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03 gennaio 2019

Piccolo elogio dei bacchettoni ipocriti

di Giorgio Enrico Cavallo
Ogni tanto, ascoltando le parole di Bergoglio, sorge spontanea una domanda: ma in quale Chiesa vive? Questa domanda scatta automaticamente quando si ascoltano le sue parole in merito ai «cristiani pappagallo», come lui li chiama. Gli ipocriti. I bacchettoni. È tornato ad occuparsene nel corso della prima udienza generale dell’anno (ascoltabile qui): «è uno scandalo vedere persone che vanno in Chiesa, stanno tutta la giornata lì o vanno tutti i giorni e poi vivono odiando gli altri, parlando male della gente. Questo è uno scandalo. Meglio non andare in chiesa. Meglio vivere come un ateo».

Meglio vivere come un ateo? L’affermazione di Bergoglio lascia quantomeno dubbiosi: davvero, alla poca fede è preferibile l’assenza totale di fede? Mai si è visto nella storia un papa che fa lo “sponsor” dell’ateismo, prediligendolo ad una fede infiacchita o ormai abitudinaria; in ogni caso, siamo ormai discretamente immunizzati di fronte alle infelici affermazioni del pontefice, per cui sorvoleremo e punteremo dritti alla domanda più importante: in quale chiesa si vede gente che sta lì tutto il giorno per pregare e farsi vedere? 
Sarebbe un toccasana trovare gente così. Invece, entrando nelle nostre belle chiese, se va bene possiamo trovare l’addetto delle pulizie che lava per terra. Sul serio: preferiremmo di gran lunga trovare schiere di ipocriti bacchettoni che danno aria alla bocca sgranando rosari per mettersi in mostra, piuttosto che ammirare il desolante deserto delle nostre chiese.
Ci fossero davvero, questi benedetti bacchettoni ipocriti! Gente che sta in chiesa tutto il giorno per farsi ammirare. Pensate un po’: significherebbe che, per la nostra società, andare in chiesa, salmodiare e compiere opere pie significa ancora qualcosa. Immaginate un po’, ragazze che perdono la testa per il mansueto universitario occhialuto che, non avendo muscoli da mostrare, sgrana infiniti rosari per far colpo! Immaginate: i chierichetti esisterebbero ancora, perché i genitori (ovviamente, bacchettoni doc) manderebbero tutti i pargoli, ogni domenica, ad assistere la Messa. Naturalmente, la Messa sarebbe in latino, perché i bigotti doc si valutano in base a quante preghiere in latino conoscono. Se ne conosci di più, vinci un santino benedetto.

Tornando seri, questa Chiesa non esiste. Purtroppo, la Chiesa che esiste è moribonda ed esisterà ancora per poco: i fedeli disertano Messa e le chiese sono vuote. Sempre. Altro che “meglio essere ateo”. Atei siamo già, e per tanto così meglio essere bacchettoni. Sarebbe il primo passo per approfondire la propria fede. Sarebbe la base di partenza per la propria vita spirituale, che necessita di essere continuamente esercitata e raffinata, perché «pregare si fa dal cuore, da dentro», come osserva Francesco, e mettere le tende in chiesa serve ma poi te la devi vedere a tu per tu con il Padrone di casa.
Forse, un po’ di moralisti “old style” in più rimetterebbero in riga questa società sbandata. Ben venga, dunque, l’esercito dei bigotti. Magari un giorno arriverà davvero a liberarci dall’oppressione del politicamente corretto e dalla dittatura dell’ateismo. Sperare non costa niente e, per quel che ci riguarda, noi già ripassiamo le preghiere in latino. Il santino benedetto lo vogliamo davvero.

Immagine da gonnelli.it. "CARLO LASINIO (TREVISO, 1759 - PISA, 1838) : BACCHETTONI, E COLLI TORTI, TUTTI IL DIAVOL SE LI PORTI".


 

12 aprile 2018

L'importanza della religione nella nostra vita

di Lorenzo Zuppini
La secolarizzazione sarebbe immune da critiche se nel mondo tutti i popoli la applicassero a sé stessi. Laddove, invece, uno solo di questi non lo faccia, e nel caso disgraziato si tratti del popolo musulmano, la secolarizzazione diviene una pericolosa arma a doppio taglio. Cosa ci ritroviamo, noi, da opporre alla violenza religiosa (che si trasforma in violenza politica in una fase successiva) che subiamo almeno dal settembre 2001? La cultura dell’apericena, temo.

La religione, come aspetto privato della nostra vita il cui valore viene però riconosciuto anche a livello pubblico, è fondamentale perché noi umani abbiamo bisogno di certezze per vivere, non di incertezze. Convincersi che un fulmine non fosse una minaccia ma la prova della presenza di un dio, servì in passato per dormire sonni tranquilli, fin quando qualcun altro decise che in effetti quella saetta era dovuta ad un mero fenomeno naturale.

E così, fino a questioni più importanti e che rimarranno sostanzialmente irrisolte. La vita, che è notoriamente a tempo determinato, assume un significato compiuto in quali casi? Facendo cosa? È possibile lasciare una traccia o tutto andrà perduto?

Il cristianesimo ci ha aiutati per duemila anni dandoci, al contempo, anche la possibilità di renderci indipendenti, scoprendo, migliorandoci, affrancandoci dai suoi dettami per chi lo volesse, imparando a dare ascolto anche alla scienza, sfociando però in molti casi in una perdita assoluta di fede che ci ha resi fondamentalmente inermi.

Siamo di fronte ad una offensiva dichiarata da una parte del mondo islamico al nostro, ovvero quello non islamico, col plus di essere cristiani e dunque d’essere, tra i non musulmani, le vittime preferite. La situazione è paradossale perché questa offensiva è iniziata in uno dei periodi più bui per l’Occidente giudaico-cristiano, ammorbato dalla denatalità, e si fonda sulla strategia del terrore, un meccanismo mentale ancor più letale per coloro che ormai non credono più in niente. Per credere in qualcosa si deve esser certi di ciò che siamo, e un Papa che mette sullo stesso piano le religioni monoteiste abramitiche di certo non aiuta in tal senso. Le differenze servono per garantire una specifica identità, con buona pace per coloro che vanno cianciando di uguaglianza costi quel che costi.

