Visualizzazione post con etichetta antifascismo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta antifascismo. Mostra tutti i post

13 maggio 2019

Antifascisti in assenza di fascismo?

Aggiungi didascalia
di Giorgio Enrico Cavallo
Essere antifascisti significa essere dei superuomini. Qualcosa di simile a dei santi laici. Ne abbiamo bisogno, oh se ne abbiamo bisogno. Come potremmo fare, se non ci fossero loro a ricordarci il pericolo che, 74 anni dopo la fine della guerra, il fascismo possa tornare a governare il paese! Abbiamo visto tutti le preoccupanti immagini della seconda marcia su Roma, tutti sappiamo che il presidente della Repubblica sta per affidare al nuovo Benito Mussolini un esecutivo composto da tetragone maglie nere. Tutti abbiamo letto che l’Italia vorrebbe dichiarare nuovamente guerra all’Abissinia e imporre nuove leggi fascistissime. E non abbiamo detto niente, perché ci siamo appisolati un po’. Il rischio che il duce si affacci di nuovo al balcone di piazza Venezia è dietro l’angolo, e noi, popolo di stupidi sempliciotti, non riusciamo a capire l’urgenza del momento. Per cui, diciamo chiaramente: grazie, antifascisti. Grazie, perché senza il vostro continuo richiamo rischieremmo di perderci. Potremmo addirittura credere che sia tutto un mito, una montatura, un imbroglio. Che la guerra sia finita 74 anni fa, che Mussolini sia morto e che il fascismo sia, come il comunismo, un’ideologia politica ormai trapassata. Ma no. Grazie a loro, gli indomiti guardiani delle bare, le sentinelle dei morti, i piantoni di fronte ai cimiteri, possiamo stare tranquilli: Benito Mussolini e i gerarchi del fascismo non usciranno mai come zombi dagli italici camposanti. Grazie ai loro canuti circoli culturali, ai loro ponderati appelli alla difesa dei valori della libertà e ai puntuali riferimenti alla Costituzione più bella del mondo, oggi possiamo stare tranquilli: il duce resterà nella sua tomba e non parlerà più agli italiani. Loro lo sorvegliano.

Certo, può capitare che, talvolta, qualcosa sfugga al controllo meticoloso dei guardiani. Magari erano andati a prendere una birra al centro sociale. Ed ecco che, incredibilmente, si scopre che Benito Mussolini è uscito dalla sua bara. È uscito, con italico e baldanzoso scatto, sprezzante del pericolo, per ripristinare il regime nell’Italia figlia della Resistenza. Ciò è – va evidenziato e detto chiaramente – riprovevole: i morti devono fare i morti, non possono permettersi di andare in giro per strada in camicia nera, fare saluti romani e versare nel bicchiere del vicino un’abbondante dose di olio di ricino. Altre volte, un gerarca-zombi in maglia nera viene scoperto temporaneamente fuori dalla sua bara: gestisce una volta un bar con immagini del duce, un’altra una spiaggia fascista, un’altra ancora viene scoperto perché per salutare un amico ha alzato troppo il braccio. Grazie ai militanti antifascisti, ogni volta tutti i gerarchi fuggiaschi vengono riacciuffati.


L’ultima volta, i solerti guardiani della libertà hanno scoperto un editore fascista. Pensate un po’, voleva partecipare al Salone del Libro di Torino, dove gli stessi guardiani dovevano incontrare i lettori. Ovviamente, è venuto su un polverone notevole, essenzialmente perché le sentinelle che dovevano vigilare si erano di nuovo distratte ed erano andate un attimo al baretto. Distrazione che ha permesso al nostro uomo di fondare una casa editrice fascista, pubblicare un libro del ministro degli interni italiano e partecipare al salone del libro. Le sentinelle si sono indignate e molte hanno deciso di non partecipare al Salone. Male, hanno fatto: le paghiamo per reprimere sul nascere ogni ritorno del fascismo in Italia. Alla fine, tutto si è risolto facilmente perché la casa editrice fascista è stata censurata ed esclusa dal salone. Per giorni i guardiani dei morti ci hanno ricordato che il fascismo è una cosa brutta brutta, che sta per tornare da un momento all’altro e che se non ci fossero loro il duce sarebbe di nuovo in piazza Venezia. E dai, alla fine gli antifascisti in assenza di fascismo hanno soltanto censurato un editore, buttando alle ortiche la libertà di espressione e mille altre cosette frutto della veneranda Resistenza. Ma che sarà mai. Combattere i morti è più importante, anche perché si vince senza problemi. Grazie, sentinelle, per il vostro faticoso lavoro. Ce ne fossero, di supereroi come voi.


 

07 febbraio 2018

Se la Chiesa si associa al codazzo antifa

di Enrico Maria Romano
Da qualche anno, e con una accelerazione massima, negli ultimi mesi, la mass-medio-crazia occidentale ci sta ammorbando tutti con una spettacolare fake new: alle porte, ci sarebbe niente di meno che lo spettro del fascismo!
Ovviamente, se il fascismo è ridotto da storia a metafisica del Male, da teoria politica a disturbo psichiatrico, tutto diventa fascistizzabile: lo stupratore seriale, il killer, il corrotto, l’hooligan, il razzista, etc.

Infondo l’Ur-Faschismus di Umberto Eco, recentemente riedito in pamphlet e rilanciato dalla stampa per fini politici non dichiarati, era proprio questo. Il fascismo visto non come un periodo storico ventennale e decisivo per la storia d’Italia, con luci e ombre, sanguinari ed eroi, riuscite e sconfitte. Ma qualcosa di metastorico e difficilmente definibile senza l’aiuto della teologia: il male assoluto (nozione poi contraddittoria).

