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10 gennaio 2021

In Memoria di Ennio Innocenti

 In memoria di Padre Ennio Innocenti


di Roberto de Albentiis

In data 9 gennaio 2021 è morto a Roma, dove era ricoverato dopo una lunga età e una lunga malattia, Padre Ennio Innocenti (1932 – 2021), sacerdote e saggista prolifico.

Originario di Pistoia, ma ben presto trapiantato a Roma per studi, vi rimane tutta la vita, non solo a mero livello biologico e geografico, ma prima di tutto spirituale ed esistenziale: per lui, difatti, la dimensione romana era fondamentale.

Compì nell’Urbe studi teologici e filosofici presso il Collegio Capranica e presso le Pontificie Università Gregoriana e Lateranense; compì, anche, studi giuridici presso l’Università di Roma La Sapienza.

Parroco, direttore spirituale e insegnante, tra i suoi allievi ebbe il commissario Luigi Calabresi (1937 - 1972), ucciso nel celebre agguato di Lotta Continua del 17 maggio 1972.

Condusse la trasmissione radiofonica RAI “Ascolta, si fa sera”, e collaborò con più di cinquanta tra riviste, quotidiani nazionali e anche, negli ultimi anni, giornali on-line; la sua opera omnia è stata pubblicata dall’associazione Sacra Fraternitas Aurigarum Urbis, della quale era cappellano.

Fino all’anno scorso, prima dell’emergenza pandemica, ha continuato a scrivere articoli e saggi, e a inviarli ai suoi lettori e corrispondenti, anche senza richiesta e senza prezzo, solo con la richiesta di preghiere e, se era possibile, di contributi, anche minimi, per la sua associazione e la sua casa editrice; suoi temi prediletti furono la ricerca e la denuncia della gnosi e del neognosticismo, fondamentale per capire la crisi della Chiesa, della società, delle nazioni, e lo studio della sacralità delle realtà temporali, tema profondo e ancora più attuale nell’epoca desacralizzata di oggi.

Lo ricordo con affetto non solo per la sua opera, ma perché riprese e pubblicò presso le proprie edizioni, spedendo poi il tutto assieme ai libri che mandava ai suoi lettori, la recensione che scrissi al suo bel volume “Statisti cattolici europei” per il sito “Domus Europa”, uno dei siti con cui ho collaborato, e lo ricordo anche per le sue lettere e le telefonate che ci scambiammo, io, giovane neolaureato e praticante, e lui, anziano e grande studioso! Anche per questo voglio ricordarlo.

Al mondo cattolico mancherà molto la sua penna e la sua lucida analisi sull’attualità, profonda e per nulla banale; mancherà soprattutto per il fatto che anche il mondo cattolico tradizionale e di reazione sembra esso stesso entrato in crisi, e certamente penne come la sua aiutavano a tenere dritta la barra e non cadere nei toni urlati e nella superficialità.

Ci rimarrà però la sua corposa opera, e avremo soprattutto un nuovo amico che pregherà per noi.

Eterna memoria, e grazie!


 

15 marzo 2020

Non dovevamo dare la Messa per scontata


di Roberto de Albentiis
Nel Vangelo leggiamo che Gesù, su esempio di Mosè ed Elia, con i quali poi apparve durante la Trasfigurazione il cui Vangelo ascoltiamo nella seconda Domenica di Quaresima, digiunò per 40 giorni: fu un digiuno completo, nel deserto, al termine del quale ebbe fame e sete e venne il demonio a tentarLo.
Anche Gesù provò la solitudine e l’abbandono, appunto nel deserto prima che nel Getsemani e poi sulla Croce, ma del resto Lui non ci ha mai detto che le cose sarebbero state facili, prefigurandoci anzi persecuzioni e divisioni fin dentro casa; Lo dobbiamo seguire sulla Croce, è condizione per seguirLo ed essere perfetti.

E proprio alla vigilia di questa terza Domenica di Quaresima, dedicata nel rito greco alla speciale contemplazione della Santa Croce, che viene messa al centro delle chiese e venerata, leggiamo di una notizia terribile: la Prefettura della Casa Pontificia ha disposto che le cerimonie della Settimana Santa, quantomeno quelle della Basilica Vaticana come sembra, si celebreranno senza concorso di fedeli.
Anche ragionando a mente più fredda, considerando pure le condizioni di salute del Papa, è una notizia inedita e scioccante, una vera pugnalata al cuore: anche durante le pestilenze dei secoli passati sospendevano i giubilei e i pellegrinaggi da lontano, certamente, ma non la celebrazione delle liturgie, men che meno chiudevano le chiese ai fedeli; ma anche solo leggere la notizia e, Dio non volesse, fossimo privati di tutte le celebrazioni della Settimana Santa, è veramente un essere messi in croce, per chi tiene alla propria anima, che è edificata solo dai santi sacramenti e specialmente da quelli pasquali, essendo il Triduo il centro di ogni anno liturgico, ed essendo questo, per citare Pio XII, Cristo in mezzo a noi.

Quindi, durante la Settimana più Santa dell’anno quando i fedeli devono partecipare più che in altri giorni, ci ritiriamo, chiudiamo tutto? Lasciamo i fedeli, non solo quelli ordinari, ma soprattutto malati e moribondi, senza i sacramenti? A che serve leggere durante la Quaresima il Vangelo in cui leggiamo di Gesù che guarisce i malati e perfino risuscita i morti?
Questa è una prova terribile non solo per il cambio di abitudini, o il non poter fare la spesa o andare in giro, o altre cose materiali, ma per l’assenza di conforto spirituale, invece, sì, è una prova terribile.
Certamente il buon Dio, ai Suoi eletti, dà grazie particolari per fronteggiare l’emergenza, per noi dopo decenni se non secoli di tranquillità inedita, e certamente è una Quaresima veramente stretta e forte da vivere; però anche ciò non può non portarci ad una riflessione: il buon Dio è forse così dispiaciuto e adirato nei nostri confronti che non vuole più farsi trovare da noi increduli e tiepidi? A così tanto sono arrivati i peccati del mondo e soprattutto della nostra parte di mondo?

Se guardiamo bene, non vedremmo in effetti che divorzi, convivenze, aborti, eutanasia, uso e consumo di droga, bestemmie, pornografia; ma anche senza necessariamente queste cose, che magari ad un senso di morale comune possono fare senso, non vedremmo poi che materialismo pratico a ogni rango: l’assalto ai supermercati e i lavori straordinari imposti ai corrieri, anche per accaparrarsi oggetti e merci che non ci servono, parlerebbero da soli.
Ma anche noi abbiamo le nostre colpe, anche noi “bravi” e “giusti”: se guardiamo bene dentro di noi, non vedremmo che Messe cui arriviamo tardi, o perfino saltate, Comunioni fatte male, preghiere non dette, digiuni non praticati o saltati sfruttando le eccezioni canoniche; se Atene piange, e deve piangere, Sparta però non ride.

Il Profeta Isaia fa dire attraverso di sé al buon Dio “le Mie vie non sono le vostre vie, i Miei sentieri non sono i nostri sentieri”; forse davvero non dovevamo dare per scontate le chiese aperte, i sacerdoti sempre disponibili, in generale la nostra tranquillità, materiale e perfino spirituale.
Forse dovevamo essere sempre grati al buon Dio per ciò che avevamo, e che speriamo di riavere, e pregare per chi non ne avesse: certamente beni materiali, come una casa, del cibo, un lavoro, delle cure in caso di necessità; ma anche e soprattutto beni spirituali, i sacramenti, i misteri e le ordinanze della Chiesa, veicoli di grazia invisibile.
Forse, finita questa terribile prova, in cui noi saremo provati come oro nel crogiuolo, non vedremo più le celebrazioni come un freddo dovere (perché non solo i progressisti sbagliano a vederle come un’assemblea, ma pure il fronte conservatore e tradizionalista che le vede come un dovere da espletare senza quasi più afflato spirituale erra), ma le vedremo per quello che sono: uno spazio, uno squarcio di cielo sulla terra!

Forse capiremmo ora cosa significa per i nostri fratelli africani o asiatici (pensiamo soprattutto ai cinesi, che prima ancora che con il virus vivono in stato di persecuzione e pure scisma) cosa significa avere la celebrazione poche volte al mese o addirittura all’anno; forse, anche, capiremmo chi si fa i chilometri per andare alla Messa latina lontano da casa; forse capiremmo i sedevacantisti che lo fanno più degli altri, pur non essendo d’accordo con loro né ritenendo che le loro tesi possano spiegare come uscire dalla crisi nella Chiesa; forse capiremmo pure i fratelli ortodossi, che vivono spesso una situazione di doppia lontananza geografica, nell’andare a cercare le celebrazioni.

Forse capiremmo che la Croce non è uno scherzo, o un monile, o un semplice oggetto liturgico pur importante da venerare, ma un qualcosa che dobbiamo abbracciare e percorrere.
Il buon Dio non ci abbandona, e già la tranquillità e il permanere nello stato di grazia e preghiera in questo periodo è un segno della Sua bontà per noi, uomini di poca fede che abbiamo dubitato!
Chiedevamo del resto di vivere una vera Quaresima, affascinati da esempi dei santi, libri di preghiera o manuali di storia della Liturgia? Eccoci accontentati! Ci è piaciuto, all’inizio? Beh, magari no, però si diventa santi abbracciando le penitenze e gli incomodi che ci capitano, più che scegliendoli noi, magari a nostro piacimento.
Eravamo affascinati dalle vite dei monaci e degli eremiti, che vivevano anni nel deserto non solo senza mangiare ma addirittura senza sacramenti, ricevendo la Comunione magari due volte l’anno o al termine della vita, come San Giovanni Climaco e Santa Maria Egiziaca che, sempre nel rito greco, venereremo rispettivamente nelle prossime due Domeniche? O anche, eravamo affascinati dalle vite dei martiri inglesi, giapponesi e coreani, che vissero per secoli in clandestinità senza sacerdoti? Ancora una volta, eccoci accontentati! Del resto, se Gesù ha detto agli Apostoli Giacomo e Giovanni che non erano in grado di bere il Suo Calice, non lo poteva dire a maggior ragione a noi?
Acquistiamo meriti per il Paradiso e soprattutto lo spirito e la grazia divini, approfittiamo di questo periodo per rinunciare a tutto quanto di superfluo e stressante ci distraeva e ci rovinava, e soprattutto perseveriamo; certamente il bene fatto non andrà perduto per noi e soprattutto per Dio!
Continuiamo con la preghiera per placare l’ira e soprattutto adorare e supplicare la Divina Misericordia dell’Onnipotente, Che contempleremo il Venerdì Santo e festeggeremo la Domenica in Albis, preghiamo per i governanti e i reggitori di cose e per i medici e i ricercatori che curano i malati e cercano una cura a questo morbo, e preghiamo anche per i nostri gerarchi, pastori e sacerdoti, ora più che mai, sia quelli lasciati soli sia anche quelli che lasciano soli.
Preghiamo affinché, dopo questa lunga prova dolorosa, possiamo anche noi rinascere e risorgere e cantare tutti assieme:  “Cristo è risorto dai morti, e con la Sua Morte ha calpestato la morte e ha ridato la vita a coloro che giacevano nei sepolcri”!


 

27 settembre 2019

La vera medicina di Cosma e Damiano

di Roberto De Albentiis
Di questi giorni è la notizia che la Corte Costituzionale, pronunciandosi sul caso Cappato, abbia allargato le maglie in proposito del reato di induzione al suicidio, legittimando di fatto la sua riformulazione se non abrogazione dal Codice Penale, e aprendo un ulteriore vulnus eutanasico in Italia, del quale era stato una pietra importante la legge sulle DAT del 2017, licenziata da un governo guidato dal “cattolico” Renzi, nel silenzio della CEI.

