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17 gennaio 2018

Violenze sessuali a Colonia: dov’erano gli uomini?


di Pier Vittorio Formighetti

È trascorso quasi un anno da quando, la notte del 31 dicembre del 2015 a Colonia (Köln), storica città tedesca gemellata con la “mia” Torino, un numeroso insieme di uomini, non pochi dei quali immigrati da Paesi di tradizione islamica, ma soprattutto ubriachi, molestarono sessualmente e in alcuni casi violentarono alcune donne presenti in piazza per l’attesa del Capodanno 2016. Le polemiche sui numeri – oggi sembra impossibile ragionare su alcunché senza affidarsi alla presunta infallibilità della quantificazione numerica – erano state tragicomiche: si passò in breve dalla stima di 2 stupri e 80 tra palpeggiamenti e molestie, a un massimo di 1000 stupri. Più attendibile sembra dunque la stima di circa 400 casi tra molestie, palpeggiamenti e veri e propri stupri sessuali.

Ad avvenimento estremo hanno corrisposto reazioni estreme, in tutta Europa: in Germania manifestazioni di gruppi di estrema destra e neonazisti; l’ipotesi del governo della Repubblica Ceca di vietare l’ingresso a qualunque persona migrante da Paesi islamici (come se la soluzione consistesse nel semplicistico atteggiamento “per colpa di qualcuno non entra più nessuno”); non poche persone, non tutte prive di una discreta cultura, si riconoscono in slogan quali: «L’Europa deve difendersi dalle nuove invasioni barbariche». L’àmbito femminista-di sinistra ha replicato con degni contrattacchi: volendo arginare l’aggravamento della deriva xenofoba, ha lanciato per l’ennesima volta l’attacco al maschilismo, al sessismo, al machismo e al patriarcalismo, certamente diffusi nei Paesi occidentali, ma facendone, come sovente, un unico calderone zelante e ideologizzato, e dando talvolta l’impressione di credere che i gravi atti dei molestatori maghrebini e mediorientali siano stati acquisiti dai maschilisti nostrani soltanto dopo l’ingresso in Europa. La sindaca di Colonia consigliò alle donne di fare più attenzione ai contatti con gli uomini soprattutto se sconosciuti, tenendosi – testualmente – «almeno a un metro di distanza». Le risposte polemiche da parte di alcune organizzazioni femminili e femministe, indignate da tale consiglio, dànno a loro volta da pensare, perché se è vero che questo approccio, ai suoi estremi, porterebbe alla limitazione della libertà di movimento delle donne, nondimeno è vero che, soprattutto da parte femminile, non si può reagire volendo «botte piena e… marito ubriaco», cioè considerando il rischio e il pericolo ma allo stesso tempo rivendicando e riaffermando la più incondizionata, indiscutibile, assoluta libertà individuale. Io posso essere assolutamente libero di correre dove voglio, anche su una strada piena di buche, ma le buche restano tali, e se vi casco dentro, onestamente non posso dare la colpa dell’incidente a chi mi aveva avvertito della presenza delle buche e invitato a starne lontano.

Resta comunque indiscutibile che le buche non dovrebbero esserci, cioè che gli uomini tendenti alla sopraffazione e alla violenza verso le donne andrebbero in qualche modo corretti psicologicamente. L’innegabile problema maschile, più che dai numerosi editoriali online e stampati riguardanti il grave fatto, è stato evocato dalla satira: i due punti di vista considerati prima – quello identitario-difensivo-di destra e quello femminista-antimaschilista-di sinistra (mi si scusi la semplificazione) erano stati espressi da due vignette. In una, il primo personaggio diceva: «Ma dov’erano i compagni?» (intendendo i compagni delle donne molestate), e l’altro: «Si sa che ai “kompagni” piacciono i musulmani!»; nell’altra, un uomo occidentale con al collo un vistoso crocifisso (a indicare l’abitudine, soprattutto italiana, di credersi cattolici nonostante si pensi e si agisca in modo tutt’altro che cristiano) esclamava perentoriamente: «Le nostre donne possiamo stuprarle solo noi!». Ognuna delle due vignette conteneva sia della faziosità ideologica, sia della verità. Nella parte in cui esprimevano la verità, puntavano giustamente l’indice sui protagonisti assenti della situazione la “metà azzurra del mondo”: dov’erano i compagni? Dov’erano gli uomini?

