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10 marzo 2020

Uno sputo francese

di Franco Ressa
L’ abbiamo vista tutti, in tutta Europa la scenetta del pizzaiolo italiano che prima starnuta e poi sputa coronavirus sulla pizza che sta cuocendo.
È un’offesa gratuita, o una manifestazione del complesso di superiorità dei francesi ?

Certamente la seconda ipotesi, e quest’aria di spocchia viene da lontano; almeno dal IX secolo con l’incoronazione a imperatore di Carlomagno. Continua con la conduzione del-le crociate, e le leggende dei paladini di Francia come Orlando, i guerrieri di Cristo. Ma la Francia come nazione più cattolica, nel XIV secolo pretenderà la direzione della Chiesa. Il Papa Bonifacio VIII viene catturato e schiaffeggiato dagli sgherri del re di Francia, e lo stesso sovrano costringe il papato al vassallaggio portandone la sede ad Avignone. Non sarà facile per il Pontefice ritornare a Roma, ci vorranno settant’anni e uno scisma della chiesa francese per altri 39 anni.
Appena risollevatasi dall’invasione inglese, la Francia invade l’Italia sotto i re Carlo VIII, Luigi XII, Francesco I, fallisce la dominazione solo con la sconfitta e prigionia di re Fran-cesco a Pavia nel 1525. Coinvolta poi nella riforma protestante, la Francia patisce la guer-ra civile, ma durante il successivo secolo XVII riacquista potenza grazie a due uomini so-lo in apparenza di chiesa, i cardinali Richelieu e Mazzarino. Ancora il potere francese vuole impossessarsi della Chiesa; con la rivoluzione i religiosi vengono costretti ad esse-re dipendenti dello stato, pena la persecuzione, e Napoleone prende prigioniero il Papa, appoggiato dal suo parente cardinale Fesch e dal vescovo spretato il ministro Talleyrand, non rilasciando Pio VII che alla sua caduta militare. Ultima appropriazione del papato nel 1849, quando le truppe di Napoleone III rimettono sul suo trono Papa Pio IX, ma domina-no Roma per vent’anni.

Sull’altra faccia della medaglia ci sono i grandi santi francesi come Bernardo di Chiaravalle, Giovanna d’Arco, Margherita Alacoque, Francesco Saverio, Francesco di Sales, Vincenzo de Paoli, il curato d’Ars, Teresa di Lisieux e altri. Le grandi cattedrali, le famose abbazie come quella di Cluny sono espressioni genuine dello spirito religioso francese. Malgrado tutto ciò, non è mai venuto meno l’”ésprit gaulois”, cioè l’arguzia e licenziosità laicista, come quella di Voltaire e dei suoi scritti. Voltaire sputava sulla Chiesa cattolica e su tutte le altre religioni, da qui discende lo sputo sulla pizza come dissacrazione di un simbolo, quello della tavola italiana.

Certi francesi insomma, credono di vivere ancora ai tempi dell’impero napoleonico, e si permettono queste cadute di gusto e di stile credendo di essere autorizzati a provocare. Attenzione. C’è chi come cristiano porge l’altra guancia alle offese e alle denigrazioni, e chi, di altra fede, non le tollera. Lo abbiamo visto proprio a Parigi con Charlie Hebdo.

 

23 settembre 2019

La Francia muore sui Pirenei

di Giuliano Guzzo
Niente più croci sulle vette dei Pirenei orientali. L’ha stabilito il Centro nazionale di addestramento commando (Cnec) francese per «non rinfocolare la polemica» e – testuale – per «la pacificazione», dopo che dei vandali si erano divertiti, nei mesi scorsi, a distruggere il simbolo cristiano sul Pic Carlit, la montagna più alta dei Pirenei orientali appunto. Ora, a parte la follia dell’autocensura preventiva, che sposa la linea vandalica a scapito della tradizione cristiana, viene da chiedersi se prima che sciocca una simile idea non sia pericolosa.

Infatti, se da un lato in Francia la cristofobia avanza a grandi passi –  875 chiese e 59 cimiteri vandalizzati solo lo scorso anno, per non parlare dell’enigmatico e comunque apocalittico rogo di Notre-Dame ad aprile – , dall’altro, dato che parliamo di un Paese che solo dal 2015 al 2018 ha subito 12 attentati islamisti (con 250 morti), che ospita la più grande comunità islamica in Europa con Mohamed nella top ten dei nomi dei neonati parigini già da anni, verrebbe da consigliare prudenza ai cugini d’Oltralpe. Perché chi di laicismo ferisce, d’islamismo perisce.

 

20 febbraio 2019

Fra pazzia e santità. La vera storia di Barbablu/2

di Stefano Bolzoni
continua da qui
Il 14 settembre 1440 un araldo bussò alla porta del castello di  Machecoul. Lesse il generico capo d'imputazione contro Gilles, improntato prudenzialmente alla sola accusa di eresia dottrinale. Il signore di Rais parve rinfrancato. Accuse tanto generiche volevano forse significare la semplice volontà delle parti di addivenire a una soluzione di compromesso. Scrive Ferrero: "L'uomo che per tutta la vita aveva ignorato le sottigliezze della politica, si ritrovava da ultimo a far sua la scelta di un gesto di prudenza, di conciliazione: un imprevedibile soprassalto di cautela lo rendeva convinto di poter trattare". (p.195).

Condotto a Nantes Gilles si accorse come i giudici – allo stesso tempo suoi ex compratori – non intendessero mercanteggiare. Troppo forti le voci che gli inquisitori del vescovo avevano raccolto nei villaggi del Poitou e della Bretagna. Inizialmente Gilles ostentò un profondo distacco. Asserì che il tribunale non era competente a giudicare lui, maresciallo di Francia e uomo tra i più influenti del Regno. Malestroit si dimostrò però deciso a condurre la causa fino in fondo. Disse a Gilles che sebbene egli non considerasse il tribunale competente esso aveva comunque l’autorità di esercitare la sua giurisdizione. Appurato poi che l’imputato rifiutava di rispondere alle domande sarebbe stato giudicato in contumacia e immediatamente scomunicato. Gilles continuò a manifestare alterigia, eppure in lui qualcosa, fatalmente, cambiò.

Sabato 15 settembre 1440 l’imputato volle dichiarare qualcosa. Il consesso di inquisitori, prelati, nobiluomini e plebei pensò all’ennesima allocuzione contro la giurisdizione del tribunale, invece Gilles, balbettando e mormorando, confessò. "Cominciò a piangere. Disse fra le lacrime che confessava i crimini e i delitti che gli venivano imputati. Sì, li aveva malvagiamente commessi" (p. 213). Sorpresi, i giudici lo interrogarono più volte, sia in pubblico che in privato, volendo conoscere i dettagli dei sui bestiali atti. Profondamente sconcertati non poterono che comminare la sentenza di morte per impiccagione. Vista la collaborazione esibita i giudici risparmiarono al reo confesso il rogo del suo corpo e gli concessero il privilegio di essere tumulato in una chiesa a sua scelta. Non solo. Pressati dalle impetrazioni di Gilles revocarono la scomunica, facendone nuovamente un membro del gregge cristiano. L'esecuzione ebbe luogo a Nantes il 26 ottobre 1440. Il corpo venne poi tumulato nella chiesa del monastero di Notre-Dame des Carmes. Nemmeno dopo la morte Gilles trovò pace. Nelle prime convulse fasi della Rivoluzione Francese numerosi istituti religiosi furono saccheggiati. Tra questi vie era Notre-Dame des Carmes. I resti di Gilles vennero esumati e gettati nella Loira: punizione postuma a un rappresentante di una delle casate più esclusive di Francia. Forse tra i suoi castigatori vi erano i discendenti di quegli infanti miracolosamente scampati alla mattanza.

Di grande interesse è il fatto che il crollo di Gilles sia da associare – almeno in parte -  alla scomunica. Per quale ragione egli decise di confessare i suoi misfatti solo dopo essere stato estromesso dalla comunità dei fedeli?
Nonostante i crimini Gilles era un credente. Fu forse la consapevolezza di compiere peccati carnali a rendere l'intera macabra danza un passatempo così gradevole. Gli abusi, le torture e l'attesa del gorgo sanguinario erano sublimate dalla piena capacità di giudizio. Gilles non era un pazzo. Costoro agiscono senza rendersene conto, mentre al processo di Nantes il signore di  Rais dichiarò che "aveva seguito la sua immaginazione e il suo pensiero, senza il consiglio di alcuno, e secondo i propri sensi, soltanto per il suo piacere o diletto carnale, e non per altre intenzioni o fini" (p. 219).

Chi fu Gilles de Rais? Come fu possibile che in lui, un uomo che si considerava un pio cristiano,  sorgessero simili istinti e che sviluppasse il desiderio di metterli in pratica ? Ferrero sembra iscrivere la parabola sanguinaria di Gilles nel quadro di un epoca, facendo di egli un figlio del suo tempo. Guerre, carestie, pestilenze e crisi istituzionali costellarono, in effetti, la prima parte del '400 europeo e, segnatamente, il Regno di Francia. Il crepuscolo del sistema feudale lasciava ancora il potere alla nobiltà di agire nei propri possedimenti senza timore - o quasi - d'incorrere nel giudizio, laico o ecclesiastico. Dalle viscere di un secolo buio, ottenebrato dalla superstizione, lacerato dallo scisma (terminato formalmente nel 1417) non poteva che sorgere un animo contraddittorio, irrequieto e indefinito.

La parabola di Gilles de Rais mostra quanto un uomo possa allontanarsi dal sentiero della virtù. In assenza di legami che saldino la nostra esistenza all'ultraterreno il ciclo vitale dell'uomo si riduce a semplice presenza biologica, per giunta punteggiata da quegli eccessi di crudeltà che contraddistinguono la sola nostra specie. Non fu un caso che tra i futuri ammiratori del libertino Gilles vi sarà Voltaire, mentore delle schiere illuministiche, pervicacemente in lotta per la secolarizzazione della civiltà europea. Il confine tra tensione mistica ed eresia è spesso labile, sottile: un’effimera patina capace di convogliare le energie umane verso vette di santità e distoglierle dal ventre del male. Erigere spiritualmente quel confine avrebbe evitato la mattanza e fatto sì che il cuore di Gilles si consacrasse a più sacri e nobili propositi.


 

13 febbraio 2019

Fra pazzia e santità. La vera storia di Barbablu/1

di Stefano Bolzoni
Tutti noi conosciamo, almeno per sommi capi, la tetra favola di Barbablu, l’aristocratico uxoricida immortalato da Perrault nel suo celebre florilegio I racconti di mamma l’oca. Meno nota è l’ipotesi che il magniloquente e perverso Barbablu sia effettivamente esistito. Questi, però, non sarebbe stato un massacratore di mogli neglette, bensì di bambini, prima seviziati e poi messi brutalmente a morte per soddisfare i suoi più bassi istinti.

