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20 novembre 2020

Un monumento da demolire: la santità

di Marco Sambruna

Ci siamo: dopo aver desacralizzato e dissacrato la religione ridotta ormai a deludente sentimentalismo è giunto il momento del salto di qualità: dissacrare la santità, specialmente di coloro che hanno difeso la vita, le radici cristiane d’Europa, la tradizione in senso lato.

Retrocessa la religione al rango di panteismo naturalistico e la chiesa ormai squalificata a livello di narcotico di massa e quindi di strumento di potere restava da desacralizzare la santità dei giganti della fede.

Se ne incarica in qualità di apripista come sempre un giornalone laicista come il New York Times (qui) il quale adombra l’ipotesi che Giovanni Paolo II sia stato canonizzato e santificato con troppa fretta, peraltro da Francesco, per via dei suoi presunti tentativi di coprire - o comunque di non aver voluto indagare troppo - nei confronti degli ipotetici abusi sessuali compiuti del vescovo  americano McCarrick. Compito che invece, beninteso, avrebbe successivamente assolto con zelo indefesso Bergoglio che assurge così al ruolo di eroico moralizzatore laddove Giovanni Paolo II avrebbe taciuto: già questa sorta di parallelo che monumentalizza l’uno mentre ridimensiona l’altro fa riflettere.

Il nuovo slogan laicista non ammette esitazioni: bisogna abbattere tutti i monumenti che inceppano il meccanismo volto alla edificazione dell’uomo nuovo. Dunque, anche se finora una simile richiesta non è stata ancora chiaramente formulata non occorre essere dei profeti per immaginare che a breve qualcuno proporrà di “scanonizzare” e di “desantificare” Giovanni Paolo II.
Sia chiaro che un grande papa può anche non essere un santo: in questa prospettiva si possono grossolanamente individuare più categorie di papi: papi magari irreprensibili sul piano morale, ma divulgatori di dottrine errate, eterodosse e financo eretiche; papi con qualche vergogna da nascondere, ma divulgatori di una dottrina assolutamente ortodossa.

Certo compito di un papa non è diventare necessariamente santo, ma confermare, ribadire e rafforzare i credenti nella fede: è ciò che hanno fatto i papi dottrinalmente ortodossi pur con delle debolezze personali (come alcuni papi del Rinascimento) mentre altri papi moralmente irreprensibili e vissuti come asceti hanno sparso errori che anziché ribadire i cristiani nelle fede li hanno destabilizzati, disorientati e in qualche caso avviati verso l’incredulità.
Esiste poi un’altra categoria di papi, la più rara e quindi la più preziosa: quelli moralmente irreprensibili e dottrinalmente ortodossi come Giovanni Paolo II.

Si capisce allora come la sua figura gigantesca dia fastidio ai desacralizzatori di professione appoggiati da una parte del clero progressista: per costoro è semplicemente inammissibile che un papa ortodosso, di orientamento tradizionale e con saldi legami col soprannaturale possa essere santo e quindi assurgere a modello di riferimento per i cristiani.

I quali devono certo avere dei modelli cui ispirarsi a patto però che siano personaggi integerrimi sul piano del comportamento personale per alimentare il mito dei moralizzatori zelanti ansiosi di igienizzare la chiesa e che al contempo declinino la “santità” secondo categorie secolari: dunque servono dei testimonial della povertà, della mondializzazione e di un certo panteismo ecologista.
In altri termini la “santità” deve essere mediaticamente narrata secondo i modelli laicisti vigenti e come tale additata alla pubblica ammirazione. Di contro occorre che il modello opposto, specie se è stato un fiero pro life, difensore della famiglia e della civiltà cristiana sia oscurato rivestendolo di un’alea di dubbio tanto più efficace quanto più ha a che fare con questioni che riguardano presunte omissioni su questioni che riguardano la morale
.
Dunque demolire e su quelle macerie riedificare: ecco dove nasce l’idea di desacralizzare agli occhi dei fedeli Giovanni Paolo II in quanto esempio di santità tradizionale e quindi eversiva e concorrenziale rispetto al modello di “santità” mediaticamente reclamizzato e iconizzato.
Insomma la santità va bene solo se è istituzionalizzata e sterilizzata, abbia delle proprietà sedative e non sollevi troppe inquietudini. Se poi è anche instagrammabile, social friendly, e conforme allo storytelling mass mediatico ancora meglio.
Tuttavia demolire la santità di Giovanni Paolo II è solo un mezzo in vista di due fini: il primo consiste nel trascinare nel ridicolo e nel disprezzo tutte le posizione che lui ha difeso strenuamente e che ancora sono un ostacolo alla secolarizzazione dei credenti: temi pro life, morale sessuale, radici cristiane d’Europa, etc. debbono essere estirpati con la sua santità: si tratta dunque di ricostruire un passato più compatibile con la modernità.
Il secondo fine riguarda lo sdoganamento dell’idea che ciò che stabilisce la chiesa, compresa la canonizzazione di un santo, è rivedibile e può essere corretto: dunque la chiesa può sbagliare, non è più infallibile nemmeno sui dogmi di fede e le sue decisioni sono sottratte alle custodia immutabile dell’eterno per essere consegnate al dibattito profano dove ogni questione è negoziabile mutando di valore col mutare delle contingenze temporali.
E con questo siamo al trionfo di certo “situazionismo” gesuitico.
 
 
 
 

05 settembre 2018

Libri. Giovani campioni. 20 storie di santi a lieto fine

Un libro di Francesco Maria Nocelli

di Samuele Pinna
Dopo la pausa di agosto, desidero riprendere alcune proposte di lettura dei libri che ho letto o sto leggendo in questo periodo, nella speranza che tale rassegna possa essere d’aiuto nel trovare scritti edificanti e utili.
La copertina di quello che presento oggi, che sembra richiamare la locandina di un film, è “giovanile” e intrigante, soprattutto con quella pellicola srotolata che dal cielo si dirige verso il lettore. Su ogni fotogramma il viso di un giovane. Santo. 

