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17 luglio 2017

“La fine della politica” e la crisi della democrazia liberale


di Alfredo Incollingo

La democrazia liberale è in crisi: è un dato evidente che nessuno può mettere in dubbio. Ci sono gli apologeti più incalliti che si ostinano a parlarne in termini idealisti e “buonisti”. Per costoro la democrazia, la forma di governo maggioritario in Occidente, non pare soffrire di problemi e deficit strutturali. A lungo andare, se non si interviene dalla radice, il liberalismo e tutto ciò che esso rappresenta potrebbe involvere e collassare.

Un libro sulla decadenza

Stiamo attraversando una fase di decadenza e a soffrirne è soprattutto la politica. La “liquidità” della post-modernità ha ridimensionato la società in tutti i suoi settori. Siamo di fronte al tramonto della politica e del “politico”? A fare una diagnosi del problema e a proporci possibili soluzioni, senza la pretesa di avere la cura efficace, ci sono due giovani e intraprendenti studiosi di scienza politica, Lorenzo Castellani e Alessandro Rico e il loro ultimo lavoro “La fine della politica? Tecnocrazia, populismo, multiculturalismo”, pubblicato dalla casa editrice “Historica” nel 2017. Nella “Prefazione” di Giovanni Orsina (politologo e storico italiano presso la “Luiss – Guido Carli” di Roma) si chiarisce un presupposto essenziale per non travisare l’argomentazione: “la democrazia liberale è di gran lunga – molto di gran lunga – il miglior sistema di organizzazione della vita politica che gli esseri umani abbiano sperimentato fino ad ora.” Non è un libro contro la democrazia, come si potrebbe pensare, ma è un testo che ci aiuta a ragionare sulle difficoltà che sta attraversando per poter finalmente ripartire. E’ necessario abbandonare le utopie liberali e i falsi profeti del “ridente occidente” e assumere un atteggiamento realista nell’analizzare che cos’è la democrazia nella post-modernità.

La democrazia tra la tecnocrazia, il populismo e il risveglio del “politico”

Lorenzo Castellani, giornalista e docente presso la “Luiss – Guido Carli”, e Alessandro Rico, dottorando in “Political Theory” presso la stessa università ed editorialista de “La Verità”, ci aiutano a comprendere i sommovimenti che stanno turbando le democrazie occidentali. Prima di tutto è necessario capire come approcciarsi al problema della crisi liberale: è preferibile un “metodo realista”, che sappia leggere la realtà politica, lasciando da parte gli strali utopistici di alcuni apologeti del liberalismo. Solo in questo modo è possibile, secondo il Castellani, capire che cosa sta accadendo alla democrazia, riscoprendo i suoi limiti (come tutte le forme di governo) e le sue potenzialità. Entrambi gli autori mettono in luce la sfiducia che gli elettori hanno nei confronti della democrazia, una mancanza di “fede” acuita dalla crisi economica del 2008. Si avverte sempre di più la delegittimazione della politica, sempre più affidata a organi internazionali: la sovranità politica viene ceduta a terzi. In questa situazione così critica emergono i populismi, che si propongono di risolvere la crisi democratica ponendo fine allo iato fra le promesse della politica e la loro effettiva concretizzazione. Emerge in questo contesto quello che per Castellani è un problema del liberalismo moderno: l’assolutismo liberale e il pretendere di adeguare la realtà ai ideali fin troppo irrealizzabili. E’ necessario invece avere un approccio realista, che sappia guardare ai fatti e agli aspetti più contraddittori della democrazia. Alassandro Rico analizza invece un altro aspetto dell’utopia insita nel liberalismo: la volontà di eliminare il “politico”, ovvero i conflitto e la contrapposizione, secondo la definizione di Carl Schmitt. L’autorità e il potere non hanno così più senso, indebolendo gli Stati nazionali. Il liberalismo ha finito per distruggere le fondamenta della democrazia: la società si è svuotata dei suoi valori fondanti, ritenuti inutili, e si adeguata ad una forma subdola e opprimente di morale: il politicamente corretto. La volontà di annullare le differenze ha così pervaso ogni aspetto della vita sociale e il livellamento ha investito le culture e l’individuo. Le differenze sono bandite (illusoriamente): chi parla di diversità è bandito. Si crede nel sogno multiculturalista o in quello del “gender”, sorvolando sui conflitti che essi generano. Nonostante si tenda a rinnegare il “politico”, esso riemerge continuamente e questo dimostra l’infondatezza dell’utopia liberale.

http://www.barbadillo.it/67507-libri-la-fine-della-politica-di-castellani-e-rico-e-la-crisi-della-democrazia-liberale/

 

18 aprile 2017

Migranti pedine di qualcosa di più grande di loro. Il caso di Isernia

di Alfredo Incollingo

E' come il classico film giallo o thriller (anche questa frase d'apertura è altrettanto classica), quando nella tranquilla provincia, la più remota, un evento sconvolge le vite degli abitanti e svela il male.

E' accaduto neanche a farlo apposta in una cittadina, uno dei più piccoli capoluoghi di provincia italiani: Isernia. Il Molise, dicono, non esiste e infatti da lì le notizie difficilmente arrivano alla ribalta nazionale.

Omicidi? Per fortuna no, ma un carabiniere e un uomo di sessent'anni sono rimasti feriti. Si tratta in realtà di due eventi distinti. Il 28 marzo nel centro città si sono fronteggiati due bande di migranti, nigeriana l'una e pachistana l'altra, per il controllo dello spaccio di droga. Nella rissa un carabiniere e due profughi sono rimasti feriti. Il giorno dopo, a Cantalupo, non lontano da Isernia, un anziano di sessant'anni è rimasto gravemente ferito perché malmenato con una spranga da un migrante. La colpa? L'avergli negato una sigaretta. Ora chiunque parlerebbe dell'universalità del male, che chiunque è cattivo nell'animo. 

Diverso è il caso della droga. I migranti sono incattiviti, ma la colpa in fin dei conti non è loro, ma degli ideologi del multiculturalismo. Sono delle pedine di un gioco più grande che minaccia l'integrità delle loro vite. Siamo vivendo da qualche anno a questa parte una massiccia ondata migratoria che da Oriente porta centinaia di migliaia di persone in Europa. Le soluzioni ci sono, ma sono controcorrente rispetto al pensiero comune sul tema immigrazione. Ciò che va oggi è il presunto senso di colpa che impera in Occidente. Siamo noi i responsabili della povertà africana? Secondo alcuni si, secondo i più ravveduti in parte. Come possiamo rimediare ai nostri presunti danni?

Accogliendo e da qui nasce, in estrema sintesi, l'ideologia del multiculturalismo. Oltre alle teoria, come sempre, c'è la pratica. Si sciorinano una serie di esempi che dimostrino l'esattezza di questo modello sociale: l'Impero Romano, per esempio, o gli Stati Uniti d'America. Due casi che con il multiculturalismo hanno poco a che fare. Roma integrava a patto che i nuovi popoli conquistati assimilassero la civiltà romana; negli Stati Uniti è noto il conflitto sociale tra la minoranza bianca e l'ormai maggioranza ispano – americana o nera.

Questo multiculturalismo dov'è? Nessuno lo sa. Rimangono solo bei propositi che vendono: non si contano infatti le pubblicazioni di saggi che difendono quest'idea, che tale è rimasta. Eppure questo concetto ha conquistato le istituzioni e ha sfondato le porte delle autorità. Alcuni settori del mondo cattolico corteggiano da decenni il multiculturalismo (e di conseguenza la multireligiosità, tutte le religioni sono uguali) e ne hanno fatto il proprio vessillo.