A suffragare una simile ipotesi fu, in un’opera tanto letterariamente raffinata quanto storiograficamente fondata, Ernesto Ferrero. Il suo Barbablu. Gilles de Rais e il tramonto del Medioevo (Mondadori, 1975; poi riedito da Einaudi nel 2004) costituisce innanzitutto il tentativo di comprendere – per quanto possa essere possibile farlo – la psiche di Gilles de Rais e di un’intera epoca, ossimoricamente segnata da slanci mistici e da una crudeltà che, definir belluina, è poco.

Ma chi era Gilles de Rais? Nato nel 1404 nel castello di Craon a Champtocé, in  Bretagna, l’infante si trovò ben presto a capo di una delle più doviziose fortune di Francia, capace di rivaleggiare in fasto con sovrani e imperatori. Le tre famiglie che concorsero a fare di Gilles uno degli uomini più ricchi e potenti del suo tempo furono i Laval-Montmorency, i Craon e i Rais.
Cresciuto negli agi e circonfuso dall’aura cavalleresca che promanava dai suoi castelli Gilles mostrò ben presto l’inclinazione a conformare le proprie azioni ai grandi modelli umani del passato. Tra essi spiccava l’imperatore romano Caligola, di cui Gilles lesse avidamente le imprese nell’opera Vita dei dodici Cesari. Consuetudine diffusa per le élite medievali rifarsi ai grand'uomini dell'età classica, assai meno quella di scegliere come proprio archetipo lo stravagante Caligola, il cui principato fu contrassegnato, nel bene e nel male, dai suoi eccessi. La gioventù dorata non gli portò solamente dissoluti esempi di eccentricità e ferocia. Di corporatura robusta Gilles mostrò una spiccata predilezione per le armi; qualità questa che lo avrebbe portato a distinguersi nelle fasi salienti della guerra dei cent’anni.

Fu proprio in questa drammatica congiuntura storica – l’ora più buia della Francia – che il nome di Gilles de Rais travalicò i confini della Bretagna per imporsi all’attenzione collettiva. Nel maggio 1429 Gilles cavalcava a fianco di Giovanna la Pulzella nell’assedio della Tourelles, la tetra fortezza costruita dagli inglesi sul lato meridionale di Orleans. La conquista della piazzaforte segnerà, di lì a poco, la definitiva liberazione della città nonché il primo, vero, scacco che i francesi riuscirono a infliggere ai temuti longbows britannici.
Al culmine della fama Gilles scelse però la via degli inferi. Ferrero riferisce che inclinazioni all'omosessualità e al sadismo erano già sorte durante la giovinezza in Bretagna. Il rango di Gilles gli permise di evitare che episodi simili superassero i limiti del mormorio e del chiacchiericcio tra i corridoi dei suoi castelli. A rafforzare i suoi istinti fu, inoltre, la guerra. Nulla più che la visione dei corpi tranciati, delle ossa spezzate e delle interiora sapeva compiacere il suo animo. Una sensazione estatica gli era data dalle torture inflitte ai collaborazionisti. Scrive Ferrero: "Con loro Gilles era implacabile: assisteva personalmente all'esecuzione, spiando spasimi, contrazioni e sussulti"(p.39). La guerra dei cent'anni - fatta innanzitutto di devastazioni ai territori controllati dal nemico - amplificò in Gilles il piacere del comando. A capo delle sue personali truppe Gilles esibiva sia il gusto quattrocentesco per lo sfarzo che una disciplina spartana. Ai suoi uomini era imposto un comportamento degno dell'incedere del loro signore. Queste circostanze dovettero concorrere a incrementare il suo ego, facendo sì che egli cominciasse a considerarsi secondo in terra solo a nostro Signore.

Gilles evoca il diavolo
L'inizio della macabra danza ha una data precisa. Nell'autunno 1432 morì il nonno materno di Gilles, Jean de Craon. La scomparsa dell'avo segnò un punto di non ritorno; "Craon costituiva per Gilles l'ultima barriera prima del viaggio nelle tenebre che si accingeva a compiere. Gilles ne subiva l'autorità patriarcale, i modi bruschi, la lucidità politica. Privato di lui dovette provare un senso di libertà, di esaltazione ma anche di un vuoto troppo grande" (p.86). Da quel momento Gilles poté liberamente disporre della sua vita e di tutto il suo immenso patrimonio.

Un altro fatto concorse a determinare i drammatici eventi futuri. Nel giugno 1433 cadde politicamente Georges de La Trémoille, gran ciambellano e, fino a quel fatidico momento, vero deus ex machina  della politica dei Valois. La Trémoille era stato fondamentale per introdurre Gilles a corte, pressato sia da Jean de Craon che dalla necessità politica-militare di assicurare il sostegno dei Rais alla guerra contro gli inglesi. La fine del ciambellano privò Gilles di un saldo appoggio politico a corte. Senza il suo protettore anche l'era di Gilles combattente, sadico e indomito, finì.  Nuovi capitani, legati alla fazione angioina responsabile della fine di La Trémoille, presero a guidare le armate gigliate. Per Gilles non restò che la via dei suoi castelli ma questa volta da solo, senza altro compagno di viaggio che i suoi demoni. Essi non  avrebbero tardato a essere evocati.

Gli atti che composero il dramma granguignolesco si ripeterono, identici e spaventosi, dal 1432 al 1440. Nelle terre di Gilles solevano muoversi i suoi uomini, disposti a tutto pur di soddisfare gli appetiti carnali del loro signore. La mortale prassi seguiva uno schema collaudato. Gli scherani di Gilles si aggiravano per i villaggi della Bretagna, magnificamente vestiti e grondanti promesse di ogni sorta. Una volta individuata la preda mercanteggiavano il prezzo con i genitori salvo, in certe occasioni propizie, passare direttamente a irretire fanciulli e - ma ciò accadeva più di rado - fanciulle. La trattativa con i genitori si concludeva in poche battute. Spesso erano le semplici promesse di una vita migliore a smuovere i sentimenti; nel caso di resistenze si passava a blandizie monetarie, difficili da rifiutare per persone umili, perennemente in lotta per la sopravvivenza.

I giovanissimi oggetti di piacere del signore di Rais venivano condotti a palazzo. Qui li si colmava di attenzioni, patetiche manifestazioni di affetto prima dell'orgia di crudeltà che si sarebbe aperta di lì a poco. Gilles non mostrava fretta. In principio consumava una cena pantagruelica, degna rappresentazione archetipica dei banchetti neroniani. Ogni sorta di prelibatezza vi era servita, gradevolmente accompagnata da abbondanti libagioni di vino rosso. Proprio il loro elevato consumo doveva portare i commensali a godere degli effetti inebrianti dell'alcool.
Ormai predisposto alla voluttà Gilles, con cenno ieratico, dava il via al raccapricciante spettacolo. Condotti in stanze appartate i fanciulli venivano ripetutamente abusati, per poi essere torturati ed infine messi a morte. Ferrero osserva che il copione subì alcune variazioni nel corso degli anni. Se inizialmente Gilles mostrava verso i bambini una viva attrazione sessuale, negli ultimi anni perse questa deviata inclinazione. Si accontentava di godere delle loro sofferenze. In preda all'eccitazione li vedeva penzolare da una pertica manovrata dagli aguzzini suoi servitori, si avvicinava ai loro corpicini tremanti per poi finirli tagliandoli la gola. In certe occasioni ne apriva le interiora, raggiungendo vette indefinite di piacere. Appagati i suoi appetiti ordinava a complici fedeli di nascondere le prove. I corpi erano così bruciati oppure, a seconda del castello ove la mattanza si compiva, semplicemente gettati in luoghi isolati alle sue pendici.

I massacri proseguirono per otto lunghi anni. Nel corso di questo periodo parte della straordinaria fortuna di Gilles vene dissolutamente sperperata. Costretto a fare di necessità virtù Gilles si convinse a vendere alcune sue proprietà: fu proprio nel corso di un affare che il signore di Rais commise un errore fatale. Il 15 marzo 1440, festa di Pentecoste, fece irruzione alla testa di una schiera di armati nella chiesa di Saint-Etienne. Brandendo un'ascia bipenne coartò violentemente il prevosto Jean le Ferron, trascinandolo poi in catene nei suoi domini. L'atto efferato era stato commesso a causa della compravendita della castellania di Saint-Etienne-de- Mermorte. Questa era stata comprata a prezzo irrisorio dal fratello di Jean, Geoffroy, tesoriere di Bretagna. L’ufficiale aveva però versato solo un modesto acconto, probabilmente con l'intenzione di non saldare la somma rimanente. La rabbia di Gilles era resa più profonda anche da un altro accadimento.
Molti suoi ex sudditi si lamentarono per le pesanti vessazioni che subirono dai nuovi esattori fiscali. Sensibile a una questione che toccava nel profondo il suo ethos nobiliare Gilles agì d'impeto, senza cercare una mediazione o, forse, sperando che imprigionando il fratello avrebbe costretto Geoffroy a trattare. Nulla di ciò accadde. Si scatenò viceversa la reazione del potere civile - nella persona del Duca di Bretagna - e di quello religioso - incarnato da Malestroit, vescovo di Nantes -.
 

29 gennaio 2018

Francia. L'aborto divide ancora

di Fabrizio Cannone
Iniziamo dai fatti. Il 21 gennaio scorso si è tenuta a Parigi l’annuale Marcia per la vita. Alla Marcia aderiscono vescovi, prelati, sacerdoti, associazioni cattoliche, parrocchie, gruppi scout, etc. etc. Di solito viene richiesta e ottenuta la benedizione del Santo Padre.

Lo scopo della Marcia è quello di denunciare l’aborto, quell’atto che il Concilio Vaticano II, definisce assieme all’infanticidio, “crimine abominevole” (Gaudium et spes, 51). L’aborto è quell’azione che san Giovanni Paolo II ha detto doversi chiamare “omicidio”, volendo significare che non si tratta di qualcosa di essenzialmente diverso rispetto a ciò che compie un killer, un terrorista o un criminale comune (cfr. Evangelium vitae, 58).

Nei giorni immediatamente precedenti alla Marcia, un’associazione cattolica, il Movimento rurale della gioventù cristiana, ha emesso un comunicato in cui afferma di volersi “desolidarizzare” dalla Marcia per la vita, in quanto questa sarebbe portatrice di “messaggi di colpevolizzazione, di intolleranza e di odio”. L’associazione ecclesiale, nota e riconosciuta dalla Chiesa francese, afferma che bisogna difendere “il diritto fondamentale delle donne e delle coppie a ricorrere a un’interruzione volontaria della gravidanza”.

Viene in mente Giovanni Paolo II, il quale scriveva nell’enciclica sopra citata, che “Proprio nel caso dell’aborto si registra la diffusione di una terminologia ambigua, come quella di interruzione della gravidanza , che tende a nascondere la vera natura e ad attenuarne la gravità nell’opinione pubblica”.
Il Vescovo della diocesi ove sorge il Movimento cristiano filo-abortista, mons. Bernard Ginoux, è intervenuto con una certa veemenza, dichiarando che le posizioni espresse in quel comunicato sono “inaccettabili” e che il rispetto della vita è “incondizionato”. Ha pure aggiunto in una Lettera aperta che il Movimento rurale della gioventù cristiana, non può fregiarsi dell’appellativo di cristiano, viste le posizioni assunte.

