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04 dicembre 2017

Charlie Gard, Eutanasia di Stato


di Fabio Fuiano

A cinque mesi di distanza dalla sua nascita al cielo, torniamo a parlare del piccolo Charlie Gard e lo facciamo con Assuntina Morresi, che ringraziamo di cuore. Editorialista di Avvenire e scrittrice per l’Occidentale, nonché autrice del libro Charlie Gard, Eutanasia di Stato, appena uscito e acquistabile qui. Sposata, tre figli, è docente di Chimica Fisica presso il dipartimento di Chimica, Biologia e Biotecnologie dell’Università di Perugia. Dal 2006 fa parte del Comitato Nazionale per la Bioetica, ed è consulente scientifico per il Ministro della Salute Beatrice Lorenzin.

Cosa ti ha spinto a scrivere il libro e perché fin dalle prime pagine del libro ci tieni a chiarire che non si tratta solo di un “caso Charlie”?

«Lo sentivo come un dovere, come un atto di giustizia nei confronti di una grande ingiustizia. Non lo definisco come un semplice “caso”, perché il “caso” viene trattato sempre come qualcosa di astratto, un’idea. Invece bisogna ricordarsi che Charlie e i suoi genitori sono persone, non idee, e in quanto tali vanno difese. Per me era importante raccontare quello che era successo e spiegare il senso della loro storia, al di là delle considerazioni di bioetica e diritto, per evitare di parlarne come di un’astrazione accademica. Per questo la modalità del racconto è quasi un diario, un’esperienza. La parte più difficile è rendere consapevoli tutti noi che abbiamo combattuto per Charlie, che la vicenda non sarebbe diventata planetaria senza la nostra mobilitazione, ed è importantissimo che ci si renda conto di che cosa ha scatenato la ribellione: è molto ingeneroso parlare di una semplice “reazione emotiva”. No … è stata una reazione umana. Ci tengo inoltre a precisare che non è stato un “caso” creato ad hoc, per creare un precedente, ma un “incidente”: seguendo la mentalità corrente, quel bambino non doveva vivere. La sua morte era stata ritenuta “normale”, da medici e giudici, secondo il criterio del “best interest”, il suo “miglior interesse”: la vita del piccolo era di qualità così scarsa che era meglio (il miglior interesse) per lui morire, non vivere.»

Qual è a tuo parere dunque, il filo conduttore che lega le storie di Charlie, Eluana Englaro, Terry Schiavo, Welby e dj Fabo e qual è stata la principale differenza?

«Quelli di Terry Schiavo (in parte), Eluana Englaro, Welby e dj Fabo, appunto, sono stati “casi”, nel senso di percorsi sostanzialmente costruiti a tavolino per creare dei precedenti da seguire come esempio, in situazioni analoghe che si sarebbero presentate in futuro. Quello di Charlie, invece, è stato un incidente: i medici del GOSH non volevano che scoppiasse la vicenda e nemmeno se lo aspettavano in virtù della suddetta normalità. Il filo conduttore è la volontà eutanasica: ci sono casi in cui la vita non merita d’essere vissuta, è meglio morire. Ma mentre l’eutanasia generalmente si definisce in un contesto di sofferenza fisica insopportabile (non riesci a placarla in alcun modo e quindi è “meglio” morire), per Charlie non si tratta di una sofferenza incontrollabile di tipo fisico e la logica eutanasica stava nel voler porre fine ad una vita che teoricamente produceva sofferenza a prescindere da un dolore fisico, una vita sofferente perché di scarsa qualità. Per Charlie si è arrivati al punto da non consentirgli di tornare a casa per morire: se gli “esperti” e le istituzioni possono stabilire il tuo massimo interesse, decidendo anche della tua vita e della tua morte, a maggior ragione possono decidere dove e come vivi e muori. Questa mentalità eutanasica è entrata pian piano nella mentalità comune – non si fanno mai grandi salti, per la finestra di Overton – e Charlie è stato una sentinella: ci ha avvertito che siamo già entrati in questa mentalità, e ci ha resi coscienti che probabilmente ci sono state tantissime altre vittime sconosciute di questa logica mortifera

Dunque potremmo dire, effettivamente, che la nuova vicenda relativa ad un altro bambino a cui vogliono “staccare la spina”, Isaiah Haastrup, è emersa anche grazie al piccolo Charlie.

«Assolutamente. Alla fine del libro su Charlie, quando nell’ultimo capitolo descrivo alcune sentenze dei tribunali inglesi, spiego come, in nome dell’autodeterminazione, si va verso una dittatura dei poteri istituzionali, cioè, alla fin fine, dello Stato. Ho accennato a delle sentenze in cui i giudici non hanno tenuto conto della presunta volontà della persona (non più in grado di dare il suo consenso), e di quella manifestata dalla famiglia, sia che esprimessero il consenso a certi trattamenti, sia che lo negassero. Non è dunque, infine, la volontà del singolo a valere, ma il giudizio sulla sua qualità di vita da parte di “esperti”, e questo è terribile. Una volta si dava per scontato il cosiddetto favor vitae, e cioè che la vita fosse il primo fra tutti i diritti, e quindi, nel dubbio, la preferenza era sempre al vivere. Se invece il favor vitae non è più il criterio di giudizio, ma la principale coordinata di riferimento è la qualità della vita, tutto dipende da chi decide, a prescindere dalla volontà della persona interessata. E morire può diventare il massimo interesse.»

Infatti il giudice è una persona che spesso non ha competenze nel contesto in cui deve emettere la sentenza e quindi ricorre al cosiddetto CTU (Consulente Tecnico d’Ufficio), una persona competente nella materia da affrontare che redige una relazione sulla cui base il giudice emette la sentenza. In questo caso, i CTU del giudice sono stati i medici del GOSH giusto?

«Esattamente. Ad un certo punto nel libro lo scrivo: per Charlie i medici vanno in tribunale dai giudici per chiedere se è corretto staccare i ventilatori e i giudici per deciderlo chiedono ai medici. C’è un evidente corto-circuito: il giudice decide in base alla perizia dei medici e i medici agiscono in base a quello che decide il giudice. In pratica, come si dice a Roma, se la cantano e se la sonano.»

C’è evidentemente una mancanza di oggettività dovuta al fatto che il favor vitae è venuto meno. Prendendo spunto dal libro mi chiedo: a molte persone sembra non essere chiara la differenza tra inguaribile e incurabile, tra assistenza e cura medica, potrebbe essere questa indeterminazione un fattore della deviazione dal favor vitae al favor mortis?

«No, secondo me è una conseguenza. Proprio perché non c’è più il favor vitae, se un paziente è inguaribile allora non è più necessario prendersene cura. Se la vita vale solo a certe condizioni – salute, qualità di vita decente – nel momento in cui quelle condizioni non ci sono più, e non hai prospettive di guarigione, non importa che tu sia curabile, cioè che qualcuno possa prendersi cura di te. Tutto ciò è quindi una conseguenza del valore che viene dato alla vita umana, che adesso, sostanzialmente, si misura dalla “performance” di una persona, e dal suo livello di indipendenza. La confusione sui termini si crea nel momento in cui viene cambiato il sistema di riferimento: non chiedi più se è curabile ma se è guaribile e se non lo è, inguaribile e incurabile divengono la stessa cosa.»

Qual è stata la contraddizione più evidente nella posizione del GOSH durante il contenzioso legale che si è concluso, purtroppo, con la morte del piccolo Charlie?

«Il fatto che i medici del Gosh non hanno dato la possibilità ai genitori di scegliere il medico curante. Alla fine i medici del GOSH hanno voluto prevalere sulle scelte della famiglia: ma non è possibile cancellarla completamente. E poi, in base a cosa i medici del Gosh hanno stabilito di essere migliori di quelli del Dipartimento di Neurologia della Columbia University, dove i genitori di Charlie volevano portare loro figlio? I Gard non volevano certo andare da un ciarlatano, ma come scrivono nella lettera, volevano portarlo in un grande ospedale a livello internazionale, peraltro a spese loro. Perché impedirglielo? La gravità del comportamento dei medici del GOSH sta in questo loro delirio di onnipotenza che li ha persino portati ad imporre l’hospice dove far morire Charlie.… Eppure sappiamo bene che chiunque ha la possibilità di curarsi dove vuole, purchè all’interno della comunità medico-scientifica riconosciuta. Ed è stata grave la totale impunità con cui le autorità inglesi si sono mosse: gli unici a ribellarsi a questa follia siamo stati noi del “Charlie’s Army” (l’esercito di Charlie) sostanzialmente pro-life. Nessuno dei cosiddetti “liberali” che vediamo continuamente gridare e appellarsi alla libertà di cura si è espresso, per il piccolo Charlie: se questi sono i paladini della libertà di cura, Iddio ce ne scampi.»

I media, infatti, come sappiamo hanno provato ad oscurare la mobilitazione che c’è stata per il piccolo Charlie. Qual è l’aspetto principale della mobilitazione che è stato nascosto?

«Innanzitutto le veglie di preghiera. I media tendevano ad oscurare la mobilitazione perché non rispondeva ai soliti criteri: era senza un capo, senza un riferimento politico, senza un riferimento culturale di quelli usuali, del mondo dello spettacolo e dei media. Eravamo semplicemente cattolici, e il Papa e Trump si sono mossi a seguito della enorme mobilitazione popolare, ma non ci sono state altre personalità. Evidentemente a tutti quelli che si riempiono la bocca di partecipazione della società civile, al dunque importa poco della suddetta società civile. Un esempio: i monumenti illuminati di blu (ndr: durante la mobilitazione i sostenitori di Charlie hanno lanciato l’iniziativa di illuminare di blu i monumenti principali di ogni città, una luce di speranza per Charlie. Il Cristo di Rio de Janeiro è stato uno dei monumenti con la luce blu). Se in altre circostanze il Cristo di Rio de Janeiro fosse stato illuminato con i colori dell’arcobaleno (invece che di blu) i giornalisti avrebbero fatto voli pindarici inenarrabili. Dobbiamo essere consapevoli che senza la mobilitazione del Charlie’s Army, la sentinella Charlie Gard non avrebbe mai avuto voce per farsi sentire.»

Tra tutti i divieti del GOSH alla famiglia di Charlie, qual è stato il più eclatante?

«La cosa che ha fatto impazzire tutti è stato l’impedimento alla famiglia di Charlie di portarlo a casa a morire. Sono i condannati a morte a non poter scegliere dove morire. La costrizione di staccare il ventilatore è stata una coercizione terribile sotto tutti i punti di vista, degna di un regime dittatoriale, ma il non poter morire a casa è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Inoltre noi abbiamo messo in evidenza le bugie del Gosh – come il fatto che il ventilatore non passava dalla porta o le difficoltà dovute a scale inesistenti nella casa dei Gard.»

In conclusione, quella di Charlie è un’eutanasia di Stato, come la definisci nel titolo stesso del libro. Sarebbe dovuta essere forse la prima domanda, ma come mai hai scelto proprio questa definizione?