Certo, se la destra e ogni destra, è fascismo allora il movimento fondato dal Duce non si porta troppo male nel mondo, al di là e al di qua dell’Oceano. Ma questa lettura delle cose, si apparenta molto al manicheismo tipico dei Soviet, espresso da Jean-Paul Sartre nel 1965, con il celebre slogan “Tout anticommuniste est un chien”. Ovvero ogni anticomunista è un cane, o almeno è un fascista. E quindi tutti i conservatori, i liberali, i borghesi, i capitalisti, i reazionari, i cattolici (non progressisti) comporrebbero, in qualche modo e forse inconsciamente, l’esercito del neo-fascismo mondiale!!

Marcello Veneziani ha notato più volte che l’antifascismo di maniera e davvero borghese e modaiolo è ciò che resta a chi non ha altre bandiere da difendere, a chi risulta sconfitto dalla storia o almeno assai in declino nei sondaggi. Ci si perdoni la lunga citazione ma è meritata e difficilmente riproducibile. “L’antifascismo è diventato l’ultimo rifugio dei farabutti. 

Quando non hai più niente da dire, nulla di vero, di concreto, di significativo da esprimere, quando non hai nulla di serio su cui fondare la tua legittimità, il tuo ruolo e la tua superiorità, quando non hai motivo per occupare un posto di potere – di sindaco, di ministro, di presidente, di qualche cosa – e non hai un merito, una capacità, un valore per essere quello che immeritatamente sei, quando vuoi sedare i conflitti e i mugugni, quando vuoi vincere facile con un avversario che non sta in piedi, perché non c’è più, perché non si regge, e se esistesse una sua estrema traccia, non avrebbe nemmeno la possibilità di esprimersi e di contendere, allora tiri fuori l’antifascismo (Il Tempo, 27 gennaio 2018).
Ecco uno degli ultimi esempi dell’antifascismo istituzionale e di bon ton. Se il fascismo è sinonimo di violenza e la destra non può che essere fascismo, un guru della sinistra come Roberto Saviano, può impunemente scrivere in un tweet, poi rimosso, che “Il mandante morale dei fatti di Macerata è Matteo Salvini” (3.2.2018).

Che c’entra Salvini con uno squilibrato che spara all’impazzata per strada? C’entra eccome! E’ un politico di destra, quindi è fascismo. Come quel Luca Traini che ha sparato ovviamente. Spari? Sei fascista. (Forse per costoro vale anche la correlativa, ma non osano dirlo per pudore: aiuti la vecchietta ad attraversare la strada? Sei comunista, o almeno del PD).

La Chiesa, ultima e ritardataria nell’UR-Antifascismo, avendo flirtato col fascismo vero e proprio, in carne ed ossa, da tempo cerca di farsi perdonare il suo passato. Così, oggi ha parole durissime sulla presunta xenofobia dilagante, il razzismo (che sarebbe prerogativa della destra), il populismo, la critica all’Unione Europea perfino…
Ma è sempre stato così nel mondo cattolico?

Molti conoscono la celebre invocazione di Pio XI (1922-1939) che indicò Mussolini come colui che aveva ridato l’Italia a Dio e Dio all’Italia, attraverso la soluzione della Questione Romana (apertasi il 20 settembre 1870), il Concordato e i Patti Lateranensi. Patti celebrati comunque da tutti i Pontefici successivi a Pio XI (da Pio XII a Bergoglio incluso).

Ma ci fu un’altra affermazione, meno nota, che farebbe tremare le vene e i polsi di Saviano, dei cattolici più aggiornati e dei benpensanti di ogni schieramento.

Il 24 dicembre 1938, nella Vigilia del Natale, Papa Pio XI fece come da tradizione un discorso ai cardinali e ai prelati della Curia Romana, in Vaticano.

Fra i vari temi toccati dal Pontefice, c’era quello della Conciliazione, siglata a Roma l’11 febbraio 1929, tra Mussolini, capo del Governo italiano e rappresentante del re d’Italia, e il cardinal Pietro Gasparri, Segretario di Stato del pontefice.
Il Papa, che sarebbe morto il 10 febbraio seguente, quindi alla vigilia dei 10 anni della storica pacificazione tra Stato e Chiesa, in modo ‘provvidenziale’ anticipò la commemorazione del Concordato. Forse sentendo arrivare l’ora della fine, poiché aveva già superato gli 80 anni.
In ogni caso, Pio XI nonostante le varie traversie nei rapporti non sempre lisci con il regime, in quell’occasione disse così: “Ci affrettiamo a dire, anzi a proclamare da quest’alto luogo che la Nostra celebrazione del detto decennale vuol essere un inno di vivissimo ringraziamento (…). Occorre appena dire, ma pur diciamo altamente, che dopo che a Dio, la Nostra riconoscenza e i Nostri ringraziamenti vanno alle altissime persone – diciamo il nobilissimo Sovrano ed il suo incomparabile Ministro – ai quali si deve se l’opera tanto importante e tanto benefica ha potuto essere coronata da buon fine e felice successo” (Discorsi di Pio XI, volume III, SEI, 1961, p. 870).
E’ ovvio che il “nobilissimo Sovrano” era Vittorio Emanuele III e il suo “incomparabile Ministro”, Benito Mussolini.

Sarà anche per questo passato che artificiosamente non passa mai, che nella Chiesa odierna i mantra dell’antifascismo eterno, come Eugenio Scalfari, Marco Pannella, Giorgio Napolitano e molti altri vengono lodati, invitati, benedetti ed esaltati?

