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01 agosto 2020

Su Duda e l'Osservatore Romano


di Gregorio Sinibaldi

La Polonia inizia il procedimento per uscire dalla Convenzione di Istanbul sulla violenza contro le donne (2011), e l'Osservatore Romano del 28 luglio (p. 2), a rimorchio della stampa laicista, critica senza sfumature questa decisione.

Mostrando altresì netto apprezzamento per la Convenzione, la quale, secondo il quotidiano papale “si propone di prevenire la violenza, favorire la protezione delle vittime ed impedire l'impunità dei colpevoli. In particolare, la Convenzione caratterizza la violenza contro le donne come una violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione”.

Ma per quale motivo allora, l’appena rieletto presidente Andrzej Duda, tra l’altro cattolico e praticante, avrebbe deciso che la Polonia debba chiamarsi fuori? E’ pensabile che esca dalla Convenzione perché sia favorevole alla violenza sulle donne (tra cui sua moglie Agata e sua figlia Kinga)?

L’OR con una certa supponenza afferma che “secondo il governo di Varsavia, la Convenzione contiene concetti ideologici non condivisibili” e del resto, sempre secondo Varsavia, “la legge polacca tutela in modo esemplare i diritti delle donne”. Si dovrebbe ricordare piuttosto che ogni Stato è sovrano, autonomo e indipendente, e quindi nessuno è obbligato ad aderire a Convenzioni internazionali, anche qualora fossero valide al 99, ma non al 100%.

Ma si sa che per l’odierno Vaticano criticare un aspetto o un documento dell’Onu, dell’Unicef, dell’Oms e perfino del WWF è un crimine di lesa maestà. Lesa maestà che a Dio si applica sempre meno, ma ai poteri mondani sempre più.

In realtà, Duda esce dalla Convenzione di Istanbul proprio perché cattolico e patriota. E perché ritiene che la teoria del gender sia, come disse papa Francesco, una “colonizzazione ideologica” e "uno sbaglio della mente umana" (21 marzo 2015).

Infatti la Convenzione, malgrado alcuni aspetti positivi, sia nel Preambolo che in molti dei suoi 80 articoli, ha affermazioni in linea con quella assurda e tenebrosa ideologia.

Facciamo alcuni esempi, anche se è l’intero testo ad essere ambiguo e pericoloso, in quanto tende, secondo la logica del femminismo estremista, a mostrare una donna sempre e solo vittima, e un uomo sempre e solo colpevole. Al contrario ferve da anni una letteratura, poco recensita dai media, di tutt’altro segno. Si veda a titolo di esempio, l’ottimo testo di Francesco De Rosa (Le donne assassine. Tutto quello che nessuno vi ha mai raccontato sui padri separati e sui loro figli, Neomediaitalia, 2018).

Nel Preambolo della Convenzione si legge che “la violenza contro le donne è una manifestazione dei rapporti di forza storicamente diseguali tra i sessi, che hanno portato alla dominazione sulle donne e alla discriminazione nei loro confronti da parte degli uomini e impedito la loro piena emancipazione”. Ora, leggere le relazioni, millenarie e ancestrali, tra l’uomo e la donna nella storia, come un rapporto di forza è già una forzatura antistorica inaccettabile, che sa della marxiana lotta di classe.

Il documento parla anche di “natura strutturale della violenza contro le donne, in quanto basata sul genere”, cioè il ruolo assegnato alla donna dal maschio, per colpa del quale “le donne sono costrette in una posizione subordinata rispetto agli uomini". Il che appare semplicistico e certamente non universalizzabile.

Si pensi ai lavori più duri e pericolosi svolti dai maschi (in miniera, in agricoltura, nelle fabbriche, nelle regioni più impervie), e alle stesse guerre combattute per secoli e secoli solo dagli uomini (dalle guerre puniche all 2 guerre mondiali), in cui le donne, per volontà dei maschi, erano risparmiate.

In questi casi, come spiegare l’oppressione maschile della donna? Semplice, essa non esisteva. Esisteva il ruolo naturale dell’uomo capofamiglia: ma capo non significa tiranno, bensì guida e custode. Altrimenti dovremmo abolire qualunque autorità (capo di stato, di azienda, preside, rettore, presidente) e sarebbe l’anarchia e la legge della giungla.

Tutto il documento è connotato, come spesso capita oggi, dal femminismo più radicale, dal sospetto sistematico verso il maschio, e dalla volontà di creare una cultura fluida ed asessuata (genderfree) perfetta per un mondo liquido e anti-famiglia. Un mondo da incubo a ben vedere.

La dottrina della Chiesa però afferma che i ruoli tradizionali dell'uomo (capofamiglia) e della donna (regina della casa e tutrice della vita), che per millenni hanno retto tutte le civiltà degne di questo nome, nulla hanno a che vedere con la inaccettabile violenza sulle donne.

Oggi, proprio nella società liquida e senza ruoli, o a ruoli invertiti, la violenza esplode ed è destinata a moltiplicarsi in futuro. Sia la violenza in genere, sia la violenza su donne e ragazze (e spesso attuata da altre donne, ma questo si evita di dirlo). Se l’uomo è fisicamente più forte della sua compagna, ma bisogna trattare la donna allo stesso modo di come si tratta il maschio, allora è facile il sopruso…

Al contrario, la logica della cavalleria e delle buone norme cristiane di un tempo, era quella di trattare la donna (in primis se vedova, anziana o malata) in modo speciale e con speciali riguardi, da cui l’espressione “essere un cavaliere”.

Le violenza su donne e ragazze, che sia fisica o psicologica, ma anche sugli anziani, sui bambini, o su persone comunque deboli e innocenti, è certamente, come la teoria del gender, uno “sbaglio della mente umana”. Ma questo sbaglio e questa aberrazione non si combatte con il matrimonio gay, la lotta al maschile, l’eterofobia e la famiglia arcobaleno. Ma con il ritorno alla morale cristiana, che però il femminismo ateo vuole affossare.

Tenuto conto che lo stesso Stato della Città del Vaticano, nel 2011 guidato da Benedetto XVI, non ha ratificato la Convenzione di Istanbul, bene ha fatto il presidente Duda a volerne uscire per difendere la famiglia tradizionale e cristiana. La quale se parla di “persone uguali in dignità”, insegna pure che “Per il bene comune dei suoi membri e della società, la famiglia comporta una diversità di responsabilità, di diritti e di doveri” (n. 2203).

