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01 settembre 2019

L’Unione Democratica di Centro, un populismo svizzero e gentile

di Enrico Maria Romano
Tra i tanti partiti e movimenti che compongono il populismo europeo, ce n’è uno di cui si parla poco, forse anche perché il nome risulta poco accattivante per coloro che intendono stabilire una precisa identità tra populismo e destra più o meno estrema.

Tale partito, è l’Unione Democratica di Centro, fondato nel 1971 in Svizzera e oggi guidato dall’ingegnere agronomo Albert Rösti. Le tematiche forti del partito – riassumibili nello slogano più società, famiglia e tradizione, e meno tasse e burocrazia di Stato – stanno nella difesa della cultura elvetica, nel mantenimento della Svizzera rigorosamente fuori dalla Unione Europea (e dall’euro), e nella sicurezza delle strade e del domicilio come prime libertà dei cittadini.

Oltre ovviamente, alla lotta - pacata nei modi ma ferma nella sostanza - contro l’immigrazione (illegale, non scelta e senza regole e principi che la contengano). E proprio su quest’ultimo tema si è svolta a Berna, il 13 agosto scorso, la conferenza stampa del partito per programmare l’agenda politica del 2019-2020.

Secondo Rösti, nel 2018 nella tranquilla ma forse un po’ idealizzata Svizzera, ci sono state oltre 432.000 infrazioni del Codice penale vigente e 76.308 violazioni della legge sugli stupefacenti. Gli indagati di origine straniera sono aumentati del 4% in un solo anno, e la proporzione dei crimini commessi dagli stranieri non integrati o giunti da poco è certamente superiore, anche lì, al loro numero effettivo.

In particolare, il presidente dell’UDC ha reso noto che nel 2018 sono stati denunciati alla polizia elvetica ben 626 stupri. Quasi 2 al giorno, per una nazione che facilmente ci immaginiamo crime free e che conta appena 8.500.000 abitanti (in pratica meno della sola Lombardia).
Ebbene, “sui 527 accusati, 317, quindi il 60%, erano stranieri” e la proporzione tocca i due terzi, se si contano gli atti analoghi allo stupro (toccamenti, esibizionismo, etc.), ma comunque di natura sessuale. Anche i casi di violenza domestica, a cui gli svizzeri sono particolarmente attenti, riguardano principalmente i residenti di origine straniera, fino a superare il triplo di quanto commesso dai cittadini elvetici.

Un conto quindi è dire con i poeti alla Saviano che l’immigrazione favorisce la pace e il progresso, un conto è citare i numeri, anche perché come diceva qualcuno “i numeri sono ostinati”…
Virna Conti, presidente dei giovani dell’UDC di Ginevra, nella stessa conferenza stampa, ha dichiarato che le donne in genere, e in particolare quelle più giovani, si sentono sempre meno sicure sulle strade delle città elvetiche. E si registra anche nella nostra civile vicina, di anno in anno, un aumento degli insulti misogini verso le donne “senza onore”, che per certi stranieri sarebbero le occidentali, specie se fumano, bevono o mettono una minigonna… Nell’abituale assordante silenzio delle femministe, ovviamente.

Secondo il consigliere nazionale Mauro Tuena, l’immigrazione di massa o non selezionata alla fonte e all’ingresso in Svizzera, ha introdotto nuove forme di criminalità prima sconosciuta. Come quella dei clan turchi o rumeni che agiscono come piccole mafie, chiuse e ben organizzate, dandosi allo spaccio di droga, allo sfruttamento della prostituzione e al riciclaggio del denaro sporco.
A tutto ciò, fa riscontro un sensibile aumento, riportato dal funzionario della polizia di Zurigo Thomas Werner, delle violenze e delle ingiurie contro gli uomini in divisa: militari, poliziotti, e perfino pompieri e finanzieri. E molto spesso tali delitti vengono commessi da stranieri ubriachi o sotto l’effetto di droghe.

Insomma l’abolizione dei confini, l’immaginario propagandato ad arte dell’uomo cittadino del mondo e dell’immigrazione e la multiculturalità come futuro meraviglioso per tutti, si rivelano più o meno ovunque delle pie leggende, fabbricate però con bassi intenti politici.
La conclusione di Albert Rösti è che i delinquenti stranieri condannati a pene severe “devono essere sistematicamente espulsi dopo aver scontato la pena”. E anche su questo non si vede come dar torto allo svizzero.
Infine, una domanda finora senza risposta. Perché sarebbe assurdo per noi italiani o per altri proporre un’uscita dall’UE, se coloro che hanno certamente un’economia più florida della nostra e una minore disoccupazione, della UE non vogliono far parte?

