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01 ottobre 2017

Invito al cinema: “Tiro libero”


di Roberto De Albentiis

Visto in anteprima la sera del 19 settembre nel cinema multisala di Macerata, uscito nei cinema italiani il giorno 21 del medesimo mese, “Tiro libero”, per la regia di Alessandro Valori, è un film italiano di genere drammatico che tratta di temi seri come la malattia e la sofferenza, il rapporto tra genitori e figli, il vero innamoramento; Alessandro Valori, attore, produttore e regista dichiaratamente cattolico, autore di film (ultimo, dell’anno 2016, “Come saltano i pesci”, avente peraltro una parziale ispirazione autobiografica) e cortometraggi, riesce a parlare della fede e del suo rapporto con la realtà concreta in maniera leggera ma presente.
In questo film semplice e insieme toccante, Dario (Simone Riccioni), giovane promessa del basket di Montegranaro, tanto bravo quanto strafottente, riceve un’inaspettata “batosta” dalla vita sotto forma di malattia invalidante; condannato per il suo comportamento arrogante e rissoso a tre mesi di lavori socialmente utili, inizialmente scansati, diverranno il mezzo del suo miglioramento nella maniera inaspettata di una squadra di basket di bambini disabili ospiti dell’oratorio salesiano di Macerata, di cui diverrà il motivato allenatore; aiutato anche dall’amicizia e poi dall’amore di Isabella (Maria Chiara Centorami), inizialmente scettica ma poi convinta sempre più del suo cambiamento e della sua sincerità, Dario riuscirà a migliorarsi e a vivere in maniera più consapevole e matura la sua malattia.
Film di buoni sentimenti, “Tiro libero” lo è nell’accezione positiva del termine: le grandi tematiche del dolore, del perché del dolore, della teodicea, del dialogo e perfino dello scontro con Dio, pur se trattati in maniera lieve, non sono affatto scansate, e non si ha un “happy ending” classico; eppure, il vero protagonista, che viene accennato in varie scene del film, anche se non parla, è Dio, il Quale appare inizialmente lontano per poi essere percepito come presente, anche e soprattutto nella difficoltà e nella malattia. Perché esistono il male, la sofferenza, il dolore, che colpiscono tanto gli “stronzi” (come lo stesso Dario si auto-appella) come le persone buone o normali (il marito della sorella di Dario, gli ospiti dell’oratorio salesiano)? Non viene data una risposta, ma viene dato un modo di affrontar, offrirli a Gesù, inchiodato e silente sulla Croce, inizialmente sfidato da Dario e poi accettato e accolto.
Girato interamente in Italia, anzi, nelle Marche, tra Ancona, Falconara, Macerata, Civitanova e Montegranaro, questo film è un omaggio ad una regione italiana martoriata tanto dal terremoto dell’ottobre scorso quanto da una silente ma larvata e sempre più diffusa crisi economica, e che però ha da offrire tanto, sia quanto a bellezza (meravigliose le verdi colline e il bel mare che si vedono) quanto a umanità (i sacerdoti che si vedono nel film sono i veri preti dell’oratorio salesiano di Macerata, città natale del regista); il film vede certo la presenza di volti noti del cinema e della televisione, come Biagio Izzo e Nancy Brilli, ma, parimenti, vede parecchi volontari e comparse non professionisti, in primis i ragazzini disabili della squadra di basket.
Chi andrà a vedere “Tiro libero” (che prende il nome dalla nota mossa di pallacanestro) non vedrà solo dei begli scenari naturali, ma vedrà soprattutto una lezione su come sopportare bene le avversità e il dolore, tanto recitati – e bene ad opera di Simone Riccioni – quanto reali  - si vedano i ragazzini disabili e gli anziani e i malati dell’oratorio – e concreti; non c’è, come detto, l’happy ending (del resto, la vera realtà, che non è un film, non lo prevede), ma c’è un’importante lezione: le avversità, il dolore, la malattia, il male, hanno senso solo se sopportati e sofferti insieme, solo se servono di lezione, solo se offerti al primo Sofferente, Gesù. “Tiro libero”, nella sua semplice linearità, ha il pregio tanto di intrattenere quanto di insegnare, è una visione che merita.


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25 gennaio 2017

Silence. Fra martirio e apostasia

di Dario Alessandrini

“Silence” di Martin Scorsese è un film assai complesso che va visto con occhi competenti. La vicenda dei missionari gesuiti in Giappone nel XVI secolo viene riesplorata alla luce delle nozioni moderne di inculturazione della fede, di relativismo teologico, di silenzio di Dio. Il film mostra la fede vera del popolo giapponese, una fede inculturata in una cultura che sa cosa è il sacrificio e il rinnegamento di sé. La testimonianza del martirio dei giapponesi è la parte più bella del film, la parte che commuove ed avvince. Una fede inculturata non è solo una fede che trova il giusto rivestimento delle parole, ma è una fede che sa incidere nella cultura propria, sino a farla maturare nelle sue stesse implicazioni. In questo caso i contadini poveri e analfabeti riescono a vivere il cristianesimo alla luce dei loro valori millenari di abnegazione e di sacrificio, trovando in esso però la liberazione dal giogo disumano del potere politico/religioso rappresentato dal mellifluo inquisitore buddhista dalla voce garrula. La liberazione che la nozione di “Parais” fornisce al popolo contadino non è una forma di alienazione dalla storia, ma la prospettiva trascendente che feconda la storia sino a renderla fermento di salvezza.

A ciò fa da contrappeso il fallimento di padre Ferreira che tradisce la fede con l'apostasia, abbracciando il relativismo teologico. Il tradimento di Ferreira è un errore che va respinto con tutte le forze, ma il film ne presenta le ragioni ideologiche nel dialogo con padre Rodriguez. Sostanzialmente padre Ferreira non crede in Cristo e nella possibilità di inculturare la fede nel Giappone ("i contadini non capiscono nulla del nostro annuncio"). Secondo lui i contadini convertiti sono morti per affermare una superstizione che nulla ha a che vedere con la fede in Cristo. Egli dopo l’apostasia è malinconicamente integrato nella società dei letterati giapponesi scrivendo libri di astronomia, di scienze naturali, nonché un elenco di errori del cristianesimo (“gengiroky, Inganno rivelato”). D'altronde anche il relativismo oggi imperante in teologia consiste nell’idea che tutte le religioni sono fenomeni culturali equivalenti che convergono verso una intuizione di Dio, senza la possibilità di cogliere i tratti analogici di Dio con ciò che esiste e riducendo la categoria di Rivelazione a mito. Il ben noto documento “Dominus Iesus” del 2000, risolutore della intera questione, giace inerte sommerso da una coltre di densa polvere.

