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18 agosto 2017

L’unica risposta alla disperazione è Cristo


di Paolo Spaziani

L’ennesimo salto nel vuoto, l’ennesimo suicidio avvenuto a Carpenedolo, in provincia di Brescia, che ha visto come teatro di questo gesto estremo il suggestivo Santuario della Madonna del Castello. Negli ultimi anni diverse persone hanno deciso di togliersi la vita gettandosi dal sagrato del Santuario: l’ultimo caso è del 9 agosto scorso e ha visto il decesso di un uomo di settantasette anni. Nell’articolo pubblicato dal quotidiano Bresciaoggi l’11 agosto scorso, dopo la descrizione della cronaca del fatto, sono riportate le dichiarazioni del parroco di Carpenedolo che ha rilanciato un appello per “risolvere nel più breve tempo possibile il problema con la collocazione di alcune telecamere e col potenziamento dell’illuminazione pubblica”. Nell’articolo viene annunciato un possibile incontro tra il parroco ed il sindaco “per provare ad arginare quello che sembra una sorta di pellegrinaggio della morte”.

Come riportato nell’articolo di Bresciaoggi, l’anno scorso, in seguito al suicidio di un ragazzo di quindici anni e al tentativo di una donna, il consiglio pastorale aveva inviato al sindaco una lettera per suggerire i provvedimenti da adottare: dai cancelli alla videosorveglianza, passando per un sistema d’allarme.

Dopo aver letto l’articolo ho avvertito un forte senso di sproporzione tra la portata del gesto estremo compiuto da quell’uomo e le soluzioni proposte dal parroco e dal consiglio pastorale. Veramente si pensa di poter risolvere il problema dei suicidi installando telecamere, antifurti e cancelli? E’ questa la mano che la comunità cristiana può tendere all’uomo d’oggi, talmente disperato da arrivare al punto di togliersi la vita? Il problema non è evitare che le persone si suicidino gettandosi dal Santuario, ma che le persone non si suicidino proprio. Direte che far fronte al dramma dell’esistenza non è cosa da poco, certamente, ed è per questo che rispondere ad un gesto estremo con una soluzione prettamente umana è qualcosa di sproporzionato. Possiamo organizzare conferenze per la lotta al bullismo, incontri con gli psicologi, proteste per la mancanza di lavoro, ma il problema è ben più profondo e riguarda lo smarrimento dell’uomo d’oggi che, davanti al dramma dell’esistenza, non riesce più a trovare le ragioni per andare avanti. L’unica risposta veramente ragionevole a questa escalation di suicidi è riportare al centro Colui che può sconfiggere quel male di vivere, che sta portando sempre più persone a non dare più alcun valore alla vita.

Davanti a gesti che ci sembrano incomprensibili spesso cerchiamo soluzioni altrettanto incomprensibili quando, invece, la risposta è davanti a noi: guardare a Cristo e ai suoi testimoni che nel corso dei secoli hanno affrontato ogni tipo di difficoltà, dal martirio alla malattia, sostenuti da una fede incrollabile. Troppo spesso ci infatuiamo di testimoni al di fuori della Chiesa, mostrando un senso di sottomissione nei confronti del pensiero dominante, sempre pronto a proporci esempi di legalità e moralità, privi di ogni richiamo alla Provvidenza e di risposte al dramma del vivere.

La Chiesa può annoverare testimoni di fede di tutte le età: dai giovani Beato Rolando Rivi e San Josè Sanchez del Rio, passando per la Serva di Dio Chiara Corbella Petrillo, San Massimiliano Kolbe e San Giovanni Paolo II. Si tratta di persone in carne ed ossa che hanno deciso di affrontare le persecuzioni più estreme e la malattia accogliendo pienamente l’esortazione di Gesù alla vedova che ha appena perso l’unico figlio: “Donna, non piangere!”. Una frase, che davanti ad un tale dolore, può sembrare incomprensibile, ma che Don Giussani ha spiegato così: “Uomo, donna, ragazzo, ragazza, tu, voi, non piangete! Non piangete! C’è uno sguardo e un cuore che vi penetra fino nel midollo delle ossa e vi ama fin nel vostro destino, uno sguardo e un cuore che nessuno può fuorviare, nessuno può rendere incapace di dire quel che pensa e quel che sente, nessuno può rendere impotente! Gloria Dei vivens homo. La gloria di Dio, la grandezza di Colui che fa le stelle del cielo, che mette nel mare goccia a goccia tutto l’azzurro che lo definisce, è l’uomo che vive. Non c’è nulla che possa sospendere quell’impeto immediato di amore, di attaccamento, di stima, di speranza. Perché è diventato speranza per ognuno che Lo ha visto, che ha sentito: Donna, non piangere!, che ha udito Gesù dir così: Donna, non piangere!. Non c’è nulla che possa fermare la sicurezza di un destino misterioso e buono!”.

Dagli uomini di Chiesa e dai responsabili di una comunità cristiana non mi attendo, dunque, soluzioni sociologiche e logistiche, ma un gesto di popolo cristiano (una processione, un momento di preghiera per i defunti e per la comunità) che riaffermi la sovranità di Cristo sulla vita di ognuno di noi e riproponga l’esempio di uomini e donne capaci di affrontare le difficoltà della vita grazie alla fede. Confidare che il problema venga risvolto dall’uomo vuol dire affidare la risposta alle difficoltà anche estreme della vita alle nostre limitate capacità, mentre abbiamo più che mai bisogno di incontrare sulla nostra strada Cristo che ci abbraccia dicendoci: “Non piangere!”.
 

29 luglio 2017

Linkin Park. Ipotesi per un suicidio

di Francesco Filipazzi
Si perdoni l'ineleganza dell'utilizzo della prima persona singolare.
Quando ho letto del suicidio di Chester Bennington, cantante dei Linkin Park, come sempre accade in questi casi sono rimasto piuttosto sorpreso. Da ragazzino, nel loro periodo Nu Metal, quando esisteva ancora MTV, avevo iniziato ad ascoltare questo gruppo, perché mi sembrava una buona variazione sul tema rispetto al solito metal che ascolto e ascoltavo con gusto (state chiamando l'esorcista?). Poi hanno innovato il loro genere e li ho persi di vista. I Linkin Park sono (o sono stati? con la morte del cantante non si sa che ne sarà) un gruppo piuttosto importante e conosciuto.

Ed è proprio qui il punto. Bennington era ricco e famoso, aveva sei figli (da due matrimoni), una carriera artistica di tutto rispetto, una voce che gli permetteva di fare tantissimo. Eppure era depresso e si è suicidato.Su questo fenomeno riguardante persone che hanno tutto e apparentemente vivono al massimo, ma poi si suicidano, ultimamente sto iniziando ad elaborare un pensiero personale, che propongo al lettore.