Questi tristi eventi sono il frutto di una società e di una mentalità sempre più aliena da Dio, e di una Chiesa che non sa più cosa predicare né come opporsi all’errore, preferendo a ciò il dialogo e la non condanna; del resto, molte delle leggi e delle sentenze anticristiane in Italia si sono avute con politici e giudici almeno nominalmente cattolici, certo non ripresi né dalla Chiesa né dalla propria coscienza, che da decenni, nelle chiese e nelle aule di catechismo, viene malformata da preti e catechisti, a volte in buona fede, altre volte per deliberata volontà.

Se nell’ambito giuridico e politico assistiamo al disastro, non meglio va certo nell’ambito della formazione universitaria e del mondo medico; e tuttavia, almeno da parte di medici e infermieri cattolici, possiamo assistere ad espresse opposizioni a tali leggi e sentenze, quindi non tutto è perduto. E proprio a loro si rivolge tale articolo.

Oggi, infatti, nel calendario antico si festeggiano i Santi Cosma e Damiano, medici e martiri; nel calendario moderno sono festeggiati al 26 settembre, mentre nei calendari orientali sono celebrati in altre date tra luglio, ottobre e novembre.

Fratelli gemelli originari delle province arabe romanizzate, Cosma e Damiano nacquero e crebbero in una famiglia cristiana, e decisero di studiare medicina; operavano guarigioni prodigiose ed esercitavano gratuitamente la loro arte medica, rifiutando i pagamenti, e venendo per questo chiamati Anargiri, ovvero, dal greco, “nemici dell’argento/del denaro”. Molti altri santi medici e martiri vennero chiamati in questo modo, a mostrare lo stile del medico cristiano, totalmente disinteressato e amante solo dei suoi pazienti.

Scoppiata la persecuzione dell'Imperatore Diocleziano, vennero arrestati e torturati e, infine, decapitati, assieme ai loro fratelli minori e discepoli Antimo, Leonzio ed Euprepio.

Il loro culto, dall’Oriente, si diffuse poi in tutto l’Occidente, e divenne uno dei più amati ed estesi della Cristianità; basiliche e santuari vennero loro dedicati, nei quali si portavano i malati per essere  guariti, mentre feste e processioni si svolgevano in loro onore, e il loro nome era inserito nel Canone Romano.

Dei Santi Cosma e Damiano, se sappiamo poco dalle loro legende e passiones, non di meno apprendiamo e conosciamo come deve comportarsi un medico cristiano, e in generale un fedele cristiano: avere confidenza in Dio, mettere a disposizione i propri talenti a servizio del prossimo senza nulla chiedere in cambio, sopportare eroicamente le sofferenze.

Siamo anni luce distanti dalla logica individualistica e utilitaristica che domina la società e la medicina di oggi; possano i Santi Cosma e Damiano pregare e proteggere i malati e le loro famiglie, i medici e gli infermieri, e soprattutto gli studenti e i laureandi in medicina, affinché non cedano alle lusinghe mondane, antiumane e antiscientifiche!

 

12 settembre 2019

Sorpresa, anche in Africa c'è sviluppo

di Roberto de Albentiis
"A sorpresa, un Paese africano, il Kenya, raggiunge un record mondiale nello sfruttamento delle energie rinnovabili". Questo l'incipit di un servizio udito al telegiornale dell'ora di pranzo di oggi. Sorge una domanda: perché "a sorpresa"?

L'Africa, come continente e nei singoli Paesi, non può essere progredita e sviluppata, non può vantare indici e record positivi, non può non essere più solo un continente povero, sfruttato e in guerra?
Se è vero che queste situazioni ancora permangono, è anche vero che ci sono conflitti ormai conclusi, Paesi ormai sviluppati economicamente e culturalmente, organizzazioni sovranazionali e di cooperazione, una corte interafricana e due dichiarazioni africane dei diritti umani e dei popoli., perfino, ma chi lo sa?

Spesso si rimane legati ad un'immagine vecchia del continente africano, rimasta ancorata a decenni fa e ormai non più corrispondente al vero, che si apprende ancora sui libri di scuola di ogni ordine e grado e che spesso non viene più aggiornata o rivista. Spesso sono più quelli che si definiscono colti, acculturati e aperti di mente a non sapere queste cose, a stupirsi, a non aggiornarsi e a trattare, volontariamente e involontariamente, l'Africa come un eterno bambino.

Purtroppo, non conoscendo queste cose e permanendo questa mentalità, non si avrà mai una giusta ottica e visione della realtà africana, dei rapporti con i Paesi e le persone africane e della situazione migratoria...

 

11 luglio 2019

San Benedetto, Vincent Lambert e la morte dell'Europa

di Roberto de Albentiis
Prendendo spunto da una festa già celebrata da secoli nell’Ordine Benedettino, soprattutto nei monasteri francesi, Papa Paolo VI, nel 1964, inserì nel Messale romano la festa del Patrocinio di San Benedetto, contestualmente alla sua proclamazione a Patrono d’Europa; col tempo, nel calendario e rito riformati, essa divenne l’unica festa di San Benedetto, mentre nel corrispettivo tradizionale le feste erano due, a marzo e appunto a luglio.

Purtroppo quello che doveva segnare un rilancio del monachesimo e dell’identità cristiana europea, pur con i migliori voti e auspici, non ha dato i suoi frutti: l’Ordine Benedettino (o meglio, la sua componente maggioritaria, perché le abbazie tradizionali, come ad esempio quella di Le Barroux, stanno benissimo) si è trovato ad affrontare una grossa crisi; basti pensare alla figura di Rembert Weakland, uno dei membri della c.d. mafia gay e accanito riformatore iconoclasta, che era benedettino, oppure alla figura dell’ex abate di Montecassino Pietro Vittorelli, esclaustrato dopo torbide vicende di escort, droga e riciclaggio di denaro, o, infine, al fatto che del suo antico territorio la stessa Montecassino possiede ormai quello corrispondente all’Abbazia, mentre il resto è stato assegnato alla vicina diocesi di Sora.

Non parliamo nemmeno invece dell’Europa cristiana, che si ritrova ad essere un fantasma di sé stessa; uno dei continenti in cui il cristianesimo si è strutturato e da cui è partito, dopo Gerusalemme, a conquistare e civilizzare il mondo in nome di Cristo, è ridotto ad una cloaca di ateismo, laicismo e dirittumanismo. Basti pensare all’emblematica immagine della Basilica di San Benedetto a Norcia dopo il terremoto del 2016: mentre la facciata, pur pericolante, era ancora in piedi, dietro di essa tutti i muri e gli interni erano crollati, lasciando solo il vuoto. Segno, questo, tanto di una Chiesa quanto di un’Europa di cui forse sono rimaste le vestigia esterne, ma le cui vestigia interne sono irrimediabilmente crollate; di una Chiesa e di un’Europa delle quali la fede e il monachesimo erano il lievito, un lievito che era seccato ben prima del Vaticano II, che ha pur dato un colpo fatale. Perché un’Europa, ma soprattutto una Chiesa senza monaci, sono destinati ad inaridirsi; qual è il ruolo del monachesimo nella Chiesa di oggi? Dove sono i monaci e le monache, dov’è il loro particolare ed esclusivo carisma orante? Perché senza preghiera nulla potevano fare i monaci benedettini che civilizzarono l’Europa e salvarono le vestigia del mondo classico.

E per singolare coincidenza proprio oggi, 11 luglio 2019, è morto il malato francese Vincent Lambert, dopo un processo di eutanasia imposta dallo Stato francese e da alte corti francesi ed europee; non è solo la morte del povero Vincent Lambert, ma in generale dei malati e dei disabili, non più amati, curati, accuditi, nell’Europa cristiana (e pure in quella comunista, che pur era atea e materialista), ma uccisi, in nome del “diritto”, dei “diritti umani”, del “best interest”, nell’Europa liberale, democratica, dei diritti, nel “miglior mondo possibile” che ci ha garantito “80 anni di pace” (eterna?). Ma è soprattutto la morte dell’Europa, dell’Europa cristiana come la conoscevamo; non che tale atto sia il primo, ma, simbolicamente e significativamente, conferma tale morte, una morte prima spirituale che morale e materiale.

E in tale Europa non potrà aver posto nessun concetto di umanità e di carità, in generale tale Europa non potrà più essere se non ritornerà cristiana, cristiana integralmente, prima ancora nella mentalità e nella società che nelle leggi, che sono solo l’ultima conseguenza di ciò; e il sovranismo, pur rappresentando una reazione e un ritorno al buon senso dopo decenni (se non secoli) di liberalismo, non è una soluzione piena e integrale, poiché essa è solo nel cristianesimo. Ma anche il cristianesimo, come ridotto oggi, a mero livello sociale, orizzontale, umanistico e antropocentrico, quale alternativa può rappresentare? In una Chiesa in cui non sono più presenti (e da molto, da ben prima del Vaticano II, che ha rappresentato il culmine di tale processo) l’ascetismo e il monachesimo, in cui non è presente la sua parte orientale (e ci si ricordi che San Basilio, uno degli iniziatori del monachesimo bizantino e cappadoce, è l’unico e più citato Padre da parte di San Benedetto nella sua Regola), cosa potrà esserci ancora di buono?



 

01 luglio 2019

Il Sangue di Cristo e la fratellanza e l’uguaglianza davanti al Padre

di Roberto de Albentiis
Terminato giugno, mese del Sacro Cuore, inizia oggi luglio, mese del Preziosissimo Sangue, al cui vertice, al 1° luglio, sta proprio l’omonima Solennità; in realtà, stiamo parlando, ovviamente, del calendario e del rito antico, ché dal calendario moderno tale festa è sparita, assieme a tante altre, mentre nella liturgia è stata accorpata al Corpus Domini, perdendo in qualche modo la specifica funzione di meditare e far meditare sulla Redenzione e l’Espiazione cruenta di Gesù Redentore per noi.

Se certamente il culto del Sangue di Cristo è antichissimo (basti pensare alle pagine di San Giovanni Evangelista nell’Apocalisse, in cui parla delle candide vesti dei martiri lavate nel “Sangue dell’Agnello”, o alle pagine di San Paolo Apostolo sul Sangue del Signore, sia quello del Calvario che quello delle prime Messe, Che dobbiamo assumere in stato di grazia!), esso cominciò a svilupparsi particolarmente nel Medioevo anche grazie ad alcuni miracoli eucaristici (come quelli di Trani o Ferrara), alla riflessione dei Padri e alle esperienze dei Mistici (San Bernardo, San Bonaventura e San Tommaso, le due sante Caterina da Genova e da Bologna); e tuttavia, anche a seguito degli sconvolgimenti portati dall’illuminismo, dalla Rivoluzione Francese e dalle prime guerre civili europee (particolarmente in Spagna, Italia, Francia, Paesi cattolici in cui le forze sovversive lavoravano alacremente), i Papi, da Pio IX in poi, cercarono di rafforzare e diffondere tale devozione, che a livello storico moderno nasce nel XIX secolo, e forse per questo non si è riuscita ad imporre fortemente come quella, peraltro collegata, del Sacro Cuore di Gesù. E certamente l’averne soppresso la festa e in generale aver scoraggiato le devozioni negli anni ’60 e ’70 non ha di sicuro aiutato il consolidarsi di tale devozione…

Tuttavia, in questi ultimi anni, si è assistito ad una sorta di volontà di riappropriazione, da parte dei fedeli cattolici, di quanto era stato loro rubato inopinatamente, anche e soprattutto da parte di chi, per ragioni anagrafiche, non può avere conosciuto la Chiesa “di prima”; lo scrivente è uno di questi. E d’altronde l’enorme diffusione della devozione alla Divina Misericordia, favorita da San Giovanni Paolo II, ha in qualche modo contribuito a ricalibrare il punto e il centro sul Sangue di Gesù, Sangue Che fuoriesce assieme all’Acqua dal Suo Cuore.
Come Pio IX propose questa devozione, peraltro antica come detto (secondo una tradizione e una leggenda, sarebbe stata addirittura la Madonna Stessa a raccogliere, in panni divenuti poi reliquie, il Sangue versato da Suo Figlio sul Calvario e sulla Croce!), per far fronte alla freddezza e aridità spirituale del popolo cattolico, stremato dalla diffusione di errori filosofici e dai conseguenti sconvolgimenti sociali e politici, così anche noi possiamo ricorrervi: il pensiero delle sofferenze e più ancora dell’amore di Gesù per noi non può che muoverci a conversione, penitenza, cambiamento, miglioramento.