Sembrerebbe che, malgrado tutto, la luce della verità abbia trionfato per una volta. E invece no.
Padre Arnaud Favard, che non è un parroco di periferia, ma il Vicario generale della Missione di Francia, ha espresso sul sito del celebre istituto religioso missionario, piena solidarietà non al Vescovo Ginoux, ma al Movimento rurale pro-aborto!

Queste le parole più significative di padre Favard: “La presa di posizione del MRJC ha qualcosa di fastidioso certo (…). Ma io la accolgo perché conosco l’ardore dei giovani del Movimento nel promuovere la vita nelle zone rurali abbandonate in nome delle metropoli e della competitività. Conosco il loro impegno per l’agro-ecologia e lo sviluppo sostenibile, per la pace e il disarmo, per l’educazione all’iniziativa e alla responsabilità. Io tendo loro la mano perché riconosco in essi qualcosa del sogno di Papa Francesco. Dei giovani cristiani che hanno l’odore delle pecore, che diventano ospedali di campagna per gli accidentati dalla vita (…). Se lo avessimo dimenticato, essi ci ricordano che l’ingiustizia e l’esclusione non evangelizzano nessuno”…

In nome quindi dell’odore delle pecore, dell’ospedale da campo, della pace, del disarmo e di Papa Francesco dovremmo ammettere ora l’aborto e l’eutanasia, i matrimoni gay e tutte le altre derive etiche della modernità? Ce lo dicano i teologi e i prelati più dotti di noi e al contempo più incarnati nella realtà sociale di oggi.

Pubblicato anche su Libertà e Persona


 

30 maggio 2017

Santa Giovanna d'Arco, la pulzella che salvò l'onore della Francia


di Alfredo Incollingo

Le ultime elezioni francesi hanno riconfermato la sudditanza della Francia ai diktat di Bruxelles, delle lobby finanziarie e dell'Unione “Germanica” Europea. In questi tempi così bui per la “cattolicissima” nazione francese è necessario guardare al passato per infondere, si spera, un nuovo spirito patriottico ad un popolo che sta subendo pesantemente le ripercussioni della globalizzazione. Torniamo indietro fino al XV secolo, quando la Francia era un regno in guerra. Sul suolo gallico si stava combattendo un conflitto secolare, la “Guerra dei Cent'anni” (1337 - 1453), tra la Corona inglese e la monarchia francese per il predominio in Gallia. Alla morte dell'ultimo re capetingio la corona di Francia era contesa tra due casate legate da vincoli di parentela: i Valois e i Plantageneti d'Inghilterra. Era in ballo l'indipendenza, il prestigio e l'orgoglio di una nazione che per decenni aveva combattuto per difendere la propria identità. I francesi del Delfino Carlo VII erano in difficoltà di fronte all'irruenza dell'esercito inglese e dei loro alleati borgognoni. Parigi era in mano nemica, la strategica città di Orleans era assediata e nulla faceva sperare nella vittoria di Carlo VII. Dalle campagne francesi venne a Chinon, presso la corte francese, una giovane ragazza, povera e analfabeta, che affermava di udire voci celestiali e di vedere l'Arcangelo Michele, Santa Caterina e la Madonna. Si chiamava Giovanna d'Arco e riferì al Delfino di essere stata inviata da Dio per salvare la nazione francese. Carlo, diffidente, decise di sottoporla al giudizio di chierici e di teologi dell'Università di Poitiers e, solo quando si provò la sua sincerità, le fu affidata un'armata in soccorso di Jean, il “Bastardo di Orleans”, che difendeva la città. Nonostante non avesse il pieno comando delle truppe, Giovanni infuse un rinnovato spirito combattivo ai suoi sottoposti (impose la confessione, la preghiera quotidiana intorno al suo vessillo, allontanò le prostitute, vietò saccheggi indiscriminati...), vincendo gli assedianti e liberando Orleans. Le vittorie si susseguirono e gli inglesi miracolosamente perdevano terreno. La “Pulzella d'Orleans”, come fu soprannominata, stava compiendo un miracolo e le città nemiche si arrendevano senza combattere o capitolavano repentinamente. La vittoria francese di Patay (1429) ribaltò le sorti della guerra. Giovanna guidò le sue truppe in battaglia, sempre in prima fila, incitandoli a combattere il nemico e a non cedere alla violenza più brutale. La città sacra di Reims venne liberata e il 17 luglio 1429 Carlo VII fu consacrato re di Francia nella cattedrale cittadina. Dopo decenni la monarchia venne ristabilita e la nazione ebbe di nuovo un sovrano. Dio aveva guidato il popolo francese alla vittoria per ristabilire l'ordine che era stato sconquassato e l'unzione sacrale di Carlo VII parve l'atto finale di questo progetto. Giovanna fu la paladina della riscossa, ma il sovrano la ritenne ormai inutile per i suoi scopi. La Francia stava per essere liberata definitivamente e la “Pulzella” era un peso gravoso. La lasciò sola nelle campagne militari nel Nord e nel tentativo di riconquistare Parigi. Mentre marciava verso la città di Compiegne, Giovanna venne catturata da Giovanni di Lussemburgo, vassallo degli inglesi, e ceduta a questi. A Rouen si tenne un processo per eresia e il 30 maggio 1431, dopo indicibili torture e una falsa confessione estorta con violenza, Giovanna d'Arco venne arsa al rogo. Così tragicamente si concluse la vita terrena di una giovane francese che, per volere divino, aveva sconfitto le armate nemiche e ristabilito l'ordine in una nazione in procinto di capitolare. Eppure il suo spirito patriottico e religioso divenne d'intralcio nel momento in cui il regno di Francia risorse dalle macerie. Si parlò di tradimento da parte di Carlo VII, ma è certo che la lasciò sola senza il minimo aiuto. Fu lo stesso sovrano a indire nel 1453 il processo di riabilitazione della santa, dopo la presa di Rouen, e il 7 luglio 1456 si giunse alla sentenza di assoluzione da tutte le colpe imputatele. Il ricordo della “Pulzella d'Orleans” non si perse e la nazione francese riconobbe sempre il suo tributo alla causa patriottica. Quattro secoli dopo, il 27 gennaio 1894, papa Leone XIII la dichiarò venerabile e avviò il processo di beatificazione che si concluse il 18 aprile 1909 con Pio X. Un decennio dopo, il 16 maggio 1920, Benedetto XV la canonizzò e la proclamò patrona di Francia. Il culto di San Giovanna d'Arco ha sorretto la nazione nei momenti più difficili, soprattutto durante le due guerre mondiali che hanno insanguinato il novecento. Oggi, più che mai, i cattolici francesi la invocano per la salvezza della Patria di fronte a nemici ancora più insidiosi.

 

10 maggio 2017

Il programma di Marine Le Pen e la dottrina sociale della Chiesa


di Enrico Maria Romano

La vittoria (abortita) di Marine Le Pen, alle elezioni presidenziali dello scorso 7 maggio, sarebbe stata diversa dalle vittorie (abortite) di Norber Hofer in Austria e di Geerd Wilders in Olanda. E, per l’insieme dell’Unione Europea, e dunque anche per l’Italia, sarebbe stata diversa, perfino rispetto alla miracolosa e storica vittoria di Donald Trump in America, o del Brexit in Gran Bretagna.

La Francia ha ancora ciò che da Napoleone in poi non ha mai smesso di avere: un prestigio politico e culturale unico al mondo. Quello culturale non è sotto ogni punto di vista insuperabile. Ma quello politico è raro: basti pensare alle serie interminabile di re e di regine che da Clodoveo in poi ne hanno contrassegnato la continuità, la grandeur e la compattezza sociale. Non che la nazione italiana abbia atteso l’Unità e i Savoia per esistere, certo. Ma la storia politica unitaria francese supera i dieci secoli e ha quindi qualcosa di quasi unico in Europa e nel mondo intero.

Il partito di Marine Le Pen poi, fondato negli anni ’70 ad imitazione del nostro Movimento Sociale Italiano, non ha la forza d’impatto – ma anche la debolezza strutturale – tipica dei molti movimenti populisti di ultima generazione. E’ da mezzo secolo che il blocco nazionalista-patriottico rappresentato dal Front dirige città piccole e medie, conta deputati (specie in Europa) e soprattutto consta di migliaia e migliaia di militanti, simpatizzanti, centri culturali, numerosi giornali e riviste, con una ramificazione unica, nella destra tradizionale europea.

Jean-Marie Le Pen, arrivò secondo dietro Chirac nel 2002, e perse poi, pur avendo leggermente aumentato i voti. Per il gollista Chirac votò compatta la sinistra. Per il socialista Macron ha votato compatta la destra di Fillon…

Ma quali sono le proposto concrete del più forte partito identitario d’Europa occidentale? Esse non sono una sorpresa e da mesi esistono nero su bianco, col titolo di “144 impegni presidenziali di Marine Le Pen”. Questi impegni si aprono con la frase-emblema di “rimettere la Francia in ordine”. Dopo anni ormai di terrorismo islamico, perdita del controllo delle periferie, continue e crescenti violenze sociali, crollo sconcertante della scuola pubblica e perfino per gli stessi scandali ripetuti di politici corrotti (inclusi certi candidati alle presidenziali), la frase è indicativa della volontà di ottenere pulizia, ordine, rigore e sicurezza per un popolo stremato.

Nella introduzione ai 144 punti, Marine Le Pen dichiara che i suo obiettivo politico è di “restituire libertà alla Francia” dalle maglie e dalle morse dell’Unione Europea, e di rendere ai francesi i loro legittimi diritti ed anche i loro denari, poiché “da troppi anni una politica dissennata impoverisce le classi medie e popolari, e arricchisce le multinazionali”. Secondo Marine ci sono in ballo due visioni di fondo che si combattono, quella “mondialista”, sostenuta da tutti gli altri candidati, che auspica “l’abolizione di tutte le frontiere, politiche economiche e fisiche, la quale accetta sempre più immigrazione e sempre meno coesione nazionale”; l’altra, è la visione patriottica, che “mette la difesa della nazione e del popolo al centro di ogni decisione pubblica”. Queste due visioni, sono una lotta tra due civiltà irriducibili. La vittoria di Macron è stata certamente la vittoria delle élite e la sconfitta dei ceti più modesti: nessun appoggio hanno avuto i patrioti dalle banche e dal mondo degli affari. Immani i sostegni al novello presidentino.

Il primo punto dei 144 era la richiesta di un referendum per ottenere l’uscita della Francia dall’Unione (Frenxit), per riacquisire la piena sovranità della patria. Annessa a questa c’è la rivendicata sovranità monetaria e legislativa dello Stato francese rispetto alle varie e anonime istanze internazionali.

Un altro asse del programma è/era l’aumento delle possibilità di democrazia diretta, attraverso l’introduzione del sistema proporzionale e la riduzione dei deputati e senatori da oltre 900 a 500.