Molto problematica è la terza via, quella di padre Rodriguez, il quale apostata, avvinto dalla prospettiva di potere salvare alcuni cristiani sottoposti ad una tremenda tortura e soprattutto vinto dal “silenzio di Dio”. Questa è la spina del film. Egli resta segretamente cristiano sino all’ultimo, in una forma di cristianesimo sincretistico che avrebbe avuto la pretesa di seminare il cristianesimo in una cultura refrattaria ad una esplicita inculturazione. Un cristianesimo anonimo, un cristianesimo che pubblicamente non mostra nulla di sé, che si abbassa in una forma di kenosis, sino allo svuotamento di sé, sino alla negazione del proprio annuncio e del proprio nucleo dottrinale, che non ha nulla da dire all'ordine giuridico e pubblico, è ancora un cristianesimo?

Nella attuale società giapponese si è realizzata una forma di sincretismo religioso tipico della società moderna secolarizzata e la forma per un nuovo modello di missionarietà sembrerebbe quello della tolleranza, del dialogo che rinunci alla idea di Verità applicata ad una confessione. Oggi molti pensano che una posizione kenotica come quella di padre Rodriguez possa essere una soluzione per il nostro tempo. È una questione dilacerante. Si può cristianizzare una cultura rinunciando al nucleo veritativo dottrinale e alla sua rilevanza per il fermento del diritto e della cultura? Sicuramente no, ma resta un problema irrisolto nella transizione del cristianesimo contemporaneo, così sorprendentemente simile alla vicenda di padre Rodriguez. Il film appare come una parabola della chiesa contemporanea, costituita da una folta schiera di intellettuali apostati e da un "resto" che resiste eroicamente...

Sul “silenzio di Dio” e su tutte le suggestioni della teologia contemporanea, erede del “venerdì speculativo di Hegel” sino a Nietzsche e alla teologia della morte di Dio, si fa un gran parlare. Improriamente chiamiamo "silenzio di Dio” la nostra incapacità di vedere la grandezza di Dio nelle sue opere; il nostro sguardo affetto da riduzionismo empirista, la concupiscenza degli occhi che svuota l'esperienza da ogni spessore metafisico e lascia il fatto nudo come materiale inerte senza significato. È il dubbio di fede che assale ogni credente nelle prove ardue, a causa della sua ferita originale. Il vero "silenzio" di Dio è la Kenosis, l'abbassamento di Dio che assume la natura umana, il dolore, le conseguenze penali del peccato dell'uomo, assume la morte come esperienza dilacerante, per attraversarla e svuotarla. Il vero "silenzio" è l'insondabile Parola della Croce.
È chiaro che se applichiamo la nozione deviata di "silenzio di Dio" alla missionarietà (magari condendo il tutto con il relativismo teologico di padre Ferreira), otteniamo un solo risultato: l'implosione assoluta della missione e del kerigma. Così tutto si risolve in un assoluto "silenzio dell'uomo" (la scelta di Rodriguez). Il suicidio della fede si risolve sempre alla fine nel suicidio della ragione e del linguaggio. 
 

05 gennaio 2017

"Rogue one: A Star Wars story" Una storia non così lontana...


di Daniele Barale

Un film che porta a dire, dopo averlo visto "beh, ho speso molto bene tempo e danari".

Gli amici sanno bene che uso questo giudizio con una certa parsimonia. Sì, devo ammetterlo, sono andato al cinema prevenuto, e lo sanno bene quei poveracci, che nei mesi scorsi ho esasperato, brontolando che Rogue One sarebbe stato una "cavolata galattica", dalla storia debole e poco significativa, perché sono tra i delusi di episodio VII: a parte i personaggi credibili, merito di attori capaci, gli effetti speciali ben curati, e alcuni aspetti innovativi della trama (pochi, ahimè), in generale, il primo capitolo della nuova trilogia si presenta come un remake del IV capitolo-Una nuova Speranza; di fatti alla fine vince la sensazione de "l'ho già visto".

Problema che avrebbe potuto macchiare Rogue One, essendo ambientato tra il III e il IV episodio, quindi nel periodo che parte dalla grande purga jedi e arriva alla guerra civile galattica. Ma non succede.

Il primo spin-off della saga di Guerre Stellari, diretto da Gareth Edwards, non è definibile come semplice capitolo, è qualcosa di profondamente diverso, però allo stesso tempo riesce a collegarsi perfettamente, come anello di congiunzione, alla storia della galassia lontana lontana più famosa, sub-creata da George Lucas. E lo fa in un modo che stupisce fin dalle prime inquadrature.

Vediamo lo sfondo nero le stelle la famosa scritta "tanto tempo fa, in una galassia lontana", e i brividi iniziano a farsi sentire per l'emozione, nel silenzio dell'attesa per la potente colonna sonora e crawler (il testo con titoli ed introduzione che scorre come un rullo). Passano tre secondi e... la colonna sonora non arriva; anzi, inizia subito il film, che ci porta dritti nell'azione, sul pianeta ove si trova una delle figure chiave del film Jyn Erso/Felicity Jones con la sua famiglia.

Il primo aspetto che emerge è quello del terrore, usato dall'impero per governare la galassia. Eppure, non ha l'ultima parola. Quella famiglia porta la luce nel momento più buio della galassia, assieme alla forza (una sorta di provvidenza benevola), qui simboleggiata da un cristallo usato come dono, che ne anticipa un altro più grande, il sacrificio di una madre e moglie. Le immagini che seguono immortalano i potenti volti dei membri di quella comunità dai legami profondi: un padre geniale e giusto, fuggito per togliere alla tirannia i suoi talenti, una figlia tanto amata, e una madre coraggiosa che con una frase, rivolta al male e a chi in quel momento lo rappresenta, il direttore Krennic, getta il primo seme di speranza e svela come tutto andrà a finire: "Tu non vincerai mai!". E lo fa donando la propria vita ad una causa più grande.

