di Giuliano Guzzo e Renzo Puccetti
Avevano retto alla teoria del gender «sbaglio della mente umana»,
ma quando il Papa ha rincarato la dose affermando che essa vuole
abolire le differenze, i sacerdoti del pensiero secolarizzato non ci
hanno più visto. All’udienza del mercoledì
Papa Francesco ha infatti assestato alla loro costruzione un duro colpo,
toccando in pieno un loro nervo scoperto. La risposta talora un po’
goffa, talora scomposta, talvolta irridente, ma sempre intellettualmente
deludente alle parole del Papa recapitata dalla premiata ditta LGBTQ
& Co. non si è allora fatta attendere ed è stata, tanto per
cambiare, di marca negazionista: nessuno vuole annullare le differenze,
dicono, anzi l’intento è esaltare e valorizzare le diversità. Capita
però che proprio tale risposta non faccia altro che confermare le parole
del Papa. Parificare ogni condizione intersessuale tra il maschio e la
femmina, rendere insignificante la differenza tra patrimonio genetico
XX, XY, X0 (sindrome di Turner), XXY (sindrome di Klinefelter), e XYY
(sindrome di Jacobs), significa di fatto annullare il concetto di
patologia e con esso quello di normalità. Questo vale nel sesso
biologico, così come nell’orientamento sessuale. I sostenitori della
teoria del gender infatti nella loro demolitoria opera tesa a depatologizzare ogni differenza (peraltro in controtendenza rispetto al disease mongering
riproduttivo messo in campo per demolire la legge 40) individuano il
nemico assoluto nel concetto di eteronormatività; il filosofo marxista
Diego Fusaro, nel suo argomentare sul gender, lo ha colto molto
chiaramente. Si continua sì ad affermare che esistono le patologie
sessuali e le deviazioni, ma in realtà la teoria del gender riduce le stesse patologie e deviazioni a fantasmi eterei.
Rimosso il concetto che sia normale essere maschi e femmina e
patologico non esserlo, su quale criterio potranno definire una
patologia sessuale come tale? Rigettato che sia normale la sola
eterosessualità, su quale principio si escluderanno dalla normalità
tutti gli altri possibili orientamenti del caleidoscopico e pressoché
infinito universo delle varianti dell’orientamento sessuale? Non è forse
questo quanto sono giunti a dovere ammettere gli esperti che hanno
redatto il manuale delle diagnosi mentali (DSM) quando nella V edizione
hanno scritto che «la maggior parte delle persone con interessi sessuali atipici non hanno un disturbo mentale»?
È come si negherà che il disagio connesso ai comportamenti atipici non
sia soltanto il semplice frutto di stereotipi che alimentano le fobie
interiorizzate? L’ossessione della dottrina del gender è ottenere l’accettazione universale del proprio credo: «no difference», nessuna differenza. Le tipologie di rapporti sessuali hanno un diverso statuto morale? «No difference», è la risposta LGBTQ. Vi sono diversità nella salute mentale in relazione all’orientamento e alla pratica sessuale? «No difference». C’è una differenza sociale nelle relazioni eterosessuali? «No difference». È meglio per i bambini crescere col padre e la madre piuttosto che con due uomini o due donne? «No difference». E’ rilevante la complementarietà uomo-donna? «No difference», è ancora una volta la risposta.
Nessuna differenza? Non c’è mai alcuna differenza? Ha ragione il
Papa, quindi, a dire che la teoria del gender sostiene l’annullamento
delle differenze. I paladini del gender ribattono allora che non si può
parlare di normalità, perché le categorie sono fatte soltanto per
semplificare una realtà che esprime una continuità. Ma se applicassimo
coerentemente questo schema, che a prima vista qualcuno potrebbe pure
giudicare convincente, dovremmo esaltare le differenze e dire che non
esiste né il diabete, né coma ipoglicemico, ma tutte sono varianti
normali della glicemia; il che comporterebbe, com’è evidente, un’assurda
negazione della realtà.
Realtà che non a caso costituisce – lo vedremo – il nemico giurato della teoria del gender,
tanto suggestiva sul piano dell’ipotesi tanto fragile, per non dire
inconsistente, dinnanzi al dato di fatto. Anche per questo, la scialuppa
di salvataggio dei sostenitori del gender rimane, quando sono
messi alle strette, la negazione sistematica: suvvia, è tutta
un’allucinazione cattolica – sostengono -, una fantasia creata ad arte
per fare del terrorismo psicologico a buon mercato, inventando un
pericolo inesistente. Basta però un semplice click sulla rete alla
ricerca di “Gender theories” per scoprire migliaia di risultati, con
articoli, libri, dipartimenti universitari dedicati proprio alle teorie
del gender, addirittura sul sito della più nota associazione di
atei del nostro Paese scopriamo un succinto inquadramento della teoria
del gender ed allora possiamo stare tranquilli: le gender theories
esistono.
