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03 marzo 2018

"Placuit Deo" e l'eccellenza del cattolicesimo

di Amicizia San Benedetto Brixia
La mattina del 1 Marzo è stata presentata la lettera “Placuit Deo” della Congregazione per la Dottrina della Fede. Il testo ha colto tutti di sorpresa, visto e considerato che in questi mesi le questioni tradizionali e il loro sviluppo secondo linee classiche non sono state troppo presenti nelle agende vaticane. “Placuit Deo” rappresenta una felice eccezione sul panorama. 
Firmata da Ladaria e Morandi, rispettivamente Prefetto e Segretario della Congregazione, approvata il 16 febbraio scorso dal Sommo Pontefice Francesco, la lettera si pone in continuità con la Dominus Iesus e riprende con linguaggio fermo e chiaro alcune questioni fondamentali circa la salvezza cristiana. Il punto di partenza riguarda il modo con cui i contemporanei intendono tale salvezza: «Da una parte, l’individualismo centrato sul soggetto autonomo tende a vedere l’uomo come essere la cui realizzazione dipende dalle sole sue forze... D’altra parte, si diffonde la visione di una salvezza meramente interiore, la quale suscita magari una forte convinzione personale, oppure un intenso sentimento, di essere uniti a Dio, ma senza assumere, guarire e rinnovare le nostre relazioni con gli altri e con il mondo creato» (n.2). Tale alternativa è vista, mutatis mutandis, come il ripresentarsi di vecchie eresie, rispettivamente il pelagianesimo e lo gnosticismo. Entrambe sviliscono il ruolo del Cristo, senza il quale non vi è salvezza – verità rifiutata dagli individualismi pelagiani - e che ci ha dato la salvezza attraverso l’evento dell’Incarnazione e della Pasqua – verità rifiutata dagli spiritualismi gnostici.

Questa salvezza infine, proprio a motivo del compito di mediazione e dello spessore di concretezza storica assunta dal Signore, si incontra in un luogo preciso: la Chiesa. «Il luogo dove riceviamo la salvezza portata da Gesù è la Chiesa, comunità di coloro che, essendo stati incorporati al nuovo ordine di relazioni inaugurato da Cristo, possono ricevere la pienezza dello Spirito di Cristo (cf. Rom 8,9)... La salvezza che Dio ci offre, infatti, non si ottiene con le sole forze individuali, come vorrebbe il neo-pelagianesimo, ma attraverso i rapporti che nascono dal Figlio di Dio incarnato e che formano la comunione della Chiesa. Inoltre, dato che la grazia che Cristo ci dona non è, come pretende la visione neo-gnostica, una salvezza meramente interiore, ma che ci introduce nelle relazioni concrete che Lui stesso ha vissuto, la Chiesa è una comunità visibile: in essa tocchiamo la carne di Gesù, in modo singolare nei fratelli più poveri e sofferenti» (n.12). E successivamente si specifica, a scanso di dubbi, che «la partecipazione, nella Chiesa, al nuovo ordine di rapporti inaugurati da Gesù avviene tramite i sacramenti, tra i quali il Battesimo è la porta,[20] e l’Eucaristia la sorgente e il culmine.[21] Si vede così, da una parte, l’inconsistenza delle pretese di auto-salvezza, che contano sulle sole forze umane. La fede confessa, al contrario, che siamo salvati tramite il Battesimo... Con la grazia dei sette sacramenti, i credenti continuamente crescono e si rigenerano, soprattutto quando il cammino si fa più faticoso e non mancano le cadute... In questo modo guardiamo con speranza l’ultimo giudizio, in cui ogni persona sarà giudicata sulla concretezza del suo amore (cf. Rom 13,8-10), specialmente verso i più deboli (cf. Mt 25,31-46)» (n.13).
Come ho scritto, “Placuit Deo” si pone nel solco della Dominus Iesus, eppure non riprende espressamente le discusse formule affrontate da quella dichiarazione, in particolare manca il passaggio relativo al subsistit in, ma ciò non vale a dire che manchino importanti spunti in merito a tali tematiche. 

Se pure è vero che la definizione di Chiesa è riferita alla dimensione comunitaria (e non metafisica), la partecipazione a Essa è apertamente legata all’azione dei sacramenti (e non a qualche sociologia); inoltre, il valore della fede – immagino che il riferimento interessi i protestanti – si lega alla confessione che sgorga dalla fede stessa circa la necessità dell’opera battesimale; tra i sacramenti infine si dà una gerarchia tale per cui, se il Battesimo è la porta (e ne deriva che ogni cristiano è introdotto, grazie a tale porta, alla salvezza di Cristo), solo l’Eucaristia è culmine e fonte (e quindi solo le Chiese tradizionali godono della pienezza e della generatività), e solo la Penitenza aiuta a procedere in questo cammino in cui “non mancano le cadute”.

Forse pecco di ingenuità, ma a mio giudizio questa impostazione del discorso riafferma con potenza l’eccellenza del cattolicesimo, mentre trova un linguaggio per proseguire nel dialogo ecumenico, senza peraltro illudere gli acattolici circa la parzialità (manca il culmen eucaristico) e fragilità (manca il rimedio del confessionale) delle loro confessioni.
 
“In questo modo”, e cioè per il dono dei sacramenti, veniamo preparati al Giudizio finale, che non consiste in una collezione di sacramenti (vince chi ne ha ricevuti di più), ma in una verifica circa la “concretezza dell’amore, specialmente verso i più deboli” (vince chi, grazie ai sacramenti, ha imparato maggiormente ad amare come Gesù ha amato). E anche quest’ultimo passaggio lo reputo prezioso: chissà che questo aiuti a rilanciare la pastorale, ricordando ai fedeli che non sono tenuti a fare incetta di sacramenti, ma ad accostarvisi con sincerità – per quel che gli è richiesto e concesso – nella prospettiva di imparare l’amore cristiano. D’altra parte nel punto successivo (n.14) si ricorda che «grazie ai sacramenti i cristiani possono vivere in fedeltà alla carne di Cristo» e poi si ribadisce l’ordine teologico che va da Cristo ai Sacramenti ai poveri: « in fedeltà alla carne di Cristo e in fedeltà all’ordine concreto di rapporti che Egli ci ha donato. Quest’ordine di rapporti richiede, in modo particolare, la cura dell’umanità sofferente di tutti gli uomini, tramite le opere di misericordia corporali e spirituali». 

La lettera conclude con un invito missionario semplice e potente: «La consapevolezza della vita piena in cui Gesù Salvatore ci introduce spinge i cristiani alla missione, per annunciare a tutti gli uomini la gioia e la luce del Vangelo.[24] In questo sforzo saranno anche pronti a stabilire un dialogo sincero e costruttivo con i credenti di altre religioni, nella fiducia che Dio può condurre verso la salvezza in Cristo «tutti gli uomini di buona volontà, nel cui cuore lavora invisibilmente la grazia».[25] Mentre si dedica con tutte le sue forze all’evangelizzazione, la Chiesa continua ad invocare la venuta definitiva del Salvatore, poiché «nella speranza siamo stati salvati» (Rom 8,24)» (n.15). 
In poche righe si fissano tutte le priorità: anzitutto bisogna essere consapevoli della pienezza di vita ricevuta da Cristo (il cui culmen è l’Eucaristia); quindi si va ad annunciare la gioia e la luce del Vangelo (noterei che gioia è divenuto il sinonimo di verità, questo meriterebbe altri approfondimenti); tale annuncio implica uno sforzo; all’interno di tale annuncio si possono stabilire forme di dialogo (il dialogo non toglie minimamente che la Chiesa debba continuare ad evangelizzare, cioè ad annunciare “con tutte le sue forze”); infine si indica il ritorno di Cristo, questa è la meta missionaria, e non l’equilibrio sociale destinato a sfociare nel relativismo. 

Cosa aggiungere? Anzitutto attendiamo di vedere quali più profondi commenti e quali echi e sviluppi avrà questo testo. Ma nel frattempo mi permetto di rallegrarmi, perché in questi 15 numeri troviamo una risposta molto significativa alle domande sconfortate che avevamo espresso col contributo nell’ultimo libro di Campari & de Maistre: «Se ho qualche ragione nelle tesi presentate, ne possiamo dedurre che lo stesso concetto di Missione ha da patirne e non poco; più precisamente non stupisce che, dopo aver abbandonato lo zelo avventuriero e forse incline al proselitismo (però in cerca di proseliti del Cristo Salvatore e non degli uomini-di-chiesa) della missio ad gentes, dopo aver ridotto le missioni a ONG al pari di tante altre, ora addirittura iniziamo ad abbandonare postazioni tanto all’estero quanto in casa nostra. Non solo non si evangelizza, ma si cedono le chiese e gli spazi cristiani (di culto o di convivenza) all’uso indiscriminato di acattolici, cui nessuno propone non dico la conversione, ma almeno l’annuncio del Vangelo» (Amicizia San Benedetto Brixia, Res amissa. La perduta cosa, in Campari & de Maistre, Fino alla fine del mondo, Historica 2017).
 

31 ottobre 2017

Quel 31 ottobre del 1517


di Enrico Maria Romano

“La Discussione sulla dichiarazione del potere delle indulgenze (in latino: Disputatio pro declaratione virtutis indulgentiarum), nota anche come le 95 tesi, fu un elenco di tesi, che il frate agostiniano Martin Lutero propose alla pubblica discussione il 31 ottobre 1517” (così Wikipedia, alla voce 95 Tesi di Lutero).

