmente in quanto mogli di, amiche di, sorelle di, socie di.. né più e né meno come nel corso degli ultimi anni – con rilievo squisitamente bipartisan – è successo.

Ciò che sconforta di simili campagne che dovrebbero avere la finalità di tutelare il “sesso debole”, che vedono un coinvolgimento di tantissime personalità influenti, sia maschili che femminili, è il ritorno ossessivo su argomenti e problematiche che, a nostro avviso, nulla hanno a che vedere con i problemi reali e concreti delle donne italiane.

Di tutte le donne, non di quella minoranza sfortunata (ma pur sempre minoranza) vittima di violenze, né di quella infinitesima porzione privilegiata che viene chiamata, da anfitrioni maschili più o meno disinteressati, a occupare ruoli di vertice e potere. Ci riferiamo a quelle donne che lottano ogni giorno – in casa e nel lavoro – per fare gli interessi della propria famiglia, senza alcun sostegno da parte delle istituzioni.

Di quelle donne che hanno visto trasformarsi l’obbligo imposto alle loro nonne di stare in casa a vegliare sul focolare domestico nell’imposizione moderna di essere necessariamente lavoratrici, stante la necessità imprescindibile di concorrere col proprio guadagno ai bisogni della famiglia. Sempre che – come purtroppo assai spesso accade – la donna non sia l’unica della famiglia a lavorare, a fronte della situazione di cassa integrazione o disoccupazione del marito.

Non fanno dunque notizia le vicende delle tante vedove, figlie o madri che hanno seppellito un marito, padre o figlio che ha deciso di togliersi la vita, sopraffatto dall’angoscia e forse anche dalla vergogna di non essere in grado di provvedere alla propria famiglia (quella dei suicidi per causa di indigenza o mancanza di lavoro è, questa sì, una vera emergenza del nostro Paese, in relazione alla quale, tuttavia, non si attivano campagne mediatiche, non si allestiscono task force, non si inscenano partecipati flash mob).

Si tenga, peraltro, conto che certe prese di posizione e certe artificiose battaglie hanno lo scopo, nemmeno tanto nascosto, di creare ed esasperare le contrapposizioni – in questo caso fra generi – alimentando divisioni e disgregazioni e dirottando interesse e preoccupazione della pubblica opinione su false problematiche, al fine di distoglierla da problemi reali e ben più urgenti.

È probabile che, più che dalle esponenti politiche, capaci di alzare voce e barricate unicamente a tutela delle proprie prerogative e dei propri privilegi, o di stracciarsi le vesti per emergenze artatamente sopravalutate, le donne italiane si sentano rappresentate da donne come Giuseppina Spagnoletti e Paola Clemente, rispettivamente di 39 e 49 anni, le braccianti tarantine stroncate da un malore e accasciatesi senza vita mentre era al lavoro nei campi per pochi euro al giorno.

O da Isabella Viola, 34 anni, madre di 4 bambini, che sosteneva col suo impiego la famiglia, alzandosi alle 4 del mattino e rientrando la sera tardi. Come molte altre, nella sua vita non ha avuto alcuna corsia preferenziale in quanto donna e anche lei è morta, non per mano di un uomo violento, ma stroncata da un collasso sulla banchina della metro, mentre – come tutte le mattine – si recava a lavoro.


(1) Si veda http://fra.europa.eu/en/publication/2014/violence-against-women-eu-wide-survey-survey-methodology-sample-and-fieldwork (pag. 30 della presentazione del Rapporto)


http://www.lefondamenta.it/2017/11/25/donne-odiano-gli-uomini-limiti-lipocrisia-delle-battaglie-diritti-delle-donne/



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30 ottobre 2017

Se la società ci vuole soli


Giovanni Iudice, Figura allo specchio, olio su tavola cm 20x20
di Maura Bathory

Uno degli inganni maggiori perpetrati dalla società occidentale moderna è quella di far credere al singolo individuo di godere di una libertà e di una autonomia propria. Di essere l’unico e il solo ad avere in gestione la propria vita, in grado di approvare o disapprovare ciò che lo circonda, evitando in questo modo di relazionarsi con gli altri in modo aperto e sincero. In realtà questo approccio obbliga il singolo individuo a vivere in completa solitudine, senza riuscire a possedere a pieno quella moralità che gli consente di discernere ciò che è bene dal male, giusto o sbagliato, lecito o illecito.