 

09 ottobre 2018

Populismo: unica alternativa al pensiero unico?

di Riccardo Zenobi
Sabato 6 ottobre si è tenuto il primo incontro del ciclo autunnale di conferenze organizzate dall’Associazione Culturale Oriente Occidente presso il Centro Ancona Congressi (Largo Fiera della Pesca, 1) il cui svolgimento programmato è scaricabile qui; tema della serata è stata l’analisi del populismo, al di là dell’etichetta a cui è stato ridotto tale termine.

Relatore il professor Marco Tarchi, docente ordinario di scienze politiche e sociali all’università di Firenze, il quale in modo molto scientifico ha analizzato la problematica posta dal populismo, oggetto che rientra nei suoi studi accademici da circa 20 anni.

Dal punto di vista accademico appena nel 1999 tale termine era ancora ritenuto un “relitto del passato” ed in sede scientifica se ne parlava solo per via della situazione politica dell’Argentina, ma col tempo ha iniziato ad imporsi all’attenzione di molti, tanto che prossimamente l’università di Pechino dedicherà un convegno apposito a tale tema politologico; se ne parla però ovunque, non solo in Europa e in occidente, ma anche in Asia e in Africa, commentandolo sia in sede accademica che nei media, anche se spesso a sproposito.

Ciò complica molto le cose, poiché in breve tempo il termine ha assunto il valore di un’espressione ripulsiva riducendosi ad un epiteto squalificante per dire male di qualcosa, facendogli perdere ogni valore di strumento per capire la realtà. Esso è ben più di un’etichetta, è una categoria per definire fenomeni reali i quali pur conservando differenze tra loro sono allo stesso tempo distinti da altri.

Cos’è il populismo? Come si definisce? Il termine è stato introdotto nella scienza politica a partire dal convegno organizzato dalla London school of economics nel maggio 1967 intitolato To define populism, dedicato a darne una prima definizione, per quanto minimale. Si cercò di inquadrarlo in tre categorie, tre risposte differenti alla domanda “cos’è il populismo”:
1-È una ideologia? Il XX secolo è stato l’epoca delle ideologie, ma il populismo non si inquadra in tale categoria poiché non ha un “testo fondatore” che ne definisca l’ideologia e lo faccia essere una vera e propria visione del mondo o dell’organizzazione di vita sociale; inoltre i populisti mostrano disprezzo per le ideologie.
2-È forse al contrario uno stile politico, un registro retorico con spartito di base? Ciò però allontana da poter capire cos’è, perché etichetta dei modi di dire e non una realtà; è un semplicismo che alla fine porta a negare l’esistenza del populismo. C’è poi da tener conto che uno stile viene adottato in base alle proprie caratteristiche, è quindi dipendente e successivo rispetto alla propria identità.
3-È forse una mentalità? Con questo termine si intendono dei modi di pensare e sentire più emotivi che razionali al cui interno le reazioni a certi stimoli non sono codificati – non si risponde in un modo scritto e definito. Una mentalità è una predisposizione psichica ad agire, che quindi precede l’azione e le idee, è piuttosto informe e realista (in quanto non chiude la realtà in idee preconcette); al contrario una ideologia è una autointerpretazione di sé e della realtà, la quale segue (cioè è basata su) delle realtà pregresse, è formata (ossia definita) ed ha una dimensione utopica più o meno marcata.

Il populismo mostra un insieme di idee che conducono alle azioni, con una pragmatica interpretazione e incorporazione di certe realtà, e si può definire come la mentalità che ritiene il popolo una realtà organica, un portatore di qualità etiche e di pragmatismo, al quale si riconosce il primato e la fonte della legittimazione del potere, artificiosamente diviso da delle oligarchie. Queste ultime sono definite come un gruppo di pochi che sfruttano il popolo per proprio vantaggio; mentre detestano le oligarchie, i populisti non hanno avversione per le élite in quanto tali, a condizione che vogliano il bene collettivo e non operino per “elitismo”; per il populismo anche quando il popolo sarà ricostituito vi permarranno diversi livelli, distinti anche per ricchezza purché non ottenuta per sfruttamento, delocalizzazione di industrie (con conseguente perdita di posti di lavoro nel paese) o per speculazione finanziaria.

