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16 agosto 2017

L’Ungheria odierna, Santo Stefano Re e Maria Regina


di Roberto de Albentiis

Il primo giorno dopo l’Assunzione della Madonna si festeggia, nel calendario riformato (in quello antico è al 2 settembre), Santo Stefano d’Ungheria, il primo re cristiano della Nazione magiara, che nell’Alto Medioevo contribuì a convertire quel popolo ancora barbaro, e che morì proprio nel giorno dell’Assunta, il 15 agosto dell’anno 1038, meritando di contemplare così Colei alla Quale aveva consacrato non solo la sua vita dopo il battesimo ma l’intero suo regno; Santo Stefano d’Ungheria non merita solamente l’aureola della santità, ma anche la lode politica e storica per aver fatto entrare i Magiari e gli Ungari, fino ad allora temuti barbari, nella Chiesa e nella storia europea.
Figlio del capotribù dei pagani ungari, si convertì ancora giovane al cristianesimo e sposò una principessa tedesca (la futura Santa Gisella, che gli diede tre figli, tra i quali Sant'Emerico, giovane confessore); riuscì ad imporre la propria supremazia su tutti gli atri nobili e su tutto il futuro Stato magiaro e ad unificarlo tramite la diffusione della religione cristiana e la fondazione della Chiesa ungherese (il Battesimo dell'Ungheria, festeggiato il 15 agosto): fondò chiese, abbazie e monasteri (che divennero anche centri culturali), promosse la diffusione del latino e contrastò le usanze e il nomadismo, retaggi pagani, del suo popolo.
Cristianizzò interamente il sistema politico e la struttura della società; tollerante e aperto verso gli stranieri, secondo la tradizione devozionale, non di rado si travestiva da contadino quando era in viaggio ed offriva denaro ai poveri che incontrava.
Proprio questo significa Regalità (sociale) di Cristo, e ovviamente di Maria, da Cristo Suo Figlio mai separata: che le leggi civili abbiano impronta cristiana, che l’intera società si riconosca come cristiana, che si tributi culto pubblico a Dio, soprattutto che i re e i governanti si ritengano non arbitri e padroni assoluti, ma anch’essi servi di Gesù, unico e vero Re, e chiaramente di Maria, Regina; Pio XI fu il Papa della Regalità di Cristo, che dogmatizzò nella magnifica enciclica “Quas primas” e nell’istituzione della solennità di Cristo Re (da celebrarsi nell’ultima Domenica di ottobre all’approssimarsi della solennità di Tutti i Santi a significare la sovranità anche temporale e sociale di Cristo, mentre il calendario riformata l’ha spostata alla Domenica precedente l’Avvento, riducendo tale sovranità solo al lato spirituale), mentre Pio XII, suo successore, fu il Papa della Regalità di Maria, dogmatizzata nell’enciclica “Ad Caeli Reginam” e nella festa di Maria Regina; giova ricordare che proprio Santo Stefano consacrò l’intera Ungheria a Maria Santissima, la Quale ha peraltro, tra i suoi tanti titoli, proprio quello di Regina dell’Ungheria.
Una tale alta concezione della politica e della società, accantonata dal Vaticano II, è ultimamente tornata in auge in alcuni Paesi (come il Perù e la Polonia), e, tra questi, proprio l’Ungheria, che nel 2011, sotto il governo di Viktor Orban, si è dotata di una nuova Costituzione che riconosce esplicitamente le radici e la natura cristiana delle leggi e l’apporto storico e spirituale di re Santo Stefano; eccone il preambolo: “Noi, membri della Nazione Ungherese, all’inizio del nuovo Millennio, con senso di responsabilità per tutti gli Ungheresi, enunciamo quanto segue:
Siamo orgogliosi che il nostro re Santo Stefano mille anni fa abbia dotato lo Stato ungherese di stabili fondamenta ed abbia inserito la nostra Patria nell’Europa cristiana.
Siamo orgogliosi dei nostri antenati che combatterono per la conservazione, per la libertà e per l’indipendenza del nostro Paese.
Siamo orgogliosi delle eccellenti opere intellettuali degli Ungheresi.
Siamo orgogliosi che, nel corso dei secoli, il nostro popolo abbia difeso l’Europa combattendo e, con il suo talento e la sua diligenza, abbia contribuito alla crescita del suo
patrimonio comune.
Riconosciamo il ruolo del cristianesimo nella preservazione della nazione.”
Da notare che Orban è personalmente protestante, eppure sa bene che l’Ungheria è esistita storicamente solo grazie all’opera di Santo Stefano e della Chiesa Cattolica che lo guidava, e soprattutto sa che solo Gesù è Re, tanto spirituale quanto anche sociale e politico, del genere umano e delle nazioni nello specifico; oggi l’Ungheria è diventata una delle Nazioni più cristiane, e tale particolarità, che si deve prima di tutto a Santo Stefano, suo primo re cristiano, spicca a maggior ragione nel desertico mondo secolarizzato di oggi.
 