La base del vivere civile sta nel condividere con altri le proprie esperienze personali, di confrontarsi, di organizzarsi socialmente in modo da favorire la propria vita lavorativa, quella privata e affettiva. Oggi invece si richiede una esistenza atta a soddisfare le esigenze di pochi “eletti”, lasciandoci credere che ogni azione nasca dal nostro essere, mentre invece è imposta. Gunther Aders ne L’uomo è antiquato (Vol. II), spiega bene questo concetto: sostenere che siamo «attivi» è giustificato soltanto ancora dal fatto che la nostra attività è mantenuta e usata, nella sua esistenza apparente, da quella élite del potere che ci desidera passivi; perché tale attività continua a esistere ancora solo come un costume (tuttavia indispensabile) che ci viene imposto per far si che noi mettiamo in atto, senza mormorare, la nostra passività.

Questa remissività e sottomissione involontaria, si ripercuote sulla nostra vita e sul nostro io interiore e ci fa assumere comportamenti eccessivi, che non rispecchiano il nostro carattere e la nostra personalità. Uno di questi aspetti è quello che oggi chiamano egocentrismo o narcisismo, in merito a persone che tendono ad esporsi in maniera esagerata o impropria agli occhi degli altri. Quello che però incautamente e superficialmente viene definito tale, non è altro appunto che il frutto di un isolamento coercitivo di questa società, che ci obbliga a vivere in perenne contraddizione con noi stessi. Il trascendentalismo, in questo senso, ha aumentato questa esaltazione individuale, dovuta proprio da una passività indotta, mettendo in secondo piano la conoscenza del nostro essere, tramite la socializzazione e le diverse esperienze relazionali.

In una società nichilista come la nostra, è ovvio che ci siano individui altrettanto nichilisti, che non usano il raziocinio ma l’emotività, che non analizzano ma giudicano, che basano la propria esistenza su di una verità soggettiva, mai oggettiva.

Se la stessa comunità incita l’individuo alla solitudine, all’annullamento del proprio essere, al diniego delle leggi (naturali e/o divine che siano) e a misurarsi solo con se stesso, ecco che di fatto la società (e di rimando la collettività) non ha più ragione di esistere.

L’io interiore si ritroverà quindi ad assumere comportamenti egoistici, a richiedere alle Istituzioni (di cui prova profonda disistima), leggi puramente individualistiche, atte solo al fine di aumentare il proprio ego e la propria stabilità individuale. Queste conseguenze, dovute alla passività indotta, citata poc’anzi, al contrario, non farà altro che aumentare disistima, caos e instabilità, portando lo stesso individuo a non assumersi nessun tipo di responsabilità e continuare a vivere illudendosi di essere consapevolmente libero.

Per cercare di combattere questa società e quindi di prendere coscienza del proprio io, bisogna innanzitutto rendersi conto che quello che differenzia l’essere umano, dal resto degli altri mammiferi, è il raziocinio. L’uomo è in grado di pensare, di porsi domande e di avere una grande qualità, quella di dubitare. Pensare e dubitare di ciò che si è, ci eleva nella consapevolezza e nella ragione.