«Eutanasia: perché chiamando in causa la sua sofferenza, che non era dimostrabile – peraltro era sedato con morfina per via della palliazione a cui era sottoposto – si è deciso di abbreviarne la vita. E questa è la definizione più generale di eutanasia. Di Stato: perché lo ha deciso lo Stato, imponendolo ai genitori: non sono stati loro a scegliere. Tra l’altro i medici in questo caso hanno usato un concetto di “malato terminale” diverso da quello che solitamente si intende. Con “terminale” indichiamo una persona nell’imminenza della morte: questione di giorni, se non di ore. Loro invece, pur prevedendo per il piccolo sei-nove mesi di vita, intendevano che Charlie poteva solo peggiorare, “terminare” di vivere, appunto, e in quelle condizioni, di conseguenza, quella vita non aveva valore. Se peraltro continuiamo a ragionare in base ad “ipotetiche sofferenze”, non dimostrate ma probabili, andrebbero “terminati” tutti coloro che sono in terapia intensiva – tutti ipoteticamente sofferenti, anche se notoriamente sedati.»

https://www.thesparklings.it/charlie-gard-eutanasia-di-stato/



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31 agosto 2017

Charlie o no, siamo entrati nell'epoca post-umana


di Daniele Barale

Il “caso” Charlie Gard sta facendo emergere, finalmente, sia nell’aula dell’Alta Corte britannica sia nelle sale del Great Ormond Street Hospital, la tirannia del nostro tempo: la tirannia della tecnoscienza, che fa credere a chi la impone, medici magistrati politici proprietari di multinazionali (per esempio Facebook, Google, Microsoft) di essere demiurghi, divinità. Ecco il post-umano che avanza. Per capire bene, si legga cosa asserisce il filosofo Vittorio Possenti all’interno della sua opera La rivoluzione biopolitica. La fatale alleanza tra materialismo e tecnica (pagg. 130-132): «L’innegabile tendenza della tecnoscienza a pensarsi come un potere universale che si impone dovrebbe renderci ancora più attenti a che non venga minacciata la realtà stessa della società politica quale comunità di liberi ed eguali, regolata da diritto e giustizia, e che non prevalga al suo posto una nuova forma di assolutismo: quello tecnoscientifico, la biocrazia di Comte, intesa come dominio sulla vita e insieme dominio dei tecnoscienziati sulla società». E poi l’autore afferma ancora: «Il rischio maggiore che la tecnoscienza presenta è di naturalizzare integralmente l’uomo, considerandolo infine un mero oggetto. Se la tecnica non può né trasformare l’essenza umana, né produrre la persona, può però trattare l’uomo come un oggetto naturale, e questo dipende dall’uomo stesso, non da supposte intenzioni della tecnica. Quando ciò accade, siamo molto oltre il progetto di Bacone secondo cui scienza e tecnica andavano intese come un aiuto fondamentale di ordine redentivo-restaurativo: “In seguito al peccato originale, l’uomo decadde dal suo stato e dal suo dominio sulle cose create. Ma entrambe le cose si possono recuperare, almeno in parte, in questa vita. La prima mediante la religione e la fede, la seconda mediante le tecniche e le scienze” (Bacone, Novum Organum, L. II, paragrafo 52). Oggi lo strumento di redenzione è divenuto padrone e la tecnica si è emancipata dalla religione. L’ideologia della tecnica favorisce tale distacco, come indicato nel mito di Prometeo. Questi, rubando il fuoco agli dèi per donarlo agli uomini, dà inizio all’interpretazione ideologica della tecnica come hybris antidivina. La connessione tra conoscenza e potere è andata oltre quanto preconizzato da Bacone. La democrazia costituzionale e rappresentativa è oggi chiamata a confrontarsi con un potere assolutamente non rappresentativo quale è quello della tecnoscienza, che non nasce da un’elezione».

Prima consideriamo importanti le parole del professor Possenti e meglio è per tutti noi, e soprattutto per Charlie Gard e i tanti bisognosi di amore e di cure; i quali devono essere salvati dalla logica costi/benefici di un pernicioso efficientismo eugenetico. D'altronde, il grado di civiltà di una nazione si giudica proprio da come in essa vengono trattati i più deboli.

https://labaionetta.blogspot.it/2017/08/charlie-o-no-siamo-entrati-nellepoca.html

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11 agosto 2017

6 minuti, una riflessione postuma su Charlie Gard


di Mattia Spanò

Il diavolo è nei dettagli. Come quello raggelante che racconta la madre di Charlie Gard, Connie Yates, al Daily Mail: “Ci avevano avvertito che ci avrebbe messo 5-6 minuti a morire. Ma ce ne sono voluti 12 perché il suo cuore smettesse di battere”. È stato il personale del Gosh ad avvertire i genitori. Sei minuti. Ma ce ne ha messi dodici.
Immaginate di avere un guasto alla macchina e di andare dal meccanico. Che questi facendovi un preventivo vi dica: ci vogliono tre giorni e 300 euro. Voi fate i vostri conti e dite: va bene, mi ripari la macchina. Dopo un po’ il meccanico vi richiama e vi dice: in realtà ci metterò sei giorni e la riparazione vi costerà 600 euro.
Oppure trovate un’offerta strepitosa per le vacanze. Capri all inclusive 1000 euro a settimana per quattro persone. Tutti giulivi prenotate e vi imbarcate armi, bagagli e marmocchi per la vacanza della vita. Arrivati a Capri vi dicono che in realtà potete restare tre giorni, e la vacanza vi costa 2000 euro perché non avete letto bene i termini dell’offerta, e se li avete letti non li avete capiti.
Da ultimo, immaginate di fare la spesa al supermercato. Avete 100 euro cash e buoni sconto per altri 100 euro. Felici e beati comprate solo quei prodotti dei quali avete i buoni e vi dirigete alla cassa, dove vi comunicano che i buoni, sbiellata la sonda e cazzata la randa, non sono validi. O spendete i 100 sacchi che avete fino all’ultimo centesimo, altrimenti la porta è quella.
I tre esempi citati, scialbi finché si vuole ma comunissimi, dicono la stessa cosa: errori madornali. Errori del 100%, come nel caso di Charlie. La non piccola differenza è che non muore nessuno.

Il personale qualificato del Gosh, l’ospedale londinese che aveva in cura il povero Charlie, ha sbagliato la previsione del 100%. Eppure trattasi di personale scientificamente e tecnicamente preparato, con tonnellate di letteratura medica disponibile e migliaia di tonnellate di corpi visti morire o curati. La sindrome patita da Charlie implica il deterioramento progressivo delle capacità muscolari: il cuore è un muscolo, e i polmoni funzionano grazie a muscoli e qualità meccaniche intrinseche. Un organismo aerobico complesso senz’aria, specie debilitato, muore più o meno rapidamente, ma non sopravvive il doppio del tempo previsto.

Si dirà che sei minuti in più sono un’inezia. Sono un’inezia se hai davanti quarant’anni di vita, per lo meno su base statistica. Anche se ne hai venti, o persino soltanto dieci, o appena due. Ma se hai un’aspettativa di vita di sei minuti – l’indicazione “5-6 minuti” implica uno scollamento del 20%, tutto sommato accettabile – altri sei minuti sono un’enormità.
Sono un’inezia se hai alcune funzioni fondamentali normali, non se hai i muscoli in pappa e una capacità polmonare ridotta come quella di un neonato. Sono un’inezia se hai vent’anni, non undici mesi. Sono un’inezia se sei seduto sul pitale a completare la peristalsi, non se stai soffocando.
Provate a pagare la rata del mutuo o della carta di credito un minuto in ritardo, un giorno in ritardo, una settimana dopo. O a versare le tasse il giorno dopo la scadenza del limite convenzionalmente ed unilateralmente stabilito. Siete in salute e produttivi, non moribondi. Né lo Stato né le banche vanno falliti e quel mese, quel giorno, quell’ora, quel minuto rapportati ad un mutuo trentennale o quarant’anni di contributi cosa sono? Un’inezia. Provate a spiegare alla banca o all’Agenzia delle Entrate “avevo detto che avrei pagato oggi alla scadenza, vi pago domani mattina”. Provate a sbagliare del 100% il tempo del saldo di un debito. Provateci. Sapete cosa succede? Che la pagate cara. Molto, molto cara. Eh signora mia: è la legge.

Giudicateli bene, quei sei minuti in più di Charlie. Perché uno Stato (e no, non prendiamoci in giro: lo Stato non sono io, non siete voi) che ogni due anni vi allunga la vita produttiva di uno-due anni prima della pensione per pagarvi il più tardi possibile, e che quando siete spremuti come limoni progetta di farvi secchi al primo malore utile per restituirvi il meno possibile dei soldi che avete dato, perché “soffrite” o perché ve la fate addosso e la vita “non è dignitosa”, o che se fate il postino e la donna delle pulizie e avete un figlio malato lo fa fuori per decreto di un giudice, bene: sappiate che è uno Stato di ladri e assassini. Prima ladri e poi assassini.

Guardateli bene, quei sei minuti in più di Charlie. Quelli del mestiere gliene avevano dati cinque o sei. Ha vissuto il doppio, cioè quanto o più di una persona normale impossibilitata a respirare. Aveva accettato di morire, aveva capito che una vita così non è degna di essere vissuta? Direi di no. Era così terminale, così spappolato nelle sue povere membra, così incurabile? Sembrerebbe di no. Soffriva tanto? Anche fosse, si è attaccato alla vita come una tellina ad uno scoglio.
Non voglio cadere nello sciocco dileggio della scienza medica e della scienza in generale, non è questo il punto. Tuttavia se l’esperto di turno, che sia un medico, un meccanico, un enologo che fa raccogliere l’uva una settimana troppo presto o troppo tardi, l’ingegnere che progetta il ponte che crolla e uccide chi passa in quel momento sbaglia la previsione del 100%, beh: Sgarbi saprebbe a quale sottofamiglia dei bovidi iscriverlo. La vita è fatta anche di errori, sviste, fallacie, imprudenze, equivoci, per qualcuno perfino di peccati a certificare quanto poco sappiamo, quanto niente capiamo, quanto bisogno abbiamo di Dio e di rimetterci alla Sua Volontà.
Pesateli bene, quei sei minuti in più di Charlie. Quando saranno i nostri, nelle mani di medici, parenti e magari servi sciocchi del Leviatano ebbri d’immonda disperazione, preghiamo di usarli al meglio.

 

31 luglio 2017

La battaglia per Charlie deve continuare


di Daniele Barale

In queste ore è giunta la notizia che mai avremmo voluto avere. Le condizioni di Charlie Gard si sono aggravate e il piccolo è “stato affidato agli Angeli”, come hanno detto i suoi genitori, Connie Yates e Chris Gard. La responsabilità della morte non è solo della malattia, bensì anche del clima ideologico creatosi attorno loro, a causa di medici e giudici ‘demiurghi’, i quali hanno impedito ai Gard di partire per gli Stati Uniti, dove avrebbero potuto somministrare al figlio una nuova cura. Certo, la situazione era delicata, però i margini di miglioramento c’erano. Purtroppo, i 10 mesi in cui sono stati tenuti in ostaggio, dal Great Ormond Street Hospital e dall'Alta Corte britannica, sono stati fatali, e forse più della malattia.

Però, al di là degli aspetti inquietanti di tutta la vicenda, delle varie ombre su di essa – di cui si è ampiamente discusso su Vita Diocesana Pinerolese, il blog La Baionetta e su altre autorevoli testate – è doveroso soffermarsi su quanto significativa per ciascuno di noi sia stata la vita di Charlie Gard; breve ma straordinaria. «Ebbene, non dirò: non piangete, perché non tutte le lacrime sono un male», dice Gandalf alla fine del Signore degli anelli; parole che faccio mie e rivolgo a voi lettori, con il cuore commosso per il nostro piccolo compagno. L’importante è che il nostro pianto non sia carico di disperazione.