Idem per la famiglia biblica e patriarcale, modello di ogni famiglia, come fu la stessa Sacra Famiglia di Nazareth. O c’è da pensare a un san Giuseppe che picchiava Maria, mentre lei, da casalinga repressa, sognava di diventare una donna in carriera, una femminista ipocrita e una velina?

 

13 agosto 2017

Anticlericalismo in Vaticano

di Satiricus
Vorrei chiedere all’amico Giuliano Guzzo, sociologo, di prestarmi la sua competenza per costruire un sondaggio che grosso modo suonerebbe così: “secondo voi quanta speranza di successo ha la Chiesa quando scelga di dichiarare guerra al clero?” La scelta dell’Osservatore Romano di pubblicare le parole di Giulio Cirignano equivale infatti a una piana dichiarazione di guerra: il clero o dorme o è ignorante o entrambi.

A parte la domanda delle domande: “chi è mai Giulio Cirignano?” siamo proprio curiosi di capire dove pensa di andare il Vaticano una volta scaricati i propri preti. Forse ritiene sul serio che i preti della resistenza saranno smossi dalla profondità e dall’autorevolezza di Giulio Cirignano? Forse ritiene di poter evangelizzare il mondo facendo leva sugli endorsement di Scalfari e Bonino, sul servilismo mobile dei monsignori che ieri ossequiavano Benedetto XVI e oggi Francesco, sull’emotivismo di masse di fedeli ignoranti e inconsapevoli (il dubbio che sia proprio la sprovvedutezza a mantenere nell’allegrezza i sostenitori di Francesco, quello non viene mai?), sulla potenza delle reti Arcigay, sulla professionalità dei medici pronti a staccare la spina? Tutti in uscita con un libro di Giulio Cirignano sotto le ascelle!


Cerchiamo di capirci non sto questionando circa l’opportunità o meno di seguire il Papa in alcune sue linee. Che il Papa non vada seguito sempre è palese: gli stessi Giulio Cirignano e company sicuramente non seguono integralmente il Magistero di Benedetto XVI e con ciò sconfessano qualsiasi dichiarazione di principio circa la fedeltà nuda e pura ai Pontefici. Prendo le distanze da due altri dati. Dalla scelta di inimicarsi il clero cattolico e dalla selezione di argomentazioni di Giulio Cirignano.

Quanto alla prima, io credo che si debba piuttosto avvicinare il clero e non invece stupirsi del fatto che il clero - magari proprio perchè preparato e consapevole - non segua alla cieca qualsiasi cambio di rotta ‘profetico’, soprattutto se si tratta di profezie che - scusate se mi ripeto - vengono sposate anzitutto da personalità del calibro di Scalfari. Aggiungo che da anni ormai cattolici e clero cattolico vengono bastonati. Ecco, se ne dispiaccia pure Cirignano, ma il clero cattolico non è composto da cani, non è che più lo bastoni e più ti segue. Forse la verità è che non c’è un interesse reale a raggiungere il clero. Lo si bastoni e lo si ingiuri, lo si dia in pasto di masse pseudo-cattoliche sempre meno credenti e praticanti, lo si sberleffi per la penna di Giulio Cirignano: poco ci importa del clero, ci importa il dilagare delle nostre ideologie post-moderne.

Quanto alla seconda, mi viene da ridere. Giulio Cirignano inneggia alla coscienza critica. L’idiozia del formarsi una coscienza critica la sentii per la prima volta alla scuola media e allora le credetti. Mi misi a studiare in modo critico. Sapete che succede a studiare in modo critico? Adesso lo spiego a Giulio Cirignano e ai cecchini dell’Osservatore Romano. Prima metti in crisi la fede e le verità, poi metti in crisi la famiglia e la politica (di destra). Molti si fermano qui e pensano di essere gli ‘svegli’ dotati di un pensiero critico: sono solo i prigionieri ottusi che minacciano il ritorno del filosofo nella platonica caverna.

Qualcuno - infedele, dormiente, stupido, come vi pare - va oltre. Si accorge che l’ateismo e la sinistra sono essi pure infondati. L’istanza critica in breve ci riporta o allo scetticismo radicale o ai temi eterni della Tradizione: leggetevi La Colonna di Florensky, voi che vi credete intelligenti e verificherete quanto vi dico. Volete sapere la sorpresa? Questa sorpresa l’ho scoperta sia nella chiesa di Giovanni Paolo II, sia in quella di Benedetto XVI, sia in quella di Francesco - ragion per cui non mi preme oppormi tanto ai contenuti quanto alle argomentazioni di Giulio Cirignano e di chi lo strumentalizza in Vaticano, né mi interessa il Papa del momento mentre mi preoccupa la violenza degli entourage di scribi che lo accerchiano - la sorpresa è che quando l’istanza critica la muovi nei confronti dei potenti di turno (Sodano, Bertone, Parolin, fate voi) d’improvviso smetti di essere brillante, sagace, una ‘promessa’ e divieni un dormiente e uno stupido o entrambi.

Sapete che vi dico? Ringrazio il professor Manzo che venticinque anni fa mi ha insegnato a usare il pensiero critico. Fa nulla se questo significa avere un sacco di problemi con le intellighenzie dentro e fuori la Chiesa.

Concludo con un suggerimento ai cecchini e al loro proiettile Giulio Cirignano: tutta la Parola - come la chiamate voi - mostra lo scontro tra veri e falsi profeti e la difficoltà di distinguere gli uni dagli altri, la Liturgia della Chiesa - addirittura nella versione purgata dei tempi moderni - offre continuamente ai fedeli la meditazione di simili intricati scontri.

Chi sarà il vero o il falso profeta lo dirà Dio a suo tempo, non lo diranno dei giornalisti e men che meno l’ignoto a tutti Giulio Cirignano. Nel frattempo, se proprio volete sprecare metafore notturne, perché non usare quella delle dieci Vergini? Per carità, non importa che siano vergini o meno, so che nei sacri palazzi ormai proponete un altro stile di vita e vi rispetto, importa che in quella parabola tutti si addormentano. La differenza la fa chi al risveglio avrà l’olio per ritrovare luce e chi al risveglio avrà solo una copia di Giulio Cirignano sotto le ascelle.
 

