Tempo fa, girovagando tra le bancarelle di libri usati vicino alla Stazione Termini, mi sono imbattuto in una vecchia copia delle “Memorie” del cardinal Jόszef Mindszenty, arcivescovo di Esztergom-Budapest negli anni del comunismo. Entusiasta per la scoperta, non ci ho pensato due volte a tirar fuori i soldi (pochi in verità) necessari per l’acquisto. Il venditore, stupito che un giovane facesse quel genere di compere, mi ha chiesto se avessi origini ungheresi. Alla mia risposta negativa, mi ha domandato se avessi scritto una tesi di laurea su quel personaggio. Ma ho risposto nuovamente di no. Allora ha voluto sapere il motivo della mia scelta, tanto lo aveva colpito. Ho spiegato che per me il cardinale Mindszenty è un eroe, un martire, simbolo di una Chiesa senza compromessi e senza paura nei confronti dei nemici, come piace a me. Dunque sentivo il bisogno di conoscerlo meglio leggendo quanto egli stesso aveva scritto della sua esperienza.
Ebbene, ricorrono i quaranta
anni dalla morte del grande cardinale (6 maggio 1975). Un uomo che ne ha subìte
tante, senza mai piegarsi. Venne arrestato per la prima volta dai comunisti di
Bela Kun, che presero il potere in Ungheria dopo il crollo dell’Impero
asburgico. Durante il secondo conflitto mondiale, divenuto vescovo, Mindszenty fu
sbattuto in carcere la seconda volta dagli occupanti nazisti, che ovviamente
non gradivano la sua azione in difesa della popolazione, ebrei compresi.
Finita la guerra, arrivò l’Armata
Rossa e si passò dalla padella alla brace. Mindszenty, nominato primate
d’Ungheria, nel 1946 fu creato cardinale da Pio XII. Nell’imporgli la berretta,
Papa Pacelli gli disse: «Tu sarai il primo a sopportare il martirio
simboleggiato da questo colore rosso». Tradizionalmente, il principe-primate
aveva il compito di incoronare i re e di fare le loro veci in caso di
necessità: aveva quindi funzioni spirituali e civili, che esercitava a servizio
della patria. Mindszenty, pur nel mutare dei tempi, era ben conscio di questo
ruolo e si adoperò con ogni mezzo per assolvere i propri doveri. Soprattutto
volle ricordare a tutti che l’Ungheria era stata consacrata alla Madonna dal
santo re Stefano, diventando così Regnum
Marianum, terra di Maria: gli ungheresi non dovevano dimenticare quel
patto, ma anzi ravvivarlo. L’arcivescovo fronteggiò
indomitamente la persecuzione dei comunisti, che fecero di tutto per estromettere
la Chiesa dalla vita pubblica e per sottometterla al loro volere. Mindszenty
era quindi un personaggio scomodo. Si arrivò così alla sera del 26 dicembre
1948, quando la polizia penetrò in episcopio e lo arrestò. Era la terza volta
che finiva dietro le sbarre.
Quello che i comunisti hanno
commesso contro questo pastore resterà una delle più grandi infamie della
storia. Per giorni e giorni il cardinale venne picchiato, drogato, privato del
sonno e costretto ad ascoltare oscenità. Il tutto per fargli confessare di
essere nemico del popolo e di aver tramato contro lo Stato. L’unica volta che i
carcerieri gli permisero di rivestire la talare fu quando venne a visitarlo il
senatore del Partito Comunista Italiano Ottavio Pastore: era un modo per dire
al mondo che l’arcivescovo stava bene. Dopo un processo farsa, Mindszenty fu
condannato all’ergastolo. Distrutto nel corpo e nello spirito a causa delle
torture, alla fine firmò una confessione di colpevolezza, ma ebbe la lucidità
di aggiungere, sotto il suo nome, C. F. (“coactus
feci”, ossia “firmai perché costretto”). Papa Pio XII protestò pubblicamente
e a gran voce per denunciare quello scempio. Il 6 febbraio 1949, dopo la
condanna, Giancarlo Pajetta insultò e derise il cardinale in modo sprezzante
sull’Unità. Tra una prigione e l’altra, Mindszenty fece ben 8 anni di dura
galera. Riuscì a portare con sé un’immagine del Cristo coronato di spine che, quando
aveva il permesso di celebrare la messa, usava come quadro d’altare. Per moltissimo
tempo non gli furono messi a disposizione testi sacri. Tra le vessazioni subìte,
anche il divieto di inginocchiarsi in cella e le continue interruzioni delle
sue preghiere. Spesso gli portavano carne il venerdì, in modo da non farlo
mangiare.