Vedete, Charlie Gard non si congeda da questo mondo da vinto, ma da vincitore. Per capirlo occorre considerare i tanti cuori che ha saputo conquistare. Di migliaia di persone, di specialisti, del presidente degli Stati Uniti, di Papa Francesco. Ma prima ancora, e affinché si possa capire bene quanto detto, è necessario fare affidamento sulla Speranza in noi e nella positività del reale. Sì, di fronte al mistero della vita, Charlie ci testimonia che questo mistero è buono, nonostante tutto.

Ha combattuto una grande battaglia, donando attraverso i suoi dolci occhietti amore e serenità alla mamma e al papà, e a noi, che siamo stati svegliati dal torpore di una cultura mortifera e violenta.

Ci hai fatto capire quanto sia perniciosa la tecnoscienza postumana, la quale in modo sempre più dispotico pervade il nostro mondo.

Hai fatto rimettere in moto la macchina della solidarietà nel cuore dei popoli. Abbiamo ritrovato la gioia per l’essere parte di un movimento di popolo, mosso da sani ideali. Gli Stati Uniti, l’Europa, in particolare l’Italia e lo Stato del Vaticano, hanno collaborato come non succedeva da anni. Così abbiamo capito che un movimento nazionale e internazionale per costruire la civiltà dell’amore e della vita è davvero possibile, perché è l’umanità della persona umana a chiederlo.

Abbiamo capito che due degli aspetti più importanti della battaglia per vita, sia per cattolici sia per i non credenti non affetti da laicismo invalidante, riguardano gli ospedali:

1) luoghi esteticamente belli, a misura d’uomo. E non “obitori” per vivi;

2) luoghi sicuri: il rapporto medico-paziente, non può essere sostituito dal rapporto costi-benefici. Il medico non può dimenticarsi del giuramento di Ippocrate, per questo farà tutto il possibile per salvare, curare la vita del paziente che gli è affidato .

Caro Charlie, hai fatto gettare la maschera a quei medici e a quei giudici che appaiono come sempre attenti al cosiddetto “bene dei singoli” e che invece giocano a fare le divinità con la dignità irriducibile di ogni vita umana.

Con la tua presenza hai permesso ai tuoi genitori di essere un faro di Speranza di un bene oggettivo e più grande, in questo tempo in cui le madri e i padri possono uccidere senza remore i figli, visti come errori, pesi, difettosi; di essere uniti, quando attorno a loro è un continuo smarrire le fondamentali evidenze antropologiche: l’uomo e la donna sono fatti per completarsi, non sono un semplice oggetto della natura, di cui si possa abusare e disporre arbitrariamente. Uomini e donne non si programmano attraverso la genetica o l’eugenetica. I bambini non si comprano e gli uteri non si affittano.

Tu hai permesso a tua mamma e a tuo papà di far vedere il contrario di tutto questo.

Ora riposa, mio amato fratello maggiore. Mio e di tanti. Maggiore perché in te abbiamo visto quanto la vita umana diventi nobile nel momento più supremo, quello della morte; e attraverso di te abbiamo visto quella vetta a cui l’uomo può arrivare quando compie il bene. D'altronde, l’uomo così raggiunge la vera allegrezza, la vera pienezza.

Questa è l’eredità che ci lasci, la quale ci invita a continuare a sperare che tu sia già in Paradiso, ove ammiri e sei abbracciato dall'amor «che move il sole e l’altre stelle». Perciò, mandaci conforto e aiutaci a continuare la buona battaglia per te, per i tuoi genitori e per tutti coloro che sono nel bisogno e che non hanno voce per difendersi.

Concludo pensando agli Annali dei Re e Governatori, La storia di Aragorn e Arwen, riportati nelle appendici de Il Signore degli anelli di Tolkien: «In tristezza dobbiamo lasciarci, ma non nella disperazione. Guarda! Non siamo vincolati per sempre a ciò che si trova entro i confini del mondo, e al di là di essi vi è più dei ricordi». Arrivederci Charlie Gard, ci ritroveremo.

https://labaionetta.blogspot.it/2017/07/obice-la-battaglia-per-charlie-deve.html

 

29 luglio 2017

Hanno ammazzato Charlie, Charlie è vivo


di Giuliano Guzzo

Adesso che la vicenda che ha commosso e mosso per settimane il mondo volge tristemente al capolinea, e Charlie Gard è stato ucciso – pardon «lasciato andare», come usa dire il giornalismo al guinzaglio della cultura dominante -, si può tentare di trarre qualche conclusione su questa vicenda anomala sotto innumerevoli punti di vista. A partire dal fatto che, quello per la prima volta in assoluto, un bambino malato è stato eliminato senza alcun consenso genitoriale, anzi in netta opposizione alla volontà dei genitori, che si sono battuti come leoni per il loro piccolo.

Anzi no, aspettate. Forse un precedente esiste. E sta in questa comunicazione: «Devo comunicarvi il mio rammarico nell’informarvi che il bambino è morto […] per infiammazione delle vie respiratorie […] Egli non aveva fatto alcun tipo di progresso durante il suo soggiorno qui. Il bambino non sarebbe certamente mai diventato utile alla società ed avrebbe anzi avuto bisogno di cure per tutta la vita. Siate confortati dal fatto che il vostro bambino ha avuto una dolce morte». Parole pacate e cariche di umanità, non è vero? Pare proprio un Comunicato di queste ore, diretto ai genitori di Charlie.
Peccato che si tratti della lettera, datata 6 febbraio 1943, che lo psichiatra nazista Ernst Illing (1904-1946) indirizzò, firmandola di suo pugno, ai genitori di uno dei tanti bambini assassinati sulla base del programma svolto dai Reparti Speciali infantili. Non è uno scherzo, la si può trovare in formato originale su Wikipedia. La prima lezione del caso Gard, dunque, sta nel ritorno di un orrore che credevamo sepolto, ossia quello di uno Stato, coadiuvato da medici dalle sembianze amorevoli, che si arroga il diritto di liberare – per il loro bene, ovvio – i letti dei pazienti che non fanno registrare «alcun tipo di progresso».

Il secondo insegnamento che la vicenda inglese impartisce a tutti noi, è la totale deformazione del concetto di accanimento terapeutico: un tempo ben circoscritto a quelle terapie (quindi rivolte contro una malattia) sproporzionate, inefficaci o addirittura controproducenti, oggi è indebitamente esteso alle cure (quindi rivolte a tutela di una persona) indirizzate a un soggetto che abbia la sola colpa di versare in una condizione curabile, ma non guaribile. Apparentemente di lana caprina, la questione è in realtà epocale: significa che se sei malato senza prospettive di guarigione, d’ora in poi, faresti bene a guardarti alle spalle.
No, beh, dài, esagerato. Già me li immagino, commenti così. Eppure, chi fino non a dieci anni or sono, ma a un solo anno fa, avrebbe mai pensato che un bambino sarebbe potuto essere tenuto in ostaggio in un ospedale per essere poi eliminato – col placet della Corte europea dei diritti dell’uomo! – in opposizione alla volontà di chi l’ha messo al mondo? Nessuno, evidentemente. Eppure è accaduto. O, meglio, ri-accaduto, come il ricordato esempio nazista dimostra. Ebbene, chi ha familiarità con gli studi bioetici sa che esiste un concetto, quello di chi «china scivolosa», secondo cui, fatto un passo grave, ne seguirà prima o poi, uno ancora più drammatico.

Nel frattempo – terza e ultima considerazione, la sola positiva – si è però fieramente ricompattato un fronte, quello pro-life, che sa che Charlie è morto, ma vive. Che il suo sacrificio non è vano perché ora il suo ricordo risplende accanto a quelli di Terry, di Eluana e dello sconfinato esercito dei bambini abortiti (per «il loro bene»!), tutta gente che, nella società dell’accoglienza a parole, non è stata accettata. Ma rimane e rimarrà saldamente nella memoria quanti, benché ora sconfitti, continueranno a combattere per coloro che, pur versando in condizioni di malattia, anche grave, hanno tantissimo da da dire – e da dare – a un mondo allo sbando, che incapace d’interrogarsi sul dolore e sulla malattia, ha preso a eliminare i malati.

https://giulianoguzzo.com/2017/07/29/charlie-e-morto-charlie-e-vivo/

 

28 luglio 2017

Charlie, così piccolo, così (già) santo


di Massimiliano Marinelli

Charlie doveva morire ed è morto! Il quotidiano questa mattina recitava così: “i giudici dell’alta corte hanno stabilito un programma per definire le fasi finali della vita del bambino”.
Questa frase orripilante, pare quasi un verdetto di morte, quelli che si vedono nei film western appesi davanti l’ ufficio dello sceriffo “alle ore 12, sarà ucciso per impiccagione”.
Ma dove viviamo nel vecchia e cara Europa, o in qualche regione sperduta dell’Africa dove vige ancora la legge del taglione?!
Quale giudice e soprattutto con quale arroganza, può permettersi di dire in che  modo deve morire questo o quel bambino?
Rileggendo le poche righe del giornale sembra di leggere un protocollo sulla macellazione di non so quale animale, dove sono elencate le regole per una corretta lavorazione.
Perché questi giudici si sentono in diritto di decidere chi vive o chi muore o in che modo?
Dobbiamo smettere con questa assurda sfida di assomigliare a Dio, perché è vero che Cristo è misericordioso, ma dopo la misericordia arriverà anche il giudizio.
Un gruppo di uomini di una giustizia terrena hanno deciso cosa sarebbe successo al piccolo Charlie.
L’ unica differenza forse, quella più importante è che nessun giudice di questo pianeta può comandare l’anima, il soffio di Dio…
Quindi hanno ucciso il corpo del piccolo Charlie, ma non potranno mai uccidere la sua anima, la sua vera essenza; lui è di Cristo, e Cristo lo ama profondamente.
E così, liberato del peso di quel piccolo corpo martoriato dalla malattia e la sua anima nuovamente unita a quella Dio, speriamo che da lassù possa custodire i suoi genitori e rivivere in loro.
Mi piace pensare che accanto al piccolo Charlie ci sia Lui che lo ha creato e amato fin dal primo momento che amorevolmente lo accarezza e lo custodisce.
Il Padre che veglia sul figlio con un amore che noi non possiamo neanche sognare.
E alla mente rifioriscono le parole bellissime di Gesù: “Lasciate che i bambini vengano a me, perché di essi è il regno dei cieli”.