L’ultima carta per negare l’evidenza, a questo punto, è quella – da parte dei fautori dell’ideologia del gender – di sostenere che dietro le gender theories vi siano gli studi scientifici di genere, noti agli addetti come gender studies. Si tratta di studi che hanno contribuito, secondo un documento di un’associazione di psicologi, «alla
riduzione, a livello individuale e sociale, dei pregiudizi e delle
discriminazioni basati sul genere e l’orientamento sessuale». Ma è
proprio questo il punto. Gli studi volti a verificare la teoria del
genere sono i benvenuti, purché però siano corretti metodologicamente,
rigorosi nell’analisi dei risultati e correttamente interpretati.
L’ideologia si inserisce dunque quando si vuole imporre come una verità
dimostrata dagli studi di genere il postulato: «No difference».
Il problema, si fa per dire, è che non solo la principale differenza
negata – quella delle diverse attitudini comportamentali, ruoli ed
atteggiamenti dei sessi – esiste, ma risulta comprovata da un numero
immenso di riscontri certi. Si pensi, per fare un esempio, alle
preferenze lavorative: considerando non già il trascurabile campione di
un singolo Paese, bensì i dati provenienti da più di 200.000 soggetti a
loro volta provenienti da 53 nazioni diverse, il professor Lippa ha
scoperto una sbalorditiva stabilità nella differenza fra uomini e donne,
con i primi che tendono sempre ed ovunque – dalla Norvegia al Pakistan,
dall’Arabia Saudita alla Malesia – ad optare maggiormente per
professioni di ambito meccanico o ingegneristico, e le seconde più
orientate verso professioni contraddistinte da più rapporti
interpersonali (Arch Sex Behav, 2009).
Differenze fra maschi e femmine non riconducibili alle sole influenze
sociali e dunque espressioni di quella natura maschile e femminile che
smentisce i negazionisti della differenza, se così possiamo chiamarli,
sono state osservate nell’infanzia: dalle generali difformità
comportamentali fra bambini e bambine – con la curiosità dei primi che
primeggia dinnanzi ai nuovi giocattoli e l’attenzione delle seconde
quando arrivano nuovi bambini (Sommers, The War against Boys
2000) a differenze, fra maschi e femmine, nella scelta dei giocattoli
risultate talmente nette da essere registrate persino monitorando specie
di primati caratterizzate da un modesto grado di dimorfismo sessuale (Horm and Behav,
2008), fino a distinte preferenze nella scelta dei colori che a due
anni di età, nei bambini, sono riscontrabili e che al terzo anno si
rendono indiscutibilmente significative (Arch Sex Behav, 2015).
Simili risultanze mettono evidentemente in crisi l’ipotesi che le
differenze fra i sessi possano essere solo esito di stereotipi la cui
ipotetica manifestazione viene disperatamente anticipata ogni qual volta
uno studio o una ricerca sottolineano come maschile e femminile siano
universi distinti sin dal principio. D’altra parte, occorre uno sforzo
di immaginazione non indifferente nel negare la differenza sessuale
nell’infanzia alla luce del fatto, per esempio, che in tutte le culture
studiate le bambole risultino maggiormente preferite dalle bambine le
quali, rispetto ai bambini, sono più propense anche a giocare a fare i
genitori (Geary, Male, Female: The Evolution of Human Sex Differences 1998).
Ma si sa: per l’ideologo i fatti contano fino ad un certo punto, e se per caso osano contraddire lo schema precostituito «tanto peggio per i fatti»,
com’ebbe a dire Hegel (1770–1831). La componente ideologica, con
riferimento alle differenze fra i sessi, sta pertanto nell’insistito
sovrastimare il peso delle componenti ambientale e di socializzazione
nella definizione di una differenza sessuale che non può – per
diffusione interculturale e per precocità di configurazione
nell’infanzia – non derivare anche da una diversa natura maschile e
femminile. Per quanto riguarda invece la negazione della differenza in
ambito familiare, l’ideologico rifiuto della realtà si esprime in molti
modi: spacciando campioni selezionati e numericamente esigui come
rappresentativi, svolgendo comparazioni scorrette, sovra-aggiustando i
risultati e distorcendo ciò che essi affermano. È difatti un’operazione
ideologica trarre conclusioni forti da evidenze deboli, o inesistenti, o
addirittura contrarie alle conclusioni e sbandierarle come “evidenze
empiriche”.