La Francia da troppo tempo è diventata il paese della dittatura del politicamente corretto, della censura preventiva e delle pesanti ammende per chi dice o scrive ciò che non è gradito ai padroni del vapore. Marine Le Pen vuole/voleva/vorrebbe restituire la parola ai francesi attraverso l’uso incentivato dei referendum di iniziativa popolare, e la abolizione delle leggi che impediscono la libertà di opinione (politica, storiografica, culturale). Un’altra libertà promessa dalla Le Pen è quella della scelta della scuola da parte delle famiglie: pubblica o privata, parificata o libera (le famose scuole hors contrat, che aumentano ogni anno e danno eccellenti risultati formativi, all’opposto dell’illettrismo spaventoso degli studenti delle periferie cittadine).

Si vuole poi maggiore sicurezza sociale ed aumento delle forze armate (15.000 unità in più) e del loro prestigio sociale ed economico. Largo spazio è/era fatto alla legittima difesa dei cittadini e pene più severe per i delinquenti, specie abituali. Nuove prigioni e responsabilità penale per i genitori di criminali minorenni, con la soppressione di aiuti sociali qualora i genitori siano complici dei reati dei figli a carico.

Marine Le Pen vuole/voleva sopprimere lo jus soli e ritornare allo jus sanguinis, con l’aggiunta della possibilità di far perdere la nazionalità a chi la ha acquisita, ma ha poi seriamente demeritato. Disincentivare l’immigrazione con ogni mezzo, e favorire il rimpatrio degli stranieri inadatti, disoccupati o non integrati. Controllo rigido sulle moschee e i centri islamici diffusi sul territorio. Reintrodurre quindi l’ergastolo per i crimini maggiori.

Ci si sarebbe battuti e ci si batterà malgrado il banchiere Rotschild sia giunto al potere, per una politica di reindustrializzazione del paese, dando la preferenza ai nativi rispetto ai concorrenti stranieri. Lottare contro la concorrenza sleale in materia di commercio e sostenere il Made in France. Tutte queste misure vengono chiamate nel programma “Patriottismo economico”.

In ambito sociale la Le Pen vuole/voleva reintrodurre l’età della pensione a 60 anni (con 40 anni di tasse pagate) e sostenere, in tutti i modi, una “politica natalista”, specie con riduzioni drastiche delle tasse sulle famiglie numerose e l’abolizione del Mariage pour tous (le famigerate nozze gay, che oggi comportano l’adozione e la compravendita dei neonati). Il punto 91 recita testualmente così: “Difendere l’identità nazionale, i valori e le tradizioni della civiltà francese”, iscrivendo tale principio nella Costituzione ed esponendo il tricolore in tutti gli uffici pubblici. Interessanti misure poi a favore dell’artigianato, dell’agricoltura e delle piccole imprese familiari.

Insomma un programma di buon senso basato su legge ed ordine, lavoro e sviluppo. 4 pilastri giudicati necessari per una vera pacificazione nazionale. Marine Le Pen chiuse la campagna elettorale nella Basilica di Reims, soffermandosi sul punto esatto in cui san Remigio battezzò Clodoveo nel 497… Ma i responsabili della Basilica la sera stessa hanno dichiarato che Marine “non era stata invitata”…

Sappiamo come è andata a finire.

http://www.libertaepersona.org/wordpress/2017/05/sulla-compatibilita-del-programma-di-marine-le-pen-con-la-dottrina-sociale-della-chiesa/

 

09 maggio 2017

Attali, l'inquietante ispiratore di Macron


di Giuliano Guzzo

Emmanuel Macron ha vinto nettamente e tutti – che bello – son contenti. Di più: euforici, giubilanti, radiosi. Ora, sarò ingenuo, ma voglio sperare che cotanta letizia sia dovuta più alla sconfitta di Marine Le Pen che all’elezione dall’Eliseo di un volto giovane che piace a tutti, soprattutto in Italia, dove il balzo felino sul carro del vincitore, si sa, è arte antica. Soprattutto, voglio credere che i tanti ammiratori del neoeletto monsieur le Président ignorino, nella loro beata ingenuità, chi sia l’ispiratore dell’enfant prodige della politica non solo francese ma europea. Non per nulla, sapete, ma perché ci son cose che è meglio non sapere. Ritengo infatti vi sia ben poco allegro e molto di allarmante nel pensiero di Jacques Attali, l’economista ed ex consigliere di Mitterand, il quale ha avuto un ruolo chiave, anzi determinante nell’ascesa politica del nuovo presidente francese.

Non lo dico io, ma è il settantatreenne a dichiararlo. E’ lui che ha introdotto il giovanissimo Macron, nel giugno 2014, in quel di Copenhagen, alla riunione del Bilderberg a Copenhagen, noto circolino di filantropi tanto desiderosi di fare del bene. Ed è sempre lui, Attali, ad aver presentato il futuro Presidente a chi politicamente conta. «Sono io – ha difatti dichiarato – che l’ho presentato a Hollande per farlo lavorare all’Eliseo». Ma non è tanto questo che dovrebbe spaventare, dopotutto che c’è di strano nella cara vecchia raccomandazione? Suvvia, siamo gente di mondo. Il punto vero che dovrebbe inquietare sono le idee che ispirano l’ispiratore di Macron, Attali appunto. Il quale si augura che le persone dopo i 65 anni di vita spariscano dalla faccia della terra e pronostica, tradendo un certo entusiasmo, l’avvento di nuove forme di procreazione e del poliamore. Credete esageri, vero? Vorrei tanto crederlo anche io.

Ma diamo la parola a lui, ad Attali, il quale nel suo libro L’Avenir de la vie (Seghers, 1981), alla domanda se è possibile ed auspicabile vivere fino ad essere centenari e oltre, Attali, rispose «Quando si superano i 60/65 anni vive più a lungo di quanto non produca e allora costa caro alla società… Dal punto di vista della società, è preferibile che la macchina umana si arresti brutalmente piuttosto di deteriorarsi progressivamente. È perfettamente chiaro se si ricorda che i due terzi della spesa per la salute sono concentrati sugli ultimi mesi di vita». E’ abbastanza chiaro, vero? Il padrino politico di Macron associa neppure troppo velatamente la dignità dell’essere umano – pardon, della «macchina umana» – alla sua capacità di lavorare, sgobbare, produrre, dopodiché «costa caro alla società». Sarebbe bello sapere che pensano di tutto ciò i tanti entusiasti del trentanovenne all’Eliseo. Ma aspettate perché il meglio, o il peggio, deve ancora venire.

In un altro libro Attali ci fa sapere che «un giorno il sentimento amoroso potrà essere talmente intenso da implicare più persone alla volta […] il poliamore, in cui ciascuno potrà avere più partner sessuali distinti; la polifamiglia, in cui ciascuno apparterrà a più famiglie; la polifedeltà, in cui ciascuno sarà fedele a tutti i membri di un gruppo dalle sessualità multiple […] Un bambino potrà essere portato in grembo da una generazione precedente della stessa famiglia o da un donatore qualsiasi, e i figli di due coppie lesbiche nati da uno stesso donatore potranno sposarsi, dando vita a una famiglia con sole nonne e senza nonni […] i bambini potranno essere fatti nascere da matrici esterne, animali o artificiali, con grande vantaggio per tutti: degli uomini poiché potranno riprodursi senza affidare la nascita dei propri discendenti a rappresentanti dell’altro sesso; delle donne poiché si sbarazzeranno dei gravami del parto».

Aspettate, perché le gioiose profezie del padrino di Macron non sono ancora finite: «Riapparirà il desiderio di autoriprodursi ognuno potrà collezionare se stesso replicando la propria coscienza, mentre due genitori, seguendo un proprio desiderio, potranno dare vita al clone di un individuo di proprio gradimento. A un certo punto si potrà diventare diversi da come si è, e per vivere ogni forma di sessualità l’uomo aspirerà a passare da un sesso all’altro» (Amori. Storia dei rapporti uomo-donna, Fazi Editore 2008, pp. 224-228). Avete letto bene: bambini fatti nascere «da matrici esterne, animali o artificiali», poliamori, macchine umane che debbono sparire quando non producono più. Tutte cose che, in bocca ad uno che vi si trovasse di fronte, vi farebbero chiamare immediatamente un’ambulanza. Invece il buon Macron, da un soggetto con queste “idee”, si è fatto pure sponsorizzare. Davvero una mente fine. Bene, ora continuate pure a festeggiare augurando alla Francia il meglio. Ne avrà bisogno.

https://giulianoguzzo.com/2017/05/09/tutti-pazzi-per-macron-ma-il-suo-ispiratore-e-inquietante

 

01 maggio 2017

Macron potrebbe perdere


di Giuliano Guzzo

Dopo la Brexit – che gli exit poll davano naufragata il giorno stesso della sua affermazione -, la vittoria di Trump – che ha trionfato sulla Clinton che a poche ore dalle urne data vincente con probabilità superiori al 90% -, e la vittoria del No al referendum costituzionale italiano, avvenuta con tutta la grande stampa per il Sì o falsamente equilibrata (eccettuati Il Fatto, La Verità o Il Manifesto, che non vendono le copie di certi quotidiani manco sommati), dopo tutto questo – dicevo – un concetto dovrebbe essere chiaro: nulla è scontato.

Soprattutto non è scontato ciò che tale sembra essere sondaggi realizzati magari in buona fede e seguendo criteri professionali, ma che devono fare sempre più i conti con cittadini diffidenti, che non rispondono o che forse, molto semplicemente, hanno capito il giochino secondo cui spacciare una situazione – in questo caso la vittoria di un candidato sull’altro – come fatto certo da un lato motiva gli elettori di quel candidato facendoli sentire parte di una maggioranza, ancorché solo virtuale a quel momento, e dall’altro scoraggia gli altri elettori, lasciando intendere il loro voto sia inutile.

E’ un trucco chiaramente, e non abbiamo elementi – per venire a noi – per sostenere che i sondaggisti francesi stiano tifando per Emmanuel Macron; tuttavia un aspetto è sempre più chiaro: la corsa verso l’Eliseo del giovane candidato contro Marine Le Pen non è affatto in discesa. Lo suggeriscono numerosi elementi, dai non pochi voti di Fillon che potrebbero finire alla Le Pen alle le parole di Jean-Luc Mélenchon, giunto al primo turno quasi al 20%, il quale (per quanto ieri il suo portavoce pare abbia detto altro) da una parte ha proclamato libertà di coscienza per i propri elettori e dall’altro, in una intervista rilasciata giorni fa, aveva fatto ben capire che pensa del fondatore di En Marche!

«Macron è un uomo di finanza. Per definizione – ha aggiunto – sono dei parassiti, non producono nulla». Proprio sicuri che tutto ciò sia un buon segno per Macron, sostanzialmente definito parassita? Non ne sarei così sicuro. D’altra parte, l’inizio della sua campagna elettorale per il ballottaggio è stato, per usare un eufemismo, leggermente sotto tono. Infatti ieri è stato fischiato operai della Whirpool di Amiens, città non esattamente casuale dato che è quella dov’è nato e cresciuto. Non solo: tra gli stessi operai – a sorpresa – si è fatta vedere Marine Le Pen, accolta in tutt’altro modo.