 

26 luglio 2017

La burocrazia che uccide la vita


di Massimiliano Marinelli

E’ ormai da tantissimi mesi che su tutte le principali testate giornalistiche e i vari telegiornali si parla del “caso Charlie Gard”, il piccolo bambino inglese affetto da una rara malattia genetica.
Adesso sembrerebbe essere arrivati alla fine di questa storia (triste) che per tanti mesi è stata discussa in vari talk show, coinvolgendo medici, luminari, giudici e opinionisti.
Dopo la mobilitazione di associazioni pro vita, di ospedali tra cui il nostro “bambino Gesù di Roma”, di Papa Francesco dopo che il popolo cristiano ha tempestato di chiamate e di lettere il vaticano, sembrava che la storia del piccolo Charlie volgesse verso un lieto fine o perlomeno che trionfasse il diritto alla vita anche alle persone chiamate da Gesù “i piccoli”, dove però sembrerebbe che in questa società non ci sia posto per loro.
Signori, è innegabile che questa società sia MALATA, viene difesa a spada tratta la libertà di morire come e quando uno vuole, mentre viene messo da parte il diritto alla vita e molte volte calpestato da questa modernità dove ormai tutto è diventato relativo.
Ma la vita è un dono, e noi abbiamo l’obbligo morale di proteggerla e custodirla.
Madre Teresa diceva: "Ama la vita e amala seppure non ti dà ciò che potrebbe, amala anche se non è come tu la vorresti, amala quando nasci e ogni volta che stai per morire. Non amare mai senza amore, non vivere mai senza vita".
I genitori di Charlie hanno lottato come leoni, per dare una speranza seppur piccola al loro cucciolo di sopravvivere, sembrava quasi che stesse per accadere il miracolo, ma tutto si è fermato, tutto è andato in frantumi per colpa della burocrazia e di persone che di professione sono giudici, ma hanno la presunzione di potersi sostituire all’Altissimo.
Già nominare le parole burocrazia e sentenze alla mente ritorna un'unica parola: tempo.
Ma sta di fatto che in questo caso di tempo non ce n’era, qui si parlava di vita, perciò al diavolo ogni cosa; la vita prima di tutto!
I giorni passavano in attesa che i giudici dopo vari rinvii si esprimessero se consentire o meno il trasferimento del bambino presso uno degli ospedali che si era fatto avanti, proponendo cure sperimentali.
Ma nel frattempo il piccolo Charlie peggiorava, e le cure che altri specialisti avevano proposto lentamente scendevano in percentuale di efficacia.
Fino ad oggi, quando i genitori con un grandissima dignità e una grandissima fede si sono abbandonati nel braccia di Dio e capendo che ormai più il tempo passava, più diventava inutile provare a curare il loro bambino, hanno deciso di lasciar “tornare alla case del Padre” il piccolo Charlie e di fondare a suo ricordo un’associazione che possa dar sostegno e aiuto ai tanti casi simili nel mondo.
Tutta colpa di questa burocrazia e il tempo infinitamente lungo che ne deriva.
Ma di questo e di tante altre situazioni dovremo renderne conto a Dio presto o tardi.
Non siamo stati in grado di trovare velocemente la risposta a quello che il piccolo Charlie meritava cioè: provare a vincere la sua malattia, con quell’inventiva e quella determinazione che ha reso capace l’uomo di scoprire gli abissi e la vastità dell’ universo.
Il grande Papa Wojtyla diceva: “il compito più importante non è quello di trasformare il mondo, ma di trasformare noi stessi.” E l’unica trasformazione positiva che l’uomo può fare è attraverso Dio, mettendosi nelle mani di Cristo.
Chiedo a tutti voi lettori, di pregare la Mamma del Cielo che possa custodire il piccolo Charlie e che se Dio vorrà così, lo prenda in braccio e lo porti in cielo.
E preghiamo anche per noi stessi di essere degni un giorno di poter stare nello stesso posto.

 

25 luglio 2017

Charlie vale meno di un orso


di Giuliano Guzzo

Adesso che per Charlie Gard, il bambino inglese colpito da malattia rarissima a cui i medici intendono «nel suo interesse» riservare l’eutanasia, sembra non esservi più nulla da fare, dopo che persino i battaglieri genitori – informati della compromissione muscolare, che parrebbe troppo avanzata per ogni tentativo di cura – sembrano arresi; adesso, insomma, che il caso che ha commosso ma soprattutto mosso il mondo, da Papa Francesco a Donald Trump, pare volgere davvero al termine, il problema è proteggerlo. Ma non Charlie, bensì l’orso. Più precisamente, il riferimento è a KJ2, l’orsa che in Trentino, secondo le prime ricostruzioni, si è resa responsabile dell’aggressione a un uomo finito all’ospedale e che sarebbe entrata in azione, in modo del tutto simile, già nel luglio 2015.

Morale della favola: sull’orsa, ora, pendono due ordini di cattura. Che c’entra tutto questo con Charlie? C’entra, eccome. Infatti, nelle stesse ore che vedono la sorte del piccolo britannico segnata, migliaia di persone si stanno mobilitando, con petizioni on line e non solo, per intimare alla Provincia di Trento di non sfiorare l’orsa violenta. Non solo: nel fronte animalista, alcuni dubitano perfino della versione offerta dall’uomo aggredito sabato scorso, affermando che l’attuale ricostruzione avrebbe «dei lati oscuri» ed è invece probabile che l’orso abbia «cercato dapprima di dissuadere l’uomo dall’avvicinarsi, mettendo in atto tutti gli accorgimenti di dissuasione, poi avrebbe dato un avviso con un falso attacco, in quanto un vero attacco da parte di un orso avrebbe lasciato conseguenze letali».

Ma sicuro: chi può dubitare che un animale aggredisca l’uomo solo dopo aver messo educatamente «in atto tutti gli accorgimenti di dissuasione»? Battute a parte, è difficile non rimanere colpiti dalla pietà che, se da una parte viene indirizzata da alcuni a un orso responsabile di aggressioni, dall’altra non tutti provano per un essere umano reo solo, si fa per dire, di non essere sano. Un animale probabilmente colpevole rischia così, alla fine, di godere di una difesa più efficace di quella di un bambino sicuramente innocente. Negli stessi giorni e nella stessa Europa, sempre più simile a un palcoscenico dell’assurdo. Al punto che viene quasi il dubbio che Chris e Connie, per non perdere tempo prezioso per le cure del loro piccolo, avrebbero fatto meglio a far presente a tutti che eliminare Charlie avrebbe significato togliere il miglior amico a un orso. Che è di peluche, ma difficilmente l’opinione pubblica si sarebbe fermata a sottilizzare.


 

L'ombra del post-umano sul piccolo Charlie


di Paolo Barale

Da pochi giorni Charlie Gard e i suoi genitori sono cittadini americani. Così il Congresso degli Stati Uniti d'America ha deciso di stupire il mondo. È l'ennesimo colpo di scena, dopo l'incredibile mobilitazione di popolo, gli interventi del Papa e di Trump, che mostra l'entità della battaglia in corso tra nazioni, tra due sistemi sanitari, tra le eccellenze della ricerca e diverse idee sulla bioetica, sul diritto dei singoli.

La cittadinanza non poteva arrivare in un momento più significativo di questo, dato che per i Gard è stata una settimana cruciale. Il giudice dell'alta corte britannica, Nicolas Francis, colui che dovrà stabilire se il piccolo potrà andare oppure no negli Usa, per nuove cure, ha individuato tre passaggi prima di esprimere il verdetto finale, il quale non arriverà prima del 24 luglio.

Il primo di questi è avvenuto lunedì scorso. È arrivato a Londra, con dati nuovi e incoraggianti per i Gard, il dottor Michio Hirano, direttore del dipartimento di malattie neuromuscolari del centro medico università Columbia di New York, invitato dallo stesso giudice, dopo essersi confrontati in video conferenza giovedì 12 luglio. A fianco del dottor Hirano vi era anche Enrico Bertini, medico proveniente dal Bambino Gesù, uno degli ospedali che si sono messi a disposizione per accogliere Charlie. Successivamente, i medici del Great Ormond Street Hospital hanno tenuto il consulto tecnico-scientifico con lo specialista americano. Durante tale incontro ha partecipato anche la mamma del piccolo, Connie Yates, dopo che il legale della famiglia, Grant Armstrong ha fatto valere il diritto dei genitori a rimanere vicini al figlio, contro l'ingiusta opposizione dei medici, che non volevano la loro partecipazione. Infine, il terzo passaggio è avvenuto quando i genitori e i medici hanno definito i testimoni da ascoltare nell'udienza finale, che dovrebbe tenersi tra il 24 e il 25 venturi.

Che cosa è emerso? Nonostante il dottor Hirano insista sulla possibilità di un miglioramento per Charlie, grazie a un nuovo farmaco, i medici inglesi continuano a sostenere che per Charlie non esiste speranza e che continuare a fornirgli cure è accanimento terapeutico. Niente di più falso, giacché i motivi per continuare a sperare ci sono e prendersi cura della vita umana, soprattutto quando è debole, esentandola dal calcolo eugentico costi-benefici, come stanno facendo mamma Connie e papà Chris, e i molti loro amici, è civiltà. Quello dei medici del Great Ormond è “accanimento”, come quello del giudice Nicolas Francis e dei 4 gradi di giudizio, tre in UK, uno della Corte Europea dei Diritti Umani di Strasburgo, che attraverso verdetti hanno dato ragione ai medici in questione. Per il momento bloccati, merito di 'leoni' quali sono i coniugi Gard e della mobilitazione internazionale a favore della vita del loro piccolo.

Un accanimento ottuso contro il mistero della vita. Contro la possibilità che la vita, anche quella segnata dalla malattia, possa essere più forte di qualsiasi previsione tecnico-scientifica; di qualsiasi schema razionalistico. Accanimento che mostra tutta la sua intolleranza al favor vitae quando diviene la domanda che il giudice Francis ha rivolto ai genitori di Charlie: “Perché volete che vostro figlio viva?”

Come è già stato detto su autorevoli testate, come Tempi, La Verità, La Nuova Bussola Quotidiana, Vita Diocesana Pinerolese, sul sito della fondazione Europa Popolare e anche sulle colonne di questo piccolo ma vitale blog – e continuare a ribadirlo è usare bene il proprio tempo – la battaglia per Charlie è una battaglia per tutti, cattolici e non, purché non abbiano paraocchi ideologici; per me che scrivo, per voi che leggete, poiché prima o poi ci troveremo anche noi in una situazione delicata, in cui avremo bisogno di tenerezza e amore; per tutti coloro che sono malati, piccoli e grandi.

Per questo la Federazione Uniamo la sentenza sul bimbo inglese “segna fortemente il destino di tutti i piccoli” che nascono con patologie rare e complesse. Ed evidenzia come le malattie mitocondriali siano “molto poco conosciute e imprevedibili”. Ma la decisione di “porre fine alle sofferenze” di Charlie non tiene conto delle sue pur flebili possibilità offerte dalla ricerca in un campo ancora tutto da esplorare come quello delle malattie rare. Di fatti la Federazione italiana malattie rare ha fatto sapere di recente: “Molti bimbi con stessa malattia sono migliorati oltre ogni aspettativa medica”. E così, si può sottolineare, con maggior ragione, che il bimbo è intubato da più di dieci mesi: se soffrisse, il corpo non avrebbe già ceduto? Ma giudici e medici preferiscono altre domande, purtroppo; così oltre a non prendere in considerazione quanto riportato, si mostrano restii ad affidare Charlie agli ospedali, come il Bambino Gesù, che lo vorrebbero ospitare; anche se i suoi genitori sono in grado di badare a qualsiasi spesa per trasporto e cure, grazie alle tante donazioni ricevute: più di un milione di sterline, da oltre 85.000 sostenitori.

I Gard sono praticamente in ostaggio. Tale problema dimostra che qui, prima ancora che di scontro tra pro life e sostenitori dell'eutanasia, tra laici e cattolici, ancor prima della fiducia che si può avere o no nelle cure, si vede l'assurdità che si genera quando a tutti i costi, si diceva “accanimento ottuso”, si vogliono applicare rigorose procedure tecniche all'insondabile mistero della vita. La salute precaria del piccolo, sebbene presenti possibilità di miglioramento, non supera un certo test tecnico-scientifico, dei nuovi spartani/nazisti. Come se la scienza possa avere sempre l'ultima parola su tutto. Terribile!