Come abbiamo imparato con i capitoli canonici di Guerre Stellari, sopra tutto con i tre classici, i veri protagonisti sono proprio i padri, le madri e i figli. La 'vera forza' sono sempre stati loro. Magari è anche per questo che, nonostante la sua natura fantastica e l'infinità dello spazio, sentiamo vicino quell'universo tanto lontano; vicino a ciò che abbiamo di più caro, la famiglia, il vero e unico motore di ogni avventura meravigliosamente umana.

Si sa - e la psicologia conferma - le fiabe le opere fantasy, terrestri o galattiche che siano, sono scritte con l'aiuto della parte destra del cervello, quella che racconta il vero. Perciò Star Wars è più vicino di quanto non sembri. Il tutto mostrato attraverso inquadrature ben studiate e punti di vista verticali sorprendenti; merito di regista e sceneggiatori, che hanno realizzato, come si accennava all'inizio, un lavoro innovativo ma vicino alla classicità della cara "vecchia" trilogia; una regia che ha saputo creare una intricata tela di rimandi e di ritorni eccellenti, offrendo veri e propri omaggi ad essa: la presenza del Moff Tarkin, con il volto del suo interprete originale Peter Cushing, della principessa Leia-Carrie Fischer, entrambi ben ricostruiti in CGI, conferma.

Si diceva che all'insaputa o quasi dell'Impero crescono i figli, come Jyn Erso, i padri e le madri: veri eroi che fermeranno la tirannia e il lato oscuro della forza; e spesso compiendo veri e propri atti di redenzione. Certo, la Erso, i suoi genitori e la sua compagnia di amici non sono jedi (anche se il pistolero Baze e il cieco ma agguerrito Chirrut si avvicinano ad essi, essendo custodi di un loro tempio), la fede nella forza - quindi della vittoria della luce sulle tenebre - e il coraggio non mancano, e per questo combattono con tenacia ed una certa baldanza, ciascuno nella propria "trincea": Galen Erso nella base imperiale, dove crea il punto debole del killer di pianeti; la figlia e i suoi amici sul campo di battaglia, dove tra la polvere e i colpi di laser si consumano irriducibili, senza ripensamenti, mettendo in scena un vero e proprio racconto "cristologico", di amore e sacrificio.

Uno a uno cadono, però nessuna delle gesta compiute è vana: cadono come semi, che porteranno molto frutto alla generazione di resistenti/uomini vivi (per dirla con Chesterton) successiva. Una battaglia di fanteria che diviene simbolo di qualcosa di più grande, la Speranza. Forse l'unica vera protagonista di Guerre Stellari. Con essa termina il film e poi inizierà il IV episodio.

Dalle stelle a noi arriva una grande lezione: il male non ha mai l'ultima parola, pure sembra invincibile.

In conclusione, mi tornano in mente le parole che Péguy aveva per la Speranza. La speranza è per Péguy una “bambina irriducibile” molto più importante delle sorelle più anziane (fede e carità) che “va ancora a scuola/e che cammina/ persa nelle gonne delle sue sorelle”. Ma è più importante delle sue sorelle perché “E’ lei, quella piccina, che trascina tutto/perché la fede non vede che quello che è/e lei vede quello che sarà/la Carità non ama che quello che è/ e lei ama quello che sarà/Dio ci ha fatto speranza”. Anche se le immagini che ci arrivano sono di una violenza assurda non bisogna perdere la speranza perché è questa speranza bambina che va ancora a scuola che “vede quello che sarà” e “ama quello che sarà”.
 

21 ottobre 2016

Il Missionario - La preghiera come unica arma


di Giulia Tanel

"Volevo fuggire dalle urla di mio padre e ora sono proprio quelle urla la mia unica speranza". Questa frase, solo apparentemente criptica, racchiude il senso del nuovo film portato in Italia dalla Dominus Production – già nota per Cristiada e God's not dead –, dal titolo Il missionario – La preghiera come unica arma (qui il trailer), in questi giorni nelle sale.
La pellicola narra infatti la maturazione verso un rapporto più maturo e profondo del protagonista con suo padre e dei diversi altri personaggi con il Padre, Colui che conosce anche i capelli del nostro capo e che ha sacrificato Suo figlio per la nostra salvezza.

Questa la trama de Il Missionario, di Marcelo Torcida, riportata sul sito di riferimento: "In un Paraguay diviso tra illimitata ricchezza ed estrema povertà, Juan è un adolescente irrequieto, che soffre per un profondo conflitto con il padre. Alla ricerca di divertimento, indipendenza e libertà, viene sopraffatto da una realtà avida e senza scrupoli, che priva gradualmente la sua vita di ogni senso. L'incontro con un missionario porterà alla svolta: in un turbinio di colpi di scena e forti emozioni, quando tutto sembrerà perduto, tutto sarà riconquistato. Toccare il dolore più profondo, porterà al ritrovamento dell'amore più grande".

La pellicola, pluripremiata, tocca i valori fondamentali, quei principi non negoziabili oggi così bistrattati: la vita, la famiglia e l'educazione. E, come dice il sottotitolo, fa anche una proposta di fede.
La vita, quella che l'adolescente Juan rischia di buttare al vento facendosi sopraffare dalle droghe (che erroneamente sentiamo definire "leggere", ma che invece hanno effetti collaterali non secondari); o quella vita che suo padre si è dimenticato di vivere, lasciandosi prendere dal denaro, tanto che uno dei protagonisti arriva a domandarsi: "Come possono avere tutto, e al tempo stesso non avere niente?"; o, ancora, quelle vite che i narcotrafficanti o i personaggi corrotti non hanno alcuna remora di spegnere per sempre.
La famiglia, il nido accogliente in cui ogni persona dovrebbe avere il dono di crescere, prima di rivolgersi all'esterno e spiccare il volo. Ma famiglia che può esistere solamente se tutti i membri che la compongono s'impegnano a rimanere uniti, evitando che si finisca con il vivere la quotidianità nella solitudine, pur abitando tutti sotto lo stesso tetto e mangiando seduti attorno al medesimo tavolo.
Infine, l'educazione. Questo ultimo aspetto discende in maniera diretta dai primi due: quando si ha una concezione alta della vita e della persona, nella certezza che ognuno è prezioso, e quando c'è una famiglia solida, con due genitori uniti e responsabili, la missione educativa è infatti di gran lunga facilitata. Il che, naturalmente, non corrisponde a dire che due bravi genitori non potranno avere un figlio scapestrato, ma semplicemente che il buon seme non andrà perduto, e prima o dopo emergerà.