Il frate agostiniano, “fu accusato e convocato a Roma già nel novembre 1517. Poco dopo Leone X affidò al card. Tommaso de Vio detto il Gaetano (o Cajetano) il compito di indurre Lutero a revocare, ma né l’incontro tra di loro nell’ottobre del 1518 ad Augusta, né la disputa, a cui partecipò anche il riformatore Karlstadt, tenuta nel giugno-luglio 1519 a Lipsia con Giovanni Eck, validissimo difensore del cattolicesimo, portarono ad un accordo” (Denzinger, edizione del 2003, p. 626).

Così il pontefice, dopo dialoghi e dibattiti teologici tesi a trovare una soluzione condivisa, decise di promulgare la Bolla Exurge Domine, il 15 giugno 1520, a quasi 3 anni dalla provocazione luterana.

Il documento pontificio del 1520 (Denz. 1451-1492) – e non le 95 tesi di Lutero – noi dobbiamo ricordare, celebrare e rimeditare. In questa solenne Bolla di 5 secoli fa risuona, nitidamente, la voce dello Spirito Santo, il messaggio intramontabile di Cristo, la definitiva Rivelazione del Padre all’umanità e alla Chiesa.

“Le proposizioni della Bolla riportano quasi sempre con precisione le parole di Lutero” (p. 626): la loro falsità però a volte è palese e conclamata, a volte meno. Tuttavia le 41 proposizioni luterane inserite nella Bolla, sono condannate dalla santa Chiesa coi termini più categorici: “Tutti e ciascuno gli articoli o errori sopra elencati, Noi li condanniamo, respingiamo, e rigettiamo totalmente (…) come eretici, scandalosi, falsi, offensivi per le pie orecchie, o in quanto capaci di sedurre le menti degli uomini semplici e in contraddizione con la fede cattolica” (Denz. 1492).

Mentre moltissimi credenti e prelati, pastori infedeli e cristiani anonimi fanno di tutto per riabilitare Martin Lutero, l’eretico per eccellenza, l’eretico per antonomasia, noi cattolici senza aggettivi, elenchiamo le più assurde affermazioni del rivoluzionario tedesco.

Ricordare gli errori del passato, e la loro condanna solenne e definitiva, sia un monito per il presente e un impegno di amore alla verità per il futuro. Ecco le più oltraggiose affermazioni di Lutero, censurate dallo Spirito Santo, attraverso papa Leone. Si vedrà che la questione delle indulgenze fu solo un pretesto usato dal monaco apostata per distruggere il cristianesimo e fondare il luteranesimo.

Si capirà anche quanto sono nel torto quei cattolici modernisti che credono di poter superare le contraddizioni dottrinali e teologiche con un cammino ecumenico ridotto al minimo comun denominatore: pace, amore e fantasia.

1. E’ sentenza eretica, ma largamente seguita, che i sacramenti della Nuova Alleanza danno la grazia giustificante a coloro che non vi pongono ostacolo

2. Negare che il peccato rimane nel bambino dopo il battesimo, significa disprezzare insieme Cristo e Paolo

5. Che le parti della confessione siano tre: contrizione, confessione e soddisfazione non è fondato nella Sacra Scrittura, né negli antichi santi dottori cristiani

12. Se, per assurdo, colui che si confessa non fosse contrito, oppure il sacerdote assolvesse non sul serio, ma per gioco, se tuttavia egli si crede assolto, è assolto con assoluta certezza

17. I tesori della Chiesa, da cui il papa trae le indulgenze, non sono i meriti di Cristo e dei Santi

20. Si ingannano coloro che credono che le indulgenze sono salutari e utili per il bene dello spirito

23. Le scomuniche sono soltanto pene esteriori, e non privano l’uomo delle comuni preghiere spirituali della Chiesa

25. Il Pontefice romano, successore di Pietro, non è il Vicario di Cristo sopra tutte le chiese del mondo intero, dallo stesso Cristo costituito nel beato Pietro

27. E’ certo che non è affatto in mano della Chiesa o del Papa lo stabilire gli articoli di fede, e anzi neppure le leggi morali o le opere buone

31. In ogni opera buona il giusto pecca

32. L’opera buona compiuta nel modo migliore è peccato veniale

34. Combattere contro i Turchi è opporsi a Dio, che visita le nostre iniquità per mezzo loro

37. Il purgatorio non può essere provato mediante la Sacra Scrittura che si trova nel Canone

38. Le anime nel purgatorio non sono sicure della propria salvezza, almeno non tutte

Per cogliere bene l’eredità sacrilega, secolarizzante e a termine distruttiva di ogni istituzione stabile dell’eresia luterana, si legga l’ottimo libretto di Angela Pellicciari, Martin Lutero. Il lato oscuro di un rivoluzionario, Cantagalli, 2016.

http://www.libertaepersona.org/wordpress/2017/10/quel-31-ottobre-del-1517/


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14 marzo 2017

Radici cristiane o fiera dell'amicizia?



di Satiricus
Il video che riportiamo parla della visita a Tolentino del Ministro degli esteri ungherese, in occasione del contributo del suo governo al restauro della Chiesa del Sacro Cuore.

La parte di intervista che il Telegiornale ha conservato riporta le seguenti parole di mons. Marconi, vescovo di Macerata: “i popoli si uniscono sulla loro storia, sull’amicizia, sulle relazioni personali, questo ci ha insegnato la storia e la grande storia cristiana insegna questo”. Può darsi si tratti di un taglio, rispetto a un discorso più ampio, ma a noi rimane solo tale piana dichiarazione.
Non risulta invece tagliato il commento del Ministro degli Esteri ungherese Peter Szijjarto, secondo il quale “L’Ungheria può tenere testa al futuro soltanto se non si allontana dalle proprie radici cristiane. Per questo noi riteniamo di essere particolarmente responsabili per aiutare le comunità cristiane sparse nel mondo e per questo motivo non ci abbiamo pensato due volte quando abbiamo ricevuto la richiesta da Tolentino: dovevamo aiutare!”

Non è proprio la stessa cosa quanto sostenuto dal vescovo e dal ministro. In un caso si invoca, ribadisce, ripete e sottolinea che la storia si basa sull’amicizia e all’amicizia si deputa la costruzione di una storia cristiana; nell’altro si asserisce che la storia dipende dal riferimento a valori religiosi, cristiani. Lo dico in modo più semplice: nel primo caso la storia dei popoli fa il cristianesimo, nel secondo il cristianesimo fa la storia. Peraltro il primo caso è smentito dalla storia. Spero che il secondo non venga smentito dai cristiani. Comunque, al solito, bisogna considerare che l’intervista del vescovo di sicuro è stata manipolata, poi non era preparata, poi il vescovo condivide certamente le dichiarazioni del laico ungherese - sebbene non senta il bisogno di esplicitarle - poi noi altri diamo sempre troppo valore alle parole e cerchiamo la polemica. E via dicendo.
E intanto le chiese crollano e i politici italiani non genuflettono. Ma chissene. L’importante è essere amici.

 

04 marzo 2017

L'ecumenismo di San Francesco

di Edoardo Dantonia

Un dogma che va piuttosto di moda oggigiorno è che per rispettare e stimare qualcuno sia necessario essergli amico, o peggio andarci d’accordo. Il nemico, l’avversario è visto come una specie di strana entità, distante anni luce nel pensiero e nel corpo; di conseguenza è impossibile, secondo le ultime tendenze mondane, lodare uno che non faccia parte della nostra cerchia di compagni.

Siamo tutti stretti nei nostri recinti, ciechi di fronte a chiunque altro che non corrisponda a certi rigidi standard (nonostante siamo soliti millantare aperture di testa che solo un’ascia bipenne potrebbe eguagliare). Da questa errata convinzione deriva uno dei più grandi falsi storici, cioè il famoso incontro tra San Francesco (santo che già nella sua figura è vittima di fraintendimenti quasi al pari del Suo e Nostro modello) e il sultano Malik al-Kamil, fatto passare per una piacevole chiacchierata tra due saggi, un dialogo ecumenico ante litteram in cui il poverello di Assisi avrebbe predicato la pace e condannato le violenze dei crociati.

Le fonti duecentesche della vita del santo non recano traccia di tutto questo miele tra i due uomini, che pur si parlarono con grande rispetto l’un per l’altro, ma riportano bensì una grande “sete di martirio” da parte dell’assisiate. Francesco non tentò per ben tre volte, nell’arco di nove anni, di giungere in territorio nemico per far incontrare Vangelo e Corano in un patetico girotondo color arcobaleno. San Bonaventura da Bagnoregio, biografo di Francesco, scrive che quest’ultimo predicò “la verità di Dio uno e trino e di Gesù Salvatore di tutti con tanta fermezza e tanto fervore di spirito”, e all’obiezione del sultano che il Vangelo non predicava la violenza di cui s’erano macchiati i combattenti cristiani, egli rispose che allo stesso modo le parole del Cristo invitano a gettare lontano da noi l’occhio che ci dà scandalo, per cui era del tutto lecito che i cristiani avessero preso le armi contro chi bestemmia il Signore e aggredisce il Suo popolo.

