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30 luglio 2017

L'eco della solidità. La nostalgia del richiamo tra antropologia liquida e postumanesimo


di Giulia Bovassi

Quanto è “troppo”? Incalza il bisogno di trovare un equilibrio fra il quesito, la possibile risposta e il reale. Un mancato posizionamento è l’angosciante condizione liquida degli abitanti del possibile, in costante adattamento ad una identità dinamica come dinamico è il contesto tecnico-scientifico ormai pienamente omologato alla quotidianità. Ripudiata ogni radice, compresa la natura umana e la sua contingenza, restano corpi docili “biologicizzati” senza identità. Corpi manipolabili, non pensanti, devoti al possibile. Annichilendo l’origine e il senso legato al fine, da chi potrà alienarsi quest’uomo estraneo a se stesso che non torna in se stesso? La creazione di un nuovo mondo, totalmente padroneggiabile e disponibile quantitativamente, appare come inevitabile soluzione affinché l’uomo possa superare il senso di sé in seguito alla perdita di sé. Transumanesimo e Postumanesimo curano la schizofrenia identitaria endemica con la non-necessità dell’uomo, quindi la sua immortalità e perfettibilità. Quando la vulnerabilità cessa di essere occasione feconda, subentra l’Oltreuomo. Occorre chiedersi: calati nell’inevitabile scontro-incontro con la miseria umana, se frantumati, come ricomporci per annientarci? Ecco la spiritualità perduta, ecco la persona che ha bisogno di tornare al pensiero di sé.

Il libro parla di noi, di ciascuno. L’idea centrale è un nodo fra una condizione antropologica precedente, apparentemente attuale e quella in divenire, oggettivo dato di partenza per discutere sull’identità, sul pensiero di sé (la domanda filosofica e la ricerca di senso), sulla nostra natura umana, quindi grande e docile allo stesso tempo. Non sono pagine che vi consiglio di sfogliare al mattino (men che meno se vi svegliate di sabato o domenica, nella leggerezza di un weekend in famiglia!), vi consiglio però di tentarne la lettura perché lo scopo del lavoro non è di iniziarlo per finirlo, ma di iniziarlo per continuare. Prendetelo come una provocazione, una sfida contro voi stessi, così come lo è stato per me nel momento stesso in cui ho scoperto che per avere la vittoria occorre focalizzare dove e contro chi combattere la battaglia: in questo caso il nemico ero io, eravate voi, siamo noi, sono loro, l’essere umano diverso e l’essere umano che vuole essere uguale. Il nemico si è presentato chiedendomi “allora, dimmi un po’ chi sei” e, ovviamente, per aver qualcosa da dire di sé occorre conoscersi. Proprio qui il vuoto: socialmente siamo sospinti, senza dubbio trascinati, verso modelli adattabili ai quali tendiamo, modelli che incalzano desideri e allontano dall’intimità dei tratti specifici, grazie ai quali siamo mistero e bellezza per i nostri simili, sicché guardando lontano a qualche possibile che pizzica il mutamento, arrestiamo l’originale e con esso la definizione dei suoi contorni. Frustrati rifuggiamo ciò che tocchiamo, per sfiorare l’idea della perfezione, così arranchiamo, tra una delusione e l’altra, verso una vita senza debolezze, non-necessariamente-umana. L’identità frammentata e fluida lascia liberi di parlare di sé con termini rinnovabili secondo preferenze. Questo è l’unico terreno fertile per decostruire, poi fabbricare, sciolti da vincoli e, su questo spazio, questo deserto, affiora la giustificazione a molte delle problematiche, dall’origine alla morte, sulle quali inciampiamo. C’è tutto di noi nella posizione che prendiamo tra il tutto della Vita e il nulla della morte, due fatti che non sono eventi, non capitano senza un trascorso. Sono il nostro tempo qui, fatto a dimensione d’uomo, amico di chi torna a vederlo, nemico per chi si inganna rifiutandolo razionalmente. La mia speranza per questo contributo editoriale è che sia uno sforzo per il lettore, lo sforzo di alzarsi dall’apatia per, un domani, non solo saper rispondere alla domanda di partenza, “chi sei”, ma addirittura padroneggiarla con l’autorevolezza di colui che, facendosi beffe dell’indefinito, ha trovato i suoi ingredienti e può così rivolgerla al suo vicino, solleticandolo fino a smuovere il piacere di meravigliarsi del suo passaggio qui, tra i vivi.

«L’eco della solidità» ha inoltre il piacere di essere il volume di apertura ad una nuova collana filosofica “Laboratori di Filosofia. Collana di studi e ricerche filosofiche”, nata dalla medesima esigenza di cui vi ho sinteticamente reso partecipi. Detto ciò, non posso che augurarvi una piacevole lettura!

https://kairosbg.wordpress.com/2017/07/27/vi-presento-il-mio-libro/

 

31 gennaio 2017

L'ultimo uomo


di Federico Cavalli

Venerdì 20 Gennaio 2017 si è tenuto il primo incontro culturale organizzato dal neonato centro studi “Minas Tirith”, dando così il via alla serie di eventi denominata  “Ecce Homo. La sfida dell’umano al transumano”. Il ciclo di conferenze è stato pensato, dai fondatori del centro studi, come un vero e proprio percorso di formazione, non solamente per i giovani ma per un’intera comunità.