25 giugno 2015

Cresce la pedofilia nel Regno Unito


di Fabrizio Cannone

Da decenni se non da secoli ormai, la Gran Bretagna rappresenta in Europa un tipo di società, di cultura e di organizzazione politica in un certo senso decisamente speciale e particolarmente esemplare come nazione avanzata, società evoluta, politica accorta, intelligente e moderna. Tutto questo almeno nell’opinione dei fautori della cultura anglosassone, liberal e laica al massimo grado possibile. Per i critici quali noi siamo essa invece potrebbe essere meglio definita come l’avanguardia della decadenza. Ma in un senso o in un altro, si tratta di una società che per la sua storia, per il suo legame linguistico-culturale-militare con gli Stati Uniti, per la sua appartenenza quasi totale alla Riforma e per altri motivi, rappresenta un po’ il futuro degli altri stati europei. Cosa che certamente non potrebbe dirsi di paesi come l’Italia, l’Austria, il Portogallo o gli stessi stati Scandinavi; questi ultimi certamente assai progressisti e moderni, ma senza quel ruolo storico di battistrada che facilmente si riconosce nel mondo all’America e, in Europa, a quel pezzo di America che si chiama Inghilterra.

Il grande avvocato cattolico Gianfranco Amato ha dedicato un intero libro a mostrare il vero volto dei nuovi diritti e della modern way of life in salsa british (cf. G. Amato, I nuovi Unni. Il ruolo della Gran Bretagna nell’imbarbarimento della civiltà occidentale, Fede & Cultura, 2012). In esso, Amato mostrava le conseguenze storiche dell’anglicanesimo e della brutale separazione non solo dal Papa di Roma, ma anche dalla cultura latina, dalla sapienza greca e dalla migliore teologia cattolica, specie quella successiva allo scisma. Nella prefazione al libro, anche mons. Negri faceva cenno alle cause che hanno fatto sì che proprio “la Gran Bretagna sia divenuta il paradigma di una società i cui frutti velenosi della Riforma hanno portato alla scomparsa di Dio dall’attuale orizzonte culturale” (p. 6).

Fermiamoci ora sull’aspetto storico e saltiamo a piè pari nell’attualità. Come è arcinoto, il premier britannico Cameron ha concesso il matrimonio alle persone dello stesso sesso, anche con la possibilità di adottare quei bambini che la biologia non darebbe mai alle coppie omosessuali, pur innamoratissime. Non parliamo delle leggi contro il cosiddetto femminicidio e contro il razzismo che hanno per conseguenza il fatto che per un cittadino britannico di sesso maschile, specie se nativo, sia cosa quasi impossibile vincere un processo contro chi presenta altre caratteristiche sessuali, etniche e di origine.

L’Osservatore Romano del 19 giugno 2015 presenta un breve trafiletto dal titolo “In Gran Bretagna allarme pedofilia” (p. 2). Il classico articoletto che pochi dei già non moltissimi acquirenti del quotidiano vaticano notano e leggono con attenzione. Specie nel mare magnum dell’attuale informazione giornalistica e televisiva. Perché poi allarmarsi visto che la pedofilia e la violenza connessa col sesso sono divenute, in pochi anni, un tratto tipico delle società post-cristiane come quella inglese? Direi per due possibili ragioni: o per l’aumento recente dei casi in questione, o per il numero significativo delle violenze accadute in Gran Bretagna in rapporto a quelle mediamente occorse nel Continente.

Credo che qui l’aumento vada in entrambi i sensi: ovvero proprio la nazione-faro dei diritti umani registra già da vari anni un incredibile tasso di violazione dei diritti stessi… Ma è un paradosso o è la conseguenza di una mentalità edonistica-consumistica spinta all’estremo? Porsi il quesito secondo noi non è affatto innocente e basta leggere i dati, anche senza confronti con quelli (nettamente inferiori) del nostro paese, per restare allibiti e capire che qualcosa, nella filosofia liberal inglese o americana, non solo non funziona, ma genera mostri.

“Nel periodo 2013-2014, nel Paese sono stati denunciati oltre trentunomila abusi sessuali ai danni di minori, in media ottantacinque al giorno”. Anche se fossero 31 e non 31000, in due soli anni, sarebbe scioccante, ma la quantità qui indica la qualità e la profondità della barbarie a cui faceva riferimento il libro di Amato. Ma l’educazione sessuale assai diffusa nelle scuole inglesi non doveva calmare i bollenti spiriti dei giovani (indirizzandoli verso un uso igienico e profilattico della sessualità) così come le prostitute dovevano placare quelli degli adulti? Non sarebbero stati indici di sicuro progresso sociale, di pacificazione nazionale e sessuale, e di progresso della civiltà? Già, ma quale civiltà?

“I casi di stupri, aggressioni e molestie – rileva un rapporto della NSPCC [la società per la protezione dei minori] – sono stati 8500 in più rispetto all’anno precedente, e la maggior parte delle vittime aveva un’età compresa tra i 12 e il 16 anni”. A questo punto ho una proposta semplice per abolire ex abrupto la violenza sui minori: legalizzarla! Droga legale = niente più reati di spaccio e di consumo, come da una vita insegnano Pannella e i depenalizzatori, non è vero? Ebbene se noi dichiarassimo per decreto legge che la maggiore età non sia più a 18 anni, ma a 16 come vorrebbero molti lungimiranti politici progressisti, o di 14 (vista l’accelerazione dell’evoluzione darwiniana in corso…), moltissimi reati di violenza sui minori, sarebbero banalmente derubricati a violenza sugli adulti, il che non è poi così grave in una società in cui il furto e l’omicidio non vengono quasi più puniti…

Secondo l’Osservatore le stesse autorità politiche e di polizia sono accusate di “non aver agito per fermare gang criminali” che organizzavano la prostituzione minorile. In realtà il problema è tutt’altro. La società libertina – come quella inglese che ha sdoganato ogni aberrazione sessuale incluso il poliamore (nuova edizione della poligamia e della poliandria) – è per forza una società violenta e nessuna legge puramente civile potrà fare nulla per risolvere tale drammatica situazione. Bisognerebbe sospendere a tempo indeterminato la cultura dei diritti e introdurre quella dei doveri morali: solo così la diga contro l’imbarbarimento sarebbe efficace. Ma i doveri sono stati esclusi dal paradigma edonista moderno e indietro non si torna (quasi…) mai.
 