Sì, perché, benché questi venti campioni non hanno fatto parte di nessuna squadra di calcio o di qualsiasi altro sport, la loro vita è stata vincente. Ognuno di loro – questo il filo rosso del volume di Francesco Maria Nocelli, per le Edizioni Ares – risponde al motivo per cui siamo venuti al mondo e «il loro esempio è antidoto alla corruzione, è barriera alla tristezza e alla noia, baluardo contro la paura e l’incertezza. È garanzia di felicità autentica. Sono santi di oggi, che hanno incontrato Dio e non lo hanno più lasciato». 

Vi sono nomi conosciuti e altri meno, ma è facile intuire che tutti mostrano, con semplicità e profondità, il loro essere innamorati di Dio. Ciascun racconto di vita vera è, a suo modo, capace di dar prova che la vocazione alla santità riguarda tutti. Nell’elenco spicca Chiara Badano, col suo tratto gentile e quel sorriso potente e insieme commovente, oppure vi si trova Laura Vicuña o Maria Goretti, che spesso negli Oratori sono ricordate come figure illuminanti per i ragazzi. 

Poi ho letto con un poco di emozione anche il nome di Alessandro Galimberti, che ho personalmente conosciuto nel Seminario di Milano quando entrambi ci preparavamo per diventare sacerdoti. Si può, allora, scoprire che ognuno di questi giovani, come tutte le persone, mostrano la concreta possibilità di raggiungere e vivere quel desiderio di pienezza iscritto nel cuore di ciascuno. Così sono anche le toccanti storie (reali e vere) di Albertina Berkenbrock, di Alberto Michelotti, di Anna de Guigné, di Antonietta Meo, di Carlo Acutis, di Giovanni Bizzozero, di Giulia Gabrieli, di Giuseppe Ottone, di Jacques Fesch, di María Montserrat Grases García, di Matteo Farina, di Sandra Sabattini, di Santa Scorese, di Silvio Dissegna, di Ulrico: giovani dei nostri tempi accomunati dall’aver trovato, prima di una morte prematura, una risposta certa e completa sulla vita.

Dopo aver presentato la figura di questi campioni, il libro ricorda, nelle Appendici, che tutti possono essere santi ed è, pertanto, proposto l’insegnamento dei Pontefici (da Paolo VI a papa Francesco) e l’intuizione di san Josemaría Escrivá, riconsegnata attraverso una sua meditazione.
Davvero, conclusa la lettura, uno ha la netta sensazione che coloro che si imbatteranno sulla strada di questi campioni non potranno far altro che desiderare di cambiare vita, una vita autenticamente cristiana, e, quindi, un cambio in meglio.

 

18 febbraio 2017

Quando la carità cristiana plasmò la carismatica Europa


di Alfredo Incollingo

Sarebbe ingiusto nei confronti della storia, se vogliamo mantenerci su un piano laico, negare le radici giudeo – cristiane dell'Europa. Cristo ha capovolto i parametri filosofici e etici dei popoli europei: il concetto di persona, la sua sacralità, la sua dignità, l'amore  che è carità e il patrimonio culturale cristiano sono realtà concrete che oggi vengono spiegate con dubbie origini. Sarebbe un tradimento per i cattolici condividere il parere di chi rifiuta queste evidenze ed è giusto continuare a impegnarsi a livello europeo affinché li si riconosca. Suor Marina Motta, sorella delle Suore del Bambino Gesù, dottoressa in lettere moderne e in scienze religiose, ci racconta in "Carismatica Europa: come i santi hanno rivoluzionato la storia dell'Occidente" (Città Nuova, 2015) la straordinaria vita dei santi che hanno plasmato la nostra Europa.
Dall'antichità all'età contemporanea si delinea una galleria di volti e di personalità carismatiche, sante e integre nella loro fede, che hanno lasciato la loro sacra orma nella società umana. Motta ci racconta le loro vite, le loro opere e come hanno contribuito alla cristianizzazione dell'occidente e poi a forgiare la nostra Europa. San Cirillo e San Metodio hanno avvicinato l'occidente all'oriente; San Benedetto da Norcia ha fatto conoscere Cristo alle genti europee; San Francesco e gli ordini mendicanti hanno insegnato che la carità e l'economia non sono incompatibili: è possibile un'economia umana. Le grandi mistiche medievali e moderne hanno parlato del Dio d'Amore e della Vergine Maria che ci assiste e ci consola, ricordandoci di convertirci per far trionfare il Sacro Cuore di Gesù; i missionari, gesuiti e no, hanno portato il Vangelo nei quattro angoli del pianeta, come Gesù stesso ha insegnato.
Il cristianesimo non è una filosofia, perché, se fosse così, si ridurrebbe a un insieme di concetti astratti. La fede in Cristo è invece un fatto concreto perché Gesù è un Dio vivente, una divinità che si è fatta uomo. Se fosse una semplice dottrina, non avrebbe lasciato il segno nelle nostre vite e nella nostra civiltà. Il racconto dei santi fondatori dell'Europa ci provano che il cristianesimo è verità e come tale ha rivoluzionato nel segno dell'Amore (cristiano)  e con la carità quello che una volta era un continente privo di umanità e un misto confusionario di genti. Quale ruolo ha la santità oggi? Motta conclude il suo interessante lavoro delineando l'importanza dei santi nella contemporaneità, in un mondo che sembra aver allontanato Dio dal suo orizzonte esistenziale.

(Da Il Settimanale di Padre Pio, n.5, del 5 febbraio 2017)

 

04 gennaio 2017

Voler essere santi non vuol dire essere fondamentalisti


di Daniele Barale

Guardiamoci attorno, ora, di fronte a noi non si nota un atteggiamento pratico della maggior parte dei cattolici, dal semplice fedele al sacerdote, fino al cardinale. Non è possibile riconoscere un cristiano da un normale devoto al mondo consumista, cioè da un qualsiasi non credente. Da sottolineare, perfino Papa Francesco ne parla spesso: consumismo che cosifica, mercifica le persone, rendendole schiave, cancellando la loro irriducibile dignità, per merito di Cristo; consumismo alimentato da “imperi dal volto sconosciuto” (perfino Tornielli ne ha parlato nel libro Papa Francesco: questa economia uccide).