L’incontro in questione, intitolato “L’ultimo uomo”, ha ospitato due relatori di grande livello culturale: il professor Enzo Pennetta, docente di Scienze al liceo, e il professor Gianluca Marletta, insegnante di Lettere e Storia nella scuola secondaria di primo grado. Provo un certo orgoglio nel poter dire di essere stato il moderatore di quest’incontro, visto anche il numero e la qualità delle pubblicazioni dei due professori che danno, maggiormente, l’idea dello spessore culturale dell’incontro; per percepire ciò basta anche solo riportare i nomi di alcuni di questi scritti, come “L’ultimo uomo” del professor Pennetta, o “La fabbrica della manipolazione” del professor Marletta.

Avendo l’incontro un “format” molto leggero, che prevedeva un singolo intervento dalla durata di 25 minuti per ciascun relatore, non si è potuti scendere molto nel dettaglio delle questioni trattate; si è quindi scelto di mettere a fuoco i punti centrali, gli snodi fondamentali dell’argomento trattato: l’invenzione dell’antropologia capitalista. Proprio per questo motivo la redazione di motoretrogrado.it ha deciso di scrivere dei piccoli approfondimenti su ciò che si è andato a trattare nell’incontro stesso. Il primo a cui ho dato la parola è stato il Professor Enzo Pennetta, che si è voluto soffermare sul perfetto abbinamento fra il titolo della serie di incontri ” Ecce homo”, e dell’incontro in questione “l’ultimo uomo”.

Ogni ideologia nell’esporre la propria idea di mondo deve, per necessità, soffermarsi su una concezione dell’uomo che andrà a popolare proprio quella società che si vuole costruire; un sistema di potere deve, quindi, fondare un’idea antropologica su cui formare la società. Nella storia dell’occidente, il modello antropologico di maggior impatto è stato, senza ombra di dubbio, la figura di Gesù; Ecce Homo infatti,  è l’espressione con la quale, nel Vangelo di Giovanni (19,5), Pilato presenta alla folla il Cristo flagellato e coronato di spine, quello stesso Cristo che poco prima (Giovanni 18,37-38) aveva risposto, alla domanda di Pilato, affermando di esser venuto nel mondo per testimoniare la Verità. Per la prima volta la verità viene trasposta sull’uomo che, nella civiltà cristiana, tende a prendere come modello da seguire il Figlio di Dio; la società, conseguentemente, si plasma su questa immagine e l’Uomo diviene colui che ha in eredità il mondo, differenziandosi totalmente dagli altri esseri viventi.

Si incomincia, quindi,  a gestire la società attraverso la figura centrale dell’individuo, che ha alle proprie spalle il nucleo fondamentale della famiglia, colonna portante di tutta la società; individuo che deve seguire quelle regole imposte dallo Stato, che si è a sua volta formato proprio sul nuovo insegnamento evangelico. Per secoli colui che gestiva il controllo assoluto del proprio paese si è sempre dovuto confrontare con questo modello di Verità, avendo di fatto un vincolo che lo limitava, sia nella gestione del potere che nella manipolazione del popolo; nacque quindi la necessità di ottenere un vero e proprio controllo assoluto sulla società, liberandosi di questo modello antropologico troppo vincolante, nato grazie alla figura di Cristo. Il primo episodio storico in cui si cerca di far ciò è la rivoluzione Francese. In che modo? Ve lo dirò nel prossimo articolo, continuando ad approfondire tutto ciò che si è detto nell’incontro organizzato dal centro studi “Minas Tirith”.


 

14 settembre 2016

La presenza pubblica dei cattolici è “bene comune”


di Daniele Barale

“Il credente è minus habens perché incapace di interiorizzare autonomamente la scelta pro-democrazia e in grado di riconoscerla solo affidandosi all'autorità religiosa di riferimento... La democrazia è atea imprescindibilmente”. Sembrano le parole dell'imperatore Giuliano ma non è così. Sono state dette, anzi scritte, nell'ottobre del 2013, non nel 362 d.C., dal leader italiano del radical-chiccismo, nonché direttore di MicroMega, Paolo Flores d'Arcais. Fanno parte del saggio che scrisse per la collana Idolà della casa editrice Laterza, “La democrazia ha bisogno di Dio. Falso!”
L'autore così ha voluto sbattere la porta dell'impegno pubblico in faccia ai tanti per i quali, da Tocqueville in poi, la democrazia non sta in piedi senza Dio. I credenti secondo lui vanno isolati.

In questo decennio, specialmente, non è l'unico a pensare in questo modo, però, è colui che meglio di tutti gli altri rappresenta bene il fronte degli atei militanti e ideologici. Non a caso, sotto il suo stendardo marciano personaggi come Piergiorgio Odifreddi (ex seminarista), sempre pronto a dare del cretino ai cattolici, a incolparli di essere la causa dei mali della società. Sulla scia di Voltaire, tollerante per finta, anche perché verso gli ebrei era poco carino e sul commercio degli schiavi africani aveva costruito le sue grandi fortune. Forse un avo di Obama potrebbe essere stato venduto per arricchire il maitre à penser del suo mondo liberal. Troviamo pure Cecchi Paone e Luxuria, che incapaci di levarsi i paraocchi di un'ideologia radicale soffocante, accusano i cattolici di “oscurantismo” quando dicono una delle verità più universali e più certe (valida per credenti e non): i bambini nascono da  una mamma e un papà, che amandosi si completano e aprono alla vita.