Vedendo, inoltre, che non faceva progressi nella conversione di quella gente e che non poteva realizzare il suo sogno, preammonito da una rivelazione divina, ritornò nei paesi cristiani”, dice Bonaventura per concludere il resoconto di quell’incontro. Ma se anche le fonti non fossero così chiare, se anche ci fosse qualche dubbio sul dialogo tra il sultano e il santo di Assisi, se non volessimo utilizzarle come dimostrazione insomma, potremmo ragionevolmente propendere per la versione che ho riportato, e questo per due motivi. Innanzitutto Francesco è figlio del suo tempo (nonostante sappiamo bene come i santi abbiamo sempre un piede di qua e uno di là del mondo), per cui pensare che un uomo di Dio vissuto nel tredicesimo secolo, uno che pur riconoscendo i mali della Chiesa decise di rimanervi dentro per curarla e sostenerla dall’interno, nel pieno delle guerre contro gli islamici si sia messo a dialogare pacatamente con il sultano nemico e abbia “fatto incontrare Vangelo e Corano”, come ho avuto modo di leggere da qualche parte, è quantomeno fantasioso.

In secondo luogo la visione della storia è falsata, oltre che da quella fastidiosa tendenza di noi moderni ad estendere la nostra morale e la nostra percezione del mondo all’intero vissuto dell’umanità, applicando schemi che possono funzionare ottimisticamente per gli ultimi cinquant’anni, dal quel dogma di cui parlavo poco sopra: non è possibile pensare che due uomini possano stimarsi e dialogare con rispetto senza essere assolutamente in accordo; ritenere che San Francesco e il sultano possano essersi parlati con cortesia pur mantenendo le loro posizioni è qualcosa di incomprensibile e inaccettabile per l’uomo moderno. Personalmente non esiste argomento al mondo che sia in grado di allontanarmi da un altro essere umano; solamente i modi in cui viene proposto e l’onestà del mittente possono dissuadermi dal dibattere, nient’altro. Malik al-Kamil stesso “concepì verso di lui devozione ancora maggiore”, dopo avergli offerto doni preziosi ed aver ricevuto un deciso rifiuto, a dimostrazione del fatto che è veramente possibile rispettare il proprio avversario senza cadere in quella melma insopportabile costituita da un ecumenismo che è in realtà una passiva accettazione di ogni idea, una tolleranza cieca che ha come unico scopo un quieto vivere che nulla ha di cristiano.

tratto da Schegge Riunite
 

15 ottobre 2016

La mistica e santa Elisabetta della Trinità e la sua lode al Dio Uno e Trino


di Alfredo Incollingo

Il 16 ottobre Papa Francesco ha canonizzato la beata Elisabetta della Trinità, suora carmelitana di origine francese, probabilmente un nome poco familiare all'opinione pubblica che solo i fedeli più devoti e attenti ricordano. Prima di tracciare una piccola biografia è indispensabile tratteggiare un ritratto spirituale della mistica francese e così conoscere una grande personalità del cattolicesimo moderno.
La sua adorazione per la Trinità è per noi un monito da tener ben presente: se non crediamo che Dio è Uno e Trino, allora dobbiamo, almeno per onestà intellettuale, cambiare religione. Tuttavia pur conoscendo le tre Persone divine e come si rapportano, a noi uomini è preclusa la conoscenza del pensiero e dell'agire divino: non potremmo mai comprendere la volontà di Dio, finché il Figlio farà il Suo ritorno e quando lo Spirito Santo ci farà dono della Grazia nel corso della nostra vita.
Santa Elisabetta adorò il Dio trinitario che ci ama al tal punto da incarnarsi e farsi Figlio e accettare la morte per riscattarci da essa e dai nostri peccati. La santa cercava la piena comunione divina, come i grandi mistici del passato, per rivivere e per poter comprendere il mistero della Trinità. La sua terribile malattia la fece soffrire, ma con gioia l'affrontò perché la morte le avrebbe spalancato le porte della vita vera. Accettò la volontà di Dio e scacciò la tentazione di maledire il suo destino, come ci è testimoniato, e visse il suo male come un ennesimo gesto d'amore del Signore: tramite la sua sofferenza Dio rimetteva i peccati dell'umanità. Come Cristo in Croce, Santa Elisabetta sentiva di provare le stesse pene sofferte dal Figlio nei momenti del sacrificio ed era conscia che il suo travaglio era necessario per riscattare un'umanità infedele. Era grata per essere stata predestinata al martirio ed era felice che il suo sangue, come quello del Signore, avrebbe salvato i cristiani dal baratro dell'Inferno. La mistica Elisabetta espresse nelle sue adorazioni il suo grazie a Dio e la sua fede nella Trinità, rafforzata dalle vicissitudini vissute.
Oggi purtroppo parlare di Trinità è alquanto “politicamente scorretto”: da un lato abbiamo laicisti sempre pronti a deridere, dall'altro abbiamo gente che parla di paganesimo o accuse di aver tradito la sostanza di Dio (quando invece la fede cristiana ragiona continuamente per conoscersi meglio, giungendo a capire che Dio è Uno e Trino); vi è un altro fronte, quello dei cattolici del compromesso che rinunciano al Dio trinitario per “facilitare” le relazioni ecumeniche. E' questo un gesto insensato e irrispettoso nei nostri confronti perché significa cedere senza motivo a pretese altrui e uniformarci per paura di essere criticati. Santa Elisabetta ci insegna invece che senza la Trinità Dio è dio, con la “d” minuscola: è un comune idolo, come tutti gli altri. Mentre il Padre ama i suoi figli fino a sacrificare il Figlio (che è Vero Dio, generato dalla stessa sostanza del Padre) e a donarci la sua Grazia tramite lo Spirito Santo. Se rinunciamo alla Trinità, il nostro non è più un Dio d'amore, ma un Essere lontano nei Cieli. La canonizzazione di Santa Elisabetta della Trinità sia intesa come un monito per non disonorare e spergiurare Dio e Cristo.

Elisabetta nacque il 18 luglio 1880 a Avor, in Francia, in un campo militare dove il padre era di stanza e qui rimase fino alla sua morte, quando aveva solo sette anni. Dei suoi primi anni di vita si ricorda il suo temperamento vivace e poco incline alla moderazione e questo comportamento sorprendentemente cambiò dopo la Prima Comunione. Ciò che le accadde è difficile dirlo: probabilmente Dio si era manifestato nel suo cuore e le aveva parlato d'amore e di misericordia. Tant'è vero che la giovane “Sabeth” (il suo nomignolo) faceva continue opere di carità, curando ammalati e distribuendo cibo agli indigenti. La vocazione religione si palesò da subito, ma la madre, volendola destinare ad un matrimonio di convenienza, rifiutò che lei entrasse nel convento carmelitano di Digione. All'età di 19 anni finalmente poté realizzare il suo desiderio: prese l'abito monacale e assunse il nome di “Elisabetta della Trinità”. Nel convento di Digione la giovane suora visse momenti alterni di misticismo e di aridità spirituale. Affrontò il normale conflitto tra fede e diffidenza, tra tentazione e fedeltà a Gesù. In lei si manifestò il desiderio di entrare in comunione con Dio e così carpire il mistero della Trinità. La malattia che la tormentò per anni (era la Sindrome di Addison, non curabile all'epoca), come si è già scritto, le regolò momenti di alto livello spirituale dove ebbe modo di amare Dio intensamente.
Non disprezzo mai la sua vita, ma gioiva per ciò che stava vivendo e prima di morire, il 9 novembre 1906, manifestò la sua felicità nel riconciliarsi finalmente con Dio. “Vado verso la Luce, l'Amore, la Vita!”
San Giovanni Paolo II ha sempre palesato la grande devozione per Elisabetta della Croce: la ritenne Venerabile nel 1982 e la beatificò nel 1984. Il Santo Padre parlò sempre di Santa Elisabetta come di un modello di fede e di speranza, che non cedette alla paura, ma rimase certa della bontà del Signore anche nella malattia.
Il 4 marzo di quest'anno Papa Francesco ha promulgato il decreto che riconosce la santità di Santa Elisabetta, autenticando un miracolo avvenuto per sua intercessione. Nel 2002 infatti una signora francese, Marie Paule Stevens, guarì dalla sindrome di Goujerot – Sjogren, un male al sistema immunitario, dopo aver pregato con fede Santa Elisabetta della Trinità.

 

06 settembre 2016

Difendere e tramandare nel modo giusto il fatto cristiano


di Daniele Barale

Non pochi, oggi, si chiedono come mai la Chiesa cattolica attraversa una crisi gravissima, dopo averne, d'altronde, attraversate molte altre nel corso della sua bimillenaria storia. Si constata con grande dolore che molte autorità ecclesiastiche sono responsabili della crisi nella Chiesa, perché sostengono e diffondono delle dottrine in contraddizione col “deposito della Fede, trasmesso da Cristo agli Apostoli e da questi a noi”; dottrine moderniste, le quali propongono i significati erronei di parole come ecumenismo libertà religiosa e collegialità. Soprattuto l'ecumenismo, fin troppo spesso confuso con quello delle assemblee protestanti, che dall'incontro di Amsterdam del 1948 e da quello di Evanston del 1954 ad oggi cerca di fare concorrenza alla giusta idea di ecumenismo della Chiesa Cattolica, e cioè: non tanto una Onu delle Religioni, bensì il ritorno “a Roma dolce casa” (citazione dei coniugi Hahn) dei scismatici. San Giovanni (17,20-26) docet, 'Come tu, Padre sei in me e io in te, siano anch'essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato... ut unum sint'. Dunque, un cattolico che dimenticasse ciò, rischierebbe di dimenticare che Extra Ecclasiam nulla salus e potrebbe cader vittima dell'indifferentismo religioso più generalizzato, il cui principio afferma le altre religioni sono mezzi di salvezza; ne conseguirebbe che essere cattolico o membro di qualsiasi altra religione è lo stesso. Così  sarà pure difficile capire che il cattolicesimo semplicemente non è né religione né dottrina ma un fatto: l'incontro con Dio incarnato. Allo stesso tempo, occorre non confondere il dialogo ecumenico, che riguarda la Chiesa cattolica e gli scismatici, con quello cosiddetto interreligioso, poiché questi riguarda la Chiesa e le altre religioni non cristiane.