Il Missionario – La preghiera come unica arma è dunque un film che fa riflettere. Una pellicola non scontata, anche se a tratti dalla trama forse troppo "didascalica", e in tal senso maggiormente adatta ad un pubblico adolescenziale.
Di certo, come gli altri film della Dominus Production, Il Missionario interroga lo spettatore in prima persona: che idea ho io della vita? La mia famiglia è unita solamente in senso fisico, o vi è un'unità più profonda? Come mai tanti adolescenti si lasciano "fregare" dalle droghe? Com'è possibile, da genitori e/o da educatori, accompagnare i ragazzi nella crescita, magari proprio quando sono nel pieno della ribellione? La fede è per me un "impegno" da assolvere, oppure è un aspetto costitutivo dell'esistenza, in grado di orientare la quotidianità? ... e l'elenco di domande potrebbe continuare. Non si tratta di quesiti scontati: la risposta che ognuno formula determina l'esistenza. Naturalmente Il Missionario offre una chiave di lettura: tutto sta nella disponibilità dello spettatore a prenderla in considerazione. Facendo silenzio attorno e dentro di sé, e così poter ascoltare Dio.

 

10 marzo 2016

God’s not dead



di Cecilia McCamerons

“Dio non è morto” recita il titolo del film: il professore di filosofia Jeffrey Raddison – orgogliosamente ateo – all'inizio del corso che il protagonista Josh sta frequentando vorrebbe appunto saltare l’“insensata disputa” e far dichiarare per iscritto ai suoi alunni che Dio è morto. Quasi fosse un assioma, una verità di fede.
Josh, unico della classe, dopo un tentennamento ha il coraggio di dire al professore che lui è cristiano e che quindi non può rinnegare Dio. Il professore quindi lo coinvolge in una sfida, ovviamente impari: dovrà dimostrare l’esistenza di Dio, e saranno i suoi compagni di corso a decretare il vincitore tra i due. Il ragazzo è spronato dal suo pastore perché “se accetti questa sfida potrebbe essere l’unico incontro significativo con Dio di tutta la loro [nda  dei compagni di corso] vita”. Ed inoltre è in gioco il suo futuro accademico (e non solo).

Il film è scorrevole, non annoia mai grazie anche all’intrecciarsi di numerose storie – dolorose, simpatiche, realistiche – delle quali non si sa nella maggioranza dei casi l’esito; ha una bella fotografia e colonna sonora.
Mi è piaciuto molto perché ti mette in discussione: cosa avrei fatto io al suo posto? Sono disposto a giocarmi tutto per la mia fede? Ne varrebbe la pena? Ci credo davvero? Sono un testimone di Cristo nella vita quotidiana? E poi obbliga ad immedesimarti in uno dei personaggi e a vedere come va a finire la sua storia personale. Un po’ come con i personaggi delle parabole dei Vangeli.

Il film è di matrice protestante, quindi con tutte le lacune del caso: carenza nelle argomentazioni filosofiche e teologiche – per esempio san Tommaso e sant’Agostino nemmeno citati –, affidamento alla sola Scrittura, sacerdoti molto “casual”, qualche americanata… ma ciò non toglie che questo film induca lo spettatore a prendere posizione: o Dio c’è o non c’è, con tutte le conseguenze del caso.
Il mio giudizio è complessivamente positivo: è un film adatto per cineforum, lezioni di catechismo, ore di religione (senza dimenticare di segnalarne le problematicità); un film che ti fa prendere una posizione, che ti mette davanti ad una domanda esistenziale, anzi LA domanda per eccellenza. Ed è una pellicola tratta da storie vere accadute negli USA, ispirate a dei casi di discriminazioni avvenuti in college americani, in cui alcuni studenti sono stati puniti per aver manifestato il proprio credo religioso.
Chiuderei però con questa provocazione: come mai i cattolici devono ridursi a fare il tifo per film chiaramente protestanti?

Buona visione!

 

19 gennaio 2016

Il Piccolo Principe - Il film


di Alessio Calò

A gennaio è uscito nelle sale cinematografiche il film ispirato al celeberrimo libro di Antoine de Saint-Exupéry, il Piccolo Principe: fra le opere letterarie più vendute della storia, è stato tradotto in più di 220 lingue e dialetti e stampato in oltre 134 milioni di copie in tutto il mondo. Era stato proposto in altre occasioni anche sullo schermo, ma con scarso successo, a differenza di questo.
Bisogna premettere che il regista, Mark Osborne (già famoso per il successo di Kung Fu Panda), ha costruito una personalissima quanto affascinante cornice intorno al libro. Senza voler svelare la seconda parte del film, che offre una prosecuzione immaginaria della storia del Piccolo Principe, divenuto anch'egli adulto (con tutti i difetti che Saint-Exupèry imputa agli adulti), possiamo dire che il punto centrale della pellicola rimane quello del rapporto maestro-allievo: nel film la piccola protagonista trova un maestro, il vecchio aviatore, che le racconta del Piccolo Principe e di come questo incontro gli abbia cambiato la vita. Così come il Piccolo Principe aveva portato l'aviatore alla riscoperta della realtà per come essa è, così il vecchio aviatore permetterà alla bambina, costretta dalla madre ad un ingresso prematuro ed alienante nel mondo degli adulti, di ritornare in possesso della propria infanzia.
La trama del film (e del libro) ruota tutta intorno all'incontro per eccellenza, quello tra il Piccolo Principe e la Volpe.