Riassumendo, i credenti, soprattutto i cattolici sarebbero dei deficienti, un problema per la democrazia, oscurantisti... Ma è proprio così? Niente di più falso.

Il mondo, soprattutto la parte europea, ha scoperto grazie al cristianesimo l’armonia e la collaborazione tra ragione e fede. Ed anche la considerazione delle opinioni altrui: come insegna San Tommaso, ricordato di recente dal domenicano p. Carbone in un'intervista per la NBQ, il cristiano deve dar prova di conoscere e prendere sul serio le tesi degli altri. Non le liquida mai scrivendo “è un’idiozia” (ndr cosa che amano fare Odifreddi e d'Arcais quando vogliono imbavagliare chi trovano antipatico: comportamnto da bimbi, poco scientifico). Ma le studia, cerca in esse qualche elemento di verità e anche se sono opinioni erronee dimostra razionalmente dov’è l’errore. Questo perché è convinto che «Omne verum a quocumque dicatur a Spiritu Sancto est» cioè «Ogni verità, da chiunque sia stata detta, proviene dallo Spirito Santo; ed è anche convinto che se amo il bene della persona che mi sta accanto, dovrò impegnarmi a cercare con lei il vero e a fuggire il falso. Questa resta sempre un’opera di misericordia intellettuale.

Lungi da ciò si generano i mostri come la secolarizzazione della religione, la disumanizzazione della politica, dell'economia, dell'intera società, fino alla rivoluzione biopolitica, di cui il gender, prassi violenta, è uno degli aspetti; e si aggiungono ad essa l'eutanasia, l'aborto, il controllo delle nascite: biobusiness, grazie al quale la potentissima Planned Parenthood fa grossi affari, sì, vendendo organi di bimbi abortiti. Mostri che trovano sostegno nel M5S e nel PD, i due volti della stessa medaglia, il 'Partito radicale di massa'. Per ricordare del Noce. Appunto, oggi “La questione sociale è diventata radicalmente questione antropologica” (Benedetto XVI Caritas in veritate, 75).

La lettura delnociana, unita a quella di Benedetto XVI e di altri autorevoli maestri, quali il già citato San Tommaso d'Aquino, San Tommaso Moro, l'Abate di Solesmes Prosper Guéranger, Chesterton, Leone XIII, padre McNabb, Hilaire Belloc, don Luigi Sturzo, Gustave Thibon, Giovannino Guareschi, don Baget Bozzo, Cornelio Fabro, Augusto del Noce, don Luigi Giussani, Card. Giacomo Biffi, Mons. Antonio Livi, Fabrice Hadjadj, Vittorio Possenti, permette di scoprire la bellezza e la ragionevolezza dell'impegno politico per il bene comune, di credenti e non. Una delle forme più alte della Carità (Populorum Progressio).

Perciò, nel seguire le loro strade, si scopre che il cristianesimo è un fatto, un incontro; l'Incarnazione. Rende felici non solo nell'altra vita ma anche in questa, con il centuplo quaggiù. Perfino Montesquieu lo riconosce in un denso capitolo del suo Esprit des Lois (24.3). Il cristianesimo abbraccia tutto, proprio perché il Cristo non ebbe ritegno alcuno nell'assumere natura umana: l'uomo e quanto lo riguarda (sia come individuo che come membro di una comunità, familiare, politica o ecclesiale) è come posto sotto l'amorevole cura di Dio, perché nulla che in esso si possa dare di buono corra il rischio di andare perduto. In questo modo, perfino il male può avere un senso e può essere compreso con intelligenza, fronteggiato con coraggio e al limite superato vittoriosamente.

E' per questo che, posto a confronto con le esigenze della politica, il fatto cristiano è in grado di mostrare tutta la sua fecondità, perché è vita! Il modo in cui insegna San Tommaso, il cristiano è e deve essere un realista, perché è stato salvato a ben caro prezzo e perché il solo sminuire tale prezzo, sia pure in minima parte, sarebbe una colpa imperdonabile. Questa consapevolezza non mi ha mai fatto cedere a nessuna forma di pessimismo e di scelta religiosa: sarei diventato cieco, incapace di percepire la quantità di bene di cui è intessuta la vita del mondo e avrei corso il rischio di cedere all'accidia, a quella tentazione di inerzia che non è solo psicologica, ma ontologica, perché equivale a non riconoscere nella creazione l'impronta divina che la contraddistingue.

“La prima politica è vivere”, giacché la vita di ciascuno è come l'impegno pubblico: è fatto di scelte che richiedono il miglior bene, privato e comune. Dunque, il realismo cristiano è necessario al bene di una comunità. Altrimenti, non avremo avuto la famosa lettera “Spesse Volte” che Leone XIII scrisse il 5 agosto 1898, quando uno stato liberale accentrato sopprimeva la società civile e arrestava chi scendeva in piazza per chiedere solo il pane. Che tanto fece per liberare la società civile dai soprusi di una classe dirigente laicista e massonica. Assieme alla "Rerum Novarum", fu capace di influenzare l'opera di Sturzo e di quei cattolici che a Camaldoli gettarono le basi per la ripresa dell'Italia, dopo il disastro della II Guerra Mondiale, e che ispirarono, con De Gasperi, l'idea di sussidiarietà all'Europa.

Quindi, la bellezza la bontà e la verità sono la forza della Tradizione bimillenaria della Chiesa. Che Ella mette a disposizione di tutti, indipendentemente dal credo di ciascuno.