I preti moderni avrebbero una grande “arma” nel Sangue di Gesù: quelli comunque buoni, perché ci sono, per risvegliare le coscienze ed edificare il loro gregge, gregge che non è sciocco ed è anzi sensibile a ciò che è bello ed è spirituale e tradizionale; quelli ideologizzati, iconoclasti e politicizzati, che, un tempo marxisteggianti, oggi per la maggiore sono pro-migranti, potrebbero quantomeno parlarne e utilizzare (Dio perdoni e il lettore intenda bene) tale devozione per spronare i fedeli ad amare i migranti, e per elevare almeno un pochino il basso livello del dibattito ecclesiale immigrazioni sta. (ma stiamo pur certi che i secondi non lo faranno mai, troppo ignoranti o troppo aridi come sono)

Sì, perché in Cristo, nel Suo Sangue, non vi sono differenze: non di razza o etnia, non di nazione o popolo, non di sesso, non di lavoro o condizione sociale o personale, non di religione, perché per tutti Cristo ha versato, fino all’ultima goccia, anche dopo morto con la lanciata di Longino, e perfino dopo l’Ascensione in ogni Santa Messa, il Suo santo Sangue; anche se non tutti ne godranno, ma solo molti, Egli comunque Lo ha offerto e versato per noi!

A Messa, guardiamo anche solo le ampolline e il cucchiaino, contempliamo il calice dopo la consacrazione, e, soprattutto, quando è il momento, avviciniamoci all’Ostia santa e riceviamo Gesù con devozione: anche se i fedeli di rito occidentale si comunicano solo con il pane e non con il vino, quantunque in alcune chiese si concede anche il secondo, pensiamo che l’Ostia è il vero Corpo di Gesù, e se è vero e vivente Corpo, contiene anche il Sangue, e quindi possiamo abbeverarci di Esso!
Riflettiamo ancora sulle aspre sofferenze di Gesù nella Sua Passione (e anche per questo forse il clero moderno non parla del Preziosissimo Sangue di Gesù, perché sarebbe costretto a pensare e parlare di un Gesù non edulcorato o buonista, ma di Colui che ha dato la Sua vita per noi), e lodiamo anche Dio per averci fatto nascere nella Chiesa Cattolica, l’unica che ha, con il sacerdozio e la transustanziazione, il vero Corpo e Sangue di Gesù! I protestanti, pur comunque devoti e innamorati, a loro modo, di Gesù Redentore e del Suo Sangue, come cantano anche in bei canti, non avendo il sacerdozio non hanno quindi neanche l’Eucaristia o la Confessione, e non possono quindi abbeverarsi del reale Sangue di Gesù nella Messa né possono ricorrere allo spirituale Sangue di Gesù nella confessione; anche per loro e per la loro conversione, affinchè possano anch’essi gustare e vedere la bontà soave del Signore, preghiamo e comunichiamoci volentieri!


 

28 giugno 2019

Sacro Cuore di Gesù, ritorna!

di Roberto de Albentiis
Oggi, terzo venerdì dopo Pentecoste, venerdì nella e dopo l’Ottava del Corpus Domini, si festeggia solennemente il Sacro Cuore di Gesù, che in qualche modo chiude il ciclo di grandi feste pasquali e pentecostali; quest’anno, poi, essendo la Pasqua caduta nella parte finale di aprile, la festa odierna è capitata alla fine del mese di giugno, quasi a coronamento del mese ad Esso dedicato, nella vigilia della festa dei Santi Pietro e Paolo (29 giugno) e a pochi giorni dalla solenne festa del Preziosissimo Sangue (1° luglio), Sangue di Cui il Sacro Cuore è pieno, e le quali devozioni sono intimamente connesse e collegate.

Questo perché, del resto, Cristo è il centro, di tutto: della storia umana, delle sacre scritture, della vita liturgica della Chiesa e personale dei fedeli. Singolarmente, in quest’anno, possiamo davvero ammirare la centralità del Cristo nell’anno liturgico, che, del resto, rappresentava Cristo in mezzo a noi e alla Chiesa, per citare Pio XII.
Giugno è il mese che, tradizionalmente, la pietà popolare dei fedeli e poi la Chiesa hanno dedicato specialmente al culto e alla devozione al Sacro Cuore, e se certamente l’aggiornamento degli ultimi decenni ha indebolito molto l’attenzione a queste pratiche “antiquate”, non di meno i fedeli vi sono rimasti comunque attaccati.

Purtroppo, da molti anni, in questo mondo sempre più disastrato e lontano da Dio, giugno è diventato il mese dell’orgoglio LGBT; questo mondo e questa ideologia (i quali peraltro non rappresentano tutti gli omosessuali) si sono appropriati di questo mese, passando gradualmente dagli ultimi giorni, in ricordo dei fatti dello Stonewall Inn di New York del 28 giugno 1969, in cui la comunità gay cittadina si ribellò alla polizia, a comprendere l’intero mese, trasformato ormai in una sorta di Gay Pride e di vacanza permanente, non disdegnando peraltro puntate anche nei mesi di maggio, luglio e perfino settembre (in una sorta di orgia non stop).

E almeno in Italia, proprio in questi giorni, è scoppiato un incredibile scandalo (che, con quelli relativi alla sanità regionale, alla magistratura e al mondo universitario, pare veramente mostrare la vacuità, la corruzione e la putrescenza di un mondo senza Dio, di un mondo da cui Dio e l’idea di dovere, di servizio, di benevolenza divina da richiedere e guadagnarsi evitando il male e il malaffare sono stati cacciati), riguardante istituzioni locali, psicologi e assistenti sociali e in buona parte, ma non lo si vuole dire, mondo arcobaleno: mi riferisco ovviamente ai fatti di Reggio Emilia, in cui le visite sociali, pediatriche e psicologiche sono state condotte in maniera così deficitaria e arbitraria per smembrare famiglie naturali e favorire famiglie affidatarie (compresi proprietari di sexy shop, coppie gay e abusatori) da aver distrutto le vite di famiglie e minori, non solo allontanati gli uni dagli altri ma, in certi casi, vittime pure di orribili abusi.

Chi si stupisce dei fatti di Reggio Emilia dimentica, o probabilmente non sa - grazie anche alla sapiente opera dovuta all'egemonia mediatica, culturale e morale di certa parte politica -, dei fatti della Bassa Modenese, dove innocenti famiglie e comunità vennero accusate di abusi pedofili e smembrate (ad opera, come poi si è scoperto, delle medesime personalità e associazioni, vedi qui), o peggio di tutti del Forteto (sul quale tanto si è scritto), dove invece i pedofili veri venivano coperti e incoraggiati e ad essi venivano impunemente affidati minori; in tutti e tre i casi (dall'Umbria vi si potrebbe aggiungere un quarto caso, quello del Piccolo Carro), avvenuti in Regioni e amministrazioni c.d. "rosse" vi si possono rilevare alcuni tratti comuni: la svalutazione della famiglia naturale in primo luogo e poi della comunità locale in favore di famiglie affidatarie e di grandi comuni o associazioni; l'abuso della scuola, vista e usata come agenzia di propaganda; lo stretto legame tra istituzioni (dai Comuni alle Regioni e Provincie), enti locali, servizi sociali e magistratura nel perpetrare tali disegni, di distruzione delle famiglie o di favoreggiamento di bande pedofile. Ora tale sistema di potere decennale sta crollando, e stanno venendo fuori vari scandali, e quelli peggiori non sono le ruberie e le lottizzazioni nell'ambito dei servizi o degli istituti di credito locali, pur presenti e gravi, ma questi.

E il mondo arcobaleno? Beh, è coinvolto, e questo spiegherebbe pure la prudenza, insolita in casi simili (peggio se si parla di sacerdoti, colpevoli o non colpevoli poi che siano), con cui si sta trattando la vicenda: sì, perché una delle arrestate, militante LGBT, ha favorito l’affido di bambini a coppie gay per mero spirito di corpo e ideologico. Chiaramente non tutte le coppie o le persone omosessuali sono coinvolte in queste turpitudini, ma il discorso diventa politico e giuridico quando vengono favoriti questi affidi, o quando tali coppie, e soprattutto tali ideologie, vengono sistematicamente gonfiate e pompate dalla stampa. E chissà quali altri crimini e menzogne avranno riguardato altri affidi o, dove è legale, altre adozioni gay…

Come non bastasse gli indagati e arrestati erano tutti pro-gender e pro-arcobaleno, a favore dell’immigrazione, per la laicità e contro i simboli religiosi o la Chiesa stessa, dediti alla critica fino all’insulto dell’odiato mondo cattolico (e ci si ricordi che le famiglie della Bassa Modenese erano semplici famiglie cattoliche, rovinate per sempre, e, anche, ci si ricordi di Padre Giorgio Govoni, loro parroco, falsamente accusato e morto di crepacuore); sono questi i “welcome refugees”, gli “stay human”, i “love is love” (ma poi, qualche slogan o frase in italiano no, fa brutto, è fascista?), sono questi quelli che sono contro la famiglia, la comunità locale, la parrocchia. Dei veri mostri rivestiti di colori sgargianti, ma che mostri sono e rimangono. E se ovviamente può purtroppo capitare che esistano famiglie disfunzionali o sacerdoti abusatori, essi però rappresentano una eccezione patologica del caso, mentre ben diverso è invece il discorso di falsi abusi (inventati e creati con la tecnica psicologica dello “svelamento progressivo”), di menzogne ed errori giudiziari, di famiglie smembrate e ricomposte come fossero lego e di coppie gay elevate contro la famiglia naturale per ideologia.

Riprendiamoci, quindi, giugno, che è mese del Sacro Cuore e basta, così come il tempo, la vita, la natura, sono di Dio e di nessun’altro; il mondo è sempre stato un cattivo pagatore, è sempre stato lontano da Dio (e Gesù nel Vangelo indica il mondo con due accezioni, la prima come insieme degli uomini amati da Lui e dal Suo Sacro Cuore, la seconda come insieme degli uomini e delle istituzioni, sotto il diavolo – ma che Lui ha vinto! – che si ergono contro la Redenzione e contro la Chiesa), eppure mai come in questi ultimi decenni il mondo è parso tanto alieno, contrario, nemico, non solo di Dio, ma perfino della natura e del buon senso, e proprio questo rende la nostra epoca peggiore perfino del paganesimo antico, anche di quello molle e decadente.