 

10 dicembre 2017

Attenti al fascismo (immaginario)

di Giuliano Guzzo
Scusatemi davvero, amici, ma dovete aggiornarmi perché mi son perso qualcosa. Per forza. Non saprei spiegarmi, se no, perché da giorni, in Italia, i grandimedia – Repubblica in testa – lanciano continui allarmi contro l’«Onda Nera», quest’entità sbucata dal nulla e materializzatasi, se ho capito bene, in energumeni destroidi talmente minacciosi da costituire un pericolo pubblico. Curioso, davvero curioso. I manifestanti di Forza Nuova contro il gruppo editoriale L’Espresso, se ho capito bene, non hanno spedito nessuno all’ospedale, come invece son usi fare cortei cosiddetti antagonisti coi poliziotti: eppure i secondi sono «compagni che sbagliano», i primi una minaccia per la democrazia.

Gli skinhead che, a Como, hanno assai maleducatamente ma comunque pacificamente interrotto, peraltro solo per pochi minuti, la seduta di una riunione di un’associazione impegnata coi migranti, sempre se ho capito bene, non hanno mandato nessuno al Pronto Soccorso, come invece due violenti hanno fatto ai danni delle Sentinelle in Piedi in quel di Rovereto, beccandosi pure una condanna (notizia del 31.3.2017, riportata solo dal quotidiano nazionale La Verità): eppure, anche qui, i secondi sono «un caso isolato», i primi un attentato alla convivenza civile. No, non sto difendendo né Forza Nuova né sto solidarizzando con gli skinhead.

Sto facendo una cosa molto più banale: mi sto chiedendo se abbia senso farsi prendere per il naso da chi, oggi, strepita contro il fascismo immaginario. Del resto, negli Anni Settanta – quando l’«Onda Nera» era infinitamente più ampia e reale degli schizzi odierni – era un certo Pier Paolo Pasolini a chiedere all’amico Moravia se l’antifascismo tracimante nelle piazze non fosse, in fin dei conti, che un’arma di distrazione di massa. Ergo, non sto dicendo nulla di nuovo. Anche se di nuovo, rispetto ad allora, c’è che quanti oggi scrivono – come fa sempre Repubblica oggi – che 1 italiano su 2 teme i fascisti, son gli stessi che quando si tratta di immigrati denunciano chi cavalca le paure.

Se ne ricava che il problema, evidentemente, non è agitare le paure, dato che su alcune – così pare – speculare va invece bene. Il che è un paradosso che il quotidiano più progressista d’Italia farebbe bene a considerare con attenzione, unitamente al fatto che qualcuno con la memoria meno corta di altri potrebbe pur sempre segnalare come, quel giornale, sia stato fondato e diretto da decenni da un signore i cui esordi giornalistici sono stati sull’organo ufficiale del GUF, il Gruppo Universitario Fascista. Oppure potrebbe segnalare come lo stesso giornale sia proprietario di un gruppo che possiede pure La Stampa, trovata più littoria che pluralista. Attenti, insomma, che chi di antifascismo ferisce, alla lunga, di antifascismo perisce.

GiulianoGuzzo.com


Iscrivetevi alla nostra newsletter settimanale, che conterrà una rassegna dei nostri articoli.
 

21 settembre 2015

La Miss Italia del paese reale


di Salvatore Cammisuli

Non sapevo che esistesse ancora «Miss Italia» e probabilmente avrei continuato a vivere serenamente in questa ignoranza se sulle piattaforme sociali (per gli anglofili, social networks) non si fossero scatenate due polemiche dopo l’elezione dell’ultima miss.
La prima polemica riguarda la stessa eletta, una diciottenne della provincia di Viterbo, ragazza bella ma non bellissima, a detta dei detrattori. Ma in fondo questa è una polemica consueta: tutte le ragazze dicono che, dài!, non è poi così bella, e i fidanzati non possono smentire, per la loro incolumità. Diversi hanno notato che la nuova Miss ha i capelli corti e – dicono – questo la fa sembrare un maschio. Da brutto reazionario posso dire che comunque una miss che sembra un maschio è comunque meglio di una miss che è un maschio. En passant: un vecchio articolo del regolamento di Miss Italia prevede che le candidate siano femmine dalla nascita. Non so se la regola è già stata «superata», come si dice in questi casi.