Da dove trae origine questa crisi? Come si deceva sopra, la responsabilità è anche di molti uomini di Chiesa, e non solo del potere del mondo; di persone come il cardinal Kasper, Enzo Bianchi (che non è sacerdote ma laico), che diffondono pensieri non cattolici. Ma prima di parlare di questi, su cui varrà la pena tornare prossimamente, con un articolo dedicato, è necessario tornare indietro nel tempo e analizzare le cause dell'attuale situazione, che permette a loro di trovare, purtroppo, argomentazioni utili.

Occorre partire dagli anni 60-70. Il beato Paolo VI, non a caso e costatando la presenza della crisi, iniziata durante e dopo il Concilio Vaticano II, sui cui si tornerà, parlò del “fumo di Satana” penetrato nel Tempio di Dio (Allocuzione del 29 giugno 1972) e di “autodemolizione della Chiesa”, cioè la Chiesa che si demolisce da sé, la Chiesa demolita dalla sue stesse autorità. E lo stesso Paolo VI disingannò anche coloro che consideravano il Vaticano II una primavera nella Chiesa: “si credeva che dopo il Concilio sarebbe venuta una giornata di sole per la storia della Chiesa. E' venuta, invece, una giornata di nuvole, di tempesta, di dubbio” (Allocuzione del 29 giugno 1972). A sua volta, il Papa San Giovanni Paolo II il 6 febbraio 1981 fu molto chiaro nel suo discorso al Convegno per le missioni al popolo: “Bisogna ammettere realisticamente e con profonda e sofferta sensibilità che i cristiani oggi in gran parte si sentono smarriti, confusi, perplessi e perfino delusi; si sono sparse a piene mani idee contrastanti con la Verità rivelata e da sempre insegnata; si sono propalate vere e proprie eresie, in campo dogmatico e morale... si è manomessa la liturgia.”

Preoccupazioni che riceveranno conferma dall'incontro interreligioso di Assisi nel 1986. Fu uno scandalo senza precedenti. Anche il card. Silvio Oddi, che vi assistette, ne restò scandalizzato. In un'intervista a “30 giorni” (novembre 1990) affermò: “ … in quel giorno ho girato per Assisi, essendo il Legato pontificio della basilica di San Francesco, ed in alcuni luoghi di preghiera ho assistito a delle profanazioni. Ho visto buddisti danzare attorno all'altare, sul quale al posto di Cristo era stata messo Budda, incensato e riverito. Un benedettino che ha gridato allora allo scandalo è stato portato via dalla polizia. Io non ho gridato, ma lo scandalo era nel mio cuore. La confusione era evidente sui volti dei cattolici che assistevano alla cerimonia. Pensai: se adesso i buddisti distribuissero del pane dedicato a Budda, questa gente lo prenderebbe. E lo mangerebbe magari con maggiore devozione che non l'Ostia sacra”. Nel luglio scorso: ci ha pensato un sacerdote di Ventimiglia a distribuire il pane ai musulmani presenti in chiesa. Certo, il dialogo è cosa buona, ma nei luoghi appropriati e non durante la Messa, che ha uno scopo preciso: il Sacrificio Eucaristico.

Però, anche San Giovanni Paolo II non ha aiutato a risolvere le ambiguità e le confusioni. Precisazione: lungi il pensiero di giudicare le intenzioni, allo stesso tempo la papolatria: visto che il Pontefice sui temi ecumenico e interreligioso non ha espresso giudizi ex cathedra, non è peccato esprimere perplessità su alcune sue scelte. Il predecessore di Benedetto XVI nel 1986 chiese che si mantenesse sempre vivo nella Chiesa “lo spirito di Assisi” (Allocuzione ai cardinali e ai prelati della Curia Romana 22/12/1986-cf. L'Osservatore Romano 4-1-1987); egli disse anche: “La Chiesa cattolica è irrevocabilmente impegnata nell'opera ecumenica” (Discorso nell'incontro ecumenico con diversi pastori protestanti a Nairobi il 18-9-1985: cf. L'Osservatore Romano 8-9-1985). In questo medesimo spirito ecumenico il Papa organizzò il Giubileo dell'anno 2000. Sulle dieci Commissioni preparatorie cinque avevano per oggetto l'ecumenismo. Il card. Etchegaray, presidente del Comitato Centrale del Giubileo, invocò: “Spirito d'Assisi, discendi su di noi!” (cf. la rivista Tertium Millennium sett/ott. 1996 “Spirito d'Assisi). Per non parlare delle visite papali alle sinagoghe ebraiche, ai templi di diverse altre religioni, come al tempio protestante, dove il Papa recitò una preghiera composta da Lutero (cf. L'Osservatore Romano 18/12/1983, p. 7). Per non parlare delle dichiarazioni in cui considerava le altre religioni come sorelle; lodava la fede dei musulmani nel medesimo Dio dei cristiani (cf. L'Osservatore Romano 15/09/1985 p.9); esaltava la religiosità di Lutero (cf. Documentation Catholique 21/12/1980 n. 1798): si impegnava a non cercare la conversione degli eretici e degli scismatici, come nella dichiarazione congiunta col patriarca ortodosso, scismatico ed eretico, Dimitrios I: “Noi rigettiamo ogni forma di proselitismo” (cf. L'Osservatore Romano 20/12/1987, p. 6), come hanno fatto i rappresentanti del Papa nella Dichiarazione di Balamand, firmata con gli ortodossi: “Non si tratta di cercare la conversione delle persone da una Chiesa all'altra per assicurare loro la salvezza” (cfr. Documentation Catholique n. 2077, p. 711-714, 23/06/1993). E, a motivo di questo impegno con gli ortodossi, la Santa Sede chiese il ritorno allo scisma dei due Vescovi convertiti, con i loro sacerdoti e fedeli, ed accolti nella Chiesa Cattolica da Mons. Vladimir Sterniouk, vescovo cattolico di Russia.

Questo disastroso ecumenismo non era e non è ristretto nel cerchio del Vaticano; al contrario, è esteso a tutte le diocesi e parrocchie. Per esempio, nell'XI convegno dei sacerdoti e vescovi negri, i cento ecclesiastici partecipanti avevano celebrato la Messa rivestiti di ornamenti africani. Il punto culminante del convegno fu la visita a due dei più famosi centri di candoblé (culto con predominio di elementi africani simile al voudou e praticato in Brasile) della città, l'Yle Axé Opo Afonjà e la Casa Branca, dove sacerdoti e vescovi ricevettero la benedizione degli dei. L'arcivescovo Mons. Geraldo Magela Agnello partecipò all'apertura del Convegno, allorché fu festeggiata Madre Estella, sacerdotessa del centro sopra menzionato per i suoi sessanta anni d'iniziazione al candoblé. L'arcidiocesi pubblicò una nota che giustificò il Convegno con le direttive del Concilio Vaticano II sul dialogo interreligioso (cfr. Jornal do Brasil 10 agosto 1999 p. 7).

Cosa fare per evitare questi e altri errori? Prima di tutto occorre non farsi confondere dalle “sirene del mondo” ma rimanere ancorati al fermo proposito di obbedire a Gesù Cristo, che è Dio incarnato. Per non allontanarci da Lui, dimenticandone le fattezze e gli insegnamenti, a causa dell'indifferentismo; e di conseguenza per superare la crisi, ci vengono incontro santi maestri, fratelli padri e amici. Ce ne sono, e non pochi, però bisogna compiere uno sforzo: cercare loro e non i pokemon; cerchiamoli, perché avremo la grazia di trovare personalità come G.K.Chesterton e Sant'Ireneo.

Sul New Witness nel quale ribatté l'insinuazione di un giornale secondo il quale la Chiesa avrebbe dovuto “muoversi” coi tempi, Chesterton disse:
La Chiesa non può muoversi coi tempi; semplicemente perché i tempi non si muovono. La Chiesa può solo infangarsi coi tempi e corrompersi e puzzare coi tempi. Nel mondo economico e sociale, come tale, non c'è attività, eccettuata quella specie di attività automatica che è chiamata decadenza: l'appassire dei fiori della libertà e la loro decomposizione nel suolo originario della schiavitù. In questo, il mondo si trova per molte cose allo stesso piano dell'inizio dell'oscuro Medioevo.
E la Chiesa ha lo stesso compito di allora: salvare tutta la luce e la libertà che può essere salvata, resistere a quella forza del mondo che attrae in basso, e attendere giorni migliori. Una Chiesa vera vorrebbe certo fare tutto questo, ma una Chiesa vera può fare di più. Può fare di questi tempi di oscurantismo qualcosa di più di un tempo di semina; può farli il vero opposto dell'oscurità. Può presentare i suoi ideali in tale e attraente e improvviso contrasto con l'inumano declivio del tempo da ispirare d'un tratto agli uomini qualcuna delle rivoluzioni morali della storia, così che gli uomini oggi viventi non siano toccati dalla morte finché non abbiamo visto il ritorno della giustizia. Non abbiamo bisogno, come dicono i giornali, di una Chiesa che si muova col mondo. Abbiamo bisogno di una Chiesa che muova il mondo. Abbiamo bisogno di una Chiesa che lo smuova da molte cose verso le quali muove oggi, per esempio lo stato servile. E' da questo che la storia giudicherà realmente di qualsiasi chiesa, se è o non è la Chiesa autentica”.