Partiamo dal presupposto che viviamo in un'età che probabilmente sarà ricordata come un'epoca di disperazione. L'Età della Disperazione la chiamerei. Per la prima volta nella storia viene negata pervicacemente l'esistenza della realtà spirituale. Se ci pensiamo gli ultimi 100 anni sono un unicum nella storia dell'uomo. Che ci si riunisse attorno a Irminsul o si venerassero gli antenati, nessun popolo e nessuna cultura hanno mai negato che esiste qualcosa oltre e sopra la realtà materiale. Oggi invece no, l'uomo è presentato come un essere che si muove senza senso su un pianeta marginale di una galassia marginale. Dunque, l'uomo moderno vive in uno stato di continua angoscia latente e cerca di riempire il vuoto lasciato dall'assenza di spiritualità nella propria vita con beni materiali o false gioie passeggere (vedi Flambeau). E' una ricerca continua di ciò che non si trova.

Anche chi è materialmente ricco oggi capisce che c'è qualcosa che non va, ma non trova gli strumenti per rispondere alle domande che si pone. Lo stato di ricchezza, se non accompagnato da una fede forte, può diventare una disperazione ancora più profonda, perché più si cerca di riempire il vuoto spirituale più si capisce che non si può riempire. E' come cercare di tappare un pozzo senza fondo.

Viene da dire che molti atei, più diventano ricchi più si accorgono di ciò che stanno vivendo. Forse è questo il motivo della loro depressione. Capire che ciò che si sta accumulando non serve a nulla.

La disperazione porta poi al gesto estremo. Noi credenti sappiamo che non è giustificabile, ma in qualche modo possiamo pensare che quelli come Bennington abbiano compiuto un ultimo atto di ricerca. Una fuga dall'Inferno che l'uomo moderno ha creato con le proprie mani? Non so se il cantante dei Linkin Park fosse credente, quella proposta è solo una chiave di lettura possibile.
Certo è che aveva avuto un'infanzia pesante che ha poi condizionato la sua vita e recentemente era morto un caro amico e proprio la Fede in questi casi è un sostegno formidabile.

Ricordiamo però che Gesù dice di non accumulare tesori su questa terra ma in cielo. Ciò non vuol dire che dobbiamo fare i poveri per scelta, ma che dobbiamo essere consapevoli che, pur se diventiamo ricchi dobbiamo curare il nostro spirito, riempire il nostro vuoto con la Fede. L'attaccamento ai beni terreni è solo un attaccamento a ciò che pensiamo possa farci stare bene, ma è effimero.
 

23 maggio 2017

Il suicidio di Cornell e la disperazione di una generazione

di Alfredo Incollingo
 
Ha terminato il suo concerto prima di togliersi la vita nella notte tra il 17 e il 18 maggio. Chris Cornell ha deciso di lasciare questo mondo volontariamente, impiccandosi nel bagno del suo albergo a Detroit, negli Stati Uniti, dove il suo tour era approdato.
Quella sera, raccontano le persone più vicine a lui, era più euforico del solito e pronunciò al pubblico una frase molto strana: “Mi dispiace per la prossima città”. In seguito al suo insano gesto tutto torna: ha premeditato ogni cosa. Ha voluto comunque congedarsi dai suoi fan, quegli ammiratori che probabilmente lo seguivano dai tempi dei “Soundgarden” fino ai recenti progetti solisti e con gli “Audioslave”.

Con il suicidio di Cornell va via un altro pezzo della stagione musicale “grunge”, quel suono duro e disperato che ha accompagnato l'adolescenza di americani e di europei. Tra gli anni ottanta e novanta del secolo scorso a Seattle, negli Stati Uniti, esplose la febbre di questo stile rock molto grezzo, semplice, ma dai testi carichi di disperazione, di malinconia e di rabbia. Cornell non era da solo: migliaia di gruppi, noti e meno noti, emersero nel panorama musicale americano di quei decenni, ma pochi furono i catalizzatori del malcontento giovanile.

Chris ha seguito la strada di Kurt Cobain, il frontman dei Nirvana, suicidatosi nella sua casa il 5 aprile del 1995. Cocaina, alcool e donne impregnavano la vita di questi ragazzi sbandati, con un passato difficile alle spalle, che sfogavano nella musica la rabbia dell'infanzia infelice. Cantavano l'assurdità della vita, il dramma di un'esistenza difficile, senza famiglia o abbandonati a se stessi, e il desiderio di riappropriarsi dei propri giorni. Con loro vi erano intere generazioni di giovani che avvertivano il peso di una società che sempre più li marginalizzata o li trattava al pari di burattini e di oggetti (cosa molto evidente adesso).

Cantando i brani dei “Soundgarden” i ragazzi manifestavano l'antipatia, se non l'odio, verso la famiglia, i modelli sociali e un mondo che sembrava mal sopportarli. Eppure Cornell ha resistito all'ondata nichilista, ha affrontato il successo e la popolarità e non è stato travolto come fu per Cobain. Era sicuramente un artista di talento, che è passato per tanti altri progetti importanti nella sua vita. Forse i “Soundgarden” rimangono il faro della sua produzione musicale e della sua esistenza. Il brano “Black hole sun” (in italiano “Sole del buco nero”) è, a parer di chi scrive, il pezzo che più di altri rappresenta l'angoscia di Cornell e quella dei suoi fan, probabilmente gli stessi che lo hanno seguito nell'ultimo concerto a Detroit. Il ritornello “O sole del buco nero, giungerai e spazzerai via la pioggia?” è una richiesta di soccorso ad una entità (celeste?) che possa spazzare la “pioggia”, la tempesta emotiva negativa che si viveva.

Cornell, come Cobain, fu un ribelle, un eterno giovinetto, ma come tale, soffriva di una parte ormai passata, chiuso in una fuga senza scampo. Aveva ragione nel parlare dell'angoscia esistenziale, del nichilismo serpeggiante nella ridente società a cavallo tra gli anni 80 e 90 del novecento, ma in lui mancava lo sguardo rivolto all'Eterno e solo da lì, molto probabilmente, avrebbe recuperato un senso alla propria esistenza.
 

24 marzo 2017

Suicidio assistito. Alcuni interrogativi


di Daniele Barale

Da poco è iniziato presso il parlamento l'esame del ddl sul fine vita/dat-dichiarazioni anticipate di trattamento, ai primi di marzo Fabiano Antoniani, in arte dj Fabo, è stato accompagnato dal radicale Cappato per ricevere la morte in una clinica svizzera. Fatto accaduto poco prima dell'esame parlamentare, nel tentativo di influenzarlo, al fine di trasformare le dat in vere e proprie apripista dell'eutanasia. Cosa confermata dai promotori del ddl sul fine vita, i quali hanno un obiettivo preciso, chiarito da radicale Marco Cappato, tesoriere dell'Associazione Luca Coscioni, sulle pagine di Repubblica: “Il vero passaggio sarà definire l'obbligo dei medici nel rispettare la volontà del paziente ed evitare ad ogni caso i tribunali”. In questo modo non solo si manda a quel paese il giuramento di Ippocrate, l'articolo 32 della Costituzione, bensì anche l'eventuale ripensamento del paziente.