Non è spiegabile altrimenti come il progetto suicida di convertirsi all’islam militando nello Stato islamico sia più attraente rispetto a quello prospettato dalla fede in Gesù Cristo, per altro da poco risorto. L’islam, in definitiva, dà certezze, e i paesi musulmani, pur essendo luoghi dove la stragrande maggioranza della popolazione vive miseramente, sono composti da persone che grazie ad una fede solidissima combattono la propria jihad (con violenza o pacificamente).

Siamo ridotti a brandelli, nonostante la nostra immensa capacità militare, perché ognuno di noi non sa per quale motivo festeggiare la sconfitta dello Stato islamico dell’Isis, limitandosi ad un atavico istinto di sopravvivenza: non abbiamo certezza di cosa debba essere difeso, se una chiesa meriti protezione e se la recita natalizia significhi ancora qualcosa, se il popolo di Israele sia dalla parte del giusto o se non meriti attenzione, se la moschea accanto casa sia accettabile o se stoni, se possiamo affermare senza esitazione che è la nostra civiltà la migliore al mondo o se alla fin fine possiamo accettare l’idea di scomparire come accadde all’impero romano. Brancoliamo nel buio mentre i nostri nemici ci dicono, con le buone e con le cattive, che è la loro civiltà ad esser la migliore, meritandosi quindi di avere la meglio sulla nostra. Il cristianesimo contempla la pace e la convivenza con altri, l’islam no. Porgere l’altra guancia, in questo caso, significherebbe firmare la nostra condanna a sparire, dunque dobbiamo rispondere sia su un piano militare che su un piano spirituale. Quest’ultimo manca.

La libertà di cui godiamo ce l’ha concessa il cristianesimo, religione del Dio che si fa uomo, contemplando così la parte razionale dell’esistenza che si affianca a quella spirituale. Questo dato è fondamentale per comprendere quanto la nostra esperienza debba servire al resto del mondo, e dunque quanto meriti protezione. Nella nostra libertà, ad oggi divenuta illimitata e quindi dannosa, siamo stati attaccati e massacrati: concerti, giornalismo, libri, musei, tradizione natalizia, il tempo libero. Ci è stato detto che questo modo di vivere e di intendere la vita è sbagliato e che meritiamo di morire per questo. Punto. Chi ci governa, e che a differenza di un amministratore di condominio dovrebbe afferrare il senso delle cose e del tempo, si è limitato a proclamare la guerra in nostra difesa e ad esortarci a non avere paura. È innanzitutto impossibile non aver paura quando qualcuno vuol ucciderti, e lo è ancora di più se non si ha neanche una vaga idea del motivo per cui dovremmo difenderci e difendere ciò che ci circonda.
Ma insomma, per quale motivo noi dovremmo rifiutarci, combattendo, di diventare una succursale di uno dei tanti paesi islamici che ci circondano?


 

15 gennaio 2018

Meno chiese, più miniere: l’Europa scava verso l’inferno

di Giorgio Enrico Cavallo
Altro che mito dei paesi nordici, eco-solidali, “green” e amici dell’ambiente. In Germania devono allargare una miniera di carbone, e per farlo sono disposti anche a passare su storia, tradizioni, cultura. E religione, ovviamente. In parole povere: dopo i (drammatici) episodi dell’anno scorso, dei quali avevamo già parlato, ecco un nuovo caso della “fase 2” della grande sostituzione della cultura e della società cristiana. Prima, la marginalizzazione. Poi, la distruzione. Infine, la sostituzione con il gruppo più numeroso, coeso e determinato (indovinate un po’ chi è…).

Insomma: la distruzione della chiesa cattolica di San Lamberto, ad Immerath (Westfalia) deve farci riflettere, perché questi scenari presto diventeranno una (tragica) normalità. Ciò che più colpisce in questa storia, però, non è l’abbattimento di una chiesa monumentale del 1891, monumento storico della Germania nord-occidentale e un tempio particolarmente amato dai residenti, che lo consideravano una sorta di simbolo del territorio. No: ciò che colpisce è una chiesa sia sostituita con una miniera. Con un buco. Una grande voragine verso il cuore della terra. Un po’ quello che vediamo in tutte le raffigurazioni dell’inferno dantesco. L’uomo rifiuta la bellezza di una chiesa che si staglia verso l’alto e verso il Cielo e sceglie volontariamente un buco evocativo dell’inferno. Un buco produttivo, certo; ma pur sempre un buco.

Inutile sprecare parole sulla smania di auto-distruzione che pervade l’Occidente. Questo lo hanno capito anche i sassi. Quello che si può imparare da questo nuovo, simbolico episodio è che l’uomo quando rifiuta la luce ottiene il buio. Il buio del peccato o quello di una miniera, come in questo caso: non c’è molta differenza. Ed è inquietante come i casi di distruzione delle chiese in Occidente siano tutti altamente simbolici: in Francia, al posto della chiesa di Santa Rita (demolita dopo aver trascinato via i fedeli che si erano asserragliati al suo interno) ci hanno fatto un parcheggio. Che, direte, almeno non è un buco infernale; ma comunque è quanto di più disumanizzante viene in mente, un non-luogo simbolo dell’epoca del nichilismo. Ci avessero fatto un ospedale, almeno. O un’università. Macché: parcheggi e miniere.

La domanda ulteriore che bisogna porsi, di fronte a questi episodi, è: quali saranno le conseguenze? Perché ad ogni crimine corrisponde una giusta punizione, ad ogni delitto un castigo. Gli spiriti più sensibili già possono intuire quale sarà (ed è) il castigo per questa civiltà che ha rinunciato a Dio, al punto da distruggere la sua casa. Abbiamo già sotto i nostri occhi i frutti velenosi di questa rinuncia voluta, ricercata, bramata dall’uomo del XXI Secolo. Ma non è tutto e, se è bene ricordare che la via per il Paradiso è caratterizzata da un percorso ad ostacoli e da una porta stretta, quella per l’inferno ha una comoda strada asfaltata, con un ingresso simile ad un cratere; un cratere che diventa ogni giorno più grande.