E' vero, il cattolicesimo ha forgiato l'Europa, che è un crogiolo di genti, ma le ha integrate, rispettando le differenze e assimilandone alla stessa fede. Non può esistere integrazione senza un riconoscimento comune, quando l'ospite riconosce il patrimonio dell'ospitante. Meglio ancora se la cultura del migrante ha dei punti in comune con quella autoctona. Altrimenti si rischia di gettare a caso nazioni differenti in pochi metri quadri, scatenando una guerra colossale. E poi ci si chiede qual è la causa del conflitto! Naturalmente a Isernia non è avvenuto ciò, non esiste un ghetto nè la percentuale di popolazione straniera è tale da costituire un fattore destabilizzante.

Pensiamo a questi giovani gettati negli alberghi, con tutti i comfort si, ma privi di sostegno religioso, di un obiettivo e con il solo desiderio di emulare gli autoctoni. E' facile capire che la rabbia emerge spontaneamente e, scatenandosi, fa danni e purtroppo ferendo anche persone innocenti. A Isernia nessuno avrebbe mai immaginato di vivere un giorno casi di cronaca del genere, i prodotti evidenti di un progetto più grande della stessa città e i cui effetti negativi si registrano anche nella cittadina più remota d'Italia. Chi sono i responsabili?
 

29 ottobre 2016

Tifare Trump contro la dittatura del politicamente corretto


di Nicola Tomasso

Il voto americano non è soltanto un’epocale scelta tra una rappresentante delle potenze occulte mondialiste e un esponente della ricchezza imprenditoriale americana in salsa trivial-liberista. C’è qualcosa di più dietro questa sfida e riguarda la vergognosa e latente dittatura del politicamente corretto che si sta affermando in Occidente. Se pensiamo che Trump ha cominciato a perdere consensi a partire dalle pubbliche accuse di sessismo mosse dalla sua rivale, comprendiamo quale sia la vera portata delle presidenziali americane: spegnere gli ultimi gemiti della resistenza a questa patetica inondazione di moralismi, indignazioni ad orologeria e sciatti perbenismi. Trump rappresenta la virilità nell’accezione più naturale, radicale, radicata. Quella virilità ormai non più pervenuta nelle giovani generazioni occidentali, tutte intrise di ideologie della omologazione e dell’indifferenziazione dei sessi. Tra un tablet e uno smartphone, le nuove leve occidentali vanno fantasticando di diritti, d’uguaglianza, di libertà di genere, di rispetto delle diversità ed altre chiacchiere devirilizzanti. L’offesa perpetua del maschio moderno alla natura grida vendetta, e così il creato (o il Creatore?) punisce gli occidentali con il più alto tasso mai raggiunto di sterilità ed impotenza. In questo marasma gay friendly fanno capolino prepotenti come non mai animalisti e vegani, tutti intenti a sedersi nella poltrona della nuova dittatura antiumana occidentale, una sottocultura devastante e sterminatrice, in grado di rovesciare e mettere in discussione la realtà fin entro le sue forme strutturanti, come la sessualità e gli appetiti. Il risultato è un uomo privo della sua mascolinità, del suo istinto a procacciare, improduttivo e infecondo, incapace di essere padre. Ma pronto ad indignarsi, a partecipare a qualche marcia pacifista o ambientalista,  scagionante e catartica nello stesso istante, per sbandierare il suo rigore morale.  Alla legge naturale e al senso di colpa derivante dal peccato si sovrappone il nuovo codice etico: ambientalismo (rinuncia del dominio del creato), omosessualismo ( rinuncia del dominio di sé), multiculturalismo (rinuncia della propria identità culturale), politically correct (rinuncia della realtà e della onestà intellettuale). Il bisogno di redenzione dell’uomo viene sprigionato nelle ‘pubbliche virtù’ in questa gara imbecille a conformarsi agli standard che la nuova dittatura va imponendo. Intanto l’uomo è lì a svuotare se stesso, assaporando la mela dei nuovi serpenti e delle nuove Eve, vittima di un’ontologica macchia d’accusa che s’annida nel proprio animo: il suo potenziale omicida. La retorica del femminicidio inchioda, infatti, il maschio ad una condizione di assassino perpetuo, un criminale per natura. Ed eccolo obbligato a marciare, essere impotente, vittima della rieducazione a suon di campagne mediatiche dietro cui si nascondono i luciferini autori di questa devastazione umana. E così tutti indignati, tutti ipersensibili, tutti moralmente scossi dai comportamenti scurrili del magnate americano: bisogna essere d’animo integro ed integerrimo nella nuova religione del politicamente corretto. E guai poi a dire che le lobbies che finanziano la Clinton sono le stesse che promuovono la soppressione dei feti in tutto il mondo, la marcescenza della razza umana con i contraccettivi e il perdurare dei conflitti in medio-oriente. Sicuramente un programma fatto di confini e muri, orientato ad una politica isolazionista, come quello di Trump, spingerebbe a ritirare gli inutili contingenti americani in Siria, dove si fa finta di combattere l’Isis giocando a scherzetti diplomatici con la Russia. Ma guai a dire ad un pacifista che il Premio Nobel per la pace ha alimentato più che mai l’instabilità in medio-oriente, che la Clinton è sua degna erede e che con Trump il mondo potrà avere l’opportunità di respirare e di assaporare la quiete della pace: non sia mai che si indigni! La bandiera arcobaleno sventola dove tira il vento, nella corrente voluta dai massoni mondialisti: la più grande guerra che l’uomo abbia mai combattuto nei confronti di se stesso.
Donald Trump si sottrae, con una retorica anche a tratti spiacevole, a questo sistema offrendo agli elettori un modello di maschio capace di arricchirsi, procacciatore di donne, volgare, virile. Non il massimo per noi cattolici, ma provvidenziale per i tempi in cui viviamo. Il mondo occidentale ha l’occasione per porre un argine alla deculturazione diabolica messa in atto dalla sinarchia planetaria. La colga!

 

18 agosto 2016

Le Olimpiadi dei pistolotti


di Giuliano Guzzo

I Giochi di Rio sono ancora in corso ma le pur numerose imprese sportive, alcune delle quali davvero storiche, sembrano destinate a passare in secondo piano, eclissate dalle dichiarazioni di atleti comizianti e di grilli parlanti del Pensiero Unico, che neppure il clima estivo e ferragostano è riuscito a far rilassare. Ad inaugurare questa sorta di Olimpiade parallela – che potremmo definire dei pistolotti – ci ha pensato Elisa Di Francisca, argento nel fioretto, la quale, salita sul podio con la bandiera europea tra le mani, si è subito lanciata in banalità degne del repertorio renziano: «Dobbiamo abbattere le barriere e creare un’Europa davvero unita – ha dichiarato – se restiamo uniti possiamo sconfiggere il terrorismo, non diamogliela vinta all’Isis».

