La “procreazione che ci siamo purtroppo con leggerezza abituati a
definire naturale". Dopo aver accusato le Sentinelle in Piedi,
aggredite e picchiate mentre manifestavano pacificamente in diverse piazze
italiane, di “violenza culturale”, Roberto Saviano torna all’attacco. In un
articolo pubblicato sull’Espresso, significativamente
intitolato “E’ facile spiegare i gay ai bambini”, il Nostro non si limita a
ripetere le solite banalità da copia-incolla profuse ormai da ogni
pseudo-intellettuale à la page (i pregiudizi dei cattivi cattolici, la paura
del diverso, l’amore-è-bello-viva-l’amore, la società si evolve, etc. etc.), ma
si avventura in alcune affermazioni piuttosto ardite, come quella riportata
all’inizio di questo articolo.
Avete capito? Ci siamo abituati,
purtroppo, con troppa leggerezza a definire “naturale” la procreazione che
avviene in natura, ossia quella che richiede l’unione dei gameti maschile e
femminile per generare una nuova vita, magari tramite unione sessuale. E come
dovremmo chiamarla, gentile Saviano? Pippo, Pluto, Paperino? Quale leggerezza
può esserci nel chiamare le cose con il loro nome? Non sarà il chiamarle
diversamente, o insinuare dubbi a riguardo, ad essere piuttosto segno della più
grande violenza culturale, l’offesa alla verità?
Ma cerchiamo di venirci incontro,
caro Saviano. Esercitiamoci nella nobile arte dell’eufemismo, quella che ci
porta a chiamare “maternità surrogata” l’utero in affitto, “diagnosi
pre-impianto” la selezione eugenetica degli embrioni e “interruzione volontaria
di gravidanza” l’uccisione deliberata dei bambini non nati (ma pure “soluzione
finale del problema ebraico” lo sterminio di qualche milione di persone, fai
tu). Fingiamo per un attimo che anche le tecniche di fecondazione artificiale,
o – per usare un termine a te meno sgradito – di procreazione medicalmente
assistita, siano “naturali”. Naturali ma medicalmente assistite, appunto. Bene,
caro Roberto, qualunque sia il tipo di procreazione non si scappa: ci vogliono
sempre un gamete maschile (“il semino”, come riconoscono con understatement le favolette lesbo
distribuite nelle scuole ai nostri figli) e uno femminile. Non esiste
procreazione tra due uomini, né tra due donne: i figli nascono da un padre e da una madre. Questo dice l’evidenza dei
fatti. Commissionare figli nelle cliniche private, acquistare gameti alle
banche del seme e affittare uteri di terzi non è procreare e sarebbe opportuno
che anche tu te lo ficcassi bene in testa.
Poi tu puoi venirmi a dire che
tutto questo non è importante, che è giusto che tutti possano acquistare il
loro bambino da spupazzare chiavi in mano, che l’amore è quello che conta e
così via. E su quello possiamo pure discutere. Ma, capisci, se tu parti negando
l’evidenza dei fatti è un po’ difficile discutere. Se tu mi accusi di
leggerezza solo perché mi ostino a dire la verità, comincio ad avere dubbi
sulla tua onestà intellettuale. Se tu sostituisci alla realtà le tue fisime
ideologiche, manca il terreno minimo comune sul quale incontrarsi.
E’ davvero sconcertante questa
rinuncia, da parte di tanti intellettuali o finti tali e anche da parte della
gente comune, all’uso della ragione. Certo, anche nel secolo scorso molti
intellettuali misero la propria intelligenza al servizio delle ideologie
totalitarie. Ma era una storia seria e tragica: la crisi della civiltà europea,
del razionalismo e del culto del progresso, l’irrazionalismo come reazione
all’alienazione provocata dalla società di massa e ai mali della
liberaldemocrazia in un mondo ormai in via di secolarizzazione. C’era un senso
in quell’abbandono fiducioso degli intellettuali europei alle abbacinanti
promesse dei regimi totalitari. Come ha scritto Karl Dietrich Bracher, “le
conseguenze dell’emancipazione esigevano nuove certezze, e queste potevano
essere offerte soprattutto da quelle Weltanschauungen
che sembravano in grado di superare non solo – su un piano razionale – la crisi
permanente della democrazia, ma anche – su un piano irrazionale – il vuoto di
valori orientativi”.
Oggi non c’è niente di tutto
questo. C’è solo il paraculismo di adattarsi alle direttive imposte dal potere
economico e culturale. E uno come Saviano, santino creato dal gruppo editoriale
L’Espresso, soggetto privo di qualsiasi spessore intellettuale ma capacissimo
di suggere dalla mammella del potere, anche tenendo il piede in due staffe
(ricordate quando, ai tempi in cui Fini pareva destinato a un grande avvenire,
rievocava la sua simpatia per Almirante?), è la figura ideale per questo tipo
di lavoro. Egli rappresenta uno dei tanti, per quanto tra i più appariscenti,
volontari carnefici dell’ultima ideologia totalitaria, che Maurizio Blondet ha
definito “stupidismo”.
Scrive Blondet: “Parlo della
stupidismo come scuola di pensiero e fede politica, della stupidità di massa
esibita pubblicamente, con orgoglio, per mostrare l’adesione alla teoria e alla
prassi — per lo più, al progressismo, al laicismo edonista corrente. Sempre di
più, si è stupidi per partito preso. Lo si fa apposta, ci si vieta con gioia di
essere intelligenti come prova di fedeltà e subordinazione — in un modo che mi
ricorda, dato che sono vecchio, i tempi del maoismo in Cina, quando milioni di
cretini agitavano il Libretto Rosso di Mao. Masse e dirigenti esibiscono la
loro stupidità non solo senza vergogna, ma gonfiando il petto: è evidente che
lo sentono come l’adempimento di un alto dovere civico e, in qualche misura, un
atto eroico”. Mi sembra una descrizione perfetta, anche se non so quanto in
Saviano vi sia sincera adesione allo stupidismo imperante e quanto, invece,
conti l’opportunismo furbetto di chi, caduto un po’ nel dimenticatoio, tenta
disperatamente di acquistare nuove benemerenze presso il potere mediatico.
Pubblicato il 29 novembre 2014

Onore al Mancio! Tu meriteresti di essere invitato a dibattere nei salotti che contano, non Saviano e gli altri nescienti di Stato.
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