I cattolici, soprattutto quelli tentati dalla scelta religiosa o da complessi di inferiorità per colpe inesistenti, devono ridestarsi con fierezza e farsi guidare da quella certezza. Una certezza che abbraccia la verità immutabile sull'uomo e sul mondo: è l'unica in grado di fondare su di una onesta conoscenza della realtà quella laicità che consente ai cristiani di essere operosi nel mondo, non per massimizzare i propri interessi confessionali, ma per realizzare il bene di tutti.

http://labaionetta.blogspot.it/

 

01 settembre 2016

Il Fertility Day e polemiche, scusate, proprio idiote


di Giuliano Guzzo

Appartengo ai tanti critici di questo governo, che personalmente considero – per il suo programma, il suo operato e soprattutto la sua arroganza, contrabbandata per operosità – qualcosa di non molto diverso da una sciagura. Ciò detto, fatico a comprendere le polemiche sorte in seguito alla notizia del Fertility Day, la nuova campagna del Ministero della Salute che partirà il 22 settembre a favore della natalità, subito presentata da alcuni come una sorta di istigazione a fare figli (che brutta cosa, i figli, vero?) quando invece altro non è che un semplice richiamo, per quanto mi riguarda pure di dubbia efficacia, ad un problema che anticipa per cronologia e gravità quello economico.
Non citerò, per tediare il lettore, tutti gli economisti che negli anni hanno denunciato come sia quello demografico il nostro primo guaioSe l’Italia facesse più figli, le sue prospettive economiche sarebbero migliori. Invece un Paese con una popolazione in declino alla fine non potrà ripagare i suoi debiti», ha per esempio dichiarato il professor Tyler Cowen, accademico ed editoralista del New York Times: Corriere della Sera, 8/5/2012, p. 31), né penso – dopo che le straniere sono finite sotto il tasso di sostituzione di 2.1 figli per donna da un paio d’anni e procreano sempre meno – di dover smontare per l’ennesima volta la bufala colossale degli stranieri o dei migranti (in larga parte maschi) come salvezza per la natalità italiana.
A dirla tutta non ci sarebbe neppure – benché il buon Roberto Saviano, apprendista demografo, vi abbia confezionato un post «acchiappalike» su Facebook – da mettere in relazione la denatalità con precariato lavorativo e crisi economica, che pure sono problemi seri. Infatti come i lettori più affezionati di questo blog sapranno, se da un lato è fuori discussione come la situazione attuale, anche fiscalmente parlando, tutto sia fuorché un incentivo a fare figli, dall’altro esistono numerosi indizi che lasciano supporre che il problema, in questo caso, non sia materiale ma antropologico; basti dire che la tendenza del figlio unico, in Italia, ha conosciuto un boom negli anni ’80, stagione economicamente parlando d’oro rispetto all’odierna.
Mi limiterò quindi soltanto, dato che dei poc’anzi citati argomenti non è il caso di parlare, ad una telegrafica osservazione: la curva demografica italiana è caduta da decenni. D-e-c-e-n-n-i. Significa non basterà il Fertility Day – che peraltro ricorda campagne sulle quali i Paesi nordeuropei, quei retrogradi medievali brutti e cattivi, Danimarca in testa, investono da anni – né il bonus bebé; tuttavia iniziative simili costituiscono almeno un pallido punto di partenza. Non vi piacciono? D’accordo: allora fuori le alternative però. Perché la storia insegna che raddrizzare la curva demografica è difficilissimo (l’imperatore Augusto, per dire, non ci riuscì neppure varando leggi ad hoc) ed insegna pure che senza nuovi nati una comunità, una società, un Paese sono spacciati.
Inoltre, se avete letto quanto diffuso dall’Istat a giugno di quest’anno saprete che gli italiani non solo non crescono, ma cominciano a sparire: «Nel corso del 2015 il numero dei residenti ha registrato una diminuzione consistente per la prima volta negli ultimi novanta anni: il saldo complessivo è negativo per 130.061 unità. Il calo – veniva poi precisato – riguarda esclusivamente la popolazione di cittadinanza italiana – 141.777 residenti in meno – mentre la popolazione straniera aumenta di 11.716 unità». Capito? Iniziamo ad estinguerci e qui c’è ancora gente che rompe le palle (scusate il francesismo, ma quando ci vuole ci vuole) per una campagna che, banalmente, sussurra verità inconfutabili, tipo che a 45 anni non hai le stesse possibilità di diventare madre che a 25? Ma sì che ce lo meritiamo, di sparire.

https://giulianoguzzo.com/2016/09/01/il-fertility-day-e-le-polemiche-sciocche-anzi-proprio-idiote/
 

17 maggio 2016

Papa Francesco e gli animalisti


di Giuliano Guzzo

Strano davvero non l’abbiano sbranato, Papa Francesco, dopo che ieri ha osato apertamente criticare «chi ama cani e gatti e ignora le sofferenze dei vicini» mettendo nel mirino, con la consueta immediatezza che tutti ormai conosciamo, non tanto il rispetto per gli animali – valore di per sé condivisibile – bensì il capovolgimento antropologico che, non di rado, vede l’amore verso gli animali anteposto a quello verso l’uomo. Un capovolgimento, a ben vedere, tutt’altro che infrequente giacché la protezione della fauna non sottende necessariamente la protezione dell’uomo.