Dicevo, non è possibile riconoscere un cristiano da un normale devoto al mondo consumista, cioè da un qualsiasi non credente, perché guardano gli stessi programmi televisivi, le stesse pubblicità, fanno la spesa negli stessi supermercati. La Fede in Dio che si è incarnato come può non incarnarsi nella vita quotidiana? Provi ad "incarnarla" per il bene tuo e loro, i tuoi fratelli, ed ecco che spuntano Maurizio Vitali di Nuova Europa, Andrea Tornielli e Giacomo Galeazzi di Vatican-Insider con i loro articoli pieni di rimbrotti per te.

La Chiesa, la sposa di Cristo, la Sua tradizione gloriosa e bimillenaria ti dicono che fai bene, anzi, fare opere come soddisfare la fame, la sete materiale e spirituale dei poveri, scendere in piazza per difendere la famiglia, proteggere i giovani da ogni ideologia spacciata per educazione (per esempio il gender), aver cura dei tesori di una patria, di un popolo e di conseguenza lottare contro ogni menzogna e legge iniqua, non solo è giusto ma necessario affinché la Fede resti viva e non muoia. San Giacomo (2,14-24.26) docet. Oggi è facile sentir dire: “ma chi te lo fa fare, tanto con questi gesti non cambi il cuore e la mentalità del tuo prossimo”; “la testimonianza e l'impegno pubblico devono essere separati, altrimenti rischiamo di sollevare muri”... Ovviamente, le osservazioni sono sempre lecite, allo stesso tempo, non è detto che siano sempre giuste.

E in questo caso non lo sono, perché l'insegnamento e all'attività dello stesso Cristo, degli Apostoli e dei Santi dimostrano il contrario: “Le forze che cambiano il corso della storia sono le stesse che cambiano il cuore dell'uomo”. Citazione che si trova ne La ballata del cavallo bianco di Chesterton e che don Giussani ricordava spesso. E ancora, i veri cristiani, essendo uomini dotati di sano realismo, come i benedettini, sanno bene che il male imperversa nel mondo e perciò occorre costruire le mura per custodire cosa c'è di più caro, la Fede, fondamentale per difendere l'uomo dalla corruzione del diavolo. Tranquilli, quel tipo di mura prevede porte, le stesse che han permesso ai monaci del periodo dei regni romano-barbarici di uscire per incontrare il prossimo, educarlo e compiere, senza mai separarle, opere spirituali e materiali, le stesse che han permesso di creare le fondamenta della più grande civiltà del mondo, quella europea. Motore e centro di tutto questo era ed è Cristo; a cui il monaco si univa nel Sacrificio Supremo della Santa Messa, e qui gli era possibile capire il vero significato della misericordia e della giustizia di Dio: misericordia e giustizia vere, rivelate da Cristo e non suggerite da una mera e sentimentale compassione. Frutto meraviglioso di tutto questo, la Carità. Ecco perché molti storici sono concordi nel definire  il periodo tra il 1050 e il 1300 come quello in cui è regnato un grado di solidarietà internazionale forse mai eguagliato nella storia.

Anche se sei nel giusto, e vivi quanto detto poc'anzi, Vitali, Tornielli e Galeazzi ti rimproverano lo stesso, accusandoti di essere un integralista, fondamentalista. Perché sei troppo zelante nel rispettare i compiti spettanti ad ogni cristiano, nel leggere giornali, seguire siti ed ascoltare autorevoli personalità, quali Monsignor Negri, il Cardinal Caffarra, Giuseppe Rusconi, Sandro Magister; che in modo ragionevole e nel pieno rispetto del Papa, del diritto canonico (penso al canone 212), e per amore dei fedeli, sottolineano alcune criticità dell'attuale pontificato. Temo che  l'attacco dei tre giornalisti non sia frutto di casualità, ma parte di una strategia accurata e impiegata da tempo.

Fateci caso: appare sempre ammantata di logica la giustificazione che le persone come i giornalisti appena citati usano per processare chi etichettano come avversario: ne sanno qualcosa Livi, cacciato nel marzo 2012 da Avvenire, per aver distrutto, filosoficamente e teologicamente, il peana - un inno di vittoria - di Enzo Bianchi nei confronti dell'eretico compare Küng, Vittorio Messori massacrato per aver espresso in modo ragionevole perplessità sull'attuale pontificato, Sandro Magister "espulso" dalla sala stampa vaticana, per aver spiegato un giorno prima dell'uscita la Laudato sì, quando ormai molti ne parlavano da giorni, se non settimane... etc... poi arriviamo alla fine del 2016, alla lista di proscrizione, con tanto di schemino colorato per ebeti; i motivi principali? Putin, Salvini, Le Pen nipote, e quello che Vitali fa dire al prof. Introvigne nel primo articolo speciale di Nuova Europa sul presunto fondamentalismo cattolico; nel quale si sostiene che le divisioni, i problemi oggi nella Chiesa siano causati da chi critica il Papa; ovviamente, senza distinguere chi lo fa con ragioni vere, lecite, da chi lo fa per ideologia.

Dunque, le giustificazioni addotte sinceramente fanno ridere e sono prive di logica - per logica intendo ciò che è radicato nell'oggettività: aspetto di vedere i documenti che attestano i finanziamenti putiniani; ed è poco probabile che coloro che conoscono e custodiscono la tradizione della Chiesa si facciano irretire da Salvini, Putin and co, giacché conoscono bene i limiti di questi - perché sono semplici pretesti (da ministero della censura, e quelli di Nuova Europa dovrebbero saperne qualcosa, dato che aiutavano i dissidenti) per imbavagliare chi non è gradito ad una certa fazione all'interno della Chiesa, quella che Fulton Sheen definirebbe come  pròdromo della "contro-chiesa, la scimmia di Dio". Andiamo più a fondo, oltre l'elenco di siti e nomi. Ovvio che quegli articoli nascondono un avvertimento minaccioso e meschino ai cattolici autentici. Colpiscono alcuni per dare una dimostrazione di forza a tutti.