Ritorna, Signore, ritorni il Tuo Cuore! Ritorna nella Chiesa, che fondasti per diffondere il Tuo Vangelo e dare la Tua Grazia attraverso i Sacramenti, e non per essere una parodia di ong o di organizzazione internazionale; ritorna nella società, nel mondo del lavoro, della scuola e dell’infanzia, delle famiglie, delle leggi e della giustizia, che senza di Te si stanno sfaldando e stanno sprofondando; ritorna nelle nostre vite, perché siamo noi per primi i colpevoli, siamo noi per primi ad abbandonarTi, e la decadenza del mondo e della Chiesa è coerente conseguenza di questo abbandono e di queste infedeltà. Sii il Redentore e il Re di tutti noi, si diffonda il Tuo amore, l’unico vero amore, e ricompaia in cielo l’arcobaleno come segno di pace e alleanza tra uomo e Dio e non come segno di vivere senza o addirittura contro di Lui!


 

18 aprile 2019

Egidio Bullesi, il giovane venerabile istriano

di Roberto de Albentiis
Il 25 aprile 1929, novant’anni fa, tornava a Casa Egidio Bulesich, poi italianizzato in Egidio Bullesi, giovane ragazzo di Pola, in quella che sarebbe stata l’Istria italiana; la sua fu una vita breve (23 anni appena), ma ben spesa, carica di fede e di buone azioni. Giovane operaio dei cantieri navali di Pola, animato da ardente fede, desiderava portarla ai suoi compagni di lavoro e coetanei, e per questo, quando durante un pellegrinaggio a Roma conobbe gli scout cattolici dell’ASCI, ne rimase folgorato, e decise di fondare un gruppo dell’ASCI nella sua città, che fiorì e prosperò fino alla soppressione dovuta alle leggi speciali del regime fascista; in seguito a ciò, e allo studio della vita di San Francesco e grazie all’incontro con alcuni frati francescani, decise di seguire del Serafico Patriarca nel mondo, divenendo terziario francescano.

Lasciata Pola per adempiere il servizio militare, si arruolò in Marina, sulla nave da battaglia “Dante Alighieri”, e qui organizzò un gruppo di riflessione e preghiera con i suoi commilitoni. Terminato infine il servizio di leva, nel 1927 trovò lavoro come disegnatore tecnico presso i cantieri navali di Monfalcone, e nella stessa città si dedicava con forza all’assistenza delle famiglie povere ed emarginate e all’educazione dei bambini e dei ragazzi analfabeti, ma al termine dell’anno si ammalò di tubercolosi, malattia accettata con grande serenità e che lo porterà all’incontro con la morte il 25 aprile 1929.

Egidio Bullesi, scout e francescano, buon cristiano e buon cittadino, è un esempio incarnato di scoutismo di ieri, e lo è ancora per l’oggi; è un magnifico esempio di fede viva, gioiosa e incarnata, che pur in un contesto temporale e sociale diverso, può ancora dire molto a noi, e soprattutto a chi è giovane o impegnato con l’educazione dei giovani.

“La mia vita segue una stella”, scriveva, e basta questa frase per introdurci alla sua spiritualità e nella sua interiorità; se le stelle erano e in fondo ancora sono indispensabili al marinaio, all’esploratore e al viaggiatore, lo sono in realtà per qualsiasi cristiano, che è homo viator. Ancora, “Sento che è necessario infiammare i giovani e avviarli all’apostolato”, scrive, stilando un programma non passivo o da spettatore, ma attivo e dinamico, e, soprattutto, “questa vita è tanto bella e quindi perché rattristarci? Allegria, sempre allegri, ma nel Signore”; sembra di sentire B.-P., il fondatore degli scout, e soprattutto San Francesco, Frate Francesco, e San Filippo Neri, Pippo Buono, il santo della gioia. Diceva infine: “L’Italia sarà grande solo quando sarà veramente cristiana!”; meraviglioso slancio ed esempio di chi è credente e patriota, di chi promette di fare del proprio meglio per servire Dio e la Patria, la Chiesa e la Famiglia.

Rivestito con il saio francescano nel cimitero di Pola, per le note vicende della Seconda Guerra Mondiale, dell’Esodo Giuliano-Dalmata e della Guerra Fredda, si dovettero traslare le sue spoglie a Grado, nell’isola di Barbana, e dal 1974 se ne poté aprire il processo di beatificazione; San Giovanni Paolo II, nel 1997, lo ha dichiarato venerabile: potrebbe diventare il primo Beato e poi Santo dello scoutismo italiano, e certamente lo scoutismo cattolico italiano avrebbe un gran bisogno di esempi e intercessori! “Si tratta di salvare molte anime di fanciulli: si tratta di orientarle per tuta la vita verso Nostro Signore, verso il suo Cuore. Si tratta di dare all'Italia nostra la giovinezza di domani, forte e pura, colta e pia, si tratta di popolare il Cielo di Santi”, ecco come si esprimeva Egidio.
Dal 1974 è sepolto nell’Isola di Barbana, presso Grado, e proprio a Barbana, il 25 aprile di quest’anno, i francescani e gli scout italiani lo commemoreranno solennemente; ecco un appuntamento cui, se possibile, non mancare!


 

16 aprile 2019

NotreDame/1. La speranza nei giovani in ginocchio di fronte al rogo

di Roberto de Albentiis
Il 15 aprile di quest’anno, Lunedì Santo, la Cattedrale di Notre-Dame di Parigi è bruciata in un orrendo rogo, il tetto è andato in fumo e soprattutto la famosa guglia è andata perduta per sempre; quello che sembrava un principio di incendio domabile in pochi istanti si è rivelato essere catastrofico, e ha lasciato attonito il mondo per l’intera serata e nottata.

Al culmine di un anno iniziato con vandalismi e attentati incendiari contro chiese e cimiteri cattolici in tutta la Francia, Notre-Dame è bruciata; Notre-Dame, molto più di un palcoscenico suggestivo per foto turistiche o per opere letterarie e teatrali (non si può non pensare a Victor Hugo, ma non solo), ma simbolo della cattolicità della Francia, “figlia primogenita della Chiesa”, e dell’Europa, capolavoro dell’arte gotica, deposito delle reliquie (per fortuna salvate) della Corona di Spine di Cristo, punto di partenza e arrivo dei pellegrinaggi tradizionali di Pentecoste di Chartres…il suo rogo non può lasciare che attoniti! Non è solo una cattedrale, pur imponente e bella, che brucia, ma è il simbolo di un intero mondo che è come venisse meno; del resto, cosa rimane della Francia cattolica (e non solo dal Concilio Vaticano II, che pure i danni enormi li ha fatti, ma da ben prima) e dell’Europa cristiana? E come non pensare ai primi giorni della Settimana Santa, quando Cristo viene incoronato di spine – spine conservate a Parigi grazie a San Luigi IX – e ucciso per noi?

Eppure, forse, non tutto è perduto. I giovani parigini che, spontaneamente, si sono inginocchiati e messi a piangere e pregare davanti alla cattedrale di Notre-Dame in fiamme, rappresentano la vera e migliore Europa, quella millenaria e secolare, rappresentano il poco ma persistente bene rimasto nell'Europa moderna individualista, consumista, progressista, nichilista e atea; fin quando queste persone e la loro fede esisteranno, l'Europa non sarà del tutto persa e condannata come meriterebbe.

E però, invece, i politici francesi ed europei che in Notre-Dame vedono invece un mero simbolo culturale o turistico o letterario, senza alcun riferimento alla fede che l'ha costruita e che ha costruito l'Europa, che sostanzialmente disprezzano, e gli intellettuali e gli scribacchini spregiatori del Medioevo che dovrebbero esserne l'ispirazione "culturale", rappresentano invece l'altra Europa in questione, quella che ne ha usurpato il nome e preso il posto, quella per cui davvero non si dovrebbe fare più niente; legati a questi vi sono gli arabi e musulmani, dotati di "cittadinanza" francese, che hanno accolto con reazioni ridanciane il rogo della cattedrale: questi (singoli e in massa imbecilli, ovviamente, perchè ci sono pure ovviamente musulmani che hanno accolto con tristezza questa notizia e che rispettano l'Europa, e di cui bisogna parlare per non creare generalizzazioni), assieme alla seconda e terza categoria di persone che per stupido multiculturalismo li hanno fatti entrare, rappresentano il fallimento dell'"integrazione" e del multiculturalismo, sono degli sradicati senza radici e rispetto, che non possono che odiare il Paese che pure li ha accolti e ha offerto loro, indebitamente, molto più del dovuto, che non sono e non saranno mai francesi ed europei, e che sono peraltro in buona compagnia con i tanti francesi ed europei (forse anche nominalmente cristiani) nati e cresciuti nel disprezzo delle loro radici storiche, culturali e religiose cristiane, siano essi nichilisti fluidi arcobaleno o supposti etnonazionalisti neopagani, ma parimenti stupidi ed entrambi contenti per il rogo di Notre Dame.

I primi, in quanto eredi, forse anche non degni (ma siamo noi di oggi degni del nostro passato?), ma che con un singolo atto si sono riscattati, in quanto radicati in secoli e millenni di storia, sono i veri figli d'Europa e i veri europei, questione di sangue e soprattutto di fede e identità; gli altri, in quanto privi e perfino distruttori di radici, non rappresentano che il nulla cosmico di questa epoca vuota, e della quale non resterà niente.

Se abbiamo visto gente che magari non metteva piede in chiesa da anni e forse non ce l’ha mai messo disperarsi e pregare, se abbiamo visto, come accennato (accanto a correligionari idioti), musulmani che si sono stretti in cordoglio con i francesi e i cattolici, forse non tutto è perduto, così come un ulteriore bel frutto di questa pur immane tragedia è il vedere i fratelli separati ortodossi struggersi per il rogo di Notre-Dame, cattedrale comunque occidentale, ed esultare per la salvezza delle reliquie della Passione di Cristo ivi conservate (che arrivarono dall’Oriente nel contesto delle Crociate, non molto amate dagli ortodossi). Solo Dio sa e può trarre il bene dal male, e forse anche in questa apocalisse di fuoco possiamo trovare la forza di farci domande, pentirci, tornare sui nostri passi e su quelli di Dio.
Forse la salvezza nostra personale e poi quella della Chiesa e dell’Europa passa da queste tragedie, come del resto la salvezza del genere umano passò da quella vera tragedia che fu il Venerdì Santo; ricordiamoci, poi, che dopo il Venerdì Santo trionfa Cristo con la Pasqua di Resurrezione, ed è lo stesso destino che può attendere anche noi, se lo vogliamo e se ci affidiamo a Lui!


 

23 febbraio 2019

Una visita al Tempio mormone di Roma

di Roberto de Albentiis
Venerdì scorso, assieme, tra gli altri, ad uno dei redattori di “Campari & de Maistre”, mi sono recato con amici in visita al Tempio mormone di Roma, l’ultimo arrivato ma allo stesso tempo il più grande in Europa di questa singolare confessione cristiana, la Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni, informalmente conosciuta come Chiesa Mormone; molti non la conoscono, molti altri la legano, ora giustamente ora no, ai giovani missionari in camicia bianca e cravatta e targhette nere che vanno a due a due, ai pionieri con carretto dello Utah, alla (passata) poligamia, eppure, con i loro quasi 20 milioni di fedeli nel mondo, 20mila in Italia e di questi 5mila a Roma, destinati ad una rapida crescita, la presenza di questa relativamente recente confessione, nata nel XIX secolo negli States, impone di rifletterci sopra e di farci i conti.