Se vi state interrogando sull’oscuro legame fra unità europea e contrasto al Califfato, che fino a prova contraria non risulta essere sponsor della Brexit, sappiate che non siete gli unici; ciò nonostante, com’era prevedibile, le traballanti parole della Di Francisca hanno subito infiammato gli animi – da Alfano in giù – dei più dimenticabili politici italiani, che si sono fiondati su Twitter a cinguettare il loro dotto giubilo. Quello, però, è stato solo l’inizio. L’Olimpiade dei pistolotti ha infatti conosciuto un secondo, importante apice con il post, su Facebook, di Roberto Saviano, il quale ha pensato bene di commentare l’ennesima medaglia d’oro di Usain Bolt come quella di un «discendente di schiavi africani deportati in Giamaica nelle piantagioni di canna da zucchero».
Quest’uscita sull’atleta giamaicano ha sollevato un discreto polverone, a fronte del quale l’autore di Gomorra ha scelto di tirare in ballo Trump nemico giurato, a suo dire, delle comunità afroamericane. Dall’oro sui 100 metri alle presidenziali Usa in un lampo: se fosse esistito, l’oro per la più veloce arrampicata sugli specchi sarebbe senza dubbio andato a Saviano. Sarebbe però imperdonabile non ricordare un altro momento emozionante delle Olimpiadi dei pistolotti, vale a dire il commento dellA PresidentA alle parole di Rachele Bruni, argento nella gara per i 10 chilometri disputata nel litorale di Copacabana alle Olimpiadi di Rio. La Bruni ha dedicato la vittoria alla compagna, cosa che subito portato la Boldrini a seguire le orme del predicatore Saviano.
«In Italia – ha infatti scritto su Facebook la Badessa del Pensiero Unico – con l’approvazione della legge sulle unioni civili abbiamo finalmente superato una discriminazione che durava da troppo tempo». Anche in questo caso, ci si potrebbe interrogare sul senso di un simile commento dato che, anche prima delle unioni civili, un’atleta LGBT avrebbe potuto serenamente dichiarare i propri sentimenti senza temere arresti, torture o deportazioni: ma le Olimpiadi dei Pistolotti, evidentemente, non prevedono la regola dell’opportunità. L’importante è spararla, non facendosi scippare l’occasione di tuonare contro populismi, xenofobia e omofobia; guai infatti a correre il rischio di un’Olimpiade normale, senza tiro al cervello, banalità in lungo e lancio del sermone.


 

02 agosto 2016

Viaggio sentimentale e devozionale a Roma: le chiese nazionali romane (Parte III)


di Alfredo Incollingo

Roma ha conservato la sua vocazione universalista, aperta alle genti e a chi le chiede soccorso e protezione. Dalle sue mitiche origini fino ai giorni nostri è stata la Patria di tanti che vi hanno trovato una dimora o un rifugio. L'Urbe è una madre consolatrice di perseguitati e di afflitti e un padre misericordioso che perdona il figliol prodigo.

Vagabondando per la città non possiamo non notare strane toponomastiche: “dei francesi”, “degli spagnoli”, “dei portoghesi”... Genti differenti hanno infatti vissuto a Roma, costituendo piccole o grandi comunità nazionali per i motivi più vari: per sfuggire a persecuzioni, per commerci o per semplice opportunismo (magari riuscendo ad ottenere favori dalle alte cariche clericali). Queste eredità culturali si sono sedimentate nei costumi, nella lingua popolare e soprattutto, come si può ben notare, nella toponomastica.

Via dei Borgognoni, per esempio, ricorda il quartiere dove risiedevano i commercianti della Borgogna (Francia) che nel quattrocento si stabilirono a Roma. Come i borgognoni esistevano tante realtà di questo genere. Onde provvedere alla tutela dei nuovi arrivati e al soccorso dei poveri costituirono una confraternita, con personale, oratori e ospizi. Nel seicento edificarono anche una  chiesa, Sant'Andrea e San Claudio dei Borgognoni (nei pressi di Via del Corso), che divenne il loro centro spirituale e materiale. In questo modo ogni comunità nazionale provvedeva al proprio benessere e alla propria integrità culturale. Il tessuto sociale ne risultava equilibrato e si rispettava il precetto cristiano sull'accoglienza e la convivenza tra popoli: differenti, ma fratelli nella fede.
Oltre ai borgognoni a Roma nel corso dei secoli si stabilirono portoghesi (Sant'Andrea dei Portoghesi), francesi (San Luigi dei Francesi o Trinità dei Monti), spagnoli (Santa Maria in Monserrato degli Spagnoli) e tutte le principali nazioni europee, anche da oriente e dal Nord Europa.

E gli italiani? Una parte della popolazione romana discende da famiglie provenienti dalle altre regioni italiani, oltre il Lazio. Anche costoro costruirono chiese regionali per ribadire e preservare la loro identità locale. I Lombardi, per esempio, si stabilirono nei pressi di Via del Corso, dove attualmente sorge la chiesa di Sant'Ambrogio e San Carlo al Corso, che ospitava la ricca ed influente confraternita che provvedeva ai bisogni della comunità. Nei pressi dell'antico rione di Borgo Sant'Angelo (demolito da Mussolini) vi è la basilica di San Giovanni Battista dei Fiorentini per i toscani o, a Piazza Venezia, San Marco Evangelista per i veneti. Il Sud Italia? Si registrò un flusso migratorio anche dalle regione del Meridione. San Nicola in Carcere è la chiesa regionale della Campania, del Molise, della Puglia e delle altre regioni del sud.

Naturalmente, come le principali metropoli occidentali, anche Roma sta vivendo e ha vissuto l'arrivo di nuove ondate migratorie dalle nazioni del Terzo Mondo. Anche in questo caso le nuove comunità hanno ottenuto delle diocesi, spesso prendendo possesso di luoghi di culto preesistenti: Santa Maria della Pace per i cileni, Santa Pudenziana per i filippini o Santo Stefano degli Abissini per gli etiopi.

Come abbiamo visto in queste breve e sintetica panoramica romana la città ha preservato la sua vocazione universalista: ogni nazione è qui rappresentata e ha pari dignità, come tutte le altre. Stiamo attenti però a non confondere questo spirito con l'attuale multiculturalismo. A Roma le diverse comunità hanno convissuto in piena solidarietà, riconoscendosi romani e cattolici, ma nel reciproco rispetto delle differenze. Oggi invece si protende di più a costruire una Torre di Babele indifferenziata.
Questa tappa del nostro viaggio a Roma non ci porta a visitare una singola chiesa o un singolo luogo sacro, ci farà camminare molto, ma ne varrà la pena, perché questi luoghi di culto alle volte nascondo nascondono tesori inestimabili dell'arte e anche della fede.
Il viaggio continua.
 

14 giugno 2016

La strage di Orlando e la nostra fine


di Giuliano Guzzo

Strage di Orlando. In breve, abbiamo Obama che, parlando alla nazione, commenta l’accaduto senza mai nominare l’ISIS (che pure ha rivendicato l’attacco e a cui Omar Mateen, il responsabile dell’orrore, aveva giurato fedeltà, come confermato dal Capo della polizia, John Mina). Abbiamo un killer interpellato già tre volte dall’FBI (ma che girava libero) e suo padre, che nega il figlio fosse animato da fondamentalismo (ma sul web lui, il padre, simpatizza per i talebani). Ed abbiamo pure politici italiani, dulcis in fundo, che invocano leggi contro l’omofobia (ma poi elogiano come «riformatore» il Presidente dell’Iran, Paese dove, secondo l’art. 233 del Codice Penale, ai gay vanno 99 frustate).

Che brutta fine ci stanno facendo fare, signori, politicamente corretto e islamofilia. Siamo pronti – come Occidente – a minimizzare ogni elemento che ricordi i rischi dell’immigrazione (Mateen era di origine afgana), e anche gli orrori del terrorismo (la cui matrice islamista viene minimizzata ai limiti del surreale), pur di non ammettere che qualcosa, nel nostro gioioso festival multiculturale, sta andando storto. Certo: la strage di Orlando non è purtroppo la prima che avviene negli Usa; e non è che per compiere orrori simili occorra essere simpatizzanti dell’ISIS (Breivik dice niente?). Ma proprio per questo non si capisce la fretta di nascondere la realtà che sta dietro questi 50 morti: o meglio: la si capisce fin troppo bene.