E mentre ti rimproverano, ingiustamente, perché cerchi quei giornalisti, teologi , prelati che hanno il coraggio di dire la Verità, per amore di Cristo e della Chiesa, i cattolici sono sempre più in balìa della confusione: i media, il laicismo imperante, l'ecumenismo senza Cristo e Maria, il secolarismo e il protestantesimo dentro la Chiesa non danno loro tregua. Credo di poter sostenere che si è diffusa l'abitùdine, grazie proprio al comportamento ambiguo e irresponsabile dei sedicenti cattolici, a dividere l'esistenza in due zone: da una parte l'anima con la Santa Messa, le Preghiere, alcune opere di misericordia, dall'altra il mondo lasciato nelle mani degli esperti della “trasformazione delle pietre in pani” a fin di bene. Si è persa di vista la capacità di riconoscere il bene dal male e di capire di conseguenza che la modernità non si può accettare in toto e acriticamente, perché spesso entra in contrasto col Vangelo: i riferimenti etici, teologici e il senso del limite non si confanno alla sua natura.

Non a caso la modernità iniziava nel momento in cui il domenicano e servo di Dio Girolamo Savonarola veniva giustiziato (con il placet di certi cattolici), “reo” di aver indicato il legame tra etica e arte, etica e politica, etica ed economia, fondamento essenziale di una civiltà umana. Da allora la divaricazione fra vita quotidiana e preghiera, corpo e anima, ha cominciato a diffondersi – grazie anche alla riforma protestante, che ha rotto l'unità cristiana in Europa - un po' alla volta in ogni campo: politico, universitario, medico... fino ad arrivare alla cosiddetta globalizzazione che ha messo il mondo nelle mani, appunto, di “imperi dal volto sconosciuto”, che prendono anche il nome di corporazioni transnazionali, guidate da uomini che odiano i popoli, la loro cultura, la loro spiritualità e prima di tutto la Chiesa, l'unico vero baluardo a difesa loro.  Assediati da questo mondo, i cattolici sembrano vacillare e dimenticare che Cristo è Dio incarnato e per questo entrato nella storia, e che quindi tutto c'entra con Lui.

Manca un certo realismo cattolico, che permetta di conoscere il vero significato della santificazione della vita quotidiana; che permetta ad essa di "incarnarsi", esprimersi attraverso l'impegno pubblico, e non la semplice testimonianza da “pacca sulla spalla e sorrisi, perché vorrebbe dire non prendere sul serio la propria missione, la persona di fronte e l'ambiente in cui si vive”. Bisogna mettere la propria faccia, in piazza, a scuola, all'università, in parlamento, all'ospedale e in ogni altro luogo pubblico.

Ricordiamoci che questa società vive dei frammenti dell'antica civiltà cristiana che le rivoluzioni non hanno ancora spazzato via, e che la misericordia di Dio ha salvato finora dal naufragio. Mostriamoci dunque come siamo nel profondo, cattolici convinti. Chi non è cattolico ci temerà per un po' di tempo. Se li aduleremo adottandone il linguaggio, li divertiremo per un istante, poi ci dimenticheranno perché non avremo fatto loro un’ impressione profonda. Si riconosceranno in noi e, siccome hanno poca fiducia in se stessi, ne avranno altrettanto poca in noi.
C'e una grazia legata alla professione piena e completa della Fede. Questa professione è la salvezza, ci ricorda San Paolo (per esempio si veda in Rm capp. 10 e 11; 1 Ts 1), di coloro che la fanno e l'esperienza dimostra che è anche la salvezza di coloro che l'ascoltano. Siamo dunque cattolici e soltanto cattolici, rifuggiamo i sostenitori di “un dialogo utopico” e saremo il lievito di cui il Signore dice che fa fermentare il pane. E così fu all'inizio, quando Cristo scelse i Suoi Apostoli, e così è tutt'ora: la salvezza della società può venire solo dalla fermezza dei cristiani. E' un dato di fatto che il cristianesimo si impone non con la violenza, bensì per l'autorevolezza del fatto storico che lo anima, e di chi lo testimonia attraverso le opere.

Due assi guidano il cristiano nella sua fede e nel comportamento che ne deriva; il primo asse riguarda la sua adesione al Dio unico, Padre, Figlio e Spirito Santo, creatore, redentore e santificatore. Si tratta dell'asse teologale unitario. Il secondo asse è l'adesione a Gesù Cristo, Messia, Verbo di Dio Incarnato, nuovo Adamo, che è venuto a redimire l'uomo per restaurarlo nella nuova creazione. Per questo il cristiano colloca tutta la sua attività sotto lo sguardo di Dio, quindi per lui la cultura, la scienza, la politica, il diritto, la società, sono dati basilari nella sua vita. Il cristiano deve partecipare in modo attivo a tutti i livelli della vita della città, dei paesi, della campagna; deve farlo affermando la propria visione cristiana. Spinto e animato dalla sua Fede e dalla sua antropologia - questa può essere accolta anche dai non credenti che riconoscono l'esistenza del diritto e delle virtù naturali; Cicerone un esempio - il cristiano diventa propulsore, motore di una vita più buona, bella e vera. Il centuplo quaggiù, un assaggio della gloria del Paradiso. La storia è ricca di testimonianze che confermano quanto appena detto: tutti i popoli che hanno abbracciato il cristianesimo hanno visto una proposta di giustizia, razionalità, fraternità, morale, cultura, bene comune mai eguagliato da nessuno nella storia dell'umanità. E mai lo sarà.

Non accettare “questo calice”, dimenticarselo, non combattere il potere (rappresentato da diverse ideologie: consumismo, gender etc) che cerca costantemente di governare i desideri dell'uomo, perché il desiderio è l'emblema della libertà – direbbe don Luigi Giussani - come pare facciano Vitali Tornielli and Co, è venir meno di fronte a Dio. Mi spiace usare toni forti, ma questa scelta porta inevitabilmente ad un'altra religione, che scimmiotta (ricordando Fulton Sheen) l'unica vera, la Chiesa cattolica. Questa è pertinènte solo a una strada facile. Afferma Chesterton in Cosa c'è di sbagliato nel mondo: “L'ideale cristiano non è stato messo alla prova e trovato manchevole: è stato giudicato difficile, e non ci si è mai provati ad applicarlo”. L'autore inglese, quasi un profeta del nostro tempo, conosceva molto bene i protestanti primi ad aver abbandonato la Chiesa di Roma per presunte difficoltà... E' vero la vita cristiana non è una passeggiata, però noi cattolici abbiamo una marcia in più rispetto a tutti, quella che ci fa sperare contro ogni speranza: la Grazia santificante. Il Signore dà le croci, però, non dimentica di dare le Grazie per portarle. Occorre lavorare, faticare, per Dio che è con noi: la meraviglia, lo stupore, la Speranza non mancheranno. Un grande poeta irlandese, Patrick Kavanagh esprime tale Verità con una splendida poesia to the wonder: “Per una crepa troppo ampia non passa alcuna meraviglia, solo una stanza oscura, il pane nero e il tè senza zucchero potranno ridonarci la bellezza gloriosa dell'animo di un bambino." Non a caso i bambini sanno meravigliarsi e non perdere la Speranza.
 