Nell’ottobre del 1956, durante la
rivolta d’Ungheria, il cardinale fu liberato dagli insorti. Ma i carri armati sovietici
riportarono ben presto il buio in terra magiara. Pio XII, al proposito, scrisse
due memorabili encicliche: la Luctuosissimi
eventu, con cui chiedeva preghiere pubbliche per il popolo ungherese e la Datis nuperrime, per condannare i
luttuosi avvenimenti in Ungheria. Mindszenty dovette rifugiarsi nell’ambasciata
americana di Budapest, dove rimase recluso per quindici anni, senza poter
uscire nemmeno per il funerale della mamma. Nel frattempo, però, il Vaticano
aveva iniziato a mutare atteggiamento nei confronti dei regimi dell’Est Europa:
era la Ostpolitik, la politica di apertura e dialogo verso i comunisti. In
questo clima di distensione, Mindszenty era divenuto ormai un ospite scomodo anche
per gli americani. Dopo varie trattative, la Santa Sede riuscì a far giungere
il cardinale a Roma. Iniziò in quel momento l’ultima tappa della sua Via
Crucis, forse la più dolorosa.
Mindszenty, infatti, pur in
spirito di obbedienza ed umiltà, ricevette grandi amarezze proprio dalla
politica vaticana. L’Osservatore Romano scrisse che il trasferimento
dell’arcivescovo aveva reso più facili i rapporti tra Vaticano ed Ungheria. Il
primate decise di risiedere a Vienna, iniziando a effettuare numerosi viaggi
per incontrare le comunità ungheresi sparse nel mondo e per raccontare a più
persone possibili la verità sul comunismo. Ma da Roma (all’insaputa del Papa)
gli fecero sapere che non avrebbe dovuto più parlare in pubblico senza prima
aver sottoposto i suoi interventi e le sue omelie al vaglio della Santa Sede. «Pregai
il nunzio di comunicare ai competenti organi vaticani – spiegò il cardinale -
che in Ungheria regnava ora un opprimente silenzio di tomba e che io inorridivo
al pensiero di dover tacere anche nel mondo libero». Mindszenty capì che Paolo
VI non era stato «più in grado di resistere alla pressione del regime di
Budapest, che si appellava alle garanzie e alle promesse del Vaticano».
Nonostante le promesse fatte in precedenza, nel 1973 il Papa chiese al
cardinale di rinunciare alla sua carica arcivescovile, ricevendone un
rispettoso ma fermo rifiuto. «Non lo potevo fare – scrisse Mindszenty – perché
queste misure avrebbero aggravato la situazione della Chiesa ungherese, recando
danno alla vita religiosa e confusione nelle anime dei cattolici e dei
sacerdoti fedeli alla Chiesa». Il primate temeva che un’eventuale rinuncia
avrebbe potuto in qualche modo far pensare ad una legittimazione del regime
ungherese. Paolo VI però fu irremovibile. Di fronte ad alcune agenzie di stampa
che diffusero la notizia di una rinuncia volontaria, il cardinale ribadì che
tale decisione era stata presa unicamente dalla Santa Sede, non avendo egli mai
rinunciato né alla carica di arcivescovo né alla sua dignità di primate
d’Ungheria. Nonostante la differenza di vedute dal punto di vista strategico,
mantenne intatto il suo amore al Papa. Non chiese mai nemmeno l’amnistia, che
pure gli fu strumentalmente concessa, ma la piena riabilitazione.
Riabilitazione ottenuta soltanto nel 2012. Attualmente, peraltro, è in corso la
sua causa di beatificazione.
Giovannino Guareschi, che lo avrebbe voluto Papa per vederlo libero dalla prigionia, ha fatto la celebrazione più bella di Mindszenty. Al pretino progressista don Chichì che, riferendosi al cardinale, domanda: «Perché questa smania di martirio? Non avrebbe potuto trovare anche lui un modus vivendi con l’autorità del suo Paese?», don Camillo risponde: «Bisogna compatirlo. È stato portato fuori strada da quell’altro tizio che s’è fatto inchiodare sulla croce. I soliti estremismi». Non c’è complimento migliore.
(La Croce quotidiano, 6 maggio 2015) Pubblicato il 16 maggio 2015

Onore al camerata Katanga!
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