Anzi, semmai è il contrario: spesso, anche se a prima vista se può sembrar strano, è chi manifesta pietà per gli animali a non averne troppa per gli uomini.  Nei tempi antichi, per esempio, non risulta che il filosofo Plutarco (45-120 d.C.) abbia mai avuto da ridire sulla schiavitù – pratica assai diffusa anche dalle sue parti, e certo non rispettosa della dignità umana – mentre invece tuonò senza pietà contro i cittadini facoltosi, colpevoli di mangiare carne animale: «Che crudeltà! E’ terribile vedere imbandite le mense dei ricchi, che usano i cuochi, professionisti o semplici cucinieri, come acconciatori di cadaveri» (Del mangiar carne, trattati sugli animali).

Lo stesso Friedrich Nietzsche, per passare a epoche meno remote e più vicine alla nostra, una volta ebbe – com’è noto – pietà per le pene d’un cavallo, ma non pare coltivasse grande simpatia per gli umani poco prestanti: «I deboli e in malriusciti devono perire, questo è il principio del nostro amore gli uomini […] Che cos’è più dannoso di qualsiasi vizio? Agire pietosamente verso tutti i malriusciti e i deboli» (L’anticristo, Adelphi 1970, p.169). Casi isolati, quelli di Plutarco e Nietzsche? Non si direbbe. Infatti, in aggiunta alle loro discutibili esternazioni, si può segnalare pure un’esperienza politica a suffragio della pericolosa dissociazione che può verificarsi fra amore degli animali e rispetto per le persone.

Si sta alludendo, qui, al nazionalsocialismo, sotto il cui regime furono approvate leggi – indubbiamente eccellenti e per l’epoca avanzate – a tutela degli animali senza che analogo rispetto, però, fosse riservato agli ebrei. Altrettanto clamoroso e paradossale, per restare in tema, fu il legame che univa il Führer all’amatissima Blondie, pastore tedesco che Hitler in persona volle con sé anche nel bunker dove poi morì insieme ad Eva Braun. Si chiaro: non si vuole certo, esagerando, accostare ora gli amanti degli animali ai nazisti, ci mancherebbe, ma solo sottolineare a quali bizzarri esiti, talora, possa condurre la dimenticanza della dignità umana.

Lo si vede pure oggi con esponenti dell’animalismo assai elastici, per così dire, sulla difesa della vita umana. Si prenda il celebre oncologo Umberto Veronesi: favorevole alla legalizzazione di droghe leggere, aborto, eutanasia e provetta da un lato, e, dall’altro, estimatore dell’intelletto e della spiritualità degli elefanti: «Se gli elefanti di cui parlava Montaigne potessero parlare, sarebbero quasi come noi … Magari ci racconterebbero i contenuti delle loro preghiere […] Probabilmente ne concluderebbero che non vi è alcuna ragione evolutiva che li induca necessariamente a credere» (La libertà della vita, Raffaello Cortina Editore, 2006, p. 48).

Tra gli amanti degli animali, inoltre, si segnala anche José Luis Zapatero, durante il cui governo il Parlamento spagnolo, il 25 giugno 2008, approvò Gran Simios, un progetto con cui s’è deciso che i grandi primati – oranghi, gorilla, scimpanzé – hanno alcuni diritti umani. All’attenzione verso gli animali, pure in questo caso, non pare seguita quella verso l’uomo se si considera la parallela entrata in vigore – sotto Zapatero – di una nuova legge che ha consentito alle donne di età superiore ai 16 anni l’aborto entro le prime 14 settimane di gestazione senza l’obbligo di motivare in alcun modo la scelta. Ora, come mai?

Com’è possibile che il rispetto verso gli animali possa talvolta divenire l’atteggiamento di «chi ama cani e gatti e ignora le sofferenze dei vicini»? Alla base delle esagerazioni animaliste e della dimenticanza della dignità umana – da riconoscere in ognuno  – vi sono molti fattori. Di certo non si può non osservare come non già il doveroso rispetto, bensì il culto verso gli animali – destinatari di un affetto tante volte negato al prossimo – interessi il mondo occidentale proprio nel momento in cui la secolarizzazione pare più avanzata. E vengono in mente le parole di un prete che la sapeva lunga, il Santo Curato d’Ars: «Lasciate una parrocchia per vent’anni senza prete, e vi si adoreranno le bestie».

 

23 settembre 2015

"Inside out", un film da vedere in famiglia


di Alessio Calò


Pare che i produttori del film “Inside out”, cartone animato della Pixar uscito nelle sale italiane mercoledì scorso, abbiano scopiazzato dal Catechismo della Chiesa Cattolica. Eh sì, perché gli stravolgimenti psicologici della protagonista, la piccola Riley, causati da una serie di disagi legati al trasloco della famiglia della bambina dal Minnesota a San Francisco, richiamano senza ombra di dubbio l'antropologia cristiana delle passioni (e delle virtù).
Le dinamiche psicologiche sopra accennate si svolgono nella mente della ragazzina (il Quartier Generale), e derivano dall'interazione di cinque emozioni, Gioia, Tristezza, Rabbia, Paura e Disgusto, che, guidate da Gioia, cercano di suggerire a Riley come reagire agli stimoli della realtà che la circonda. Realtà che diventa dura da affrontare nel momento in cui la bambina abbandona l'ambiente felice e ovattato in cui era cresciuta, e ad un certo punto si mostra piena di insidie e pericoli (Gioia e Tristezza vengono catapultate fuori dal Quartier Generale) da condizionare negativamente la condotta di Riley, in balia delle emozioni rimanenti.