Detto fra noi: vedere un radicale amante della libertà senza limiti, libertino e anarchico, così poco attento a non soddisfare la volontà delle persone, anche quando si contraddicono, è proprio un controsenso.

Tornando alla questione principale, è chiaro che non è da condannare Fabiano Antoniani, ma l'associazione Luca Coscioni - guardate il video ove “cercano malati terminali”, una vergogna che grida vendetta! - e il partito radicale, che hanno convinto lui e la sua famiglia che suicidarsi è un diritto e un bene. Sono da condannare le cliniche svizzere ove è possibile ricevere la morte e con essa mantenere un bio-business, che vive mentre uomini veri muoiono; condannare i politici i giornalisti e gli intellettuali alla Saviano, ché strumentalizzano la morte di Fabiano per trasformare definitivamente la "dat" in eutanasia. Insomma, così l'umanità non fa un passo avanti, ma torna indietro, molto indietro, prima del 33 d.C., quando le persone (malate e non) erano considerate oggetti... nulla.

Di fronte ad uno scenario di questo tipo torna alla mente il romanzo distopico La morte moderna di Carl-Henning Wijkmark; egli immaginò un futuro in cui la dolce morte fosse intesa come il rimedio più efficace per sfatare quel vecchio tabù che si chiama rispetto dell'esistenza umana. Non ci siamo ancora, ma quasi. Se mettiamo in fila le tappe che hanno contraddistinto in questi anni l'introduzione delle pratiche eutanasiche in stati come Oregon, Washigton, Olanda, Belgio, vedremo dipanarsi un filo che, partito con la richiesta di intervenire su casi rari e terminali, s'è sfilacciato sempre più verso un'interpretazione fumosa di che cosa significhi ciclo vitale completo. E, ovviamente, in questo grande inganno libertario, i primi a farne le spese sono stati i deboli: depressi, vecchi, down, bambini. Wijkmark terminava il suo romanzo immaginando che un giorno la morte sarebbe diventata produttiva, coi morituri inseriti in un programma di riciclo per la creazione di medicinali, concimi e mangimi.

Ma per quanto il male possa essere forte, mai riuscirà a negare che l'uomo è fatto per compiere il bene: in ogni momento può tornare indietro e bloccare la deriva antropologica in atto.

Dunque, vale la pena porsi ancora queste domande: se uno non ce la fa più, è libero di uccidersi? A prescindere dalla legge: uccideremmo uno che non ce la fa più? A riguardo della legge: uno è libero di uccidersi quando vuole. Per esempio buttarsi da un ponte se gli muore un figlio. Ma la sua scelta sbagliata non può diventare un diritto esigibile presso lo stato. Ovviamente, è una provocazione, e si continua a desiderare che nessuno faccia quella scelta.

Se di fronte ad una persona disperata, che non vuole più vivere, pensiamo che sia giusto che metta fine alla sua vita con l'eutanasia (frutto della neolingua per nascondere “suicidio assistito"), perché il soffrire non rende la vita umana degna di essere vissuta, allora ognuno potrà avere diverse situazioni in cui la vita è intollerabile. Per esempio, uno potrebbe decidere che la sua vita è finita poiché il compagno di una vita lo ha abbandonato per un'altra. O se un figlio muore; o se ha perso tutti i risparmi di una vita perché la banca lo ha imbrogliato.

Nasce spontanea la domanda: chi decide quando una condizione personale fa diventare una vita intollerabile? Solo la persona stessa può stabilirlo. E se poi le persone dovessero essere manipolate, come il Belgio e l'Olanda, paesi all'avanguardia per le leggi eutanasiche, ci ricordano: la vicenda di Marcel Ceuleneur docet; uccisa in Belgio senza che neanche fosse malata, ma plagiata da un medico: rivolgersi a un tribunale è stato inutile, non ha avuto giustizia, ma la storia è raccontata in un terrificante documentario. Purtroppo, una delle tante storie terribili. Nonostante siano paesi in cui costantemente si rassicura che “non mancano l'esperto indipendente, l'equipe di boni viri, la commissione incaricata di vagliare puntigliosamente le richieste di suicidio. E ogni volta questa “perfezione” viene meno. Ad ogni modo, l'occidente attraverso i media le istituzioni ogni giorno si presenta come una civiltà disumana, della morte.

Le leggi sull'eutanasia sono molto pericolose, possono trasformare in maniera terrificante la dimensione tragica ma umanamente suprema del momento della morte, possono desacralizzarla e portarla in un territorio brutale di calcolo costi-benefici. Ma se rifiutiamo ciò e accettiamo il nefasto criterio di cui sopra, vuol dire che siamo pronti a vivere in una società in cui ci si può far uccidere on-demand. Voi ci vorreste vivere? Io personalmente no. Diciamoci la verità. L'eutanasia non è un problema di sofferenze fisiche, la scienza le ha sconfitte. Il dolore è sconfitto. L'eutanasia adesso è il diritto a morire quando voglio, quando penso che non vale più la pena vivere, per motivi personali. Le condizioni per cui la vita può diventare intollerabile, possono essere le più diverse, e sono indubbiamente soggettive. Ma ci rendiamo conto di che società rischia di venir fuori e che in Altri Paesi si sta rafforzando? Questo è il punto. Riflessioni di un cattolico, certo, ma credo che possano essere accettate e condivise anche dai non credenti, perché frutto della ragione; purché essi non siano ideologicamente prevenuti.

Qualcosa di cattolico, ora sì, vorrei rivolgere ai miei fratelli che alla Hans Kung provano qualche simpatia per la tentazione dell'eutanasia. Leggiamo cosa dice il Catechismo:

"2280 Ciascuno è responsabile della propria vita davanti a Dio che gliel'ha donata. Egli ne rimane il sovrano Padrone. Noi siamo tenuti a riceverla con riconoscenza e a preservarla per il suo onore e per la salvezza delle nostre anime. Siamo amministratori, non proprietari della vita che Dio ci ha affidato. Non ne disponiamo.

2281 Il suicidio contraddice la naturale inclinazione dell'essere umano a conservare e a perpetuare la propria vita. Esso è gravemente contrario al giusto amore di sé. Al tempo stesso è un'offesa all'amore del prossimo, perché spezza ingiustamente i legami di solidarietà con la società familiare, nazionale e umana, nei confronti delle quali abbiamo degli obblighi. Il suicidio è contrario all'amore del Dio vivente.

2282 Se è commesso con l'intenzione che serva da esempio, soprattutto per i giovani, il suicidio si carica anche della gravità dello scandalo. La cooperazione volontaria al suicidio è contraria alla legge morale." (Per Marco Cappato e coloro che lo vedono come un “eroe”).