Viste anche alcune reazioni, ora divertite ora stupite o addirittura preoccupate, voglio subito tranquillizzare i lettori: sono sufficientemente convinto della giustezza e dell’ortodossia della mia fede da non temere il confronto (o, in certi casi, per chi mi conosce, la battaglia) con chi la pensa o crede diversamente da me; e poi, non potrei mai rinunciare alla Chiesa, al Papa, all’Eucaristia e alla Confessione, a Maria Santissima, al Rosario e alla Coroncina della Divina Misericordia e, anche, dato che i nostri amici mormoni non ne bevono, al caffè, meglio se espresso, e al vino e alla birra!

Una brevissima e non esaustiva premessa sui mormoni: con questo nome informale si indicano i fedeli della Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni, una confessione cristiana nata dalla predicazione di Joseph Smith che crede di essere la restaurazione del cristianesimo primitivo; la caratteristica principale è data dal canone delle Scritture aperto (difatti accolgono oltre alla Bibbia il Libro di Mormon e altri libri) e dal principio della rivelazione continua (i fedeli ma soprattutto il Presidente della Chiesa, con la preghiera, possono avere continue rivelazioni, l’ultima delle quali, negli anni ’70, ha riguardato l’apertura del loro sacerdozio alle persone di colore).
Se certamente questa confessione, nata nell’ambito del protestantesimo (e nonostante ciò non definibile protestante tout court), è eretica, non si può però non notare alcuni punti comuni per noi cattolici interessanti: il concentrarsi sull’essere l’unica Chiesa di Cristo, l’importanza data all’apostolicità e all’autorità della Chiesa e delle sue autorità, il numero di sette Sacramenti (che loro chiamano Ordinanze), l’importanza data al sacerdozio, la preghiera per i defunti (una cosa aborrita dai protestanti classici). Inoltre, Joseph Smith disse che la Chiesa Cattolica era la più vicina alla verità (ovviamente, per loro, il mormonismo), e Brigham Young, successore di Smith, quando fondò lo Stato dello Utah chiuse le porte del territorio ai protestanti, responsabili dell’uccisione violenta di Smith e delle persecuzioni contro i mormoni, e le aprì ai cattolici! Questo non rende ovviamente i mormoni cattolici, ma certamente siamo ben lontani dall’astio e dalla grossolaneria evangelica e geovista contro noi cattolici.

Nel culto dei mormoni grande importanza hanno i Templi; affini, ma solo superficialmente, alle nostre Cattedrali, in confronto alle nostre chiese e cappelle, sono i luoghi di culto principali dei mormoni, in cui celebrare sacramenti particolari come il matrimonio eterno, il battesimo vicario per i defunti, l’investitura. I Templi sono chiusi ai non mormoni, ma sono aperti alla visita esclusivamente prima della dedicazione o ridedicazione, e proprio per questo io e altri abbiamo approfittato di questi momenti per visitarlo, quantomeno per interesse storico e culturale.

La visita e l’ambiente non lasciano indifferenti; se non si può parlare di sacralità (il Tempio, diviso in più piani e più stanze dedicati ai diversi sacramenti, diverso quindi da una Cattedrale a una o più navate), non di meno non si può dire che sia suggestivo: il Tempio è un profluvio di marmi, stucchi, affreschi, ori, e la struttura, da fuori, rimanda vagamente alle altezze gotiche. Certamente è più simile ad un albergo extralusso (l’unica sala che esprime una certa ieraticità è quella dedicata ai battesimi, con un grande battistero in marmo piantato su dodici tori di bronzo simboleggianti le dodici tribù di Israele) che non ad una nostra chiesa, però, c’è da chiedersi, perché, allora, non siamo più noi cattolici a dedicare soldi ed energie, e materiali pregiati, alla costruzione di chiese e santuari? Lo fanno gli acattolici, credendo di essere loro la vera Chiesa, e non lo facciamo noi cattolici, che siamo la vera Chiesa?

Un’altra nota interessante è stata la grande quantità di gente che ha assistito, divisa in gruppi, alle visite guidate, e soprattutto le domande che molti, presumo cattolici, hanno fatto non solo sulle credenze e le ordinanze dei mormoni, ma anche sulle celebrazioni e gli orari delle chiese aperte a tutti; questa gente, in maggioranza cattolica nominale, andrà forse alle celebrazioni domenicali mormoni (invero, non molto diverse da quelle protestanti classiche), ma cosa vuol dire ciò? Non vuole forse dire che queste persone, magari in buona fede, disilluse, non trovano più Gesù Cristo nella Chiesa Cattolica e nelle sue liturgie? Il sacro tolto dalla liturgia cattolica (il latino, l’incenso, i cancelli delle balaustre e le porte regali delle iconostasi) rientra prepotentemente, nella voglia dei fedeli, nelle ordinanze riservate celebrate nei Templi mormoni, cui solo i mormoni possono assistere (cosa, questa, che rimanda al passato apostolico della Chiesa, in cui solo i fedeli battezzati e comunicanti potevano assistere alla liturgia, e che poi si è persa nel tempo e di cui sono rimaste alcune tracce liturgiche).

Una fede umanizzata e antropocentrica, come è quella cattolica dopo decenni di aggiornamento, non può che condurre molti all’ateismo o, anche, all’abbandono della Chiesa per gli scismatici (che comunque mantengono ortodossia di catechismo e validità dei sacramenti e della successione apostolica) o, peggio, per gli evangelici, i geovisti (i quali, negando la Trinità e la Divinità di Cristo, NON sono cristiani) e, appunto, i mormoni; i fedeli, le persone, hanno voglia, hanno fame e sete di Cristo, ora più che mai in un mondo così fluido e turbolento come questo, e cosa fanno i nostri pastori, tanto da spingerli a cercare altrove? Personalmente non ho paura dei mormoni, che ritengo pure interessanti dal punto di vista storico e teologico, né mi fanno paura le loro chiese e i loro Templi; mi fanno invece impressione i nostri sacerdoti che non sanno più comunicare l’ortodossia e la verità della fede cattolica (la nostra, che non ha bisogno di restaurazioni, chè è in giro per il mondo da 2000 anni), le nostre liturgie piatte e assembleari, il nostro orizzonte troncato e rivolto solo all’immanente e non più all’eterno e al celeste. Torniamo alla preghiera, all’ascesi, alla mistica e al mistero, e non ci sarà bisogno di Templi né di fughe.

Chiudo con qualche racconto personale, dato dai miei incontri con i fedeli mormoni: una volta, negli USA per motivi di studio, ne conobbi alcuni, e, quando entrammo in confidenza, parlammo anche delle nostre fedi, e uno di loro, tra le altre cose, si mostrò interessato all’idea di un calendario liturgico, che non sapeva cosa fosse; una volta, invece, in Italia, un paio di anni fa, in due distinte occasioni e con due distinte coppie di missionari, riuscii a parlar loro della Messa come sacrificio (ne rimasero affascinati e commossi) e li portai all’adorazione dei Sepolcri in Cattedrale il Giovedì Santo (facemmo assieme Adorazione Eucaristica), ed entrambe le volte regalai loro immagini del Sacro Cuore e della Divina Misericordia e mi ringraziarono tanto.
Entrambi crediamo nella centralità del Paradiso e delle realtà celesti; preghiamo affinchè loro, innamorati della Chiesa vera, comprendano che la vera Chiesa è quella cattolica!


 

30 ottobre 2018

Consigli cinematografici e sacramentali

di Roberto de Albentiis
Dopo un lungo periodo di assenza, torno sulle pagine di Campari&deMaistre, e anche, dopo molto tempo, torno ad uno dei miei passatempi preferiti, il cinema; necessitando un momento di stacco e di relax per via dei miei vari impegni di studio (per i quali chiedo anzi al buon lettore una preghiera, di cui c’è sempre bisogno), decido di accettare la proposta di una serata cena-cinema con amici. Film di stasera, “7 sconosciuti a El Royale” (in inglese, “Bad times at El Royale”), scelto come film tamarro e disimpegnato, si rivela invece una piacevole sorpresa, non solo per l’ottimo ritmo e scenografia, ma anche per alcuni inaspettati temi sacrali.

In un isolato albergo degli Stati Uniti, posto esattamente al confine tra California e Nevada, “El Royale” che fornisce il nome al film, si ritrovano, in una desolata giornata dell’America degli anni ’70, alcuni strani personaggi, ciascuno dei quali sembra portarsi un segreto e una sofferenza: il misterioso e sfrontato Laramie Seymour Sullivan, la malinconia Darlene Sweet e il gioviale sacerdote (ma lo sarà davvero?) cattolico Padre Daniel Flynn; via via, faremo la conoscenza delle sorelle Summerspring, del timido Miles Miller e del feroce Billy Lee.

Nessuno di loro è ciò che sembra, e i cattivi si riveleranno buoni o assimilabili ai buoni, e quelli che sembravano buoni si riveleranno molto più oscuri del previsto; tra Padre Flynn e Marlene sembrerà nascere una strana intesa, così come tra Padre Flynn e il giovane Miles, desideroso di confessarsi e liberarsi dai suoi enormi pesi di coscienza. Ma sarà il morboso e complicato rapporto tra le sorelle Summerspring e Billy Lee a complicare il tutto.

In un ritmo sempre più incalzante, in un albergo che in qualche modo rimanda al maledetto “Overlook Hotel” di kingiana e kubrickiana memoria, quantomeno per gli eventi tragici e le trame di potere che vi accadono, si arriva a scoprire il segreto di ciascuno, in un drammatico confronto finale ricco di sorprese che condurrà molti alla morte o ad un passo da essa, ma segnerà la liberazione di tre personaggi: dal passato che li insegue, per quel che riguarda Padre Flynn e Marlene, e soprattutto dai suoi peccati per quel che riguarda Miles, che riuscirà finalmente a confessarsi in un momento estremo.

Il film è ambientato nell’America degli anni ’70, in piena contestazione, tanto sociale quanto ecclesiale: il Concilio Vaticano II si è chiuso da undici anni e molte cose sono cambiate nella Chiesa; e però Padre Flynn veste ancora da prete (anche se con il clergyman, e non con la talare) e agisce da prete (anche se non tutto è come sembra, anzi!).
Soprattutto, se non mancano scene divertenti, sparatorie e violenza cinematografica, assume fin da subito importanza, prima dietro le quinte e poi via via in maniera sempre più marcata, la religione: conosciamo meglio tre dei personaggi iniziali dalla loro appartenenza religiosa (di fede battista Laramie, di fede evidentemente cattolica Padre Daniel, di fede luterana Darlene), e soprattutto l’aspetto cattolico della confessione andremo a sperimentare, in una climax ascendente che ci farà vedere un vero sacerdote (ma lo sarà davvero?) e un vero pentimento (questo reale).

Ma l’America degli anni ’70 è anche quella delle sette, delle comuni, dei nuovi movimenti religiosi: ed ecco il santone Billy Lee, che rimanda vagamente e sinistramente a Charles Manson o al reverendo Jim Jones, che imbastisce un discorso molto materialista, fauerbachiano, evemerista e marxista su Dio e la religione: è la “liberazione”, tipica di quel periodo, ma cosa succede, se non che la “liberazione” porta alla mitomania, alla schiavitù spirituale sul prossimo, infine alla violenza? L’uomo che scaccia Dio, si fa dio egli stesso, ma con quali meschini risultati!

Pur avendo tutti i personaggi un qualcosa di oscuro e tragico, solo quelli con comunque un fondo di bontà e di purezza, nonostante i loro trascorsi, si salvano, su questa terra e soprattutto in limine mortis; e uno dei momenti più commoventi del film è appunto la confessione finale a Padre Flynn, interpretata e vissuta magistralmente.
Al termine di questa recensione, vi do due consigli: andate al cinema a vedere “7 sconosciuti a El Royale” e, soprattutto, andate in chiesa a confessarvi!