L’incontro che cambia la vita. La prima volta che il Piccolo Principe incontra la Volpe le chiede di giocare con lui (“sono così triste” dice), ma la Volpe non può esaudire il suo desiderio, perché non è addomesticata. A questo punto si presenta uno dei più bei dialoghi del libro, che parte da una delle innumerevoli domande del bambino:
"Che cosa vuol dire «addomesticare»?" 
"È una cosa da molto dimenticata. Vuol dire «creare dei legami»..." 
"Creare dei legami?" 
"Certo", disse la Volpe. "Tu, fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una Volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l'uno dell'altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo".
La Volpe comincia fin da subito la sua pedagogia, spiegando che addomesticare significa creare dei legami duraturi e fecondi. In effetti, alla radice della parola addomesticare vi è il termine latino “domus”, l’abitazione urbana delle ricche famiglie patrizie, che, come tutte le abitazioni, può essere considerata la sede dei legami familiari, nonché lo spazio dove il passato viene custodito ed il presente dedicato all’educazione dei figli, così da prepararli ad affrontare il futuro, e alla cura degli anziani, per preservarne la memoria.
Addomesticare quindi è in un certo modo un legarsi alla casa e ai sui abitanti: “[creare legami è] una cosa da molto dimenticata” dice la Volpe, e sembra quasi criticare la concezione contemporanea della vita (e dei rapporti affettivi) come eterno presente, dove le ricchezze del passato vengono dimenticate ed i progetti per il futuro vengono aboliti, in un’ipertrofia del “hic et nunc” che allontana l’uomo dalla ricerca del senso della propria vita, svelando la paura di non poterlo trovare, o di non trovarlo come ci piacerebbe. "Gli uomini", disse il Piccolo Principe, "si imbucano nei rapidi, ma non sanno più che cosa cercano. Allora si agitano, e girano intorno a se stessi..."

Il ruolo della Volpe: il Maestro. Il Piccolo Principe all’inizio della fiaba se ne va dal suo piccolo mondo perché si sente solo, e parte alla ricerca di nuovi amici: atterra su vari pianeti ma vi trova solamente degli adulti che pensano solamente a se stessi oppure che sono troppo indaffarati per stare ad ascoltare le domande di un bambino. Però sul pianeta Terra egli incontra la Volpe, che con pazienza cerca di spiegargli i segreti della vita e gli insegna a guardare il mondo con occhi nuovi: la Volpe è il maestro che tutti abbiamo sempre sognato (e che la protagonista del film trova), colui che con la propria vita dà l’esempio, educando alla libertà e alla responsabilità, senza nascondere i dolori ma anche le gioie della vita:
Così il Piccolo Principe addomesticò la Volpe. 
E quando l'ora della partenza fu vicina: 
"Ah!" disse la Volpe, "... piangerò". 
"La colpa è tua", disse il Piccolo Principe, "io, non ti volevo far del male, ma tu hai voluto che ti addomesticassi..." 
"È vero", disse la Volpe. 
"Ma piangerai!" disse il Piccolo Principe. 
"È certo", disse la Volpe. 
 "Ma allora che ci guadagni?"  "Ci guadagno", disse la Volpe, "il colore del grano [alludendo ai capelli dorati del Piccolo Principe]".
 

23 settembre 2015

"Inside out", un film da vedere in famiglia


di Alessio Calò


Pare che i produttori del film “Inside out”, cartone animato della Pixar uscito nelle sale italiane mercoledì scorso, abbiano scopiazzato dal Catechismo della Chiesa Cattolica. Eh sì, perché gli stravolgimenti psicologici della protagonista, la piccola Riley, causati da una serie di disagi legati al trasloco della famiglia della bambina dal Minnesota a San Francisco, richiamano senza ombra di dubbio l'antropologia cristiana delle passioni (e delle virtù).
Le dinamiche psicologiche sopra accennate si svolgono nella mente della ragazzina (il Quartier Generale), e derivano dall'interazione di cinque emozioni, Gioia, Tristezza, Rabbia, Paura e Disgusto, che, guidate da Gioia, cercano di suggerire a Riley come reagire agli stimoli della realtà che la circonda. Realtà che diventa dura da affrontare nel momento in cui la bambina abbandona l'ambiente felice e ovattato in cui era cresciuta, e ad un certo punto si mostra piena di insidie e pericoli (Gioia e Tristezza vengono catapultate fuori dal Quartier Generale) da condizionare negativamente la condotta di Riley, in balia delle emozioni rimanenti.

Come abbiamo anticipato, questo film affronta varie tematiche interessanti: la prima riguarda il ruolo delle emozioni nella vita ogni persona, nel caso specifico di Riley. Nell'antropologia cristiana le emozioni (dette tecnicamente passioni) vengono definite come “moti della sensibilità”, “componenti naturali della psicologia umana [che] fanno da tramite […] tra la vita sensibile e la vita dello spirito” (citazioni tratte tutte dal Catechismo). Come si può constatare nel film, le passioni “in se stesse [...] non sono né buone né cattive [ma] ricevono qualificazione morale [...] nella misura in cui dipendono effettivamente dalla ragione e dalla volontà”: nella prima parte del film questo ruolo è svolto da Gioia, che coordina le emozioni di Riley e cerca di renderla felice. L'insegnamento interessante che si ricava dal film è che solo quando le passioni vengono ben co-ordinate possono contribuire al buon comportamento morale, ovvero alla realizzazione del bene della persona, che si riflette nel condurre una buona vita sociale.
Un secondo aspetto da considerare è l'importanza di tutte (tutte!) le emozioni nella vita dell'individuo: nel momento in cui qualcuna di esse prevalesse (come per esempio Gioia in una prima fase della vita di Riley) o mancasse (nel film la scomparsa di Gioia e Tristezza ha effetti disastrosi) il modo di approcciare il mondo sarebbe in qualche modo falsato, con tutte le conseguenze che si vedono nel corso della storia: aspettative deluse, frustrazione, voglia di evasione, malinconia. Le passioni sopra descritte si presentano normalmente nella vita morale umana, costituendo le motivazioni abituali delle azioni volontarie: esse non impediscono la libera espressione della persona, ma vanno integrate e regolate per il bene della stessa, in quanto “è proprio della perfezione del bene morale o umano che le passioni siano regolate dalla ragione” (sempre il Catechismo). Proprio per questo nella parte finale del film (non preoccupatevi, non rivelo niente) il ruolo di Tristezza, considerata nella prima parte del film un'emozione zavorra, viene rivalutato nella seconda parte. I sentimenti non sono neutrali, ma manifestano l'importanza del mondo esterno, conferendone un valore: per questo motivo le emozioni vanno educate, in modo che permettano una conoscenza vera della realtà e quindi un retto agire.