16 dicembre 2016

Le più belle preghiere dei Santi


Santità e preghiera costituiscono da sempre un binomio indissolubile: tutti gli uomini di Dio hanno dedicato molto tempo alla preghiera, ed il rapporto con il Signore che ne è scaturito, ha trasformato la loro vita in preghiera-offerta vivente.

Pregare attraverso le preghiere composte dai santi e dai beati può costituire un’esperienza singolare perché aiuta a ripercorrere – almeno in parte – “frammenti” di un cammino di santità, nella certezza che Dio ascolta e sa rispondere alle nostre domande.

Le finalità della raccolta si possono riassumere nei seguenti punti:

• invitare a cercare Dio attraverso preghiere adatte ad ogni circostanza della giornata;

• rivolgerci a Dio, Padre Figlio e Spirito Santo, ed alla Madonna attraverso espressioni alte e forti, composte da coloro che la Chiesa indica come modelli ed esempi di vera vita cristiana;

• percepire attraverso tali testi la grande ricchezza spirituale della Chiesa;

• riscoprire, mediante la lettura delle loro preghiere, la vita dei santi, veri apologeti moderni.

Nella prima parte del volume viene presentata un'introduzione alla preghiera con brani del Papa Emerito Benedetto XVI.

Il capitolo successivo raccoglie i pensieri di alcuni Santi sulla preghiera.

La seconda parte, la più estesa, contiene i testi di oltre 700 tra preghiere e brani scritti in forma di preghiera da 120 santi e beati a partire da S Agostino e S Ambrogio fino a S Pio da Pietrelcina e S Giovanni Paolo II.

Conclude il volume una appendice con le definizioni della preghiera contenute nel Catechismo della Chiesa Cattolica e nel Catechismo maggiore di San Pio X.

L'autore, Francesco Maria Nocelli, nato a Macerata, vive e lavora a Camerano (AN). Laureato in giurisprudenza, è studioso di storia risorgimentale e appassionato cultore di vite di santi. E' segretario generale del comune di Loreto.
 

19 novembre 2014

Il cancro è la prova che Dio esiste


di Alessio Calò


Con tutti i problemi che ci sono in Italia, ci mancava solo il Veronesi teologo: "Dopo Auschwitz, il cancro è la prova che Dio non esiste". E continua, per rafforzare "emozionalmente" la sua tesi ateista, chiedendosi: "Come puoi credere nella Provvidenza o nell'amore divino quando vedi un bambino invaso da cellule maligne che lo consumano giorno dopo giorno davanti ai tuoi occhi?"

In effetti, quando succedono fatti come questi si ripresenta inesorabile la domanda di come essi possano succedere e di come Dio li abbia potuti permettere. L’esistenza del male è infatti un mistero insondabile, utilizzato da sempre come prova della non esistenza di Dio: si parte dalla delusione rispetto alle proprie idee (errate) circa l’Assoluto, fino ad arrivare alla ribellione, se non al rifiuto. La presenza del male può anche generare dei dubbi che, se affrontati correttamente dal punto di vista filosofico (e poi teologico), possono rappresentare un punto di ripartenza, nella vita (e nella fede).

Questo è il ragionamento che si fa spesso: se Dio è il Massimamente Perfetto, quindi buono, onnisciente ed onnipotente (in caso contrario non sarebbe Dio), come può essere compatibile con l’esistenza del male?
Una risposta che propende per l’incompatibilità, oltre alla negazione tout court di Dio (che è la risposta sommamente errata, risolvibile con un po' di sana metafisica), è il rifiuto di uno degli attributi di Dio sopra elencati (e quindi non avendo una chiara conoscenza di Lui): Egli potrebbe non essere buono, e presentarsi quindi o indifferente alla sorte degli uomini, oppure (peggio ancora) malvagio; ancora, Egli potrebbe non essere onnisciente, e quindi o non intelligente (una sorta di forza impersonale), oppure incapace di conoscere il futuro; infine, potrebbe non essere onnipotente, e in tal caso il mondo sfuggirebbe al Suo governo. Resta infine la risposta positiva, quella della compatibilità: se un Dio buono, onnipotente od onnisciente detestasse il Male e potesse evitarlo, potrebbe avere ottime ragioni (a noi sconosciute) per permettere che esso esista, in quanto ad esempio evitare il male potrebbe impedire alle creature di raggiungere il loro Bene più grande. Continuando questo ultimo esempio, possiamo supporre che Dio lasci evolvere la natura secondo regole che di fatto permettono il male: se Egli ci ha creati come realtà materiali e ci rende partecipi delle sorti delle realtà corporee in un mondo che segue proprie leggi (fisiche, chimiche, ecc.), saranno inevitabili processi come nascite e morti, guarigioni e cancri. Dio riesce a trarre il bene perfino dalla vulnerabilità della libertà umana, non essendo possibile obbligare una persona ad essere buona. 
Però a questo punto sorge l’ennesima provocazione dello scettico! Come possono conciliarsi l’onniscienza di Dio e l’attività autonoma delle creature, se Egli conosce il futuro? Semplicemente, Dio non esiste nel tempo ma è fuori dal tempo, avendolo creato: i Suoi piani vengono costruiti nel (Suo) presente, nel rispetto delle leggi di natura e del nostro libero arbitrio, per mezzo di cause seconde, diverse dal Suo intervento diretto. Il fatto divertente è che i Suoi piani si manifestano comunque, anche se, come si è visto sopra, l’uomo può comportarsi come gli pare.

Come ciliegina finale, nella filosofia tomista si può partire proprio dal male per provare l’esistenza di Dio (a patto di accettare i presupposti della sua metafisica): come scrive l’Aquinate nella Somma contro i Gentili, “il male non ci sarebbe, se non esistesse l’ordine del bene, la cui privazione costituisce il male. Ma codesto ordine non esisterebbe, se non esistesse Dio.”