Eppure è esattamente quanto avviene nonostante vi siano molteplici
risultanze, peraltro recentissime, che attestano come fra i diversi
nuclei familiari, specie per quanto concerne il benessere dei bambini,
delle differenze vi siano: eccome. A questo proposito, nell’ambito degli
studi di genere dedicati a verificare gli effetti sui minori
dell’omogenitorialità, ai risultati ottenuti da cinque ampi campioni
rappresentativi della popolazione generale per un totale di oltre un
milione e quattrocentomila soggetti (New Family Structures Study, Early Childhood Longitudinal Study, US Census, Canadian Census, US National Health Interview Survey),
attraverso i quali in maniera concorde i risultati indicano punteggi
migliori per i figli cresciuti in famiglie con il padre e la madre
biologici sposati, si aggiungono nuovi dati che abbiamo visionato in una
forma provvisoria prima che siano sottoposti ad una rivista
scientifica.
Si tratta di una rivalutazione di tre pubblicazioni distinte in cui gli autori avevano analizzato la popolazione dello studio Quality Education Data for Add Health per concludere che «i dati non confermano l’opinione che lo sviluppo degli adolescenti è condizionato dall’orientamento sessuale dei genitori».
Nella nuova analisi, redatta dal professor Donald Sullins, sociologo
alla Catholic University of America, è stata effettuata una codifica più
stringente del campione in modo da identificare con maggiore certezza
l’orientamento sessuale dei genitori ed escludere i casi d’incongruenza
tra le risposte fornite dagli adulti e dai figli che invece erano stati
inclusi negli studi precedenti. I risultati mettono ancora una volta in
evidenza come i figli che vivono in famiglie omogenitoriali abbiano
molti punti in cui mostrano una maggiore sofferenza. Lo indicano i
punteggi depressivi, d’infelicità e di ansia, la probabilità di essere
impauriti e di pianto.
Il fatto che invece i punteggi di relazione interpersonale negativa
siano più bassi e quelli di vicinanza emotiva da parte dei genitori
siano normali dimostrano che i risultati non possono essere attribuiti
ad una reazione di rigetto sociale, o a maggiore trascuratezza
genitoriale. I nuovi dati però aggiungono un elemento inedito e
inatteso: per la maggior parte degli aspetti esaminati, mentre il
matrimonio dei genitori eterosessuali si traduce in una situazione
migliore dei figli rispetto a quella dei coetanei figli di genitori non
sposati, per i figli in famiglie omosessuali la situazione è inversa,
risultando peggiore quando le figure genitoriali omosessuali sono
sposate. Il peggioramento della salute psicologica dei figli che avviene
col matrimonio omosessuale non può essere attribuito ad una maggiore
instabilità familiare; infatti la permanenza media dei figli con gli
stessi genitori omosessuali non sposati è di 4 anni e sale a 10,3 anni
quando sono invece sposati e non c’è differenza nella misurazione della
percentuale di figli che ha dovuto subire il cambiamento delle figure
genitoriali. Il risultato in assoluto più allarmante è quello dell’abuso
sessuale: invitati a rispondere in maniera anonima attraverso un
computer se erano mai stati costretti, prima del sesto anno di scuola,
ad avere contatti sessuali per opera di un genitore o un adulto, le
risposte affermative sono risultate il 3,5% tra i figli di coppie
eterosessuali sposate e il 37,8% tra i figli in coppie omosessuali
sposate. Il dato resiste, ed anzi aumenta, inserendo nel modello le
covariate.
Ora, quanto si è sin qui, sia pure in estrema sintesi, ricordato
sulle differenze, considerando prima i sessi e quindi i nuclei
familiari, appartiene senza dubbio agli studi di genere, ma abbiamo il
ragionevole dubbio che non trovi accoglienza nei programmi promossi dal
caravanserraglio pedagogico genderizzante che sta cominciando ad
invadere la scuola statale. Quando a pagina 38 del documento assunto
come quadro di riferimento redatto dall’Ufficio Regionale per l’Europa
dell’OMS per i responsabili delle politiche, autorità scolastiche e
sanitarie, specialisti si legge che i bambini da 0 a 4 anni si devono «mettere in grado di acquisire consapevolezza dell’identità di genere» per «aiutarli a sviluppare rispetto per l’equità di genere», laddove per l’OMS il genere (gender) è cosa ben distinta dal sesso e «si
riferisce ai ruoli, i comportamenti, le attività e gli attributi
costruiti socialmente che una data società considera appropriati per
uomini e donne», diventa allora molto difficile negare come la cosa
stia travalicando i confini della mera speculazione teorica per
diventare scienza pedagogica applicata, anzi ideologia pedagogica
applicata, una cosa cioè indistinguibile dall’indottrinamento.
Esattamente quello che, non appena gli si presenta l’occasione, Papa
Francesco continua a denunciare.
(Puccetti R. – Guzzo G. Gender, perché il Papa ha ragione, “La Croce”, 23.4.2015, p.2).
Pubblicato il 28 aprile 2015

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