“Inside out” è quindi un film consigliato a tutti, da vedere soprattutto in famiglia: vi sono avventure divertenti e scene esilaranti per i più piccoli, così come indicazioni di psicologia e pedagogia per i più grandi, che possono comprendere meglio certe dinamiche mentali ed immedesimarsi in alcune scene del film (divertentissima la scena del trailer, in cui viene riprodotta fedelmente la dinamica di coppia – ansiosa la madre e distratto il padre – nel momento in cui la figlia comincia a manifestare i primi malumori adolescenziali).

(La Croce Quotidiano, 23.09.2015)


 

16 gennaio 2015

Exodus: (quali) dei e (quali) re?


di Sally Brown
Recentemente mi è stata raccontata una lunga e suggestiva storia, eco di altre storie che forse un tempo conoscevamo.

Siamo nell’antico Egitto, ma non quello colorato e opulento che molti di noi avranno immaginato da bambini. Quella del nostro racconto è una terra arida e grigia che ricorda più la Scampia di Gomorra che un luogo dove a regnare erano sovrani venerati come dei. Il faraone, appunto, è un ometto grigio, placido, che ha allevato suo figlio, il futuro sovrano del regno, come un bulletto frustrato che teme, più di ogni altra cosa al mondo, di sfigurare nei confronti del fratellastro Mosè, amato ed odiato. Mosè, in effetti, per quelli di voi che non lo sapessero, è un valoroso generale osannato da tutti e, fondamentalmente, una cifra coatto. Non ci è dato sapere, esattamente, da dove provenga questo energumeno palestrato e dalla spada facile, ma sappiamo che il ragazzo non ha problemi di autostima.

Purtroppo, improvvisamente e senza spiegazioni, il faraone muore e il bulletto eredita il trono. Bruttissima faccenda per Mosè, che pensa di poter mettere il nuovo sovrano nell’angolo e continuare a scoattarsela a corte. Il passo falso però arriva, nel momento in cui, sempre nel tentativo di affermare chi è che comanda, Mosè va a farsi una scampagnata nella grigissima città di Pitom, dove tutti gli israeliti del regno sono radunati in miseria ed ingiustizia sociale a costruire piramidi già decrepite. Durante la gita un anziano dalla faccia arzilla e paracula decide di mettere a parte il prode generale rivelandogli le sue vere origini. Il nostro guerriero non la prende benissimo, al punto che per sfogare la tensione pensa bene di uccidere due israeliti che lo avevano chiamato “schiavo” per deriderlo.

Il faraoncello viene intanto informato di ciò che si dice del fratellastro e si decide a mandarlo nel deserto nella speranza che crepi, nascondendogli però tra i mantelli il suo amato spadone, regalato ad entrambi dal faraone defunto, così che eventualmente possa sfidare la disidratazione a duello. Mosè quindi inizia a vagare nel deserto, dove salverà a suon di sguardi trucissimi un gruppo di pastorelle; una di queste lo ricompenserà presentandolo in famiglia, sposandolo e facendoci un figlio. Al poverino non rimane ora che portare le pecore a pascere proprio sul monte Oreb, che tutti gli indicavano come sacro e proibito.

E qui, amici miei, viene il bello. Mosè, finalmente, sul sacro monte Oreb, incontra… un bambino. Che poi, a ben vedere, ci accorgiamo che questo bambino appare davanti ad un cespuglio avvolto da alte fiamme blu che non lo consumano, ma Mosè non ci fa caso perché, colto alla sprovvista da una tempesta, è colpito in testa da un masso. E dunque, signori, sia messo a verbale che Mosè, sul monte Oreb, venne colto da allucinazioni le quali, senza un perché, pretesero da lui che tornasse in Egitto a salvare “il suo popolo”.

E senza un perché, Mosè torna in Egitto. Raduna tutti gli israeliti, insegna loro la sublime arte della guerra e li scatena contro l’esercito del faraone. E, pensate un po’, non ottiene niente se non morti, feriti e frustrazione. Estremamente seccato dal risultato, pensa bene di fare una sfuriata al bambino dell’Oreb che gli ha fatto sprecare del tempo prezioso. Ma anche il pastorello è sfastidiato, per cui chiede fondamentalmente a Mosè di mettersi da parte e “stare a guardare”, che allora sì che ci sarà da divertirsi. Partono così le piaghe d’Egitto. Una dopo l’altra, senza sosta, senza che Mosè ed il faraone si scambino una parola, senza che nessuno spieghi perché improvvisamente le acque diventano sangue, per dirne una. Il faraone abbozza e li lascia andare tutti quanti, salvo poi ripensarci, spinto dal desiderio profondo di sfogarsi sul fratellastro.

Mosè intanto, solo e forte del suo spadone che mai lo ha abbandonato fino a quel momento, guida il popolo a casaccio, senza aver ben chiara una meta e mancando comunque clamorosamente uno stretto nel Mar Rosso che avrebbe permesso loro di uscire definitivamente dall’Egitto grazie a delle prodigiose basse maree. Il guerriero è solo davanti al mare, dove capisce che deve abbracciare completamente la figura del leader carismatico con un gesto altamente evocativo: via, lo spadone viene lanciato in mare e si conficca nel fondale. Mosè quindi si addormenta sulla spiaggia e al risveglio trova le acque del Mar Rosso divise e attraversabili. Il resto, bene o male, lo sapete.

Vediamo un'ultima volta il nostro generale mentre sta scalpellando su dei lastroni di pietra. Il bambino è accanto a lui, in una grotta, e sembra finalmente compiaciuto. Chiede a Mosè cosa ne pensi di quanto gli sta dettando (!) e quello, con un cenno, gli fa capire di approvare. 
Sorrisi, felicità. Vissero tutti felici e contenti.