Sarà bene che il signor Veronesi si legga le vite dei Silvio Dissegna, delle Chiara Corbella Petrillo, delle Nennolina Meo, che hanno trovato in Cristo un senso alle loro sofferenze fisiche. E una buona volta taccia!

 

18 novembre 2014

Dedicazione delle Basiliche dei santi Pietro e Paolo


di Franciscus Pentagrammuli 

Terribilis est locus iste, hic domus Dei est, et porta caeli, et vocabitur aula Dei: così recita l'introito della Messa in Dedicatione Ecclesiae nel rito romano. 

Oggi, nella data tradizionale fissata dal beato Pio IX nel 1854, la liturgia commemora la dedicazione delle Basiliche di San Pietro e di San Paolo: con le basiliche di Santa Maria Maggiore (dedicazione il 5 agosto) e del Salvatore in Laterano (dedicazione il 9 novembre), esse formano l'insieme delle quattro basiliche patriarcali romane, che negli anni giubilari i pellegrini devono visitare per acquistare la grande indulgenza concessa dai papi ogni venticinque anni.

Dopo il martirio, i resti dell'apostolo Pietro furono sepolti nei pressi della via Cornelia, sepoltura poi segnalata ai fedeli da una edicola eretta da papa Anacleto, e che rimase fino al terzo secolo il luogo di sepoltura dei papi. L'imperatore Costantino fece costruire la prima basilica vaticana sopra questo stesso luogo: in essa fu incoronato Carlomagno, in essa si cantava la grande litania del 25 aprile, in essa, al termine delle Quattro Tempora, si celebrava la vigilia delle ordinazioni. Restaurata e rinnovata dopo la distruzione ad opera dei saraceni (806), la basilica soffrì dell'abbandono durante la cattività avignonese, tanto che Nicola V decise di demolirla per ricostruirla nuovamente: opera questa che impegnò i successivi pontefici da Giulio II fino ad Urbano VIII, che il 18 novembre 1626 consacrò la nuova basilica terminata.
Fu alla fine del medioevo che i papi, abbandonato il palazzo del Laterano, si stabilirono nel palazzo vaticano, facendo della basilica di San Pietro il centro di grandi solennità. Questa sostituzione fu resa definitiva dal Concilio del 1870, e le cripte della basilica accolgono oggi, oltre alle sepolture di tutti i papi da Innocenzo XI ad oggi, anche quelle di molti papi medievali, ivi trasferiti dalla basilica lateranense.

Presso la via Ostiense, invece, fu sepolto il corpo dell'apostolo Paolo, martirizzato alle acque Salvie, ed ivi sempre il papa Anacleto eresse un piccolo oratorio, simile a quello vaticano. Gli imperatori Costantino prima, e Valentiniano poi, edificarono la basilica, ultimata da Teodosio ed Onorio, e cinta di mura nel IX secolo per preservarla dalle incursioni saracene.
Così rimase la basilica fino alla notte fra il 15 ed il 16 agosto 1823, quando un incendio la distrusse.
L'intera Cristianità, e persino eretici ed infedeli, partecipò con donazioni alla riedificazione della basilica paolina, fino a che il 5 ottobre 1840 Gregorio XVI poté consacrare il transetto e l'altar maggiore, edificato sopra la tomba dell'Apostolo. In occasione della definizione del dogma dell'Immacolata Concezione di Maria (8 dicembre 1854), 185 cardinali, arcivescovi e vescovi assistettero il 10 dicembre alla dedicazione della nuova basilica, fatta dal beato papa Pio IX.
Il 27 agosto 1893 Leone XIII elevò la festa a rito doppio maggiore per la Chiesa universale.

Fonte: Guéranger.


 

15 ottobre 2014

Santa Teresa d’Avila, il Dottore Perfetto


di Roberto de Albentiis

Santa Teresa di Gesù (questo il “vero” nome religioso di Santa Teresa d’Avila), Dottore della Chiesa e mistica, la cui teologia era incentrata tutta sul Cammino interiore di Perfezione, fu una delle più grandi e belle figlie della Chiesa Cattolica della Riforma (quella volgarmente chiamata Controriforma, e che invece fu la sola, vera, unica Riforma della Chiesa di quel periodo) e del Siglo de Oro spagnolo.

Si sa poco della sua infanzia; nata ad Avila nel 1515 da una numerosa e devota nobile famiglia, entrò molto giovane (e nonostante la contrarietà del padre) presso il Monastero dell'Incarnazione, retto dalle monache carmelitane.
A causa di un lungo periodo di malattia (dovuto probabilmente alle rigorose penitenze cui si sottoponeva) era più libera negli orari e nelle visite rispetto alle altre consorelle, e riuscì così a creare una fitta rete di amicizie e corrispondenze, alcune delle quali dureranno per tutta la vita; una volta rimessa, però, decise di dedicarsi ancora di più alla preghiera, e durante una contemplazione ebbe una prima esperienza mistica, che definì successivamente una "seconda conversione".
Iniziò un periodo di intensa vita spirituale, accompagnato però, anche, da incomprensioni e vere e proprie persecuzioni; fu amica e figlia spirituale dei Santi Francesco Borgia (feste, 30 settembre e 3 e 10 ottobre), Pietro d'Alcantara (feste, 18 e 19 ottobre) e Giovanni della Croce (feste, 24 novembre e 14 dicembre), e dagli incontri e dai colloqui con loro ebbe l'idea della riforma dell'Ordine Carmelitano.
Iniziando da Avila, dove fondò il Monastero di San Giuseppe delle neonate Carmelitane Scalze, intraprese una grande opera di fondazione in tutta la Spagna, parallelamente ad una grande intensificazione delle penitenze e della vita mistica e interiore (visioni, Transverberazione - festa, 26 agosto - , locuzioni interiori, bilocazione).


La sua festa principale si celebra oggi (giorno in cui morì, nel 1582), mentre altre due feste sono il 26 agosto (in cui si ricorda la sua Transverberazione) e il 5 ottobre (antica data in cui veniva commemorata).
A pochi, anzi, pochissimi cristiani, e perfino a pochi santi, sono date da Dio, come dono, le visioni e le estasi, che noi, d’altra parte, non dovremmo ricercare; soprattutto, c’è qualcosa di molto più grande delle visioni e delle estasi: la Santa Comunione, la Divina Eucaristia, che, peraltro, Santa Teresa riceveva con devozione e amore.