Polemica più interessante è quella sui gusti storici della neoeletta miss. Alla domanda del giurato Claudio Amendola, attore dei Cesaroni (capite già la gravità dell’argomento) su quale fosse l’epoca storica in cui sarebbe voluta vivere, la eligenda miss, nel suo costume da bagno, ha risposto che sarebbe voluta vivere nel 1942 «per vedere realmente la seconda guerra mondiale, visto che i libri parlano pagine e pagine, beh la volevo… vivere». Apriti cielo!
Ora, mettetevi nei panni di questa povera liceale (metaforicamente, intendo dire): i suoi compagni di classe che s’interessano di politica si spaccano tra fascisti e comunisti. L’imprescindibile valore politico gelosamente custodito delle Vestali del politicamente corretto è l’antifascismo. Intorno alla guerra si appuntano tutte le solennità del calendario liturgico civile (25 aprile, 2 giugno) e incivile (10 febbraio). Ogni anno per una settimana la scuola e la televisione di Stato la martellano con le storie degli ebrei e dei partigiani perseguitati dai fascisti.
La stessa parola «fascista» è l’ultimo insulto rimasto nella società del pluralismo e del capriccio elevato a diritto – ed è, del resto, un insulto polifunzionale: si può applicare a tutto. Hitler, uno dei tanti criminali di quel romanzo splatter che è stata l’ultima coppia di secoli, le è stato presentato fin dalle fasce come l’archetipo del Male; il genocidio degli ebrei, una delle tante ecatombi celebrate sugli altari delle ideologie, le è stato spiegato come il Massimo Crimine della Storia; i partigiani le sono stati raccontati come i migliori paladini del Bene mai apparsi sulla terra… permettete che un po’ di curiosità le venga?
E del resto, quale altra epoca avrebbe dovuto scegliere? È esistito qualcosa prima della seconda guerra mondiale? La memoria – a maggior gloria della Rivoluzione – è stata soppressa. Nella mente dei liceali il passato è una piatta brughiera. Un amico m’ha raccontato che, spiegando a uno studente l’editto di Tessalonica (anno di grazia 380), si è sentito domandare: «E dopo che c’è? Hitler?».
Il passato è come il nonno lasciato alla casa di riposo: sappiamo che esiste ma è meglio lasciarlo dov’è perché tanto è noioso e non serve a niente. Sia chiaro, ci sono le eccezioni: quand’è il momento di attaccare i cattolici, ad esempio, tutti si ricordano che i Crociati facevano le guerre per convertire i Mori, che Galileo Galilei è stato torturato e messo al rogo, che l’Inquisizione nel Medio Evo bruciava gli eretici, le streghe e, secondo gli ultimi aggiornamenti, gli omosessuali.
Il resto non esiste: i cattolici a un sondaggio su quali sono stati i due papi del Concilio Vaticano II possono rispondere Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, secondo i partecipanti a un quiz televisivo Ezra Pound ha visitato l’Italia nel 1979 e così di seguito seguitando: a meno che non ci sia da resuscitate Lutero per dedicargli una piazza, tutto è appiattito sulla contemporaneità. Il passato è stato abrogato. Amen.


Post scriptum: a dire la verità, la miss ha aggiunto un dettaglio: «tanto so’ donna: il militare non l’avrei fatto, sarei stata a casa!». Il maschio va alla guerra e la femmina resta a lavare i piatti: limpido esempio di pregiudizio di genere. Urge un piano straordinario del Ministero dell’Istruzione per la rieducazione gender in tutte le scuole di ordine e grado. Per la storia si può aspettare.

 

17 maggio 2014

40 anni fa il divorzio

di Fabrizio Cannone
Il 12 maggio del 1974 si ebbe in Italia uno di quegli eventi storici che hanno delle cause e delle conseguenze nettamente meta-storiche. Mentre la città di Roma esultava per la vittoria della sua più antica squadra di calcio, i cittadini italiani furono invitati alle urne per un Referendum che doveva mantenere o abrogare la legge divorzista da poco introdotta nell’ordinamento della Repubblica.

“La vittoria del fronte divorzista andava, oggettivamente, oltre le più rosee previsioni”[1]. In effetti, i votanti erano stati “33 milioni e 29 mila elettori su 39 milioni e 497 mila iscritti nelle liste elettorali, per una percentuale pari all’88,1% (…). I sì [contrari al divorzio] raggiunsero quota 13 milioni e 188 mila (40,9%), mentre i no superavano i 19 milioni e 93 mila voti (59,1%). Rispetto alla disponibilità di partenza lo schieramento antidivorzista aveva perso almeno 2 milioni e 700 mila voti, in larga misura cattolici e democristiani: se si confrontano i voti delle elezioni politiche del 7 maggio 1972 si nota che i partiti anti-divorzisti (Dc-Msi) avevano ottenuto il 6,6% in meno, mentre i partiti divorzisti aumentavano, complessivamente, nella misura dell’8%” (p. 175). Inoltre, tanto per completare un quadro che fa riflettere e dovrebbe provocare le nuove generazioni cattoliche e amanti dell’Italia a sacro sdegno, nella stessa Urbe di Roma, “il fronte anti-divorzista aveva perso ben 17 punti. Lo scarto a favore del no era stato più notevole in Toscana, Marche, Umbria, Abruzzo, Molise, Lazio, mentre le regioni in assoluto più divorziste furono la Val d’Aosta (75,1%), la Liguria (72,6%), l’Emilia-Romagna (70,9%), Piemonte e Friuli Venezia Giulia (oltre il 60%)” (p. 175).

Il punto di partenza per un cattolico, e perfino per un semplice patriota (fosse pure di orientamento laico) deve essere questo: il divorzio è un grande male, è un’ingiustizia, è un’assurdità politica e sociale. Se esiste il divorzio, più o meno rapido che sia, viene meno il matrimonio. E questo è così vero che in tutti i paesi che per secoli fondarono la loro stabilità sulla solidità della famiglia, dopo 40-50 anni di divorzio registrano sempre meno matrimoni e sempre più convivenze “libere” ossia senza alcun vincolo che non sia il fugace sentimento. Il divorzio legale poi rende il matrimonio un “contratto a tempo” e anche i meglio intenzionati avvertono, inevitabilmente, l’usura del tempo e della fatica. I giovani nati dopo il ’74 infine, se si sposano, lo fanno sempre con un retro-pensiero: poi si vedrà, se va male, ritento…