Il che ci fa ammettere che, se questa è una guerra, l’abbiamo già persa senza combatterla: perché non possiamo – se non vogliamo passare per gente di cattive letture – riconoscere di avere un nemico; perché ci vendono la frottola che, in questi e altri casi, la colpa è delle «armi facili» (e poco importa che qui il mostro fosse un vigilante, e una rapida analisi basta e avanza a far a pezzi il presunto legame fra diffusione delle armi e numero di omicidi); perché ci viene continuamente ripetuto che il problema son loro, i lerci populisti, i mercanti della paura, e tutto il resto è un mondo che, in fondo, non vede l’ora di abbracciarsi, che l’immigrazione è una manna e il terrorismo islamista solo una scheggia impazzita.

Sarei tentato di dire, alla luce di quanto ricordato, che ciao, siamo una civiltà spacciata, ma non lo farò. Preferisco dare una chance alla Speranza e soprattutto alla possibilità che si arrivi presto a comprendere anzi a riscoprire come Patria, Identità e Cristianesimo non siano parolacce o clave, ma ingredienti essenziali e interdipendenti rimossi i quali a noi occidentali resta ben poco, e come controllare e all’occorrenza limitare l’immigrazione non equivalga ad odiare alcuno, bensì solo ad amare il proprio Paese dato che – come ricorda Régis Debray nel suo Eloge des frontières, esiste anche, per ogni popolo, un «diritto alla frontiera, per far fronte agli scivoloni mortali del va bene tutto, tutto si equivale, dunque nulla ha valore».

Del resto, l’alternativa a questa urgente riscoperta dei valori fondamentali è continuare come si sta facendo, spettatori coi paraocchi una tragica realtà della quale, almeno in parte, siamo ubbidienti complici senza però che questo ci scuota minimamente: dunque, oggi tutti gay, domani tutti immigrati, e dopodomani, chissà, di nuovo tutti Charlie, in un pazzesco cortocircuito buonista. L’alternativa, insomma, è campare da struzzi, non vedere o meglio ostinarsi a non vedere facendo le pulci ai modi poco urbani con cui altri, forse meno ingessati, denunciano l’avanzare del Caos. Ora, sinceramente a me questa alternativa – ancorché strombazzata dai media e benedetta dal gregge degli intellettuali presentabili – proprio non piace. A voi?


https://giulianoguzzo.com/2016/06/14/la-strage-di-orlando-lisis-e-la-nostra-brutta-fine/

 

Al Mein Kampf va contrapposto il Vangelo

di Francesco Filipazzi

Quel furbacchione di Alessandro Sallusti era consapevole che vendere il Mein Kampf di Hitler in allegato con il Giornale l'avrebbe esposto ad una selva di polemiche che, puntualissime, sono arrivate. Eppure è strano che nel 2016 ci siano governanti e uomini di cultura che a sentire nominare un libro scritto decenni fa, da un imbianchino morto nel 1945 (a meno di sconosciute fughe in Sud America), siano vittime di un'ondata di paura inconsulta. Il fatto che Adolf Hitler sia universalmente indicato come responsabile del peggior genocidio della storia e come causa della Seconda Guerra Mondiale, dovrebbe essere garanzia che le sue idee non possano più influenzare nessuno, eppure al solo vedere una svastica esplodono i nervi dei vari Gad Lerner, partigiani e via dicendo. Quali sono i motivi di questa instabilità emotiva degli avversatori del Mein Kampf? A nostro parere ce ne sono tre, che vi spieghiamo.

Motivi economici. Il Mein Kampf è un affarone per chi lo pubblica. E' best seller del 2016 in tutta Europa, perché la scadenza dei diritti d'autore, detenuti dalla Baviera, ne ha liberalizzato la pubblicazione. Chi l'ha pubblicato ha fatto i milioni. L'intellighenzia della sinistra italiana, con la scusa di pubblicarlo inserendo "un corposo apparato critico", stava già decidendo come spartirsi la grana. Peraltro, in questi giorni è stato fatto notare che sul sito della Feltrinelli, casa editrice di punta della sinistra, il libro si può ordinare online e arriva in 5 giorni. Quindi il Giornale ha rotto le uova nel paniere a tutti, sparandolo in giro a 11 euro come un libro da autogrill. Addio milioni e addio presentazioni radical chic nei caffé letterari, con tanto di "lo pubblichiamo per farvi rendere conto dell'orrore (ma intanto intaschiamo 30 euro a copia)".

La società non ha anticorpi. Per come la si pensi sull'idea hitleriana, è innegabile che questa sia di natura "totalitaria", nel senso che riguarda la persona nella sua totalità. Ha tratti di natura religiosa e per molti è stata una religione.
Se andiamo a controllare i voti dell'elezione che permise ad Hitler di andare al potere, possiamo capire che laddove era forte il cattolicesimo, il partito di Hitler non sfondò elettoralmente. Laddove invece era da secoli stato eliminato il cattolicesimo e vigeva il luteranismo e quindi la sostanziale assenza di ogni tipo di spiritualità, il partito Nazionalsocialista si è preso percentuali oltre il 70% con punte del 90%. La cattolica Baviera fu l'area che diede meno soddisfazione al futuro Fhurer. Questa avversione venne poi "fatta pagare", poiché era noto che uno degli obiettivi di molti alti gerarchi era "ri-paganizzare" la Germania.
Ciò vuol dire che i tedeschi protestanti erano in cerca di un punto di riferimento (che i cattolici invece avevano già) e l'hanno trovato nella nuova religione Nazionalsocialista. Oggi il mondo intero a partire dall'Italia è totalmente secolarizzato e la stessa Chiesa è ormai asservita in buona parte al laicismo generale. Siamo sicuri che gli avversatori del Mein Kampf, dopo aver distrutto ogni modello di riferimento, a partire dall'istituzione familiare, non siano timorosi di dover competere con un modello "forte", a cui non hanno nulla da opporre, se non multiculturalismo fallimentare e ideologia gender? Comunque la si voglia guardare, le ideologie del '900 erano roba potente e per questo hanno incendiato il mondo.
Il Cattolicesimo, essendo l'unica Verità sulla piazza, è anche l'unico vero anticorpo ad ogni ideologia totalitaria del Novecento, ma lorsignori l'hanno voluto eliminare e combattere. Eliminando la Verità, si spiana il campo ad altre verità molto relative. La stessa scuola italiana, indicata come la panacea di tutti i mali e faro dell'educazione civica, ha fallito miseramente il suo compito, riempiendo la testa degli studenti di scemenze, senza generare nessun tipo di senso critico.
Dunque il Mein Kampf rischia di essere per questi signori la dimostrazione di tutti i loro fallimenti. L'unico antidoto sarebbe il Vangelo.

Il capitolo sulla propaganda. Nel Mein Kampf c'è un capitolo sulla propaganda politica. L'imbianchino austriaco, è incontrovertibile, ci sapeva fare quanto a marketing. Forse è per questo che le sue tecniche sono seguite pedissequamente dagli attuali distributori del pensieri unico. Leggere per credere, non anticipiamo niente. Però forse questo capitolo, più di altri, a chi ne applica i fondamenti, fa molta, molta paura. Il Re rischia di perdere i suoi vestiti.
 