I populisti hanno dei comportamenti non predefiniti in un codice ma presentano elementi di continuità; ad esempio si fondano su una originaria unità del popolo con una tradizione da conservare e tramandare, il cui tessuto originario è stato eroso da qualcuno (e qui il relatore ha sottolineato che la distinzione amico/nemico è presente in ogni fenomeno politico, non importa come si chiami e quanto sia manicheo); la stella polare a cui fanno riferimento è il buonsenso, il senso dell’uomo comune forgiato dal contesto della tradizione, tanto da ricorrere frequentemente a espressioni idiomatiche e proverbi caratteristici.
Tutti i movimenti populisti sono radicati nella sostanza carnale del proprio popolo, rendendo di fatto impossibile un accordo internazionale tra i vari movimenti. Hanno avversioni comuni: al politicamente corretto, alle oligarchie della finanza internazionale (apolide e capace di spostare capitali in modo da affamare un popolo senza alcuno scrupolo) alle quali preferiscono economie produttive. Possono essere definiti xenofobi? Non hanno odio per lo straniero, ma in alcuni casi mostrano paura, la quale per un politologo come Giovanni Sartori non è sempre illegittima; si possono definire xenofobi entro certi limiti, ma non sono quasi mai razzisti, ossia non ritengono l’appartenenza razziale una discriminante del valore della persona (ad esempio, il leader dei populisti neozelandesi è un maori); sono contrari all’arrivo di flussi massicci di stranieri, ma non per motivi di etnia o razza.

I populisti mostrano inimicizia verso il multiculturalismo visto come elemento lacerante del tessuto civile; verso l’autoreferenzialità delle classi politiche che non rendono conto del loro agire; in generale i partiti sono visti sotto una cattiva luce, in quanto “parti”, divisori del popolo e dei suoi interessi, mentre i movimenti populisti intendono riconquistare il popolo ai suoi veri bisogni, con una visione che tende a identificare stato e società. Altro gruppo verso cui provano avversione sono gli intellettuali, i quali più o meno a ragione tendono a parlare difficile per nascondere la realtà dei fatti, complicare le cose semplici e sostenere ogni deviazione dalla vita quotidiana, adorando la trasgressione del comune sentire; non vogliono la lotta di classe, nemmeno i populisti di sinistra: si scagliano contro le oligarchie finanziarie, ma non contro una classe o l’altra del popolo.

Il populismo mobilita delle masse perlomeno a livello elettorale, senza cercare avanguardia o combattenti dell’idea – poiché non hanno una ideologia di riferimento – ma solo un trascinamento elettorale; non ci sono iniziative di dissenso, il populista detesta tali realtà politiche, viste come elemento divisorio. Il populista non rifiuta la politica solo perché cerca il consenso del popolo, il quale è chiamato a votare ma non di più; per dirla con Guglielmo Giannini “il populista vuole che non gli si rompano le scatole”. Il fine è quello di creare un ordine e un insieme di riferimenti condivisi che permettano una vita semplice, tranquilla e ordinata.

Concludendo, il problema sostanziale del populismo è di non concettualizzare certi elementi, mancando quindi di consapevolezza metapolitica né non può avere tale cognizione, poiché intende essere solo immanente e rivolto all’uomo della strada; oltre non va né vuole andare. In quanto mentalità, la sua capacità di influenzare il comportamento collettivo è forte ma con dei limiti, in quanto si basa sulla pulsione, sulla spinta emotiva e su delle valutazioni concrete, ma manca un inquadramento concettuale saldo; tornando alla domanda di partenza, il populismo non può fare una reale opposizione al pensiero unico, non si può sperare di vederlo incidere nelle realtà profonde per via del suo anti intellettualismo; in tal modo non mettono piede dove si formano mentalità né formano una classe dirigente futura. Le azioni politiche dei populisti mostrano sì le debolezze degli antipopulisti, ma restano in superficie, poiché detenere le leve del governo non basta a cambiare la mentalità collettiva – come la storia degli ultimi secoli ha ampiamente mostrato.


