di Fabrizio Cannone
Il
12 maggio del 1974 si ebbe in Italia uno di quegli eventi storici che hanno
delle cause e delle conseguenze nettamente meta-storiche. Mentre la città di
Roma esultava per la vittoria della sua più antica squadra di calcio, i cittadini
italiani furono invitati alle urne per un Referendum che doveva mantenere o
abrogare la legge divorzista da poco introdotta nell’ordinamento della
Repubblica.
“La
vittoria del fronte divorzista andava, oggettivamente, oltre le più rosee
previsioni”
.
In effetti, i votanti erano stati “33 milioni e 29 mila elettori su 39 milioni
e 497 mila iscritti nelle liste elettorali, per una percentuale pari all’88,1%
(…). I
sì [contrari al divorzio]
raggiunsero quota 13 milioni e 188 mila (40,9%), mentre i
no superavano i 19 milioni e 93 mila voti (59,1%). Rispetto alla
disponibilità di partenza lo schieramento antidivorzista aveva perso almeno 2
milioni e 700 mila voti, in larga misura cattolici e democristiani: se si
confrontano i voti delle elezioni politiche del 7 maggio 1972 si nota che i
partiti anti-divorzisti (Dc-Msi) avevano ottenuto il 6,6% in meno, mentre i
partiti divorzisti aumentavano, complessivamente, nella misura dell’8%” (p.
175). Inoltre,
tanto per completare un quadro che fa riflettere e dovrebbe
provocare le nuove generazioni cattoliche e amanti dell’Italia a sacro sdegno,
nella stessa Urbe di Roma, “il fronte anti-divorzista aveva perso ben 17 punti.
Lo scarto a favore del
no era stato
più notevole in Toscana, Marche, Umbria, Abruzzo, Molise, Lazio, mentre le
regioni in assoluto più divorziste furono la Val d’Aosta (75,1%), la Liguria
(72,6%), l’Emilia-Romagna (70,9%), Piemonte e Friuli Venezia Giulia (oltre il
60%)” (p. 175).
Il
punto di partenza per un cattolico, e perfino per un semplice patriota (fosse
pure di orientamento laico) deve essere questo: il divorzio è un grande male, è
un’ingiustizia, è un’assurdità politica e sociale. Se esiste il divorzio, più o
meno rapido che sia, viene meno il matrimonio. E questo è così vero che in
tutti i paesi che per secoli fondarono la loro stabilità sulla solidità della
famiglia, dopo 40-50 anni di divorzio registrano sempre meno matrimoni e sempre
più convivenze “libere” ossia senza alcun vincolo che non sia il fugace
sentimento. Il divorzio legale poi rende il matrimonio un “contratto a tempo” e
anche i meglio intenzionati avvertono, inevitabilmente, l’usura del tempo e
della fatica. I giovani nati dopo il ’74 infine, se si sposano, lo fanno sempre
con un retro-pensiero: poi si vedrà, se va male, ritento…
Ma
quali furono le cause e le conseguenze dell’introduzione del divorzio ovvero
del primo e più grave segno dell’incombente apostasia di massa del popolo
italiano? Quali ne furono le ragioni prossime e remote? Il Libro di
Giambattista Scirè, pur se chiaramente di parte divorzista, offre al lettore
attento molteplici spunti di riflessione e di analisi. Il fronte divorzista,
molto eterogeneo, era composto, come ricorda Scirè, dai “gruppi femministi, la
Lid, i radicali, le avanguardie intellettuali laiche (Abc, L’Espresso e altre
riviste), i più importanti quotidiani nazionali (Corriere della Sera), i comunisti (…), i socialisti, il movimento
dei cattolici democratici per il no
di Gozzini, Scoppola, La Valle, Prodi, i vari gruppi del dissenso religioso, come
i Cristiani per il socialismo o le riviste di controinformazione, che
appoggiarono le battaglie sul divorzio, mentre l’associazionismo cattolico
parve dividersi al suo interno (Azione cattolica, Acli, Fuci)” (p. IX). Secondo
lo Scirè, “dentro la Chiesa, la posizione dell’episcopato stesso non si
presentò univocamente contraria [al divorzio], come appariva pubblicamente e
come spesso si tende a credere (per esempio, la posizione più possibilista del
cardinale Pellegrino, vescovo di Torino, o quella di monsignor Bartoletti,
vescovo di Lucca, furono ben diverse da quelle intransigenti dei cardinali
Poma, Siri, Fiordelli e altri (…). Anche dentro la Dc si evidenziarono
posizioni difformi (…). Schierati apertamente contro il divorzio e a difesa
della famiglia tradizionale erano, inoltre, il Msi e i comitati civici per il
referendum sul divorzio, messi in piedi da alcuni intellettuali cattolici
intransigenti, in particolare il CNRD di Gabrio Lombardi” (p. IX-X). Tra
i giornali furono divorzisti: Il Corriere,
La Stampa, Il Messaggero, Paese Sera,
L’Unità, Il Secolo XIX, La Nazione
e i settimanali Panorama, L’Espresso e L’Europeo; ma lo furono anche i rotocalchi femminili di più alto
livello culturale, come Annabella, Amica, Stop e Grand Hotel (solo
questi 4 rotocalchi vendevano oltre 2 milioni di copie!). Contrari furono: L’OR, Il Popolo, Avvenire, Il Gazzettino, Il Tempo. Limitiamo alle
posizioni interne al mondo cattolico, diviso ancora una volta, fra transigenti
e intransigenti. “Secondo Lombardi, il divorzio e l’aborto non erano altro che
piccole cime di un iceberg, mentre altre più pericolose cime stavano emergendo:
pornografia, droga, omosessualità” (p. 1). In effetti, a 40 anni dal divorzio
abbiamo sdoganato e liberalizzato, il che vuol dire promosso e incoraggiato,
proprio la pornografia, il consumo di droga e il massimo peccato di lussuria,
cioè l’omosessualità. In un discorso riportato sul Corriere della Sera del 28.4.1974, un battagliero Fanfani sosteneva
che “dopo il divorzio, in Italia, sarebbe stato possibile perfino il matrimonio
tra omosessuali”. E aggiunse: “Magari vostra moglie vi lascerà per scappare con
qualche ragazzina” (p. 1). Ed è proprio ciò che sta avvenendo (La vita di Adele).