Ma quali furono le cause e le conseguenze dell’introduzione del divorzio ovvero del primo e più grave segno dell’incombente apostasia di massa del popolo italiano? Quali ne furono le ragioni prossime e remote? Il Libro di Giambattista Scirè, pur se chiaramente di parte divorzista, offre al lettore attento molteplici spunti di riflessione e di analisi. Il fronte divorzista, molto eterogeneo, era composto, come ricorda Scirè, dai “gruppi femministi, la Lid, i radicali, le avanguardie intellettuali laiche (Abc, L’Espresso e altre riviste), i più importanti quotidiani nazionali (Corriere della Sera), i comunisti (…), i socialisti, il movimento dei cattolici democratici per il no di Gozzini, Scoppola, La Valle, Prodi, i vari gruppi del dissenso religioso, come i Cristiani per il socialismo o le riviste di controinformazione, che appoggiarono le battaglie sul divorzio, mentre l’associazionismo cattolico parve dividersi al suo interno (Azione cattolica, Acli, Fuci)” (p. IX). Secondo lo Scirè, “dentro la Chiesa, la posizione dell’episcopato stesso non si presentò univocamente contraria [al divorzio], come appariva pubblicamente e come spesso si tende a credere (per esempio, la posizione più possibilista del cardinale Pellegrino, vescovo di Torino, o quella di monsignor Bartoletti, vescovo di Lucca, furono ben diverse da quelle intransigenti dei cardinali Poma, Siri, Fiordelli e altri (…). Anche dentro la Dc si evidenziarono posizioni difformi (…). Schierati apertamente contro il divorzio e a difesa della famiglia tradizionale erano, inoltre, il Msi e i comitati civici per il referendum sul divorzio, messi in piedi da alcuni intellettuali cattolici intransigenti, in particolare il CNRD di Gabrio Lombardi” (p. IX-X). Tra i giornali furono divorzisti: Il Corriere, La Stampa, Il Messaggero, Paese Sera, L’Unità, Il Secolo XIX, La Nazione e i settimanali Panorama, L’Espresso e L’Europeo; ma lo furono anche i rotocalchi femminili di più alto livello culturale, come Annabella, Amica, Stop e Grand Hotel (solo questi 4 rotocalchi vendevano oltre 2 milioni di copie!). Contrari furono: L’OR, Il Popolo, Avvenire, Il Gazzettino, Il Tempo. Limitiamo alle posizioni interne al mondo cattolico, diviso ancora una volta, fra transigenti e intransigenti. “Secondo Lombardi, il divorzio e l’aborto non erano altro che piccole cime di un iceberg, mentre altre più pericolose cime stavano emergendo: pornografia, droga, omosessualità” (p. 1). In effetti, a 40 anni dal divorzio abbiamo sdoganato e liberalizzato, il che vuol dire promosso e incoraggiato, proprio la pornografia, il consumo di droga e il massimo peccato di lussuria, cioè l’omosessualità. In un discorso riportato sul Corriere della Sera del 28.4.1974, un battagliero Fanfani sosteneva che “dopo il divorzio, in Italia, sarebbe stato possibile perfino il matrimonio tra omosessuali”. E aggiunse: “Magari vostra moglie vi lascerà per scappare con qualche ragazzina” (p. 1). Ed è proprio ciò che sta avvenendo (La vita di Adele).

Ma chi erano i “cattolici del no”, ovvero quei cattolici, che volevano sovvertire il matrimonio e la famiglia in Italia? Scirè ne dà un’ampia ricostruzione. Noi li nomineremo appena, giacché certi malfattori vanno ricordati in aeternum. Si schierarono per il no, ovvero per il divorzio: la Gioventù Aclista, l’associazione Pro civitate christiana, parte dell’Azione Cattolica, parte della Fuci e i Cristiani per il Socialismo. “Il 16 febbraio scendevano in campo 82 esponenti del mondo cattolico, che divennero presto più di 200 (…). Si trattava di un folto gruppo di cattolici, docenti universitari, magistrati, giornalisti, saggisti, sindacalisti, che, nell’imminenza del referendum (…) sottoscrivevano una dichiarazione che faceva appello a tutti i ‘democratici di fede cristiana’, affinché rifiutassero con il loro voto la proposta abrogazionista, affermando così i valori di convivenza civile e di libertà religiosa essenziali in una società pluralistica e democratica” (p. 155). Ma in quel frangente, doveva prevalere la “libertà religiosa” o il Vangelo? E se uno tiene alla libertà religiosa più che al Vangelo è un cristiano o un apostata? Tale vile appello fu firmato da molti nomi emblematici: “La Valle, Montesanto, Masina, Orfei, Meucci, Battistacci, Gabaglio, Passerin D’Entreves, Scoppola, Pedrazzi, Alberigo, Paolo Brezzi, Fabro [che nulla ha a che vedere con padre Cornelio Fabro, intrepido anti-divorzista], Magister, Francesco Traniello, Sabino Acquaviva, Franco Bassanini, Pier Giorgio Camaiani, Pio Montesi, Tiziano Treu, Ettore Rodelli, Luigi Macario, Pierre Carniti, Angelo Romanò, Stefano Minelli, Giancarlo Zizola, Arturo Parisi, Paolo Prodi, Ezio Raimondi, Emanuele Ranci Ortigosa (cui si aggiunsero poi anche Romano Prodi, Mario Pastore, Leopoldo Elia, Boris Ulianich, Gozzini, Gorrieri, Pratesi e altri)” (pp. 155-156). Altri cattolici anti-indissolubilità furono don Enrico Chiavacci, Ambrogio Valsecchi, don Paolo Franzoni, padre Turoldo, padre Balducci, e Carlo Carretto, il profeta di Spello. Tutti costoro avevano in comune una visione modernista del cattolicesimo, un antifascismo senza compromessi e una simpatia per la sinistra, a volte anche estrema. Modernismo, antifascismo e progressismo furono i fattori decisivi della distruzione della famiglia in Italia: nessuno lo dimentichi. 