Di conseguenza va in scena, sia nell'aula dell'alta corte britannica, sia nelle sale del Great Ormond, la tirannia della tecnoscienza, che fa credere a chi la impone, medici magistrati politici proprietari di multinazionali (per esempio, Facebook, Google, Microsoft), di essere demiurghi, divinità. Ecco il postumano che avanza. Per capire bene, si legga cosa asserisce il filosofo Vittorio Possenti all'interno della sua opera 'La rivoluzione biopolitica. La fatale alleanza tra materialismo e tecnica' (pagg. 130-132): “L'innegabile tendenza della tecnoscienza a pensarsi come un potere universale che si impone dovrebbe renderci ancora più attenti a che non venga minacciata la realtà stessa della società politica quale comunità di liberi ed eguali, regolata da diritto e giustizia, e che non prevalga al suo posto una nuova forma di assolutismo: quello tecnoscientifico, la biocrazia di Comte, intesa come dominio sulla vita e insieme dominio dei tecnoscienziati sulla società”. E poi l'autore afferma ancora: “Il rischio maggiore che la tecnoscienza presenta è di naturalizzare integralmente l'uomo, considerandolo infine un mero oggetto. Se la tecnica non può né trasformare l'essenza umana, né produrre la persona, può però trattare l'uomo come un oggetto naturale, e questo dipende dall'uomo stesso, non da supposte intenzioni della tecnica. Quando ciò accade, siamo molto oltre il progetto di Bacone secondo cui scienza e tecnica andavano intese come un aiuto fondamentale di ordine redentivo-restaurativo: “In seguito al peccato originale, l'uomo decadde dal suo stato e dal suo dominio sulle cose create. Ma entrambe le cose si possono recuperare, almeno in parte, in questa vita. La prima mediante la religione e la fede, la seconda mediante le tecniche e le scienze” (Bacone, Novume Organum, L. II, paragrafo 52). Oggi lo strumento di redenzione è divenuto padrone e la tecnica si è emancipata dalla religione. L'ideologia della tecnica favorisce tale distacco, come indicato nel mito di Prometeo. Questi, rubando il fuoco agli dèi per donarlo agli uomini, dà inizio all'interpretazione ideologica della tecnica come hybris antidivina. La connessione tra conoscenza e potere è andata oltre quanto preconizzato da Bacone. La democrazia costituzionale e rappresentativa è oggi chiamata a confrontarsi con un potere assolutamente non rappresentativo quale è quello della tecnoscienza, che non nasce da un'elezione”.
Prima accettiamo le parole pronunciate dal professor Possenti e meglio è per tutti noi, e sopratutto per Charlie Gard e i tanti bisognosi di amore e di cure. D'altronde, il grado di civiltà di una nazione si giudica proprio da come in essa vengono trattati i più deboli.
Per prendere sul serio le parole del filosofo e contrastare i pericoli da lui sottolineati, occorrono gesti ricchi d'amore ragione e di sana dissidenza: il prendersi cura della vita umana, sopratutto quando è debole, esentandola dal calcolo eugenetico costi-benefici, come stanno facendo mamma Connie e papà Chris Gard, e i molti loro amici, tra questi Papa Francesco e Trump è civiltà, altro che accanimento terapeutico!

Ovviamente, non si deve perdere la Speranza.

https://labaionetta.blogspot.it/2017/07/obice-lombra-del-post-umano-sul-piccolo.html

 

14 luglio 2017

L'uomo senza Dio è un navigante senza bussola e senza stelle


di Paolo Garlando

L'uomo, dal Seicento in qua, vuole fare a meno di Dio e fare di testa sua. Questo per sentirsi libero! Ma questo è l'inganno del maligno!

L'uomo vuol sentirsi libero, ma da cosa? Dai dogmi della religione che lo induce a credere nell'indimostrabile, che non può essere contenuto nella nostra mente limitata e che, quindi, va scartato in quanto irrazionale?

L'ha fatto tante volte e ha sempre fatto danni, per i popoli, e prodotto benefici per i ragni dell'economia mondiale, che "fanno la storia".

L'uomo si libera di Dio, per che cosa? Per buttare alle ortiche la parola di Dio e rendersi schiavo di una rete di regole, frutto della mente umana, limitata e, quindi, soggetta all'errore, che lo opprime, fino a soffocarlo.

La vicenda di Charlie si colloca proprio qui: Charlie ha bisogno di amore (già, ma che senso ha parlare di amore se l'Amore viene escluso dalla nostra vita?) e di cure, ma il suo diritto si scontra con il sapere scientifico (che non è mai definitivo!) di chi ritiene di poter decidere se il bimbo possa continuare a lottare oppure no, senza prendere in considerazione l'eventualità di altre soluzioni che la scienza, tuttavia, pare proporre. Il parere dei medici viene sottoposto all'attenzione di importanti collegi giudicanti, che lo recepiscono e, per Charlie è finita. Ma Dio, come la pensa? No, no! Lasciamo stare Dio! Piuttosto, visto l'interesse mediatico suscitato dalla vicenda, torniamo dagli stessi giudici: chissà che non cambino idea?

L'uomo senza Dio è un navigante senza bussola e senza stelle... meditate gente, meditate...

https://labaionetta.blogspot.it/2017/07/lettera-dal-fronte-luomo-senza-dio-e-un.html

 

12 luglio 2017

Piccolo Charlie, non perdiamo la Speranza!


di Daniele Barale

Dopo aver negato ai genitori di potere portare Charlie a casa, o in un hospice o di concedere loro il weekend per permettere ad amici e parenti di salutarlo, i medici del Great Ormond Street Hospital di Londra avevano deciso di staccare i supporti vitali di Charlie venerdì 30 giugno. Poi il dietrofront, inatteso: «Si sono trovati d’accordo per darci più tempo», ha annunciato la mamma Connie Yates.

Merito sia del coraggio e della determinazione dei coniugi Gard, sia della mobilitazione di popolo che ha accompagnato e sostenuto loro e il piccolo; solidarietà che continua, ovviamente. Nelle ultime ore il clamore si è moltiplicato. Autorità civili, istituzioni come il Movimento Cristiano Lavoratori, gruppi come la squadra di CitizenGo, associazioni e soprattutto semplici cittadini da tutto il mondo hanno fatto sentire la loro voce. Persone cattoliche e non si sono mobilitate, e concretamente hanno messo in moto un'incredibile macchina della solidarietà. Telefonando facendo sit-in al Consolato e all'ambasciata britannica, su Internet, ma anche in piazza, nelle parrocchie per recitare il Rosario, come è successo a Torino venerdì 30 giugno, presso la chiesa del Cafasso. Ma non solo: a Charlie e ai suoi genitori sono stati donati più di un milione di sterline, per permettere le eventuali cure (lo si spera tanto) richieste negli Stati Uniti.

A tutto questo, si sono aggiunte la disponibilità generosa della Santa Sede dell’Ospedale Bambin Gesù di Roma e della Comunità Giovanni XXIII. Ed è anche intervenuto il presidente degli Stati Uniti d'America: "Se possiamo aiutare il piccolo #CharlieGard, come i nostri amici in Gb e il papa, saremmo felici di farlo".

Papa Francesco per ben due volte ha manifestato la sua vicinanza al piccolo Charlie e alla sua famiglia. Quel venerdì ha mandato un post su Twitter, senza nominare direttamente il bambino: “Difendere la vita umana, soprattutto quando è ferita dalla malattia, è un impegno d’amore che Dio affida ad ogni uomo”. Il 2 luglio è intervenuto più direttamente, nominandolo per nome e cognome: “Il santo Padre segue con affetto e commozione la vicenda del piccolo Charlie Gard ed esprime la propria vicinanza ai suoi genitori. Per essi prega, auspicando che non si trascuri il loro desiderio di accompagnare e curare sino alla fine il proprio bimbo”. E' intervenuta la Conferenza episcopale italiana, con un invito rivolto alla famiglia Gard da don Carmine Arice, Direttore dell'Ufficio nazionale per la pastorale della salute della Cei e membro della Pontificia commissione per le strutture sanitarie: “Le strutture cattoliche, come il Gemelli o il Bambin Gesù, o altre strutture simili, sarebbero ben disposte ad accogliere questo fanciullo per potergli dare vita. Mi chiedo perché ci debbano essere dei luoghi nei quali, la vita quando è così fragile, non possa essere altrettanto curata e custodita?”. “Da parte della comunità cristiana non c'è solo una dichiarazione di solidarietà, c'è anche un intento concreto, per quanto permesso fare, di poter restare vicini a questa famiglia. E qualora chiedessero un aiuto più concreto, offrirlo”. E non sono nemmeno mancate le argomentazioni ricche di amore per Charlie del cardinal Elio Sgreccia, uno dei più autorevoli bioeticisti, a livello mondiale.

Tuttavia, mercoledì 5 luglio il ministro degli esteri britannico, Boris Johnson ha fatto sapere al titolare della Farnesina Angelino Alfano, che si è mosso per sollevare il caso e ribadire l'offerta dell'ospedale “Bambin Gesù”: E’ impossibile accogliere la richiesta dell’Italia di ricoverare il piccolo Charlie Gard all'ospedale “Bambino Gesù”, a causa di ragioni legali. Che sono le stesse del Great Ormond Street Hospital, ove si trova ricoverato Charlie Gard. Giustamente, ha sottolineato Alberto Gambino, giurista, ordinario di diritto privato all'Università Europea di Roma e presidente di Scienza & Vita: “Non comprendo quali siano le motivazioni legali addotte dal Great Ormond Street Hospital di Londra per non trasportare il piccolo Charlie in Italia presso il Bambin Gesù. Agli atti processuali, infatti il 21° statement della decisione dell’High Court of Justice statuisce espressamente che ‘Transporting Charlie to the USA would be problematic, but possible’”.

“Ciò indica inequivocabilmente che come è tecnicamente possibile il trasferimento di Charlie negli Usa, così lo può essere anche in Italia nella struttura ospedaliera Bambino Gesù”. "Sarebbe, del resto, davvero in contrasto con lo spirito tipicamente liberale anglosassone privare per motivi burocratici della libertà di circolazione e di cura un essere umano malato e costringerlo a morire nel suo luogo di residenza".

In questo modo si può capire che i medici del Gosh e i quattro tribunali con le loro sentenze di morte (Alta corte britannica, Corte d'Appello, Corte Suprema britannica, Corte europea per i diritti umani) hanno scatenato un potere violento sul piccolo Charlie e i suoi genitori. Aspetto inquietante della questione, che ha ben descritto Domenico Coviello, direttore del Laboratorio di Genetica Umana dell'Ospedale Galliera di Genova, durante un'intervista con Caterina Giojelli di Tempi: «La scienza non sa tutto. La storia di Charlie Gard è la storia di un potere violento, quello esercitato dalla scienza di fronte all’ignoto: la scienza che non sa, non può aiutare Charlie, si avvale della legge per eliminarlo, eliminare un problema. Ma nessun medico può arrogarsi il diritto di emanare un simile verdetto. Non può sospendere la vita di un bambino solo perché “non è possibile guarirlo”, perché non sa “se soffre”, perché non sa “quali effetti potrebbe avere una terapia sperimentale sul bambino”. Altrimenti si aprono scenari di onnipotenza sull'ignoto. Charlie Gard, stando alle conoscenze di cui disponiamo oggi, non si può guarire. E allora? Se non possono guarirlo, se la sua malattia è irreversibile – e questa pare essere l’unica certezza degli inglesi –, i medici si devono arrendere al loro compito che è quello di assistere il malato, fino alla fine. Non quello di accelerare l’esito finale e fatale della sua vita. I medici non sono demiurghi».