Come abbiamo anticipato, questo film affronta varie tematiche interessanti: la prima riguarda il ruolo delle emozioni nella vita ogni persona, nel caso specifico di Riley. Nell'antropologia cristiana le emozioni (dette tecnicamente passioni) vengono definite come “moti della sensibilità”, “componenti naturali della psicologia umana [che] fanno da tramite […] tra la vita sensibile e la vita dello spirito” (citazioni tratte tutte dal Catechismo). Come si può constatare nel film, le passioni “in se stesse [...] non sono né buone né cattive [ma] ricevono qualificazione morale [...] nella misura in cui dipendono effettivamente dalla ragione e dalla volontà”: nella prima parte del film questo ruolo è svolto da Gioia, che coordina le emozioni di Riley e cerca di renderla felice. L'insegnamento interessante che si ricava dal film è che solo quando le passioni vengono ben co-ordinate possono contribuire al buon comportamento morale, ovvero alla realizzazione del bene della persona, che si riflette nel condurre una buona vita sociale.
Un secondo aspetto da considerare è l'importanza di tutte (tutte!) le emozioni nella vita dell'individuo: nel momento in cui qualcuna di esse prevalesse (come per esempio Gioia in una prima fase della vita di Riley) o mancasse (nel film la scomparsa di Gioia e Tristezza ha effetti disastrosi) il modo di approcciare il mondo sarebbe in qualche modo falsato, con tutte le conseguenze che si vedono nel corso della storia: aspettative deluse, frustrazione, voglia di evasione, malinconia. Le passioni sopra descritte si presentano normalmente nella vita morale umana, costituendo le motivazioni abituali delle azioni volontarie: esse non impediscono la libera espressione della persona, ma vanno integrate e regolate per il bene della stessa, in quanto “è proprio della perfezione del bene morale o umano che le passioni siano regolate dalla ragione” (sempre il Catechismo). Proprio per questo nella parte finale del film (non preoccupatevi, non rivelo niente) il ruolo di Tristezza, considerata nella prima parte del film un'emozione zavorra, viene rivalutato nella seconda parte. I sentimenti non sono neutrali, ma manifestano l'importanza del mondo esterno, conferendone un valore: per questo motivo le emozioni vanno educate, in modo che permettano una conoscenza vera della realtà e quindi un retto agire.


Inside out” è quindi un film consigliato a tutti, da vedere soprattutto in famiglia: vi sono avventure divertenti e scene esilaranti per i più piccoli, così come indicazioni di psicologia e pedagogia per i più grandi, che possono comprendere meglio certe dinamiche mentali ed immedesimarsi in alcune scene del film (divertentissima la scena del trailer, in cui viene riprodotta fedelmente la dinamica di coppia – ansiosa la madre e distratto il padre – nel momento in cui la figlia comincia a manifestare i primi malumori adolescenziali).

(La Croce Quotidiano, 23.09.2015)


 

30 luglio 2015

Il Regno degli Animali


di Giuliano Guzzo

Animali? No, "cittadini non umani"

Finirà che non potremo più dire di rispettare gli animali, e chi lo farà sarà considerato razzista: dovremo specificare che si tratta di “diversamente umani”. E’ in questa direzione, infatti, che va l’iniziativa di un Comune spagnolo, Trigueros del Valle, che nei giorni scorsi ha approvato una delibera che recita che cani e gatti sono «cittadini non umani […] Obiettivo: cambiare il nostro sguardo sugli animali, non più cose e proprietà, ma soggetti di diritto» (Corriere della Sera, 29.7.2015, 21).
Naturalmente questa non è che l’ultima epifania d’un delirio che non ha nulla a che vedere con l’amore per gli animali, ma semmai con disprezzo per la ragione e che storicamente non ha precedenti: quando Caligola (12-41 d.C.) nominò Incitatus – un cavallo – senatore lo fece per far capire al Senato che non conta più nulla, mentre di questo passo assisteremo a nomine di animali in Parlamento che saranno presentate non come offesa, ma come progresso.
E in effetti, a ben vedere, progresso potrebbe davvero essere se si pensa che i membri Parlamento italiano, ultimamente,  prestano attenzione – dopo aver votato leggi vergogna come il divorzio breve – a disegni di legge sulla cannabis libera, sulle unioni civili con tanto di legittimazione dell’utero in affitto. Ben venga quindi l’ingresso in Aula di «cittadini non umani», anzi: fate presto. Fra così tanti asini, qualche cavallo e qualche cane, anche non necessariamente di razza, non potranno che alzare il livello.