Che io sappia, nessuno ha scritto, al riguardo, che mariti/fidanzati/amici/fratelli non sono intervenuti per viltà, paura o indifferenza: e meno male, perché sarebbe stato un ennesimo esempio di generalizzazione e di superficialità; è vero anche, però, che qualora qualcuno avesse invocato la presenza difensiva maschile, qualcun altro e qualcun’altra avrebbero risposto: non è ammissibile pensare che nel 2015 le donne abbiano ancora bisogno di essere difese dagli uomini; i tempi favolosi della Principessa svenevole minacciata dal drago e salvata da san Giorgio in armatura da cavaliere senza macchia e senza paura, sono morti e sepolti (magari «seppelliti sotto una risata», secondo un noto slogan ormai quasi cinquantenne ma che alcuni ritengono valido tutt’ora!). Ma intanto l’accaduto resta, in tutta la sua gravità, proprio perché è nei fatti mancato un “san Giorgio”.

Dov’erano dunque i compagni? Dov’erano dunque gli uomini? Il silenzio maschile è effettivamente un problema e richiama l’attenzione su uno dei punti importanti della risposta polemica ai fatti di Colonia (e alle analisi più o meno ragionate su di essi) dal punto di vista femminista e degli «studi di genere»: la psicologia e quindi il comportamento maschile nella società occidentale contemporanea. Se da un lato vi sono i maschilisti veri e propri e i violenti, esempi di una concezione della mascolinità intesa esclusivamente come capacità aggressiva e d’imposizione brutale del proprio Io anche sulla persona delle donne, dunque una mascolinità fraintesa – anche a causa del persistere di alcuni stereotipi diffusi dai mass media – con conseguenze dannose sia per l’autenticità degli uomini che le attuano, sia per le donne che li incontrano; dall’altro lato sembra apparire una “nuova” concezione del maschile, che, volendo (?) essere decisamente alternativa e migliore di quella machista/maschilista/patriarcalista, ci “regala” decadenti esempi di uomini postmoderni, giovani e non più tali, che dedicano tempo e denaro alla tinta ai capelli e alla modellazione delle sopracciglia; alla chirurgia estetica, facciale e non soltanto (ricordiamo un Presidente di Regione che, con i soldi pubblici, si faceva sbiancare un orifizio agli antipodi della faccia); al taglio e modellazione dei capelli e della barba in modo sempre più “artistico” (leggi: finto e improbabile); all’applicazione dei «glitters» (lustrini che sembrano involontarie parodie degli addobbi natalizi) e degli ornamenti floreali alla barba «da hipster»; all’attenzione a collocare vari piercing e tatuaggi qua e là sul corpo e a sistemare il meglio possibile i «risvoltini» dei jeans alle caviglie nude. Il tutto espressione e accompagnamento di un modo di concepire i rapporti con persone e cose all’insegna di frasi fatte quali «prendi la vita con leggerezza e ironia», «tutto è questione di gusti», «vivi e lascia vivere».

Entrambi i modelli maschili, il palestrato che non deve chiedere mai e l’hippie alternativo e giocoso, hanno forse una sola, basilare cosa in comune: un’enorme complesso narcisistico. Al centro della psicologia di questi soggetti non c’è realmente la “loro” donna, bensì l’immagine del Sé esteticamente potente che vorrebbero essere, almeno ogni tanto, almeno in una sola occasione speciale (come potrebbe essere l’ultimo giorno dell’anno). Sia il machista, sia il soft-modaiolo assumono automaticamente un habitus per percepire se stessi in qualche modo più intenso e (illusoriamente) gratificante, come se non sentissero più interiormente che l’attenzione, il rispetto e, se necessario, la protezione e la difesa verso le donne dovrebbero nascere, proprio in seguito al contatto e all’interazione con la personalità femminile, come sentimenti e azioni spontaneamente emergenti (e non come “galateo” o “cavalleria”!) all’interno della personalità maschile.