Così il dottor Coviello svela quale delirio di onnipotenza muove medici e giudici. Un delirio da “mondo nuovo” (Voeglin, Samek Lodovici, Chesterton docent), gnostico ed eugenetico, che attraverso la scienza medica e le sentenze pretende di manipolare il mondo la vita; decide quale vita merita di essere vissuta e quale invece è da considerare indegna. Non a caso, ciò che più sorprende è che la stessa idea di sottoporre Charlie ad un protocollo sperimentale di terapie nucleosidiche che si sta mettendo a punto negli Stati Uniti, proposta a più riprese avanzata dai genitori, è stata considerata inattuabile, meglio ancora “futile”, dai consulenti medici interpellati dai giudici.

La Speranza deve essere forte in noi, nonostante tale situazione, con i medici i giudici che appaiono troppo potenti, i media che appoggiano loro e squallidi politici come il radicale Silvio Viale, che ha perso l'occasione per mostrare rispetto e tacere: “L'ospedale Bambin Gesù offre la camera di tortura per conto della Santa Sede”. Nemmeno se proprio da pulpiti cattolici abbiamo sentito e letto parole che lacerano più della sentenza di morte annunciata su Charlie. Ad esempio, si potrebbe pensare alla scelta di Marco Tarquinio di ospitare su Avvenire Maria Antonietta Farina Coscioni, la quale ha definito la legittima difesa di Charlie da parte dei genitori come "atto di egoismo"; che il direttore ha definito pensoso e appassionato, utile a costruire un dialogo.

E' il caso di dire che di fronte a chi non vuole dialogare, i ponti del confronto senza respiro vanno fatti brillare. Sul giornale della Cei non deve esserci lo spazio per chi condanna il comportamento naturale e ragionevole, quindi giusto, dei genitori verso il proprio figlio.

In quest'epoca così barbarica in cui è facile buttare via le persone, non farle nascere, giacché “reificate” a causa di un pensiero mainstream totalitario, mortifero, i coniugi Gard hanno compiuto un gesto di sana dissidenza, tra i più grandi; che in tempi diversi sarebbe stato additato quale frutto di virtù, di buon senso comune, di civiltà. Gesto di eroico altruismo, paragonabile a quello degli eroi di certe fiabe saghe, i quali salvano i bambini dagli orchi cattivi. I coniugi Gard hanno fatto quello che ogni mamma e papà vuole e deve fare: desiderare che il proprio bambino viva! E questo non indica un egoistico allontanamento dalla realtà, ma il contrario: per loro la realtà non è un insopportabile fardello (come certo pensiero gnostico giuridico-culturale pretende), l’hanno affrontata con Speranza, anche se tutto sembrava suggerire il contrario.

Dunque, mamma Connie e papà Chris con la difesa del figlio non ricordano soltanto la potestà dei genitori sui figli, bensì pure che il rapporto papà mamma e figlio è “sacro”, non si tocca. I medici i giudici non possono sottrarre il bambino a loro, senza inciampare nella tirannia.

Asseriva sempre Chesterton: "La famiglia è il test della libertà, perché è l'unica cosa che l'uomo libero fa da sé e per sé”.

I genitori possono non sapere nulla della malattia e delle terapie sperimentali di Charlie, e si fa bene ad avvisarli; ma due cose sono certe: conoscono bene, più di qualsiasi esperto, chi è Charlie e che il suo bene non coincide con “la condanna a morte” per sentenza. Solo prima della venuta di Cristo si era così sbrigativi verso i piccoli considerati 'difettosi'. Siamo innanzi al ritorno del peggior paganeismo. Basterebbe saper stare ai fatti, oltre ogni falsificazione ideologica, per vedere che la storia umana è costellata di tante vite che la scienza aveva considerato spacciate, le quali hanno poi dimostrato il contrario, grazie anche alla temperanza di chi ha creduto in e pregato per loro. Bastarebbe andare a Lourdes per capirlo, come fece il premio Nobel per la medicina Alexis Carrel, il quale si convertì proprio per la guarigione inattesa di una donna. Non a caso è suo il detto: “Molto ragionamento e poca osservazione (si potrebbe dire ai giudici e ai medici inglesi) conducono all'errore; molta osservazione e poco ragionamento conducono alla verità”.

Solo che questo richiede la capacità di “Sperare contro ogni speranza” (San Paolo, Lettera ai Romani 4,18). Nemmeno Nando Broglio smise di sperare. Il vigile del fuoco morto la scorsa settimana, che per tre giorni e per tre notti, nel giugno del 1981, restò accanto al pozzo artesiano in cui era caduto il piccolo Alfredino Rampi (di 6 anni), per fargli compagnia, mentre i medici tentavano di nutrire il bambino con una sonda e gli speleologi più magri d’Italia si calavano nel buco, ci provavano, rischiando, senza calcoli.

Loro non smisero di Sperare, nonostante la gravità della situazione; anzi, non decisero di imperio di ucciderlo ma lo sostennero fino alla fine. E noi posti di fronte alle maggiori possibilità di Charlie: è ancora tra le braccia dei genitori, in diversi ospedali lo vogliono accogliere, dovremmo smettere di Sperare? Direi proprio di no, dato che pure la Federazione italiana malattie rare ha fatto sapere di recente: “Molti bimbi con stessa malattia sono migliorati oltre ogni aspettativa medica”. Inoltre, per la Federazione Uniamo la sentenza sul bimbo inglese “segna fortemente il destino di tutti i piccoli” che nascono con patologie rare e complesse. Ed evidenzia come le malattie mitocondriali siano “molto poco conosciute e imprevedibili”. Ma la decisione di “porre fine alle sofferenze” di Charlie non tiene conto delle “sia pur flebili possibilità offerte dalla ricerca in un campo ancora tutto da esplorare come quello delle malattie rare”.

Sperando contro ogni speranza, dobbiamo dire il nostro sì alla vita. Questa battaglia è da fare per Charlie e tutti i piccoli indifesi. In modo particolare lo possiamo capire noi cattolici, però, visto che la ragione non ci manca, perfino i non credenti possono arrivarci.
Lo faceva capire Charles Péguy quando parlava della Speranza “sorella piccola” di Fede e Carità, del padre come avventuriero più grande, il quale deve compiere grandi imprese per il bene della famiglia: la vita bambina rivela l’umano che c’è in noi. La vita indifesa, la vita bisognosa, la vita innocente. Perché è la vita di ciascuno di noi, la vita di cui, in fondo in fondo abbiamo paura. Perché un bambino è totalmente in balìa del padre e della madre: ed è bene che sia così, perché l’alternativa è il tribunale, l'ospedale, lo stato.

Quindi, continuiamo ad essere “l'Italia e l'Europa” che pregano, fanno veglie nelle chiese e nelle piazze, che scrivono e firmano lettere ai potenti, che fanno telefonate, che Sperano e credono nel cuore dell'uomo, perché in quel cuore risiede il desiderio del vero bene. Tutto questo è una delle prove che le persone insieme possono veramente fare qualcosa di bello buono e giusto per cambiare in meglio il corso della storia. Solo così l'Italia l'Europa potranno tornare ad essere civiltà della vita. Fari di Speranza nel mondo.

https://labaionetta.blogspot.it/2017/07/obice-piccolo-charlie-non-perdiamo-la.html

 

11 luglio 2017

Benedetti «accanimenti» su Charlie


di Giuliano Guzzo

E’ vero: i riflettori sulla vicenda di Charlie Gard sono ininterrottamente accesi da giorni e non si sono mai spenti. Quindi c’è, se si vuole, un «accanimento mediatico» – come infelicemente scritto da qualcuno, – su questa storia. Così come c’è un «accanimento politico» – si pensi all’intervento di Donald Trump – e un «accanimento orante», quello di migliaia di persone che da qualche settimana indirizzano milioni di preghiere al Great Ormond Street Hospital affinché non esegua la sentenza di morte sul piccolo. Ebbene, benedetti  tutti gli «accanimenti» su Charlie. Sì, benedetti.

Anzitutto perché detti «accanimenti» non includono – come esperti di bioetica hanno spiegato chiaramente – l’accanimento terapeutico. E poi perché è grazie a tutto questo se, nella giornata di ieri, è arrivata la notizia che l’Alta Corte, alla quale l'ospedale che ospita il piccolo si era rivolto per una nuova udienza, si pronuncerà giovedì. Ufficialmente tale atto è stato formulato «alla luce delle affermazioni di nuove evidenze correlate a una potenziale terapia» (il riferimento è al protocollo di cura predisposto da un gruppo di medici italiani, statunitensi e spagnoli inviato al Gosh dall’ospedale Bambin Gesù), ma è palese come tutto ciò sia dovuto, anche se non soprattutto, ai summenzionati «accanimenti».

Il primo dei quali, è doveroso ricordarlo, è quello di Connie Yates e Chris Gard due leoni più che due genitori, capaci di lottare senza tregua per difendere il loro cucciolo da chi si è incredibilmente arrogato il diritto di decidere sia per loro sia per lui, all’insegna di una tirannia al cui confronto il deprecato paternalismo medico è niente. Le sentenze avverse, l’irremovibilità dei medici britannici, l’opinione pubblica divisa, i brontolii di qualche radicale che di «accanimento mediatico» ha campato, non hanno spaventato questa madre e questo padre, che si sono così rivelati i primi condottieri di tutti gli altri «accanimenti» mettendovi il proprio: quello del cuore.