Ma
chi erano i “cattolici del no”,
ovvero quei cattolici, che volevano sovvertire il matrimonio e la famiglia in
Italia? Scirè ne dà un’ampia ricostruzione. Noi li nomineremo appena, giacché
certi malfattori vanno ricordati in
aeternum. Si schierarono per il no,
ovvero per il divorzio: la Gioventù Aclista, l’associazione Pro civitate christiana, parte dell’Azione Cattolica, parte della Fuci e i Cristiani per il Socialismo.
“Il 16 febbraio scendevano in campo 82 esponenti del mondo cattolico, che
divennero presto più di 200 (…). Si trattava di un folto gruppo di cattolici,
docenti universitari, magistrati, giornalisti, saggisti, sindacalisti, che,
nell’imminenza del referendum (…) sottoscrivevano una dichiarazione che faceva
appello a tutti i ‘democratici di fede cristiana’, affinché rifiutassero con il
loro voto la proposta abrogazionista, affermando così i valori di convivenza
civile e di libertà religiosa essenziali in una società pluralistica e democratica”
(p. 155). Ma in quel frangente, doveva prevalere la “libertà religiosa” o il
Vangelo? E se uno tiene alla libertà religiosa più che al Vangelo è un
cristiano o un apostata? Tale vile appello fu firmato da molti nomi
emblematici: “La Valle, Montesanto, Masina, Orfei, Meucci, Battistacci,
Gabaglio, Passerin D’Entreves, Scoppola, Pedrazzi, Alberigo, Paolo Brezzi,
Fabro [che nulla ha a che vedere con padre Cornelio Fabro, intrepido
anti-divorzista], Magister, Francesco Traniello, Sabino Acquaviva, Franco
Bassanini, Pier Giorgio Camaiani, Pio Montesi, Tiziano Treu, Ettore Rodelli,
Luigi Macario, Pierre Carniti, Angelo Romanò, Stefano Minelli, Giancarlo
Zizola, Arturo Parisi, Paolo Prodi, Ezio Raimondi, Emanuele Ranci Ortigosa (cui
si aggiunsero poi anche Romano Prodi, Mario Pastore, Leopoldo Elia, Boris
Ulianich, Gozzini, Gorrieri, Pratesi e altri)” (pp. 155-156). Altri cattolici
anti-indissolubilità furono don Enrico Chiavacci, Ambrogio Valsecchi, don Paolo
Franzoni, padre Turoldo, padre Balducci, e Carlo Carretto, il profeta di
Spello. Tutti costoro avevano in comune una visione modernista del
cattolicesimo, un antifascismo senza compromessi e una simpatia per la
sinistra, a volte anche estrema. Modernismo, antifascismo e progressismo furono
i fattori decisivi della distruzione della famiglia in Italia: nessuno lo
dimentichi.
I dati statistici poi confermano in modo palpabile il concetto che
il divorzio, se esiste ed è legale, ferisce
a morte il matrimonio. Nell’anno stesso del Referendum ci furono in Italia 404.000
matrimoni e 24.000 separazioni; nel 1984 i matrimoni erano scesi a 298.000 e le
separazioni aumentate a 34.000; nel 1994 i matrimoni sono stati 291.000 e le
separazioni 51.000; nel 2003 i matrimoni sono stati 257.000 e le separazioni
81.000. E nel 2014? Se la forbice continuerà a contrarsi, il divorzio, in mezzo
secolo, avrà cancellato il matrimonio in Italia (benché un 5-10% continuerà a
sposarsi in chiesa o al comune).
La
distruzione della famiglia è iniziata dal divorzio e finirà forse col
matrimonio gay. Noi dobbiamo lottare contro queste enormità per il bene della
famiglia, della Chiesa e della patria. Ma se il modernismo religioso è stata la
radice di quell’apostasia, noi non dobbiamo limitarci a lottare per
l’indissolubilità del matrimonio, ma per la scomparsa rapida del modernismo, e
di tutti gli annessi errori teorici e pratici (come il liberalismo, il relativismo
etico, il progressismo, il darwinismo, l’evoluzionismo, la teoria del gender,
etc.).