Non dimenticare questi punti è trovare l'aiuto prezioso per non cadere vittima delle sirene del mondo, le quali desiderano la caduta e la fine dell'umano, quindi dell'uomo.

Il dibattito sul “diritto alla morte” ci ponte di fronte a tale realtà, che vale sia per i credenti che per chi non lo è: dobbiamo decidere come guardare a noi stessi e agli altri. Dobbiamo decidere se la vita è un dono, che è il punto di partenza della nostra civiltà, o un problema da risolvere. In questo caso c’è solo una risoluzione vera al problema della vita: la morte. Però, per quello che sappiamo non possiamo e non dobbiamo arrenderci ad essa.

A Fabiano avremmo dovuto dire di avere fiducia e che anche stando su quel letto avrebbe potuto ancora scoprire tantissime meraviglie. Sì, e solo perché Cristo ci ha mostrato che il male non ha mai l'ultima parola. Ora, preghiamo per Fabiano, chiedendo a Dio che la sua anima non si sia dannata.

Ciò è quanto Don Antonio Surighi, parroco della parrocchia di Sant'Idelfonso a Milano, avrebbe dovuto ricordare a Fabiano e alla sua famiglia; e non fare semplicemente la cerimonia in memoria del ragazzo. Non basta una cerimonia per far riscoprire il senso della vita, ci vuole la presenza cristiana, sacerdotale e laica, ogni giorno e in tutti gli ambienti della vita umana. La nostra missione ci impedisce di stare fermi e di non intervenire quando il mondo diviene troppo buio. Il caso di dj Fabo ci renda vigili e ci sproni a non dimenticare chi ha bisogno. Saremo giudicati per ciò. Lo ricordiamo: “Tutto quello che avete fatto a uno di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me”. (Matteo, 25,40).

https://labaionetta.blogspot.it/2017/03/suicidio-dat-legalizzazione.html

 

21 marzo 2017

I «Paesi più felici» del mondo? Tanti suicidi, violenza sulle donne e alcolismo


di Giuliano Guzzo

Ieri era la Giornata della Felicità e col World Happiness Report, pubblicato alle Nazioni Unite, si sono voluti indicare al mondo i «Paesi più felici», gli esempi, quelli da prendere a modello. La classifica della felicità internazionale, elaborata sulla base di fattori quali diseguaglianze, trasparenza della pubblica amministrazione e politiche sociali, ha visto prevalere la Norvegia sulla Danimarca, che invece lo scorso anno primeggiava. Lontana, solo quarantanovesima, l’Italia. Per fortuna, viene da aggiungere. Sì perché, dovete sapere, vi sono lati oscuri dei Paesi più felici – Norvegia e Danimarca, soprattutto – stranamente non considerati alle Nazioni Unite. Quali?

I suicidi per esempio. Il tasso di suicidio, espressione del numero annuo, ogni 100.000 abitanti, di persone che la fanno finita ogni, vede le progreditissime Norvegia (11.9) e la Danimarca (11,3) distanziare alla grande la nostra Italia (6,7). Un male? Non si direbbe. Allo stesso modo non si capisce cosa abbia l’Italia da imparare dalla Norvegia, dato che da noi la percentuale di donne che ha subito stupri o tentati stupri è del 5,4%, mentre nel Paese più felice del mondo il 10% della popolazione femminile ha subito uno stupro almeno una volta nella vita e appena l’11% delle vittime lo denuncia (cfr. NKVTS – Vold og voldtekt i Norge En nasjonal forekomststudie av vold i et livsløpsperspektiv – 2014).

Anche in Danimarca, fino allo scorso anno primatista della felicità mondiale come si diceva poc’anzi, v’è poco da stare allegri se si pensa che al 52% donne che racconta d’avere subìto violenza fisica o sessuale dall’età dei 15 anni, mentre quella stessa percentuale nella retrograda Italia è del 27% (cfr. Violence against women: an EU-wide survey, © European Union Agency for Fundamental Rights – 2014). Non solo: nella felicissima Danimarca, pare si alzi non poco il gomito, dato che il consumo alcolico pro capite è mediamente pari a 11.4 litri, ben più della Norvegia (7.7) e naturalmente dell’arretratissima Italia (6.7) (cfr. Global status report on alcohol and health, © World Health Organization – 2014).

Ora, con le comparazioni si potrebbe continuare, non fosse già chiaro che i due Paesi «più felici al mondo», Norvegia e Danimarca, al di là di una pubblica amministrazione trasparente e di politiche sociali, hanno maree di problemi su aspetti in cui nostro Paese, pur coi guai che ha, pare messo assai meglio. Ma qui il punto, chiaramente, non è insinuare che l’Italia sia il Paradiso (non lo è affatto, purtroppo), ma più che altro quello della singolarità di valutazioni che trasformano Paesi con tassi di suicidio non bassi, enorme diffusione di violenza sessuale e consumi di alcolici non esemplari come dei modelli internazionali. Non sarebbe il caso di stilare classifiche più prudenti? Sempre che alle Nazioni Unite non tifino per un mondo babelico: in quel caso va tutto bene, si fa per dire.

https://giulianoguzzo.com/2017/03/21/i-paesi-piu-felici-del-mondo-tanti-suicidi-violenza-sulle-donne-e-alcolismo/

 

29 giugno 2015

Il Sacro Cuore, la Misericordia, la Giustizia e l’Amore


di Roberto de Albentiis 


Giugno è il mese che la pietà popolare (sempre disprezzata dai tanti soloni del politicamente corretto, laico e, soprattutto, ecclesiastico) e la Chiesa hanno consacrato al Sacro Cuore di Gesù, la “fornace ardente di Carità”; da anni è invece diventato, per il mondo, il mese dell'orgoglio arcobaleno e queer, e vedendo a inizio mese le immagini dello schifoso Gay Pride brasiliano di Sao Paulo (roba allucinante che faceva sembrare quelli italiani con quei fessi dei pastafariani, dei No Vat e della Innocenzi come cose da educande) capisco bene lo sguardo che ha sempre Gesù in questa iconografia (insieme dolce - di amore per noi - e triste - per i nostri peccati) e cosa chiede, amore per Lui (quanto è abusato oggi l'amore, svincolato dalla verità e dal sacrificio!) e fuga e riparazione dei peccati (propri e altrui).

Esattamente a metà di questo mese di giugno mi erano capitati sotto gli occhi due fatti apparentemente slegati: a Rimini una madre e una figlia, disoccupate e sole, intraprendono una scelta suicida ("perdono, non ce la faccio più a vivere così", avrebbero lasciato scritto), la seconda riesce nell'intento, la prima è tra la vita e la morte e non si sa se riuscirà a cavarsela (di ieri, la notizia di un altro tentato suicidio a Rimini, per fortuna sventato); dal Gay Pride di Sao Paulo di cui sopra (quest’anno particolarmente osceno, con tanto di simulazione di crocifissioni e uso di immagini e statue sacre per masturbarsi) sono emerse fuori le immagini di un bambino seminudo, truccato, agghindato e messo a ballare per la gioia di un capannello di adulti, sembrava una scimmia ammaestrata, e dire che la scena faceva schifo (ma per chi ha permesso e filmato ciò, non per il povero bambino che nulla c'entrava) è poco (se vorrete – ma non lo consiglio, anche per tenere pulita la propria mente –, potrete vedere queste immagini, ma avverto il lettore, si tratta di roba fortissima, da far venire il ribrezzo in pochi secondi).

