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06 febbraio 2019

Totalitarismo e Dichiarazione dei diritti dell'uomo

Dottorato in scienze politiche (EHESS), Guillaume de Thieulloy è l’editore di un gruppo di media francesi di stampo conservatore. È stato anche membro dello staff del vicepresidente del senato francese, Jean-Claude Gaudin. Questo articolo è stato originariamente presentato ad una conferenza del centro Notre Dame per l’etica e la cultura, il 3 novembre 2018.
Traduzione di Riccardo Zenobi. Link originale

È suggestivo per gli storici della Rivoluzione francese che, pochi mesi dopo la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino (26 agosto 1789) iniziò il Terrore e, con esso, il primo esperimento di sterminio deciso da una forza politica contro la sua popolazione – specialmente in Vandea. Questa enorme differenza tra diritti umani e Terrore appare strana: non è semplice capire come, dopo il riconoscimento pubblico della dignità umana, la stessa forza politica può organizzare grandi stermini di esseri umani.
La mia tesi è che il Terrore o, parlando in generale, il totalitarismo non è contro la dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino. Al contrario, è una possibile conseguenza della separazione dei diritti umani dalla natura umana e dal Creatore di questa natura – separazione che è ufficiale nella stessa dichiarazione del 1789.

Certamente, devo ammettere che questa tesi è in parte provocatoria, non solo da una prospettiva politica, ma anche da una prospettiva cristiana. Tutto l’insegnamento recente della Chiesa afferma o almeno implica, al contrario, che la dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino è la versione secolare del Decalogo. Su questo punto il magistero sta seguendo il grande filosofo tomista francese Jacques Maritain che scrisse in I diritti dell’uomo e la legge naturale (pubblicato nel 1948, proprio quando l’ONU stava per pubblicare la sua dichiarazione universale dei diritti umani): "La legge naturale e la luce della coscienza morale dentro di noi non prescrivono soltanto cose da fare e da evitare; riconoscono anche diritti, in particolare, diritti connessi con la genuina natura dell’uomo”. Questa affermazione è, indubbiamente, in gran parte corretta. [1] Ma voglio insistere su questo punto: la visione moderna dei diritti umani – e a maggior ragione la visione postmoderna dei diritti umani – non è soltanto una trasposizione secolare parola per parola della legge naturale, ma ha una logica molto differente e, in certo modo, opposta.

La dichiarazione contro la natura umana
L’essere umano della dichiarazione non è un essere umano concreto: è un individuo separato da altri esseri umani. Possiamo ritenerlo una “monade”, come la definisce Leibniz. O, meglio, con le parole di Ernest Renan – un grande sostenitore dei principi del 1789 – come un “essere astratto, nato orfano, vissuto scapolo, e morto senza figli”.
Per essere più precisi, significa che la dichiarazione del 1789 si erge fortemente contro ogni radice dell’essere umano: nessuna famiglia, nessuna provincia o tradizione aggregante.
Molti dei costituenti dell’89 non credevano che la legge naturale, e la stessa natura umana, fossero conoscibili tramite la ragione umana. Questo fatto può forse sorprendere il lettore, in quanto dopotutto gli autori della Dichiarazione parlano molto spesso di natura. Ma mentre ne parlano, generalmente si riferiscono al mitico stato di natura, non alla reale natura umana. E anche coloro che credevano in una natura umana che potesse dettare diritti umani rifiutano la natura storica degli esseri umani

La dichiarazione e Utopia
I costituenti sognarono una società totalmente nuova e un essere umano totalmente nuovo, o tabula rasa.
Erano specialmente interessati nella promozione di un deciso egualitarismo: non condannavano solamente i privilegi ma ogni ineguaglianza. Alcuni moderati provarono a dichiarare nel primo articolo: “Gli uomini sono nati uguali nei diritti” – senza la parola “rimangono” – ma la maggioranza rifiutò e impose questa sentenza che è chiaramente falsa: “gli uomini nascono e rimangono liberi ed uguali nei diritti”.
La questione dell’uguaglianza in diritti alla nascita è principalmente una questione di comprensione dei termini: uno può dire che tutti gli uomini condividono la stessa natura umana e una uguaglianza fondamentale; lo stesso è stato detto da molti Re francesi e non era essenzialmente opposto alla nozione di privilegio. Oppure si può dire che essere nato in questa o quella famiglia significhi una ineguaglianza dalla nascita. Ma, ad ogni modo, è facile comprendere cosa intendiamo con eguaglianza di diritti alla nascita. La questione di una uguaglianza fondamentale dopo la nascita e durante la vita è molto più complicata. Si può anche dire che le comune natura e la comune dignità sono condivise durante la vita. Ma in questo caso, non possiamo comprendere la seconda sentenza dell’articolo: “le distinzioni sociali possono basarsi sulla comune utilità”. Ritengo che significhi che l’essere umano di questo articolo non è un essere umano reale ma piuttosto un obiettivo della nuova società: la società ora deve operare per costruire una “vera” uguaglianza in diritti. Ed è per questo che, dopo il 1789, l’egualitarismo e specialmente il socialismo hanno avuto una così grande ascesa nel dibattito politico francese.
Un ultimo indizio riguardo questo utopismo dei costituenti sta nel loro attaccamento al mito dello “stato di natura” e al connesso mito del “contratto sociale”. Come ho detto sopra, quando i costituenti parlano di natura umana, solitamente parlano di questo inesistente stato di natura, non della natura umana.
Parlando genericamente, rifiutano di ascoltare la voce della storia e l’esperienza degli antichi. E ciò li guida a dichiarazioni molto strane. Per esempio, la dichiarazione dell’agosto 1789 afferma nel suo articolo 16: “ogni società nella quale la garanzia dei diritti non è assicurata, né la separazione dei poteri determinata, non ha costituzione”. Il che significa chiaramente che la Francia nel 1789 non era “costituita” – anche se, all’epoca, ha vissuto come nazione per quasi 12 secoli!