Cosa può insegnarci Santa Teresa, se a noi visioni ed estasi non sono toccate in sorte dal buon Dio come Suo regalo? Dalla vita di Santa Teresa possiamo trarre, tra i tanti (l’amore per Dio, la dedicazione alla preghiera o alla propria conversione e riforma personale) due spunti: il primo è la santità. Santa Teresa è santa, si è santificata durante tutta una vita, e nel farlo si è avvalsa della collaborazione, dell’amicizia e della direzionedi altri santi, e che santi, poi! Francesco Borgia, Pietro d’Alcantara, Giovanni della Croce…
Secondo spunto: l’ecclesialità. Santa Teresa non si affida alle sue visioni (che potrebbero essere fallaci), né le usa per garantirsi prestigio o fama personali, ma anzi, le sottopone e le dona alla Chiesa, di cui è devota figlia. Non si può essere cristiani senza Chiesa Cattolica, non si può essere cattolici senza obbedire alle gerarchie, ai vescovi e al Papa; così hanno insegnato i Padri (Ignazio, Clemente, Ireneo), così hanno insegnato i Papi (tra gli ultimi, San Giovanni Paolo II, Benedetto XVI, Francesco), così ha insegnato e vissuto Santa Teresa d’Avila. Possiamo fare nostra la sua santa lezione.

Visti i tempi duri che stiamo vivendo, sia nella società che, anche nella Chiesa, possiamo cantare anche noi, con lei: "Nada te turbe, nada te espante... solo Dios basta".

 

20 agosto 2014

Il suicidio di Robin Williams e la vana felicità

di Isacco Tacconi
Chi non ricorda l’eccentrico professore che salta sulla cattedra dinanzi agli scolari ingessati, figli di papà, rampolli dell’alta borghesia statunitense recitando versi di Walt Whitman? O chi potrebbe dimenticarsi il medico genio-ribelle Patch Adams o il padre immaturo e ridicolo travestito da donna di Mrs Doubtfire? Tutti personaggi borderline o meglio outline, caratterizzati dall’estrosità e da quella insana voglia di rivoluzione che tende al sovvertimento di ogni regola e di ogni norma. Da sempre è stato considerato dalla critica cinematografica statunitense l’emblema della comicità made in USA. Anche nei talk-show vestiva i panni del comico sregolato e incontenibile, un po’ come il Benigni italiano. Il sorriso sempre sulle labbra, la battuta pronta e…una tristezza profonda.
 

03 agosto 2013

Ancora sulla crisi dei Francescani dell’Immacolata

di FC
Conosco e frequento l’Istituto dei Frati Francescani dell’Immacolata sin dal lontano 2003. La metà delle 20 case (conventi, santuari, eremi, parrocchie) che l’Istituto ha aperto in Italia le ho visitate per celebrazioni, messe, ritiri spirituali. Sono stato per esempio varie volte, e ogni volta per più giorni, nel convento che ospitava un tempo il seminario di formazione teologica a Casalucense, presso Cassino. Ho passato 4 giorni in stretto ritiro spirituale nella casa di contemplazione di Amandola. Sono stato ospite assieme alla mia famiglia presso il santuario di Canoscio, vicino Città di Castello, nella Casa Madre di Frigento ed anche presso il piccolo e antico santuario della Madonna dei Boschi, tra Firenze e Bologna. Presso la comunità di padre Manelli ho trovato, già da molti anni, il mio direttore spirituale, che fa parte del Consiglio Generale dell’Ordine ed è uno stimatissimo teologo e mariologo scotista. Conosco bene tutte le loro pubblicazioni, come Fides Catholica, Annales Francescani, Immaculata Mediatrix, Il Settimanale di Padre Pio, I Quaderni di studi scotisti, De vita contemplativa, etc. Collaboro con alcune di esse, redigendo articoli semplici di taglio apologetico e a volte brevi saggi di analisi storico-teologica. Mio nipote e un mio figlioccio hanno partecipato, con frutti evidenti, ai campi scuola organizzati dai frati, etc. etc.
 

13 aprile 2013

Beato Rolando Rivi, martire dell'antifascismo rosso

di Andrea Virga

Il 28 marzo 2013 è stato proclamato che l’uccisione del Servo di Dio Rolando Rivi, di cui oggi ricorre l'anniversario della morte, è avvenuta in odium fidei. Si è trattato quindi di un vero e proprio martirio e, come tale, egli potrà essere beatificato, senza bisogno di un miracolo compiuto per sua intercessione. Insieme a lui, decine di altri martiri del Novecento, vittime del nazionalsocialismo (come Giuseppe Girotti) o del comunismo in Spagna e nell’Europa Orientale[1].

In breve, i fatti: Rolando Rivi era un seminarista quattordicenne di S. Valentino di Castellarano, sempre riconoscibile poiché già indossava l’abito talare, avendo iniziato il seminario minore a Marola. Dopo la chiusura forzata di questo, a causa degli eventi bellici, era tornato a casa, continuando ad essere attivo nella parrocchia e a testimoniare la fede in Dio e nella Chiesa, nonostante il crescente anticlericalismo mostrato dai comunisti. Il 10 aprile 1945, mentre ormai iniziava l’offensiva finale alleata, il ragazzo fu sequestrato per tre giorni da una banda di partigiani comunisti, i quali tentarono di spingerlo all’abiura, ordinandogli di sputare su un Crocifisso. Poiché il giovane non cedeva, lo torturarono, seviziarono e, infine, trucidarono con due colpi di pistola, alle ore 15 di venerdì 13 aprile. Della sua talare fecero un pallone con cui giocare a calcio. Il corpo fu ritrovato dal padre e dal parroco in un bosco presso Piane di Monchio[2]. I colpevoli, Delciso Rioli e Giuseppe Corghi, furono condannati nel 1952 a 23 anni di carcere, ma beneficiarono di una parziale amnistia.

