Visualizzazione post con etichetta partigiani. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta partigiani. Mostra tutti i post

27 aprile 2016

Un cattolico nelle “tempeste d'acciaio”. Teresio Olivelli, il partigiano di Dio


di Alfredo Incollingo

Il venerabile Teresio Olivelli è probabilmente il protagonista meno conosciuto della Resistenza italiana. La sua memoria è stata occultata, come del resto quelle di anonimi combattenti, dai “visi noti” della lotta partigiana, gli stessi che si resero rei anche di carneficine di innocenti.  La propaganda tuttavia non potrà mai mistificare lo spirito cristiano di Olivelli, capace di redenzione e di riscatto nella piena comprensione dell'Amore di Dio.
La “Preghiera del ribelle per amore” è infatti l'inno che il partigiano scrisse per santificare la Giustizia e la Misericordia di Dio, che punisce i rei nell'infangare il Suo comandamento d'amore; solleva i deboli e dona la forza per ottenere la giustizia.

“Signore, che fra gli uomini drizzasti la Tua Croce, segno di contraddizione, che predicasti e soffristi la rivolta dello spirito contro le perfidie e gli interessi dei dominanti, la sordità inerte della massa, a noi, oppressi da un giogo numeroso e crudele che in noi e prima di noi ha calpestato Te, fonte di libere vite, dà la forza della ribellione.”

Teresio Olivelli era stato redento dall'Amore divino. La Grazia lo aveva aiutato nel comprendere gli errori della sua vita. Il “partigiano di Dio” da fedele osservante del culto del Littorio, ammaliato fin da giovane dalle parole enfatiche del Duce, aveva riscoperto la Verità del Vangelo.
Entrò giovanissimo nel Pnf, militando anche nelle organizzazioni giovanili del partito e ottenendo poi ruoli di rilievo nella macchina burocratica del regime. Come lui purtroppo tanti ragazzi italiani caddero nella “trappola” mussoliniana.
Il suo ardore politico, che soppiantò la sua educazione cattolica, lo spinse ormai adulto ad arruolarsi come volontario nel corpo degli alpini per partecipare alla campagna russa.
Dopo l'armistizio dell'otto settembre, ferito, fu imprigionato. Questi mesi tremendi furono l'occasione per far luce sui suoi errori, soprattutto di fronte agli orrori che le “tempeste d'acciaio”, ovvero la guerra, avevano palesato di fronte ai suoi occhi. Le illusioni erano svanite e adesso Terenzio vedeva la cruda realtà.

“Dio che sei Verità e Libertà, facci liberi e intensi: alita nel nostro proposito, tendi la nostra volontà, moltiplica le nostre forze, vestici della Tua armatura.”

Una rocambolesca evasione lo salvò dai suoi carcerieri e aderì alle brigate partigiane impegnate nella provincie di Brescia e Cremona. Come combattente per la libertà lottò negli stenti, evitando morti innocenti, e prese parte a numerose azioni di sabotaggio. Entrò contemporaneamente nella formazione scout clandestina delle Aquile Randage che si occupava di salvare e far emigrare di nascosto gli ebrei in Svizzera.
Nel 1944 fu arrestato a Milano e torturato nel carcere di San Vittore. Subì le più efferate torture, ma sempre con animo fermo, come San Massimiliano Kolbe che decise di morire per salvare un suo compagno di prigionia ad Auschwitz.

“Nella tortura serra le nostre labbra. Spezzaci, non lasciarci piegare. Se cadremo fa' che il nostro sangue si unisca al Tuo innocente e a quello dei nostri Morti a crescere al mondo giustizia e carità.”

Trasferito nel campo di concentramento di Hersbruck, secondo la testimonianza di un suo compagno di prigionia, fu protagonista di un ultimo gesto di carità e d'amore. Morì infatti tentanto di salvare un prigioniero ucraino da un forsennato pestaggio, facendo scudo con il suo corpo. Un aguzzino del campo lo colpì con il calcio del fucile in testa.