Nessuno, tra gli “open-minded” (e tra questi quanti che non ti salutano più e ti cancellano dalle loro vite, reali e virtuali, perché, secondo loro, non sufficientemente “moderni” e “aperti di mente”!), si è lamentato o indignato per nessuna delle due cose: lamentarsi della condizione delle persone esodate, finite a dormire in auto o, purtroppo, anch'esse suicide non è cool, non è open-mided, anzi, ormai, è segno di fascioleghismo (nuova e misteriosa categoria politica che vuol dire tutto e niente), e mica si potrà essere accondiscendenti con il populismo delle classi inferiori, non aperte alle nuove istanze dei "nuovi diritti"; criticare le oscenità del Gay Pride è roba da integristi e fascisti (un "fascisti" sta sempre bene, anche il buon Peppone lo sapeva, e almeno lui i fascisti veri li aveva combattuti) e, ora, anche da omofobi, e poi, se i bambini devono esistere per la gioia dei "genitori" (che li commissioneranno e compreranno da povere famiglie del Terzo Mondo), perchè non farli esistere anche per la gioia di terzi spettatori (e perchè magari, un giorno, da spettatori non si passerà anche a qualcos'altro)?

Difensori dell'"inclusività" (ma che è 'sta roba, se magna?), della "società aperta" (una bella invenzione del sopravvalutato Popper e dello speculatore Soros), dei "diritti umani" (ma i primi e veri diritti umani sono quelli alla vita, al cibo, al lavoro, non quelli di andare in giro seminudi o di sfogare i propri istinti in giro come animali), voi siete esattamente organici al sistema capitalista, e non tentate manco più di dimostrare il contrario, e quindi non difenderete lavoratori e famiglie; in compenso, dite che i diritti civili (meglio, la parodia di questi, che sono molto più seri e nobili) prevalgono sui diritti sociali e sostenete che per combattere presunte "discriminazioni" e "disuguaglianze" (ma che non riguardano certo quelle di chi non ha da mangiare o da lavorare, visto che siete dei ricchi borghesi che difendono altri ricchi borghesi) bisogna sessualizzare il più possibile bambini e ragazzi, farli spogliare, toccare (che schifo...) ed entrare subito in contatto con le cose più schifose. Voi siete corresponsabili dell'intento suicida di quelle persone e della corruzione di quel povero bambino.

Il Catechismo di San Pio X enuncia come peccato che grida vendetta al Cielo l'impurità; però enuncia anche, sempre come peccati che gridano vendetta al Cielo, l'oppressione dei poveri e il defraudare i lavoratori della giusta mercede: il nostro Occidente (sistema di cui voi dirittumanisti e dirittocivilisti vi fate paladini, ormai senza più alcuna vergogna) si basa su entrambe queste cose, ormai non si fanno più distinguo (la "destra" custode dei "valori morali" ma allo stesso paladina del libero mercato capitalista, la "sinistra" paladina della "solidarietà" ma sdoganante l'immoralità) e le maschere le differenze sono cadute.

Ricordatevi: se Cristo e Maria, in tante apparizioni (Paray-le-Monial, Salette, Lourdes, Fatima, Vilnius, Gallinaro, Medjugorje...), hanno richiamato alla Misericordia (Misericordia, però, che presuppone il pentimento e la conversione), hanno anche richiamato, qualora non si fosse adempiuto a ciò, alla Giustizia; voi rimproverate chi vi si oppone di avere poca misericordia, ma state pericolosamente affrettando la giustizia, e non sarà una cosa bella.
Uno dei più grandi devoti e apostoli del Sacro Cuore di Gesù fu il Servo di Dio Angelo Giardino (1906 – 1979; qui se ne può leggere una vita): povero contadino analfabeta (non frequentò mai nessuna scuola e non seppe parlare che nel dialetto del suo paese natale, Solopaca, nel beneventano), fin da bambino ebbe doni mistici (come le stimmate, come peraltro il suo ben più di lui famoso padre spirituale, Padre Pio, un altro beneventano ignorante e rustico, e come un'altra contadina campana disprezzata e semi-analfabeta morta in concetto di santità, la casertana Teresa Musco), e in onore del Sacro Cuore digiunava, e fin da bambino, per tutto il mese di giugno e i primi dieci giorni di luglio. Ebbe visioni e messaggi dal Sacro Cuore eppure fu sempre umile, sottomesso e obbediente, anche quando i sacerdoti (per eccesso di prudenza o, anche, per umana invidia) gli negavano i sacramenti; nel suo caso, come nel caso di Teresa Musco o di Santa Margherita Maria Alacoque, Nostro Signore Gesù Cristo scelse delle creature povere e ignoranti (di quelle che i vari dirittumanisti/dirittocivilisti non avvicinerebbero mai), eppure umili e obbedienti, per interloquire, non dei luminari pluri-laureati o degli scienziati.

Il mese di giugno, ormai, volge al termine (e speriamo, e mi rivolgo a me in primis, di averlo vissuto bene), però stiamo andando incontro al mese di luglio, dedicato al Preziosissimo Sangue, e al mese di agosto, dedicato, tra gli altri, a Dio Padre Misericordioso e al Santissimo Sacramento: le devozioni sono i mezzi, tanto semplici quanto belli ed efficaci, che Dio rivela per far giungere quante più anime a Lui, ricorriamo ad esse! E consideriamo come il Sacro Cuore (e la Divina Misericordia; qui, qui e qui alcuni articoli in proposito pubblicati su questo sito), il Preziosissimo Sangue e il Santissimo Sacramento siano un tutt’uno, siano l’essenza della Carità e della Misericordia… come possiamo non “accenderci d’un santo amore”, come scriveva Sant’Alfonso Maria de Liguori?