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15 novembre 2017

Giornate mondiali per tutti i gusti, ma le feste cristiane?


di Giorgio Enrico Cavallo


Sul calendario non ci sono ancora, ma è solo questione di poco: dopo la cancellazione dei santi – sfogliate le agende 2018, e se ne trovate una con riportato il santo del giorno avvertiteci – arriveranno loro, le “giornate mondiali”. Ieri, ad esempio, era la “giornata mondiale della gentilezza”, scelta per una fantomatica dichiarazione della gentilezza firmata il 13 novembre 1997. Ieri era la giornata contro la Polmonite. Il 10 novembre quella degli stagisti.

Hanno istituito giornate mondiali di qualunque cosa.  Il 25 settembre è la giornata mondiale dei sogni: evidentemente, la “scienza” ci dice che in quel giorno la gente dorme meglio. Per i romantici, il 6 luglio è la giornata mondiale del bacio: festività, naturalmente, subordinata a quel trionfo del commercio che è san Valentino, ex festa cristiana.  Non hanno ancora sostituito (pare) il 25 dicembre, ma solo perché i teologi del consumismo lo hanno eretto a loro festa-madre, a tal punto che i tentativi di resistere al naturale cambio di nome in “festa d’inverno” et similia sono patetici: da anni il Natale non è più il Natale di Cristo ma quello di Babbo Natale. O Santa Claus. O chi volete voi. Per tanto così, lo chiamino pure “festa della luce” o, meglio ancora, “giornata mondiale del consumismo”, le ambiguità non vanno mai bene.

Proseguendo il nostro fanta-calendario, eccoci al 23 gennaio, festa mondiale delle torte (?), che va a braccetto con la giornata della Nutella, il 5 febbraio. A volte le ricorrenze si accavallano, e ci si trova davanti a scelte amletiche. Il 21 marzo dovremo ricordarci della giornata internazionale per l’eliminazione della discriminazione razziale, oppure festeggiare il giorno della pace interiore? Sempre lo stesso 21 marzo, ecco a voi la giornata per la Sindrome di Down e la Giornata mondiale della poesia.

Si tratta – lo avrete capito – del tentativo di istituire un contro-calendario sullo stile di quello rivoluzionario francese o russo: nuove ricorrenze e nuove festività, alcune delle quali sono ormai diventate “di precetto”, come il Giorno della Memoria. Che – intendiamoci – è una data certamente significativa, ma per noi è giusto un passo sotto il Natale o le ricorrenze religiose della Chiesa. E i nostri santi? Epurati, ovviamente: il 3 ottobre, memoria di san Francesco, assistiamo ad una non meglio precisata Giornata dell’Accoglienza (ma va?). L’8 settembre, Natività di Maria, è la Giornata dell’Alfabetizzazione. Il 7 ottobre, Madonna del Rosario, è la Giornata mondiale dell’Infanzia. Eccetera.

Il bello è che anche i Vaticano da un po’ di tempo ha iniziato a cerchiettare alcune di queste feste sul calendario. Abbiamo così i messaggi del Papa per la Giornata mondiale delle comunicazioni, del malato, dell’alimentazione, della gioventù, delle migrazioni… e grazie, ci sono anche le Giornate missionarie mondiali e quelle della vita consacrata, ma restano sempre contentini e comunque noi siamo malpensanti e non crediamo che in un’agenda del futuro troveranno mai spazio. Saranno sostituite con qualcosa di simile alla giornata degli abbracci (23 giugno). O della felicità (20 marzo).

Ridendo e scherzando, teniamoci stretto il nostro calendario, finché c’è. E magari prendiamo l’abitudine di ricordare a memoria le festività più significative, facendo magari gli auguri per l’onomastico prima ancora che per il compleanno. Prima che i nostri santi scompaiano del tutto dal calendario, sostituiti da orrori consumistici come Halloween o da pittoresche giornate mondiali, essi devono vivere in noi.


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08 settembre 2017

La Chiesa o divide o diventa apparato di potere (III parte)


(le parti precedenti sono qui e qui)