Cogito ergo sum.

http://www.lefondamenta.it/2017/10/28/la-comunita-ci-vuole-soli/


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08 giugno 2017

Torna il Gay Village! Una lezione per i cattolici.


di Alfredo Incollingo

Oggi 8 giugno sarà inaugurato nel quartiere romano dell'Eur il “Gay Village”, la nota manifestazione LGBT che occupa tutta l'estate fino al 9 settembre. Dal 2002, quando si svolse la prima edizione presso l'ex Mattatoio di Testaccio, l'evento ha visto crescere i partecipanti e la sua visibilità massmediatica. Cosa strana, si segnala una massiccia presenza di eterosessuali in un ambiente destinato alla cultura gay. Non è questo l'obiettivo dell'evento, ovvero accattivarsi l'opinione pubblica? Il tema di quest'anno, la “fantasia”, è uno stimolo a continuare le battaglie culturali che hanno portato all'approvazione delle leggi sulle “Unioni Civili” nel 2016. A cavallo di un Unicorno un gruppo di ragazzi riesce a vincere le tenebre che li circondano e a raggiungere il regno di Fantasia, dove tutti sono uguali e liberi. Tutto torna. La manifestazione incita da anni una campagna di sensibilizzazione a favore della cultura e dei “diritti” omosessuali. Gli organizzatori parlano a proposito di una coltre oscurantista che copre Roma e impedisce di vivere liberamente. L'appariscenza del “Gay Village” ha il fine di rompere il buio dell'omofobia e di manifestare apertamente l'orgoglio LGBT. Oggi giorno però sembra che a essere altamente discriminati siano i cattolici. Si vive una discriminazione all'inverso e la si subisce da chi parla di libertà d'espressione e di tolleranza. Il “Gay Village” ci offre però una grande lezione. Il mondo cattolico è diviso, oppresso e lassista. La realtà LGBT è invece accattivante, “movimentista” e motivata. Ecco le tre parole chiavi che ci permettono di spiegare il successo delle loro campagne massmediatiche. E' vero, ci sono anche potentati che supportano queste battaglie, ma è altrettanto vero che i denari, senza chi li sappia utilizzare, non bastano. Il “Gay Village” ci fa riflettere sul modo di portare avanti le nostre battaglie per la famiglia, ma anche contro l'aborto, l'eutanasia e le altre anormalità moderne. Non bastano le preghiere e le veglie per sconfiggere il Nemico, perché sarebbe segno di pigrizia e di poco zelo. Il cattolicesimo non è solo contemplazione, ma anche (collabor)azione, che nasce dalla prima. I grandi santi ce lo hanno insegnato con la loro carità: fede e opere. Cosa avrebbe fatto San Francesco d'Assisi o San Domenico di Guzman se si fossero limitati a pregare? E' certo che la preghiera è un'arma potente, il supporto necessario per vincere, ma, illuminati dalla Grazia divina, possiamo meglio agire. Il “Gay Village” occuperà l'intera estate romana e perché non sperare in un “Villaggio cattolico”, sullo stile medievale, che sappia insegnare la bellezza della famiglia?

 

29 ottobre 2016

Il diplomatico\2. Diritti umani o grimaldello degli USA: la Russia è fuori dall’UN Human Rights Council