E Sant'Ireneo vescovo diceva nel trattato Contro le eresie   (Lib. 1, 10, 1-3; PG 7, 550-554 ):
Avendo ricevuto tale messaggio e tale fede, la Chiesa li custodisce con estrema cura, tutta compatta come abitasse in un'unica casa, benché ovunque disseminata. Vi aderisce unanimemente quasi avesse una sola anima e un solo cuore. Li proclama, li insegna e li trasmette all'unisono, come possedesse un'unica bocca. Benché infatti nel mondo diverse siano le lingue, unica e identica è la forza della tradizione. Per cui le chiese fondate in Germania  non credono o trasmettono una dottrina diversa da quelle che si trovano in Spagna o nelle terre dei Celti o in Oriente o in Egitto o in Libia o al centro del mondo. Come il sole, creatura di Dio, è unico in tutto l'universo, così la predicazione della verità brilla ovunque e illumina tutti gli uomini che vogliono giungere alla conoscenza della verità. E così tra coloro che presiedono le chiese nessuno annunzia una dottrina diversa da questa, perché nessuno è al di sopra del suo maestro. Si tratti di un grande oratore o di un misero parlatore, tutti insegnano la medesima verità. Nessuno sminuisce il contenuto della tradizione. Unica e identica è la fede. Perciò né il facondo può arricchirla, né il balbuziente impoverirla”.

 

04 settembre 2015

Il corretto uso della fede. O chi ha paura dell’ecumenismo?


di Enrico Maria Romano 

Con il titolo di Chi ha paura dell’ecumenismo il Vescovo di Pinerolo ha recentemente pubblicato un breve articolo sul quotidiano della Santa Sede (cf. OR, 28 agosto 2015, p. 7) per parlare del rapporto tra cattolici e valdesi, e difendere nel contempo il “cammino irreversibile” dell’ecumenismo sia in generale, sia in particolare con la chiesa valdese. Chiesa valdese a cui papa Francesco il 22 giugno scorso ha chiesto perdono parlando dal Tempio Valdese di Torino.
Nella stessa pagina dell’Osservatore il teologo Bruno Forte si mostrava molto aperto verso i valdesi parlando di “impegno comune per l’evangelizzazione”. La domanda è: quale evangelizzazione? Ricordo infatti ai lettori che i valdesi di oggi, contraddicendo perfino il loro eretico fondatore Pietro Valdo, sono favorevoli al divorzio, all’aborto, alla contraccezione, all’omosessualità, alle nozze gay, alla “laicità dello Stato”, etc. E sono altresì contrari, in questo coerentemente con la loro storia, al Primato del Papa, al Magistero della Chiesa, alla santa Tradizione, al culto dei santi, alle indulgenze e ai 7 sacramenti intesi come canali di grazia. Negano recisamente la presenza reale e sostanziale di Gesù nelle specie eucaristiche e considerano la messa come un’invenzione “romana”. Ripeto: quale evangelizzazione?
Ma non è di questo che vogliamo parlare. O meglio prendiamo spunto dal titolo dell’articolo citato per mostrare che l’ecumenismo, come è inteso e praticato comunemente oggi, deve per forza far paura ai buoni cattolici, e a tutti coloro che amano il Vangelo, che credono all’unicità della Chiesa e che sanno che esiste una sola “vera religione” che coincide con quella professata dalla Chiesa fondata su Pietro e i successori, come insegna ripetutamente il Concilio (cf. Dignitatis humanae, 1).
L’ecumenismo fa paura se si prende per buono ciò che viene detto e fatto in suo nome, e spesse volte proprio dai suoi rappresentanti ufficiali. Così il card. Tauran, presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso, ha fatto un intervento al recente Meeting di Rimini, a dir poco ambiguo e distonico in rapporto al Magistero cattolico. Il nostro più vivo desiderio, che ci pare però un’utopia più che un anelito, sarebbe quello di essere corretti o dal summenzionato illustre Prelato o da chi ne fa le veci. Il dialogo in Ecclesia, anche attraverso la stampa e sul web, dovrebbe servire a capirsi meglio e a dare spiegazioni a chi, umilmente, non riesce a conciliare ciò che dice un’autorità della Chiesa e il medesimo Magistero della Chiesa.
L’intervento del Tauran al Meeting è stato pubblicato sull’Osservatore del 26 agosto 2015 (p. 7) con il titolo di Il corretto uso della fede. Ma secondo noi di corretto c’è poco, al di là delle intenzioni e ciò vorremmo dimostrarlo in modo accessibile.
Secondo sua eminenza a fronte dello scientismo e della morale senza Dio oggi si assisterebbe ad “un ritorno al sacro, o piuttosto a una certa religiosità”. Religiosità ambigua sottolinea il cardinale, fondata sull’assioma del believing without belonging e “senza preoccuparsi dei dogmi”. E fin qui siamo d’accordo, anche se parlare di ritorno del sacro per la diffusione dei culti orientali o della New Age ci pare improprio. Comunque sia secondo Tauran “questa nuova religiosità, spesso panteista e sincretista, traduce il bisogno di trascendenza”. Può darsi… E quindi?
Dopo questo quadro iniziale a luci e ombre (dove in realtà prevalgono le ombre del sincretismo e del panteismo), il Tauran passa a difendere non il cattolicesimo di cui è un alto dignitario, ma le religioni umane (senza specificare quali).
“Sappiamo, scrive, in effetti che le religioni possono compiere il meglio e il peggio, porsi al servizio di un progetto di santità o di alienazione, predicare la pace o la guerra”. Qui c’è già qualcosa da distinguere e da precisare. Le religioni, al plurale, possono porsi al servizio di un progetto di santità? Ma cosa può significare questo?
Certo “la Chiesa considera tutto ciò che di buono e di vero si trova nelle religioni come una preparazione al Vangelo” (CCC, 843). Ma se le altre religioni costituissero, in quanto tali, un cammino di santità, a cosa servirebbe la Chiesa cattolica fondata sopra il sangue di Cristo? Certo, che ogni verità viene, in qualche modo, dallo Spirito Santo era già noto a san Tommaso il quale non ricusò di usare le verità intuite dai pagani Aristotele, Platone, Cicerone e dagli stessi autori medioevali arabi ed ebrei.
Ma come insegna il secolare Magistero della Chiesa, nelle altre religioni però non manca mai l’errore, il dubbio, il peccato, il limite e l’inganno. Se questo non è più vero bisogna riscrivere vari brani del Concilio (cf. LG 16), del Catechismo e cancellare di netto la Dichiarazione Dominus Jesus pubblicata il 6 agosto del 2000 sotto l’autorità congiunta di GPII e del card. Ratzinger. Questa Dichiarazione era stata scritta proprio per confutare una serie di errori teologici che minavano la certezza della fede e la necessità della missione.
“Il perenne annuncio missionario della Chiesa viene oggi messo in pericolo da teorie di tipo relativistico, che intendono giustificare il pluralismo religioso, non solo de facto ma anche de iure (o di principio)” (n. 4).
Potrà mai darsi che un cardinale, che è per di più la massima autorità cattolica in materia di ecumenismo contravvenga a quanto già sancito, definitivamente, dalla Sede Apostolica? Lo valuti serenamente il lettore da quanto riportato.
Secondo Tauran “non esistono oggi conflitti religiosi”, ovvero non sarebbero le religioni ad essere in guerra ma i loro seguaci. Le religioni però senza i seguaci neppure esisterebbero… E poi, se anche i seguaci di tutte le religioni fossero imbelli, pacifisti e relativisti, come si desidera da più parti, resterebbe di fondo lo scontro tra visioni del mondo e dell’uomo incompatibili e auto-escludentisi. Come conciliare per esempio la morale cattolica con quella sopra vista dei valdesi? Come evitare lo scontro e la contrapposizione tra chi ritiene l’aborto un delitto e chi lo ritiene un diritto, come molte religioni del mondo?
Addirittura per evitare lo scontro religioso (mentre oggi la violenza terroristica si pratica su larga scala solo in nome di una religione…) il porporato invoca lo Stato laico il quale “non riconosce alcuna confessione per conoscerle tutte”…  O forse per cancellarle tutte in nome del progresso, della scienza e del nichilismo valoriale?
Quindi l’affondo che sa di eresia: “Tutte le religioni [si badi bene: tutte!] difendono la vita e la dignità della persona umana, sono consapevoli della dignità della famiglia, sanno riunire le persone più diverse, promuovono la fraternità e l’aiuto reciproco”…
Ma se così fosse tutte le religioni non cristiane sarebbero immuni da quegli errori che invece la Dominus Jesus, con il Magistero perenne della Chiesa, riconosce in esse.
Ma se si pensa quello che si scrive perché fare tante storie quando poi si nota che oggi si vive nel supermarket delle religioni in cui ognuno prende ciò che gli garba di più? Proprio in forza di ciò che insegna il Tauran milioni di cattolici nel mondo sono diventati negli ultimi decenni buddisti, mussulmani, evangelici, testimoni di Geova, avventisti, etc.
La Dominus Jesus, citando il Concilio, diceva ben altro. “Innanzitutto, deve essere fermamente creduto che la «Chiesa pellegrinante è necessaria alla salvezza. Infatti solo Cristo è il mediatore e la via della salvezza; ed egli si rende presente a noi nel suo Corpo che è la Chiesa. Ora Cristo, sottolineando a parole esplicite la necessità della fede e del battesimo (cf. Mc 16,16; Gv 3,5), ha insieme confermato la necessità della Chiesa, nella quale gli uomini entrano per il battesimo come per una porta». Questa dottrina non va contrapposta alla volontà salvifica universale di Dio (cf. 1 Tm 2,4); perciò «è necessario tener congiunte queste due verità , cioè la reale possibilità della salvezza in Cristo per tutti gli uomini e la necessità della Chiesa in ordine a tale salvezza»” (20).
Se è vero che i seguaci delle altre religioni possono ricevere la grazia divina, è pure certo che oggettivamente si trovano in una situazione gravemente deficitaria se paragonata a quella di coloro che, nella Chiesa, hanno la pienezza dei mezzi salvifici” (22).
Questi due punti sono negati, in modo forse implicito ma non troppo, dall’idea che emerge dalla relazione del cardinale secondo cui tutte le religioni sono cammini di salvezza e portatrici di pace e benessere.
Gli errori, le eresie, le assurdità, le menzogne presenti nelle principali religioni del mondo (dalla poligamia islamica alla negazione della divinità di Cristo e al politesimo, dall’ateismo pratico del buddismo all’amoralità presente più o meno in tutte le spiritualità d’Oriente, fino al sacerdozio femminile e al sola scriptura degli eredi della Riforma) oltre a costituire un ostacolo alla salvezza per i loro membri sono altresì dei grandissimi attentati alla pace, alla serenità, alla famiglia e alla stessa civiltà umana come tale.
Concludeva la Dominus Jesus scrivendo: “La presente Dichiarazione, nel riproporre e chiarire alcune verità di fede, ha inteso seguire l'esempio dell'Apostolo Paolo ai fedeli di Corinto: «Vi ho trasmesso dunque, anzitutto, quello che anch'io ho ricevuto» (1 Cor 15,3). Di fronte ad alcune proposte problematiche o anche erronee, la riflessione teologica è chiamata a riconfermare la fede della Chiesa e a dare ragione della sua speranza in modo convincente ed efficace. I Padri del Concilio Vaticano II, trattando il tema della vera religione, affermarono: «Noi crediamo che questa unica vera religione sussiste nella Chiesa cattolica e apostolica, alla quale il Signore Gesù ha affidato il compito di diffonderla tra tutti gli uomini, dicendo agli apostoli: “Andate dunque, ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato” (Mt 28,19-20). E tutti quanti gli uomini sono tenuti a cercare la verità , specialmente in ciò che riguarda Dio e la sua Chiesa e, una volta conosciuta, ad abbracciarla e custodirla” (23).