di Marco Sambruna

RICAPITOLANDO
  
Il primo a cedere alle lusinghe della post modernità è stato il popolo dei cristiani ancor prima della chiesa gerarchica. L’adeguamento alle promesse delle magnifiche sorti e progressive secolari hanno cominciato a praticarlo i credenti abbandonando i sacramenti, la custodia dei sensi, la sobrietà.
La pigrizia e l’ottimismo hanno corrotto la cristianità inducendola a credere che il cristianesimo sia da sempre predestinato a divenire una religione secolare che promuova la tolleranza, l’ecologia, il vivere fraterno. Il che non è esattamente una menzogna, ma un idiotismo; infatti mentre la menzogna conosce la verità, ma decide di allontanarsene (apostasia), l’idiotismo non conosce nemmeno la verità, la ignora totalmente, nasce dall’entusiasmo emotivo privo di un minimo di esame sulle pulsioni da cui la mente è agita che è lo stigma della nostra debolezza umana. Per questo chi dice e promuove idiotismi ha molte più probabilità di salvarsi rispetto a chi dice e promuove menzogne.
Gran parte dei credenti credeva a una sua idea di cristianesimo a misura delle proprie debolezze, a un  Cristo frazionato da cui prelevare ciò che fa più comodo, a un’escatologia in cui il lieto fine è garantito mentre è solo previsto, preferisce un cristianesimo che tranquillizza anziché inquietare.
Ora invece proprio in quest’epoca metafisicamente desolata c’è una novità: i cattolici, gran parte dei quali hanno creduto di credere e quindi hanno dimorato in uno stato di fondamentale menzogna, pervengono alla verità su se stessi ossia hanno coscienza di essere stati cristiani solo superficialmente secondo il modello dei cristiani del primo tipo sopra menzionati. Situazione paradossale: perché se è vero che i cristiani si sono creduti tali senza esserlo per molto tempo ne consegue che quando si credevano  nella verità  (la creduta appartenenza cristiana) dimoravano nella menzogna vivendo secondo un ethos neopagano, mentre ora che sono nella menzogna in quanto lontani da un ethos cristiano dimorano nell’autenticità perché in effetti hanno una corretta percezione di sé stessi. 
Finalmente cioè si è ricomposta quella scissione che separava la percezione di sé come cristiani e lo stile di vita improntato a fondamentale neopaganesimo: ora il credente, forse per la prima volta nella storia, si percepisce per quello che è ossia fondamentalmente intriso di ethos neopagano.
In questa prospettiva si colloca la Chiesa come realtà che ha sempre denunciato e testimoniato la fondamentale debolezza e lontananza dell’uomo, anche se credente, dalla verità cioè da Dio; essa si conferma come unica depositaria della verità sull’uomo. La Chiesa infatti ha sempre denunciato come peccato supremo la superbia, ossia la convinzione di dimorare nelle virtù  laddove invece la comoda scissione fra auto percezione e stile di vita (ethos) generava ipocrite sopravvalutazioni, sebbene spesso inconsapevoli.
La Chiesa ha sempre segnalato il pericolo di credersi cristiani mentre non lo si è, ha sempre segnalato la necessità di continue correzioni virtuose per istituire la necessaria coerenza fra ciò che si pensa, ciò che si verbalizza e ciò che si agisce: gli stessi sacramenti del resto servono a favorire questa coerenza, una più chiara percezione delle proprie debolezze e contraddizioni al fine del cammino di correzione. Si può dunque affermare che la Chiesa non solo conosce, ma ha sempre conosciuto e divulgato la verità sull’uomo.
In questo senso la Chiesa non solo non esce sconfitta dal confronto col processo di secolarizzazione che finalmente chiarifica i cristiani a sé stessi, ma da questo confronto esce vittoriosa perché trova conferma della correttezza del suo pensiero sull’uomo nel momento in cui il credente, chiamato allo scoperto dalle scelte ineluttabili che la secolarizzazione impone, perviene alla verità su se stesso, scoprendosi animato da quell’ethos neopagano che la Chiesa ha sempre indicato come supremo pericolo.
Sembra siamo così arrivati a un punto decisivo, anzi conclusivo: l’uomo, anche il credente, sa per la prima volta chi è. La Chiesa potrebbe così avere assolto in pieno la sua missione, cioè rivelare l’uomo a se stesso proprio in quest’epoca metafisicamente desolata, ponendolo davanti a uno specchio in modo possa osservare la sua vera natura, quella natura violentata dal peccato originale che da sempre ostacola la relazione con Dio.
In un’ottica di economia salvifica Chiesa e secolo sono per una volta alleate: entrambe guidano  l’uomo alla conoscenza di sé stesso l’una indicandogli le sue contraddizioni, l’altro costringendolo a scelte divisive. Entrambe rendono l’uomo lucido a sé stesso, lo liberano da false auto rappresentazioni e gli chiedono infine di scegliere fra Dio o se stesso, fra un ethos coerentemente cristiano o uno secolare.
La Chiesa come discrimine nella scelta fra l’autenticità come fedeltà alla propria natura umana decaduta e  la verità come fedeltà a Dio ha quindi sempre conosciuto lo scarto fra le due realtà: essa è dunque garante della libertà di scelta e come tale non può scomparire perché altrimenti cessa la possibilità dell’esercizio della libertà che sempre presuppone la conoscenza di se stessi.
E’ dunque di suprema importanza che la Chiesa conservi il suo carattere distintivo: quello di essere divisiva e segno di contraddizione, cioè di discrimine, così come lo è stato Cristo. Qualora cessasse di esserlo perché cessa di distinguere fra ethos cristiano ed ethos laicista  stabilendo un’equivalenza fra ciò che tende al divino e ciò che tende all’ umano, se tutto questo avviene, ecco che la Chiesa diventa un apparato collaterale al Potere. 
Se si vuole qualcosa di simile a un falso profeta.

(fine)

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10 giugno 2016

Dottrina Sociale della Chiesa: un'intervista a Stefano Fontana


a cura della Redazione

Papa Francesco ha contribuito a destare un rinnovato interesse per la Dottrina Sociale della Chiesa, con i suoi richiami alla cura degli emarginati e alla custodia del creato.
Abbiamo intervistato a tal proposito Stefano Fontana, direttore dell’Osservatorio Internazionale Cardinale Van Thuân e del settimanale diocesano di Trieste «Vita Nuova».