I dati statistici poi confermano in modo palpabile il concetto che il divorzio, se esiste ed è legale, ferisce a morte il matrimonio. Nell’anno stesso del Referendum ci furono in Italia 404.000 matrimoni e 24.000 separazioni; nel 1984 i matrimoni erano scesi a 298.000 e le separazioni aumentate a 34.000; nel 1994 i matrimoni sono stati 291.000 e le separazioni 51.000; nel 2003 i matrimoni sono stati 257.000 e le separazioni 81.000. E nel 2014? Se la forbice continuerà a contrarsi, il divorzio, in mezzo secolo, avrà cancellato il matrimonio in Italia (benché un 5-10% continuerà a sposarsi in chiesa o al comune).

La distruzione della famiglia è iniziata dal divorzio e finirà forse col matrimonio gay. Noi dobbiamo lottare contro queste enormità per il bene della famiglia, della Chiesa e della patria. Ma se il modernismo religioso è stata la radice di quell’apostasia, noi non dobbiamo limitarci a lottare per l’indissolubilità del matrimonio, ma per la scomparsa rapida del modernismo, e di tutti gli annessi errori teorici e pratici (come il liberalismo, il relativismo etico, il progressismo, il darwinismo, l’evoluzionismo, la teoria del gender, etc.).



[1] G. Scirè, Il divorzio in Italia. Partiti, Chiesa e società civile dalla legge al referendum (1965-1974), Mondadori, 2007, p. 174.
 

12 novembre 2013

La FSSPX nel mirino della "mafia" antifascista


di Marco Mancini


Conosciamo tutti la Fraternità Sacerdotale San Pio X, la comunità tradizionalista fondata da mons. Lefebvre e divenuta scismatica a seguito delle illecite ordinazioni vescovili del 1988. Del tutto superfluo è riaprire in questa sede il discorso sul suo status canonico, sulle scomuniche comminate in quell’occasione ai suoi Vescovi e poi revocate: si ricordi, comunque, che i sacerdoti della Fraternità sono, per quanto in maniera illecita, validamente ordinati.
 

19 luglio 2013

La necessità dell'anti-antifascismo

di Federico Catani


L'Italia è il Paese degli enti inutili. Per la verità, ho sempre sognato di lavorare in qualche ufficio statale o parastatale rubando lo stipendio senza far nulla. Però oggi c'è la crisi, ed essere assunti in posti del genere è diventato molto, ma molto difficile. Così ho sposato anch'io le posizioni "abolizioniste": dovremmo eliminare non solo le province, ma anche tante altre istituzioni, come il Cnel ad esempio, e magari chiudere alcune procure, come quella giacobina di Milano, se non altro per non vedere troppi pitoni in giro... Scherzi a parte, c'è un'associazione italiana che andrebbe sciolta subito, senza pensarci tanto: l'Anpi, ovvero Associazione Nazionale Partigiani d'Italia. Certamente, il tempo gioca in mio favore e per forza di cose i cosiddetti eroi della cosiddetta Resistenza a breve lasceranno questo mondo. Ma siccome siamo in Italia e a chiudere bottega non ci pensa nessuno, nemmeno il presidente della bocciofila vicino casa mia, non vorrei veder sopravvivere ai suoi stessi fondatori simile organizzazione. Tra l'altro, non mi interessa  e non so quanto costa l'Anpi e come sia strutturata. Non è tanto questo il problema. So solo che è un'entità rossa come il fuoco dell'inferno e che ogni tanto rompe le scatole con la sua solita retorica da quattro soldi cui purtroppo in molti continuano a credere.

In questi ultimi giorni, per esempio, i reduci della cosiddetta Resistenza se la sono presa niente popò di meno che con Pippo Baudo. Ora, il Pippone nazionale non mi è mai stato particolarmente simpatico, specie per le sue sparate da ignorante circa la Chiesa e la sua dottrina. Per una volta, però, devo convenire con lui su una constatazione: l'inutilità e, anzi, la dannosità del tristemente celebre attentato di via Rasella, a Roma, nel 1944. Non stiamo qui a ripercorrere i fatti storici, che tutti conoscono. Basti soltanto dire che Baudo (che, per inciso, signori miei, come conduceva il festivàl di Sanremo lui... altro che Morandi e Fazio!), nella sua trasmissione su Rai Tre, ha praticamente detto quel che ogni persona di buon senso sosterrebbe, vale a dire che la strage delle Fosse Ardeatine si sarebbe potuta evitare. 

I responsabili di quell'atto (che tutto fu tranne un'azione di guerra, come invece da sempre dicono i reduci partigiani) hanno ucciso, senza alcun motivo e senza alcuna valenza strategica, un gruppo di poliziotti militari altoatesini, niente affatto pericolosi. Ben sapendo, peraltro, che Hitler aveva dato ordine di far fuori dieci italiani per ogni tedesco ammazzato. E infatti, come era da prevedere, i tedeschi svuotarono le carceri e fecero quel che tutti sappiamo. I responsabili dell'attentato non si costituirono, preferendo salvare la propria pelle piuttosto che quella di altri messi a morte a causa loro e, come premio, ricevettero pure una bella medaglia a guerra finita. Che grande Italia uscì fuori da quello sporco conflitto!