Un altro indizio del fatto che la vittoria di Macron – come quella di Hillary, ricordate? – potrebbe restare scolpita nei soli sondaggi sono state le parole del presidente François Hollande, il quale l’altro giorno, in un discorso a Laval, diffuso da Le Monde, è stato chiarissimo nel dire che il trionfo del trentanovenne è tutto fuorché certo: «Non è fatta […] nel paese non c’è stata una presa di coscienza vera di quel che è successo domenica». Parole che dicono come Hollande sia tutto fuorché tranquillo, ma che suonano anche come un avvertimento molto chiaro ai potenti sostenitori e promotori di Macron, che non sono certo i cittadini comuni.

O forse qualcuno è così ingenuo da non pensare che Hollande avrebbe avuto mille altri modi per invitare Macron a non illudersi? E’ del tutto evidente come dietro quel «non è fatta» si celi il timore di certi ambienti verso un esito elettorale per nulla sicuro. Del resto, la Le Pen si sta muovendo bene e nel giro di poche ore ha inanellato due mosse molto astute: le dimissioni dalla guida del Front National e lo sgambetto – riuscito bene – teso al rivale a Amiens; per due modi diversi e complementari per sbarazzarsi dallo stereotipo da anni cucitole addosso. Morale della favola: rischiamo di vederne delle belle. Macron non dorma tranquillo.

https://giulianoguzzo.com/2017/04/27/occhio-che-macron-il-superfavorito-puo-perdere/

 

28 aprile 2017

Emmanuel Macron, il (finto) nuovo


di Giuliano Guzzo

Scusate, ma chi è questo Emmanuel Macron? Se lo chiederanno i molti italiani che, fino a ieri, mai avevano sentito nominare il candidato che al primo turno delle presidenziali francesi ha ottenuto il risultato più sorprendente e che pare già virtualmente all’Eliseo, quasi Marine Le Pen manco esistesse. Classe 1977, l’enfant prodige non solo francese ma europeo, il Nostro si può – in estrema sintesi – definire come il candidato perfetto dei poteri fortissimi. Giovane abbastanza da incarnare apparenti novità, il leader e fondatore del movimento En Marche! ha difatti tutte le carne in regola per far impazzire l’establishment tecnocratico europeo: vuole più Europa («l’Europa siamo noi. Bruxelles siamo noi. Abbiamo bisogno dell’Europa»), più flessibilità del lavoro (che c’è da dubitare sappia cosa sia, dato che si è ritrovato al Ministero delle finanze l’anno stesso della laurea) ed esegue splendidamente ordini («Non so cosa voglia dire, leggo quello che mi scrivono», disse una volta durante in discorso mentre leggeva una frase priva di senso).

Ex banchiere d’affari per Rothschild & Cie Banque –  da qui il soprannome «chihuahua dei Rotschild», da un commento su GeopoliticalCenter – il Nostro è snob quanto basta (apostrofò come «illetterati» degli operai) e non considera immigrazione e Islam un problema, anzi dopo attacchi terroristi di Parigi del novembre 2015, ebbe a commentare che l’accaduto era anzitutto una «ferita dei musulmani francesi». E’ insomma il politico ideale il programma di liquefazione sociale caro ai vertici europei: più mercato e più immigrati da una parte, meno identità e sovranità dall’altra. Sul privato di Macron, non c’è molto da dire. Molto di entusiasmante, s’intende. Legato sentimentalmente da quanto aveva sedici anni ad una donna, Brigitte Trogneux, ora sua moglie, di 23 anni più grande di lui, pare sia bersaglio di alcuni dossier russi secondo cui sarebbe stato sostenuto da lobby bancarie americane e coinvolto in una relazione omosessuale con un giornalista.

Gossip a parte, del Nostro risalta la fermezza politica sia in politica interna (ha portato avanti un progetto di riforma del lavoro infischiandosene delle enormi e continue proteste degli operai e dei dipendenti francesi, scesi settimanalmente in piazza) sia estera (fosse per lui, interverrebbe in Siria domattina) e la capacità di indicare alle giovani generazioni i valori che contano. Infatti, nel corso di un’intervista, ha espresso al meglio le sue idee su quale dovrebbero essere i principi ispiratori degli europei di domani: «Servono giovani francesi che abbiano voglia di diventare miliardari». La statura ideale e politica del probabile futuro monsieur le Président è tale che nelle scorse ore sembra che pure uno certamente non populista quale il giornalista Paolo Mieli abbia fatto lasciato intendere di ritenerlo poco più di un automa, un soggetto con scarsa personalità e costruito in laboratorio dai poteri forti. Ma dai, questo sì che è uno scoop. Non lo avremmo mai detto: si sarebbe detto il classico trentanovenne europeo della porta accanto, no?

https://giulianoguzzo.com/2017/04/24/emmanuel-macron-il-nuovo-che-e-tutto-fuorche-tale/

 

27 aprile 2017

Cronache di Babele: perché la Parigi sotto attacco vota per Macron?


di Alessandro Rico

Forse è vero, come dice Maurizio Blondet, che il voto francese è l’emblema della lotta di classe: lotta tra chi è stato impoverito dalla globalizzazione, privato della speranza di condurre una vita semplice ma dignitosa, limitato nelle prospettive di miglioramento, soverchiato da centri di potere più o meno oscuri che gli impongono i «sacrifici», rintronato dall’arma di distrazione di massa dei diritti civili; e chi da questo sistema spera di trarre benefici, chi intravede i primi segnali di ripresa, chi è capace di competere e arricchirsi in questa arena globale, tagliando i ponti con il tradizionale modello di società basato su famiglia, lavoro, risparmio. E forse è vero che questa lotta di classe la vinceranno i privilegiati delle città, che sono più numerosi o meglio organizzati, rispetto agli emarginati delle periferie e agli svantaggiati delle campagne. Ma io non credo che dietro questa cesura tra realtà rurale e realtà urbana, tra aristocrazia finanziaria e piccola borghesia di provincia, ci siano solo linee di demarcazione economiche.

Il dato più sconvolgente del primo turno delle elezioni in Francia è che Parigi, la città che forse più di tutte in Europa sta vivendo l’incubo del terrorismo, la città che più di tutte in Europa ha le mani in pasta con le monarchie del Golfo (gli sponsor del fondamentalismo islamico), è anche il luogo dove il messaggio della Le Pen fatica di più a sfondare. Il manipolo dei Monti-viventi di Forza Europa e Comitato Ventotene (roba che solo a pronunciarla ti corre un brivido lungo la schiena), che ogni tanto sfila per Roma come gli zombi nel video di Thriller, potrebbe evocare il mantra delle Merkel e dei Mattarella: Parigi sarebbe così la dimostrazione che i terroristi «non ci faranno rinunciare ai nostri valori», cioè il cosmpolitismo, la libertà di movimento, il multiculturalismo, la tolleranza, ecc. Più sagacemente, come fa appunto il nostro Blondet, si potrebbe argomentare che ormai a Parigi non decide più la gente comune: ci sono i potentati ai quali non risulta difficile organizzare il consenso, capaci perciò di acchittare in quattro e quattr’otto un modesto esponente dell’establishment come Macron, passato dai Rotschild a un ministero del fallimentare governo Hollande. A Parigi ci sono anche gli islamici, quelli che ormai presidiano interi collegi elettorali e, pur schifando tutto quello che Macron rappresenta (sarà amico dei sauditi, ma è pur sempre un sottoprodotto dell’illuminismo radicale), hanno paura che, con la Le Pen, l’invasione possa arrestarsi. E infine a Parigi spopoleranno pure i professionisti dell’antifascismo, che alla fine si rivelano gli utili idioti del sistema.

Da cattolico, però, mi sforzo di riflettere sul senso teologico di quello che accade. E mi viene in mente l’episodio della Torre di Babele, perché sulle società «aperte» che piacciono a George Soros, multietniche, multiculturali, materialiste, popolate di grattacieli luminosi simbolo di opulenza e rigoglio (che di per sé, si badi, non sarebbero cose malvagie: io i grattacieli li adoro e mi fanno paura quelli che propongono la decrescita felice), su queste società di cui Parigi è una delle tante copie sparse per l’Occidente, la Bibbia aveva già detto tutto. In Genesi 11:1-9 leggiamo:

1 Tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole. 2 Emigrando dall'oriente gli uomini capitarono in una pianura nel paese di Sennaar e vi si stabilirono. 3 Si dissero l'un l'altro: «Venite, facciamoci mattoni e cuociamoli al fuoco». Il mattone servì loro da pietra e il bitume da cemento. 4 Poi dissero: «Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra». 5 Ma il Signore scese a vedere la città e la torre che gli uomini stavano costruendo. 6 Il Signore disse: «Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è l'inizio della loro opera e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile. 7 Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l'uno la lingua dell'altro». 8 Il Signore li disperse di là su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città. 9 Per questo la si chiamò Babele, perché là il Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là il Signore li disperse su tutta la terra.

La guisa in cui ci viene di solito presentato l’episodio della Torre di Babele ruota intorno al tema del castigo divino: Dio punisce gli uomini per la loro hybris (la Torre come simbolo della tracotanza di chi pensa di potersi innalzare al cielo da sé e quindi di essere come Dio), pertanto la dispersione dei popoli e la diversità delle lingue sarebbe frutto della Sua ira. Ma nel capitolo precedente e in quello successivo, il testo descrive la geografia politica dei popoli che abitavano la terra dopo il Diluvio. Si trattava di popoli che condividevano un’unica discendenza, ma si erano poi differenziati «secondo la propria lingua e le loro famiglie, nelle loro nazioni» (Gn 10:5). E da nessuna parte sta scritto che questa molteplicità fosse il frutto di un castigo. Tutto lascia pensare, al contrario, che la diversità dei popoli e delle nazioni rientrasse nel piano di Dio, mentre il progetto di uniformazione globale («essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola») Gli fosse sgradito. Per questo motivo, Dio interviene e impedisce agli uomini di portare a termine quell’impresa.

Ora, a cosa somiglia la Torre di Babele? A cosa somiglia la città dove i molti popoli diversi si riuniscono in un solo popolo, con una sola lingua? Certo, le nostre società multiculturali sono ancora lontane dall’uniformità armonica e irenica descritta nella Genesi; inoltre, ci sono multiculturalismi che puntano sulla stratificazione e multiculturalismi che inseguono la cosiddetta integrazione. Ma se il cancro di una Londra in cui ormai vige il pluralismo giuridico (c’è la common law e poi ci sono i sedicenti tribunali islamici che applicano la sharia) è la frammentazione (tante nazioni in un solo territorio), non bisogna dimenticare che pure la City ha raggiunto un certo grado di omologazione: se non si vuole ridurre tutto a una collezione di ghetti, bisogna che le minoranze competano sullo stesso mercato del lavoro, che producano sintesi anglicizzate dei loro usi e costumi mentre gli inglesi de-anglicizzano i propri, che parlino una neolingua che spazia dall’accento dell’Est di un barista slovacco alla strana parlata dell’autista di Uber bengalese. A Parigi il fenomeno dovrebbe essere accentuato, perché la laïcité francese vorrebbe mettere al bando tutti i simboli religiosi. La grande utopia illuminista affiora qui nella sua essenza: deprivata di ciò che la associa a una «famiglia», a una «nazione», della persona non resta che ciò che ne fa il puro e astratto homme che i philosophes hanno sempre venerato.