Può spiegare, in breve, come nasce e di cosa si occupa l’Osservatorio Cardinale Van Thuân?
Si tratta di un Osservatorio sulla Dottrina Sociale della Chiesa. E’ stato fondato nel 2004 ed è presieduto dall’Arcivescovo Giampaolo Crepaldi, vescovo di Trieste. E’ dedicato alla memoria del Cardinale Van Thuân, martire della fede cristiana nelle carceri comuniste del Vietnam. L’Osservatorio pubblica il “Bollettino di Dottrina sociale della Chiesa”, ogni anno dà alle stampe il “Rapporto sulla Dottrina sociale della Chiesa nel mondo” giunto all’ottava edizione, alimenta un portale web in tre lingue, pubblica testi di Dottrina sociale della Chiesa presso l’editore Cantagalli e organizza scuole di formazione alla Dottrina sociale della Chiesa.
Siccome molti pensano che la Dottrina Sociale della Chiesa sia una serie di buoni e generici consigli, quando non una via di mezzo tra socialismo e liberalcapitalismo, può dirci esattamente di cosa si tratta?
La Dottrina sociale della Chiesa è l’annuncio di Cristo nelle realtà temporali, è strumento di evangelizzazione, è l’incontro tra il Vangelo e i problemi umani della costruzione della società. Il suo scopo è costruire l’ordine sociale secondo il progetto di Dio, organizzare la vita comunitaria degli uomini secondo i suoi fini prossimi che però trovano senso pieno solo nei suoi fini ultimi e il fine ultimo dell’uomo è Dio. La Dottrina sociale della Chiesa è il corpus dottrinale e di azione dei cattolici affinché a Dio sia dato il suo posto nella società politica e alla Chiesa cattolica sia riconosciuto il suo ruolo pubblico quale custode della legge naturale e del vero bene comune.
Può spiegare ai nostri lettori cosa s'intende per "bene comune" e per "regalità sociale di Cristo", principi dottrinali sconosciuti ai più?
Il bene comune ha non solo un senso orizzontale ma soprattutto verticale. Esso comprende il bene naturale, frutto del progetto di Dio nella creazione, e il bene soprannaturale, senza del quale anche il bene naturale si deforma. Il bene comune è la vita buona di una comunità ove i germi di salvezza del Verbo sono fatti crescere e dove le anime trovano il contesto più favorevole per la loro salvezza eterna. Il bene comune non è il benessere, né il bene pubblico, ma è la vita comunitaria corrispondente al vero e al bene, animata dalla legge morale naturale e orientata al Sommo Bene. Non c’è bene comune senza Dio e senza la religione cattolica.
Per regalità sociale di Cristo si intende che la signoria del Verbo Incarnato si estende sulle anime ma anche sulle relazioni sociali, sulle leggi, sull’autorità politica, ha quindi anche una rilevanza storica e pubblica che ogni società ha il dovere di riconoscerGli.
Quali sono le principali incomprensioni riguardo la Dottrina sociale della Chiesa? Perché fa così fatica a diffondersi nonostante l'importanza che molti Pontefici le hanno attribuito?
La Dottrina sociale della Chiesa è nel punto di incontro tra la Chiesa e il mondo. Essa rientra nella missione che la Chiesa ha per la salvezza del mondo. Il soggetto ultimo della Dottrina sociale è la Chiesa stessa, nelle sue articolazioni organiche. La sua valorizzazione o meno dipende quindi da come si intende il rapporto tra la Chiesa e il mondo. Il progetto di Leone XIII, nel licenziare la Rerum novarum nel 1891, presupponeva un quadro filosofico e teologico che in seguito nel corpo ecclesiale si è molto indebolito e quasi dissolto. Se si pensa che Dio si riveli nel mondo e non nella Chiesa allora la Dottrina sociale della Chiesa è inutile, anzi è un appesantimento ideologico della fede cristiana. Se invece si pensa che la fede sia una conoscenza di verità trascendenti entrate nella storia per la salvezza del mondo, allora essa ha un ruolo importantissimo facente parte della missione stessa della Chiesa. Questo è l’equivoco principale, da cui se ne dipartono poi molti altri. Le difficoltà postconciliari della Dottrina sociale della Chiesa sono dovute a due modi diversi e competitivi di vedere il rapporto tra la Chiesa e il mondo.
Fra gli argomenti più discussi all'interno dell'Osservatorio vi sono lo sviluppo del secolarismo (la cosiddetta secolarizzazione) e l'approccio ermeneutico alla teologia (opposto a quello metafisico). Ce li può descrivere brevemente? Quali sono i pericoli di una comprensione errata di queste due realtà?
Stiamo riflettendo su questi due grandi temi.
La secolarizzazione ha espresso un volto demoniaco e insaziabile che non si ferma mai. La speranza, anche di molti pensatori cattolici – pensiamo a Maritain su cui stiamo pubblicando una serie di interventi – che fosse possibile una secolarizzazione cattolica o una cristianità secolare si sono ormai infranti. La secolarizzazione è corrosione di senso. Parte corrodendo il senso religioso ma poi invade quello etico ed antropologico. Se non trattenuta, la secolarizzazione porta al nichilismo. Su questo la riflessione cattolica è in ritardo.
Sul piano filosofico uno strumento principale della secolarizzazione del senso è l’ermeneutica, ormai completamente sostituita alla metafisica anche dentro le istituzioni accademiche cattoliche.  Tutto è interpretazione di interpretazione, perché l’uomo che conosce è sempre situato in un contesto, ha sempre degli occhiali che condizionano la sua vista, è dentro il problema che vuole esaminare e quindi non vede nessuna verità davanti a sé. Ciò è sbagliato ma una miriade di pensatori lo ha in vario modo sostenuto ed ora anche il cattolico medio la pensa così. E’ evidente allora che la rivelazione passa attraverso questo processo storico di conoscenza, come dice per esempio Karl Rahner, e non è un’irruzione nella storia da parte della metastoria. Tutto diventa relativo: il peccato, il bene e il male, la dottrina. Non rimane che la pastorale cieca, intesa come un porsi domande accanto agli altri uomini e accompagnarci vicendevolmente in una ricerca di senso che tuttavia avrà sempre il dubbio al proprio fianco.
Come possono comportarsi i cattolici in un contesto secolarizzato, in cui anche molti cattolici aderiscono a quel "paradigma ermeneutico" che non riconosce un ordine naturale (e soprannaturale) al creato? Devono essere lievito per la società, collaborando con il mondo, oppure distaccarsi da esso, costituendo delle comunità separate? C'è una terza via?
E’ il grande dilemma di oggi. Il mondo è talmente organizzato nel male che oggi è quasi impossibile collaborare con il mondo senza fare il male. Del resto la secolarizzazione del senso è così vorace e istituzionalizzata da meritare una obiezione di coscienza sempre più radicale. Obiezione di coscienza che del resto essa impedisce sempre di più, perché la sua assolutezza di anti-religione ha tutta la forza di una religione. La perversione viene imposta. Non ci si può ritirare dall’impegno nel mondo alla luce della Dottrina sociale della Chiesa, però bisogna anche vedere con chiarezza quanto si sta preparando davanti a noi e che richiederà sempre di più una obiezione di coscienza non su questo o quel punto ma sull’insieme.