Se possono entrare gli animali, ma non i bambini

L’avviso che campeggia fuori da una pizzeria di Giazza, nel veronese, dove si spiega che non sono graditi i bambini urlanti mentre lo sono – come recita un simpatico cartello lì accanto – gli animali, avrebbe certamente scandalizzato i nostri nonni ed i nostri genitori, ma non deve affatto stupire noi. Noi che viviamo in un’epoca e in un Paese in cui, curiosamente, per eliminare i plantigradi che aggrediscono l’uomo occorre, come dimostrano recenti vicissitudini del Trentino, fare i conti con opinione pubblica, animalisti e leggi per la specie protette, mentre se si eliminano, per esempio con l’aborto, esseri umani del tutto innocenti non si ha contro l’opinione pubblica, né gli animalisti né, tanto meno, le leggi dello Stato, che anzi sovvenzionano il triste paradosso.
Perché dunque prendersela dunque col gestore della pizzeria Al Torrente, che pensa gli animali mediamente più educati dei bambini? Fra l’altro, l’insensatezza di una simile polemica – che ha trovato ampio spazio sul quotidiano “L’Arena” – si può comprendere anche sulla base del fatto che non solo in Veneto o a Verona, ma nell’Italia intera i figli stanno diventando una rarità: ne nascono infatti sempre meno e, nonostante l’osannato contributo demografico degli immigrati, i deceduti superano oggi di gran lunga i nuovi nati. Ecco che allora, se c’è una critica che si può fare a quella pizzeria veronese, è quella – amara – di osservare che il problema dei bambini urlanti, oltre ad essere relativo, sarà presto risolto: del tutto. E a quel punto l’invito all’ingresso dei quadrupedi sarà, purtroppo, il solo possibile.

http://www.giulianoguzzo.com
 

02 aprile 2015

Apologia dell’agnello pasquale


di Alessandro Rico

È notizia recente la proposta di legge di Michela Brambilla, che condannerebbe a due anni di reclusione chi mangia il coniglio, tenero animale da compagnia che merita quindi le stesse tutele giuridiche di cani e gatti. Spaventosa è la prospettiva illiberale di uno Stato che si ricorda di essere etico quando vuole decidere cosa possiamo mangiare‚ e non quando nelle scuole pubbliche si insegna la dottrina gender. In realtà si tratta solo di una delle tante tiritere animaliste che subiremo durante le festività pasquali, quando le bacheche dei social network si riempiranno di commoventi immaginette di agnelli da salvare dal mattatoio. Da qualche anno a questa parte sembra proprio che l’umanitarismo liberal, tanto di moda negli ambienti più all’avanguardia di Europa e Stati Uniti, si sia spinto così in là da far rientrare nella categoria dell’umano anche gli animali. Ne è un esempio piuttosto celebre il filosofo australiano Peter Singer, tra i massimi esponenti della corrente intellettuale devota alla causa degli animal rights – anche se fonti ufficiose ci assicurano di averlo visto gustare una bella bistecca. In fondo, è il prevedibile approdo del materialismo sensistico del mondo moderno, in cui non c’è più posto per l’idea di una creazione ordinata e disposta finalisticamente, né per la fede in un’anima razionale che distingue uomo e bestia. Contano solo i sensi, ossia in che misura si può assecondare la ricerca del piacere; e in ciò non ci sono soglie che dividono l’animale dall’essere umano – qualcuno direbbe che un pastore tedesco adulto ha la stessa intelligenza di un bambino di tre anni. 
Eppure, c’è tutto un sistema di significazione attraverso il quale diamo un nostro senso al mondo, tutto un universo cognitivo che ci separa dagli animali, al punto che Wittgenstein, nelle sue Ricerche filosofiche, poteva affermare che “anche se un leone potesse parlare, noi non potremmo capirlo”. Questo mondo è il nostro mondo e ha un certo senso per noi, e solo dentro questo nostro senso ci sono “loro”. Che posto occupano allora gli animali? Possono essere sfruttati, maltrattati come oggetti? Il filosofo conservatore Roger Scruton offre forse la risposta più convincente alla pletora di buonisti, dalla Brambilla ai vegani di Facebook. Gli animali sono nostri amici, ma trattarli da amici significa rispettare la verità della loro condizione. Essi non sono passibili di scelte morali, neppure potenzialmente. Pertanto può essere discutibile una certa modalità industriale di impiegarli, come l’allevamento in batteria; al contrario, i metodi tradizionali di allevamento, in cui l’animale vive nel suo ambiente prediletto, indisturbato fino al momento della macellazione, rispondono perfettamente all’ordine (e alla gerarchia) della natura. In questo quadro si inserisce anche la cultura venatoria, oggetto di attacchi feroci da parte degli animalisti, che evidentemente non hanno coscienza di quanto il vero cacciatore ami e rispetti l’ambiente, inserendosi al posto giusto in quella che una volta si chiamava catena alimentare – a differenza di certi ambientalisti che per salvare una specie di pesci porterebbero alla rovina un intero ecosistema.
A ciò si aggiunga che l’agnello di Pasqua veicola un profondo significato spirituale‚ quello dell’Agnello di Dio che col suo sacrificio dona salvezza agli uomini. Da questo punto di vista quell’arrosto segnala un profondo cambiamento nella sensibilità religiosa dei cristiani‚ che agli animalisti dovrebbe piacere: la fine di ogni olocausto‚ sostituito una volta per tutte dalla morte del Figlio di Dio. In effetti‚ verrebbe da chiedersi quanti dei sostenitori dell’etica animale si sarebbero dissociati dalla condanna sommaria di quell’Agnello‚ il Cristo appeso alla croce a soffrire per la nostra redenzione. Perché l’esito di queste morali senza Dio‚ che pure partono da premesse tanto umanistiche da radunare in unico abbraccio anche cani e capretti‚ è di sottrarre all’uomo la sua posizione speciale‚ specie quando la persona si trova in condizioni di particolare invisibilità‚ debolezza o malattia. Si può uccidere un feto e sopprimere un malato‚ ma guai a cuocere gli arrosticini. E allora‚ da buoni cristiani‚ sediamoci con la famiglia‚ ringraziamo Dio e godiamoci l’agnello pasquale. Prima che ci vietino pure questo.