24 maggio 2014

Il discorso di Paolo VI alle CEI (1964) in dieci punti

di Fabrizio Cannone
Durante il discorso fatto alla CEI il 19 maggio scorso, il Pontefice ha ricordato un analogo discorso tenuto da Papa Montini alla medesima Conferenza Episcopale 50 anni prima, definendolo “un gioiello”. E tale veramente fu. Bene ha fatto dunque l’Osservatore Romano a ripubblicarlo integralmente accanto a quello di Papa Bergoglio (cf. OR, 21.5.14, pp. 5-6).
Vediamone qui i tratti e i passaggi salienti, i quali secondo noi coincidono con quelle espressioni e quei concetti che purtroppo appaiono come quasi svaniti nell’odierna predicazione ecclesiale.
1. Montini a proposito dei Vescovi usa espressioni forti e oggi inusitate come “Ceto episcopale della santa Chiesa di Dio”; asserendo che in questo Ceto episcopale mondiale, “il gruppo eletto e cospicuo dei Vescovi italiani occupa per Noi [ plurale majestatis], com’è naturale e doveroso, un posto di speciale ed affettuosa considerazione”. Dunque per Paolo VI le Conferenze episcopali non hanno tutte la stessa importanza, e anche sotto questo profilo, nella Chiesa universale l’uguaglianza non esiste.
2. Il primo problema che Papa Montini cita dopo il “numero eccessivo delle diocesi”, è quello “della preservazione della fede nel popolo italiano, minacciata dalla evoluzione stessa della vita moderna, e direttamente dal laicismo e dal comunismo”. Toh! Avevamo capito, leggendo gli scritti e i discorsi di autorevolissimi prelati progressisti, che la “vita moderna” era da benedire e non da contrastare, e che il comunismo, privato della sua componente ateistica, avesse portato un contributo positivo alla società e alla cultura… Papa Bergoglio parla spesso dei problemi dell’evangelizzazione, e sta bene. Così come Ratzinger parlava spesso del relativismo e del nichilismo. Ma ogni tanto giova usare espressioni più dirette come quando si parla di “preservazione della fede”, indicandone nemici non generici (come lo sono le correnti filosofiche sopra menzionate), ma specifici, come il Comunismo (si noti che mentre il Papa teneva questo discorso il Partito Comunista italiano spopolava nelle piazze, nella cultura e nelle fabbriche).
3. Un altro problema che Paolo VI menziona assieme a quello delle vocazioni (già allora!), e dell’istruzione religiosa, è quello “dell’assetto sociale cristiano”. Questo rimanda, indirettamente quanto si vuole, al tradizionale concetto della regalità sociale di Cristo, solennemente ribadita da Pio XI nella celebre enciclica Quas primas (1925). Faccio notare di passaggio che Paolo VI era contrario all’aborto, al divorzio (anche meramente civile), al concubinato o amore libero, agli anti-concezionali di ogni tipo ( Humanae vitae), alla libertà assoluta di stampa e di opinione, all’immoralità nel cinema e nella TV, etc.
4. “Noi pensiamo che tutti quanti qui siamo abbiamo la persuasione che questi ed altri problemi, interessanti la stabilità e l’efficienza della Chiesa in Italia, non possono essere risolti da quel vecchio medico, che in altre circostanze è il tempo; nella presente condizione di cose il tempo non corre a nostro vantaggio; da sé i problemi non di risolvono; né è da credere che la nostra fiducia nella Provvidenza, fiducia sempre doverosa e sempre immensa, esoneri noi Pastori, noi responsabili, dal compiere ogni possibile sforzo per offrire alla Provvidenza l’occasione di suoi misericordiosi interventi” (corsivi miei). Semplicemente splendido e da meditare! Se il tempo corre oggi a svantaggio della fede è perché la modernità contiene in sé il virus dell’ateismo e non certo improbabili soli dell’avvenire.
5. L’evento Concilio è giudicato da Montini non come un abbassamento della Chiesa alle ragioni del mondo moderno, ma come “un atto solenne e clamoroso, quant’altri mai, per dar onore a Dio, per attestare amore a Cristo, per offrire obbedienza allo Spirito Santo; cioè per ravvivare il rapporto religioso fra Dio e la Chiesa, e per riaffermare la necessità, la natura, la fortuna della nostra religione di fronte al mondo moderno. Esso [il Concilio] è un incomparabile momento in cui la Chiesa celebra se stessa […]. Esso è vertice di carità gerarchica e fraterna”. Insomma la Chiesa che onora pubblicamente Dio Uno e Trino e perfino che “celebra se stessa” non compie un arcaismo auto-referenziale, come insegnano frotte di sapienti e paludati teologi.
6. Secondo Paolo VI, “le condizioni spirituali e sociali di questo diletto Paese, mentre conservano un preziosissimo patrimonio di tradizioni cattoliche [implicito elogio del Medioevo cristiano], e dimostrano segni consolantissimi di cristiana vitalità […], non sono tranquille, non sono sicure”. Il Papa, come visto, temeva il laicismo, il comunismo, la società moderna: oggi, ad alcuni sembrano problemi superati, e perfino certe eminenze non vorrebbero che si denunci più l’aborto, il laicismo o il matrimonio gay! A fronte di ciò, il Papa vorrebbe “rieducare religiosamente il nostro popolo”, e non solo umanizzarlo e dargli speranza (secondo le abituali retoriche prelatizie…).
8. Il Papa poi segnala una priorità: quella di “dare massima cura alla santificazione dei giorni festivi”; parla del “soddisfacimento dei doveri religiosi nei giorni festivi”. Per Montini la messa domenicale era uno stretto dovere del cristiano, mentre oggi secondo la casta docente cattolica non si dovrebbe più parlare, a proposito della messa, di “dovere religioso”, ma di desiderio eucaristico!
9. Un altro problema di fondo per Paolo VI era quello della “moralità pubblica e privata”. E siamo nel ’64. Cosa direbbe oggi? Leggo ogni giorno, da molti anni, l’Osservatore Romano e ogni due settimane La Civiltà Cattolica e credo di non avervi MAI letto nulla sul problema della “pubblica moralità”; ma assai spesso di ecologia, global warming, discriminazione, tutela delle specie in via di estinzione, battaglie contro la pena capitale, affollamento carcerario, etc. E poi dicono di stimare Montini! Il quale riteneva tale problema come “delicato e immenso”, il che doveva preludere ad “un’azione concorde per la moralizzazione”, a fronte del “preoccupante dilagare di ogni forma di licenza ed immoralità”. Chissà se certi Vescovi non giudicano anche il futuro beato, magari sottovoce, come un passatista, un tradizionalista e un moralista (le uniche accuse oggi infamanti…).
10. Riguardo alla dignità del sacerdozio, Montini ripete ai Vescovi le loro responsabilità. Essi devono non solo stare vicini al loro clero e assumerne l’odore, ma altresì ricordare che i sacerdoti “devono essere ornati di tutte le virtù ed offrire agli altri un esempio di vita santa”, sviluppando “la vita soprannaturale, lo spirito di preghiera, l’abitudine al raccoglimento, l’amore allo studio”. Il Papa sottolinea quindi ( tiens, tiens…) “l’obbligo del celibato ecclesiastico, del quale sarà, anzi, opportuno mettere frequentemente in evidenza la bellezza per il suo significato e per la necessità d’una esclusiva e completa dedizione del Clero all’amore di Cristo ed ai molteplici impegni dell’apostolato”.
www.libertaepersona.org
 