 

27 novembre 2015

Insisto, il terrorismo è (anche) responsabilità laicista


di Giuliano Guzzo

Una settimana fa proponevo l’associazione, a livello europeo, fra laicismo e fondamentalismo islamico, ossia fra il vuoto dei valori chi non può fare altro che blaterare di libertà e l’adesione ad un messaggio forte, radicale, esplosivo – in tutti i sensi, purtroppo – quale è quello jihadista. L’articolo è stato letto da diverse migliaia di persone e le reazioni a questa tesi, formulata basandomi su considerazioni analoghe svolte in precedenza da altri ma soprattutto sui dati che individuano in Paesi fortemente secolarizzati quali Belgio, Danimarca, Svezia e Francia quelli da cui più giovani si convertono sulla via del Califfato, sono state di tre tipi: c’è chi si è messo a cavillare sui dati, giudicati incompleti, da me proposti – l’eterna preferenza verso il dito rispetto alla Luna -, chi ha legittimamente ritenuto la tesi debole e chi, invece, ha rispolverato la soporifera filastrocca (basta, pietà!) dei «valori», dell’«integrazione» e della «cultura» quali medicine per l’estremismo.
Bene, io però insisto e rilancio: la prima debolezza europea, pure rispetto al terrorismo di matrice islamista, è il suo quadro valoriale ormai putrescente perché secolarizzato. E non mi si chieda di definire meglio il vuoto che attacco, ma si definisca invece – se ci si riesce – quei bei principi che ignorerei e dei quali pullulerebbe oggi l’Europa: su, avanti. Sono curioso. Nel frattempo aggiungo agli elementi del precedente intervento un altro a mio avviso molto significativo: in Francia gli atei sono il ventinove percento (cfr. Win-Gallup International, 2012), ma quando Dounia Bouzar, antropologa fondatrice del Centre de Prévention contre les dérives sectaires liées, ha effettuato uno studio su più di centosessanta famiglie di altrettanti aspiranti jihadisti francesi, oltre a rilevare la giovanissima età di questi – che hanno fra i quindici ed i ventuno anni , ha riscontrato come addirittura l’ottanta percento dei loro nuclei familiari fosse ateo (cfr. Métamorphose du jeune opérée par les nouveaux discours terroristes, 2014, p.7).
Attenzione: non sto affatto insinuando che il terrorismo islamico esista solo in Europa – sarei paurosamente ignorante, oltre che ingenuo -, né intendo escludere che altri fattori, per esempio economici (anche se le famiglie studiate dalla Bouzar sono in prevalenza di ceto medio), concorrano a orientare i giovani all’ISIS né, tanto meno, la mia volontà è quella di sollevare le comunità mussulmane dalle loro responsabilità, delle quali non possono certo liberarsi solo con ovvie dissociazioni dagli attentati. Allo stesso modo però non vivo con le bende negli occhi e non avendo alcuna speciale reputazione da difendere, sottolineo quello che a molti sembra sfuggire e cioè il ruolo detonante che il nichilismo esercita, almeno a livello europeo, nel fondamentalismo islamico. Capisco anche io che lo stereotipo del terrorista che giunge da terre remote con armi ed esplosivo nella valigia è più rassicurante ma, anche se non è altrettanto rassicurante, la verità viene prima. Costi quel che costi.
D’altra parte, molto più autorevolmente di chi scrive era stato il filosofo André Glucksmann (1937–2015) a collegare il vuoto di valori nichilista col terrorismo: «Credo sia questa la filosofia del terrorismo: il nichilismo. Che cos’ è il nichilismo? Sintetizzando al massimo, si può dire che con il nichilismo tutto è permesso. Abbiamo il diritto, ci prendiamo il diritto di uccidere dei civili, di uccidere dei bambini, di uccidere dei passanti, di uccidere chiunque. Tutto è permesso. È questo il motto, il leitmotiv del nichilismo. Questo ci insegna molto. Dire che l’essenza del terrorismo è il nichilismo significa che non si può ricondurre il terrorismo a un fanatismo religioso. Equivale a dire che è qualcosa che va al di là, che travalica una guerra di religione» (Corriere della Sera, 15.12.2004, p.35). Perché quello che oltre dieci anni fa affermava Glucksmann oggi suona come eretico? Semplice: perché lo è.
Perché mettere in discussione il laicismo significa criticare molto di questa Europa. Significa profanare la Trinità laica – «valori», «integrazione», «cultura». Significa ricordare che l’attuale laicità è doppiamente problematica: sia perché propizia una sostanziale assenza di valori “forti”, sia perché irrita a priori i mussulmani. Molto interessanti, a questo proposito, le parole dello scrittore algerino Boualem Sansal, uno prima linea contro il fondamentalismo islamico: «Per i musulmani praticanti, la questione è ancora più acuta, la laicità è intellegibile e anche scioccante. Quando la parola è pronunciata, in molti di loro scatta un’allerta, percepiscono la parola come un’aggressione, un’ingiunzione di abbandonare la propria religione. Appena gli viene spiegato che si tratta di una salvaguardia della libertà, di un metodo di vivre-ensemble, in altro cassetto si apre subito:”Inganno! Complotto! Complotto neocoloniale!”» (Le Figaro Magazine, 13.11.2015). L’autore di 2084, libro sul totalitarismo religioso, afferma cose pesanti, ma probabilmente vere.
Anche perché nelle sue parole riecheggiano in parte quelle di Domenico Quirico, giornalista inviato de La Stampa sequestrato, mentre era in Siria, e rimasto rapito per mesi: «È vero: se ti sequestrano in un Paese musulmano, l’unica cosa da non fare è dire di essere una persona indifferente al problema religioso. Ti ammazzano immediatamente» (LaSicilia.it, 11.11.2014). Tuttavia, conviene non farsi tante illusioni: questo Occidente, in particolare questa Europa non ammetterà mai che i “valori laici”, qualunque cosa questa espressione significhi, sono – rispetto all’attecchire continentale del virus terroristico di matrice islamista – il suo problema. Continueranno a proporci la storiella dell’integrazione, della cultura, dell’educazione alla libertà. Ci parleranno di ghetti da superare, di pregiudizi da eliminare, di muri da abbattere. Tutto ci diranno sul vestito nuovo che l’Europa dovrà cucirsi addosso pur di negare l’evaporazione della sua anima profonda perché fiera delle sue radici e, soprattutto, perché cristiana.

http://giulianoguzzo.com/2015/11/27/insisto-il-terrorismo-e-anche-responsabilita-laicista/
 

20 novembre 2015

A sfornare miliziani dell’ISIS sono i Paesi più secolarizzati.