 

05 gennaio 2018

La misericordia non è populista?


di Giuliano Guzzo

Leggo e rileggo quanto il vescovo di Como, monsignor Cantoni, avrebbe detto al Te Deum del 31 dicembre, esortando i fedeli a non votare, alle elezioni, «leader politici populisti» e – da fedele – non capisco. Mi era parso infatti che la Chiesa avesse imboccato, ultimamente, il sentiero della misericordia e della sospensione del giudizio affrettato, mentre ora vi sono diversi pastori (monsignor Cantoni ha solo detto quello che non pochi altri, oggi, pensano) che, da una parte smettono di tuonare contro il peccato, e, dall’altra, ne inventano di sana pianta uno nuovo: quello di «populismo». Sarà quindi un mio limite, ma non capisco.

Anche perché dovrebbe essere chiara a chiunque, ormai, la natura banalizzante per non dire truffaldina dell’accostamento, per dire, tra xenofobia e «populismo». Con quest’ultima parola – ha giustamente notato Michel Houellebecq – «inventata, o meglio recuperata, perché non era più possibile accusare di fascismo certi partiti, sarebbe stato troppo falso. Allora è stato trovato un nuovo insulto: populista». Che senso ha, quindi, che pastori che hanno messo via il vincastro, utile a tutti, adesso maneggino, peraltro solo verso alcuni, una clava? Dovrò insomma confessarmi, se voterò populista?

Esattamente per cosa, poi? Per essermi recato alle urne non convinto dalle forze politiche che ci hanno già rifilato – per limitarmi al peggio di una serie – il divorzio breve (l’opposto di Matteo 19,3-6), le unioni civili (frutto dell’«invidia del Demonio»: Jorge Mario Bergoglio, 22.6.2010), e l’eutanasia omissiva (l’opposto del Quinto comandamento)? Non provoco, sia chiaro, semplicemente chiedo. Nella speranza di capire e di sentirmi rassicurare sul fatto che il peccato di «populismo» non esiste e che a Como vi sia stato, se davvero le cose sono andate come pare, solamente uno scherzoso e non particolarmente opportuno botto di fine anno.

https://giulianoguzzo.com/2018/01/03/chi-sono-io-per-giudicare-un-populista/



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03 novembre 2017

Paris Statement - il manifesto degli intellettuali conservatori europei


di Alessandro Rico
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Alcuni di voi avranno notato che pochi giorni fa, su Il Giornale, Luigi Iannone ha rilanciato il manifesto per la “vera Europa” sottoscritto da alcuni importanti intellettuali liberali e conservatori, tra i quali Roger Scruton, Pierre Manent e Robert Spaemann. Ecco il link ai 36 punti del Paris Statement.

Si tratta di una delle iniziative più importanti e stimolanti, anche per il suo respiro internazionale, che la destra europea abbia intrapreso finora (prendendo forse finalmente coscienza di sé). Le questioni sollevate nello scritto sono molte e molto complesse, ma vorrei trasmettervi un breve commento su alcuni punti salienti.

In primo luogo, è interessante che gli autori del manifesto contrappongano l’idea di una “vera Europa” a quella di una “falsa Europa”, fondata sul dominio di una tecnocrazia irresponsabile, votata a un’utopia multiculturale e appiattita sulla retorica della globalizzazione e sulle «superstizioni del progresso inevitabile». Per questo gruppo di intellettuali, l’Europa è minacciata «da una falsa comprensione di sé».

In secondo luogo, Scruton e gli altri sostengono che la vera essenza dell’Europa sia di essere una «comunità di nazioni»: il superamento dello Stato nazionale attraverso la creazione di organismi sovranazionali è solo un modo per allentare l’esercizio dei meccanismi di controllo democratici da parte degli elettorati. L’Europa è stata tanto più spiritualmente florida e culturalmente unita quanto più è stata suddivisa in una serie di Stati nazionali concorrenti. Queste entità politiche si sono spesso combattute anche duramente, ma non hanno mai perso la consapevolezza di appartenere a un’unica grande famiglia culturale. Peraltro, l’articolazione politica del continente, che ha consentito di oltrepassare la forma dell’impero (la quale pure aveva permesso di cementare quella unità spirituale che l’Europa non ha mai abbandonato), è all’origine dello ius publicum europaeum che, come ha sempre sostenuto Carl Schmitt, ha a lungo di incanalato e contenuto l’inimicizia tra gli Stati (non tra i popoli!), fino alla crisi di tale diritto internazionale moderno, esplosa drammaticamente con la comparsa delle “guerre totali”.