In accadimenti come quelli del 31 dicembre 2015 a Colonia (e in migliaia di altri casi simili ovunque), alcuni uomini fanno soltanto una vergognosa comparsa: sia i violentatori che non sanno liberarsi dell’idea che le donne siano oggetti da afferrare, se reticenti, con le maniere forti; sia i difensori mancati, impreparati perché immersi in uno specchio, come Narciso o la strega di Biancaneve, incapaci di tenere un occhio sulle “loro” donne e di intervenire in loro aiuto, se necessario anche con le mani e i piedi pesanti, ma probabilmente capacissimi di prenotare la seduta dall’estetista o di sprecare del tempo per sistemarsi i risvoltini o i glitters prima di recarsi a festeggiare l’ultima notte dell’anno (o qualsiasi altra ricorrenza più o meno significativa). I “san Giorgio” – viceversa – saranno pure inattuali e scomodi, ma appunto per questo restano significativi, intramontabili e in qualche caso, purtroppo, necessari.

http://www.lefondamenta.it/2018/01/14/violenze-sessuali-colonia-doverano-gli-uomini/


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21 marzo 2017

I «Paesi più felici» del mondo? Tanti suicidi, violenza sulle donne e alcolismo


di Giuliano Guzzo

Ieri era la Giornata della Felicità e col World Happiness Report, pubblicato alle Nazioni Unite, si sono voluti indicare al mondo i «Paesi più felici», gli esempi, quelli da prendere a modello. La classifica della felicità internazionale, elaborata sulla base di fattori quali diseguaglianze, trasparenza della pubblica amministrazione e politiche sociali, ha visto prevalere la Norvegia sulla Danimarca, che invece lo scorso anno primeggiava. Lontana, solo quarantanovesima, l’Italia. Per fortuna, viene da aggiungere. Sì perché, dovete sapere, vi sono lati oscuri dei Paesi più felici – Norvegia e Danimarca, soprattutto – stranamente non considerati alle Nazioni Unite. Quali?

I suicidi per esempio. Il tasso di suicidio, espressione del numero annuo, ogni 100.000 abitanti, di persone che la fanno finita ogni, vede le progreditissime Norvegia (11.9) e la Danimarca (11,3) distanziare alla grande la nostra Italia (6,7). Un male? Non si direbbe. Allo stesso modo non si capisce cosa abbia l’Italia da imparare dalla Norvegia, dato che da noi la percentuale di donne che ha subito stupri o tentati stupri è del 5,4%, mentre nel Paese più felice del mondo il 10% della popolazione femminile ha subito uno stupro almeno una volta nella vita e appena l’11% delle vittime lo denuncia (cfr. NKVTS – Vold og voldtekt i Norge En nasjonal forekomststudie av vold i et livsløpsperspektiv – 2014).

Anche in Danimarca, fino allo scorso anno primatista della felicità mondiale come si diceva poc’anzi, v’è poco da stare allegri se si pensa che al 52% donne che racconta d’avere subìto violenza fisica o sessuale dall’età dei 15 anni, mentre quella stessa percentuale nella retrograda Italia è del 27% (cfr. Violence against women: an EU-wide survey, © European Union Agency for Fundamental Rights – 2014). Non solo: nella felicissima Danimarca, pare si alzi non poco il gomito, dato che il consumo alcolico pro capite è mediamente pari a 11.4 litri, ben più della Norvegia (7.7) e naturalmente dell’arretratissima Italia (6.7) (cfr. Global status report on alcohol and health, © World Health Organization – 2014).