La dichiarazione e lo statalismo
Un’altra opposizione tra la dichiarazione e la dignità umana, e specialmente la libertà umana, giace nello statalismo del testo. Ancora una volta, ciò tende a sorprendere. Siamo più familiari con l’individualismo dei principi del 1789. E, di certo, lo statalismo era, all’epoca, solo alla sua alba. Abbiamo visto di molto peggio nel ventesimo secolo.
Ma la dichiarazione del 1789 promuove anche un forte statalismo. Nel suo articolo 3, viene detto: “Il principio di ogni sovranità risiede essenzialmente nella Nazione. Nessun corpo, nessun individuo può esercitare autorità che non derivi espressamente da essa”. Il che significa che nessuna autorità può essere fondata eccetto l’autorità politica: per esempio, un manager o un padre sono supposti ricevere dalla nazione la loro autorità sulla loro impresa o famiglia. Questa è una conseguenza assurda del contratto sociale di Rousseau, che conosce solo individui e l’intero corpo politico, ma nulla in mezzo.
Perciò questo testo non è esattamente una dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, come il titolo afferma esplicitamente: questo essere umano è un “non ente”; è un’astrazione, come abbiamo visto prima.
Così tali diritti umani sono i diritti di un essere umano virtuale, in uno stato di natura che non esiste. E i diritti politici del “cittadino” menzionato sono diritti in una città che non era ancora costituita. Devo nuovamente puntualizzare che la Dichiarazione fu pensata come il primo passo per costituire la Francia, perché, per questi strani costituenti, la Francia che ha vissuto come nazione sin dalla fine del quinto secolo è stata supposta non costituita alla fine del diciottesimo!

La dichiarazione e l’onnipotenza della legge
Tutto il pensiero rivoluzionario punta alla legge e al potere legislativo: i filosofi politici francesi lo chiamano légicentrisme, una visione politica focalizzata sulla legge. Ma questa legge non è la tradizionale visione della legge, riassunta da Tommaso d’Aquino il quale spiega che “la legge è un ordine della ragione per il bene comune stabilito e promulgato dalla persona in carica nella comunità” (ST 2.2.90).
All’opposto, l’articolo 6 della dichiarazione dice, “la legge è l’espressione della volontà generale”. Dunque la legge non ha nulla a che fare con la verità, e tutto con la volontà – e, più precisamente, una volontà onnipotente. Dunque, se la “volontà generale” decide che gli abitanti della Vandea sono “animali”, non possono più rifarsi alla protezione dei diritti umani – da qui il Terrore è logicamente compatibile con la Dichiarazione.
In tale visione, la legge è onnipotente: può plasmare la società e lo stesso essere umano. E questa visione, ancora effettiva, spiega perché il parlamento vede sé stesso capace di aggiustare la verità storica o di cambiare la natura del matrimonio – addirittura di mutare un uomo in donna.

La Dichiarazione e Dio
Possiamo leggere la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino come data da Dio. Questa è chiaramente la lettura di Jacques Maritain. Come Dio ci ha dato il decalogo, che riassume i nostri doveri verso di Lui e verso il prossimo, Egli ci dà la Dichiarazione, che riassume i nostri diritti.
Ci sono alcuni argomenti a supporto di questa lettura. Il più forte è nel testo stesso della Dichiarazione. Appena prima degli stessi articoli, possiamo leggere questa sentenza nel preambolo: “L’assemblea nazionale riconosce e dichiara, alla presenza e sotto gli auspici dell’Essere Supremo, i seguenti diritti dell’uomo e del cittadino”.
Ma, se leggiamo attentamente, l’Essere Supremo non è l’autore: è solo un testimone prestigioso di questo momento solenne. Inoltre, uno dei più famosi costituenti dell’epoca, Virieu, disse: “Ciò che mi tocca di più, è l’invocazione all’Essere Supremo. Non si dice che riceviamo questi diritti dalla Natura; è un accordo negoziato dalla nazione sotto gli auspici della divinità”. I diritti nella Dichiarazione non sono i diritti naturali nel senso classico della parola: se lo fossero, dovrebbero essere radicati nella natura umana, ma la natura umana non significa nulla per i costituenti.
Il vero autore della dichiarazione è l’assemblea nazionale. E la sua azione è duplica. In primo luogo, riconosce diritti preesistenti. Ma, contrariamente al diritto naturale classico, questi diritti non sono dedotti da una legge superiore, alla quale l’Assemblea Nazionale deve obbedire: l’Essere Supremo non dice nulla ai costituenti. È un testimone muto. E in secondo luogo, l’Assemblea Nazionale dichiara i diritti, in modo da crearli dal nulla.
Quindi, qualsiasi cosa la menzione dell’Essere Supremo possa significare, è praticamente certo che i diritti della Dichiarazione non sono dati da una legge superiore. Recentemente, un senatore socialista, Jean-Pierre Michel, spiega chiaramente questa nozione: “Ciò che è giusto è ciò che dice la legge. Tutto qui. E la legge non fa riferimento ad un ordine naturale. Si riferisce ad un bilancio di forze di un dato momento. E questo è tutto”.