Questa storia è un film di un signore chiamato Ridley Scott. “Exodus” dovrebbe essere il racconto dell’esodo del popolo di Dio dalla schiavitù d’Egitto, ma c’è un grande, enorme, fatale MA: Dio, di fatto, non c’è. C’è un titano borioso che preferisce la sicurezza di una spada a quella del Signore. Ci sono prodigi naturali e divinazione. Ci sono paura e odio. Ma non c’è vera salvezza, non c’è uno scopo, non c’è, appunto, Dio.

Il Mosè che avevo imparato a conoscere ed amare era un uomo umile, un balbuziente, strumento nelle mani del Signore. Oggi, in questa storia, non riesco più a vedere niente di tutto ciò. Stiamo forse perdendo la capacità di raccontare Dio perché Gli neghiamo il Suo posto nella Storia?

 

05 gennaio 2015

American Sniper: "Dio, Patria e Famiglia" e le ragioni dell'America profonda

di Alessandro Rico

Mentre la cinematografia italiana si muove tra centri sociali (Diaz, ACAB) e disillusi j’accuse contro l’alta borghesia (La grande bellezza), gli USA sono ancora capaci di regalarci un’idealistica perla intrisa di “Dio, patria e famiglia”. 

American Sniper è l’ultima regia di Clint Eastwood, emblema della destra paleo-conservatrice e libertarian. Ispirato all’autobiografia di Chris Kyle, il più “prolifico” cecchino della storia militare americana – 250 vittime dichiarate, 160 accertate, capace di abbattere un nemico da 2 km di distanza – il film è una sagace apologia dei valori tradizionali dell’America più autentica, l’epopea di un eroe romantico, disposto a sfidare la disillusione della nazione, combattendo per quello in cui crede. Una patria, una fede, una famiglia, che sembrano indentificarsi in un unico grande ideale: la convinzione, forse un po’ da figlio della Guerra Fredda, che l’America sia la terra della libertà, il baluardo della civiltà occidentale. 

L’idea di essere la nazione eletta, chiamata a proteggere le sorti dell’umanità, rimane inalterata, anzi, si rafforza, nel mezzo dei profondi sconvolgimenti della guerra, che Eastwood rappresenta senza tema di contraddizione. Non c’è soluzione di continuità tra il manicheo patriottismo di Chris Kyle/Bradley Cooper e l’atrocità del conflitto iracheno, che ha diviso l’opinione pubblica come ai tempi del Vietnam e ha lasciato ferite indelebili sui soldati. La difesa dell’interventismo di Bush non si trasforma in un sottoprodotto propagandistico. Al contrario, l’abilità di Clint Eastwood sta nel contestare i luoghi comuni delle “anime belle” liberal, prodighe di moralismo, ma ignare che sul campo ci si trova persino a dover decidere, in poche frazioni di secondo, se sparare a un bambino che brandisce una granata e minaccia un plotone di Marines. 

Quintali di common sense tipicamente americano proclamano che bene e male sono nettamente distinti, che i mezzi termini dell’etica liberal sono insidiosi, che l’America deve recuperare le sue profonde convinzioni, il suo prestigio internazionale e quel coinvolgimento morale che la politica di disimpegno di Obama ha intaccato. Contro l’umanitarismo astratto, Clint Eastwood difende la genuinità dei legami di sangue, il senso di appartenenza e d’identità. Perché c’è un’America che guarda alle sue radici e non vuole rassegnarsi a un mondo multipolare, ma vuole restare la guida del mondo libero ed è ancora pronta a offrire in sacrificio i suoi figli. 

Probabilmente, si tratta solo di un nostalgico panegirico di un’epoca cavalleresca, in cui il cecchino Kyle non è più Tristano ma solo Don Chisciotte. La Leggenda non morì sul campo come un cavaliere medievale, ma fu assassinato nel 2013 da un militare affetto da disturbo post-traumatico, uno di quei reduci mutilati o psicologicamente segnati dalla guerra, che dopo il congedo aveva iniziato ad assistere. Ma quando le immagini originali del corteo funebre mostrano schiere di ammiratori che sventolano la bandiera a stelle e strisce, non si può non avvertire che l’America del texano, dello yankee o del pioniere, è ancora viva. 

E non si può fare a meno di chiedersi se l’Italia dei Marò prigionieri in India, che fu capace di oltraggiare i caduti di Nassiriya, che bistratta il suo popolo e conduce un’imbarazzante politica estera, stretta nei gangli di un’Europa inconcludente, meriterebbe certi eroi. Uomini come Fabrizio Quattrocchi, che sfidò il suo giustiziere con il celebre: “Adesso ti faccio vedere come muore un italiano”. E al cinismo che quest’Italia sembra aver spesso ispirato, fa da contraltare un’America che ha la forza di chi si sa dalla parte del bene, che ai tempi di Rambo condannava l’ingiustificata insofferenza della sinistra nei confronti dei reduci del Vietnam e oggi, con American Sniper, sferza la timidezza di Obama e l’ambiguità di quei politici alla Bill De Blasio, pronti a tacciare di razzismo la polizia di New York e a soffiare pericolosamente sul fuoco di conflitti sociali mai estinti, per raccogliere un pugno di voti. 

Questa America sa bilanciare giustizia e aggressività, non è pecora ma non si trasforma neppure in lupo, come il padre di Kyle catechizza i suoi figli, nelle scene iniziali del film: “Vi prendo a cinghiate se diventate pecore o lupi”. In fondo, la speranza che Clint Eastwood riesce a trasmettere, è che quest’America ritrovi le sue ragioni. Ed è una speranza che non può non contagiare pure chi quell’America ha imparato ad amarla. 
 

02 novembre 2014

L'ultima cima


di Cecilia McCamerons

“Se oggi crocifiggo un sacerdote in pubblico, avrò successo e otterrò dei premi importanti... Se invece parlo bene di un sacerdote, metteranno in croce me… Allora ho un problema… Perché ho incontrato un prete bravissimo e mi piacerebbe raccontarlo.”