Ora, con le comparazioni si potrebbe continuare, non fosse già chiaro che i due Paesi «più felici al mondo», Norvegia e Danimarca, al di là di una pubblica amministrazione trasparente e di politiche sociali, hanno maree di problemi su aspetti in cui nostro Paese, pur coi guai che ha, pare messo assai meglio. Ma qui il punto, chiaramente, non è insinuare che l’Italia sia il Paradiso (non lo è affatto, purtroppo), ma più che altro quello della singolarità di valutazioni che trasformano Paesi con tassi di suicidio non bassi, enorme diffusione di violenza sessuale e consumi di alcolici non esemplari come dei modelli internazionali. Non sarebbe il caso di stilare classifiche più prudenti? Sempre che alle Nazioni Unite non tifino per un mondo babelico: in quel caso va tutto bene, si fa per dire.

https://giulianoguzzo.com/2017/03/21/i-paesi-piu-felici-del-mondo-tanti-suicidi-violenza-sulle-donne-e-alcolismo/

 

06 luglio 2016

Maria Goretti, Santa della purezza e del perdono


di Alfredo Incollingo

Il 5 luglio del 1902 la piccola Maria Goretti venne brutalmente e ripetutamente pugnalata da Alessandro Serenelli dopo un fallito tentativo di stupro. La giovane, attirata in casa dal suo assassino, di cui si fidava ciecamente, cadde inevitabilmente nella trappola. Le pugnalate inferte ridussero il suo corpicino “a brandelli”, morendo il giorno successivo in ospedale.
Fu un crimine atroce che sconvolse l'opinione pubblica italiana, portando scompiglio nella contadina e “placida” campagna italiana che, una volta, si credeva retta da valori genuini.
Maria nacuqe in una povera famiglia di contadini marchigiani, emigrati nei pressi di Cisterna di Latina per trovare condizioni di lavoro migliori. Il padre, Luigi, morì prematuramente lasciando i suoi sei figli e la moglie in miseria. Maria soffrì nel fisico e nell'animo la povertà familiare subendo gli effetti della malnutrizione. A Cisterna la vedova Goretti e i figli trovarono supporto nella famiglia Serenelli, anch'essi emigrati nel Lazio dalle Marche per trovare condizioni di vita più dignitose. Alessandro era il secondogenito dei coniugi Serenelli. Dalle ricostruzioni giudiziarie si apprende la natura perversa del suo animo: era una forma di pazzia indotta da una vita di stenti e da figure genitoriali molto labili (un padre alcolista e violento e una madre poco presente).
In diverse occasioni aveva tentato di avvicinare la piccola Maria a scopi sessuali, ma questa aveva puntualmente evitato qualsiasi contatto con il giovane, fino al tragico giorno del suo fallito stupro. Il caso Goretti sconvolse l'Italia contadina e la stessa politica italiana per anni, incapaci di dare una ragione a ciò che era successo. Com'era possibile che si potesse commettere un crimine così duro verso una bambina innocente? Procurava stupore anche la fermezza con la quale Maria si difese, mai cedevole verso “l'orco”. Con urla, graffi e calci tentò di difendere la sua purezza, cadendo vittima della vendetta del suo aguzzino.
Per decenni nella Chiesa Cattolica e nella società laica “Goretti” era sinonimo di fermezza e di castità. Maria era venerata quale esempio di virtù concrete, tali da spingere a rifiutare fino al martirio le avance più pesanti. Addirittura Enrico Berlinguer, segretario del Partito Comunista Italiano, ebbe l'ardire di esaltare la piccola Maria quale esempio per tutte le donne italiane e per le militanti del suo partito.
L'11 dicembre 1949 la Congregazione per la Causa dei Santi riconobbe una serie di miracoli operati per intercessione della piccola Maria e il 24 giugno dell'anno dopo Papa Pio XII procedette a canonizzarla. Sorprendente fu anche il destino del suo assassino. Alessandro Serenelli durante gli anni del carcere si convertì, consapevole del suo gravissimo peccato verso Dio e verso Santa Maria Goretti. Entrò in un convento di frati cappuccini nelle Marche dove rimase fino alla sua morte in stretto silenzio e in piena contemplazione per chiedere perdono per il suo peccato.
Papa Benedetto XVI e dopo di lui Papa Francesco hanno proposto alla Chiesa Cattolica e ai fedeli di associare Santa Maria Goretti alla martire belga Santa Dinfna, vissuta nel VII secolo, quali protettrici delle vittime di stupro.