In terzo luogo, gli autori del manifesto condannano la falsa idea di libertà basata sul soddisfacimento immediato dei capricci edonistici (se non delle perversioni) che la postmodernità ci ha venduto. La liberazione dalle forme di «auto-controllo», nel campo del sesso o delle relazioni interpersonali e sociali, ha solo accresciuto l’insoddisfazione e il senso di solitudine di individui privati del loro orizzonte comunitario. È in questo vuoto che la globalizzazione ha lavorato ad alimentare l’atomizzazione, mentre un falso egualitarismo ci ha portato a respingere ogni manifestazione di gerarchia sociale. Al contrario, gli intellettuali della “vera Europa” propongono di ritornare dal sapere tecnico alla «saggezza», cioè a una naturale divisione dei ruoli fondata non tanto sulla certificazione asettica delle competenze, quanto sulla consapevole accettazione delle responsabilità che ciascuna funzione comporta. Per usare una formula ormai fuori moda: My stance and its duties.

Un quarto punto è l’assoluta primazia che questi intellettuali attribuiscono alla nostra comune eredità cristiana, condannando invece la chimera del multiculturalismo. Il punto è che quest’ultimo o coincide con una spersonalizzazione (o una colonizzazione) delle nostre comunità, oppure implica una volontà di coercizione e assimilazione nei confronti dei gruppi che ci fregiamo di accogliere. E probabilmente è con questa «cattiva coscienza» che le élite, secondo i sottoscrittori del Paris Statement, ci stanno imponendo l’agenda multiculturalista: sono falsamente e maliziosamente convinte che prima o poi gli immigrati accetteranno i nostri costumi e le nostre tradizioni politiche. Si sbagliano. Non si rendono conto che il multiculturalismo o sancirà la scomparsa della nostra, di cultura, o accrescerà esponenzialmente la conflittualità delle nostre società (e i due esiti non sono incompatibili tra loro).

Un quinto aspetto fondamentale è l’opposizione all’universalizzazione della logica di mercato. L’economia libera ha comportato enormi vantaggi e ha garantito al nostro mondo un sistematico vantaggio sui concorrenti, ma «non possiamo consentire che tutto sia in vendita». Secondo gli autori del manifesto, il buon funzionamento del mercato richiede un rafforzamento delle istituzioni giuridiche (rule of law, che potremmo tradurre con la formula non del tutto esaustiva di “supremazia del diritto") e sociali che non operano in base alle logiche di mercato.

In ultima istanza, vorrei sottolineare il giudizio che gli autori esprimono sul populismo. Pur biasimando il ricorso a «slogan semplicistici» e ad «appelli emotivi divisivi», costoro riconoscono che questo fenomeno politico rappresenta una «sana ribellione» contro il fallimento delle élite, del «fanatismo di centro» e della falsa idea di Europa. Naturalmente, le istanze del populismo vanno interpretate. Esso è destinato a fallire se si limiterà a invocare la scomparsa delle élite. Come insegnano teorici politici del calibro di Gaetano Mosca, il governo sarà sempre oligarchico (ci saranno sempre pochi che governano e molti che sono governati). Le élite non spariranno mai; quello che bisogna ottenere, piuttosto che la loro soppressione, è il miglioramento dei meccanismi di selezione e ricambio delle classi dirigenti. Ma di questo potremo parlare in una successiva occasione.


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17 luglio 2017

“La fine della politica” e la crisi della democrazia liberale


di Alfredo Incollingo

La democrazia liberale è in crisi: è un dato evidente che nessuno può mettere in dubbio. Ci sono gli apologeti più incalliti che si ostinano a parlarne in termini idealisti e “buonisti”. Per costoro la democrazia, la forma di governo maggioritario in Occidente, non pare soffrire di problemi e deficit strutturali. A lungo andare, se non si interviene dalla radice, il liberalismo e tutto ciò che esso rappresenta potrebbe involvere e collassare.