Diritti umani dopo il 1789
I moderni diritti umani arrivano dopo il 1789.
Il prossimo passo è la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948. Molte persone leggono questo nuovo testo come un ritorno all’essere umano reale – visto come un lavoratore, un padre o un marito, o (detta brevemente) come un essere umano concreto, radicato nelle sue comunità e corpi sociali o religiosi. Ma l’utopia resta: molti dei diritti sociali o economici menzionati nella Dichiarazione Universale non hanno nulla a che fare con i diritti umani. Certamente, è bene che tutti abbiano cibo e un tetto sotto cui vivere, ma questo non è un diritto umano nello stesso senso in cui lo è il diritto alla vita. Il diritto alla vita implica che nessuno ha il diritto di uccidere un innocente e che lo stato è obbligato a proteggere la vita dell’innocente. Ma lo stato non è obbligato ad alloggiare o nutrire chiunque – e nemmeno tutti i cittadini.
Ma, il passo ulteriore è forse più importante. Dopo il 1968, i diritti umani hanno mutato la loro natura: sono diventati diritti degli individui come parti di “minoranze” – e, molto spesso, contro la stessa natura umana.
Alcuni nuovi “diritti” sono diritti alla negazione di qualche bene naturale: per esempio, non un diritto alla vita, ma un diritto all’aborto e all’eutanasia, che negano la vita. E alcuni altro nuovi “diritti” sono diritti ad andare oltre la natura o contro la natura. Per esempio, il diritto per le coppie omosessuali di crescere bambini, anche se naturalmente tali copie non possono far nascere un bambino. O, forse ancora più sorprendentemente, se sono nato come ragazzo, ho il “diritto” di essere visto come una donna.
Questa nuova visione dei diritti umani ci guida lontani dai diritti umani al transumanismo e al diritto di non essere limitati da una natura umana “fascista” – come dicono filosofi decostruttivisti come Derrida e Foucault.
Non è il momento di esporre in dettaglio questa sovversione postmoderna dei diritti umani. Ma devo menzionare due recenti e stimolanti libri su questo tema. Il primo è del mio caro insegnante Pierre Manent, La loi naturelle et les droits de l’homme. Come potete vedere, questo titolo capovolge quello di Maritain: non so se il titolo vuole prendere Maritain come bersaglio, ma sicuramente le sue tesi sono criticate. Ad ogni modo, questo libro contiene alcune pagine convincenti sui diritti LGBT in quanto opposti alla reale nozione di natura umana. Il secondo libro è di una persona molto pratica della legge e della corte europea dei diritti umani, il mio amico dott. Grégor Puppinck, intitolato Les droits de l’homme dénaturé, che espone molto chiaramente quanto è lontana la nuova giurisprudenza internazionale sui diritti umani dalla classica legge naturale ed anche dalla nozione moderna dei diritti umani.

Conclusione
Come ho notato all’inizio, il filosofo cattolico francese Jacques Maritain espone che la dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino è stata, in un certo modo, una trascrizione secolare della legge naturale riassunta nei dieci comandamenti. Sembra essere ovvio: se Dio mi chiede di non uccidere il mio prossimo, significa che questo prossimo ha il diritto di vivere. Privarlo della sua vita significherebbe privarlo del suo ius, del suo diritto; sarebbe ingiusto. Devo aggiungere che Maritain e l’insegnamento contemporaneo della Chiesa sono nel giusto nel ricordarci che i diritti umani sono stati largamente rivelati all’umanità tramite la rivelazione biblica.
Ma la trascrizione secolare cambia l’intero significato del testo. Nella dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, troviamo 3 caratteristiche importanti. In primo luogo, questi diritti non sono radicati nella natura umana creata da Dio: dunque possono mutare. Secondariamente, questi diritti non sono le conseguenze di doveri. Gli unici doveri che possiamo vedere nella dichiarazione sono doveri politici, non doveri morali. Dunque la dichiarazione comincia a lusingare il nostro istinto al piacere, non a stimolare il nostro desiderio per il bene. Così è molto lontana dalla migliore base per una società. E, terzo, questi diritti non sono dati da Dio, sono negoziati tra pari. Questo contratto negoziato è un terreno molto fragile per promuovere la dignità umana.
I totalitarismi del XX secolo asserivano di rispettare i diritti umani ancora meglio rispetto alle democrazie liberali, e affermavano di agire nel quadro di riferimento di un processo legale ufficialmente collegato alla dichiarazione del 1789. Ma in questi regimi, il potere politico aveva la possibilità di escludere legalmente ogni categoria di esseri umani dall’umanità. Il loro rispetto formale per la dichiarazione nascondeva un crudele combattimento contro la dignità umana.