13 giugno 2016

La strage di Orlando e l'ennesimo cortocircuito progressista


di Alessandro Rico

Cortocircuito progressista: un immigrato di seconda generazione, figlio di un afgano simpatizzante per i talebani, massacra cinquanta persone in un locale gay. Gli illuminati sostenitori della tolleranza universale adesso devono scegliere: contraddire il verbo dell’accoglienza scagliandosi contro il fondamentalismo islamico, o scaricare la comunità LGBT per non somigliare a un Donald Trump qualsiasi. Nel dubbio, Obama se l’è presa con le armi. Luogocomunismo demenziale che non tiene conto della realtà (un po’ di numeri li abbiamo già forniti in questo vecchio articolo) e che non spiega come mai, pure nell’Europa che desidera droga libera, eutanasia e aborto, ma inorridisce al pensiero che qualcuno si diverta nei poligoni (date uno sguardo alla delirante proposta abolizionista in discussione presso gli organi UE), i terroristi del Bataclan non abbiano faticato a procurarsi gli AK47 di contrabbando.
Dove c’è puzza di cadavere, piombano gli avvoltoi. Come Ivan Scalfarotto, che a poche ore dall’eccidio in Florida già approfittava del clamore mediatico per rilanciare su Twitter il ridicolo disegno di legge sull’omofobia. Lui, che qualche mese fa fiancheggiava Renzi durante gli accordi con l’Iran, il Paese dove i gay vengono lapidati sulla pubblica piazza, specula sulla morte dei ragazzi di Orlando per convincerci che uno psicoreato fermerà i barbari alle nostre porte – anzi, ormai ci sono già entrati in casa.
C’è uno scontro di civiltà? Direi piuttosto che c’è uno scontro di in-civiltà. Da una parte si staglia la smania autodistruttiva dell’Occidente liberal, che prima incensa i leader politici che portano guerra e destabilizzazione in Medio Oriente, disseminando i germi dell’odio antiamericano; poi si batte il petto e spalanca le frontiere, sperando che welfare e diritti politici comprino la simpatia dei mamelucchi; e alla fine conta le proprie vittime, versando qualche lacrima posticcia e riconsegnandosi ai politicanti banditi tipo Obama e Clinton, così il ciclo ricomincia. Dall’altra parte ci sono ondate di uomini oggettivamente sofferenti (ma le guerre in Siria e in Libia le ha scatenate Trump?), attratti dall’opulenza occidentale che i media pubblicizzano fino alle più marginali periferie del mondo. La prima generazione di immigrati cerca di rifarsi una vita, con una condotta generalmente tranquilla e appartata. Ma i frutti di una cultura mai accantonata, respirata in famiglie più affezionate alla sharia che al diritto occidentale, radicalizzatasi nei luoghi dell’esclusione e della segregazione etnica, che proprio le metropoli all’apparenza accoglienti alla fine riservano agli ospiti che avevano irretito, maturano nelle menti scalmanate dei giovani. E quando il classico figlio di immigrati si mette a combattere il suo jihad contro il nichilismo del mondo “libero” che lo aveva illuso, spargendo una scia di sangue, gli opinionisti progressisti si giustificano così: «Era un cittadino francese/belga/americano». Come se la nazionalità, l’identità, l’appartenenza, fossero trasmesse dall’inchiostro di un documento. E invece Benedetto XVI ci aveva già spiegato tutto a Ratisbona: l’Islam è la fede dei fanatici, Allah è un Dio imperscrutabile, che non si rivela e che non può essere compreso, tanto al di sopra della ragione umana da fomentare l’irrazionalismo. Non c’è manualetto del perfetto corteggiatore che possa assicurarci che un episodio come lo stupro di Colonia non si ripeta ancora, specie man mano che le orde si ingrossano – anche perché, mentre i musulmani figliano come conigli, nessuna compravendita di bambini sembra in grado di salvare la nostra gloriosa “civiltà” dall’annientamento demografico.
Da domani, tutto tornerà come prima. Obama avrà convinto un americano in più che le armi vanno bandite (se le togliessero pure al Pentagono farebbero un favore a mezzo mondo). La Clinton ricomincerà a dare del razzista a Trump. La comunità gay proseguirà ad allestire la sua empia inquisizione, punendo con la galera chi osasse contestare il “matrimonio egualitario”, ma continuando a genuflettersi al mantra dell’accoglienza. Tra qualche mese un altro pazzo aprirà il fuoco e il Parlamento Europeo, in risposta alla minaccia terroristica, ci sequestrerà l’archibugio del trisavolo. E infine tutti sapranno che il vero mandante del massacro di Orlando era Mario Adinolfi.
 

10 giugno 2016

I cinguettii stonati del Papa



di Alessandro Rico

Mi rendo conto che sia un po’ eccessivo prendersela con il Papa per il contenuto dei suoi post su Twitter. D’altra parte, i tweet appaiono sui suoi profili in nove lingue diverse e il pontefice dovrà conoscere chi li gestisce, o almeno chi li gestisce dovrà condividere la linea del pontefice. Mi sembra perciò del tutto lecito esprimere qualche riserva sugli ultimi tre cinguetti di Francesco.

Il primo, dell’8 giugno: «Proteggiamo gli oceani, che sono beni comuni globali, essenziali per l’acqua e la varietà degli esseri viventi!». Sorvoliamo sul tono da ecologista settario, stile «salviamo i beagle». Si fatica comunque a capire dove il Papa voglia arrivare con la sua proposta sulla «cura della casa comune». L’enciclica Laudato Si’ lascia veramente perplessi: il tema della sussidiarietà, che dovrebbe costituire il punto fermo della Dottrina Sociale cattolica, appare dissipata dietro i numerosi richiami alla necessità di una governance globale della questione ambientale, che collima con i programmi ultrastatalisti dell’élite “verde”. Un conto sono le basi teologiche dell’amore per il Creato, un conto è esprimersi come un Al Gore qualunque. È una strategia pericolosa: nell’ansia benecomunista di scagliarsi contro il capitalismo, reo a suo avviso di causare disastri ecologici e di affamare i Paesi poveri (nei quali di capitalismo non c’è traccia, ma questa è un’altra storia), Papa Francesco sembra non rendersi conto che l’ambientalismo ha tutti i tratti dell’ennesima riproposizione di un’escatologica immanentistica, del tutto empia ed eretica. Con l’aggravante che l’enciclica non si impegna mai a fondo a correggere i più grossolani errori di ecologisti e animalisti. 
In primo luogo, la totale confusione sulla gerarchia ontologica della Creazione, che dovrebbe avere come fine l’uomo e che invece nella visione di molti di loro implica la scomparsa dell’uomo (l’uomo è intelletto, ingegno e artificio, quindi la natura non può esistere indisturbata insieme a lui). In secondo luogo, la tendenza panteistica, se non esplicitamente pagana, che certi filoni dell’ambientalismo hanno assunto già dagli anni Settanta (ad esempio tutta la mistica sulla dea Gaia costruita da James Lovelock). Andreotti diceva giustamente che i Verdi sono come i cocomeri: verdi fuori e rossi dentro. È poco auspicabile che un cattolico si presti al giochino di sostituire la lotta di classe e l’avvento della società comunista con la lotta contro il cambiamento climatico e la restaurazione dell’armonia prestabilita con la Madre Terra.

Il secondo tweet, del 7 giugno: «In questo tempo povero di amicizia sociale, il nostro compito è quello di costruire comunità». Questo va letto insieme al terzo, che era uscito il giorno prima: «Abbiamo bisogno di scoprire le ricchezze di ognuno: che le comunità trasmettano i propri valori e accolgano le esperienze altrui». A parte l’oscurità dell’espressione «amicizia sociale», che sa tanto di supercazzola, sorprende che il Papa e i suoi collaboratori non riescano a percepire la sostanziale contraddittorietà di comunitarismo e multiculturalismo. Si potrebbe pensare che la conquista della tecnologia politica liberale sia stata proprio quella di stemperare il conflitto identitario, canalizzandolo attraverso le procedure del gioco politico (è questa, ad esempio, la visione di John Rawls). Ma alla prova dei fatti, si è visto che le società multiculturali non sono affatto più pacifiche. Il melting pot americano è una polveriera di tensioni razziali che poco hanno a che fare con le politiche sulle armi. Londra di fatto tollera che gli imam predichino il califfato e il jihad contro gli infedeli occidentali, mentre il nuovo sindaco Sadiq Khan, che si definisce musulmano ma innanzitutto cittadino di una capitale multiculturale, propone che durante il Ramadan chiese e sinagoghe organizzino conviviali con gli islamici.