di Giuliano Guzzo

Lunedì su questo blog veniva suggerita l’ipotesi che vi fosse un legame, a livello europeo, fra la perdita dei valori religiosi e il fenomeno dei «giovani che si gettano fra le braccia prima dell’Islam e poi della sua degenerazione terroristica qualcosa». Veniva anche riportata, al riguardo, l’opinione del sociologo iraniano Farhad Khosrokhavar, direttore di ricerca dell’École des hautes études en sciences sociales di Parigi e studioso dell’immigrazione islamica in Europa, secondo cui la crisi che porta i giovani alla rottura con le società occidentali non deriva tanto dal rifiuto dei valori che queste offrono a loro, ma piuttosto nel vuoto di regole morali che li accoglie. In sostanza non sarebbe da escludere una correlazione tra il fenomeno della secolarizzazione e la crescente simpatia, in alcuni giovani, verso il terrorismo di matrice islamista; simpatia che le stragi perfino accentuerebbero: «Secondo alcune valutazioni – ricorda il sociologo delle religioni Massimo Introvigne, riferendosi agli ultimi mesi – i combattenti partiti dalla Francia per arruolarsi nell’ISIS sono più di ottocento» (LaNuovaBQ.it, 18.11.2015).
Molto interessanti sono le stime, riprese anche da Internazionale, dell’International centre for the study of radicalisation and political violence, un’organizzazione indipendente, su coloro che hanno lasciato l’Europa per divenire miliziani dell’ISIS: sarebbero circa quattromila. L’aspetto più significativo emerge però quando si va a vedere quali sono gli Stati d’Europa dai quali l’ISIS ha ottenuto, in termini di partenze, maggiori adesioni: considerando come parametro il milione di abitanti, in testa vi sono Belgio (40), Danimarca (27), Svezia (19), Francia (18), Austria (17), Paesi Bassi (14,5), Finlandia (14,5). Un primo dubbio, a questo punto, potrebbe essere il seguente: non sarà che si tratta anche dei Paesi che ospitano le comunità mussulmane più numerose? La risposta è negativa: la Francia, da sola, ospita quattro volte gli islamici presenti in Belgio, Danimarca e Svezia insieme che però – come si è visto – la precedono nel numero di aspiranti terroristi. La stessa Italia ospita più del doppio dei mussulmani presenti in Danimarca e Svezia ma è un Paese dal quale sembra partire un numero basso di volontari per il Califfato: 1,5 soggetti ogni milione di persone.
Per quanto l’integrazione col mondo mussulmano sia certamente questione seria, non è quindi vera l’equazione per cui a più mussulmani presenti in un Paese corrispondano, in modo automatico e diretto, più fondamentalisti: trattasi di una constatazione non banale, che conferma l’esistenza, in Europa, di una maggioranza di fedeli islamici che si possono definire moderati. Ma allora, più che il numero dei mussulmani, che cosa accomuna Paesi come Belgio, Danimarca, Svezia e Francia, Austria e Paesi Bassi? Una risposta utile emerge da un lavoro di qualche anno fa a cura dei ricercatori del NORC Institute dell’Università di Chicago i quali hanno voluto tracciare un quadro religioso a livello mondiale prendendo in considerazione molti Stati. Ebbene, leggendo questo studio e soffermandosi in particolare sulla classifica della percentuale di persone che dichiarano di non credere in Dio e di non averci mai creduto, ai primi posti spuntano – sorpresa – Paesi quali la Francia (19.3), la Svezia (18.4), la Danimarca (16.7) e i Paesi Bassi (15.3) (cfr. Beliefs about God across Time and Countries, 2012).
Pure qui la “cattolica” e “medievale” Italia – che è fra i Paesi, come si è visto, che “esportano” meno simpatizzanti dell’ISIS – è in fondo alla classifica con relativamente pochi atei essendo anche un Paese dove la preghiera personale, al di fuori dei riti e delle funzioni religiose, è molto diffusa (37,3%) a differenza di quanto accade in Belgio (12,7%) o Francia (9,9%) (cfr. L’Italia nell’Europa: i valori tra persistenze e trasformazioni, FrancoAngeli, Milano 2012). Anche la percentuale di persone che credono nel peccato è molto più alta in Italia (67%) rispetto a Svezia (39%), Francia (37%) o Danimarca (18%) (cfr. Sacred and Secular, Cambridge University Press, 2004).

Quale insomma che sia il criterio sul quale si preferisce basarsi – la percentuale di atei, la preghiera al di là delle funzioni o altro – per farsi un’idea sul livello di secolarizzazione, il risultato non cambia: i Paesi maggiormente laicizzati, per così dire, rimangono gli stessi che maggiormente “esportano” miliziani dell’ISIS.
Non sarà quindi che i fondamentalisti islamici hanno nel laicismo europeo il loro primo nemico? E non saranno i cosiddetti “valori laici” – di fatto, libertà di scelta a parte, un totale vuoto di regole morali – quelli che come una fatale scintilla maggiormente più stimolano, saldandosi col fanatismo islamico, il fuoco del terrorismo e dell’inumanità? Oltre ai dati poc’anzi ricordati, con la netta associazione fra Paesi più secolarizzati e Paesi “esportatori” di guerriglieri fondamentalisti, lo suggeriscono pure le parole di Domenico Quirico, giornalista inviato de La Stampa che conosce bene l’argomento essendo stato sequestrato, mentre era in Siria, la bellezza di centocinquantadue giorni: «È vero: se ti sequestrano in un Paese musulmano, l’unica cosa da non fare è dire di essere una persona indifferente al problema religioso. Ti ammazzano immediatamente. Per loro è meglio un praticante di qualsiasi fede, anche sbagliata, che uno che dice: “Per me la religione è l’oppio dei popoli, è una fregatura”. Quello è inconcepibile per loro» (LaSicilia.it, 11.11.2014).