Abbiamo adesso ciò che Papa Benedetto XVI chiamò la “dittatura del relativismo”, nella quale chiunque può affermare i diritti umani di amministrare la morte (con l’aborto o l’eutanasia) oppure può decidere che un essere umano non è più umano (per esempio, un feto “non voluto”) o, al contrario, che un animale o addirittura un robot condivide qualcosa della nostra natura umana. Così possiamo fare ricorso ai diritti umani per mutare o uccidere la natura umana.
Come dice il famoso aforisma postmoderno: “Non ci sono più giusto o sbagliato, solo diritti”. Ma questi “diritti” non hanno né base né stabilità. È dunque urgente proporre una nuova critica di questi diritti umani, sia moderni che postmoderni, e tornare alla visione aristotelica o tomistica della legge naturale come migliore salvaguardia per la dignità umana.


[1] Nota dell’editore: anche questa dichiarazione di Maritain necessiterebbe di essere ulteriormente precisata. I giuristi roani e i più grandi dottori scolastici usavano diritto (ius) nel senso di oggetto della virtù di giustizia. Ossia, più semplicemente, la cosa dovuta ad un altro. Per esempio, il pane che un panettiere deve a qualcuno che lo ha pagato per quel pane. Ma all’inizio della modernità diritto inizia ad essere usato nel senso di una forza morale, ossia ciò che qualcuno deve avere il permesso di fare senza interferenza. Come Pietro Ispano mostra, il senso moderno è un’estensione analogica (fatta propria successivamente da scolastici barocchi come Suarez), e originariamente significa che se una cosa è diritto di qualcuno, allora il potere o la licenza che si ha di fare certe cose o con tali cose è anch’essa dovuta al soggetto, i.e. è suo diritto. Per esempio, se un pezzo di pane è ius di qualcuno, allora mangiarlo è anche suo ius. Ossia, deve essergli permesso di mangiare il pane. Ma all’inizio della modernità un altro spostamento ebbe luogo. L’estensione analogica di ius, diritto visto come potere, inizia ad essere vista come il primo analogato, e il diritto oggettivo, l’oggetto dovuto ad un altro, come un’estensione analogica. I teorici dell’illuminismo sostengono che qualcosa è dovuto ad un altro, perché egli ha una forza morale inviolabile di domandarlo. Invece del fatto che il potere è un effetto del fatto che gli è dovuto qualcosa. Henri Grenier espone le conseguenze: “Se il diritto oggettivo è inteso come diritto nel senso più stretto, segue che il diritto soggettivo, i.e., il diritto come potere, è misurato da ciò che è giusto, in accordo con la conformazione alla legge. Inoltre, poiché la legge è un ordinamento al bene comune, segue che l’intero ordine giuridico è diretto al bene comune. Ma, se i diritti soggettivi sono intesi come diritti nel senso primario, stretto e nel significato formale del termine, segue che l’ordine giuridico consiste in una certa autonomia, indipendenza e libertà. In quanto i diritti soggettivi non sono misurati da ciò che è giusto, ma ciò che è giusto è misurato dalla facoltà inviolabile, che è una certa libertà. Dunque, secondo i moderni, l’ordine giuridico è diretto alla libertà invece che al bene comune. Questo dà luogo ad errori nei moderni, che parlano di libertà di parola, libertà di culto, libertà economica – liberalismo economico – senza alcuna considerazione della loro relazione al bene comune.” (Moral Philosophy § 960). Nelle teorie dell’inizio della modernità (manifestate, per esempio nella Dichiarazione d’indipendenza americana), il potere soggettivo è ancora visto come radicato in una natura umana creata. Ma come Guillaumee de Thieulloy mostra nel presente saggio, la Rivoluzione francese si muove ancora oltre verso il soggettivismo.

 

18 gennaio 2016

Stupidario dei (finti) oppositori alle unioni civili



di Giuliano Guzzo

A costo di apparire provocatorio ammetto che ultimamente nutro molta più stima – sinceramente – nei confronti di coloro che, in Parlamento e fuori, si battono a favore delle unioni civili. Per una ragione semplice: i sostenitori del ddl Cirinnà operano alla luce del sole, dicono quello che vogliono e non fanno a gara a chi paluda meglio le proprie intenzioni e a chi rilascia la dichiarazione più politicamente corretta. Che è invece quanto accade da giorni nel mondo cattolico, dove prelati e politici, cardinali e semplici fedeli sembrano impegnati in un estenuante duello a chi la spara col silenziatore migliore, disapprovando nozze gay e utero in affitto senza disturbare nessuno.

In realtà, i cattolici che volessero indicazioni su come muoversi davanti ad un progetto di legge come il Cirinnà – dal Catechismo ad uno specifico documento del 2003 della Congregazione per la Dottrina della Fede, dalla testimonianza di tanti valorosi laici a quella dell’allora cardinal Bergoglio, che nella sua Argentina convocò «almeno cinquantamila persone» dando loro «appuntamento nella piazza del Congresso con lo slogan: “I bambini hanno bisogno di un babbo e di una mamma”» (La Repubblica 15/7/2010 p. 32) – avrebbero solo l’imbarazzo della scelta. Eppure, immemori del fatto che un cattolico dovrebbe pensare più alla salvezza dell’anima che a quella della reputazione, molti si rendono autori di “perle” oggettivamente sconcertanti.