23 novembre 2013

Donne vescovo?

di Enrico Maria Romano
Tra i tanti disagi provocati dal falso ecumenismo (su cui B. Gherardini, Controversie conciliari, Lindau, 2013), c’è senza dubbio l’idea, diffusa un po’ ovunque, che, tutto sommato, le differenze tra le varie confessioni cristiane, ovvero tra l’unica Chiesa fondata da Nostro Signore sul Calvario, e le mille chiesuole della Riforma, siano secondarie e superabili. Dunque in quello slancio d’amore e di benevolenza a cui ci invita il Concilio, appare segno di apertura mentale il far finta che queste differenze non ci siano proprio, o almeno che oggi non sussistano più. Con questa logica al ribasso e in questa ricerca del minimo comune denominatore, anch’esso sempre più basso e lontano da Dio, si sono organizzati in questi ultimi 50 anni, innumerevoli riunioni, conferenze ecumeniche, meeting sincretisti e blasfemi, iniziative “spirituali” o caritative, teologiche e antropocentriche, finalizzate a trovare punti in comune, al di là di quella fede e di quella morale che inesorabilmente divide… Un esempio recente.

Il Corriere della sera del 21 novembre 2013 titolava con gran gioia: “Anglicani, sì alle donne vescovo. E Cameron: Le voglio tra i Lord” (p. 25). Potrebbe sembrare soltanto l’ennesimo giubilo da parte laica, per l’ennesima contraddizione di parte ecclesiastica, ma la faccenda è più grave. E’ vero infatti che laikoni nostrani sanno bene che queste inversioni storiche possono solo produrre, a termine, nient’altro che confusione e incertezza, vie maestre dell’ateismo da loro auspicato. Ma sullo stesso identico tema, perfino il quotidiano della Santa Sede, alcuni mesi fa, era del tutto arrendevole dinanzi alle continue apostasie delle chiese riformate. Rivederlo oggi, alla luce della “storica decisione” del Sinodo anglicano, ci aiuta, in prospettiva, a cogliere i limiti di una mentalità post-conciliare, votata allo sconto, al compromesso, all’indulgenza perpetua (immeritata)…

Sull’Osservatore Romano (10.7.2013, p.6) era intitolato “Una questione che continua a dividere” un articolo anonimo dedicato al “prossimo sinodo della Church of England [la chiesa anglicana]” e alla “proposta sulle donne vescovo”. Proposta che, poi, si è risolta con 378 favorevoli alle donne vescove e 8 contrari. La “divisione” di cui sopra però non è tra i cattolici, che per fedeltà alla Rivelazione sanno bene che le donne per volontà di Dio sono escluse dal ministero e dal conferimento dei sacramenti, e gli eretici anglicani, che lo ignorano. Ma la divisione del titolo fa riferimento all’ennesima frattura all’interno della chiesa fondata da Enrico VIII, tra i più progressisti, che vogliono andare sempre avanti nell’abbandono della Bibbia e di Cristo, e i conservatori (anglicani) che cercano, molto spesso vanamente, di salvare qualche vestigio di cristianesimo e di moralità. “Un impegno a proseguire la discussione, con l’auspicio di approvare in via definitiva una nuova proposta sull’ordinazione delle donne vescovo entro il 2015: è questa la principale novità scaturita dal sinodo generale della Church of England, che si conclude oggi [il 10 luglio 2013] a York”.

Gli elementi maggiormente stupefacenti dell’articolo sono 2. Anzitutto il fatto che la chiesa anglicana – usiamo la minuscola per distinguerla dalla sola Chiesa che ha Cristo come Capo e Istitutore – è considerata, a torto o a ragione non saprei, la più “conservatrice” o almeno “moderata” nell’universo tetro e caotico delle chiese nate dalla Rivoluzione protestante del XVI secolo. E dunque i più conservatori tra i protestanti, e per il fatto stesso i meno lontani dal Cattolicesimo romano, hanno deciso di approvare in via definitiva – indietro, in queste cose, non si torna mai… – una norma del tutto folle, radicalmente antitetica, non solo alla chiarissima volontà di Dio e del Vangelo, ma anche a duemila anni di cristianesimo (non esclusi i 500 anni di scisma anglicano). Cambiare una tradizione così universale, così salutare e così naturale (l’uomo e la donna infatti hanno ruoli diversi nella creazione divina, cf. Mulieris dignitatem n. 10), significa ribaltare completamente ogni tradizione e ogni costume secolare, favorendo uno spirito di ribellismo, di illegalità e anarchia che porterà certamente i più dinamici “fratelli anglicani” a dirsi: se abbiamo tolto, nel 2013 o 2014, perfino l’episcopato maschile, perché non togliere ora qualcos’altro? Perché non sopprimere la necessità del battesimo, o il valore ispirato della Scrittura, visto che molti tra noi già non vi credono più? Insegna la sana antropologia, che minando il valore della tradizione, specie in cose sacre e religiose, si incide fortemente sull’immaginario collettivo, inclinando l’assetto non del passato che come tale non può cambiare, ma del presente e del futuro. Favorendo altri spostamenti e nuove conquiste, che poi si pagano a caro prezzo…