A riprova del fatto che la conseguenza delle politiche multiculturali è l’annacquamento delle identità, non il rafforzamento del senso di comunità. Tant’è che quando in Belgio e Francia gli immigrati di seconda generazione si scoprono terroristi, gli analisti devono ricorrere alla solita foglia di fico: «Erano cittadini belgi/francesi». Perché ormai l’identità è scritta sulla carta, è la fictio iuris della cittadinanza, cioè di una serie di diritti e doveri che hanno ovviamente la loro importanza, ma significano qualcosa solamente se i cittadini si sentono davvero membri della comunità. L’accoglienza incondizionata che il Papa propone senza mezzi termini conduce, a lungo termine, al meticciato etnico e quindi culturale, cioè alla sparizione di identità definite e a società ancora più atomistiche, ancora più isolate (se questo è ciò che s’intende per povertà di «amicizia sociale»). Francesco vuole salvare capra e cavoli, ma anche in questo caso o s’inganna o ci inganna. Parafrasando Morandi: cinguettii stonati.

 

18 dicembre 2015

Controstoria del presepe


di Giuliano Guzzo

Il gran parlare che si sta facendo del Presepe può essere una buona occasione – senza nulla togliere, ovviamente, a questa bellissima tradizione che merita di essere continuata e tutelata –, per fare un po’ di ordine, storicamente s’intende, sulla Nascita di Gesù. Troppe, specie in queste ultime settimane, sono difatti state le imprecisioni politicamente corrette diffuse da varie fonti circa il fatto che Gesù Bambino sarebbe stato «arabo», «povero» e «migrante»; in quest’ottica il Presepe sarebbe dunque una sorta di simbolo buonista, di icona del multiculturalismo, di denuncia dell’indigenza e di manifesto dell’accoglienza di una famigliola immigrata. Il punto è che tutto ciò, per quanto possa essere ritenuto bello, nulla ha a che vedere con la realtà storica.
Tanto per cominciare il Presepe – se si escludono i Magi – non rappresenta affatto l’incontro fra “culture diverse”, essendo popolato esclusivamente da ebrei. E a ben vedere non avrebbe potuto essere diversamente dal momento che in Giudea, dove com’è noto si trovava la città di Betlemme, gli arabi arriveranno solo poco dopo la morte di Maometto (570-632), precisamente nell’anno 637, con l’invasione musulmana; e comunque, prima degli arabi furono le truppe persiane di Cosroe (570-628), nel 614, non a visitare bensì ad assediare la città. Se si vuole dunque sottolineare l’importanza del fatto che “culture diverse” possano convivere e rispettarsi e auspicare che ciò accada più efficacemente meglio lasciar perdere il Presepe che tutto è stato fuorché una piattaforma multiculturale, come mostra del resto la condotta degli unici “stranieri”, i Magi, i quali – com’è noto – sono andati e poi tornati bellamente in patria: «a casa loro», si potrebbe dire.
Anche se non lo si ricorda spesso, non regge neppure la tesi di Gesù Bambino «povero». Anzitutto perché se ci fosse stata tutta questa attenzione alla povertà san Giuseppe – come ironicamente notava il cardinal Biffi (1928-2015) – ai Magi avrebbe dovuto rispondere: «L’oro non lo possiamo accettare, perché è segno di ricchezza e contamina chi lo dà e chi lo riceve» (Il quinto evangelo, ESD, Bologna 2008, p. 21). Ma è noto che questo non avvenne. L’inconsistenza della povertà di Gesù è suffragata da un altro elemento, vale a dire il censimento che costrinse anche Giuseppe e Maria a compiere un viaggio: ebbene, quel censimento non era, come si potrebbe supporre oggi, una rilevazione statistica della popolazione bensì una registrazione della proprietà terriera e immobiliare per tassarla a favore dell’impero romano.
Se a ciò si aggiunge che a siffatta registrazione erano escluse le donne e i nullatenenti, ne consegue che se Giuseppe – che non risulta affatto fosse disoccupato – era in viaggio proprio spiantato dovesse essere. Senza dimenticare che appare pure plausibile ritenere Gesù Bambino addirittura di origini nobili: il padre, Giuseppe, era infatti «figlio di Davide» (Mt 1,20) e la madre, Maria, era, molto probabilmente, appartenente alla stirpe di Aronne per la sua stretta parentela con Elisabetta senza dover escludere antenati davidici. Al di là di questo, ad ulteriore conferma del fatto che Gesù non fosse povero si può ricordare come, una volta cresciuto, costui tutto fosse fuorché un nullafacente o un “precario”, per usare un termine tristemente attuale rispetto al mondo del lavoro.
Molto interessanti a questo riguardo sono le conclusioni a cui si è potuti pervenire considerando l’insieme delle acquisizioni storiche in questo senso: «Conoscenza delle lingue, abilità professionale, formazione intellettuale offrono un quadro personale sufficientemente delineato per considerare Gesù un imprenditore, tutt’altro che disattento sia nei confronti del mondo esterno sia delle occasioni che si davano per lavorare con abilità e con frutto. Tutto ciò spinge a pensare che il lavoro di artigiano doveva consentire a Gesù di guadagnarsi da vivere e di mantenere la madre dopo la presumibile morte di Giuseppe» (StoriaLibera, 2015; Vol.1:45-100).
A questo punto ci si potrebbe allora domandare come mai, se davvero Gesù non era povero così come non lo era, prima di lui, Giuseppe, sia venuto al mondo – come siamo ormai tutti soliti immaginarlo – in una stalla o grotta oscura, fra bue e asinello. Ora, a parte che di bue e asinello si parla solamente nei vangeli apocrifi, la spiegazione di questo aspetto è molto semplice e soprattutto non riguarda affatto la disponibilità economica di Giuseppe bensì la non disponibilità di alloggi di Betlemme, in quei giorni letteralmente invasa di gente di passaggio in ragione dell’evento poc’anzi ricordato: il grande censimento. Inoltre tecnicamente Gesù non nacque in una vera e propria stalla bensì in un locale d’albergo attiguo al “parcheggio” degli animali di locomozione degli ospiti dell’albergo.
Intendiamoci: non era certo un locale confortevole, anzi, ma il motivo – urge ribadirlo – per cui Giuseppe e Maria non trovarono rifugi migliori non era economico ma alberghiero: le stanze erano tutte occupate e Maria non poteva aspettare, di qui la scelta poco solenne ma obbligata di partorire dove partorì. Tuttavia, se proprio si vuole ragionare, con riferimento al Presepe, sulla povertà, sulla lontananza dallo sfarzo e sulla scarsa considerazione sociale ha senso farlo con riferimento ai primi testimoni di Gesù Bambino: i pastori. Persone che – nell’ipotesi, così spesso rilanciata, secondo cui i Vangeli non riferiscono il vero e siano mere costruzioni romanzate di ciò che accadde – non solo non dovrebbero comparire per primi davanti a Gesù, ma non dovrebbero neppure essere nominati.
Lo stesso che accadde con la resurrezione, evento le cui prime testimone furono le donne, all’epoca tutt’altro che considerate, e che – con riferimento alla presunta inattendibilità storica dei Vangeli – porta il vaticanista Andrea Tornielli giustamente ad osservare: «Gli inventori del racconto evangelico, della “fiaba” bella e cruenta iniziata con la nascita di Cristo e terminata con la sua crocifissione e resurrezione, sarebbero […] stati così poco accorti da menzionare come primi testimoni, sia della nascita che della risurrezione persone la cui parola nella società giuridica dell’epoca non aveva valore. Personaggi, nel caso dei pastori, persino poco raccomandabili» (Inchiesta su Gesù Bambino, Gribaudi, Milano 2005, p. 146).
Ecco che allora quanto sommariamente ricordato rispetto al Presepe da un lato smentisce i luoghi comuni che vorrebbero Gesù Bambino «arabo», «povero» e «migrante» e, dall’altro, non fa che confermare, per ragioni logiche prima di tutto, l’autenticità del racconto dei Vangeli così sovente contestata. Un’ultima parola, rispetto alla povertà, deve tuttavia essere spesa sottolineando che se, come detto, Gesù non nacque povero – al massimo “da” povero, ma solo per motivi accidentali -, rimane comunque vero che la nascita di quel Bambino fu in effetti un segno della “povertà di Dio” che in questo modo scelse, incarnandosi del tutto gratuitamente come creatura mortale, di offrirsi all’umanità: in questo senso sì, e solo in questo, il Presepe testimonia una povertà da non inquadrarsi però in termini economici o materiali, perché fu anzitutto Amore.