La fede cattolica, ben illustrata dalla Dominus Jesus, e la stessa ragione umana ci dicono di opporci ad un relativismo di tipo religioso che appare sempre più come l’altra faccia dell’ateismo e del laicismo.

 

29 ottobre 2014

"Sed Gladium" di Andrea Giacobazzi

di don Marco B

Allertante, e come altrimenti definire il piego libri che ho ricevuto dieci giorni fa? "Caro don Marco, è con grande piacere che invio questa copia omaggio. Con devozione, Andrea Giacobazzi". Giacobazzi. Sarà il comico di Zelig? Temo di no. Andrea Giacobazzi, quello di Radio Spada, il blog che ospita sede-vacantisti e filo-lefebvriani. Mi hanno scoperto! Ma come è successo? Mi ero nascosto così bene! Io, perfettamente inquadrato nel sistema, mai un colletto troppo alto né un ferraiolo, indulgente sul Santo-Zaire a messa (messa con la minuscola, tipo la messa in piega)... Ma come, come hanno fatto a scoprirmi? Apro il pacco-bomba. Già mi immagino di trovare una rivista proibita, tipo Tradizione Cattolica, che se volevi introdurla in seminario dovevi nasconderla dentro a Playboy; oppure una indagine in tempo reale sugli errori, grammaticali prima che teologici, della Relatio sinodale in latino (Radaelli docet); oppure, aiuto, un saggio anti-semita scritto da qualche ebreo libanese del XVIII secolo. Apro. Peggio del previsto: Sed Gladium. "Don Marco, so di chiederti molto, ma vorrei recensissi l'ultimo libro di Andrea". Ora ricordo quel messaggio di due settimane prima. "Ma sei sicura?" "Certo, c'è pure la prefazione di don Tranquillo". Ah beh, omen nomen. Ma chi è ‘sto don Tranquillo? Guardo la prefazione: FSSPX. Abbiamo un problema, don Marco: e io adesso cosa recensisco? Che ci sia distanza abissale di opinioni, manco si discute, con tutta la simpatia per il mondo tradizionale (che, secondo la scaletta di Lumen Gentium, è il più prossimo a noi), da qui a sposarne gli assunti teologici ne corre. Che dunque, mi rimangerò la parola data? Sia mai, voglio mantenere la promessa e accettare la sfida! Ne faccio una questione di principio. Dei gay non si può parlare sennò ti ingabbiano sventolando il ddl Scalfarotto, sarà almeno rimasto nella Chiesa un pizzico di libertà, quel che basta a consentire una recensione a un libro? E poi ricordo bene - sempre stato alunno modello e attentissimo alle lezioni - la retorica sul "cercare ciò che ci accomuna" e sul "dialogare con tutti" e infine sul "dovere di accettare, non solo e non più tollerare, ma accettare pienamente l’altro". Che dite, saranno suggerimenti che il mio professore, ecclesiologo di linea kasperiana, negherebbe solo nel caso di scritti anticonciliari? Impossibile, neh?