“Sui monti ventosi e nelle catacombe delle città, dal fondo delle prigioni, noi Ti preghiamo: sia in noi la pace che Tu solo sai dare. Dio della pace e degli eserciti, Signore che porti la spada e la gioia, ascolta la preghiera di noi ribelli per amore”.
 

21 settembre 2015

La Miss Italia del paese reale


di Salvatore Cammisuli

Non sapevo che esistesse ancora «Miss Italia» e probabilmente avrei continuato a vivere serenamente in questa ignoranza se sulle piattaforme sociali (per gli anglofili, social networks) non si fossero scatenate due polemiche dopo l’elezione dell’ultima miss.
La prima polemica riguarda la stessa eletta, una diciottenne della provincia di Viterbo, ragazza bella ma non bellissima, a detta dei detrattori. Ma in fondo questa è una polemica consueta: tutte le ragazze dicono che, dài!, non è poi così bella, e i fidanzati non possono smentire, per la loro incolumità. Diversi hanno notato che la nuova Miss ha i capelli corti e – dicono – questo la fa sembrare un maschio. Da brutto reazionario posso dire che comunque una miss che sembra un maschio è comunque meglio di una miss che è un maschio. En passant: un vecchio articolo del regolamento di Miss Italia prevede che le candidate siano femmine dalla nascita. Non so se la regola è già stata «superata», come si dice in questi casi.

Polemica più interessante è quella sui gusti storici della neoeletta miss. Alla domanda del giurato Claudio Amendola, attore dei Cesaroni (capite già la gravità dell’argomento) su quale fosse l’epoca storica in cui sarebbe voluta vivere, la eligenda miss, nel suo costume da bagno, ha risposto che sarebbe voluta vivere nel 1942 «per vedere realmente la seconda guerra mondiale, visto che i libri parlano pagine e pagine, beh la volevo… vivere». Apriti cielo!
Ora, mettetevi nei panni di questa povera liceale (metaforicamente, intendo dire): i suoi compagni di classe che s’interessano di politica si spaccano tra fascisti e comunisti. L’imprescindibile valore politico gelosamente custodito delle Vestali del politicamente corretto è l’antifascismo. Intorno alla guerra si appuntano tutte le solennità del calendario liturgico civile (25 aprile, 2 giugno) e incivile (10 febbraio). Ogni anno per una settimana la scuola e la televisione di Stato la martellano con le storie degli ebrei e dei partigiani perseguitati dai fascisti.
La stessa parola «fascista» è l’ultimo insulto rimasto nella società del pluralismo e del capriccio elevato a diritto – ed è, del resto, un insulto polifunzionale: si può applicare a tutto. Hitler, uno dei tanti criminali di quel romanzo splatter che è stata l’ultima coppia di secoli, le è stato presentato fin dalle fasce come l’archetipo del Male; il genocidio degli ebrei, una delle tante ecatombi celebrate sugli altari delle ideologie, le è stato spiegato come il Massimo Crimine della Storia; i partigiani le sono stati raccontati come i migliori paladini del Bene mai apparsi sulla terra… permettete che un po’ di curiosità le venga?
E del resto, quale altra epoca avrebbe dovuto scegliere? È esistito qualcosa prima della seconda guerra mondiale? La memoria – a maggior gloria della Rivoluzione – è stata soppressa. Nella mente dei liceali il passato è una piatta brughiera. Un amico m’ha raccontato che, spiegando a uno studente l’editto di Tessalonica (anno di grazia 380), si è sentito domandare: «E dopo che c’è? Hitler?».
Il passato è come il nonno lasciato alla casa di riposo: sappiamo che esiste ma è meglio lasciarlo dov’è perché tanto è noioso e non serve a niente. Sia chiaro, ci sono le eccezioni: quand’è il momento di attaccare i cattolici, ad esempio, tutti si ricordano che i Crociati facevano le guerre per convertire i Mori, che Galileo Galilei è stato torturato e messo al rogo, che l’Inquisizione nel Medio Evo bruciava gli eretici, le streghe e, secondo gli ultimi aggiornamenti, gli omosessuali.
Il resto non esiste: i cattolici a un sondaggio su quali sono stati i due papi del Concilio Vaticano II possono rispondere Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, secondo i partecipanti a un quiz televisivo Ezra Pound ha visitato l’Italia nel 1979 e così di seguito seguitando: a meno che non ci sia da resuscitate Lutero per dedicargli una piazza, tutto è appiattito sulla contemporaneità. Il passato è stato abrogato. Amen.