14 marzo 2017

Radici cristiane o fiera dell'amicizia?



di Satiricus
Il video che riportiamo parla della visita a Tolentino del Ministro degli esteri ungherese, in occasione del contributo del suo governo al restauro della Chiesa del Sacro Cuore.

La parte di intervista che il Telegiornale ha conservato riporta le seguenti parole di mons. Marconi, vescovo di Macerata: “i popoli si uniscono sulla loro storia, sull’amicizia, sulle relazioni personali, questo ci ha insegnato la storia e la grande storia cristiana insegna questo”. Può darsi si tratti di un taglio, rispetto a un discorso più ampio, ma a noi rimane solo tale piana dichiarazione.
Non risulta invece tagliato il commento del Ministro degli Esteri ungherese Peter Szijjarto, secondo il quale “L’Ungheria può tenere testa al futuro soltanto se non si allontana dalle proprie radici cristiane. Per questo noi riteniamo di essere particolarmente responsabili per aiutare le comunità cristiane sparse nel mondo e per questo motivo non ci abbiamo pensato due volte quando abbiamo ricevuto la richiesta da Tolentino: dovevamo aiutare!”

Non è proprio la stessa cosa quanto sostenuto dal vescovo e dal ministro. In un caso si invoca, ribadisce, ripete e sottolinea che la storia si basa sull’amicizia e all’amicizia si deputa la costruzione di una storia cristiana; nell’altro si asserisce che la storia dipende dal riferimento a valori religiosi, cristiani. Lo dico in modo più semplice: nel primo caso la storia dei popoli fa il cristianesimo, nel secondo il cristianesimo fa la storia. Peraltro il primo caso è smentito dalla storia. Spero che il secondo non venga smentito dai cristiani. Comunque, al solito, bisogna considerare che l’intervista del vescovo di sicuro è stata manipolata, poi non era preparata, poi il vescovo condivide certamente le dichiarazioni del laico ungherese - sebbene non senta il bisogno di esplicitarle - poi noi altri diamo sempre troppo valore alle parole e cerchiamo la polemica. E via dicendo.
E intanto le chiese crollano e i politici italiani non genuflettono. Ma chissene. L’importante è essere amici.

 

16 maggio 2015

Il cardinale Mindszenty a 40 anni dalla morte


di Federico Catani 

Tempo fa, girovagando tra le bancarelle di libri usati vicino alla Stazione Termini, mi sono imbattuto in una vecchia copia delle “Memorie” del cardinal Jόszef Mindszenty, arcivescovo di Esztergom-Budapest negli anni del comunismo. Entusiasta per la scoperta, non ci ho pensato due volte a tirar fuori i soldi (pochi in verità) necessari per l’acquisto. Il venditore, stupito che un giovane facesse quel genere di compere, mi ha chiesto se avessi origini ungheresi. Alla mia risposta negativa, mi ha domandato se avessi scritto una tesi di laurea su quel personaggio. Ma ho risposto nuovamente di no. Allora ha voluto sapere il motivo della mia scelta, tanto lo aveva colpito. Ho spiegato che per me il cardinale Mindszenty è un eroe, un martire, simbolo di una Chiesa senza compromessi e senza paura nei confronti dei nemici, come piace a me. Dunque sentivo il bisogno di conoscerlo meglio leggendo quanto egli stesso aveva scritto della sua esperienza.

Ebbene, ricorrono i quaranta anni dalla morte del grande cardinale (6 maggio 1975). Un uomo che ne ha subìte tante, senza mai piegarsi. Venne arrestato per la prima volta dai comunisti di Bela Kun, che presero il potere in Ungheria dopo il crollo dell’Impero asburgico. Durante il secondo conflitto mondiale, divenuto vescovo, Mindszenty fu sbattuto in carcere la seconda volta dagli occupanti nazisti, che ovviamente non gradivano la sua azione in difesa della popolazione, ebrei compresi.