Ebbene questo episodio è l'ennesima dimostrazione di come l'antifascismo becero e militante sia ancora più vivo che mai in questo nostro Paese. L'Anpi, anziché riconoscere i tanti errori di chi fece la "Resistenza" e chiedere scusa per le Fosse Ardeatine, per i partigiani cattolici o monarchici ammazzati, per i preti e i "borghesi" fatti fuori anche dopo la guerra, per le uccisioni indiscriminate di tanti fascisti o presunti tali, continua a propalare a pieno ritmo la sua ideologia venefica. Qui non si tratta di apologia del fascismo, né di fare revisionismo. Si tratta soltanto di riconoscere un dato ineccepibile per chiunque si identifichi con il cattolicesimo intransigente. Se è vero che non tutti gli antifascisti erano e sono cattivi, è anche vero che tutti i cattivi erano e sono antifascisti. Anche oggi, nel 2013 è giusto, doveroso e indispensabile definirsi anti-antifascisti, così come lo era un certo Giovannino Guareschi, che la prigionia in Germania se l'era fatta. Ancora oggi, nel 2013, è giusto, parlando al bar o all'università, in parrocchia o ai giardinetti, ribadire che se il fascismo non è stato il bene assoluto, di sicuro non è stato nemmeno il male assoluto.

E non è vero - e qui faccio una simpatica polemica col sodale Facchini- che non esistano uomini della Provvidenza. Mussolini, per un certo periodo di tempo e per molte cose lo è stato, così come lo sono stati Franco e Salazar, Carlo Magno e Costantino (questi ultimi due, peraltro, tanto citati da molti bravi cattolici, non furono proprio degli stinchi di santo...). Poi si sa, gli uomini sono solo strumenti e non sono né eterni né infallibili: e infatti noi adoriamo solo Dio. Chi scrive non vuole restaurare il fascismo e conosce bene le sue colpe, i suoi limiti e anche i suoi crimini. Ma il bisogno di un uomo forte c'è eccome (e non è necessario sia un novello Luigi IX che ci guidi alla crociata, né un nuovo zio Benito che ci porti allo sbaraglio o ci faccia fare ginnastica obbligatoria tutti i sabati, anche perché io, non avendo il fisco, in tutta franchezza non ho molta voglia di fare la guerra). Magari, visti i tempi tristi che viviamo, rispuntasse un Caudillo cattolico per l'Italia. Magari si potessero riprendere alcuni elementi di quei regimi che, unici negli ultimi duecento o trecento anni, hanno garantito l'ordine naturale e la regalità sociale di Cristo (lotta alla massoneria, messa al bando del comunismo, difesa della famiglia, divieto di aborto e divorzio, confessionalità dello Stato, attenzione alle questioni sociali)! Certo, mi si dirà, per far tutto questo non c'è bisogno di arrivare ad una dittatura. Verissimo. Ma resta il fatto che con la debole democrazia di oggi e degli ultimi sessant'anni - che poco ha a che vedere con l'ideale descritto ad esempio da Pio XII - le stesse conquiste non ci sono state.

E per concludere, è vero che siamo nel 2013 e che bisogna guardare avanti. Ma non capisco proprio, da parte di certo mondo cattolico identitario, il terrore di parlare dei fascismi. In un Codreanu o in un Degrelle, così come nelle politiche di un Tiso e di un Dolfuss c'è in realtà molto più Cristianesimo di quanto abbiamo visto negli ultimi settant'anni di pace e libertà made in Usa e Democrazia Cristiana. Non a caso, se oggi io rimpiango Pio IX (come faccio), mi prendono per personaggio folkloristico. Ma se mi metto a difendere il Concordato e l'autoritarismo di Mussolini, l'alzamiento di Franco e l'Estado Novo di Salazar vengo considerato dalla Boldrini un pericoloso criminale. Sarà un caso? Sarà un caso se l'Anpi ha ancora voce in capitolo e movimenti di estrema destra vengono demonizzati? E infine, sarà un caso se la stragrande maggioranza del mondo cattolico tradizionalista non demonizza il Ventennio e magari ci fa sopra due risate?
 

13 aprile 2013

Beato Rolando Rivi, martire dell'antifascismo rosso

di Andrea Virga

Il 28 marzo 2013 è stato proclamato che l’uccisione del Servo di Dio Rolando Rivi, di cui oggi ricorre l'anniversario della morte, è avvenuta in odium fidei. Si è trattato quindi di un vero e proprio martirio e, come tale, egli potrà essere beatificato, senza bisogno di un miracolo compiuto per sua intercessione. Insieme a lui, decine di altri martiri del Novecento, vittime del nazionalsocialismo (come Giuseppe Girotti) o del comunismo in Spagna e nell’Europa Orientale[1].

In breve, i fatti: Rolando Rivi era un seminarista quattordicenne di S. Valentino di Castellarano, sempre riconoscibile poiché già indossava l’abito talare, avendo iniziato il seminario minore a Marola. Dopo la chiusura forzata di questo, a causa degli eventi bellici, era tornato a casa, continuando ad essere attivo nella parrocchia e a testimoniare la fede in Dio e nella Chiesa, nonostante il crescente anticlericalismo mostrato dai comunisti. Il 10 aprile 1945, mentre ormai iniziava l’offensiva finale alleata, il ragazzo fu sequestrato per tre giorni da una banda di partigiani comunisti, i quali tentarono di spingerlo all’abiura, ordinandogli di sputare su un Crocifisso. Poiché il giovane non cedeva, lo torturarono, seviziarono e, infine, trucidarono con due colpi di pistola, alle ore 15 di venerdì 13 aprile. Della sua talare fecero un pallone con cui giocare a calcio. Il corpo fu ritrovato dal padre e dal parroco in un bosco presso Piane di Monchio[2]. I colpevoli, Delciso Rioli e Giuseppe Corghi, furono condannati nel 1952 a 23 anni di carcere, ma beneficiarono di una parziale amnistia.