Qualche esempio può aiutare a capire meglio di cosa si sta parlando. Perla numero uno: «Sì al riconoscimento di alcuni diritti, ma no al matrimonio omosessuale». Tradotto dal politichese: per la “cellula fondamentale della società” niente massacro, signore e signori, ma solo eutanasia. Infatti anche i bambini, ormai, sanno che le unioni civili sono l’anticamera per le nozze arcobaleno, e solo una smisurata fiducia nell’ingenuità di chi ascolta può spingere qualcuno a ricorrere ad affermazioni simili. Il fatto quindi che il «sì al riconoscimento di alcuni diritti, ma no al matrimonio omosessuale» ci venga propinato molto più spesso dovrebbe farci riflettere sulla stima intellettuale di cui, come popolo, godiamo agli occhi di tanti.

Perla numero due: «No alle unioni civili, si pensi prima all’impoverimento delle famiglie o a quelle vittime dell’usura». Ora, a prima vista questa affermazione pare in linea col Magistero della Chiesa, ma in realtà lo è solo apparentemente. Infatti, anziché limitarsi al «no alle unioni civili» – che è tutto quanto dovrebbe dire chi intende opporvisi -, aggiungere quel «si pensi prima all’impoverimento delle famiglie o a quelle vittime dell’usura», lascia trasparire chiaramente come l’ostilità al ddl Cirinnà sarebbe motivata non tanto da ragioni di giustizia, ma solo di opportunità per non dire di pura tempistica. Per cui state pur certi che, in cuor suo, ogni autore di questa seconda perla tutto è fuorché qualcuno contrario all’agenda LGBT.

Perla numero tre: «No alle unioni civili, ma sì ad alcuni diritti». Il solo udire un «no, ma», a ben vedere, dovrebbe inquietare a prescindere, ma in questo caso l’odore di fregatura è davvero netto e dimostrativo del fatto che gli autori della perla numero tre – un po’ come gli autori di quella precedente – non sono contrari al ddl Cirinnà, ma semplicemente ne ritengono attualmente opportuna, per mere ragioni tattiche, una formulazione più snella e meno esplicita. Un ulteriore elemento che prova la pericolosità di una simile posizione è quello giuridico: «alcuni diritti» i conviventi, anche dello stesso sesso, li hanno già; anzi, ne hanno parecchi e chi vuole andare oltre o è uno sprovveduto o un finto contrario alle unioni civili.

Perla numero quattro: «L’utero in affitto no, quello è un crimine». D’accordo, ma invece le unioni civili vanno bene? Evidentemente sì, per chi si limita ad una frase corretta ma che, espressa in questi termini, serve solo a distrarre l’attenzione da un appoggio al ddl Cirinnà non esplicito ma sostanziale, non sbandierato ma nei fatti del tutto funzionale alla sua approvazione. Anche perché, nel momento in cui le unioni civili fossero legge, se da un lato l’utero in affitto rimarrebbe comunque alle porte, dall’altro – come mostra una sequenza coerente di pronunciamenti della CEDU, prima fra tutte è «X e altri contro Austria» del 2013 – il diniego alle adozioni omosessuali verrebbe presto bollato e abbattuto dalla magistratura come discriminatorio.

Perla numero cinque: «Giusto dare risposte, ma le adozioni restino fuori». Che è più o meno come dire: se proprio ci tenete, cari politici, qualche picconata alla famiglia datela pure, accomodatevi, però tenevi al largo dalla dinamite. Quest’ultima perla oltre a non costituire una vera opposizione alle unioni civili e neppure – per le ragioni appena ricordate – alle adozioni gay, è forse quella che ha maggiore successo e proprio per questo merita, come le altre e più delle altre, di essere guardata con enorme sospetto. Fermo restando che la sola affermazione non solo giusta ma da rilanciare senza paura, in questa specifica fase, è quella che il Direttore di questo giornale ha più volte ripetuto superando in coraggio, tocca annotare, molti alti prelati: il ddl Cirinnà va ri-ti-ra-to. Punto. Tutto il resto – aggiungo – è compromesso.

(“La Croce”, 16.1.2016, p.2).
 

22 ottobre 2015

I conviventi possono già assistere il partner in ospedale dal 1999. Ecco le leggi.

Pubblichiamo questo articolo di Giuliano Guzzo, da stampare ed estrarre all'occorrenza per dimostrare l'inconsistenza delle argomentazioni strappalacrime a favore delle unioni civili.