 

21 giugno 2018

Giubileo di San Luigi Gonzaga: esempio per i giovani

di Roberto de Albentiis
Il 21 giugno, anniversario della sua morte nel 1591, si celebra la festa di San Luigi Gonzaga, patrono di tutti i giovani; quest’anno, in occasione dei 450 anni dalla sua nascita (1568), si celebra l’Anno Giubilare Aloisiano. Ne avete sentito parlare? Sarebbe stato bello avere una maggiore copertura di questa bella iniziativa, rimasta invero confinata e silenziosa; eppure di questo giovane santo se ne è sempre celebrata la memoria obbligatoria, tanto nel calendario antico quanto in quello moderno, e i Papi (si pensi, tra gli altri, a Giovanni Paolo II, che a Mantova ne venerò le reliquie) ne hanno sempre raccomandato la devozione e l’esempio, e come non mai, oggi, servirebbe il suo esempio!

Nato a Castiglion delle Stiviere nella nobile e potente famiglia dei Gonzaga, ancora bambino disprezzò gli onori militari e di corte e si dedicò alla penitenza e alla preghiera, nonostante fosse il primogenito e l'erede designato al trono di Mantova.
Dopo aver vinto le resistenze paterne, decise di entrare a diciassette anni nella neonata Compagnia di Gesù e si recò a Roma per entrarvi e per studiare da sacerdote; ebbe come padre e direttore spirituale San Roberto Bellarmino (feste, 13 maggio e 17 settembre) e si fece notare per la proficuità degli studi e l'intensità della vita spirituale. Scoppiata una pestilenza a Roma, si prodigò per assistere i malati e i più bisognosi, portandoli a spalla e dando personalmente loro da mangiare, ma, oramai indebolito e malato da tempo, morì pochi giorni dopo aver portato a spalla presso l'Ospedale Maggiore di Roma un appestato.

Patrono dei giovani, degli studenti, dei chierichetti e dei malati di AIDS e di chi li assiste, è rappresentato sovente in preghiera, da solo con gli strumenti della penitenza o davanti al Santissimo Sacramento, in immagini a volte un po’ dolciastre; eppure fu un santo quanto mai virile, nel pieno senso della parola! Non ebbe figli (né tantomeno squallide avventure galanti), si dice che fosse illibato (anche se i ruvidi Giuliotti e Papini lo descrissero come onanista), non combattè guerre, ma aveva la forza morale e spirituale di un patriarca o di un soldato! Solo una forte fede e un forte amore potevano spingerlo ad opporsi al padre, a re e imperatori, così come solo la forza della fede poteva spingerlo a sacrificare la sua vita per salvare un malato, uno delle tante vittime delle tante pestilenze della Roma dell’epoca.

Che cosa può insegnare San Luigi Gonzaga ai giovani? Il primato di Dio su tutto: oggi che si parla di fede fai-da-te, di cafeteria catholicism, di “sono cattolico ma…”, l’esempio di San Luigi è quanto mai luminoso. Per Dio fu pronto a sacrificare diritti dinastici, ricchezze, rapporti familiari, e proprio per il grande amore a Dio entrava nella Compagnia di Gesù, allora baluardo dell’ortodossia. Ancora, il primato della preghiera, cui San Luigi dedicava molte ore, assieme alla mortificazione.
Generazioni di bambini e di ragazzi sono cresciuti con l’immagine e l’ideale di San Luigi Gonzaga, e hanno dato alla Chiesa e alla società generazioni di sacerdoti, di monaci, di padri di famiglia e soldati, di onesti lavoratori e commercianti; che cosa rimane, oggi, che di lui non si parla quasi più?

Quest’anno, proprio in concomitanza con l’Anno Aloisiano, si aprirà l’ennesimo Sinodo straordinario della Chiesa, dedicato stavolta ai giovani; non sarebbe di per sé negativo, ma onestamente, visto l’andazzo generale della Chiesa odierna, viste le divisioni e visti gli strascichi degli ultimi Sinodi sulla famiglia, forse, era meglio rimandare l’idea. Che cosa avverrà? Si riproporrà ai giovani un forte ideale di intransigenza, di preghiera e purezza, di carità generosa? Sarebbe bello e staremo certamente a vedere, ma onestamente è lecito dubitarne; già quando si parla di santità nella Chiesa attuale è come se si parlasse una strana lingua aliena, figuriamoci se si tratta di riproporre un modello forte e quanto mai identitario cattolico come San Luigi Gonzaga!

Si arriverà ad un abbassamento ulteriore dell’ideale cristiano, ad uno sdoganamento di rapporti prematrimoniali e contraccezione (la cosa, con le continue contestazioni all’”Humanae Vitae” è nell’aria), allo sdoganamento della circolazione di idee strampalate nella Chiesa e in particolare nella gioventù? Così parrebbe e del resto speriamo di no; d’altra parte, i giovani cui la Chiesa di oggi pare rivolgersi sono quelli “lontani”. Cosa giusta in sé, ma questi lontani poi si avvicinano, o rimangono fuori? E all’opposto, che programmi ha la Chiesa per i tanti giovani che invece sono e rimangono dentro, che non accampano idee o pretese strane, che vivono senza nessun problema l’alto ideale cristiano? Spiace dirlo, ma è come se per la Chiesa di oggi non esistessero, e che anzi siano un problema. Chissà se la Chiesa di oggi avrebbe canonizzato un San Luigi Gonzaga…

Questo è un momento in cui prima ancora che nei riguardi della società, bensì soprattutto della Chiesa, è richiesto l’eroismo, è richiesta la coerenza, è richiesta la fortezza, e proprio San Luigi, con il suo insegnamento di coraggio, di abnegazione, di eroismo sacrificale prima ancora che di purezza, può esserci di esempio e di intercessione, e che lo possa essere, soprattutto in questo anno a lui dedicato!

 

03 maggio 2018

L'invenzione della Santa Croce e la Chiesa tedesca

di Roberto de Albentiis
Il 3 maggio, nel calendario antico, si celebra la festa dell’Invenzione della Croce, in cui si commemora il ritrovamento delle reliquie della Croce e del Santo Sepolcro da parte di Sant’Elena, madre di Costantino; con questa festa si voleva celebrare non solo il primario trionfo della Croce di Cristo sul paganesimo e sul giudaismo, ma anche il secondario e derivato trionfo secolare e sociale della fede, che da allora, lentamente ma progressivamente, avrebbe fondato e ispirato l’Impero e, poi, la Cristianità europea. Questa festa, cassata dalle solite riforme degli anni ’60, che non tolleravano le feste doppie e, in generale, le feste “trionfaliste”, è ancora viva in Oriente (anche se in altra data, al 6 marzo) e perfino nei calendari anglicano e luterano (!). E proprio di luterani andremo incidentalmente a parlare.

Recentemente, il governo federale bavarese (si ricordi che la Baviera è sempre stata terra cattolica, prima come regno autonomo e poi come Land, e al governo vi è costantemente andata la CSU, variante locale esplicitamente cattolica e più muscolare della CDU), guidato da un luterano, Markus Soder, ha deciso di esporre in tutti gli uffici pubblici, scolastici come politici e giudiziari, il crocifisso; certamente, in un’Europa dove dominano il secolarismo e il laicismo, dove il primo diritto è quello alle nozze gay e la CEDU stabilisce la libertà di blasfemia, non si tratta di un passo decisivo, ma fa comunque piacere sapere che qualche governo non permette l’estromissione pubblica della fede. Ribadiamo, il presidente è luterano, e sapendo sia la storia che soprattutto le abiezioni moderne del luteranesimo (l’approvazione di eutanasia, nozze gay, pasto resse lesbiche, tutte cose che farebbero storcere il naso anche a Lutero), ma chi gli si è opposto? La solita CEDU, la variante tedesca dell’UAAR, una o più obbedienze massoniche? No, niente di tutto questo; ad opporsi è stata la Conferenza Episcopale Tedesca, cattolica (almeno nominalmente).

La ricchissima Conferenza Episcopale Tedesca, tanto forte e potente quanto sostanzialmente atea, priva di fedeli, piena di idee balzane al riguardo di intercomunione, comunione ai peccatori impenitenti, aperture all’aborto e all’omosessualismo, negazione della Trinità o della Divinità di Cristo, la Conferenza Episcopale Tedesca della chiusura di centinaia di parrocchie e conventi, dei seminaristi a livello storico negativo (uno, uno!, in un anno a Treviri, città del cardinal Marx, suo capo), dalla sua forza, dai suoi magnifici risultati, osa protestare contro l’esposizione pubblica del crocifisso! Leggiamo allibiti qui : tale decisione darebbe luogo a “divisione” e “metterebbe le persone le une contro le altre”; strano, fu proprio Gesù a dire di essere venuto a portare la spada, a dividere le famiglie, a dividere le pecore dai capri, a dividere i giudei e il cattivo ladrone dalla Madonna, San Giovanni, le Pie Donne, il Buon Ladrone, così come leggiamo in San Paolo che è la Croce, il Crocifisso ad essere giudicato stoltezza e anatema dai pagani e dagli ebrei. E ricordiamo peraltro che si tratta non della croce cattolica, con la raffigurazione di Cristo Crocifisso, ma della croce luterana, vuota.

Ancora, secondo il cardinal Marx “Se la croce è solo vista come un simbolo culturale, allora non è stata capita”, ha detto. La croce è “un segno di opposizione alla violenza, all’ingiustizia, al peccato e alla morte, ma non un segno [di esclusione] contro gli altri”; è vero, la croce non è un mero simbolo culturale, è il segno del trionfo di Cristo, e proprio per questo deve essere esposta, ma, come insegnava San Giovanni Paolo II, una fede che non si fa cultura è una fede morta. No, eminenza, no, eccellenza, non vi crediamo più! La vostra non è la giusta critica ad un rendere il cristianesimo una mera cultura a scapito del suo aspetto di verità, la vostra è una resa al mondo, è un rinnegamento di Cristo; conosciamo, da anni, da decenni, le vostre malefatte, le vostre opinioni, i vostri risultati, che non più del cattolicesimo, ma manco del generico cristianesimo, hanno l’aspetto, e non possiamo, né dobbiamo né vogliamo credervi più!
Per Markus Soder, ripetiamo, luterano, la sua politica rispecchia “l’identità culturale dello Stato e l’influenza cristiano-occidentale”; Naturalmente, la croce è soprattutto un simbolo religioso“, ha detto Soder ai media tedeschi. Tuttavia, il premier ha continuato, la croce, nel senso più ampio, porta con sé anche le basi fondamentali di uno stato secolare. Interessante anche l’opinione del commentatore cattolico Birgit Kelle in un editoriale per il quotidiano “Die Welt”: “Ogni musulmano, ogni ateo e ogni altro credente può sentirsi al sicuro sotto questa croce, che non costituisce una pretesa di potere, ma un impegno a trattare ogni persona in modo uguale e dignitoso, indipendentemente dalla sua formazione, fede, capacità o sesso“; La sua presenza pubblica – che nella Baviera tradizionalmente cattolica è quasi onnipresente – va vista come tale, accolta ed apprezzata, ha affermato.