 

02 marzo 2015

Novecento, il secolo senza Croce

di Francesco Filipazzi
Il ‘900 è stato un secolo di massacri indicibili provocati da armi impensabili, dove hanno preso corpo le dottrine anti umane dell’800. Dottrine che avevano in comune la cancellazione della Croce e quindi l’oblio del messaggio di Gesù Cristo, messaggio per l’uomo a favore dell’uomo. Questa la tesi di fondo di “Novecento, il secolo senza croce”, di Francesco Agnoli.
Partendo dalla Prima Guerra Mondiale, l’analisi spiega come l’interventismo del 1914 sia stato provocato dal crollo di valori della modernità. “La fuga è dalla modernità intesa come moderna società industriale borghese con tutte le sue nefaste conseguenze. Età del secolarismo, età delle macchine e della tecnologia significano infatti: materialismo, homo oeconomicus, conflitto di classi, individualismo ed egoismo, crollo dei valori e degli ideali puramente morali e non utilitaristici, solitudine, benessere svalutante, negazione dell’esperienza diretta della vita attraverso la sostituzione del naturale con l’artificiale”, scrive Agnoli, descrivendo in poche righe la natura del problema. Il Novecento è stato il secolo nel quale l’uomo al posto di tendere “verso l’alto” non ha fatto altro che tendere “verso il basso”, coltivando il materiale al posto dello spirituale e giungendo quindi a disprezzare la vita umana.

Di pari passo va quindi la sostituzione della religione vera e propria con le ideologie, concezioni della vita e della realtà integraliste, al contrario del cattolicesimo. In nome delle ideologie, la maggior parte delle quali apertamente in guerra con Dio e la Fede, è stato possibile giustificare di tutto. Il secondo capitolo del libro è dedicato proprio alla disamina dello scientismo comunista “ateo, in lotta contro Dio, l’uomo e la famiglia”, definito “la forza anticristiana più incisiva della storia” e dunque anti umana. “Alla religione cristiana, fondata sulla Rivelazione e sull’esistenza di un Dio trascendente, che darà a tutti secondo i loro meriti, contrappongono una religione immanente, con il suo dio, lo Stato; la sua chiesa, il partito; il suo papa, il capo del partito; la sua ortodossia e le sue eresie; con il suo paradiso, la società comunista futura e il suo inferno, i gulag e la morte per i reprobi, i  nemici di classe”.
L’ideologia comunista (nelle sue varie declinazioni marxista, leninista, maoista e via dicendo) è stata il motore dei più grandi massacri di tutta la storia umana e la durata delle dittature ad essa ispirata hanno portato ad amplificarne l’effetto venefico e orribile. Dal comunismo deriva  lo scientismo, quella forma di pensiero che contrappone la scienza alla Fede e cerca di negarne i fondamenti, in base al fatto che la scienza è empirica mentre la fede non lo sarebbe.
Dallo scientismo alla persecuzione religiosa, nei paesi assoggettati al comunismo, il passo fu breve. E giù altri massacri. Da notare anche il capitolo dedicato ad Adolf Hitler, indicato come “nemico della Chiesa”, che fra i tanti, se la prese con i preti.  Un altro frutto velenoso del comunismo, anche e forse principalmente in Occidente, sono stati il divorzio, l’aborto e tutte le forme distruttive di controllo delle nascite, di cui lasciamo la disamina alla lettura del libro.

Il volume si chiude con un capitolo molto singolare, dal titolo “Ateismo e suicidio”, che potrebbe far saltare i nervi ai vari Odifreddi e uaariani.  “L’uomo è capace di adeguarsi a tutto, o quasi, solo che lo spirito sostenga il corpo, e se stesso; solo che lo spirito non sia ancora più debole del corpo”, frase che nell’epoca del vuoto esistenziale spiega come ogni anno i suicidi crescano e come milioni di persone si tolgano volontariamente la vita. Cifre analoghe a quelle dei morti in guerra.
Non è un caso che il maggior numero di suicidi, giustificati da ragioni più o meno importanti, avvenissero nei paesi in cui il rapporto con la divinità era ed è tutt’ora molto diverso da quello cristiano. Per il cristiano Dio e il rapporto personale con Dio sono ragioni sufficienti per sopportare qualsiasi cosa, mentre per altre culture, in cui questo rapporto manca, va da sé che il suicidio sia accettabile.
La situazione è ancora peggiore laddove la religione non esiste proprio o è cancellata, come in Europa dove sin dall’illuminismo la decadenza della morale cristiana, sostituita dalla divinità Ragione, ha lasciato spazio a una concezione se non positiva, per lo meno “non negativa”, del suicidio, che non è più peccato gravissimo ma una semplice scelta.
Nel nord Europa, descritto come il luogo dove la libertà dell’uomo è giunta ai massimi livelli, il suicidio fra i giovani è diventato diffusissimo.

Il suicidio è quindi l’ennesima conseguenza dell’abbandono della fede cristiana, in un secolo, il Novecento, nel quale troppo sangue è stato sparso in nome di ideologie distruttive, falsi dei di un secolo senza Croce.
 