I terroristi, specialmente quelli reclutati tra gli scarti della società francese, si oppongono con la violenza all’annacquamento delle differenze nella brodaglia multiculturale. La loro non è soltanto la guerra dell’Islam politico, è anche la battaglia di una minoranza, sicuramente oscurantista e retriva, che vuole spezzare il sogno del cosmopolitismo liberale, per ritrovare nel fondamentalismo l’identità che i lumi le hanno sottratto.

Qualsiasi organismo, dinanzi all’attacco di un agente patogeno, reagisce cercando di espellerlo. Ma cosa succede se quell’organismo è ormai completamente immerso nell’illusione di realizzare la Torre di Babele? La Parigi sotto assedio che vota per avere più Europa e più immigrati è la Parigi talmente innamorata dei «nostri valori» (quelli dell’élite liberal) da preferire il suicidio alla reazione. Il multiculturalismo della differenza, più praticato in Gran Bretagna, alla lunga lacera quel grado di unità sociale necessario a far funzionare l’autorità politica, specialmente in un regime democratico; il multiculturalismo dell’omologazione genera la reazione violenta di chi è incapace di definirsi secondo le coordinate del progressismo universalista e trova nell’islamismo radicale una via di autoaffermazione. Ma se Dio disperde i superbi nei pensieri del loro cuore (Lc 1:51), è plausibile che Parigi (come Londra) sia ormai incapace di vedere al di là della coltre progressista, dell’utopia di una società multiculturale priva di attriti, in cui l’Islam, a differenza di quanto ha fatto finora in tutti i luoghi e in tutti i tempi, rinunci inopinatamente a qualsiasi forma di imperialismo violento e si sottometta alla suprema moralità della democrazia liberale. 

È vero che a Parigi sono ancora tanti i simulacri degli yuppies che coltivano l’ottimismo mentre questo mondo globalizzato si incammina verso una nuova guerra mondiale. È vero che a Parigi ci sono i collegi elettorali egemonizzati dai musulmani, disposti a sorbirsi Macron pur di evitare «quella là». Ma è vero pure che ormai «quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile», che a Parigi, come nella Londra sgomentata dalla Brexit, il cantiere della Torre è in stadio avanzato. Per quanti colpi di AK47 possano esplodere, per quante vittime possano cadere, questi uomini penseranno solo a piazzare altri mattoni. La Grande meretrice è all’apparenza splendida, ma marcisce dal di dentro ed è ebbra della propria immondezza: «[…] era ammantata di porpora e di scarlatto, adorna d'oro, di pietre preziose e di perle, teneva in mano una coppa d'oro […]. Allora mi accorsi che la donna era ubriaca del sangue del popolo di Dio e del sangue di quelli che sono morti per la fede in Gesù» (Ap 17:4, 6).

Su quale scoglio si infrangeranno le farneticazioni del globalismo? Probabilmente Dio si disinteressa tanto al fatto che a Washington e a Madrid si venda lo stesso Iphone, quanto assiste con disappunto al tentativo di sopprimere le nazioni, abolire i confini (consigliamo la rilettura della Genesi a chi vuole «costruire ponti e non muri») e riassorbire le differenze tra i popoli nell’indistinzione delle società multiculturali, che più diventano «aperte», più cadono sotto il dominio di comitati ristretti e opachi gruppi d’interesse. Irrimediabilmente contrario ai decreti divini è il miraggio di chi blatera di Stati Uniti d’Europa e si figura un super-Stato continentale, o di chi promuove la tratta degli immigrati per completare il programma di sostituzione etnica gradito ai massoni, che sognano un governo mondiale. E ciò che a Dio è sgradito, prima o poi si sbriciola.
Saranno forse quelli che oggi recitano la parte dei bifolchi a ricostruire dalle macerie di questo ordine mondiale, abbandonando le eresie della globalizzazione, di nuovo divisi «secondo la propria lingua e le loro famiglie, nelle loro nazioni». 
 

26 aprile 2017

Il sistema contro Marine Le Pen


di Fabrizio Cannone

Domenica 23 aprile 2017 Marine Le Pen ha ripetuto l’impresa, già riuscita nel 2002 al padre Jean Marie, di raggiungere, contro venti e maree, il secondo turno delle votazioni per l’elezione del presidente della repubblica francese. Quella volta però, Le Pen padre, tallonato dal socialista Jospin, arrivò secondo dietro Jacques Chirac, prototipo del gollista di centro destra e politico senza dubbio navigato ed esperto.
La Francia godeva ancora, malgrado i mille problemi già esistenti in radice e spesso riconducibili all’immigrazione di massa (come la violenza delle banlieue e l’incipiente islamizzazione), di una certa grandeur economica e sociale, e l’Unione Europea restava ancora un ideale di vita, almeno dell’immaginario collettivo delle masse.
In poche parole, il dramma del terrorismo ripetuto e crescente, con la sua spirale di lacrime e sangue sulle strade di Parigi, era ben lungi dal farsi sentire, nonostante le avvisaglie. Le correnti immigrazioniste riuscivano ancora a presentare l’arrivo continuo di migliaia di stranieri extra-europei (non desiderati), come un fatto naturale, fatale e in fondo necessario per coprire i vuoti sociali e lavorativi, disertati, si diceva, dai nativi ormai tutti in carriera e desiderosi dei soli mestieri ‘borghesi’… La situazione attuale è così drasticamente mutata che solo il potere orwelliano dei mezzi di informazione di massa ha potuto permettere ad un soggetto senza storia e senza identità come Emmanuel Macron di giungere al secondo turno, e perfino in prima posizione. Pare inutile, spiegare ancora, ai lettori di questo quotidiano, la portata di queste elezioni francesi, ben colta specularmente dai fanatici europeisti, o europomani, e dal buon senso di chi ama la realtà e il bene comune, assai più delle utopie e delle ideologie.

Dietro Marine Le Pen si sono radunati i patrioti, i nazionalisti, i sovranisti e tutti coloro che hanno capito, spesso con storie personali lontanissime dal dna del Front National che l’Unione europea è il problema, non la soluzione. Che i popoli e il loro benessere debbono primeggiare rispetto agli interessi, palesi o occulti che siano, dei gruppi finanziari dominanti. Il suo partito ha una lunga storia e come ogni opera umana ha difetti e limiti, ovviamente. Ma si pone oggi come una scialuppa di salvataggio. Il programma della futura presidentessa Marine, che salvo miracolo non potrà essere attuato, consta di 144 punti forti che tutti possono consultare e visionare sul web. Politica estera multipolare e non servile verso l’Onu e gli Usa, politica economica molto sociale e pro famiglia, liberazione della Francia dalle pastoie di Bruxelles e lotta senza quartiere al terrorismo e all’islamismo radicale, pur nella garantita libertà di culto per ognuno. E ancora rispetto della storia, della cultura, della lingua e della tradizione francese, e delle sue radici cristiane, contro il cosmopolitismo e la colpevolizzazione ideologica diffusa nelle scuole di oggi, come un veleno e un indottrinamento.

Sembra davvero un programma alla De Gaulle, a base di patriottismo, prestigio internazionale e solidarietà sociale. Tra l’altro Marine era l’unica candidata a voler abbassare per tutti l’età della pensione riportandola a 60 anni, aumentando lo stipendio e tributando l’onore dovuto a tutti i militari francesi.

A fronte di ciò Emmanuel Macron è il vuoto. Il vuoto spinto. Assenza di cultura politica, di agenda internazionale, di lettura d’insieme dei problemi nuovi della società. Nessuno ha potuto negare che si tratti, rispetto a Marine, ma anche rispetto a Fillon, a Mélanchon e agli altri, del puro candidato delle banche e dei poteri forti. Nel suo background di ex banchiere dei Rotschild c’è più Europa e meno sovranità statale, più immigrazione e meno contrasto al delitto e al malaffare, più consumismo e meno patriottismo, più individuo e meno famiglia, più islam e meno radici cristiane.
Sia Marine che Macron hanno avuto ragione nell’unica cosa che li ha uniti durante la campagna elettorale. Di affermare cioè che tra loro due non è tanto una differenza di ricette economiche o di misure politiche, ma una differenza di fondo, di filosofie della vita alternative e irriducibili contrarie.
Ma che Macron voglia servire il progetto europeista, internazionalista e mondialista non stupisce, e oltre che rammaricarcene non possiamo fare. La cosa assieme vergognosa e significativa è che non solo Hamon, il candidato ufficiale socialista, ma persino Fillon, da taluni visto come un cattolico conservatore e favorevole a Putin, mentre si tratta di un liberal alla Monti per intenderci, hanno invitato a sostenere Macron.

Allora aveva ragione proprio Marine: ciò che unisce e univa tutti gli altri candidati, teoricamente in competizione, era assai di più di ciò che li separava e li contrapponeva. Tutti uniti per interessi altri rispetto a quelli del popolo. Tranne forse, almeno in parte, il vetero marxista romantico Mélanchon, che non a caso non ha dato consigli di voto in vista del ballottaggio finale. Il settimanale Tempi, ora ottimamente diretto da Alessandro Giuli, nel numero di giovedì scorso, ha intervistato molti rappresentanti politici e culturali nostrani. E come è giusto e naturale, quelli di sinistra dicevano che avrebbero votato per un candidato di sinistra. Ma altri, destrorsi conservatori e cattolici (che per carità di patria preferiamo non menzionare), si schieravano per Fillon, visto illusoriamente come politicamente meno scorretto di Marine, o addirittura direttamente per Macron, che viene dal partito socialista e rappresenta la nuova sinistra, tutta gay e fast food. 
Tra questi ultimi citiamo il solo Tarquinio, direttore del quotidiano di ispirazione cattolica Avvenire, ormai tutto Grillo, Macron e Vendola, che poi aggiungeva misericordiosamente censure verso l’unica candidata donna…

I nostri eccellenti Borgonovo e Scianca ogni giorno mostrano la collusione, non più accidentale ma di fondo, tra poteri forti del denaro e sinistra politica, sia parlamentare che estrema. Macron è un po’ l’uomo sintesi. Zero valori morali e volontà di continuare la decostruzione della famiglia iniziata con la legge Taubira-Hollande, e mille carte di credito, spendibili nei luoghi che contano in Europa e nel mondo, nei centri della finanza e nelle logge più in.
Tutto può accadere in politica come nello sport, e i ribaltamenti sono sempre possibili. Auguriamoci che gli uomini liberi di Francia guardino la realtà e non la deformazione di essa attraverso i maxi-schermi del sistema.

(pubblicato su La Verità del 25 aprile)
 
 

21 aprile 2017

Parigi, torna il terrore. E l’ipocrisia


di Giuliano Guzzo

Parigi e la Francia intera sono ripiombate nell’incubo terrorismo. E’ successo ieri, alle 20:53, quando un uomo armato di kalashnikov ha aperto il fuoco nel cuore della capitale, sugli Champs Elysee, al numero 104, proprio davanti alla sede del grande magazzino Marks & Spencer. Gli obbiettivi del killer, rimasto ucciso mentre tentava la fuga, erano – secondo diverse testimonianze – gli agenti di polizia, uno dei quali purtroppo è morto mentre due, al momento in cui scriviamo, sono rimasti feriti. Anche se non sembrano esservi dubbi sul fatto che si sia trattato di terrorismo, are non vi siano ancora certezze definitive sull’identità dell’attentatore.