La seconda cosa, ancora più scioccante se si riflette sulla natura eversiva e sovversiva di cambiamenti epocali di questo tipo, è l’ostentata indifferenza dell’Osservatore per una decisione del genere. Sappiamo bene che, dopo il Vaticano II, si è permesso di tutto in tal senso e non mancano affatto fotografie e video – internet per questo verso funge bene da memoria collettiva – di alti e altissimi prelati che pregano, dialogano, conferiscono con diaconesse, pastoresse e vescovesse varie, in perfetta armonia, tolleranza, simpatia evidente. (Si parla perfino di una episcopessa che sarebbe impunemente circolata nelle sacre aule dell’ultimo Sinodo dei Vescovi, con tanto di talare nera e colletto romano, tra lo sconcerto di alcuni, veri Successori degli Apostoli!). Così per l’Osservatore, come se si stesse parlando di fare (o meno) il ponte sullo stretto di Messina, “con una maggioranza di 319 voti contro 84, la riunione dei delegati della comunità anglicana nel Regno Unito ha infatti stabilito che quella dell’ordinazione delle donne vescovo ‘continua a essere una questione urgente’. In sostanza, la nuova proposta sarà esaminata al prossimo sinodo, che si terrà nel novembre 2013, ma come è stato puntualizzato per l’approvazione finale occorrerà attendere il 2015”. Quindi si dà per scontata, con indifferenza o larvata simpatia, la vittoria degli anglicani più progressisti e più eretici, e l’ammissione di una norma che allontanerà ancor di più la comunione anglicana dalla Chiesa cattolica e per il fatto stesso dalla giustizia e dalla verità. E infatti, l’OR di luglio profetizza ciò che è accaduto esattamente il 20 novembre u.s.: gli anglicani avranno le vescovesse, ma parrebbe solo dal 2014. La chiesa anglicana in effetti, dalla tragica separazione da Roma sulla scorta di Enrico VIII, Cramner ed Elisabetta la sanguinaria, ha sempre più aggravato la sua situazione teologica e dottrinale, fino al punto che Papa Leone XIII, nel 1896, ha dichiarato nell’Apostolicae cure, l’invalidità delle ordinazioni sacerdotali anglicane, per difetto e di forma e di intenzione (cf. Denz. 3315-3319). Cioè i sacerdoti anglicani, oltre ad essere eretici e scismatici come ogni anglicano adulto (salvo i dementi), non sono affatto sacerdoti e restano semplici laici: i loro sacramenti rimangono del tutto nulli ed invalidi. Secondo l’OR, che sembra essere indifferente a ciò che scrive, la chiesa anglicana “consente alle donna, fino dal 1992, di diventare sacerdote ma la consacrazione episcopale è stata sempre negata sulla base di motivazioni teologiche. Tuttavia, la pratica dell’ordinazione delle donne vescovo, anche di quelle dichiaratamente omosessuali, già avviene, per esempio, all’interno della comunità episcopaliana (il ramo anglicano negli Stati Uniti); oppure nelle comunità anglicane di Australia, Nuova Zelanda e Canada”. Non si capisce allora a che pro attendere il prossimo Sinodo della chiesa d’Inghilterra, se si tratta di una prassi, quella del conferimento dell’episcopato alle donne, già praticata in comunità importanti dell’anglicanesimo mondiale. Ma trovare una logica tra i figli di Lutero, di Melantone e di Calvino è sempre stato arduo e oggi lo è assai più di ieri: alle eresie dei grandi Fondatori infatti, si sono via via aggiunte vere e proprie svolte storiche, soprattutto in ambito bioetico, andanti sempre nel senso della modernità, del progressismo e del secolarismo. Ma chi vuole piacere al mondo, per il fatto stesso si fa nemico di Dio (cf. 1 Gv 3).

Il quotidiano vaticano parla dell’“arcivescovo anglicano” Welby, omettendo che trattasi di arcivescovo per modo di dire e non davanti a Dio, riportando, senza alcun commento, le sue parole al Sinodo anglicano. Egli assicura del suo “impegno a ordinare le donne vescovo esattamente sulla base di come avviene già per gli uomini”. “Si tratta di andare avanti ancora un po’ – ha proseguito Welby – e di lavorare sulla proposta, considerando che vi è stato un cambiamento di umore negli ultimi sei mesi”. La fede legata agli “umori”… Tra l’altro regolarmente creati ad arte dalla stampa laica e massonica che vuole a tutti i costi il sacerdozio femminile. Da un lato gli atei anti-cristiani vorrebbero abolire il sacerdozio visto come una ingiusta discrimanzione del laicato; ma dall’altro vorrebbero introdurre nella Chiesa cattolica, che odiano come la peste, il sacerdozio femminile: incoerenza? oppure sanno bene che introdotta la donna sull’altare finirebbe per crollare anche l’altare? Come quelle lobby gay che odiano il matrimonio cattolico, ma al contempo lo chiedono per gli omosessuali. Incoerenti, o coerenti con la loro volontà di distruggere la famiglia come Dio l’ha fatta?


In realtà, sia Paolo VI (con due lettere all’arcivescovo di Canterbury nel 1975 e 1976) che Giovanni Paolo II (Ordinatio sacerdotalis, 1994), avevano messo in guardia le varie comunità della Riforma dal compiere gesti così arbitrari e antitetici alla volontà di Dio, il quale non si pente di ciò che ha stabilito, e le cui promesse e i cui doni (come il sacerdozio maschile e il silenzio delle donne in assemblea, cf. 1 Cor 14,34-35) sono irrevocabili. 
 

23 ottobre 2013

Dichiarazione del Comitato internazionale di collegamento ebraico-cattolico. Note critiche