Questo fatto solleva tre importanti riflessioni: la prima sta nel fatto che la sua storia ci ricorda che la santità è per tutti, indipendentemente dall’età, come mostrano altri fulgidi esempi di santi adolescenti come San Domenico Savio e Santa Maria Goretti. Se dunque Dio si è degnato di accogliere a Sé dei giovani che, nel loro piccolo e pure nella tragicità di certi eventi, hanno saputo comunque testimoniare fino in fondo la Fede in Cristo, a maggior ragione noi ormai adulti e dotati di ben altri sussidi, sia materiali che spirituali, non abbiamo alcuna scusa per resistere alla chiamata alla santità che Cristo pone a tutti gli uomini.

La seconda sta nella nobile testimonianza che un ragazzino come Rivi ha saputo dare riguardo all’abito sacerdotale. Oggi che ormai la stragrande maggioranza dei sacerdoti portano al più il clergyman, e gli stessi seminaristi maggiori sono scoraggiati dall’indossare l’abito talare, non è irrilevante ribadire l’ennesimo esempio di chi quell’abito, come segno di vocazione sacerdotale e di distinzione sociale, lo seppe portare fino al martirio e alla morte. La luminosa figura del Servo di Dio Rolando Rivi si staglia contro ogni annacquamento della dignità del sacerdote, visibile anche nei suoi tratti esteriori, come appunto l’abito, sia questo imposto da una legislazione laicista o, più frequentemente, dal lassismo individuale e collettivo.

La terza riflessione è di carattere storico, invece, e si colloca nel quadro dei rapporti tra la Chiesa e il comunismo. Il caso di Rolando Rivi non è affatto isolato, ma è uno dei numerosi sacerdoti assassinati dalle forze partigiane comuniste durante la guerra civile del ’43-’45 (e i cui strascichi si prolungarono ben oltre la fine della guerra mondiale). Se si guarda alla geografia di questi tragici assassinii, essi si concentrano soprattutto nella Venezia Giulia, ossia dove i comunisti italiani erano asserviti al genocida espansionismo jugoslavo, e nell’Emilia-Romagna, ossia dove maggior peso politico avevano le formazioni partigiane comuniste. Il libro “Storia dei preti uccisi dai partigiani” di Roberto Beretta, riporta fedelmente 129 di questi casi, da quelli, magari più controversi, in cui il sacerdote assassinato aveva effettivamente avuto rapporti con il fascismo, come don Carlo Terenziano, a quelli in cui la vittima aveva prestato assistenza ai deportati, come la M.O.V.C. don Francesco Venturelli. Alcuni di questi, come il Beato Francesco Bonifacio, massacrato e infoibato dai titini, sono stati già canonizzati.

Risulta perciò evidente come la questione esuli dal pur violento scontro politico e ideologico tra fascisti e antifascisti, o della lotta di liberazione contro l’occupazione militare tedesca, che entrambe mieterono pure numerose vittime tra i sacerdoti, si pensi al caso, rispettivamente, di Don Minzoni, vittima dello squadrismo, e di Don Giuseppe Morosini, fucilato alle Fosse Ardeatine. Rivi, che pare avesse simpatie per i partigiani cattolici, e gli altri martiri furono massacrati a causa della loro Fede e della loro condizione sacerdotale, da parte di quelle frange comuniste dichiaratamente anti-cristiane. In Italia si trattò di casi minoritari, non paragonabili alla Spagna repubblicana, dove furono martirizzati oltre 6000 religiosi, o al Messico radicale, o alla Francia rivoluzionaria, o ancora all’Unione Sovietica, ma la matrice di questi crimini è la medesima.

Nel nostro Paese, però, prevalse una linea di conciliazione del comunismo verso la religione cattolica, sia per convenienza, vista la grande influenza che ancora esercitava la Chiesa Cattolica in Italia, sia per intima convinzione di numerosi militanti comunisti, che in buona fede ritenevano conciliabili la via italiana al socialismo – che, all’atto pratico, per come questo trovò sfogo nel PCI, fu essenzialmente una socialdemocrazia – e il messaggio evangelico di giustizia sociale. Tuttavia, sul caso di Rivi, come di altri, la posizione dell’ANPI e della sinistra radicale resta ai limiti del negazionismo[3]: «pur avendo avuto un ruolo nelle formazioni partigiane della zona, commisero un reato di delinquenza comune e non furono spinti da ragioni ideologiche come si vorrebbe far intendere.» Questo rifiuto di ammettere gli errori e i crimini compiuti dalla cosiddetta Resistenza e l’insistenza nel continuare a mantenere aperte le ferite perpetuando una logica da guerra civile sono da settant’anni il modus operandi dell’antifascismo militante. È perciò a questo antifascismo ideologico ed acritico, macchiato del sangue di migliaia di Italiani, tra cui decine di sacerdoti, che i cattolici – anche quelli fortemente critici verso il fascismo –, non possono che opporre un netto rifiuto.



[1] http://attualita.vatican.va/sala-stampa/bollettino/2013/03/28/news/30696.html
[2] http://digilander.libero.it/freetime1836/libri/libri69.htm
[3] http://emilia-romagna.anpi.it/modena/archivio_res/febbraio_09/art_14_02_09.htm