Dovrebbe comunque trattarsi, da quanto è dato sapere al momento, di Youssef El Osri, uomo non solo già noto ai servizi segreti francesi (avrebbe già sparato a un agente nel 2001) ma pure, hanno riportato alcune fonti, schedato come radicalizzato a rischio di attentati. Secondo la rete Bfmtv aveva scritto su Telegram, in una sorta di rivendicazione anticipata, di «voler uccidere degli agenti di polizia». Di certo c’è che Telegram è una piattaforma già impiegata dai terroristi dell’Isis come sistema di comunicazione. E altrettanto sicuro è che alcune ore dopo la sparatoria, attraverso l’agenzia di stampa Amag, l’Isis ha fatto pervenire a propria rivendicazione. Fin qui, i fatti.

Fatti che pur nella loro drammaticità, inutile negarlo, si configurano come ripetizione di un copione già visto: ancora l’atto terroristico di un uomo isolato (anche se probabilmente con dei complici), ancora come un soggetto radicalizzato e noto ai servizi, ancora paura e ancora sangue innocente. Abbastanza, direi, per augurarsi che la Francia – che si appresta a recarsi alle urne, per un voto dagli esiti tanto incerti quanto potenzialmente sconvolgente, specie se la spuntasse Marine Le Pen – ma soprattutto l’Europa e più in generale tutti coloro che vogliono davvero sconfiggere il terrorismo, la piantino con l’ipocrisia e inizino a dirsi le scomode verità finora taciute.

La prima scomoda verità che il terrorismo, oggi, è quasi esclusivamente terrorismo islamista. Inutile girarci attorno, è così. Basti ricordare che, dai dati più aggiornati a livello globale, quelli del 2015, sappiamo come le tre realtà maggiori del terrorismo mondiale siano tutte, indovinate un po’, di chiara matrice islamista. Si tratta di fatti dell’Islamic State of Iraq and the Levant (ISIL) – con 6.050 vittime -, di Boko Haram – con 5.450 vittime – e dei Talebani, con 4.512 vittime, (Annex of Statistical Information, Country Reports on Terrorism, 2016). Ora, tutto ciò qualcosa vorrà dire, no? E se le cose stanno così, perché continuare a parlare di terrorismo, senza specificarne la matrice?

Un’altra scomoda verità riguarda il fatto che, se è opportuno frenare l’immigrazione, il terrore islamista, come europei, ormai l’abbiamo comunque in casa. Qualche numero? Quando scattò per la prima volta l’allarme sul fenomeno dei foreign fighters, all’inizio del 2014, già si stimava che un numero tra i 3.000 ed i 5.000 di essi avesse fatto rientro nei Paesi di provenienza. Parliamo, si badi, di oltre tre anni fa. Vi sono stime che dicono come la sola Francia, ad oggi, potrebbe ospitare migliaia, forse fino a 7.000 tra estremisti, potenziali terroristi o soggetti radicalizzati. Davanti ad un fenomeno di queste dimensioni una pur doverosa stretta sull’immigrazione non basterebbe affatto.
Ben più urgenti ed efficaci, invece, sarebbero da un lato delle verifiche a tappeto sui soggetti già «noti ai servizi» e, dall’altro, più monitoraggi delle carceri, teatro di tante radicalizzazioni, e di quelle moschee che non solo danno spazio a imam che nei fatti altri non sono che predicatori d’odio, ma risultano spesso destinatarie di lauti finanziamenti dal Qatar, che è anche – guarda caso – il principale sponsor dei Fratelli Musulmani e di altri gruppi terroristici islamici in Medio Oriente e Africa. Ora, cosa se non l’ipocrisia ci può far dire che combattiamo il terrore, se lasciamo finanziare le moschee europee da coloro che supportano pure estremismo e terrorismo islamista?

La terza scomoda verità che dobbiamo trovare il coraggio di ammettere è quella della necessità di rivedere i rapporti non solo col Qatar, ma con tutti coloro che sostengono a vario titolo il terrorismo. Ricordiamo, a questo proposito, come la Francia che si è ritrovata nuovamente colpita dal terrorismo sia lo stesso Paese i cui massimi vertici politici, nel solo 2015, ben tre volte si sono recati in Arabia Saudita stipulando contratti per circa di 10 miliardi di euro, soldi che coprivano anche una copiosa fornitura di armi prodotte in Francia. Armi finite a chi? Probabilmente pure a realtà fondamentaliste, quali l’Isis. Assurdo, è vero, ma purtroppo assai realistico.

Tutto questo per dire che se da una parte è più che doveroso stringerci ai nostri cugini francesi, nuovamente colpiti, dall’altra se non ci decidiamo a parlare di terrorismo islamista, cestinando la più generica e politicamente corretta voce «terrorismo», a pretendere chiarezza sui finanziamenti delle moschee e ricalibrare affari con Paesi notoriamente vicini agli estremisti, condurremo una finta guerra al terrore. Questo, anche la corsa all’Eliseo la vincesse la Le Pen, dev’essere chiaro. L’immigrazione e i cosiddetti migranti costituiscono difatti solo un aspetto, ad oggi, della questione terrorismo. Che è ora e tempo che ci si racconti fino in fondo.

https://giulianoguzzo.com/2017/04/21/parigi-torna-il-terrore-speriamo-non-lipocrisia/

 

20 febbraio 2017

I circoli Giovanna d'Arco del patriota Jean-Marie Le Pen

di Enrico Maria Romano

Essendo nato nel 1928 a La Trinité-sur-Mer in Bretagna, Jean-Marie Le Pen è senza dubbio il decano dei politici nazionalisti e populisti d’Europa. Gli ultimi anni della sua lunghissima vita politica, iniziata negli anni ’50 del secolo scorso, sono stati piuttosto travagliati. Sia a causa di discutibilissimi processi politici per affermazioni e semplici battute, sferrati quindi contro quella Liberté di espressione di cui la Francia va fiera fin dal 1789, sia per cause interne al suo movimento. Il Front National, da lui fondato nel 1972 ad imitazione del Movimento sociale italiano (e con lo stesso simbolo della fiamma tricolore) e ora presieduto dalla figlia Marine (1968), lo ha infatti escluso dalla “presidenza d’onore” del partito. Il che ha causato processi, a più riprese, del padre Jean-Marie contro il bureau politique guidato dalla figlia Marine. In ogni caso, il patriarca dei Le Pen resta a tutt’oggi un deputato europeo di lunghissimo corso, un politico navigato ed esperto, ed anche, il che è meno noto, un intellettuale profondo, fine commentatore dell’attualità.

Sul suo blog infatti, da vari anni, Le Pen pubblica settimanalmente delle brevi interviste video (dette Giornali di bordo e arrivati al numero 462), in cui risponde liberamente a questioni politiche francesi e internazionali, commenta i vari libri che ha modo di leggere e da alcuni mesi diffonde il suo proprio movimento, i “Comités Jeanne”, ovvero i Comitati Giovanna (d’Arco). La devozione dei francesi, cattolici e non, verso la Pulzella d’Orléans è nota, e fu proprio Jean-Marie a introdurre molti anni fa, in occasione della festa del lavoro del primo maggio, un corteo-comizio dedicato alla Santa della patria (celebrata liturgicamente l’8 maggio di ogni anno). Recentemente però il Front national guidato da Marine ha soppresso il ricordo di Giovanna d’Arco dalla laica festa del Lavoro, giudicato poco in sintonia con la sua opera di modernizzazione del partito. In ogni caso il risultati del Front sono stati ultimamente così rosei, dal punto di vista elettorale, che nessuno ormai dubita della presenza di Marine Le Pen al secondo turno delle presidenziali in Francia: che sia contro Fillon, Macron, Hamon o chiunque altro.

E Jean-Marie? Per nulla chiuso in una torre d’avorio, l’ottantottenne bretone gira la Francia per presiedere le riunioni e i meeting dei suoi Comitati, sorti un po’ ovunque a seguito della sua marginalizzazione politica, in seno al neo-FN. In ogni caso, Le Pen non vuole sabotare il voto verso Marine, ma vuole creare ed ha già creato una fitta rete di gruppi che se vogliamo si collocano nella logica del nazionalismo integrale, senza cedimenti ideologici con il sistema repubblicano francese (incarnati in questi anni dal braccio destro, pardon sinistro, di Marine, Florian Philippot).
Vari gruppi cattolici o comunque conservatori e identitari, ma anche dell’ambiente della cosiddetta “dissidenza” (come gli intellettuali Alain Soral e Daniel Conversano, l’umorista Dieudonné, il segretario di Civitas Alain Escada etc.), sono inclini a sostenere la linea “jeanmariste” piuttosto che la linea aperta e modernista di Marine.

Pochi giorni fa, Jean Marie, nell’ottica di pesare sui suoi numerosi simpatizzanti e fan sul web, ed anche di spingere gli stessi membri del Front ad una politica meno compromissoria e più barricadera, ha pubblicato la “Carta dei valori dei Comitati Giovanna d’Arco”.

In essa, vi figurano tutte le richieste dei populisti europei o americani in genere, più alcuni dei tipici tratti del nazionalismo “à la française”. La Carta è in effetti un manifesto-programma in 20 punti, su cui si invitano a convergere tutti i patrioti, non riducibili al partito di Marine, ma che si trovano sia alla sua sinistra (tra alcuni dei Républicains e dei fillonisti) sia alla sua destra, specie in autori difficilmente classificabili ma che da anni e anni lottano contro l’immigrazione di massa (che in Francia è, annualmente, oltre il triplo di quella presente in Italia) sia contro l’islamizzazione crescente (a base di attentati, ma anche di mense hallal nelle scuole di stato, soppressione dei simboli cristiani dagli uffici pubblici, ghettizzazione delle periferie a suon di velo integrale, etc.).

I numeri dal 2 al 5 della Carta chiedono al futuro presidente francese e alla sua maggioranza di abolire il diritto d’asilo, lo ius soli (e di ritornare al più tradizionale e meno equivoco ius sanguinis: è francese chi nasce da almeno un genitore francese), il ricongiungimento familiare (in base al quale un immigrato che ha avuto il permesso di residenza in Francia ha il diritto di far venire i suoi cari in patria) e la doppia nazionalità (che serve a molti franco-magrebini per condurre una sorta di doppia vita, un po’ di qua e un po’ di là del Mediterraneo in base alle evenienze e alle convenienze…). Tutte misure di buon senso, specie ora che la stabilità sociale non è più assicurata.