Gli inglesi legati al destino di Charlie si sono così sentiti accerchiati. E questo grazie alla battaglia anzitutto di civiltà che gente cristiana e di buona volontà ha ingaggiato contro il Moloch eutanasico, che non vuole cure se non c’è guarigione e rifiuta la vita umana laddove non vi siano produttività e prestanza. Quindi, anche se non si può ancora dire, purtroppo, che il piccolo inglese sia salvo, mille grazie agli «accanimenti», che scompaginano i piani di morte facendo albeggiare una speranza in realtà non solo europea, ma universale. Quello che strenuamente si mobilita per salvare un bambino malato, è ancora un mondo che merita di essere salvato.

https://giulianoguzzo.com/2017/07/08/benedetti-accanimenti-su-charlie/

 

Quello che Charlie ci chiede


di Paolo Spaziani

La mobilitazione di popolo per il caso di Charlie Gard continua senza sosta, in attesa che si conosca quale sia la sorte del bimbo di dieci mesi che per il semplice fatto di esistere testimonia una sola e semplice verità: che la vita di ognuno di noi è sacra ed inviolabile. E’ a questa profondità di giudizio che il caso di Charlie ci impone di andare, altrimenti il rischio è di rimanere in superficie, scadendo nel sentimentalismo compassionevole. Il caso di Charlie Gard e quello recente di DJ Fabo sono due facce della stessa medaglia e, in quanto tali, da giudicare nello stesso modo. Non mancano coloro che considerano l’eutanasia di DJ Fabo una morte dignitosa e al contempo una aberrazione la decisione di sopprimere la vita del piccolo Charlie. Le differenze tra i due casi all'apparenza possono sembrare evidenti: DJ Fabo ha scelto di togliersi la vita assecondato in questa sua volontà dai familiari, mentre Charlie rischia di essere ucciso contro la volontà dei genitori. E’ dunque la volontà della persona o quella dei suoi familiari a rendere accettabile una morte per eutanasia? Oppure è l’età del malato ad essere determinante? Oppure la gravità della malattia? Certamente no. La vita è sempre sacra ed indisponibile e non dovrebbero essere le circostanze del caso specifico a determinare giudizi diversi su quella che resta pur sempre la soppressione della vita per mano umana. La presenza del piccolo Charlie ci costringe a porci alcune domande fondamentali: cosa è la vita? E chi ce la dà ora? Davanti all’evidenza empirica che nessuno si dà l’esistenza da solo non possiamo che affermare che la vita sia un dono di Dio. Partendo da questo riconoscimento è pienamente ragionevole affermare che la vita è inviolabile: così come non ce la siamo data, nessun uomo può toglierla a se stesso o agli altri. Dal riconoscimento della vita come dono deriva anche il rifiuto del criterio della “qualità della vita” come parametro della dignità dell’esistenza. Charlie ci sprona a riconoscere il valore assoluto della vita, anche se provata dalla malattia; ogni discorso sull’utilità o meno di cure riveste, di conseguenza, importanza secondaria. Charlie ha diritto di vivere non perché guaribile o curabile, ma anche nella condizione in cui si trova ora: ha diritto di vivere semplicemente perché c’è. La sua attuale esistenza è vita a tutti gli effetti, esattamente come la nostra. Nel tentativo di porre fine alla vita di Charlie è contenuta tutta la portata del peccato originale, ovvero dell’uomo che, per invidia di Dio, si sostituisce ad Esso. Aborto, divorzio, eutanasia sono i “diritti” creati dall’uomo, accomunati dallo stesso filo conduttore, ovvero il rifiuto di sottomettersi al Dio Creatore, ribellandosi alle Sue leggi. Il concepimento e la morte naturale sono l’inizio e la fine di ogni esistenza, ma l’uomo con l’aborto e l’eutanasia si è arrogato il diritto di porre fine alla vita secondo i propri criteri. Con il divorzio l’uomo ha deciso di determinare la fine del matrimonio violando le parole di Gesù “quello che Dio ha congiunto l’uomo non separi” (Matteo 19, 3-6). Michel Schooynas, nel suo breve saggio “Dalla casuistica alla misericordia – Verso una nuova arte di piacere?” ha scritto che in nome della compassione divorzio, aborto ed eutanasia saranno accettati anche dalla Chiesa. Gli effetti di questa deriva sentimentale sono già sotto gli occhi di tutti ed è anche per questo che la mobilitazione di popolo per il piccolo Charlie Gard rappresenta per tutti noi un’occasione di crescita in un giudizio chiaro sulla indisponibilità e inviolabilità della vita umana. Ogni riduzione sentimentale del caso di Charlie è destinata inesorabilmente a cedere il campo alla mentalità relativista che, come una goccia che scava la roccia, si insinua nei nostri giudizi fino a farci considerare accettabile quello che fino a ieri ritenevamo profondamente sbagliato. In queste settimane non sono mancati interventi di esponenti del mondo cattolico che hanno parlato apertamente di “accanimento terapeutico” o, nel migliore dei casi, hanno espresso una posizione astratta ed incerta sul caso di Charlie. L’argomento principale di questi interventi era il medesimo, ovvero cosa poteva o non poteva fare l’uomo per la vita di questo bambino, come se il valore della vita di Charlie dipendesse dalla capacità dell'uomo di trovare una soluzione alla sua malattia. Ed è proprio questa la posizione dei medici del Great Ormond Street Hospital, i quali ritengono che Charlie possa vivere solo se sarà possibile curarlo. Eppure quello che Charlie ci chiede è semplicemente di guardarlo per quello che è, ovvero un dono di Dio. Prima della sua malattia e della speranza di cure efficaci Charlie ci chiede di volergli bene per quello che è, arrendendoci all'evidenza che senza di Lui non possiamo fare nulla.

 

10 luglio 2017

Il Molise colpisce ancora. Campobasso prolife.


di Alfredo Incollingo

Il Molise sorprende di nuovo. Dopo i parroci “ribelli” contro le unioni civili e la DAT, una città molisana si stringe intorno al piccolo Charlie Gard e alla sua famiglia. Palazzo San Giorgio, che ospita gli uffici comunali di Campobasso, il capoluogo di regione, l'otto luglio si è illuminato di blu per aderire alla campagna “#CharlieGardARoma”. Qualche giorno prima il palazzo della regione Lombardia recava sulla facciata uno striscione a sostegno della vita e di Charlie. Dal Nord al Sud Italia il bimbo inglese ha chi gli vuole bene e tiene alla sua dignità. Le associazioni molisane a tutela della vita hanno così espresso la loro solidarietà al bimbo inglese, cui verrà interrotta l'assistenza sanitaria per volere della giustizia inglese e della “Corte dei Diritti dell'Uomo” di Bruxelles. Così ha affermato a riguardo il sindaco Antonio Battista: “Illuminare di blu il Municipio vuole essere soprattutto un modo per dimostrare il sostegno e la vicinanza della nostra città ai coraggiosi genitori che da giorni manifestano la ferma volontà di dare un'altra possibilità al figlio. Tra le finalità dell'iniziativa la possibilità di trasferire Charlie all'ospedale ‘Bambino Gesù’ di Roma dove si potrebbero tentare altre cure." (Fonte: Isnews, 08/07/2017). Insieme al presidente americano Donald Trump, anche l'ospedale romano del “Bambino Gesù” si è mostrato disponibile a tentare di curare il piccolo Gard. Nonostante queste ampie manifestazioni di solidarietà, il governo inglese pare convinto a lasciarlo morire. Sicuramente la battaglia per salvare Charlie non è finita e in tutto il mondo, come nel piccolo Molise, si sta facendo di tutto per avverare questo desiderio.

 

05 luglio 2017

Charlie, condannato a morte per «motivi legali»


di Giuliano Guzzo

In Inghilterra, come purtroppo provano numerosi attentati, non monitorano molto bene i terroristi. In compenso non perdono di vista Charlie Gard. E’ lui, dieci mesi appena, minuto e malato, il supersorvegliato. Così, adesso che l’ospedale pediatrico Bambino Gesù si è fatto avanti offrendo di curare il piccolo, dal Great Ormond Street Hospital hanno replicato che la cosa è impossibile per «motivi legali». Ora, non so voi, ma me la formula non suona esattamente nuova. Mi pare infatti si basasse «motivi legali», nel marzo del 1857, la Corte Federale Usa, caso Dred Scott contro Sanford, quando dichiarava lo schiavo negro senza diritti. «Motivi legali» furono anche quelli, se non sbaglio, che alcuni nazisti sotto processo a Norimberga invocarono, affermando come ciò che il mondo giudicava crimini contro l’umanità per loro fossero anzitutto ordini da eseguire.

Per amore di verità va però precisato, con riferimento almeno all’eugenetica di Stato, come essa non fu affatto invenzione hitleriana. La prima vera legislazione in materia, infatti, fu adottata dallo Stato del Connecticut addirittura nel 1896; ma, soprattutto, è curioso notare come quando la Germania, nel ’33, adottò leggi su sterilizzazione e aborto obbligatorio, fosse stata già stata anticipata da ben 28 Stati americani. Che per legiferare così avevano, senza alcun dubbio, i loro bei «motivi legali».

Anche quindi ammettendo non siano un viscido pretesto – e ringraziando il segretario di Stato Vaticano, cardinal Parolin, per essersi attivato per tentare di superarli –, sugli ostacoli che renderebbero impraticabile il salvataggio del Charlie Gard da grinfie eutanasiche, va sottolineato come la presenza di «motivi legali» non solo non rappresenti buona ragione per arrendersi ma sia, invece, una in più per continuare a combattere.

https://giulianoguzzo.com/2017/07/05/motivi-legali/
 

04 luglio 2017

I miracoli di Charlie


di Paolo Spaziani

Nel momento in cui scrivo questo articolo non si conosce ancora quale sia la sorte del piccolo Charlie Gard, ma di una cosa siamo certi: abbiamo visto dei miracoli e, come ha scritto la giornalista Raffaella Frullone, “noi ne abbiamo le prove”. “Per molte persone questo bambino non è nulla”, ha scritto la Frullone in un post su Facebook che ha fatto letteralmente il giro del mondo, “Cosa dobbiamo tenere in vita? mi chiedeva una ragazza fresca di medicina. (…) Charlie non sorride, non gattona, non mangia le prime pappe, Charlie semplicemente sta. Eppure semplicemente stando, semplicemente esistendo ha scatenato di tutto”. Quella di Charlie è la storia di un miracolo cui tutti stiamo assistendo a bocca aperta. Un popolo che si è letteralmente alzato in piedi, come ha esortato San Giovanni Paolo II, davanti all’omicidio per sentenza del più indifeso degli esseri umani. Gli effetti di questo risveglio delle coscienze è stato sorprendente e, giorno dopo giorno, ha assunto le sembianze di un fiume in piena che è riuscito a travolgere l’indifferenza e la codardia. In pochi giorni in ogni parte del mondo sono sorte veglie spontanee di preghiera: dalla Polonia al Brasile, dal Belgio alla Francia centinaia di persone si sono raccolte in preghiera per chiedere la salvezza del piccolo Charlie. I centralini di Casa Santa Marta, delle ambasciate inglesi e americane sono stati letteralmente presi d’assalto da migliaia di persone che hanno sollecitato l’intervento del Santo Padre, del governo inglese e del Presidente Donald Trump. I social network hanno rilanciato in modo incessante gli appelli e nella giornata di domenica “Charlie’s Army” si è radunato davanti a Buckingham Palace con un protesta pacifica, che mostrava un cartello inequivocabile “It’s a murder”. “Tentativi da poveri illusi”, alcuni hanno commentato, eppure nelle scorse ore abbiamo visto accadere quello che fino a pochi giorni prima era impensabile: il Santo Padre, tramite un comunicato, ha espresso il proprio sostegno ai genitori che intendono mantenere in vita il proprio figlio e il Presidente Trump si è reso disponibile ad aiutare il piccolo Charlie. Poche ore dopo l’Ospedale Bambin Gesù si metteva in contatto con il Great Hormond Street Hospital confermando di poter accogliere e curare Charlie. Una vera e propria gara di solidarietà che si è scatenata negli ultimi giorni, grazie alle pressioni esercitate da migliaia di persone che non hanno mai perso la speranza. Vedere un popolo che si muove in modo spontaneo, senza ordini di scuderia, è qualcosa di veramente miracoloso. Un popolo che non ha avuto bisogno di un segnale per far sentire la propria voce, ma si è messo a pregare, a chiedere il miracolo in tutti i modi possibili. Quanto accaduto evidenzia una dinamica opposta rispetto a quella di molte iniziative organizzate dalla Chiesa, dai movimenti ecclesiali e dall’associazionismo cattolico. In questi casi il popolo si é mosso anche in forza di un invito a partecipare, nel caso di Charlie, al contrario, è stato il popolo che ha preso l’iniziativa in modo spontaneo riuscendo a “guidare” la Chiesa stessa in un giudizio su quanto stava avvenendo. Il comunicato di Papa Francesco, la nuova dichiarazione rettificata di Monsignor Paglia e la disponibilità dell’Ospedale Bambin Gesù ad accogliere Charlie sono anche il frutto di una forte e spontanea pressione esercitata dal popolo cattolico che ancora ritiene la vita, la famiglia e la libertà di educazione valori non negoziabili. Un popolo spesso bistrattato, appellato nei modi peggiori possibili, ma che è vivo e vegeto. E’ in questa gente semplice, che si è messa a sgranare rosari, a scendere nelle piazze, a telefonare a mezzo mondo che è conservato il seme della nostra fede. In un celebre dialogo tra Gesù e Don Camillo Guareschi scrive: “Signore, io intendevo soltanto dire che oggi la gente crede soltanto in ciò che vede e tocca. Ma esistono cose essenziali che non si vedono e non si toccano: amore, bontà, pietà, onestà, pudore, speranza. E fede. Cose senza le quali non si può vivere. Questa è l’autodistruzione di cui parlavo. L’uomo, mi pare, sta distruggendo tutto il suo patrimonio spirituale (…) Signore, se è questo ciò che accadrà, cosa possiamo fare noi? Il Cristo sorrise: “Ciò che fa il contadino quando il fiume travolge gli argini e invade i campi: bisogna salvare il seme. Quando il fiume sarà rientrato nel suo alveo, la terra riemergerà e il sole l’asciugherà. Se il contadino avrà salvato il seme, potrà gettarlo sulla terra resa ancor più fertile dal limo del fiume, e il seme fruttificherà, e le spighe turgide e dorate daranno agli uomini pane, vita e speranza. Bisogna salvare il seme: la fede”. Charlie, il piccolo e inerme Charlie, lui che semplicemente sta, ha mostrato un volto nuovo del popolo cristiano, capace di lottare in tutti i modi per salvare il seme della fede, racchiuso nel corpicino malato di un bimbo dieci mesi. 
Qualcuno vi racconterà che quanto sta accadendo è frutto di semplici coincidenze o di una concatenazione di eventi mediatici. Venerdì scorso alle ore 12 Charlie doveva essere ucciso, eppure i medici hanno deciso di dare alcuni giorni in più ai genitori per stare con il piccolo Charlie. Una decisione inspiegabile, in quanto un eventuale prolungamento dei giorni di vita di Charlie avrebbe inevitabilmente portato ad un aumento del clamore mediatico, così come poi avvenuto. Non ci sono spiegazioni, si tratta semplicemente di arrendersi davanti all’evidenza. “Noi siamo quelli che hanno visto eppure hanno creduto” ha scritto Chesterton, perché i miracoli accadono e noi abbiamo le prove.