Si segnalano, tuttavia, da parte dell’episcopato, due posizioni a favore: il vescovo Rudolf Voderholzer di Ratisbona ha accolto con favore la decisione, affermando che: “La croce è il simbolo della cultura occidentale. È l’espressione di una cultura dell’amore, della compassione e dell’affermazione della vita. Appartiene alle fondamenta dell’Europa“. Parole forti, soprattutto dopo il terribile caso di Alfie Evans. Ancora, sempre l’eccellenza Voderholzer: per questo motivo, ha aggiunto, i bavaresi hanno tradizionalmente posto croci piuttosto che altri simboli in cima alle loro montagne. “Non la bandiera nazionale o altri simboli del governo umano, come altri avrebbero voluto vedere in altri momenti, ma la croce. Dovrebbe essere ampiamente visibile, la croce, segno di salvezza e di vita in cui Cristo è cielo e terra, Dio e persone riconciliate, vittime e colpevoli“.
Interessante, poi, il commento, con tanto di video, del nunzio austriaco (e anche qui, sappiamo come è messa male la Chiesa della fu cattolica Austria), che si può vedere qui  : “Come nunzio e rappresentante del Santo Padre, mi rattrista e mi vergogno che – quando si erigono croci in un paese vicino – siano proprio i vescovi e i sacerdoti a criticare questa decisione. Che vergogna! Questo non è accettabile.”

Due anni fa, su questo sito, parlavo sempre delle feste della Santa Croce, soprattutto della festa odierna dell’Invenzione e di un santo, San Ciriaco di Ancona, che si festeggia il giorno avanti, che contribuì alla scoperta e che morì infine martire; ogni epoca ha i vescovi e i santi (o non ha i santi) che si merita: San Ciriaco, e tanti altri, morirono per la Croce, Marx, i vescovi tedeschi, e pensiamo molti altri, per “dialogo” e quieto vivere, per sostanziale ateismo, la rinnegano. Ognuno segua chi più lo rappresenta, ma si badi: solo una è la via cristiana, non ne esistono più. E questa via è appunto quella della Croce.

 

08 aprile 2018

La divina misericordia e l'Inferno

di Roberto de Albentiis
Hanno fatto scalpore, di recente, le frasi attribuite al Papa da parte del solito Scalfari a proposito della distruzione delle anime dei malvagi dopo il giudizio, essendo tale dottrina notoriamente eretica (e ripresa difatti da alcune congregazioni protestanti o di derivazione protestante, come parte degli avventisti e i Testimoni di Geova), tanto che, a fronte di una notizia così grossa, perfino la solitamente dormiente Sala Stampa Vaticana ha dovuto fare una precisazione, per quanto incompleta; da decenni, e non certo da questo pontificato (anzi, Papa Francesco sovente cita il diavolo nelle sue omelie, cosa che molti chierici suoi asseriti discepoli non fanno), il diavolo è divenuto il grande assente nell’omiletica e nella catechetica (neo)cattoliche, così come dell’inferno non c’è più traccia: ciò che era uno dei famosi novissimi (assieme alla morte, al giudizio e al Paradiso) è stato fatto sparire, dicendo che era duro, inadatto al mondo moderno, che spaventava i bambini. Sarà, ma anche al tempo di Gesù, quando Egli faceva il mirabile discorso sul Pane di Vita, alcuni discepoli che poi si allontanarono dissero “Questo discorso è duro, chi potrà intenderlo?”, come, anche, bambini cresciuti con la “paura” dell’inferno sono diventati santi, come la Beata Imelda e San Domenico Savio, mentre i bambini e i ragazzi di oggi, beh, stendiamo un velo pietoso su molti di loro…

Gesù ha parlato varie volte dell’inferno, mettendoci in guardia da esso; di più, è venuto sulla terra, soffrendo le incomprensioni e infine la Passione, proprio per salvarci dall’inferno: un Gesù che non avverte e mette in guardia dall’inferno è un falso Gesù, un Gesù buonista, irenista, dialogante, in pratica un Gesù umano, non divino e non giudice, non l’unico salvatore, l’Anticristo. Si dirà, allora, come si concilia la bontà divina con l’inferno? Dante Alighieri risponde, facendo mettere sulle porte dell’inferno della sua “Commedia” queste parole: “Giustizia mosse il mio Alto Fattore”. Dopo la ribellione di Lucifero e dei demoni e la loro precipitazione e sconfitta, è proprio per loro che Dio, sommo Kosmos e Logos, prepara un luogo dove stare e non nuocere, e dove accogliere anche gli uomini che, sciagurati, cedono alle promesse del diavolo, fino a servirlo; sì, perché all’inferno non è Dio che condanna, ma è il singolo uomo che, facendo una libera scelta, sceglie la parte da servire in vita e da godere, come premio o punizione, per l’eternità dopo la morte fisica; e i gaudi del Paradiso e soprattutto le pene dell’inferno non sono metaforici, ma reali, e quindi non c’è nessuna distruzione di anime o nessun significato meramente spirituale o, peggio, nessuna inesistenza del giudizio e dei luoghi dopo la morte!
Dio non poteva non creare un luogo dove premiare i giusti e far loro godere la Sua eterna presenza (il Paradiso), un altro dove far purificare le anime giuste ancora imperfette (il Purgatorio, ma che dopo il Giudizio Finale cesserà confluendo nel Paradiso) e, infine, un altro dove dare giusta retribuzione agli uomini malvagi (l’inferno), che anche per mera ragione naturale non possono stare assieme né possono essere trattati allo stesso modo.

Nel 1935 un’umile religiosa polacca, Suor Faustina, ricevette da Gesù delle rivelazioni che completavano quelle del Sacro Cuore, ovvero la rivelazione della Divina Misericordia: nel secolo breve e sanguinoso del Novecento, tanto ateo e materialista quanto profondamente anti-umano, quasi alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, Gesù in persona si rivelava ad un’umile monaca della devota terra polacca per ricordare agli uomini quanto Dio li amasse e come la Divina Misericordia fosse l’unica ancora di salvezza. Ma Gesù ricordava anche la tremenda realtà dell’inferno: non preso da dialoghismi o pedagogie moderne, Gesù stesso faceva vedere in visione a Santa Faustina la terribile realtà dell’inferno. Ecco cosa leggiamo dal suo celebre “Diario” in data 20 ottobre 1936: “Oggi, sotto la guida di un angelo, sono stata negli abissi dell'inferno.
E un luogo di grandi tormenti per tutta la sua estensione spaventosamente grande. Queste le varie pene che ho viste: la prima pena, quella che costituisce l'inferno, è la perdita di Dio; la seconda, i continui rimorsi di coscienza; la terza, la consapevolezza che quella sorte non cambierà mai; la quarta pena è il fuoco che penetra l'anima, ma non l'annienta; è una pena terribile: è un fuoco puramente spirituale acceso dall'ira di Dio; la quinta pena è l'oscurità continua, un orribile soffocante fetore, e benché sia buio i demoni e le anime dannate si vedono fra di loro e vedono tutto il male degli altri ed il proprio; la sesta pena è la compagnia continua di satana; la settima pena è la tremenda disperazione, l'odio di Dio, le imprecazioni, le maledizioni, le bestemmie. Queste sono pene che tutti i dannati soffrono insieme, ma questa non è la fine dei tormenti. Ci sono tormenti particolari per le varie anime che sono i tormenti dei sensi. Ogni anima con quello che ha peccato viene tormentata in maniera tremenda e indescrivibile. Ci sono delle orribili caverne, voragini di tormenti, dove ogni supplizio si differenzia dall'altro. Sarei morta alla vista di quelle orribili torture, se non mi avesse sostenuta l'onnipotenza di Dio.

Il peccatore sappia che col senso col quale pecca verrà torturato per tutta l'eternità. Scrivo questo per ordine di Dio, affinché nessun'anima si giustifichi dicendo che l'inferno non c'è, oppure che nessuno c’è mai stato e nessuno sa come sia. Io, Suor Faustina, per ordine di Dio sono stata negli abissi dell'inferno, allo scopo di raccontarlo alle anime e testimoniare che l'inferno c'è. Ora non posso parlare di questo. Ho l'ordine da Dio di lasciarlo per iscritto. I demoni hanno dimostrato un grande odio contro di me, ma per ordine di Dio hanno dovuto ubbidirmi. Quello che ho scritto è una debole ombra delle cose che ho visto. Una cosa ho notato e cioè che la maggior parte delle anime che ci sono, sono anime che non credevano che ci fosse l'inferno. Quando ritornai in me, non riuscivo a riprendermi per lo spavento, al pensiero che delle anime là soffrono così tremendamente, per questo prego con maggior fervore per la conversione dei peccatori, ed invoco incessantemente la Misericordia di Dio per loro. O mio Gesù, preferisco agonizzare fino alla fine del mondo nelle più grandi torture, piuttosto che offenderTi col più piccolo peccato.”

Gesù chiese che la prima Domenica dopo Pasqua, la Domenica in Albis, venisse solennemente dedicata alla Sua Divina Misericordia, da celebrarsi con una novena preparatoria da iniziare il Venerdì Santo (significativamente, il giorno della morte di Gesù e della Sua ferita al Costato, da cui sgorgano Sangue ed Acqua “Sorgenti di Misericordia”) e con la benedizione e l’esposizione dell’immagine mostrata a Santa Faustina nelle chiese; fu San Giovanni Paolo II, altro grande figlio della terra polacca, a canonizzare suor Faustina e ad istituire la Festa della Divina Misericordia, e sotto il suo pontificato e quello di Benedetto XVI tale festa era molto sentita e celebrata, con tanto di esposizione dell’immagine nelle chiese nella Domenica in Albis, da ciò che ricordo. Oggi, invece, nonostante lo stesso Papa Francesco richiami e insista sulla Divina Misericordia, in quest’epoca di rinnovato sciattume liturgico per l’immagine, ma anche per la festa liturgica solenne non c’è più spazio; ma d’altra parte, se nella predicazione pontificia manca spesso il necessario appello alla conversione e alla rottura col peccato (quello di adulterio, ma non solo), cosa si può pretendere dai chierici? Per fortuna sono i buoni fedeli a tenere viva questa festa e soprattutto il messaggio che v’è dietro: sì, perché Gesù, a Santa Faustina, disse chiaramente che la devozione alla Divina Misericordia era “l’ultima tavola di salvezza delle anime” prima della Divina Giustizia (“Se non adoreranno la Mia Misericordia, periranno per sempre”).

Adoriamo la Divina Misericordia, allora, con il proposito di fuggire dal male, dal peccato, dall’inferno, con la novena, la consacrazione e le preghiere, con la Coroncina e la preghiera del Nome di Gesù (“Signore Gesù Cristo, Unigenito Figlio di Dio, Salvatore, abbi pietà di me peccatore”), con la complementare e primaria devozione al Sacro Cuore e soprattutto con la confessione, divino rimedio ai nostri peccati e vera fuga dall’inferno; e oggi, andiamo a Messa confessati per comunicarci, e adoriamo la Divina Misericordia per ottenerLa!

 

14 marzo 2018

Un discorso da fare

di Roberto De Albentiis
Nell’anno 2009 (sembrano passati non quasi dieci anni, ma un secolo) Mgr Brunero Gherardini, insigne esponente della scuola teologica romana venuto a mancare un anno fa, dava alle stampe il suo lavoro monografico “Concilio Ecumenico Vaticano II: un discorso da fare”, con cui si chiedeva a gran voce una revisione dei lavori di quell’assise, che ancora oggi, anzi oggi più che mai, discute, fa discutere, divide; non è rimasto molto di quell’appello, considerando anche l’abdicazione di Benedetto XVI, il primo Papa che pur timidamente, come era nel suo stile, aveva provato a superare l’ermeneutica della rottura con la Tradizione. Oggi dobbiamo invece fare un discorso a proposito di Papa Francesco.