http://giulianoguzzo.com/2015/12/18/controstoria-del-presepe/
 

24 novembre 2015

Il barcone del multiculturalismo è affondato nell’abisso del “politico”

di Alessandro Rico

Dopo le stragi dell’ISIS, i cugini d’oltralpe hanno aperto gli occhi su una realtà agghiacciante. La Francia, come il Belgio, è piena zeppa di immigrati di terza generazione che la odiano visceralmente, che s’immolerebbero pur di causarle sofferenze e lutti. Il 14 novembre sancisce, o ribadisce, la crisi del multiculturalismo. Un modello che, per la verità, si era incrinato almeno da quando le banlieue, periferie squallide, degradate, neglette, si erano trasformate in polveriere. Il passo dalla miseria e dall’emarginazione alla radicalizzazione su base religiosa è breve. Né si pensi che la via d’uscita stia nelle politiche sociali: multiculturalismo corretto con welfare. I cordoni della borsa di mamma Stato non li si può allentare a colpi di kalashnikov. D’altronde il multiculturalismo delle liberal-democrazie occidentali rimane un fallimento anche con la redistribuzione. Empiricamente lo dimostra il Nord Europa: le grandi socialdemocrazie sono state attraversate da gravi ondate xenofobe, alimentate dal malcontento di contribuenti che mantenevano stranieri lavativi e spesso privi di qualunque affezione nei confronti della nazione che li ospitava.
Il difetto del multiculturalismo, però, non è solo pratico. I suoi teorici non sono riusciti, secondo me, a offrire una soluzione convincente al problema del “politico”. L’essenza della politica, diceva Carl Schmitt, sta nella contrapposizione amico-nemico, tanto radicale e insanabile da poter essere esasperata fino alla guerra. La possibilità concettuale della guerra è hobbesianamente lo spettro che incombe sulla politica, la quale in un certo senso è l’arte di negare se stessa: la dicotomia amico-nemico ne abita i più reconditi meandri, ma la politica va alla ricerca di stratagemmi istituzionali per canalizzare, regolare, organizzare un conflitto che non può mai rimuovere. Ogni società è “portatrice sana di guerra”. Invertirei pertanto l’adagio di von Clausewitz, “la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi”. È la politica a essere la continuazione della guerra con altri mezzi, mezzi che non precipitino la società in quella che Hobbes massimamente paventava come la “morte” del corpo politico. La “neutralizzazione”, per Schmitt, è invece la grande illusione del liberalismo. Lo si vede bene in Rawls, che appunto fonda un “liberalismo politico” sul principio della ragionevolezza, la parziale rinuncia ai propri interessi per addivenire a un sistema di cooperazione sociale che tutti possano ragionevolmente accettare. Su questa base, si è innestato il ragionamento multiculturale: le diverse identità, religioni, usanze, possono essere accomodate. Ma questo vale per una civiltà che ha fatto del perseguimento della “neutralizzazione” il motore della sua modernità politica. Non così per l’Islam. Moderati o immoderati, i musulmani sono incompatibili con la democrazia liberale. Quelli che la accettano devono fare violenza al loro modo di pensare, superare l’imbarazzo, farci l’abitudine. Quelli che non l’accettano si condannano da soli alla segregazione, a loro volta segregano; poi la strada fino al jihad non è certo in salita.
Il liberalismo multiculturale non ci ha mai spiegato in che modo la convivenza con popoli che non hanno conosciuto la nostra modernità (buona o cattiva che sia stata) possa sussistere senza riaccendere il conflitto politico che era sopito, latente, ma non dissolto. Il multiculturalismo ha semplicemente ignorato l’inquietante interrogativo schmittiano. Ha dimenticato le brutali fatiche patite dall’Occidente nel conquistare alla guerra lo spazio della politica. Ha dato per scontato che l’Islam fosse pronto a integrarsi in questa “tecnologia” del potere che è un’invenzione locale, niente affatto universale, niente affatto esportabile. Quel liberalismo multiculturale, allora, ha provato a spostare su di sé l’onere dell’integrazione. Ha di buon grado eroso la propria identità, disintegrando per integrare, anche perché la rimozione del cristianesimo, che dell’Occidente è il nocciolo con tutto ciò che ne consegue, faceva parte del disegno modernista. Il risultato sono le scintille di guerra che si riattizzano proprio dove pensavamo di aver soffocato ogni braciere: nel cuore dell’Europa. La guerra è ricominciata in casa nostra perché la guerra non poteva finire. L’illusione kantiana della pace perpetua si è infranta sullo scoglio del “politico”. Ne emergerà uno stato d’eccezione – lo stato d’emergenza di tre mesi proclamato da Hollande?
Sovrano, sostiene Schmitt, è chi nello stato d’eccezione impone la propria decisione. A Parigi si intona la Marsigliese, ma alle amministrative correrà un partito musulmano. Perché la politica è la continuazione della guerra con altri mezzi.
 

03 agosto 2014

O nigrizia o morte

di Marco Crevani

“O nigrizia, o morte”

(San Daniele Comboni, XIX secolo)