Un libro sulla decadenza

Stiamo attraversando una fase di decadenza e a soffrirne è soprattutto la politica. La “liquidità” della post-modernità ha ridimensionato la società in tutti i suoi settori. Siamo di fronte al tramonto della politica e del “politico”? A fare una diagnosi del problema e a proporci possibili soluzioni, senza la pretesa di avere la cura efficace, ci sono due giovani e intraprendenti studiosi di scienza politica, Lorenzo Castellani e Alessandro Rico e il loro ultimo lavoro “La fine della politica? Tecnocrazia, populismo, multiculturalismo”, pubblicato dalla casa editrice “Historica” nel 2017. Nella “Prefazione” di Giovanni Orsina (politologo e storico italiano presso la “Luiss – Guido Carli” di Roma) si chiarisce un presupposto essenziale per non travisare l’argomentazione: “la democrazia liberale è di gran lunga – molto di gran lunga – il miglior sistema di organizzazione della vita politica che gli esseri umani abbiano sperimentato fino ad ora.” Non è un libro contro la democrazia, come si potrebbe pensare, ma è un testo che ci aiuta a ragionare sulle difficoltà che sta attraversando per poter finalmente ripartire. E’ necessario abbandonare le utopie liberali e i falsi profeti del “ridente occidente” e assumere un atteggiamento realista nell’analizzare che cos’è la democrazia nella post-modernità.

La democrazia tra la tecnocrazia, il populismo e il risveglio del “politico”

Lorenzo Castellani, giornalista e docente presso la “Luiss – Guido Carli”, e Alessandro Rico, dottorando in “Political Theory” presso la stessa università ed editorialista de “La Verità”, ci aiutano a comprendere i sommovimenti che stanno turbando le democrazie occidentali. Prima di tutto è necessario capire come approcciarsi al problema della crisi liberale: è preferibile un “metodo realista”, che sappia leggere la realtà politica, lasciando da parte gli strali utopistici di alcuni apologeti del liberalismo. Solo in questo modo è possibile, secondo il Castellani, capire che cosa sta accadendo alla democrazia, riscoprendo i suoi limiti (come tutte le forme di governo) e le sue potenzialità. Entrambi gli autori mettono in luce la sfiducia che gli elettori hanno nei confronti della democrazia, una mancanza di “fede” acuita dalla crisi economica del 2008. Si avverte sempre di più la delegittimazione della politica, sempre più affidata a organi internazionali: la sovranità politica viene ceduta a terzi. In questa situazione così critica emergono i populismi, che si propongono di risolvere la crisi democratica ponendo fine allo iato fra le promesse della politica e la loro effettiva concretizzazione. Emerge in questo contesto quello che per Castellani è un problema del liberalismo moderno: l’assolutismo liberale e il pretendere di adeguare la realtà ai ideali fin troppo irrealizzabili. E’ necessario invece avere un approccio realista, che sappia guardare ai fatti e agli aspetti più contraddittori della democrazia. Alassandro Rico analizza invece un altro aspetto dell’utopia insita nel liberalismo: la volontà di eliminare il “politico”, ovvero i conflitto e la contrapposizione, secondo la definizione di Carl Schmitt. L’autorità e il potere non hanno così più senso, indebolendo gli Stati nazionali. Il liberalismo ha finito per distruggere le fondamenta della democrazia: la società si è svuotata dei suoi valori fondanti, ritenuti inutili, e si adeguata ad una forma subdola e opprimente di morale: il politicamente corretto. La volontà di annullare le differenze ha così pervaso ogni aspetto della vita sociale e il livellamento ha investito le culture e l’individuo. Le differenze sono bandite (illusoriamente): chi parla di diversità è bandito. Si crede nel sogno multiculturalista o in quello del “gender”, sorvolando sui conflitti che essi generano. Nonostante si tenda a rinnegare il “politico”, esso riemerge continuamente e questo dimostra l’infondatezza dell’utopia liberale.

http://www.barbadillo.it/67507-libri-la-fine-della-politica-di-castellani-e-rico-e-la-crisi-della-democrazia-liberale/

 

26 febbraio 2014

Beppe, espellili tutti! Ovvero: perché Grillo fa bene a cacciare i "dissidenti"

di Marco Mancini

Tra poco più di un'ora conosceremo il verdetto della “rete” sulla richiesta di espulsione dal gruppo parlamentare del Movimento 5 Stelle dei 4 senatori “dissidenti” (Orellana, Battista, Campanella, Bocchino). La richiesta è già stata accolta favorevolmente dai gruppi riuniti di Camera e Senato, anche se le voci critiche sono state più del previsto e si paventa addirittura una clamorosa scissione in seno al Movimento.
 

04 novembre 2013

Altro che populisti! Caro Letta, è l'Europa a distruggere se stessa

di Marco Mancini

Il 1° novembre, giorno di Ognissanti, sei quotidiani dei principali Paesi europei – per l’Italia, la laicissima “Stampa” – hanno pubblicato l’intervista rilasciata dal presidente del Consiglio italiano, Enrico Letta.