Con queste sue parole il regista Juan Manuel Cotelo apre questo frizzante film-documentario su don Pablo Domínguez Prieto, un sacerdote spagnolo, classe 1966, che pare non avere niente di particolare – “non è pedofilo, dongiovanni, ladro, missionario nella giungla, esorcista” 
– è solo un buon prete.
Cosa ci sarà di così interessante? Dice il regista: “Mi sono rifiutato di conoscere quel sacerdote… ma l’ho conosciuto! E dodici giorni dopo, è morto. Potevo scordarmi di lui per sempre… però mi ha incuriosito… e ho voluto raccontarlo. Così mia madre potrà dirmi, una volta di più: «Non so, figlio mio, perché vuoi cacciarti in questi problemi»
.” Don Pablo è infatti morto in montagna a soli 42 anni scalando il Moncayo, l’ultima cima spagnola che voleva conquistare, e il regista lo ha conosciuto ad una sua conferenza solo dodici giorni prima di questa sua scalata.


Un bel lungometraggio che parla anche grazie ai volti dei numerosi amici e conoscenti che raccontano don Pablo, con uno stile allegro e semplice, capace di mantenere viva l’attenzione dello spettatore che si sente coinvolto in questa storia fino alla fine.
Questo giovane don quindi era “solamente” un sacerdote innamorato di Dio e contagiava gli altri con la sua allegria.


Un film che fa venire voglia di diventare santi, che mette in luce la meraviglia della vocazione sacerdotale, che ci ricorda di pregare tanto per i nostri sacerdoti, così spesso criticati ma così spesso lasciati soli.

P.S. Ottimo anche per cineforum, proiezioni parrocchiali e per i ragazzi che frequentano il catechismo.

Il DVD si trova nelle librerie cattoliche.

Il link al sito ufficiale con trailer e altre informazioni.

 

19 settembre 2014

“Liberaci dal male”


di Cecilia McCamerons

Dopo la visione del film “Liberaci dal male” di Scott Derrickson ho decisamente cambiato idea sul genere “thriller-horror” da me ritenuto inutile spreco di tempo e voglia di vivere. Quando però ho letto che il regista sostiene che “è il genere perfetto con cui confrontarsi per un cristiano perché prende il mistero che esiste nel mondo molto seriamente” mi si è accesa una lampadina.
 

21 agosto 2014

Still Life… et exspecto resurrectionem mortuorum et vitam venturi saeculi!



di Roberto de Albentiis

Pellicola del 2013, uscita in Italia a dicembre dell’anno scorso, diretta e sceneggiata da Uberto Pasolini (alla sua seconda esperienza con un lungometraggio) e interpretata da Eddie Marsan (“Gangs of New York”, “V per Vendetta”, “Il segreto di Vera Drake”, “Happy Go Lucky”), è una co-produzione italiana e inglese dal tono drammatico che racconta una storia singolare: John May (interpretato da Marsan) è un impiegato comunale in uno dei municipi londinesi che si occupa di rintracciare possibili parenti e amici di persone morte in totale solitudine, come anziani, malati, alcolizzati. 

Persona timida, meticolosa e sola (orfano, separato, vedovo? Nel film non viene detto esplicitamente), May svolge il suo compito in maniera discreta eppure appassionata: è lui a entrare nelle case di queste persone, è lui a scrivere l’elogio funebre e ad accompagnarle (lui solo) in chiesa e al cimitero, è lui, una volta tornato a casa e consumata la sua magra cena, a catalogarne le foto in un suo personale album.
Un giorno riceve un avviso dal suo nuovo superiore: a causa dei tagli a bilancio e personale, il suo ufficio è smantellato e lui è licenziato; in preda al dispiacere, è tuttavia risoluto a portare a termine il suo ultimo caso, quello di Billy Stoke, un anziano alcolizzato peraltro suo dirimpettaio.
Messosi al lavoro, ne riesce a trovare un collega e degli amici e perfino una figlia (con cui sembra iniziare un rapporto di timida amicizia), e, trattandosi del suo ultimo caso, è deciso a organizzargli il più bel funerale possibile, offrendogli anche il suo lotto personale al cimitero; riuscirà nell’intento, ma non potrà vederlo a causa di uno sfortunato destino.
Se il film ha un ritmo lento (e che però non annoia di certo), il finale è drammatico, se non tragico; non svelo nulla per non fare spoiler, ma, credetemi, merita davvero: regala un senso a tutto il film e fa commuovere e, tra una lacrima e l’altra, a me ha davvero fatto pensare alla foscoliana “corrispondenza di amorosi sensi” e, soprattutto, alle due parole del Credo che recitiamo ogni Domenica a Messa exspecto resurrectionem mortuorum et vitam venturi saeculi, aspetto la resurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà!
In questo film non ci sono preghiere o riferimenti a Dio (per quanto si vedano quattro cerimonie funebri cristiane cui partecipa John, due presbiteriane, una cattolica e una ortodossa), e certo questa caratteristica è condivisa con tanti altri film moderni e contemporanei, ma, a differenza di questi ultimi, tutta la pellicola è pervasa di un forte senso esistenziale e religioso.
Tutto il bene (anche compiuto in maniera solitaria, come fa John) che avremo fatto nella nostra vita troverà un giorno, l’Ultimo Giorno, significato e ricompensa agli occhi di Dio (quel Dio che, come detto, non viene nominato nel film, ma di Cui si avverte eccome la presenza!) e dei Santi, Santi che, in vita, erano magari anche persone sole come quelle mostrate nel film e che, dopo la morte, sono state fatte degne di essere ammesse alla visione beatifica di Dio.
Durante una delle Missioni Giovani cui avevo partecipato alcuni anni fa, durante l’Adorazione Eucaristica notturna, ricevetti da uno dei sacerdoti un bigliettino con scritto il compito assegnatomi, ovvero pregare per i vivi e i defunti, compito che ho sempre cercato di svolgere nella maniera migliore possibile; ebbene, arrivato ieri sera al finale di questo film, ho ripensato a questo personale impegno con più forza e mi sono ripromesso di adempiervi ancora meglio!

Bello, intenso, delicato, consiglio a tutti la visione di questo film, per vedere una storia commovente e, anche, per pensare alle realtà ultime e al modo per prepararci e raggiungerle al meglio.