Post scriptum: a dire la verità, la miss ha aggiunto un dettaglio: «tanto so’ donna: il militare non l’avrei fatto, sarei stata a casa!». Il maschio va alla guerra e la femmina resta a lavare i piatti: limpido esempio di pregiudizio di genere. Urge un piano straordinario del Ministero dell’Istruzione per la rieducazione gender in tutte le scuole di ordine e grado. Per la storia si può aspettare.

 

19 luglio 2013

La necessità dell'anti-antifascismo

di Federico Catani


L'Italia è il Paese degli enti inutili. Per la verità, ho sempre sognato di lavorare in qualche ufficio statale o parastatale rubando lo stipendio senza far nulla. Però oggi c'è la crisi, ed essere assunti in posti del genere è diventato molto, ma molto difficile. Così ho sposato anch'io le posizioni "abolizioniste": dovremmo eliminare non solo le province, ma anche tante altre istituzioni, come il Cnel ad esempio, e magari chiudere alcune procure, come quella giacobina di Milano, se non altro per non vedere troppi pitoni in giro... Scherzi a parte, c'è un'associazione italiana che andrebbe sciolta subito, senza pensarci tanto: l'Anpi, ovvero Associazione Nazionale Partigiani d'Italia. Certamente, il tempo gioca in mio favore e per forza di cose i cosiddetti eroi della cosiddetta Resistenza a breve lasceranno questo mondo. Ma siccome siamo in Italia e a chiudere bottega non ci pensa nessuno, nemmeno il presidente della bocciofila vicino casa mia, non vorrei veder sopravvivere ai suoi stessi fondatori simile organizzazione. Tra l'altro, non mi interessa  e non so quanto costa l'Anpi e come sia strutturata. Non è tanto questo il problema. So solo che è un'entità rossa come il fuoco dell'inferno e che ogni tanto rompe le scatole con la sua solita retorica da quattro soldi cui purtroppo in molti continuano a credere.

In questi ultimi giorni, per esempio, i reduci della cosiddetta Resistenza se la sono presa niente popò di meno che con Pippo Baudo. Ora, il Pippone nazionale non mi è mai stato particolarmente simpatico, specie per le sue sparate da ignorante circa la Chiesa e la sua dottrina. Per una volta, però, devo convenire con lui su una constatazione: l'inutilità e, anzi, la dannosità del tristemente celebre attentato di via Rasella, a Roma, nel 1944. Non stiamo qui a ripercorrere i fatti storici, che tutti conoscono. Basti soltanto dire che Baudo (che, per inciso, signori miei, come conduceva il festivàl di Sanremo lui... altro che Morandi e Fazio!), nella sua trasmissione su Rai Tre, ha praticamente detto quel che ogni persona di buon senso sosterrebbe, vale a dire che la strage delle Fosse Ardeatine si sarebbe potuta evitare. 

I responsabili di quell'atto (che tutto fu tranne un'azione di guerra, come invece da sempre dicono i reduci partigiani) hanno ucciso, senza alcun motivo e senza alcuna valenza strategica, un gruppo di poliziotti militari altoatesini, niente affatto pericolosi. Ben sapendo, peraltro, che Hitler aveva dato ordine di far fuori dieci italiani per ogni tedesco ammazzato. E infatti, come era da prevedere, i tedeschi svuotarono le carceri e fecero quel che tutti sappiamo. I responsabili dell'attentato non si costituirono, preferendo salvare la propria pelle piuttosto che quella di altri messi a morte a causa loro e, come premio, ricevettero pure una bella medaglia a guerra finita. Che grande Italia uscì fuori da quello sporco conflitto!