 

26 gennaio 2014

Ai Liberi e Forti

di Giuliano Guzzo
E’ impossibile, paradossale, sembra quasi uno scherzo. Eppure sono trascorsi già 95 anni da quando, il 18 gennaio 1919, all’albergo Santa Chiara di Roma don Luigi Sturzo, lanciando il celebre “Appello ai Liberi e Forti”, istituì il Partito Popolare Italiano. Da non credere, alla luce della sorprendente attualità del programma di quel partito, che esordiva – manco a farlo apposta – con la difesa della famiglia: «Integrità della famiglia. Difesa di essa contro tutte le forme di dissoluzione e di corrompimento. Tutela della moralità pubblica, assistenza e protezione dell’infanzia, ricerca della paternità». Parole che, a dirle oggi, passi almeno come omofobo.
 

22 ottobre 2012

La Santa Pellerossa e l’irresistibilità di Cristo



Ieri il Santo Padre ha canonizzato sette nuovi santi, fra i quali Kateri Caterina Takakwitha, la prima Santa Pellerossa d'America, vissuta nel XVII secolo, figlia di un irochese pagano e di un’algonchina cristiana.
La cosa che più mi sorprende di questa Santa è la sua origine, amerinda: com'è possibile che Cristo sia giunto (e sia stato accolto) anche lì? A parte l’ingenuità della domanda, si tratta di uno spunto interessante per un approfondimento teologico dell’irresistibile attrattiva che caratterizza Gesù Cristo. 
 

11 luglio 2012

Derive immanentistiche della teologia moderna (II parte)


di Mario Padovano

E nell’ottica di un immanentismo teologico di fondo -notare l’irriducibile ossimoro- va vista anche l’affermazione dello stesso Rahner per cui «non si dà nessuna teologia, speculativa o pratica, che non sia antropologia»[1]. Questa deriva, del resto, la si può cogliere da parte sua ancor più chiaramente soprattutto nell’opera di Hans Küng che segna, potremmo dire, il punto d’arrivo di tutto quel processo (culturale) -da Teilhard de Chardin e Rahner a Hulsbosch a Schooneberg a Schillebeeckx, ecc.- di “sdivinizzazione”, per quanto illusorio, di Cristo e per conseguenza di “desacralizzazione” della sua Chiesa. 

 

09 luglio 2012

Derive immanentistiche della teologia moderna (I parte)


Con questo articolo inizia la sua collaborazione con noi Mario Padovanonato il 20/08 (giorno di S. Bernardo di Chiaravalle) del 1983 a Benevento, laureando in Lettere e filosofia a Napoli (Federico II) con una tesi su Cornelio Fabro. Realista, studioso di San Tommaso d'Aquino e discepolo di mons. Antonio Livi e don Massiliano Del Grosso, collabora come Co-redattore del SEFT (www.formazioneteologica.it/).

 

23 giugno 2012

Il corpo è mio e me lo gestisco io



Le aspettavo fin dall’inizio dell’Europeo 2012, le simpatiche canaglie di FEMENPer chi non avesse il piacere di conoscerle, si tratta di un gruppo di femministe – nato in Ucraina nel 2008 – che organizza delle incursioni a seno (e non solo) scoperto, in luoghi ed eventi strategici. Speravo si palesassero all’inizio del torneo, scorrazzando (semi)nude per i campi di calcio ed esponendo in bella vista le proprie vergogne (uso questo termine che sembra molto vetusto, ma che amo utilizzare in quanto mi ricordano le espressioni di mamme e nonne venete...). Invece ahinoi le FEMEN questa volta non si sono presentate nel loro usuale assetto combattivo, a causa di un triste contrattempo.
 

09 giugno 2012

La Carità cristiana all'origine degli ospedali



«Agli ospedali siamo tutti abituati. Diamo per scontato che ogni città ne abbia più d’uno, e che funzioni! Ma difficilmente ci si chiede: come sono nati, gli ospedali?». Questa è la domanda da cui prende avvio il saggio di Francesco Agnoli, docente e scrittore, intitolato “Case di Dio, ospedali degli uomini – Perché, come e dove sono nati gli ospedali” (con prefazione di Giancarlo Cesana, Fede e Cultura). Agnoli affronta l’argomento da un punto di vista non solo storico, ripercorrendo le tappe della fondazione e della diffusione degli ospedali nell’Europa cristiana e medioevale, ma anche da una prospettiva teologica e filosofica: gli ospedali nascono nella Chiesa per opera di cristiani, laici e religiosi, che, seguendo gli insegnamenti di Gesù (“li mandò ad annunziare il regno di Dio e a guarire gli infermi.”, Lc 9,2) ed il Suo comandamento evangelico (“amerai il prossimo tuo come te stesso”, Mc 12,31), si dedicano al prossimo malato e povero, vedendo nella sua sofferenza la Sofferenza di Cristo. Il cristiano, in momenti in cui le famiglie pagane si disgregavano per scappare dalle pestilenze, soccorre l’infetto, gli lava le piaghe purulente, suscitando nelle popolazioni un fascino prima di allora sconosciuto, e che porterà nuove conversioni.