di Alessandro Rico

Questo venerdì, con votazione a scrutinio segreto, la Russia ha perso i suoi seggi al Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU. Al suo posto, subentrano Croazia e Ungheria.
La vicenda comincia qualche giorno prima, quando un’ottantina di ONG per la difesa dei diritti umani (leggi centri operativi al servizio del Dipartimento di Stato americano) ha inoltrato all’ONU la richiesta formale di espellere la Russia dal Consiglio per i Diritti Umani, a causa delle presunte violazioni perpetrate da Mosca con i suoi raid aerei su Aleppo, a sostegno del regime di Assad. Tanto per non dare l’impressione che la loro petizione cadesse “a cecio”, nel bel mezzo delle schermaglie tra la Casa Bianca e il Cremlino, Human Rights Watch, Refugees International & company avevano chiesto anche l’esclusione dell’Arabia Saudita. Che ovviamente non è arrivata. Come poteva? Mentre la Russia è ai ferri corti con gli Stati Uniti e l’Europa (nonostante il tentativo dell’Italia di ammorbidire la posizione di Germania, Francia e Regno Unito a proposito delle sanzioni internazionali), i sauditi sono fedeli alleati di Washington, che solo poche settimane fa aveva destinato loro uno stanziamento miliardario di equipaggiamenti militari, impiegati poi dall’Arabia Saudita nel conflitto in Yemen. Curioso che all’ONU nessuno si sia preoccupato del fatto che proprio nello Yemen, missili firmati Stati Uniti e sganciati dalla coalizione a guida saudita, siano piombati su un funerale uccidendo 155 persone.
In realtà, la posizione degli americani sul Consiglio per i Diritti Umani non è stata sempre univoca. Nel 2001, durante l’amministrazione Bush, gli USA mancarono la rielezione nell’ambito della Commissione ONU per i Diritti Umani, organismo poi sostituito nel 2006 dall’attuale Consiglio. Tuttavia, tra il 2006 e il 2008 gli Stati Uniti scelsero di non concorrere per riguadagnare il seggio, lamentando come l’organismo delle Nazioni Unite avesse perso credibilità, focalizzandosi solo ed esclusivamente su un’agenda anti-Israele. Con l’avvento di Obama, l’orientamento di Washington è mutato e dal 2009 in poi è iniziata una nuova luna di miele, che testimonia banalmente un cambio di strategia: mentre Bush impiegava come grimaldello per le proprie campagne militari la storiella dell’esportazione della democrazia liberale, o lo spauracchio della sicurezza nazionale minacciata dagli armamenti di Saddam Hussein, più sottilmente l’amministrazione Obama si è concentrata sull’uso politico dei diritti umani per screditare le potenze concorrenti (tuttavia, mentre l’opinione pubblica internazionale ha avuto buon gioco nello screditare Bush, nessuno discute il profondo umanesimo dei Democratici).
Si tratta della logica evoluzione dell’imperialismo statunitense, già prevista da Carl Schmitt. Il giurista tedesco spiegò bene come, almeno da Woodrow Wilson in poi, gli Stati Uniti avessero iniziato ad applicare uno schema “moralistico” alle relazioni internazionali, per cui le nazioni antagoniste non erano più “nemici”, ma “criminali” internazionali, da punire con azioni militari e diplomatiche che acquisivano la solenne sanzione etica del giudizio tribunalizio.
Quella dei diritti umani è una dottrina affascinante, ma poco sensata. Prima di tutto, per renderla digeribile al più ampio numero di Paesi e culture, le istituzioni internazionali l’hanno privata di un preciso fondamento filosofico o metafisico, facendone una mera asserzione che si presumeva “auto-evidente”. In secondo luogo, è chiaro come essa comunque attinga a piene mani da quella rappresentazione dell’individuo astratto, monade definita da una generica “umanità”, priva di concretizzazioni storiche, etniche, sociali, che il pensiero contemporaneo ha ereditato dalla sciagurata modernità. Ma soprattutto, dovrebbe essere ormai a tutti evidente che la dottrina dei diritti umani viene impiegata a uso e consumo degli americani, alla ricerca di una legittimazione come potenza egemone – già da quando, con gli Accordi di Helsinki del 1975, i sovietici furono attirati nella trappola di impegnarsi al rispetto dei “diritti dell’uomo”, clausola che poi venne puntualmente ritorta contro quello che Reagan, tanto per confermare l’uso del linguaggio moralistico denunciato da Schmitt, definì (peraltro giustamente) l’Impero del Male. Fu proprio così che nacque Human Rights Watch.
Oggi è forse venuto il momento di mettere in discussione la dottrina dei diritti umani, sui quali si divertono a versare fiumi di inchiostro i filosofi “liberal” dell’accademia statunitense. L’egemonia americana, che sta mettendo in pericolo la pace mondiale, passa anche da lì. E per l’ipocrisia delle Nazioni Unite, alle quali l’Osservatore Permanente della Santa Sede, l’Arcivescovo Barnardito Auza, qualche giorno fa ha esplicitamente rinfacciato gli «abusi sessuali e altre forme di sfruttamento da parte dei peacekeeper» dell’ONU. Ma gli stupratori non erano i preti?