Dunque procediamo. Sed Gladium, recita il titolo completo, Dottrina e Sacra Scrittura contro l'ecumenismo. E qui non si scherza: Antico e Nuovo Testamento, documenti Pontifici e auctoritates teologiche a sostegno della tesi: questo ecumenismo non s'ha da fare. Ma quale e perché? In fondo l'impostazione stessa del libello, un centinaio di pagine, si presta a una felice lettura. Non troviamo infatti grandi dibattiti, fini cavillosità teologiche, argomentazioni addentate e agguerrite. La pubblicazione nasce con evidenti scopi formativi, destinata in primo luogo, oserei dire, a chi è già all'interno del giro. Non un pamphlet pensato per il dibattito dunque, quanto piuttosto un manuale in cui il cattolico tradizionalista può trovare tutti i più importanti loci scritturistici e magisteriali a condanna dell'ecumenismo. Essendoci poco da dire sui contenuti - visto che non si apre spazio a un confronto, che so, sul modo di intendere i documenti conciliari e le relative aperture ecumeniche (per la qual cosa rimando a Padre Lanzetta, Il Vaticano II, un concilio pastorale, Cantagalli 2014, Capitolo V, p.421ss.) -, mi soffermerò sul format e sulla idea che guida Sed Gladium, aggiungendovi un incoraggiamento, almeno relativo, al progetto che sta dietro a Radio Spada. Infine esprimerò la mia critica. Vediamo anzitutto il testo: che contributo potrò trarre dalla esposizione piana di brani biblici e dottrinali ante-conciliari? Certo un aiuto nel proposito di attuare l’ermeneutica della continuità, che in effetti non è possibile se non a patto di conoscere molto bene sia il prae che il post Concilio. Ecco, io di sicuro del prae non so quasi nulla, nonostante circa dieci anni di studi seminariali, e in fondo dubito che quel poco insegnatomi dal professore kasperiano di cui sopra sia fedele ai fatti: leggiamo dunque Sed Gladium per chiarirci bene la posizione della Catholica fino al Concilio. Credo inoltre - secondo apprezzamento - che abbia un qualche valore euristico venire a sfogliare pericopi scritturistiche abitualmente non troppo gettonate, scoprendole nella loro crudezza e immediatezza: è un rischio, ma è un rischio genuinamente conciliare, la capacità di tornare alle fonti rivelate, liberi dai filtri teologici di moda, un tempo rigidamente tomisti ed oggi non di rado rigidamente anti-tomisti. Sperimento questo brivido ogni mattina, quando inizio la mia giornata meditando San Paolo in greco, senza cesure né censure esegetiche di sorta: c’è poco da fare, ha un altro sapore, più penetrante, più spietato, non consente accomodamenti culturali di alcun genere, non offre appigli né nascondigli, soprattutto quando ritrae Nostro Signore e la fede nelle loro dimensioni più dure e virili - quelle care a Giacobazzi -. Resta bello e valido, in terzo luogo, lo scopo di editare e divulgare prontuari del credere semplici e chiari, che sottraggano i fedeli alla confusione delle molte agenzie informative, a volte anche cattoliche se non addirittura, in casi puntuali, curiali. Mi obietterete che per fare questo non è necessario ricorrere a testi di impronta anticonciliare. Non è necessario, è vero, ma a volte è inevitabile, dato che le editrici cattoliche più quotate latitano in simili obiettivi. Questo è il bene che avevo da dire sul testo, opinabile fin che volete e magari un po’ stiracchiato, non più stiracchiato comunque del tentativo di trovare punti di concordia con i cristiani acattolici iuxta l’imperativo ecumenista vigente. Ora rimango in attesa di qualcuno che integri il libello di Giacobazzi, compilando una debita collezione di brani post-conciliari, per darci così la versione più completa dell'argomento in ottica della continuità (quella che il sottoscritto sposa). Prima di chiudere mi sia concesso, come da promessa, un elogio che s’avvita a partire dal titolo: Sed Gladium, sono venuto a portare non la pace ma una spada. Per la prima volta ho riflettuto sul perché di quel nome: Radio Spada. Non che ci volesse molto, ma… che volete farci? Sono un ragazzo ingenuo. Purtroppo, dichiariamolo, c’è un puzzo drammaticamente anticonciliare anche in questa scelta: se il Concilio s’apre al mondo, con la sua pastorale di misericordia, contro profezie di sventura, rimuovendo anathemata e introducendo balsami, i radiospadisti tornano a ricordare che Cristo non è venuto a portare pace, ma una spada. E d’altra parte, che dire? Forse che il cattolico oggi ha davvero rimosso la dottrina della lotta spirituale, della pugna contro il Mondo? Abbiamo fatto cadere l’evangelico dictum sulla “spada”? Questo ci chiese il Concilio? Se i cultori del Concilio dei media lo affermano, io e i cultori del Concilio dei Padri e dell’ermeneutica continuitatis ci opponiamo. Potrà cambiare il modo dello scontro, la tattica, ma non la strategia. Lo insegna persino la massonica wikipedia alla voce, appunto, ‘strategia’: “la tattica riguarda cioè il come combattere una battaglia, mentre la strategia riguarda il capire se la battaglia debba essere combattuta o no”. Ecco, gli amici di Radio Spada mi insegnano che c’è una battaglia da combattere. Ma come, don Marco, e non te lo insegna già la Chiesa? Purtroppo, se per Chiesa intendiamo i preti che mi hanno cresciuto, nel mio caso devo rispondere con un no. E, di nuovo, se mi guardo attorno ho l’impressione che le agenzie informative e i relatori cattolici più blasonati rimarchino tale no. E dunque all’occorrenza riscopro con segreta complicità i radiospadismi e simili pose, in tutto fedele a quella libertà intellettuale dichiarata da tanti filosofi e teologi preconciliari (tutti portati in palmo nei corsi seminariali), quando si trattava di strizzare l’occhio a sinistra in un’epoca di destre ecclesiastiche. Ovviamente, colta l’imbeccata da Giacobazzi, posso tornare a tuffarmi in santa autonomia nel tesoro nascosto ma generoso della Madre Chiesa, e di questo ringrazio - di nuovo! - Papa Benedetto XVI, dal quale ho ricevuto il Summorum Pontificum, e con esso il nobile rito tradizionale, e perciò stesso il ripristino dell’ultimo Evangelium Missae, quell’impareggiabile prologo di san Giovanni in cui tutto, la storia l’apocalisse l’incarnazione il quotidiano la lotta la speranza, tutto si riassume, vertice celebrativo, condanna del Mondo e apertura sul mondo (segue infatti l’Ite missa est). Ed è così che, senza bisogno di scartabellare complicati documenti conciliari, anche l’ultimo dei fedeli trova impartita e ribadita la lezione de gladio al termine della Santa Messa more extraordinario celebrata. Fine del genetliaco all’amico Giacobazzi, ad Ilaria che mi ha costretto nella recensione e al simpatico gruppo di Radio Spada, di cui personalmente non condivido le tattiche, pur trovandomi di fatto più in sintonia circa le strategie (può essere questa la chiave di lettura relativa a simpatie ed antipatie, alleanze comode e fittizie ‘a sinistra’ versus prossimità effettive e perciò scomode ‘a destra’?). Tra tutte, voglio dirlo, la tattica che maggiormente aborrisco è quella di dividerci e massacrarci tra gruppi di ispirazione tradizionale, e in cima ci piazzo la ridda pro-life dei mesi scorsi; il tutto mentre l’ultra-progressismo mediatico tesse finissime quanto inimmaginabili alleanze - anche qui, forse, questione di tattiche, ma già vediamo quali siano le vincenti! -. Concludo: mentre per un simile articolo mi attirerò addosso “l’ira funesta delle cagnette” cui ho obliquamente “sottratto l’osso”, scelgo al contempo di definire appieno l’operazione terra bruciata con un appello scomodo rivolto questa volta ai radiospadisti, che invito di cuore a coltivare piuttosto l’unità che lo scontro, pur nell’affermazione della verità e del debito combattimento, e soprattutto a rimanere legati e fedeli a Santa Madre Chiesa e ai suoi Pastori, pur nei momenti di difficoltà, perché possiate essere una Spada ben piantata nella roccia. O qualcosa di simile. Perchè la strategia è la spada, la pace fa da tattica, l’unità sarà il compimento, beninteso: dono di Cristo e non artefatto degli uomini.

 

26 giugno 2014

Il Maligno in confessionale. Cronaca di un assalto inaspettato.

di Tanis Mezzelfo

Quando l'altro giorno entrai in una chiesa, un Duomo molto importante e famoso, per confessarmi, mai avrei pensato di pentirmene. Mi trovai di fronte all'assalto di un orripilante apostata, un lupo travestito da prete che per l'ennesima volta ha confermato in me l'idea che la Chiesa viva tempi calamitosi. Ma andiamo con ordine.
 

23 novembre 2013

Donne vescovo?

di Enrico Maria Romano
Tra i tanti disagi provocati dal falso ecumenismo (su cui B. Gherardini, Controversie conciliari, Lindau, 2013), c’è senza dubbio l’idea, diffusa un po’ ovunque, che, tutto sommato, le differenze tra le varie confessioni cristiane, ovvero tra l’unica Chiesa fondata da Nostro Signore sul Calvario, e le mille chiesuole della Riforma, siano secondarie e superabili. Dunque in quello slancio d’amore e di benevolenza a cui ci invita il Concilio, appare segno di apertura mentale il far finta che queste differenze non ci siano proprio, o almeno che oggi non sussistano più. Con questa logica al ribasso e in questa ricerca del minimo comune denominatore, anch’esso sempre più basso e lontano da Dio, si sono organizzati in questi ultimi 50 anni, innumerevoli riunioni, conferenze ecumeniche, meeting sincretisti e blasfemi, iniziative “spirituali” o caritative, teologiche e antropocentriche, finalizzate a trovare punti in comune, al di là di quella fede e di quella morale che inesorabilmente divide… Un esempio recente.

Il Corriere della sera del 21 novembre 2013 titolava con gran gioia: “Anglicani, sì alle donne vescovo. E Cameron: Le voglio tra i Lord” (p. 25). Potrebbe sembrare soltanto l’ennesimo giubilo da parte laica, per l’ennesima contraddizione di parte ecclesiastica, ma la faccenda è più grave. E’ vero infatti che laikoni nostrani sanno bene che queste inversioni storiche possono solo produrre, a termine, nient’altro che confusione e incertezza, vie maestre dell’ateismo da loro auspicato. Ma sullo stesso identico tema, perfino il quotidiano della Santa Sede, alcuni mesi fa, era del tutto arrendevole dinanzi alle continue apostasie delle chiese riformate. Rivederlo oggi, alla luce della “storica decisione” del Sinodo anglicano, ci aiuta, in prospettiva, a cogliere i limiti di una mentalità post-conciliare, votata allo sconto, al compromesso, all’indulgenza perpetua (immeritata)…

Sull’Osservatore Romano (10.7.2013, p.6) era intitolato “Una questione che continua a dividere” un articolo anonimo dedicato al “prossimo sinodo della Church of England [la chiesa anglicana]” e alla “proposta sulle donne vescovo”. Proposta che, poi, si è risolta con 378 favorevoli alle donne vescove e 8 contrari. La “divisione” di cui sopra però non è tra i cattolici, che per fedeltà alla Rivelazione sanno bene che le donne per volontà di Dio sono escluse dal ministero e dal conferimento dei sacramenti, e gli eretici anglicani, che lo ignorano. Ma la divisione del titolo fa riferimento all’ennesima frattura all’interno della chiesa fondata da Enrico VIII, tra i più progressisti, che vogliono andare sempre avanti nell’abbandono della Bibbia e di Cristo, e i conservatori (anglicani) che cercano, molto spesso vanamente, di salvare qualche vestigio di cristianesimo e di moralità. “Un impegno a proseguire la discussione, con l’auspicio di approvare in via definitiva una nuova proposta sull’ordinazione delle donne vescovo entro il 2015: è questa la principale novità scaturita dal sinodo generale della Church of England, che si conclude oggi [il 10 luglio 2013] a York”.