Ebbene questo episodio è l'ennesima dimostrazione di come l'antifascismo becero e militante sia ancora più vivo che mai in questo nostro Paese. L'Anpi, anziché riconoscere i tanti errori di chi fece la "Resistenza" e chiedere scusa per le Fosse Ardeatine, per i partigiani cattolici o monarchici ammazzati, per i preti e i "borghesi" fatti fuori anche dopo la guerra, per le uccisioni indiscriminate di tanti fascisti o presunti tali, continua a propalare a pieno ritmo la sua ideologia venefica. Qui non si tratta di apologia del fascismo, né di fare revisionismo. Si tratta soltanto di riconoscere un dato ineccepibile per chiunque si identifichi con il cattolicesimo intransigente. Se è vero che non tutti gli antifascisti erano e sono cattivi, è anche vero che tutti i cattivi erano e sono antifascisti. Anche oggi, nel 2013 è giusto, doveroso e indispensabile definirsi anti-antifascisti, così come lo era un certo Giovannino Guareschi, che la prigionia in Germania se l'era fatta. Ancora oggi, nel 2013, è giusto, parlando al bar o all'università, in parrocchia o ai giardinetti, ribadire che se il fascismo non è stato il bene assoluto, di sicuro non è stato nemmeno il male assoluto.

E non è vero - e qui faccio una simpatica polemica col sodale Facchini- che non esistano uomini della Provvidenza. Mussolini, per un certo periodo di tempo e per molte cose lo è stato, così come lo sono stati Franco e Salazar, Carlo Magno e Costantino (questi ultimi due, peraltro, tanto citati da molti bravi cattolici, non furono proprio degli stinchi di santo...). Poi si sa, gli uomini sono solo strumenti e non sono né eterni né infallibili: e infatti noi adoriamo solo Dio. Chi scrive non vuole restaurare il fascismo e conosce bene le sue colpe, i suoi limiti e anche i suoi crimini. Ma il bisogno di un uomo forte c'è eccome (e non è necessario sia un novello Luigi IX che ci guidi alla crociata, né un nuovo zio Benito che ci porti allo sbaraglio o ci faccia fare ginnastica obbligatoria tutti i sabati, anche perché io, non avendo il fisco, in tutta franchezza non ho molta voglia di fare la guerra). Magari, visti i tempi tristi che viviamo, rispuntasse un Caudillo cattolico per l'Italia. Magari si potessero riprendere alcuni elementi di quei regimi che, unici negli ultimi duecento o trecento anni, hanno garantito l'ordine naturale e la regalità sociale di Cristo (lotta alla massoneria, messa al bando del comunismo, difesa della famiglia, divieto di aborto e divorzio, confessionalità dello Stato, attenzione alle questioni sociali)! Certo, mi si dirà, per far tutto questo non c'è bisogno di arrivare ad una dittatura. Verissimo. Ma resta il fatto che con la debole democrazia di oggi e degli ultimi sessant'anni - che poco ha a che vedere con l'ideale descritto ad esempio da Pio XII - le stesse conquiste non ci sono state.

E per concludere, è vero che siamo nel 2013 e che bisogna guardare avanti. Ma non capisco proprio, da parte di certo mondo cattolico identitario, il terrore di parlare dei fascismi. In un Codreanu o in un Degrelle, così come nelle politiche di un Tiso e di un Dolfuss c'è in realtà molto più Cristianesimo di quanto abbiamo visto negli ultimi settant'anni di pace e libertà made in Usa e Democrazia Cristiana. Non a caso, se oggi io rimpiango Pio IX (come faccio), mi prendono per personaggio folkloristico. Ma se mi metto a difendere il Concordato e l'autoritarismo di Mussolini, l'alzamiento di Franco e l'Estado Novo di Salazar vengo considerato dalla Boldrini un pericoloso criminale. Sarà un caso? Sarà un caso se l'Anpi ha ancora voce in capitolo e movimenti di estrema destra vengono demonizzati? E infine, sarà un caso se la stragrande maggioranza del mondo cattolico tradizionalista non demonizza il Ventennio e magari ci fa sopra due risate?
 