Esattamente cinque anni fa il cardinale arcivescovo di Buenos Aires, Jorge Mario Bergoglio, gesuita di origini italiane, veniva eletto al soglio pontificio, ed esordiva con un cordiale “Buonasera” e una richiesta di preghiera per lui, richiesta che i fedeli assiepati a Piazza San Pietro esaudivano volentieri con un’Ave Maria; dalla prima sera e dai primi mesi, di curiosità, attese e speranza, siamo ormai arrivati al primo lustro, e possiamo stilare un bilancio su questo pontificato, per certi versi anomalo e inedito, per altri versi coerente, per quanto radicale, esplicazione dei sopra richiamati principi del Vaticano II, ovvero l’orizzontalismo e l’antropocentrismo.

Possiamo innanzitutto dire che Papa Francesco sia cattivo? No, non lo possiamo dopotutto dire di nessuno, men che meno di lui: ci appare come una persona alla fine semplice, e devota alla Madonna "(la sua prima visita è stata nella Basilica di Santa Maria Maggiore davanti all’icona della Salus Populi Romani, dove torna a rendere grazie ogni volta che rientra a Roma da un viaggio, e ha diffuso la devozione alla Madonna che scioglie i nodi e ha fissato la data di Maria Madre della Chiesa nel calendario Novus Ordo); possiamo però dire che il suo pontificato, anche al di là delle intenzioni, sia problematico? Con tanta tristezza ma, anche, decisione, purtroppo, chi scrive, dice di sì: questo è un pontificato problematico. Non voglio certo esagerare come fanno alcune deliranti pagine facebook, né credo che il vero Papa sia ancora Benedetto XVI: ma è purtroppo oggettivo e innegabile che questo pontificato abbia elementi controversi; lo scrivo con la tristezza nel cuore, perché comunque parlo del Papa, mio padre nella fede, ma lo scrivo anche con la libertà e la forza che mi è data dal battesimo e dalla cresima, e del resto il buon cattolico è papista, ma non papolatra. San Giuseppe Calasanzio e Sant’Alfonso Maria de Liguori soffrirono enormemente quando i Papi dell’epoca sciolsero le loro congregazioni, ma diedero esempio di amore eroico e filiale per il Vicario di Cristo; ma ciò non toglie che i pontefici coevi sbagliarono enormemente, e del resto veneriamo San Giuseppe e Sant’Alfonso come santi e non loro. Ancora, San Celestino V fu forse uno degli uomini più santi che cinsero la tiara, ma il suo breve e debole pontificato fu disastroso, anche perché era del tutto inadatto all’arte di governo, seppur della Chiesa.

Il problema di Francesco non è che si fa fotografare, che plaude agli incontri sportivi o che gioca con i bambini: queste cose le faceva anche Pio XII (ci sono video in cui assiste e applaude ad una partita di pallacanestro organizzata sul sagrato di San Pietro e in cui sorride a delle bambine romane che gli fanno il girotondo intorno), e spero nessuno lo voglia accusare di eresia; non è nemmeno certo spontaneismo, perché anche Papa Giovanni, Papa Giovanni Paolo e Papa Benedetto furono spontanei e parlarono a braccio. No, il problema di Papa Francesco è l’antropocentrismo orizzontale, è il sociologismo, è il ridurre tutte le problematiche all’immanente e al naturale; con lui, la Chiesa pare divenuta una grande ONG, una sorta di ONU cattolica, ma niente di più, e non si sentono più parole in difesa della verità, ma di un generico dialogo. E però, tutto ciò, ha origine nel Vaticano II, se non prima; quindi, se è vero che Papa Francesco a dispetto dei suoi predecessori si pone in maniera più sguaiata, “ignorante” (chi frequenta il vasto mondo di internet e di facebook sa cosa vuol dire questo “termine”, a volte, in maniera goliardica, neanche negativo), è pur vero che tutto ciò che di negativo c’è nel suo pontificato, ovvero l’orizzontalismo e l’umanesimo laico, hanno origine nei principi di dialogo e apertura alla modernità dell’ultima assise ecumenica della Chiesa.

Credo che i punti meno condivisibili di questo pontificato siano stati rappresentati dalla commemorazione congiunta della Riforma Luterana, dal perdurante silenzio sulla vicenda del bambino inglese Charlie, dalle ventilate ipotesi di ulteriore riforma liturgica che stravolgerebbero perfino il Novus Ordo; in quanto cattolico, queste cose sono quelle che più mi hanno ferito e addolorato. Dispiace molto parlare così del Papa, e però, almeno a mia (giovane) memoria, mai avevo sentito altri fedeli, semplici persone di parrocchia senza studi o curricula, essere addolorati, critici o dubbiosi su un pontificato; non parlo dei progressisti e dei modernisti contestatari, di cui non mi importa niente, non ritenendoli cattolici e che peraltro con Bergoglio hanno trovato il loro “uomo a Roma” (a prescindere poi se lo sia davvero), parlo tanto di semplici fedeli mai schieratisi come anche dei più osservanti, che negli anni caldi della contestazione a Paolo VI, San Giovanni Paolo II e Benedetto XVI si sono dovuti subire ogni genere di insulti per la loro fede cattolica, e ora si ritrovano il Papa arruolato dalle Clinton, dalle Bonino, dal mainstream liberale e modernista!

A cinque anni da questo pontificato, guardiamo in faccia la realtà, impietosa e negativa: le chiese, le piazze e i seminari sono sempre più vuote, le società e le legislazioni sempre meno cristiane, i giovani in larga parte sempre meno osservanti e affezionati (e no, non torneranno o verranno certo presentandogli una poltiglia insipida o giochi da dementi), i fedeli sempre più scoraggiati; non è un bel record, non è un bell’anniversario da festeggiare. Quando venne eletto, nel 2013, da giovane innamorato del Papa, figlio dei due grandi pontificati di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, esultai, dicendo che Pietro avrebbe parlato per bocca di Francesco, parafrasando i Padri di Efeso; cinque anni dopo, mi dispiace di cuore, e Dio solo sa quanto sia addolorato di ciò, non riesco a gioire.

Non tutto è negativo, chiaramente (personalmente ho molto apprezzato le sue recenti catechesi del mercoledì sulla Messa, di cui ha ribadito il carattere sacrificale, come ho anche apprezzato la sua devozione mariana e i suoi esempi personali concreti di andare incontro al prossimo, come quando ha abbracciato quel malato affetto da una patologia deformante in Piazza San Pietro), ma purtroppo gli aspetti negativi sono assai predominanti.

Preghiamo volentieri per il Papa, seguiamolo, dobbiamo volergli bene, ma, allo stesso tempo, rimaniamo saldi nella verità ortodossa della fede cattolica, e gentilmente ma fermamente resistiamo a qualsiasi tentativo di modifica o rottura, foss’anche fatto in buona fede o con buone parole; credo di esprimere il pensiero di molti: io voglio bene al Papa, prego sempre per lui, e mai parteciperei a Messe non una cum; ma lui, a me come a tanti altri fedeli, ci vuole bene? Vorremmo davvero che il Papa ci rafforzasse nella fede, e non nel dubbio, nell’inquietudine, nella commemorazione o nell’adozione di ciò che non capiamo o non vogliamo. Che il buon Dio benedica il Papa, e salvi la Chiesa!


 

31 gennaio 2018

Quel cristiano di Andy Wahrol. Artista e cattolico

di Roberto de Albentiis
Da “Il Giornale dell’Arte” apprendiamo che, nel mese di gennaio 2019, i Musei Vaticani ospiteranno una grande mostra dedicata ad Andy Warhol (1928 – 1987), uno dei massimi esponenti della Pop Art e uno dei più grandi artisti, a tutto tondo, del XX secolo.
«Siamo molto interessati ad esplorare il lato spirituale di Andy Warhol» ha dichiarato Barbara Jatta, direttrice dei Musei Vaticani. «Per noi è importante dialogare con l’arte contemporanea. Viviamo in un mondo di immagini e la Chiesa deve farne parte»; se certamente la Pop Art di Warhol (e altri) non può essere definita contemporanea tout court, essendo altri i filoni dell’arte contemporanea, non di meno la Jatta ha pienamente ragione sulla necessità del confronto (confronto, però, non acritica accettazione di tutto, sia chiaro) da parte della Chiesa con quella che è comunque l’arte odierna. Warhol è stato certamente un visionario e un rivoluzionario, un vero genio, e la scelta di ospitare questa mostra ha peraltro scatenato delle polemiche; ma sono fondate?

Andy Warhol, in realtà, era il nome d’arte di Andrew Warhola, figlio di immigrati lemki (una popolazione slava diffusa tra Ucraina, Polonia e Slovacchia e in gran parte cattolica di rito orientale) nato a Pittsburgh, negli Stati Uniti, il 6 agosto 1928, novant’anni fa; studente talentuoso, si trasferisce a New York e diventa un affermato grafico pubblicitario, prima di approdare definitivamente al mondo dell’arte, un’arte a tutto tondo, non solamente confinata alla pittura o alla scultura, ma comprendente anche il cinema, la stampa, la fotografia.

Autore dei celebri dipinti seriali di Marylin Monroe, Mao Zedong, delle bottiglie di Coca Cola e della zuppa di pomodoro Campbell, con la rappresentazione seriale voleva provocatoriamente denunciare il vuoto e la serialità della società consumista occidentale: i “vip” sono ridotti a mere copie, e al contrario i prodotti del supermercato entrano nei prestigiosi musei americani; l’arte, quindi, diviene oggetto di consumo, come tante altre cose, e la sua polemica non è affatto velata. Celebre, poi, è la sua famosa frase “Nel futuro ognuno sarà famoso per 15 minuti”; e non è stata una frase profetica? Non può essere anch’essa letta come una critica alla vacuità del mondo di oggi?

Andy Warhol frequentava il jet set della società newyorchese degli anni ’60 e ’70, ma non venne mai coinvolto in nessuno scandalo che pure, periodicamente, colpivano e colpiscono quel mondo; Andy Warhol era omosessuale, ma visse sempre questa dimensione come privata, senza alcuna ostentazione o rivendicazione o richiesta di pubblicità o legittimazione.

Soprattutto, Andy Warhol era un devoto cattolico, un fedele praticante che ogni giorno andava a pregare e frequentare la Messa nella Chiesa di San Vincenzo Ferreri di New York; non solo lui stesso si descriveva come una persona religiosa, ma anche il fratello e il nipote (sacerdote cui aveva pagato gli studi seminariali), come tanti altri amici e conoscenti, descrivevano questo suo lato invero poco noto e conosciuto, tanto agli estimatori quanto ai critici. Faceva donazioni e trascorreva il suo tempo alla mensa per i poveri e nei rifugi dei senzatetto, gli esclusi dalla società del consumo che lui aveva descritto e irriso nelle sue opere; soprattutto, la sua arte era ispirata alla tradizione di preghiera e di rappresentazione iconografica della Chiesa Cattolica Rutena.

Tra le sue ultime opere si ricorda la serie “L’Ultima Cena” (1986), ispirata al Cenacolo leonardiano, e nel 1980 si ricorda una sua visita a Roma, immortalata da molte foto, da Papa San Giovanni Paolo II.
Andy Warhol era una buona persona, un buon cristiano e un grande artista; se Andy Warhol è giustamente passato alla storia come geniale artista, nondimeno Andy Warhol era cattolico, è “nostro”, e non dobbiamo vergognarcene.

Non c’è davvero ragione per protestare per la futura mostra a lui dedicata nei Musei Vaticani: se tanti sono gli aspetti critici di questo pontificato, non lo è certamente questo. Semplicemente, i Musei Vaticani ospitano una mostra dedicata ad un grande uomo d’arte e, soprattutto, ad un uomo d’arte cattolico.

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