Povero Giovanni Scialpi, si trova in ospedale per un intervento ma il “marito” Roberto – riferisce il Corriere.it – «non può assisterlo». Come mai? «Per la sanità e per lo Stato sono un perfetto sconosciuto» lamenta su internet, chiedendo una rapida approvazione della legge sulle unioni civili, l’uomo a cui sarebbe impedita l’assistenza dell’amato ricoverato. Una vicenda che, se fosse vera in questi termini, potrebbe indignare; tuttavia il condizionale qui è d’obbligo dal momento che un dubbio ci assale: quale sarebbe la Legge dello Stato Italiano che ora sta impedendo a Roberto di assistere Gianni? Nel breve articolo del Corriere.it – stranamente – non si fa riferimento alcuno alla spietata norma in nome della quale una struttura ospedaliera, oggi, potrebbe impedire ad un convivente di stare vicino alla persona amata.
C’è di più: dando un’occhiata a quanto prevede il nostro ordinamento, non solo non si trova la Legge che negherebbe al cantante Scialpi il diritto di farsi assistere dal partner, ma si trovano disposizioni molto chiare rispetto non già alla possibilità bensì all’obbligo di informazione da parte dei medici per eventuali trapianti al convivente (art. 3 L. n. 91 1999), nonché ai permessi retribuiti per decesso o per grave infermità cui un convivente anche dello stesso sesso ha diritto (art. 4 L.n. 53 2000). Ora, possibile che la Legge da un lato obblighi i medici ad interfacciarsi – in casi gravi, come sono i trapianti – coi conviventi e dall’altro cacci questi ultimi fuori dall’ospedale? E i medici dove diamine dovrebbero informare una persona dell’eventuale trapianto del convivente? Al bar? Nel parcheggio del nosocomio? Su Skype? Qualcosa, evidentemente, non torna.
E poiché le Leggi poc’anzi ricordate – in particolare la n.91 del 1999 – sono chiare e individuate, mentre quanto mai misteriosa risulta quella che sciaguratamente impedirebbe al convivente di prestare assistenza ospedaliera al proprio partner, il dubbio che quest’ultima non esista neppure, a questo punto, per un elementare ragionamento logico, viene. Tanto più, dulcis in fundo, che se si va a leggere l’ultimo Disegno di legge sulle unioni civili – il cosiddetto Cirinnà bis – laddove questo regolamenta la reciproca assistenza (art. 12) non si rintraccia, neppure qui, l’ombra di una disposizione che sarebbe da abrogare. Insomma, il diabolico divieto che impedirebbe ad un convivente di prestare assistenza all’altro – posto che non si ha notizia di mariti o mogli cui venga intimato, per poter visitare il coniuge, di esibire prima il certificato di matrimonio – sembrerebbe avere un sapore inconfondibile: quello della bufala.
giulianoguzzo.com
PS. Un’amica giurista, l’avvocato Monica Boccardi, ha scritto a questo intervento un commento molto chiaro ed utile, che riporto integralmente: «Nella realtà giuridica, la normativa di riferimento è la legge sulla privacy. Ma nel caso di un ricoverato che non sia giunto in coma, la prima cosa che fanno i medici è proporre al paziente la compilazione di un’autorizzazione relativa alla possibilità di comunicazione dei dati con l’indicazione della o delle persone a cui possono essere date informazioni sulla sua salute.

La normativa che richiama l’ottimo Giuliano Guzzo, copre invece l’ipotesi in cui il paziente sia in coma irreversibile e quindi il consenso alla donazione di organi debba essere rivolta ai più prossimi parenti o al convivente.
Ma vi è di più: La persona ricoverata in ospedale ha DIRITTO a ricevere visite ed assistenza dalle persone che preferisce, siano esse parenti od amici e quindi anche il convivente.
Solo se versa in stato di incoscienza e non può quindi esprimere la sua volontà potrebbe sorgere qualche problema.
Il convivente (dello stesso o di diverso sesso) potrebbe ad esempio non riuscire ad avere informazioni sulle condizioni del compagno o incontrare difficoltà a visitarlo e assisterlo. Il problema può essere risolto con una dichiarazione autenticata dal notaio, fatta quando si è capaci di intendere e volere, nella quale si esprime la volontà di essere assistito dal proprio compagno e si autorizzano i sanitari a fornire allo stesso le informazioni sul decorso della malattia. Infatti, ai sensi dell’art. 82 della legge n° 196/2003 “Codice in materia di protezione dei dati personali”, è espressamente previsto che si possa delegare un terzo ad acquisire i dati personali relativi alla propria salute (estratto da Vivere Insieme Diritti e Doveri dei conviventi a cura di FEDERNOTAI).
L’autorizzazione sottoscritta dal paziente, ovviamente, riguarda anche l’accesso alla stanza e alla cura del paziente ricoverato. In conseguenza di questo, è evidente che le ipotesi sono solo due: o Scialpi ha negato l’accesso al suo convivente oppure “qualcuno” sta dicendo cose non vere…Lo scopo è evidente…».