Sia chiaro che non s’intende fare del buonismo suggerendo che la presenza islamica in Europa non presenti criticità che sono ben note, ormai, ai politici oltre che ai sociologi e che derivano essenzialmente dal fenomeno dell’islamismo politico; allo stesso modo non si insinua che i fondamentalisti islamici siano, sotto sotto, alleati dei cristiani i quali sono puntualmente perseguitati nei Paesi a larga maggioranza mussulmana. Tuttavia, per quanto le stime ricordate abbiano inevitabilmente un’accuratezza relativa e da considerare sempre con una certa cautela, il primo antidoto ai reclutamenti dell’ISIS, almeno in Europa, sembra proprio essere la tradizione religiosa, in particolare quella cristiana. Lo dimostra quanto sin qui ricordato e il fatto che i Paesi europei tradizionalmente ritenuti più cattolici siano anche quelli dai quali il Califfato maggiormente fatica a reclutare miliziani: l’Irlanda (7), la Spagna (2) e, appunto, la nostra Italia (1,5). Tutto questo, beninteso, non significa che si possa tirare un sospiro di sollievo o che non occorra impegnarsi in un più profondo lavoro culturale generale di integrazione delle comunità mussulmane presenti in Europa, né che siano inutili i monitoraggi ad opera dei servizi segreti e delle forze dell’ordine. Allo stesso modo non si vuole qui ingenuamente sostenere che l’Italia sia un Paese al sicuro e totalmente estraneo al rischio di attentati terroristici: purtroppo è il contrario, come mostra anche «Bandiere nere su Roma», un inquietante libro pubblicato proprio dall’ISIS nel febbraio di quest’anno nel quale viene tracciato perfino – conformemente a quanto lascia intendere il titolo – un piano di invasione della nostra Penisola. Quando però si sente dire che il modo migliore per evitare che un giovane europeo possa rimanere affascinato dalla proposte del fondamentalismo islamista sarebbe quello di educarlo come si deve all’insegna dei bei valori della morale laïque è bene tenere presente che le cose non stanno solamente in modo diverso: stanno proprio all’opposto.
 

16 dicembre 2014

Boldrin, l’Immacolata e un inarrestabile declino


di Alessandro Rico

Come diceva il filosofo, su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere. E parlare di Michele Boldrin diventa sempre più difficile, man mano che le sue sortite sui social network gli fanno rasentare l’umano annichilimento. L’ultimo triste episodio delle baruffe virtuali, Boldrin l’ha scritto lunedì 8 dicembre. Livoroso e stizzito, se l’è presa con l’Immacolata Concezione, dedicandole ben tre post su Facebook.

Prima la stoccata: «Ma gli italiani sanno che c**** festeggiano oggi?»; poi ha pubblicato una vecchia foto della sua bella madre, «che ha fatto il suo dovere senza essere immacolata» e infine, il giorno dopo, è tornato sulla diatriba per spiegare la sua idea di festività nazionale, di cui ovviamente le ricorrenze cristiane, in quanto «divisive», non fanno parte. Non è dato capire perché il leader di Fare – setta, più che partito, ormai scivolato nell’oblio politico – occupi un intero festivo a discutere dell’8 dicembre. Forse voleva fare i regali di Natale e ha trovato i negozi chiusi, o il tabaccaio era di riposo e il distributore automatico di sigarette non funzionava. Le ragioni psichiatriche del disagio rimangono insondabili. Manifeste, e manifestamente penose, invece, le argomentazioni che Boldrin ha proposto nella sua crociata anticristiana. Festa divisiva, si diceva. E quali sarebbero le feste degne di essere celebrate, che uniscono il popolo attorno a un patrimonio di valori comune? Il 25 aprile? Il 2 giugno? Ci sarebbe qualcosa da dire sull’uso politico della liturgia antifascista, oltre che sul significato di quel referendum monarchia/repubblica, che certo non fu un plebiscito contro la corona. Potremmo tornare indietro, per cercare qualche celebrazione meno divisiva. Che so, le Idi di Marzo – ma poi ci sarebbe da fare i conti con i cesariani – o le calende greche, magari con tanto di obolo corrisposto ai lavoratori per andare a teatro a guardare Sofocle ed Euripide, come ai bei tempi dell’Atene classica. L’impressione, in realtà, è che a certi anticlericali d’accatto, figli storpi della secolarizzazione, marxisti convertiti a un liberalismo superficiale, andrebbe bene festeggiare pure l’anniversario della nascita della Coca-Cola, pur di depennare tutto ciò che evoca la religione. Al punto che il Boldrin furioso ha avuto persino il coraggio di negare le origini cristiane del Thanksgiving, che forse celebrerebbe al posto dell’Immacolata, perché fa tanto americano e le italiche usanze sono da trogloditi. Che dire di Halloween? Scommetterei che a Boldrin, del dissenso di alcuni cattolici, non interesserebbe nulla: l’Immacolata Concezione è un dogma privo di prove scientifiche, mentre che Jack O’Lantern scorrazzi per i crocicchi abbiamo solide evidenze.

Siamo né più né meno che ai consueti deliri di un pensiero antistoricista e costruttivista, che disprezza la Tradizione e la Cultura, ma finisce col propinare un’altra tradizione e un’altra cultura, inventate di sana pianta. Come i rivoluzionari francesi, che per disperdere il ricordo di ogni cosa anche lontanamente associabile al cristianesimo, cambiarono il nome ai mesi, introdussero nuovi sistemi di misurazione e sostituirono i monumenti alla Madonna e ai santi con le statue dedicate alla dea Giustizia e alla Libertà. Sterminarono qualche migliaio di contadini vandeani, ma oggi la Francia della Manif pur tous è capace di mobilitare altrettanti difensori della famiglia tradizionale. A un piccolo uomo come Boldrin, sicuramente più piccolo di Marat o Robespierre, che passa le giornate a insultare i suoi “amici” di Facebook e a imbastire puerili e pretestuose campagne contro la Vergine Maria, non bisognerebbe dare alcuna importanza. Il mio, infatti, è piuttosto un appello intellettuale a chiunque corra il rischio di confondere liberalismo e anticlericalismo, laicità e laicismo, progresso e progressismo: abbandonate l’illusione che personaggi come Boldrin possano recare un qualsiasi contributo alla battaglia per le libertà economiche e la civiltà politica di questo Paese. E quando pontificano su quanto faccia schifo l’Italia e su quanto desiderino tornarsene negli USA, fate una colletta e comprate un biglietto aereo di prima classe. Viaggino comodi, così che non abbiano più voglia di tornare. Qui abbiamo già troppo declino e non sarebbe male se insieme ai cervelli, iniziassimo a esportare qualche testa di legno.