di Ludovico Russomando
Sull’Osservatore Romano del 19 ottobre 2013, a pagina 6, è stata pubblicata integralmente la Dichiarazione congiunta del “foro ufficiale per il dialogo permanente tra la Commissione per i rapporti religiosi con l’ebraismo della Santa Sede e il Comitato ebraico per le consultazioni interreligiose”. La Dichiarazione, che si aggiunge a molti altri documenti dello stesso tenore, è stata redatta all’interno del ventiduesimo incontro del Comitato ebraico-cattolico, svoltosi a Madrid dal 13 al 16 ottobre 2013 e “ospitato dalla Conferenza episcopale spagnola e dalla Federazione delle comunità ebraiche in Spagna”. L’incontro ha avuto due presidenti, il cardinal Kurt Koch, prefetto per l’Ecumenismo e il dialogo interreligioso, per la parte cattolica, e la signora Betty Ehrenberg, per la parte ebraica. Come si vede non si tratta di incontri fra privati delle due religioni, ma di rappresentanti, specie da parte cattolica, investiti della più alta autorità. Se si trattasse di incontri tra fedeli delle due diverse religioni, la cosa sarebbe forse da tralasciare, ma essendo implicata l’autorità morale della Chiesa, non è possibile far finta di nulla e volgere lo sguardo da un’altra parte. Il fedele cattolico maturo deve possedere quel senso critico che gli permetta di valutare dell’opportunità e della coerenza di iniziative pastorali in sé né indiscutibili, né indiscusse. Se le autorità ecclesiastiche volessero impedirci queste valutazioni critiche, esse ci starebbero richiedendo un’obbedienza cieca, che proprio dal Concilio in poi viene vista come sbagliata, inutile e infantile. Lo stesso Codice di Diritto canonico (1983) autorizza il fedele a porre delle questioni ai propri pastori, cercando di capire meglio il senso di alcune iniziative e contribuendo così al chiarimento e alla migliore comprensione della vita della Chiesa. Il canone 212 § 3 recita: “In rapporto alla scienza, alla competenza e al prestigio di cui godono, essi [i fedeli] hanno il diritto, e anzi talvolta anche il dovere, di manifestare ai sacri Pastori il loro pensiero su ciò che riguarda il bene della Chiesa e di renderlo noto agli altri fedeli, salva restando l’integrità della fede e dei costumi, e il rispetto verso i Pastori”.

Lo scopo di questi incontri interreligiosi sarebbe quello di favorire il dialogo e la conoscenza reciproca, ma spesso e volentieri, da parte cattolica, si dimenticano elementi importanti del Magistero della Chiesa, o si passano sotto silenzio per favorire una “carità” che rischia di contrapporsi alla non meno importante “verità”. Tutta la presente Dichiarazione, a cui rimandiamo il lettore volenteroso, è segnata da queste ambigue dimenticanze, e quando si citano delle “pezze d’appoggio” per fondare il dialogo e il confronto, come qui si fa con la Dichiarazione conciliare Nostra aetate (1965), lo si fa in modo parziale e incompleto.

Vediamo qualche esempio significativo. Si dice per esempio in apertura del testo: “Gli ebrei e i cristiani condividono l’eredità della testimonianza biblica del rapporto di Dio con la famiglia umana nella storia. Le nostre Scritture danno testimonianza del fatto che sia gli individui, sia il popolo nel suo insieme, sono chiamati, ricevono un insegnamento, vengono guidati dalla Divina Provvidenza”. Ma fino a che punto gli ebrei e i cristiani condividono la testimonianza biblica? Qui, in mancanza di precisazioni necessarie, sembrerebbe che la condivisione sia pressoché totale. Eppure, sappiamo che non è così. Già l’Antico Testamento come lo conosciamo attraverso il Canone biblico definito a Trento è molto diverso dal “Canone ebraico” dei libri ispirati. Gli ebrei odierni, anche se forse c’è qualche discordanza tra scuola e scuola (il che complica ulteriormente il discorso) dell’AT cattolico rifiutano i seguenti libri: Tobia, Giuditta, Sapienza, Qoelet, Baruch, i due libri dei Maccabei, e alcuni brani dei libri di Ester e Daniele. Queste differenze materiali non sono di poco conto. Ma ovviamente la cosa più grave è il rifiuto intero, a volte accompagnato da disprezzo, del Nuovo Testamento.  Secondo il Concilio però, “La Parola di Dio, che è potenza divina per la salvezza di chiunque crede (cf. Rm 1,16), si presenta e manifesta la sua forza eminente negli scritti del Nuovo Testamento” (Dei Verbum, 17). Inoltre, “A nessuno sfugge [ma forse ci sono eccezioni…] che tra tutte le Scritture, anche del Nuovo Testamento, i Vangeli meritatamente eccellono” (DV, 18). Se dunque gli ebrei mancano di ciò che è più eccellente nelle Scritture, come si fa a dire che “ebrei e cristiani condividono l’eredità della testimonianza biblica”? Ma c’è di più. Secondo sempre la DV la Tradizione cristiana, la Sacra Scrittura e il Magistero della Chiesa “sono tra loro talmente connessi e congiunti da non potere indipendentemente sussistere” (DV 10). Gli ebrei che hanno una versione parziale dell’AT, che mancano interamente del NT, la parte più eccellente dell’intera Bibbia, e che rigettano sia la Tradizione che il Magistero ecclesiastico, avrebbero comunque “l’eredità biblica”? Ma allora basterebbe possedere un testo della Bibbia a casa per avere questa “eredità”? Insomma, compro una Bibbia e ne ricevo lo spirito? A ben vedere, su questa comune eredità biblica la Dichiarazione del comitato ebraico-cattolico è evidentemente contraria alla Costituzione dogmatica Dei Verbum.

Purtroppo ci sono altri punti in cui la Dichiarazione non riflette l’insegnamento ufficiale della Chiesa. Infatti si afferma poco dopo che l’istituzione del Comitato ebraico-cattolico “è tra i frutti più importanti della Nostra aetate”. “Il dibattito aperto in spirito di fiducia e rispetto reciproco ha caratterizzato il nostro incontro a Madrid e prosegue i passi avanti compiuti nell’insegnamento e nell’attuazione dei principi enunciati in quella fondamentale dichiarazione [cioè la NA]”. Ma così non è, almeno non del tutto. La NA infatti contiene alcuni elementi dottrinali taciuti sia in questa Dichiarazione, dunque non si può dire che queste riunioni ebraico-cattoliche siano conformi all’insegnamento e ai principi “di quella fondamentale dichiarazione”. Ne cito solo 3, ma sono elementi decisivi dal punto di vista cattolico. La NA dedica l’intero n. 4 al rapporto tra cristiani ed ebrei e ricorda, dopo aver usato parole di grande apertura e rispetto verso l’ebraismo, che: 1. “La Chiesa è il nuovo popolo di Dio”, e non ci sono dunque altri popoli di Dio oltre alla Chiesa; 2. “le autorità ebraiche con i propri seguaci si sono adoperate per la morte di Cristo”, e la Bibbia sul punto non inganna, né insegna l’antisemitismo, ma la verità; 3. “Il dovere della Chiesa […] di annunciare la croce di Cristo come segno dell’amore universale di Dio e come fonte di ogni grazia”, dovere verso tutti gli uomini, nessuno escluso. Omettendo questi tre punti dottrinalmente rilevanti, il dialogo ebraico-cattolico viene falsato da una teologia buonista, difforme però dalla lettera e dallo spirito del Magistero della Chiesa.