13 aprile 2013

Beato Rolando Rivi, martire dell'antifascismo rosso

di Andrea Virga

Il 28 marzo 2013 è stato proclamato che l’uccisione del Servo di Dio Rolando Rivi, di cui oggi ricorre l'anniversario della morte, è avvenuta in odium fidei. Si è trattato quindi di un vero e proprio martirio e, come tale, egli potrà essere beatificato, senza bisogno di un miracolo compiuto per sua intercessione. Insieme a lui, decine di altri martiri del Novecento, vittime del nazionalsocialismo (come Giuseppe Girotti) o del comunismo in Spagna e nell’Europa Orientale[1].

In breve, i fatti: Rolando Rivi era un seminarista quattordicenne di S. Valentino di Castellarano, sempre riconoscibile poiché già indossava l’abito talare, avendo iniziato il seminario minore a Marola. Dopo la chiusura forzata di questo, a causa degli eventi bellici, era tornato a casa, continuando ad essere attivo nella parrocchia e a testimoniare la fede in Dio e nella Chiesa, nonostante il crescente anticlericalismo mostrato dai comunisti. Il 10 aprile 1945, mentre ormai iniziava l’offensiva finale alleata, il ragazzo fu sequestrato per tre giorni da una banda di partigiani comunisti, i quali tentarono di spingerlo all’abiura, ordinandogli di sputare su un Crocifisso. Poiché il giovane non cedeva, lo torturarono, seviziarono e, infine, trucidarono con due colpi di pistola, alle ore 15 di venerdì 13 aprile. Della sua talare fecero un pallone con cui giocare a calcio. Il corpo fu ritrovato dal padre e dal parroco in un bosco presso Piane di Monchio[2]. I colpevoli, Delciso Rioli e Giuseppe Corghi, furono condannati nel 1952 a 23 anni di carcere, ma beneficiarono di una parziale amnistia.

Questo fatto solleva tre importanti riflessioni: la prima sta nel fatto che la sua storia ci ricorda che la santità è per tutti, indipendentemente dall’età, come mostrano altri fulgidi esempi di santi adolescenti come San Domenico Savio e Santa Maria Goretti. Se dunque Dio si è degnato di accogliere a Sé dei giovani che, nel loro piccolo e pure nella tragicità di certi eventi, hanno saputo comunque testimoniare fino in fondo la Fede in Cristo, a maggior ragione noi ormai adulti e dotati di ben altri sussidi, sia materiali che spirituali, non abbiamo alcuna scusa per resistere alla chiamata alla santità che Cristo pone a tutti gli uomini.

La seconda sta nella nobile testimonianza che un ragazzino come Rivi ha saputo dare riguardo all’abito sacerdotale. Oggi che ormai la stragrande maggioranza dei sacerdoti portano al più il clergyman, e gli stessi seminaristi maggiori sono scoraggiati dall’indossare l’abito talare, non è irrilevante ribadire l’ennesimo esempio di chi quell’abito, come segno di vocazione sacerdotale e di distinzione sociale, lo seppe portare fino al martirio e alla morte. La luminosa figura del Servo di Dio Rolando Rivi si staglia contro ogni annacquamento della dignità del sacerdote, visibile anche nei suoi tratti esteriori, come appunto l’abito, sia questo imposto da una legislazione laicista o, più frequentemente, dal lassismo individuale e collettivo.