 

08 marzo 2015

Per rispettare veramente la donna



di Giuliano Guzzo

Più ci si avvicina all’8 marzo e più cresce l’avvilente presagio del sermone mediatico che, ancora una volta, ci toccherà: la donna ha ancora pochi diritti, il mondo è sessista, la parità purtroppo lontana. Il tempo passa ma la musica, suppergiù, rimane questa. E sarebbe essere un problema tutto sommato relativo, da affrontare armati di pazienza, se non vi fossero all’orizzonte sempre più segnali di un degrado della condizione femminile ben più seri del mancato utilizzo, da parte degli italiani, di termini quali “ministra” o “prefetta” o “capa”; sì, perché anche se può sembrare assurdo – e in effetti lo è – l’ultima battaglia del femminismo 2.0 è la modifica del vocabolario comune. Il problema della discriminazione ai danni della donna, viene detto, deriva anzitutto dal linguaggio, l’ultima fortezza sessista ancora da espugnare. La realtà però è ben diversa; e non perché il linguaggio di per sé non conti nulla o sia da ritenersi neutro a priori, intendiamoci.
 

23 ottobre 2014

“Fuga dal Campo 14”


di Stefano Sala
“La persona che più ho odiato, anche più dei miei carcerieri, anche più del dittatore, è stata mia madre, perché mi aveva messo al mondo.” Così inizia la testimonianza di Shin Dong Hyuk, tenutasi sabato 27 presso la libreria Lirus in via Vitruvio a Milano. Shin, classe 1982, è l’unico uomo nato e vissuto in un campo di concentramento nord coreano riuscito a scappare; la sua vicenda è raccontata nel libro “Fuga dal Campo 14” scritto dal giornalista americano Harden Blaine, il quale ha messo per iscritto il racconto di Hyuk.

La storia di Shin, aiutato da un interprete, non ha potuto che coinvolgere i purtroppo pochi ascoltatori (qualche decina, ma dove è stato pubblicizzato l’evento?), i quali hanno partecipato attivamente ponendo al relatore diverse domande, nel corso dell’intervento strutturato più come un’intervista “collettiva” che non come una conferenza frontale. Il nostro, Testimone numero uno della commissione d’inchiesta dell’ONU sulla violazione dei diritti umani in nord Korea, ha risposto con compostezza tutta orientale alle domande che andavano a indagare sulla sua vicenda, e sulla situazione del suo paese. Un paese che vive sotto la dittatura comunista da sessant’anni, e che ha sul proprio territorio oltre al Campo 14, esteso quanto la superficie di Los Angeles, altri quattro campi conosciuti, per una popolazione concentrazionaria complessiva di 200 mila persone. Il sistema dei campi è basilare per la sopravvivenza del regime, permette attraverso il terrore di mantenere sotto controllo e di piegare al volere del dittatore e del partito l’intero popolo nord coreano. Gli abitanti infatti sanno che qualsiasi forma di dissenso, foss’anche una lamentela per la scarsità cronica di cibo, sarebbe punita con il trasferimento all’interno di uno di questi campi; e non solo per il diretto colpevole del “crimine”, ma per tutta la sua famiglia e per le seguenti due generazioni.

Questo è quello che è successo a Shin, il quale non ha saputo rispondere alla domanda sul perché i suoi genitori fossero stati imprigionati da giovani, probabilmente da quel che è riuscito a scoprire sono stati rinchiusi perché dei parenti ai tempi della guerra con il Sud Corea erano scappati in questo paese, e dunque considerati traditori. Del campo racconta soprattutto la fame persistente, una fame ancora più insopportabile delle torture arbitrarie, delle violenze quotidiane delle guardie e delle esecuzioni pubbliche all’ordine del giorno. Una fame che è stata la sua spinta nella ricerca della libertà, concetto sconosciuto a chi è nato dietro al filo spinato, senza un termine di paragone per valutare cosa sia una vita normale, cosa sia una vita in libertà.

Proprio i racconti “culinari” di un nuovo prigioniero del campo, che parlava di cibi neanche mai sognati in prigionia, spinge Shin a decidere di scappare perché “anche se fossi stato preso e giustiziato, almeno per una volta sarei riuscito a mangiare”. Con la fuga inizia il viaggio attraverso il paese, dove Shin può confondersi con gli abitanti dei villaggi che attraversa date le loro condizioni dovute alla denutrizione. Una fuga che lo porterà in sud Corea e infine negli Stati Uniti, da dove potrà raccontare al mondo gli orrori di una dittatura basata sulla fame e la violenza, che porta i figli a denunciare i genitori consegnandoli al boia (cosa per altro successa a Shin) e tratta i propri abitanti, usando le parole di altri rifugiati, “come delle bestie”. Shin non ha parole di odio per i suoi carcerieri; anche a chi domanda cosa pensi di quegli occidentali che niente han fatto per il suo paese, e che anzi dicono non ci sia niente di terribile nella dittatura di Kim Jong Un (da Dennis Rodman a Razzi), risponde semplicemente “un giorno il popolo coreano dirà che erano amici del dittatore”, come a dire che questo basterà come “punizione”.

Grazie al coraggio di Shin Dong Hyuk “ora la comunità internazionale sa, non ci sono più scuse”, come ha detto nel marzo 2014 Michael Kirby, presidente della commissione d’inchiesta dell’ONU sulla situazione in Corea del Nord, davanti al Consiglio dei diritti dell’uomo dell’ONU. Ma viene naturale chiedersi: davvero solo adesso, dopo sessant’anni, la comunità internazionale sa? Perché il silenzio sui crimini di Kim Jong Il e figli? Hanno forse un “colore” più accettabile per l’intellighenzia occidentale e le varie organizzazioni umanitarie? 
Lecita la domanda, scontata la risposta.