 

02 luglio 2017

Slippery slope, ovvero da Charlie a noi


di Giulia Bovassi

La storia del piccolo Charlie Gard, bambino di 10 mesi affetto da una malattia mitocondriale rara (c.d. encephalomyopathy mitochondrial DNA depletion syndrome), e della dura lotta della sua famiglia contro la decisione da parte di medici e giudici, di continuare (o intraprendere – nel caso di terapie sperimentali) le cure del piccolo dichiarato senza possibilità, sottoposto a sofferenze pesanti e la cui dignità incompatibile con quanto deve sopportare.

Ogni questione in ambito sanitario implica la considerazione di tutti i soggetti in gioco, proprio perché ciò di cui si sta parlando è una relazione. A me piace sottolineare che oltre ad una relazionalità vi è “esistenzialità” al centro dei termini ovvero, l’ospedale, ma allarghiamo pure, il mondo scientifico terapeutico, è un crocevia di esistenze e domande di senso. Ciascun membro mette in gioco la sua vita radicalmente, non solo a causa di patologie a tal punto gravi da vederla compromessa, ma per il suo rapporto con ciò che ha, ciò che è e con quanto lo precede e lo segue. Questa premessa perché io stessa ho imparato che nell’affrontare questioni bioetiche si deve aver ben chiaro che gli agenti, attivi o passivi che siano, sono tutti esseri umani, allo stesso modo degni, la cui vita ugualmente sacra, la cui libertà similmente pericolosa.

Quello che Charlie chiede a ciascuno di noi è che la sua vita venga vista (non attribuita) come degna alla pari di qualsiasi altra considerata culturalmente a “norma” posta a confronto con gli standard di normalità condivisi o ingurgitati alla cieca. Ogni essere umano, creatura legata alla contingenza della sua natura mortale, non deve giustificare il riconoscimento della sua dignità intrinseca, la cui appartenenza vige solo per il semplice fatto di essere uomini (rispetto che siamo chiamati a recuperare). Non esiste, se non nella cruda eugenetica di storica memoria, ed oggi ampiamente infiltrata nell’antropologia postmoderna, un criterio tale per cui possa spettare, sulla base di un comprovato e attuale principio di uguaglianza e parità fra i soggetti, ad alcuni di noi l’autorità di avvalorare o declassare selettivamente altri di noi. Non c’è una giustificata misurazione qualitativa in virtù della quale una persona possa concludere ragionevolmente, con certezza e rigorosità scientifica, sulla base di ipotesi future impossibili a verificarsi, se la sua esistenza sia o meno di oggettivo interesse e merito, così come la sua appartenenza alla comunità umana. Se ciò fosse plausibile, le variabili del problema godrebbero di totale immobilità d’autonomia, ovvero sarebbero alla mercé dei diversi soggetti: ogni univocità cozzerebbe con l’aspirazione personale e il metro di valutazione singola relazionati ai progetti di vita propri e futuri, sottoposti alla liquidità di revisioni continue.

Ai medici spetta l’obbligo di adoperarsi, con quanto è nelle loro capacità e possibilità, per il paziente: per guarirlo laddove è possibile, altrimenti per curarlo o semplicemente assisterlo. Essi non hanno il dovere di fare sempre tutto quello che è possibile fare, così come nessuno di noi è vincolato a rispondere a una simile pretesa. Questo significa che non sono sottratti al loro Giuramento, che a me piace chiamare vocazione, nei confronti del piccolo Charlie, e nel contempo sono invitati ad essere lucidi nel saper individuare il confine divisorio fra proporzionato e sproporzionato, discernimento sottile, quasi mai immediato. Serve anche a noi, esterni, tenere a mente che il CDM (codice deontologico) vieta l’accanimento terapeutico, sia esso dettato da spirito di sperimentazione e ricerca o per paternalismo. Dico che è utile avere a mente ciò poiché il distinguo è questione delicata anche per l’operatore sanitario, oltre che problematica importante, condizionata altresì dal singolo paziente/singolo caso clinico. Il medico ha il dovere di avanzare quando è lecito farlo e fermarsi se le opzioni rimaste implicano una sofferenza gravosa, eccessiva e insopportabile, per un paziente già incatenato dal dolore della malattia e ciò con uno sbilanciamento fra i benefici effettivi e ottenibili rispetto a quanto quel trattamento richiederebbe/imporre al malato. Sono termini ambigui e difficili, da trattare con la consapevolezza che quando noi parliamo di interventi “semplici” (basterebbe che gli venisse fatto un banale intervento “x”..) talvolta possono darsi come gravosi data la particolarità della condizione fisica del soggetto, sicché il “minimo” per noi rappresenta un “massimo” per quel paziente. Chiaramente se applicato a strumenti di sopravvivenza non vi può non essere lo sfondo eutanasico: si è consapevoli che, una volta spenti, si ha il conseguente venir meno della vita del paziente, atto illecito di eutanasia omissiva. Tra possibile-fattibile e desiderabile vi deve persistere l’equilibrio, dove più che il mezzo ad essere ordinario è il bene del paziente. Può concepirsi lo sviluppo di un legittimo dubbio di accanimento da parte dell’equipe medica curante, ma non può coerentemente darsi una resa mortale (con il venire meno dei supporti vitali) nonostante la gravità della malattia genetica e la prospettiva di vita breve. Mi verrebbe da chiedere alla Corte e ai medici: se Charlie, come dite, è destinato a morire di qui a breve, che vantaggio ricaverebbe da una morte indotta piuttosto che per naturale decorso della malattia? Tanto vale accompagnarlo senza gravare o ledere ulteriormente la sua condizione,invece che sopprimerlo per il medesimo scopo, no?

La vicenda di Charlie tocca vette di ingiustizia decisamente alte quando a sostegno del suo bene si propone l’eliminazione del malato come «miglior interesse del paziente» contro il potere e il volere dei genitori. La vicenda è buia, angosciante e intimorisce perché ha tutti i presupposti per divenire un precedente mostruoso al via libera dell’eutanasia infantile (e in generale del paradossale “diritto all’omicidio”), purtroppo è quanto già successo in altri Paesi e il traguardo a fine della corsa dei diritti pro-morte, dietro cui si affanna la cultura dominante. Quest’ultima ha occultato la domanda principale: qual è il vero bene integro per questa persona? Se all’origine di ogni agire venisse imposta una sosta su questo quesito, si rischiarerebbero i dubbi etici di molte potenziali violazioni, prima fra tutte quella che ha convertito l’autodeterminazione con la convenienza politico – economica ammantata di  sempre nuove e roventi “libertà da..”, quando il bene invece non è assenza di responsabilità sociali e individuali, ma la direzionalità oltre-sé di una vera “libertà per..”, capace di dare frutti di giustizia. In questo caso «il miglior interesse di Charlie» senza dubbio non può darsi nella sua eliminazione fisica, come “libertà da” una vita detta indegna o con probabile infelicità cronica, piuttosto nella vicinanza e presenza amorevole della sua famiglia, i cui diritti e volontà, a quanto pare, declassano in seconda posizione rispetto a voleri più forti e incisivi, come quelli espressi dalla CEDU, che impongono una morte.

Di fatto il male che evapora da questa vicenda sulla vita di un essere umano è lo specchio di un grave percorso educativo e culturale da tempo in atto sulla mentalità comune: quello per cui, isolati con il proprio ego, si ha autorità senza libertà, possesso senza oggetto; ci viene regalata l’ambiziosa battaglia al possibile per uomini dinamici, in movimento verso l’ideale perfetto di sé, ma alle spalle viene incollato un bugiardino con precise indicazioni su che tipo di perfezione pretendere, ed è una perfettibilità instabile e votata alla decapitazione dell’identità, che non è nulla se non sedimentata nella nostra miseria. Siamo necessari per una cultura nebbiosa che ha ridefinito l’ontologia della specie umana in un antispecismo dove contano contesti di assolvimento da implicazioni, doveri, e vota per una proposta futuristica che non abbia bisogno degli uomini difettosi invischiati nel collante familiare (meglio la dipendenza indifferente, meglio un «guardian»). Ecco la tolleranza universale, ecco il cuore dell’accettazione: cambiare chi è scomodo all’efficienza. Ho letto, tra i diversi commenti, riferimenti a questo caso come di transumano e postumano: io non penso lo si possa investire di queste correnti filosofiche, ma credo che Charlie sia l’indifferentismo obbligatorio per giustificare la disgregazione alienante e annichilente di uomini incapaci di volersi vivi perché impreparati alla vita. Charlie verrà usato come caso limite, spetta a noi impedirlo.

Controcorrente è dire: tu vali a prescindere, così come sei, per questo, non per come ti vorrei, la tua esistenza è un dono indisponibile. Da Charlie a noi.

https://kairosbg.wordpress.com/2017/06/28/slippery-slope-ovvero-da-charlie-a-noi/