Il numero 10 chiede la reintroduzione della pena di morte per i reati più gravi (come gli attentati terroristici). Il numero 11 chiede la totale libertà di espressione con la soppressione di tutte le leggi che la conculcano (leggi Pleven, Gayssot, etc.). La Francia è forse il paese occidentale in cui vi è la più forte restrizione alla libertà di parola e di pensiero, in nome del politicamente corretto, e questo ovviamente penalizza chi è impedito a denunciare i veri problemi sociali, condannato assurdamente per razzismo o islamofobia. Tra poco sarà persino vietato indurre una donna a rifiutare di abortire, il che è giudicato come un “entrave” cioè impedimento al diritto di aborto. La libertà di pensiero e di espressione, tradizionalmente associata alle battaglie laiche e progressiste, è oggi una bandiera dei conservatori! In effetti, la morale democratica a geometria variabile, un tempo fondata sulla libertà senza limiti, oggi viene ristretta sempre più, in nome delle minoranze e del rispetto. Prima si fa passare una legge sulle unioni civili, poi si scivola sulle nozze gay (con adozione), poi si giustifica una legge contro l’omofobia. E il gioco è fatto. Ma se neppure si può criticare l’omosessualità, il che è diventato reato più o meno ovunque, come si fa a dire che i cittadini sono uguali davanti alla legge? Mah!

Quando vince la sinistra, la democrazia è un totem. Se vince per errore Trump o Berlusconi, essa è un tabù…

Gli ultimi punti del manifesto lepenista sono per una politica natalista e in favore del recupero dell’identità francese e della preferenza nazionale, con la richiesta esplicita di introdurre nelle scuole una storia patriottica della Francia, la quale non inizia con la controversa rivoluzione del 1789, ma semmai con il battesimo di Clodoveo (498 d. C.). Si chiede anche una revisione della legge sull’aborto e sui matrimoni gay, in senso restrittivo, come primo passo per restaurare il valore naturale e sacro del matrimonio tradizionale.
 

21 gennaio 2017

Francia. In Marcia per la Vita

Enrico Maria Romano
Anche quest’anno Parigi vedrà migliaia e migliaia di cittadini che sfileranno, malgrado il freddo e il rischio di attentati, per gridare ai quattro venti che uccidere un essere umano innocente e indifeso non è mai ammissibile. Le democrazie contemporanee, sorte grazie alla ‘liberazione’ dell’Europa ad opera dei sovietici e degli americani, si sono trasformate rapidamente in luoghi poco sicuri per vivere (vista la criminalità, il terrorismo, la libertà di drogarsi e la disoccupazione galoppante) e altresì poco sicuri per nascere (a causa della legalizzazione universale dell’aborto e la stessa pratica, occultata, dell’infanticidio).

Il fatto che i medesimi paesi ‘liberati’ nel 1945 siano in pochi lustri divenuti i primi Stati al mondo ad attuare una politica di genocidio legale verso i non-nati, ed i paladini dei diritti a geometria variabile (eutanasia, suicidio assistito, divorzio express, nozze gay, contraccezione, bestemmia in pubblico, etc.) fa ben capire il senso e la portata di una ‘liberazione’ piuttosto regressiva che redentiva… Ma lasciamoci alle spalle il triste passato e guardiamo, con realismo, al futuro che viene. La Chiesa cattolica è rimasta forse l’unica religione del mondo a condannare per principio ogni aborto volontario, per qualunque ragione venga praticato. Incluso stupro, malformazione del nascituro o problemi psicologici della partoriente. In questo la Chiesa sta col grande Ippocrate e ne considera imperituro il Giuramento, che vieta(va) ad ogni medico di dare farmaci abortivi alle donne. Le varie chiese e sette della Riforma hanno cambiato dottrina, le une dopo le altre, smentendo così regolarmente i loro stessi profeti (Lutero, Calvino, Zwingli, Melantone, etc.). Poco chiari sono gli insegnamenti in proposito di Ebrei e mussulmani, insegnamenti che vanno da una condanna netta ad una netta apertura, in base alle scuole teologiche e alle tendenze del momento.

L’aspetto significativo della Marcia parigina di quest’anno è che essi si colloca in concomitanza con una nuova legge targata Partito Socialista, ed in corso di definitiva approvazione, che vieterà ogni tentativo di persuasione e di convincimento verso chi vorrebbe abortire. Perfino i siti internet pro life saranno censurati se consiglieranno alle donne di non abortire o se metteranno in risalto il rischio per la donna di traumi post-abortivi.

François Hollande, che in quest’anno 2017 tornerà a vita privata, rimarrà certamente negli annali della politica francese ed europea come uno dei peggiori presidenti della storia: totalmente incapace di dare risposte ai veri problemi sociali (come l’immigrazione di massa e la disoccupazione), ideologicamente orientato e inetto come un clown.

In tal quadro però, la logica massimalista dei socialisti e delle sinistre sta producendo sempre più una diffusione forzosa della cultura di morte, come la bollò, a più riprese, Giovanni Paolo II. Dopo il divorzio, il divorzio express (con il quale ogni anni ci si può sposare e divorziare, un numero indefinito di volte!) e quindi il rifiuto del matrimonio come tale, in nome della convivenza e della liquidità degli affetti. Dopo il Pacs, approvato nel 1999 (sorta di unioni civili senza adozioni, per tastare il terreno), il matrimonio tra omosessuali nel 2016 con la legge Taubira, con la parificazione assoluta dei genitori gay con i genitori adottivi eterosessuali. Si poteva pensare che sull’aborto, non si andasse avanti, ma si tornasse almeno parzialmente indietro. Visto per esempio il progresso medico dell’ultimo trentennio e la dimostrazione del dolore del feto, con lo spegnimento, in moltissimi aborti dopo il terzo mese, di un cuoricino che batte…

E invece no! Dopo l’aborto legalizzato nel 1974 come extrema ratio (fino alla decima settimana dal concepimento), si è passati all’aborto fino alla dodicesima settimana, poi all’inasprimento delle misure contro chi fisicamente cerca di impedire un aborto. Ed ora alla penalizzazione di chi parla, predica o semplicemente scrive contro l’aborto.
Tout se tient, direbbero a Parigi oppure, con Shakespeare, “c’è una logica in questa follia”.
La logica sta nell’essere arrivati a sopprimere la libertà (di pensiero, di parola e… di nascita), in nome della Liberté del 1789. Segno che questa fallace divinità laica della Rivoluzione francese, non era fondata sul terreno buono della ragione, ma su quello magmatico dell’ideologia e dell’arbitrio.
Uniamoci idealmente ai francesi per questa Marcia e facciamo nostro il motto: per la vita, sempre e comunuque!
 

03 agosto 2016

Da una parte padre Hamel, dall’altra le chiese demolite: benvenuti in Francia


di Giorgio Enrico Cavallo

Una settimana dopo la terribile e gloriosa fine di padre Hamel, agnello sacrificato sull’altare mentre celebrava il sacrificio di Cristo, si ritorna alle solite. Nemmeno il sangue di un santo sacerdote ha potuto fermare la follia iconoclasta della Francia scristianizzata: a Parigi, nel XV arrondissement, le forze dell’ordine in tenuta antisommossa hanno fatto irruzione nella chiesa di Santa Rita, portando via di peso il sacerdote e i fedeli che si opponevano alla distruzione del luogo sacro.
Distruzione? Sì, avete capito bene. La chiesa di Santa Rita deve essere demolita per far posto ad un parcheggio. Tante automobili al posto di un luogo di culto. Va’ che bello. Va’ che progresso. Non che sia una novità, in una Francia abituata a demolire le chiese per i motivi più futili. Ma a guardare i video postati su internet c’è da rabbrividire: il parroco è stato portato via di peso dalle forze antisommossa; i fedeli si sono arroccati nell’abside e si sono messi a cantare: forma di protesta antica e sublime, con la quale i martiri cristiani andavano al martirio all’epoca dei Cesari.
Una vergogna del genere dovrebbe finire su tutti i giornali. Scommettiamo, invece, che non troverete nulla? Ci sarà appena qualche filmato su Youreporter, ma sarà per qualche “addetto ai lavori”; non che al popolo possano essere mostrate queste immagini: piuttosto, visto che siamo in estate, conviene fare il servizio su qualche bellona in costume da bagno.
Scandalizzati? E perché mai? Anche se queste immagini fossero lanciate nell’apertura di un tg, qualcuno si mobiliterebbe per salvare la chiesa di Santa Rita? Qualcuno lancerebbe una campagna sui social? Qualcuno avrebbe il coraggio di manifestare davanti all’ambasciata francese? Voi vivete nel mondo delle favole: nessuno muoverà un dito, semplicemente perché a nessuno può interessare tutto ciò. E d’altronde la demolizione o la riconversione delle chiese in altro – discobar, supermercati, palestre… – è già diventata routine in paesi come la Francia, l’Olanda, la Danimarca, la Germania.
Viene da domandarsi perché. E la risposta ce la fornisce quel mangiapreti di Voltaire, quando affermava che non c’è religione senza preghiera. Riconosciamoglielo: aveva ragione. Chi non prega ha interrotto il rapporto con il sacro: Dio chiama sempre, intendiamoci, ma chi non prega ha il telefono in modalità aereo, e non sente.
Joseph De Maistre, genio assoluto della filosofia cattolica e per questo derubricato con una nota a piè di pagina di quasi tutti i manuali scolastici, nelle sua Serate di San Pietroburgo affermava che coloro i quali hanno smesso di pregare «trovano nel loro abbruttimento morale non so bene quale orribile fascino». E continuava: «se il culto pubblico non si opponesse un poco al degrado universale, credo, sul mio onore, che diventeremmo dei veri bruti. Delle tristi confidenze mi hanno fatto sapere che ci sono persone per le quali l’aria di una chiesa è un’aria mefitica che letteralmente li opprime e li obbliga ad uscire; mentre le anime sane si sentono penetrate da un’indefinibile rugiada spirituale».
È evidente che se la gente pregasse almeno un poco, le anime si sentirebbero invase da quella “rugiada spirituale” della quale parla il buon De Maistre, e non sarebbero tentate dal fascino del loro abbruttimento spirituale. Un abbruttimento che si riversa su tutta la società: perché la demolizione o la trasformazione delle chiese in supermercati o in parcheggi non è un evento indolore, tutt’altro. La chiesa è da sempre un simbolo, e più ancora un baluardo: un simbolo dell’identità di un popolo o di una comunità, e un baluardo spirituale nel quale, come soldati in una fortezza, i cristiani possono trovare rifugio nei momenti di incertezza e di disperazione. Ma se al posto del Santissimo mi trovo una birreria, nella migliore delle ipotesi è già tanto che non affoghi la disperazione tra i boccali.
Il disfacimento della società passa anche dalla perdita di questi baluardi. Ma c’è da capirli, lor signori: abbiamo un bel da dire, ma la chiesa con le porte sprangate porta un degrado fisico, visibile da tutti; mentre il degrado morale è dentro l’animo di ognuno, e in fondo ai politici bastano i voti: risolvere il degrado di un quartiere porta voti, occuparsi delle anime no. E, in definitiva, viene da domandarsi: a che pro preservare le chiese, se sono vuote e la gente non prega?
Appunto. Lo scopo di noi cristiani è proprio quello di riportare la gente in chiesa, alla Chiesa. Fin che continueremo ad essere cristiani di parole e non di fatti, non avremo di che sorprenderci se raderanno al suolo la chiesa di quartiere per farci un parcheggio.