 

13 settembre 2014

La gaya cialtronata

di Paolo Maria Filipazzi

Apprendiamo dal sito “Notizie Pro Vita” il lieto annunciodelle nozze fra Travish McIntosh e Matt McCormick, entrambi maschi, che hanno detto il fatidico “Si” il 12 settembre 2014 a Dunedin in Nuova Zelanda. A loro le nostre migliori felicitazioni.

No, tranquilli, non siamo impazziti. Il fatto è che il “matrimonio” fra Travish e Matt è molto, ma molto particolare: i due, infatti, non si amano, anzi, non sono neppure omosessuali. Il loro sarà il primo matrimonio fra eterosessuali dello stesso sesso. Galeotto fu il concorso “The Edge Radio Station”, che mette in palio un viaggio in Gran Bretagna in occasione della prossima Coppa del Mondo di rugby che ivi si terrà l’anno prossimo. Il problema è che tale concorso è riservato alle coppie sposate. Ecco, allora, che i due amici hanno deciso per il grande passo.
Eppure, non tutti, inspiegabilmente, sembrano accodarsi ai festeggiamenti. Le associazioni omosessuali, per esempio, sono su tutte le furie. Per esempio, un tal Neil Ballantine, della “Otago University Students’ Association Queer” ha tuonato che tale matrimonio è un “insulto”. A sua detta, infatti, la battaglia per il matrimonio dello stesso sesso era stata combattuta solo per i gay.

Come, come? E dove è finita tutta la retorica dei nuovi diritti, delle nuove libertà, offerte a tutti? Adesso si scopre che il matrimonio fra persone dello stesso sesso era solo un privilegio per una cerchia ristretta? Ma come, signor Ballantine, ma non lo sapeva che, da che mondo è mondo, il matrimonio combinato è sempre stato praticato? Quanta gente si è sempre sposata per interesse? Ha minimamente idea di quante signore si siano trovate a dividere, ahiloro, il letto con un consorte un po’ frou-frou e quanti uomini abbiano dovuto, loro malgrado, constatare che la loro mogliettina preferiva la migliore amica a loro? Possibile che davvero non se lo aspettasse, che ci sarebbero stati uomini che avrebbero sposato altri uomini solo per vincere un concorso, persone che avrebbero diviso il letto con persone dello stesso sesso pur essendo eterosessuali? Ma signor Ballantine, in che mondo vive? Se lo lasci dire: lei proprio non è un buon conoscitore dell’umana natura.
E poi, mi scusi, dovrei chiederle un chiarimento: in base a quello che lei dice, ne deduco che si dovrebbe ora introdurre una nuova norma di legge che riserva ai soli omosessuali la possibilità di usufruire dell’istituto. Ma come si fa a capire a priori se uno che vuole sposare una persona dello stesso sesso è davvero gay, a meno che non lo dica egli stesso, come i novelli sposini neozelandesi? Gli si fa firmare una dichiarazione giurata, paventando conseguenze penali se ha dichiarato il falso? Gli si fa la fatidica prova del campanello, di cui parlano tante barzellette? Ma si, facciamo così: un bel campanello legato al membro, si fa entrare un bel maschione nerboruto e se il campanello suona si da il nulla osta al matrimonio. Se non suona, cartellino giallo e si fa entrare un’avvenente e provocante fanciulla. Se a quel punto, il campanello si mette ad andare all’impazzata, cartellino rosso e a casa senza matrimonio! E poi, mi scusi, l’identità sessuale non era mica mutevole, sicchè un uomo sposato con una donna può diventare gay di punto in bianco? Ed allora, perché un uomo sposato con un uomo non potrebbe diventare gay dopo il matrimonio? Boh…

Evidentemente, mister Ballantine non deve avere questo grande senso dell’umorismo. Non pago di quanto riportato più sopra, egli ha sbraitato: “Questo evento banalizza ciò per cui abbiamo combattuto”. Ecco, forse il punto sta proprio qui. La verità è che Travish e Matt sono forse i primi al mondo a trattare il matrimonio omosessuale per ciò che è effettivamente: una delle tante sfaccettature dell’atavica tentazione dell’uomo ad escogitare cialtronate. Perché, alla fin fine, l’idea che due uomini si sposino cos’è se non uno dei massimi prodotti della cialtroneria di tutti i tempi? I gay tremano: una risata fragorosa potrebbe travolgere tutte le loro battaglie in un colpo solo. Per quanto ci riguarda, abbiamo già iniziato a ridere.

 

05 gennaio 2014

Perché “no” al riconoscimento delle unioni di fatto

di Giuliano Guzzo

Sarebbe interessante un’analisi delle motivazioni per le quali, in Italia, il dibattito politico circa la possibilità d’introdurre un riconoscimento giuridico per le convivenze more uxorio torna di ciclicamente di attualità. Soprattutto alla luce del fatto che, per rilanciare la necessità istituzionale di interventi in tal senso, si riprendono – e Matteo Renzi non sembra fare eccezione – sempre argomenti noti e per lo più ampiamente confutati dall’esperienza. Riepiloghiamoli brevemente.