10 novembre 2014

Due (enormi) balle per promuovere l’eutanasia


di Giuliano Guzzo

«Due delle ragioni che giustificherebbero da sole la legalizzazione della eutanasia in Italia sono il fenomeno della eutanasia clandestina (circa 20mila casi l’anno) e quello dei suicidi di malati (1.000 l’anno, e più di 1.000 tentativi di suicidio)», si legge sul sito de L’Espresso in un intervento a firma di Carlo Troilo, intervento forte e persuasivo sin dal titolo: “Se mille suicidi vi sembran pochi”. Ora, chi si limitasse alla lettura integrale dell’articolo, potrebbe anche sposarne le ragioni. Legittimamente. Del resto non s’intende, qui, esprimere parere alcuno sulla “dolce morte” né sull’autodeterminazione ma solo segnalare come i due argomenti principali prodotti – 1.000 suicidi e 20.000 casi di eutanasia clandestina l’anno – siano non solo poco corretti, ma totalmente destituiti di fondamento.
Partiamo dai «suicidi di malati (1.000 l’anno, e più di 1.000 tentativi di suicidio)». E’ vero che ci sono stati 1.316 suicidi aventi la malattia come movente, ma non va dimenticato – come del resto precisa la stessa tabella Istat a cui rimanda il sito de L’Espresso (Dati 2008) – come la stragrande maggioranza di questi riguardino malattie psichiche (1.010) e non malattie fisiche (306); stesso discorso per i tentativi 1.382 tentativi di suicidio: quasi tutti causati da malattie psichiche (1.259) anziché da malattie fisiche (123). Posto che pure il dato sui suicidi per malattie fisiche andrebbe preso con le pinze (quante di queste morti si sono verificate nonostante cure adeguate e quante, purtroppo, in carenza di esse?), meraviglia che si taccia sulla prevalenza statistica delle malattie psichiche, che certo non hanno un legame diretto col dolore fisico che tanto, giustamente, spaventa.
Abbiamo cioè soggetti che magnificano l’autodeterminazione, ma poi ci nascondono il fatto che i dati che loro chiamano in causa riguardano per lo più persone che, in conseguenza di un disagio mentale, non sono state affatto così libere di scegliere. Bella presa per i fondelli. Ma non è la sola, dato c’è un altro dato da smascherare: quello sul «fenomeno della eutanasia clandestina (circa 20mila casi l’anno)». Qui L’Espresso neppure rinvia alla fonte, ma solo ad un pezzo di Repubblica che presenta un’indagine dell’Istituto Mario Negri. Si tratterebbe, secondo Troilo, della «ricerca più autorevole sulla eutanasia clandestina». Peccato che sul sito degli autori della ricerca, curata dal GiViTI – acronimo che sta per Gruppo Italiano per la Valutazione degli interventi in Terapia Intensiva -, un comunicato stampa del dottor Bertolini, responsabile di GiViTI, prenda le distanze proprio dalle manipolazioni radicali.
«Purtroppo i dati di quella importante ricerca – scrive il dottor Bertolini - sono stati riportati in maniera distorta e scorrettatravisando completamente la loro portata e il loro significato. Cerchiamo quindi di fare un po’ di chiarezza […] La ricerca del GiViTI ha mostrato che nel 62% dei decessi avvenuti in Terapia Intensiva, la morte è stata preceduta da una qualche forma di limitazione terapeutica, dopo che è stata verificata l’inefficacia delle cure. In questo senso, è frutto di ignoranza, di superficialità o peggio di malafede porre sullo stesso piano l’eutanasia e la desistenza da cure inappropriate per eccesso, come purtroppo si è visto fare in queste ore. Questa campagna di grave disinformazione non solo è lesiva di un comportamento virtuoso da parte di tanti medici intensivisti, ma impedisce lo sviluppo di una corretta discussione su temi tanto delicati e sensibili all’interno della società civile» (03.05.2013).
Se sono queste le «ragioni che giustificherebbero da sole la legalizzazione della eutanasia in Italia» il fronte a favore della “dolce morte” è messo davvero male. Non solo: se c’è bisogno di arrivare a mentire, a manipolare numeri e a farsi persino sconfessare dagli autori delle ricerche citate a supporto delle proprie tesi, le possibilità sono due: o queste tesi sono fallaci e truffaldine come gli argomenti che le dovrebbero supportare, oppure c’è parecchio da fare. Che i lettori si facciano, giustamente – e in vera libertà, almeno loro -, l’idea che credono; ma stiano bene attenti perché questi signori che oggi la sparano grossa sull’eutanasia clandestina sono culturalmente figli e nipoti, se non fratelli, di coloro che ieri la sparavano grossa sull’aborto clandestino che in Italia, ogni anno, si sarebbe ripetuto milioni di volte. Poi è l’aborto clandestino e divenuto aborto di Stato e a diventare clandestina, da allora in avanti, è stata la stessa che oggi si tenta di nascondere ancora: la verità.

 

20 agosto 2014

Il suicidio di Robin Williams e la vana felicità

di Isacco Tacconi
Chi non ricorda l’eccentrico professore che salta sulla cattedra dinanzi agli scolari ingessati, figli di papà, rampolli dell’alta borghesia statunitense recitando versi di Walt Whitman? O chi potrebbe dimenticarsi il medico genio-ribelle Patch Adams o il padre immaturo e ridicolo travestito da donna di Mrs Doubtfire? Tutti personaggi borderline o meglio outline, caratterizzati dall’estrosità e da quella insana voglia di rivoluzione che tende al sovvertimento di ogni regola e di ogni norma. Da sempre è stato considerato dalla critica cinematografica statunitense l’emblema della comicità made in USA. Anche nei talk-show vestiva i panni del comico sregolato e incontenibile, un po’ come il Benigni italiano. Il sorriso sempre sulle labbra, la battuta pronta e…una tristezza profonda.
 

21 giugno 2013

Venner un mese dopo: riflessioni su un suicidio da eroe tragico

di Andrea Virga

«Champs-Elysées, un grido smorzato, / in piena Parigi un giovane è bruciato. / Champs-Elysées, senti la Senna, / canta in silenzio ma non è pena […] Un nome, un cognome per l'Europa perché / ora vive un eroe anche in Champs-Elysées.» Così iniziava e finiva una vecchia canzone della Compagnia dell’Anello (album “Dedicato all’Europa”, 1984), dedicata ad Alain Escoffier, il giovane patriota francese che si diede fuoco davanti alla sede parigina dell’Aeroflot, compagnia di bandiera sovietica. Era il 10 febbraio 1977, trentesimo anniversario del Trattato di Parigi che aveva sancito la servitù dell’Europa divisa tra Mosca e Washington. Prima di morire aveva gridato: “Comunisti assassini”.

È la sua storia che balza subito alla mente nel caso di Dominique Venner, prima ancora che non i consueti paragoni a Jan Palach e Yukio Mishima, rimbalzati su tutti i giornali. Come Escoffier, anche Venner non aveva assistito all’invasione e all’occupazione militare della propria terra, ma si rivolgeva idealmente ad una Patria più grande: l’Europa intera. Non mancava, ad onor del vero, qualche accento islamofobo e anticomunista – comprensibile in chi abbia vissuto, come lui, la lotta dell’OAS a difesa dei Pieds-Noirs d’Algeria, e poi, dall’altra parte della barricata, i tumulti sovversivi del Maggio francese –, ma era nondimeno un patriota europeo, della nostra stessa Europa che affonda le sue radici nel mondo classico, tenuta a battesimo dalla Croce di Cristo e dalla spada degli Imperatori, e infine vittima di quelle forze faustiane della modernità, da lei stessa scatenate; la nostra Europa di oggi schiavizzata dalle basi militari a stelle e strisce, dai comitati d’affari oligarchici, dalle burocrazie cosmopolite e mondialiste. E a suo dire, per la Patria, «ci sarà certamente bisogno di gesti nuovi, spettacolari e simbolici per scuotere le sonnolenze, smuovere le coscienze anestetizzate e risvegliare la memoria delle nostre origini. Entriamo in un tempo in cui le parole devono essere autenticate dai gesti.»

A dire il vero, a togliersi la vita a Notre Dame – come ricorda Miguel Martinez – c’era già stata l’intellettuale e artista messicana Antonieta Rivas Mercado, l’11 febbraio 1931; tuttavia, il gesto dello scrittore francese ha sollevato comunque un forte scalpore, in Francia e altrove. I più, conservatori e progressisti, presi dalla loro lotta, hanno respinto Venner come “un omofobo”, “uno squilibrato”, “un fascista”, insomma qualcosa di alieno alla comune mentalità borghese. Il giorno dopo, una Femen qualsiasi ha squallidamente parodiato il suo gesto, la scritta “Il fascismo giaccia all’inferno” sui seni nudi. La stagionata attivista Frigide Barjot, portavoce della Manif pour Tous, l’ha bollato come il gesto isolato di un individuo d’estrema destra, che non aveva nulla a che fare con loro. La loro meschina incapacità di comprendere chi è pronto a sacrificare la vita per la causa ha dato ragione a Venner, che parlava di «una riconquista della memoria europea e francese, il cui bisogno non è ancora nettamente percepito». Si deve tenere presente che il matrimonio omosessuale non è che un tassello del mosaico anticristico, della perversione e dell’annientamento di ogni naturale legge, gerarchia e differenza. Eppure, «i manifestanti del 26 maggio non possono ignorare questa realtà».