Cari fratelli, siamo fregati  e contenti di farci fregare.
Ci hanno indicato mete avvincenti, un po’ scontate ma comunque impegnative, così da poterci tuffare a testa bassa nell’“impegno”: accoglienza, solidarietà, dialogo…e noi giù, volenterosi, a guadagnarci il Regno dei Cieli. Quelli che ci hanno fregato intanto, poverini, pensano solo al regno di questo mondo, ma conquistandolo divorano i poveri e anche noi. E allora ? Allora avanti, buoni cristiani! Ci vuole ancora più accoglienza, solidarietà, dialogo, e fronti uniti di indignazione (ma quale dialogo!) contro i “razzisti” cattivi che non lo capiscono !
Accogliere e dialogare, dialogare e accogliere fino a fare proprie le ragioni degli altri, fino a dimenticare chi siamo, la saggezza dei santi, i fratelli nostri martiri, fino al fastidio per il nostro passato. E dopo... quanti schiavi, quante prostitute, quanta violenza! (ma ben il 70 % dei violentatori è italiano!)
E la fame, laggiù, non passa, i dittatori prosperano, i grandi fanno affari, stipendi e posti di lavoro, prezzo degli alimenti, delle materie prime, delle case come variabili dipendenti dalle speculazioni finanziarie…e armi, armi, armi e guerre come industria senza crisi.
Unico a sentirsi così sicuro da confessare la verità, Alan Greenspan, presidente fino al 2006 della Federal Reserve, ha più volte affermato che l'immigrazione clandestina consente un significativo "contributo" per la crescita economica degli Stati Uniti, fornendo una forza lavoro flessibile. 
Senza milioni di irregolari e clandestini cioè, il costo del lavoro sarebbe troppo “rigido” ed elevato per i padroni delle grandi compagnie, quelli che fra stipendi e dividendi gravano sui bilanci quanto migliaia di posti di lavoro! Ma per noi, buon popolo bue solidale e generoso, l’importante è “accogliere sempre”, questa è la parte che ci è stata assegnata (e ne siamo ben felici, gratificati!), è dare “segnali forti contro il razzismo”, cioè contro chi si sente solo, minacciato, nell’alternativa fra moschee sotto casa e sfilate di teste rasate…e con quali risorse per discernere? Genitori inadeguati sperduti fragili tentati separati, pensieri deboli, debolissimi ovunque, scuola chiesa piazza giornali internet, tolleranza, tolleranza, tolleranza e non rispetto, diversità e mai identità, lingue tagliate, parole straniate, focolari spenti e murati, paesi uguali e vuoti.
O si costruisce, e si esporta, gusto per la vita, carità e giustizia a tutto campo, o si importa degrado, debolezza in malafede e senza vere risposte.
“Contro la fame cambia la vita” ci dicevamo un tempo.
Dare il pane all’affamato, da bere all’assetato, vestire l’ignudo e rendere giustizia all’oppresso è più urgente che mai, ma su questo piccolo pianeta,  può prendere solo il segno e il senso di un'unica grandissima emergenza: MISSIONE, quindi SVILUPPO, là dove i poveri nascono crescono soffrono e comunque, nella stragrande maggioranza, RIMANGONO, in silenzio, senza lacrime, perché non sanno neanche di essere qualcuno, di avere una dignità, di essere chiamati alla Vita Eterna.
 

18 luglio 2014

“O si esporta decoro o si importa degrado”

di Marco Crevani
Questa regola, che forse appare un po’ drastica, è quella che mi riecheggia l’osservare l'invasione senza limiti. Ripeto, e sottolineo: OSSERVARE; non sto infatti  trascorrendo le ferie in qualche campo profughi, come i nostri tiranni vorrebbero che facessero (questo, non altro!) tutti i "bravi cattolici": le castagne dal fuoco io non gliele levo! Se devo essere "solidale" lo faccio lontano dai riflettori  e dal mainstream. Chi ha passato un po’ della sua vita con un pugno di giovani africani armati…di giratubi e filiere a vincere con la gente della savana la sfida dell’acqua potabile, non ha bisogno dei falsi moralisti guerci per capire la vastità del problema e delle soluzioni…CHE SONO TUTTE IN AFRICA. Nel 1993 rientravo da due anni di volontariato in Africa e come un pugno nello stomaco ritrovavo per strada file di donne africane: non coi secchi vuoti in attesa dell'acqua, ma con gli occhi vuoti, sotto chili di trucco, ad aspettare "clienti"…

Non mi veniva e non mi viene in mente altro se non lo stile del volontario: conoscere i problemi delle persone, cercare insieme soluzioni, ridare dignità e speranza. Il problema non è "la mancata integrazione nella nostra società": i problemi nascono tutti, logicamente, dove è partita la tratta. Penose formule stracotte: "Ormai sono qui !" "Vengono da situazioni allucinanti", "I viaggi della speranza". Rosari irresponsabili che si traducono in tragedie crescenti. Quasi  che il mondo sia "vivibile"… solo a casa nostra. E questo come lo chiamamo se non razzismo? Il mondo è l'intero pianeta, tutti devono poter vivere dignitosamente dove sono nati, e se gli va di viaggiare, farlo per scelta e non perché costretti o illusi di andare a "star meglio". Io in Africa, accanto a miserie indicibili ho respirato SPERANZA: con investimenti pari a un mese di operazione “Mare Nostrum” si tira avanti vent’anni  garantendo a centomila persone acqua pulita, agricoltura migliorata, vaccinazioni e sanità di base, con tutto il lavoro indotto e la formazione al contorno. Speranza… perfino quella della donna che, non avendo altro, per far crescere meglio il bimbo che ha in grembo inghiotte terra ricca di sali minerali: povertà estrema? Certo, ma infinitamente più ricca di chi potrebbe dare il meglio a suo figlio e lo elimina inghiottendo un sofisticato prodotto di sintesi dell’industria farmaceutica, o del mondo che rivendica l’opportunità di farlo a pezzettini, quel bimbo, per coltivarci pezzi di ricambio in favore di corpi destinati a perire.

La drastica regola enunciata all’inizio appare evidente se, guardandoci intorno, ci riconosciamo per quello che siamo, una civiltà al tramonto. Le civiltà in crescita, infatti, creano ed esportano architetture, stili di vita, lingue, culture. Le civiltà al tramonto non esportano che beni di lusso, sempre più “di nicchia”, importano stili di vita estranei e raccogliticci insieme a masse umane necessarie a mantenere popolazioni vecchie, fragili, amareggiate del presente e impaurite del futuro, un processo involutivo che nella paura e nei piccoli egoismi personali, più o meno giustificati, non scommette più su famiglia e figli e dalla crescente solitudine trova nuovi motivi di paura e di amarezza. Anche la lingua, la cultura non è più quella di un popolo, diventa una giustapposizione di convenzioni in ambiti sempre meno comunicabili (“i saperi”?). E’ sintomatico incontrare luoghi di raduno ben definiti e distinti. In alcuni ambiti di svago si sente parlare solo ispano-americano, in certe aree, nelle ore “morte” delle badanti, ti senti come a Lvov o a Bucarest e non parliamo delle stazioni nelle ore di imbarco/sbarco di ambulanti senegalesi o, peggio, prostitute nigeriane. Queste persone stanno integrando la loro cultura con la nostra? Sta nascendo qualcosa di fecondo ? O non stanno chiudendosi in un  ghetto senza mura,  magari i loro figli in una baby gang “etnica”? Non parliamo delle banlieues dove pochi anni fa grazie a predicatori rappers i cui nonni pascolavano greggi algerine,  piccoli proletari mezzo islamici e mezzo nichilisti si divertivano a bruciare le Renault dei superstiti sessantenni discendenti di Carlo Martello che ancora non si servono alla macelleria “halal”.

O si esporta decoro, o si importa degrado. Mi spiace, ma non vedo vie di mezzo. O si genera lavoro, serio, e si fanno crescere anche altri mercati, altre società, con le loro culture, i loro stili, la dignità comune a ogni essere umano, o si importano per ogni lavoratore (al posto dei nostri ragazzi viziati, sottraendo cervelli e braccia allo sviluppo delle loro terre) almeno dieci disperati che sognano di stare comunque meglio. Non avremo mai una buona legge sull’immigrazione né una buona legge sulla cooperazione allo sviluppo, finché queste leggi non saranno una sola.

Non voglio però unirmi al coro impotente degli sfiduciati e degli impauriti. Io credo ancora nell’ "esportare decoro", valori, dignità, benessere, ma solo chi ha riferimenti certi lo può fare. Chi vede già al di là della fine dell’Impero, e non ci piange su, ma immagina cosa verrà dopo, e comincia a costruirlo. Al di là della fine dell'Impero…come S. Agostino. Morì durante l’assedio dei Vandali alla sua Ippona, ma costruì un mondo nuovo, per la sua Ippona, per i Vandali, per la Chiesa. Sì: l'import-export di decoro e valori lo facciamo solo sulle orme dei santi, Vangelo alla mano.