 

08 aprile 2016

I «poliamorosi» chiedono diritti: ora come la mettiamo?


di Giuliano Guzzo

Love is love, giusto? Bene, allora adesso si tirino fuori le ragioni per cui non si dovrebbe sposare la causa di Polyamory Madrid, associazione spagnola impegnata nella diffusione e nella richiesta di riconoscimento del poliamore e che – a quanto pare – sarebbe pronta a sfilare in piazza «per rivendicare gli stessi diritti delle famiglie tradizionali». La questione non è di secondaria importanza non soltanto perché i «poliamorosi» si stanno pian piano organizzando anche in Italia – negli Stati Uniti invece si parla di molte decine di migliaia di unioni «poliamorose» già da anni (cfr. “Newsweek”, 2009) – ma perché, strettamente collegato a questo tema, c’è quello delle adozioni da parte di “famiglie” «poliamorose».
No, non è uno spauracchio ma la logica conseguenza di quanto sostenuto da Giuseppina La Delfa, Fondatrice ed ex presidente di Famiglie Arcobaleno, in una lettera pubblica a Papa Francesco nella quale si legge che «la scienza – la psicologia, l’antropologia, la pedopsichiatria – e anche la sociologia e il diritto ormai» avrebbero dimostrato che un bambino può crescere bene non soltanto in una “famiglia arbaleno” ma anche all’intero di “famiglie” «poliamorose», con cioè molti genitori dato che «non importa – assicura La Delfa – se questi siano uno, due o diciotto». Una rassicurazione che, immagino, farà comprendere ai sostenitori delle unioni civili che è tempo di prendersi avanti con il lavoro e di battersi anche per “famiglie” «poliamorose».
O forse si vogliono rimangiare il Love is love? O forse vogliono farci credere che l’amore conti, sì, ma fino ad un certo punto? Suvvia, non facciano i medievali ed esprimano pubblicamente sostegno a Polyamory Madrid e ad altre realtà analoghe. Lo stesso chiaramente vale pure per i sacerdoti e prelati al passo coi tempi: se davvero credono vi possano essere, nelle coppie, «elementi positivi» anche al di fuori «del sacramento del matrimonio», c’è da domandarsi per quale assurda ragione e soprattutto con quale sentenziosa sicurezza potrebbero escludere che vi siano «elementi positivi» pure nelle “famiglie” «poliamorose», per quanto al di fuori «del sacramento del matrimonio».
Attenzione a non prendere tutto questo come una provocazione, perché – lo si ripete – è solamente una conseguenza di quanto potrebbe accadere, anzi, sta già accadendo. Tanto è vero che, fra i più stimati studiosi e autori di ricerche i cui esiti metterebbero in luce che un bambino può crescere benissimo con due papà o due mamme vi sono personalità – si pensi, per esempio, alla psichiatria Nanette Gartrell – che non temono di dichiararsi «polyamorist», ragion per cui c’è da aspettarsi, nel giro di qualche anno, alluvioni di pubblicazioni scientifiche non troppo scientifiche che davvero sostengano che, per i figli, non conta se i genitori «siano uno, due o diciotto».
Ne consegue, per quanti fino a ieri sostenevano che la famiglia fosse una sola – quella fra un uomo e una donna uniti in matrimonio – una sola possibilità: tornare a ripetere quella verità. Forte e chiaro: senza violenza verbale o eccessi, ovvio, ma forte e chiaro. Ogni mediazione, ogni compromesso, ogni tentativo di cauta apertura già alle unioni civili – vale a dire al riconoscimento pubblico, non già di diritti che le coppie conviventi anche omosessuali anche in Italia già possedevano, ma di una unione per il solo fatto che due persone si amino – conduce infatti diritto dritto alla causa delle “famiglie” «poliamorose». E’ questione, come si è cercato di spiegare, solo di logica. E di tempo.