Gli elementi maggiormente stupefacenti dell’articolo sono 2. Anzitutto il fatto che la chiesa anglicana – usiamo la minuscola per distinguerla dalla sola Chiesa che ha Cristo come Capo e Istitutore – è considerata, a torto o a ragione non saprei, la più “conservatrice” o almeno “moderata” nell’universo tetro e caotico delle chiese nate dalla Rivoluzione protestante del XVI secolo. E dunque i più conservatori tra i protestanti, e per il fatto stesso i meno lontani dal Cattolicesimo romano, hanno deciso di approvare in via definitiva – indietro, in queste cose, non si torna mai… – una norma del tutto folle, radicalmente antitetica, non solo alla chiarissima volontà di Dio e del Vangelo, ma anche a duemila anni di cristianesimo (non esclusi i 500 anni di scisma anglicano). Cambiare una tradizione così universale, così salutare e così naturale (l’uomo e la donna infatti hanno ruoli diversi nella creazione divina, cf. Mulieris dignitatem n. 10), significa ribaltare completamente ogni tradizione e ogni costume secolare, favorendo uno spirito di ribellismo, di illegalità e anarchia che porterà certamente i più dinamici “fratelli anglicani” a dirsi: se abbiamo tolto, nel 2013 o 2014, perfino l’episcopato maschile, perché non togliere ora qualcos’altro? Perché non sopprimere la necessità del battesimo, o il valore ispirato della Scrittura, visto che molti tra noi già non vi credono più? Insegna la sana antropologia, che minando il valore della tradizione, specie in cose sacre e religiose, si incide fortemente sull’immaginario collettivo, inclinando l’assetto non del passato che come tale non può cambiare, ma del presente e del futuro. Favorendo altri spostamenti e nuove conquiste, che poi si pagano a caro prezzo…

La seconda cosa, ancora più scioccante se si riflette sulla natura eversiva e sovversiva di cambiamenti epocali di questo tipo, è l’ostentata indifferenza dell’Osservatore per una decisione del genere. Sappiamo bene che, dopo il Vaticano II, si è permesso di tutto in tal senso e non mancano affatto fotografie e video – internet per questo verso funge bene da memoria collettiva – di alti e altissimi prelati che pregano, dialogano, conferiscono con diaconesse, pastoresse e vescovesse varie, in perfetta armonia, tolleranza, simpatia evidente. (Si parla perfino di una episcopessa che sarebbe impunemente circolata nelle sacre aule dell’ultimo Sinodo dei Vescovi, con tanto di talare nera e colletto romano, tra lo sconcerto di alcuni, veri Successori degli Apostoli!). Così per l’Osservatore, come se si stesse parlando di fare (o meno) il ponte sullo stretto di Messina, “con una maggioranza di 319 voti contro 84, la riunione dei delegati della comunità anglicana nel Regno Unito ha infatti stabilito che quella dell’ordinazione delle donne vescovo ‘continua a essere una questione urgente’. In sostanza, la nuova proposta sarà esaminata al prossimo sinodo, che si terrà nel novembre 2013, ma come è stato puntualizzato per l’approvazione finale occorrerà attendere il 2015”. Quindi si dà per scontata, con indifferenza o larvata simpatia, la vittoria degli anglicani più progressisti e più eretici, e l’ammissione di una norma che allontanerà ancor di più la comunione anglicana dalla Chiesa cattolica e per il fatto stesso dalla giustizia e dalla verità. E infatti, l’OR di luglio profetizza ciò che è accaduto esattamente il 20 novembre u.s.: gli anglicani avranno le vescovesse, ma parrebbe solo dal 2014. La chiesa anglicana in effetti, dalla tragica separazione da Roma sulla scorta di Enrico VIII, Cramner ed Elisabetta la sanguinaria, ha sempre più aggravato la sua situazione teologica e dottrinale, fino al punto che Papa Leone XIII, nel 1896, ha dichiarato nell’Apostolicae cure, l’invalidità delle ordinazioni sacerdotali anglicane, per difetto e di forma e di intenzione (cf. Denz. 3315-3319). Cioè i sacerdoti anglicani, oltre ad essere eretici e scismatici come ogni anglicano adulto (salvo i dementi), non sono affatto sacerdoti e restano semplici laici: i loro sacramenti rimangono del tutto nulli ed invalidi. Secondo l’OR, che sembra essere indifferente a ciò che scrive, la chiesa anglicana “consente alle donna, fino dal 1992, di diventare sacerdote ma la consacrazione episcopale è stata sempre negata sulla base di motivazioni teologiche. Tuttavia, la pratica dell’ordinazione delle donne vescovo, anche di quelle dichiaratamente omosessuali, già avviene, per esempio, all’interno della comunità episcopaliana (il ramo anglicano negli Stati Uniti); oppure nelle comunità anglicane di Australia, Nuova Zelanda e Canada”. Non si capisce allora a che pro attendere il prossimo Sinodo della chiesa d’Inghilterra, se si tratta di una prassi, quella del conferimento dell’episcopato alle donne, già praticata in comunità importanti dell’anglicanesimo mondiale. Ma trovare una logica tra i figli di Lutero, di Melantone e di Calvino è sempre stato arduo e oggi lo è assai più di ieri: alle eresie dei grandi Fondatori infatti, si sono via via aggiunte vere e proprie svolte storiche, soprattutto in ambito bioetico, andanti sempre nel senso della modernità, del progressismo e del secolarismo. Ma chi vuole piacere al mondo, per il fatto stesso si fa nemico di Dio (cf. 1 Gv 3).

Il quotidiano vaticano parla dell’“arcivescovo anglicano” Welby, omettendo che trattasi di arcivescovo per modo di dire e non davanti a Dio, riportando, senza alcun commento, le sue parole al Sinodo anglicano. Egli assicura del suo “impegno a ordinare le donne vescovo esattamente sulla base di come avviene già per gli uomini”. “Si tratta di andare avanti ancora un po’ – ha proseguito Welby – e di lavorare sulla proposta, considerando che vi è stato un cambiamento di umore negli ultimi sei mesi”. La fede legata agli “umori”… Tra l’altro regolarmente creati ad arte dalla stampa laica e massonica che vuole a tutti i costi il sacerdozio femminile. Da un lato gli atei anti-cristiani vorrebbero abolire il sacerdozio visto come una ingiusta discrimanzione del laicato; ma dall’altro vorrebbero introdurre nella Chiesa cattolica, che odiano come la peste, il sacerdozio femminile: incoerenza? oppure sanno bene che introdotta la donna sull’altare finirebbe per crollare anche l’altare? Come quelle lobby gay che odiano il matrimonio cattolico, ma al contempo lo chiedono per gli omosessuali. Incoerenti, o coerenti con la loro volontà di distruggere la famiglia come Dio l’ha fatta?


In realtà, sia Paolo VI (con due lettere all’arcivescovo di Canterbury nel 1975 e 1976) che Giovanni Paolo II (Ordinatio sacerdotalis, 1994), avevano messo in guardia le varie comunità della Riforma dal compiere gesti così arbitrari e antitetici alla volontà di Dio, il quale non si pente di ciò che ha stabilito, e le cui promesse e i cui doni (come il sacerdozio maschile e il silenzio delle donne in assemblea, cf. 1 Cor 14,34-35) sono irrevocabili. 
 

24 settembre 2013

Il cattivo maestro Moni Ovadia

di Giorgio Vedovati

Siamo tornati all’epoca dei perfidi giudei. No, fermi!, non allertate l’onorevole oculista detta Cécile. «Perfidi» non in quanto giudei, bensì in quanto opportunisti, ambigui, falsi e – in sostanza – malvagi. È infatti difficile non definire in questo modo Moni Ovadia, l’attore diventato più che altro salottiere, che ha fatto carriera e fortuna a suon di 25 Aprile e Giornate della Memoria. Siamo abituati a vedere figure scialbe e banali diventare idoli della sinistra (basti un solo nome: Saviano), ma il problema si pone quando simili personaggi salgono agli onori degli altari. Allora può capitare che ci girino i cinque minuti, che lo sdegno sia tale che non è più possibile tacere.
 

16 aprile 2013

Il gesuita danzante


di Satiricus

Poche settimane fa segnalavo con toni inquietanti le performances di un ballerino indiano, che piroettava sensualmente sul presbiterio di una chiesa. Ho vagamente temuto fosse un'ode a Shiva. Poi ho scoperto che si trattava di un gesuita, fratel Saju George Moolmamthuruthil.
L'opzione di fratel Saju non può che lasciarmi basito e scettico. Col sigaro a mezz'asta.
 

24 novembre 2012

Buon "Deepavali". Sincretismo sull’Osservatore Romano?


di Enrico Maria Romano
Le ambiguità del cosiddetto ecumenismo post-conciliare sono divenute così evidenti e così note a tutti che pare inutile e vano starle ad elencare ancora una volta. Basti pensare che, contro la Rivelazione, la Tradizione, il Magistero e la migliore teologia (cf. per tutti, S. Tommaso, Summa theologiae, II-II, 5,3) si osa attribuire, in un documento conciliare, ai “fratelli separati”, presi indistintamente, la virtù sovrannaturale della fede (UR 3), totalmente incompatibile in verità con la professione pubblica e reiterata dell’errore e dell’eresia. Oppure quando nel medesimo testo si asserisce che i dissidenti hanno “la Parola di Dio scritta”, mentre giustamente la Costituzione Dei Verbum insegna che chi non possiede né la Tradizione né il Magistero (come è il caso sia dei luterani sia degli ortodossi), non ha neppure la Scrittura, né l’autorità per interpretarla (DV 10).
 

02 novembre 2012

Tradizione e ortodossie: qualche spunto


di Andrea Virga
Si è svolto venerdì scorso, a Torino, il convegno “Tradizione e ortodossie”, organizzato dall'associazione culturale e politica Millennium, nei locali del Centro Culturale Italo-Arabo Dar al-Hikma di Via Fiocchetto 15. La conferenza vera e propria, preceduta e seguita da momenti conviviali di confronto e discussione tra gli intervenuti, ha visto la presenza di relatori di fama internazionale, ed è stata moderata da Alberto Lodi, dell’Università di Pavia. C’è stata una discreta partecipazione di pubblico, specie da parte dei membri della Comunità Religiosa Islamica.