Questo fatto solleva tre importanti riflessioni: la prima sta nel fatto che la sua storia ci ricorda che la santità è per tutti, indipendentemente dall’età, come mostrano altri fulgidi esempi di santi adolescenti come San Domenico Savio e Santa Maria Goretti. Se dunque Dio si è degnato di accogliere a Sé dei giovani che, nel loro piccolo e pure nella tragicità di certi eventi, hanno saputo comunque testimoniare fino in fondo la Fede in Cristo, a maggior ragione noi ormai adulti e dotati di ben altri sussidi, sia materiali che spirituali, non abbiamo alcuna scusa per resistere alla chiamata alla santità che Cristo pone a tutti gli uomini.

La seconda sta nella nobile testimonianza che un ragazzino come Rivi ha saputo dare riguardo all’abito sacerdotale. Oggi che ormai la stragrande maggioranza dei sacerdoti portano al più il clergyman, e gli stessi seminaristi maggiori sono scoraggiati dall’indossare l’abito talare, non è irrilevante ribadire l’ennesimo esempio di chi quell’abito, come segno di vocazione sacerdotale e di distinzione sociale, lo seppe portare fino al martirio e alla morte. La luminosa figura del Servo di Dio Rolando Rivi si staglia contro ogni annacquamento della dignità del sacerdote, visibile anche nei suoi tratti esteriori, come appunto l’abito, sia questo imposto da una legislazione laicista o, più frequentemente, dal lassismo individuale e collettivo.

La terza riflessione è di carattere storico, invece, e si colloca nel quadro dei rapporti tra la Chiesa e il comunismo. Il caso di Rolando Rivi non è affatto isolato, ma è uno dei numerosi sacerdoti assassinati dalle forze partigiane comuniste durante la guerra civile del ’43-’45 (e i cui strascichi si prolungarono ben oltre la fine della guerra mondiale). Se si guarda alla geografia di questi tragici assassinii, essi si concentrano soprattutto nella Venezia Giulia, ossia dove i comunisti italiani erano asserviti al genocida espansionismo jugoslavo, e nell’Emilia-Romagna, ossia dove maggior peso politico avevano le formazioni partigiane comuniste. Il libro “Storia dei preti uccisi dai partigiani” di Roberto Beretta, riporta fedelmente 129 di questi casi, da quelli, magari più controversi, in cui il sacerdote assassinato aveva effettivamente avuto rapporti con il fascismo, come don Carlo Terenziano, a quelli in cui la vittima aveva prestato assistenza ai deportati, come la M.O.V.C. don Francesco Venturelli. Alcuni di questi, come il Beato Francesco Bonifacio, massacrato e infoibato dai titini, sono stati già canonizzati.

Risulta perciò evidente come la questione esuli dal pur violento scontro politico e ideologico tra fascisti e antifascisti, o della lotta di liberazione contro l’occupazione militare tedesca, che entrambe mieterono pure numerose vittime tra i sacerdoti, si pensi al caso, rispettivamente, di Don Minzoni, vittima dello squadrismo, e di Don Giuseppe Morosini, fucilato alle Fosse Ardeatine. Rivi, che pare avesse simpatie per i partigiani cattolici, e gli altri martiri furono massacrati a causa della loro Fede e della loro condizione sacerdotale, da parte di quelle frange comuniste dichiaratamente anti-cristiane. In Italia si trattò di casi minoritari, non paragonabili alla Spagna repubblicana, dove furono martirizzati oltre 6000 religiosi, o al Messico radicale, o alla Francia rivoluzionaria, o ancora all’Unione Sovietica, ma la matrice di questi crimini è la medesima.

Nel nostro Paese, però, prevalse una linea di conciliazione del comunismo verso la religione cattolica, sia per convenienza, vista la grande influenza che ancora esercitava la Chiesa Cattolica in Italia, sia per intima convinzione di numerosi militanti comunisti, che in buona fede ritenevano conciliabili la via italiana al socialismo – che, all’atto pratico, per come questo trovò sfogo nel PCI, fu essenzialmente una socialdemocrazia – e il messaggio evangelico di giustizia sociale. Tuttavia, sul caso di Rivi, come di altri, la posizione dell’ANPI e della sinistra radicale resta ai limiti del negazionismo[3]: «pur avendo avuto un ruolo nelle formazioni partigiane della zona, commisero un reato di delinquenza comune e non furono spinti da ragioni ideologiche come si vorrebbe far intendere.» Questo rifiuto di ammettere gli errori e i crimini compiuti dalla cosiddetta Resistenza e l’insistenza nel continuare a mantenere aperte le ferite perpetuando una logica da guerra civile sono da settant’anni il modus operandi dell’antifascismo militante. È perciò a questo antifascismo ideologico ed acritico, macchiato del sangue di migliaia di Italiani, tra cui decine di sacerdoti, che i cattolici – anche quelli fortemente critici verso il fascismo –, non possono che opporre un netto rifiuto.



[1] http://attualita.vatican.va/sala-stampa/bollettino/2013/03/28/news/30696.html
[2] http://digilander.libero.it/freetime1836/libri/libri69.htm
[3] http://emilia-romagna.anpi.it/modena/archivio_res/febbraio_09/art_14_02_09.htm 
 

03 febbraio 2013

In braccio a Gesù: quando la santità è bambina

di Federico Catani

"Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite: a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio” (Mc 10,14). Queste parole di Nostro Signore ben sintetizzano il contenuto di “In braccio a Gesù. Profili di ragazzi esemplari”, scritto dal prof. Paolo Risso (Casa Mariana Editrice, 2012, seconda edizione rivista e ampliata). 

Il libro è una raccolta di oltre venti piccole biografie di ragazzi canonizzati o avviati all’onore degli altari. Sono storie straordinarie, spesso commoventi, che mostrano come la santità sia alla portata di tutti, anche dei bambini. Eppure, in questi ultimi decenni, si è preferito stendere un denso velo di silenzio su molti fanciulli esemplari, “come se la loro vita non fosse né potesse essere più modello per altre giovani vite. Si è detto persino che un bambino non può essere santo, che caso mai lo appaia, ciò è frutto dell’opera troppo invadente di adulti che l’avrebbero costretto quasi ad essere così…” (p. 93). Niente di più falso. E le storie raccontate da Risso stanno lì a dimostrarlo.
 

30 novembre 2012