La terza riflessione è di carattere storico, invece, e si colloca nel quadro dei rapporti tra la Chiesa e il comunismo. Il caso di Rolando Rivi non è affatto isolato, ma è uno dei numerosi sacerdoti assassinati dalle forze partigiane comuniste durante la guerra civile del ’43-’45 (e i cui strascichi si prolungarono ben oltre la fine della guerra mondiale). Se si guarda alla geografia di questi tragici assassinii, essi si concentrano soprattutto nella Venezia Giulia, ossia dove i comunisti italiani erano asserviti al genocida espansionismo jugoslavo, e nell’Emilia-Romagna, ossia dove maggior peso politico avevano le formazioni partigiane comuniste. Il libro “Storia dei preti uccisi dai partigiani” di Roberto Beretta, riporta fedelmente 129 di questi casi, da quelli, magari più controversi, in cui il sacerdote assassinato aveva effettivamente avuto rapporti con il fascismo, come don Carlo Terenziano, a quelli in cui la vittima aveva prestato assistenza ai deportati, come la M.O.V.C. don Francesco Venturelli. Alcuni di questi, come il Beato Francesco Bonifacio, massacrato e infoibato dai titini, sono stati già canonizzati.

Risulta perciò evidente come la questione esuli dal pur violento scontro politico e ideologico tra fascisti e antifascisti, o della lotta di liberazione contro l’occupazione militare tedesca, che entrambe mieterono pure numerose vittime tra i sacerdoti, si pensi al caso, rispettivamente, di Don Minzoni, vittima dello squadrismo, e di Don Giuseppe Morosini, fucilato alle Fosse Ardeatine. Rivi, che pare avesse simpatie per i partigiani cattolici, e gli altri martiri furono massacrati a causa della loro Fede e della loro condizione sacerdotale, da parte di quelle frange comuniste dichiaratamente anti-cristiane. In Italia si trattò di casi minoritari, non paragonabili alla Spagna repubblicana, dove furono martirizzati oltre 6000 religiosi, o al Messico radicale, o alla Francia rivoluzionaria, o ancora all’Unione Sovietica, ma la matrice di questi crimini è la medesima.

Nel nostro Paese, però, prevalse una linea di conciliazione del comunismo verso la religione cattolica, sia per convenienza, vista la grande influenza che ancora esercitava la Chiesa Cattolica in Italia, sia per intima convinzione di numerosi militanti comunisti, che in buona fede ritenevano conciliabili la via italiana al socialismo – che, all’atto pratico, per come questo trovò sfogo nel PCI, fu essenzialmente una socialdemocrazia – e il messaggio evangelico di giustizia sociale. Tuttavia, sul caso di Rivi, come di altri, la posizione dell’ANPI e della sinistra radicale resta ai limiti del negazionismo[3]: «pur avendo avuto un ruolo nelle formazioni partigiane della zona, commisero un reato di delinquenza comune e non furono spinti da ragioni ideologiche come si vorrebbe far intendere.» Questo rifiuto di ammettere gli errori e i crimini compiuti dalla cosiddetta Resistenza e l’insistenza nel continuare a mantenere aperte le ferite perpetuando una logica da guerra civile sono da settant’anni il modus operandi dell’antifascismo militante. È perciò a questo antifascismo ideologico ed acritico, macchiato del sangue di migliaia di Italiani, tra cui decine di sacerdoti, che i cattolici – anche quelli fortemente critici verso il fascismo –, non possono che opporre un netto rifiuto.



[1] http://attualita.vatican.va/sala-stampa/bollettino/2013/03/28/news/30696.html
[2] http://digilander.libero.it/freetime1836/libri/libri69.htm
[3] http://emilia-romagna.anpi.it/modena/archivio_res/febbraio_09/art_14_02_09.htm 
 

25 aprile 2012

25 Aprile, la ricorrenza che divide


Di Marco Mancini
Come ogni anno, tornano le celebrazioni per il 25 aprile. Si tratta di un giorno a me caro, visto che è quello del mio onomastico ed è dedicato a uno dei quattro Evangelisti. Meno cara, invece, mi è la retorica resistenziale che viene profusa a piene mani prima, durante e dopo ogni anniversario della c.d. Liberazione dal nazifascismo.