Dominique Venner non era uno psicotico o un depresso nel senso corrente e mondano. Si era dedicato alla politica fino al 1967, e poi aveva continuato la sua attività di studioso e di storico, pubblicando decine di libri di valore. Si era sposato e aveva generato figli. All’età di settantotto anni era un uomo che aveva compiuto il proprio dovere, e riteneva di dover compiere un’ultima testimonianza del proprio ideale, con la propria morte. Lucido e coerente con la propria religiosità pagana, scelse la morte volontaria. A questo riguardo, citava l’Heidegger di Essere e Tempo: «Bisogna che ci ricordiamo anche […] che l’essenza dell’uomo è nella sua esistenza e non in un “altro mondo”. È qui e ora che si gioca il nostro destino fino all’ultimo secondo. E questo ultimo secondo ha importanza tanto quanto il resto della vita. È perché bisogna essere se stessi fino all’ultimo istante. È nel decidere da se stessi, volendo veramente il proprio destino, che si è vincitori del nulla. E non ci sono scappatoie a questa esigenza poiché non abbiamo che questa vita nella quale ci appartiene d’essere interamente noi stessi o non essere nulla.»

Una visione che fino ad un certo punto possiamo fare nostra. È davvero nella nostra vita terrena, fino all’ultimo respiro, che si decide la nostra salvezza o la nostra dannazione, e sta proprio a noi stessi, col nostro libero arbitrio, la scelta – ripetuta ogni istante – di accettare o rifiutare la Grazia divina. Una cosa però, in particolare, non è a noi concessa: sottrarci a questa scelta, decidendo di porre fine a questa vita terrena. Il gesto di Venner è perciò tragico come lo sono le vite degli eroi classici: l’eroismo solitario di chi combatte la buona battaglia senza speranza di vittoria, perché senza Cristo. Da Achille a Giuliano, hanno stoicamente affrontato il proprio destino, e sono caduti. Se siamo in buona fede, non possiamo non riconoscere la grandezza di questa tragedia, e provare un misto di ammirazione e compassione, anche se Venner non seppe mai comprendere, da parte sua, la grandezza ancora maggiore dell’Amore di Cristo. Eppure, nella sua scelta della Cattedrale di Notre Dame, come luogo sacro per il popolo francese, non c’è alcuna volontà di profanazione, ma semmai, inconsciamente, di affidarsi tra le braccia amorevoli della Madre di Dio, della Francia e di tutti noi.

In questi rari casi, secondo quanto affermato dal teologo Zverina a proposito di Jan Palach, non si tratterebbe di un rifiuto della vita, dono di Dio, dettato dalla disperazione, ma di un’offerta volontaria della propria vita. In effetti, deve far riflettere che subito dopo la morte di Alain Escoffier, Mons. François Ducaud-Bourget, capofila del cattolicesimo tradizionale in Francia, invitò dal pulpito ad appoggiare il Comitato intitolato alla di lui memoria. Prima di lui, c’era stato il suicidio del Presidente brasiliano integrista Getúlio Vargas (1954), minacciato dai golpisti della destra liberista e reazionaria. Dopo di lui, venne S.E. John Joseph, vescovo di Faisalabad in Pakistan, che si diede la morte nel 1998 per protestare contro le persecuzioni religiose. Tutti e tre ebbero funerali cattolici, e quest’ultimo è ora venerato come martire dal suo gregge. Chiaramente, il suicidio resta un peccato grave, ma «non si deve disperare della salvezza eterna delle persone che si sono date la morte. Dio, attraverso le vie che egli solo conosce, può loro preparare l'occasione di un salutare pentimento» (CCC § 2283). A Dio resta quindi l’estremo Giudizio, ma non si agiti moralisticamente il suicidio per squalificare la denuncia che Venner ha compiuto.
 

22 maggio 2013

Morte a Notre-Dame: suicidio o martirio?

di Paolo Maria Filipazzi


Un fatto tremendo ha avuto luogo nella Cattedrale di Notre Dame: Dominique Venner, 78 anni, noto storico francese, si è suicidato, martedì 21 maggio 2013, con un colpo di pistola sull’altare del più importante luogo di culto francese. Venner era noto per la sua strenua opposizione all’approvazione dello pseudo-matrimonio omosessuale nel suo paese, una legge varata mentre le piazze si riempivano di folle che gridavano il proprio NO, venendo represse con la violenza dalle forze dell’ordine. «Serviranno certamente gesti nuovi, spettacolari e simbolici per scuotere i sonnolenti, le coscienze anestetizzate e risvegliare la memoria delle nostre origini. Entriamo in un tempo in cui le parole devono essere rese autentiche da azioni»: così aveva dichiarato Venner qualche giorno fa dalle pagine del suo blog. Ecco il gesto spettacolare.
 

30 novembre 2012

28 novembre 2012

La lobby gay e la strumentalizzazione del dolore


di Valentina Ragaglia

Un quindicenne romano, il 21 novembre, ha deciso di togliersi la vita, strozzandosi con una sciarpa davanti gli occhi del fratellino più piccolo. Immediatamente il tam tam mediatico ha sparso la notizia che la morte di questo giovane fosse legata ad alcune vessazioni subite a scuola da compagni di classe e docenti per via della sua omosessualità.
 

24 maggio 2012

La crisi economica e il male di vivere



Negli ultimi tempi l’attenzione dei media si è concentrata sui numerosi casi di suicidio imputabili alle difficili condizioni economiche che si protraggono ormai da oltre 4 anni: la mancanza di lavoro o l’incapacità di saldare i debiti della propria azienda porta i lavoratori (siano essi dipendenti o autonomi) e gli imprenditori alla disperazione, e spesso al suicidio. Analizzando i dati disponibili (come viene lucidamente fatto in questo articolo), si può vedere con chiarezza come vi sia stato un incremento netto dei suicidi a partire dalla crisi economica. Non si tratta quindi di un fenomeno mediatico, anche se mi infastidisce molto (come ex aspirante giornalista) la scelta della tempistica da parte dei media: perché ora? Perché non quando il fenomeno è iniziato? Perché? Ma andiamo oltre.
 

03 dicembre 2011

Non glorifichiamo il suicidio

di Federico Catani
“Il suicidio contraddice la naturale inclinazione dell’essere umano a conservare e a perpetuare la propria vita. Esso è gravemente contrario al giusto amore di sé. Al tempo stesso è un’offesa all’amore del prossimo, perché spezza ingiustamente i legami di solidarietà con la società familiare, nazionale e umana, nei confronti delle quali abbiamo degli obblighi. Il suicidio è contrario all’amore del Dio vivente”. Parola del CCC, ovvero il Catechismo della Chiesa Cattolica, al n. 2281.