Finita la guerra, arrivò l’Armata Rossa e si passò dalla padella alla brace. Mindszenty, nominato primate d’Ungheria, nel 1946 fu creato cardinale da Pio XII. Nell’imporgli la berretta, Papa Pacelli gli disse: «Tu sarai il primo a sopportare il martirio simboleggiato da questo colore rosso». Tradizionalmente, il principe-primate aveva il compito di incoronare i re e di fare le loro veci in caso di necessità: aveva quindi funzioni spirituali e civili, che esercitava a servizio della patria. Mindszenty, pur nel mutare dei tempi, era ben conscio di questo ruolo e si adoperò con ogni mezzo per assolvere i propri doveri. Soprattutto volle ricordare a tutti che l’Ungheria era stata consacrata alla Madonna dal santo re Stefano, diventando così Regnum Marianum, terra di Maria: gli ungheresi non dovevano dimenticare quel patto, ma anzi ravvivarlo. L’arcivescovo fronteggiò indomitamente la persecuzione dei comunisti, che fecero di tutto per estromettere la Chiesa dalla vita pubblica e per sottometterla al loro volere. Mindszenty era quindi un personaggio scomodo. Si arrivò così alla sera del 26 dicembre 1948, quando la polizia penetrò in episcopio e lo arrestò. Era la terza volta che finiva dietro le sbarre.

Quello che i comunisti hanno commesso contro questo pastore resterà una delle più grandi infamie della storia. Per giorni e giorni il cardinale venne picchiato, drogato, privato del sonno e costretto ad ascoltare oscenità. Il tutto per fargli confessare di essere nemico del popolo e di aver tramato contro lo Stato. L’unica volta che i carcerieri gli permisero di rivestire la talare fu quando venne a visitarlo il senatore del Partito Comunista Italiano Ottavio Pastore: era un modo per dire al mondo che l’arcivescovo stava bene. Dopo un processo farsa, Mindszenty fu condannato all’ergastolo. Distrutto nel corpo e nello spirito a causa delle torture, alla fine firmò una confessione di colpevolezza, ma ebbe la lucidità di aggiungere, sotto il suo nome, C. F. (“coactus feci”, ossia “firmai perché costretto”). Papa Pio XII protestò pubblicamente e a gran voce per denunciare quello scempio. Il 6 febbraio 1949, dopo la condanna, Giancarlo Pajetta insultò e derise il cardinale in modo sprezzante sull’Unità. Tra una prigione e l’altra, Mindszenty fece ben 8 anni di dura galera. Riuscì a portare con sé un’immagine del Cristo coronato di spine che, quando aveva il permesso di celebrare la messa, usava come quadro d’altare. Per moltissimo tempo non gli furono messi a disposizione testi sacri. Tra le vessazioni subìte, anche il divieto di inginocchiarsi in cella e le continue interruzioni delle sue preghiere. Spesso gli portavano carne il venerdì, in modo da non farlo mangiare.