La Dichiarazione poi dopo aver ripetuto, in modo vago, l’esistenza di un “legato spirituale comune”, afferma che “come cattolici ed ebrei cerchiamo di edificare un mondo in cui i diritti umani [?] vengano riconosciuti e rispettati”. Ma il Magistero della Chiesa afferma, per esempio nell’enciclica del beato Giovanni Paolo II Evangelium vitae, che certi presunti diritti sono in realtà dei delitti, come è il caso dell’aborto e dell’eutanasia, e per estensione del divorzio e dello pseudo-matrimonio omosessuale. Cosa ne pensano gli ebrei circa questi diritti-delitti? A noi risulta che la comunità ebraica francese, tra l’altro una delle più numerose d’Europa, abbia fatto pressioni inaudite per sospendere il Gran Rabbino di Francia, colpevole di aver scritto un (ottimo) saggio contro le nozze gay. E allora, quali diritti umani vogliamo difendere assieme? E lo chiedo anzitutto al cardinal Koch, a cui una volta ho avuto la ventura di parlare di persona… Si rischia di essere nel vago quando si dice, sembrerebbe per accontentare il mainstream mondano-ecclesiale, che “ci impegniamo a rafforzare la nostra collaborazione nella ricerca di una distribuzione delle risorse sempre più giusta ed equa, affinché tutti possano beneficiare dei progressi nella scienza, nella medicina, nell’educazione e nello sviluppo economico”. Belle parole che rischiano di significare poco.
Si afferma che “i delegati hanno esaminato l’attuale aumento dell’antisemitismo, il crescente fenomeno della persecuzione dei cristiani in diverse parti del mondo”, etc. Discutibile il paragone tra l’antisemitismo, ufficialmente combattuto dalle nostre società, e l’anticristianesimo che ogni giorno fa morti in Oriente e colpisce la Chiesa e i cattolici in Occidente. I libri delle scuole non attaccano di certo gli ebrei, ma la Chiesa e ciò in ogni modo (nei libri di storia, di scienze, di letteratura, etc.). Ma nessuno se ne lamenta… Dopo aver deplorato l’antisemitismo in vari passaggi, si aggiunge, quasi per non creare una abnorme dissimmetria, che “allo stesso modo, qualsiasi espressione di anticristianesimo è altrettanto inaccettabile”. Ma qui il discorso davvero non torna. Tutta una cultura laica e laicista da mezzo secolo si batte, almeno a parole, contro l’antisemitismo perfino inventando nuovi delitti quali il revisionismo storico e il negazionismo; infiniti sono i programmi, i musei, i forum, i libri sulla Shoah e sullo sterminio degli ebrei. Ma i medesimi soggetti che lottano o dicono di lottare contro l’antisemitismo sono in gran parte protagonisti della cultura anti-cristiana odierna: come si può dire “allo stesso modo”? Chi è che condanna l’anti-cristianesimo d’Occidente, nuova religione laica imposta dall’alto agli studenti, ai fruitori di giornali e di mass media? Né le società occidentali, che non hanno mai varato alcuna norma in materia, né a quanto ne sappia io le alte istanze dell’ebraismo. Se la Chiesa, a partire da Pio XI (vari discorsi del Papa e l’enciclica Mit brennender Sorge) dichiara l’incompatibilità tra fede cristiana e antisemitismo (inteso come odio degli ebrei), ancora si attende una presa di posizione simile da parte dei nostri fratelli maggiori. Papa Francesco dice: il cristiano non può essere antisemita. Quale Gran Rabbino ha detto che l’ebreo non può essere anticristiano? Se abbiamo cattiva memoria preghiamo il lettore di scusarci e di correggerci…

La conclusione è nel senso del buonismo poco impegnativo: “Concordiamo di cooperare per migliorare la vita di quanti sono ai margini della società, i poveri, i malati, i rifugiati, le vittime del traffico umano, e di proteggere il creato di Dio dai pericoli presentati dai cambiamenti climatici”. Belle parole, certo… Ma il Concilio diceva di più e meglio asserendo, quasi ad ogni pagina: “E’ necessario che tutti si convertano a Cristo, conosciuto attraverso la predicazione della Chiesa” (Ad gentes, 7) e ricordando inoltre, con vera carità, che “questa unica vera religione crediamo che sussista nella Chiesa cattolica e apostolica” (Dignitatis humanae, 1). Ma l’eredità del Concilio è usata nella misura dell’utilità del momento, altrimenti è taciuta e occultata.
 

08 aprile 2013

"Donne Chiesa Mondo": il femminismo sbarca sull'Osservatore Romano


di Enrico Maria Romano
Purtroppo anche nell’era apertasi il 13 marzo u.s. con l’elezione al Soglio di Pietro di Papa Francesco, continua lo scandalo di un Osservatore Romano che, da portavoce ufficioso-ufficiale della Santa Sede, pare essersi trasformato in un foglio teo-pluralista, aperto cioè a tutte le tendenze e a tutte le ideologie, in nome della libertà religiosa, della laicità e dell’ecumenismo.
Così, il 4 aprile, assieme al solito quotidiano, è stato offerto ai lettori, il supplemento n. 11, di donne chiesa mondo, autodefinito come “inserto mensile a cura di Ritanna Armeni e Lucetta Scaraffia”, note intellettuali italiane che hanno fatto del femminismo la loro nuova religione civile.
 

24 novembre 2012

Buon "Deepavali". Sincretismo sull’Osservatore Romano?


di Enrico Maria Romano
Le ambiguità del cosiddetto ecumenismo post-conciliare sono divenute così evidenti e così note a tutti che pare inutile e vano starle ad elencare ancora una volta. Basti pensare che, contro la Rivelazione, la Tradizione, il Magistero e la migliore teologia (cf. per tutti, S. Tommaso, Summa theologiae, II-II, 5,3) si osa attribuire, in un documento conciliare, ai “fratelli separati”, presi indistintamente, la virtù sovrannaturale della fede (UR 3), totalmente incompatibile in verità con la professione pubblica e reiterata dell’errore e dell’eresia. Oppure quando nel medesimo testo si asserisce che i dissidenti hanno “la Parola di Dio scritta”, mentre giustamente la Costituzione Dei Verbum insegna che chi non possiede né la Tradizione né il Magistero (come è il caso sia dei luterani sia degli ortodossi), non ha neppure la Scrittura, né l’autorità per interpretarla (DV 10).