Nell’ottobre del 1956, durante la rivolta d’Ungheria, il cardinale fu liberato dagli insorti. Ma i carri armati sovietici riportarono ben presto il buio in terra magiara. Pio XII, al proposito, scrisse due memorabili encicliche: la Luctuosissimi eventu, con cui chiedeva preghiere pubbliche per il popolo ungherese e la Datis nuperrime, per condannare i luttuosi avvenimenti in Ungheria. Mindszenty dovette rifugiarsi nell’ambasciata americana di Budapest, dove rimase recluso per quindici anni, senza poter uscire nemmeno per il funerale della mamma. Nel frattempo, però, il Vaticano aveva iniziato a mutare atteggiamento nei confronti dei regimi dell’Est Europa: era la Ostpolitik, la politica di apertura e dialogo verso i comunisti. In questo clima di distensione, Mindszenty era divenuto ormai un ospite scomodo anche per gli americani. Dopo varie trattative, la Santa Sede riuscì a far giungere il cardinale a Roma. Iniziò in quel momento l’ultima tappa della sua Via Crucis, forse la più dolorosa.
Mindszenty, infatti, pur in spirito di obbedienza ed umiltà, ricevette grandi amarezze proprio dalla politica vaticana. L’Osservatore Romano scrisse che il trasferimento dell’arcivescovo aveva reso più facili i rapporti tra Vaticano ed Ungheria. Il primate decise di risiedere a Vienna, iniziando a effettuare numerosi viaggi per incontrare le comunità ungheresi sparse nel mondo e per raccontare a più persone possibili la verità sul comunismo. Ma da Roma (all’insaputa del Papa) gli fecero sapere che non avrebbe dovuto più parlare in pubblico senza prima aver sottoposto i suoi interventi e le sue omelie al vaglio della Santa Sede. «Pregai il nunzio di comunicare ai competenti organi vaticani – spiegò il cardinale - che in Ungheria regnava ora un opprimente silenzio di tomba e che io inorridivo al pensiero di dover tacere anche nel mondo libero». Mindszenty capì che Paolo VI non era stato «più in grado di resistere alla pressione del regime di Budapest, che si appellava alle garanzie e alle promesse del Vaticano». Nonostante le promesse fatte in precedenza, nel 1973 il Papa chiese al cardinale di rinunciare alla sua carica arcivescovile, ricevendone un rispettoso ma fermo rifiuto. «Non lo potevo fare – scrisse Mindszenty – perché queste misure avrebbero aggravato la situazione della Chiesa ungherese, recando danno alla vita religiosa e confusione nelle anime dei cattolici e dei sacerdoti fedeli alla Chiesa». Il primate temeva che un’eventuale rinuncia avrebbe potuto in qualche modo far pensare ad una legittimazione del regime ungherese. Paolo VI però fu irremovibile. Di fronte ad alcune agenzie di stampa che diffusero la notizia di una rinuncia volontaria, il cardinale ribadì che tale decisione era stata presa unicamente dalla Santa Sede, non avendo egli mai rinunciato né alla carica di arcivescovo né alla sua dignità di primate d’Ungheria. Nonostante la differenza di vedute dal punto di vista strategico, mantenne intatto il suo amore al Papa. Non chiese mai nemmeno l’amnistia, che pure gli fu strumentalmente concessa, ma la piena riabilitazione. Riabilitazione ottenuta soltanto nel 2012. Attualmente, peraltro, è in corso la sua causa di beatificazione.

Giovannino Guareschi, che lo avrebbe voluto Papa per vederlo libero dalla prigionia, ha fatto la celebrazione più bella di Mindszenty. Al pretino progressista don Chichì che, riferendosi al cardinale, domanda: «Perché questa smania di martirio? Non avrebbe potuto trovare anche lui un modus vivendi con l’autorità del suo Paese?», don Camillo risponde: «Bisogna compatirlo. È stato portato fuori strada da quell’altro tizio che s’è fatto inchiodare sulla croce. I soliti estremismi». Non c’è complimento migliore. 


(La Croce quotidiano, 6 maggio 2015)
 

09 aprile 2014

La bufala estremista in Francia e Ungheria

di Andrea Virga
Nelle scorse settimane, ci sono stati due importanti eventi elettorali in Europa: le municipali francesi e le parlamentari ungheresi. Entrambe hanno visto, a detta dei media generalisti, “un’avanzata delle destre populiste”. È il caso tuttavia di vederci meglio, senza lasciarsi fuorviare dal chiasso di giornalai e politicanti. 
 

14 gennaio 2012

Ungheria: si fa presto a dire dittatura

Con questo articolo inizia la sua collaborazione con noi Marco Mancini. Nasce all’Aquila l’8 marzo 1985 e la coincidenza tra il giorno del suo compleanno e la Festa della donna lo perseguita fin dall’infanzia. Laureato in Scienze Politiche alla Scuola Sant’Anna di Pisa, masterizzato presso la LUISS, è ora dottorando presso l’Università Roma Tre. Passioni: Italodance, il demenziale al cinema e in TV, la Juventus, ma soprattutto L’Aquila Calcio. Bastian contrario per natura, fatica tremendamente a tenere insieme le sue diverse anime: da quella catto-reazionaria a quella nazional-populista, fino a quella socialisteggiante.

Parlando di Ungheria, bisogna innanzitutto sgombrare il campo da una serie di equivoci: Viktor Orbán, il primo ministro magiaro, non è, purtroppo, né clericale né reazionario, né tantomeno un pericoloso neo-fascista. Di fede calvinista, egli proviene politicamente da una lunga tradizione di liberalismo anticomunista: il suo partito Fidesz appartiene tuttora al PPE, per quanto abbia recentemente registrato una certa evoluzione di tipo nazional-populista.