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08 settembre 2015

Profughi e Siria: l’Occidente tra realismo e ipocrisia



di Fabio Petrucci

La foto del piccolo Aylan Kurdi, il bimbo curdo-siriano morto in Turchia nel tentativo di raggiungere la Grecia insieme alla famiglia, ha fatto il giro del mondo, riaccendendo l’attenzione internazionale sulla Siria. Tuttavia, nell’epoca dei social network, la società occidentale appare molto propensa ad ondate di emotività collettiva ed a manifestazioni d’indignazione destinate ad eclissarsi nel giro di una settimana. Per tale ragione la complessa questione migratoria esplosa in questi anni, ed aggravatasi ulteriormente negli ultimi mesi, rischia di essere affrontata con la proverbiale improvvisazione di chi basa la politica sugli slogan ad effetto, senza la capacità di individuare cause, responsabilità ed eventuali soluzioni realistiche e durature.
La tragica morte di Aylan non è che la punta dell’iceberg del dramma vissuto in questi anni da milioni di cittadini del Medio Oriente e dell’Africa settentrionale, travolti dal caos seguito a quelle che l’ingenuo entusiasmo politico-mediatico (di chi oggi si indigna per i profughi) battezzò con il nome di “primavere arabe”. Come ormai è noto a chiunque, dietro i sommovimenti verificatisi in Tunisia, Libia, Egitto e Siria si agitavano gli interessi di un’eterogenea coalizione di paesi: dagli USA al Regno Unito, dalla Francia alla Turchia, fino ai “petro-Stati” dell’Arabia Saudita e del Qatar. Mentre in paesi come la Tunisia e l’Egitto si è giunti, con modalità diverse, ad una parziale stabilizzazione della situazione politica, la Libia e la Siria hanno avuto il destino peggiore. In Libia, la distruzione dello Stato forgiato da Gheddafi ha condotto ad una spirale di conflitti tribali e spinte separatistiche tragicamente simili a quelle conosciute in passato dalla Somalia. In tal modo l’ex colonia italiana è tornata ad essere base di partenza per massicci flussi migratori, provenienti dall’Africa sub-sahariana e dal Medio Oriente e diretti verso l’Italia.
In Siria si è invece sviluppata una “guerra civile” che va avanti dal 2011 e che vede coinvolto in pieno territorio siriano anche l’autoproclamato “Califfato” salafita dell’ISIS. Dopo quattro anni di guerra feroce, inevitabilmente il numero dei profughi siriani si è allargato a dismisura, arrivando a contare oltre quattro milioni di persone. La gran parte di costoro ha trovato ospitalità nei paesi più prossimi, ossia la Turchia, il Libano, la Giordania, l’Iraq e l’Egitto. Mentre paradossalmente, malgrado la vicinanza al territorio siriano, i ricchissimi paesi della penisola arabica, in prima linea nel finanziamento ai gruppi dell’opposizione armata contro il governo di Damasco, non ospitano alcun profugo.
Negli ultimi mesi, forse anche a fronte di un cambio di strategia da parte dell’esecutivo turco, flussi di profughi siriani d'inedita portata hanno cominciato a dirigersi verso l’Europa. Dinanzi a tale circostanza l’opinione pubblica europea si trova sostanzialmente divisa tra due forme di retorica cariche d’ideologia: la retorica dell’accoglienza che non va alla radice dei problemi e quella della becera xenofobia. In realtà, come ha ricordato il patriarca della Chiesa cattolica melkita, Gregorio III Laham, la soluzione dell’emergenza profughi è legata a doppio filo alla necessità di pacificare la Siria, liberandola innanzitutto dalla brutale presenza dell’ISIS: «Ai governi occidentali dico che il punto centrale non è accogliere e ospitare i profughi, ma fermare il conflitto alle radici. Tutti devono essere coinvolti, dall’Occidente alle nazioni arabe, dalla Russia agli Stati Uniti. Questo è ciò che aspettiamo, la pace. Non parole sui migranti e discorsi sull’accoglienza».
Le parole pregne di realismo e concretezza del patriarca Gregorio III chiamano in causa principalmente gli USA ed i loro alleati europei. L’irragionevolezza delle politiche di Obama e dei suoi alleati in Siria è la principale causa non solo della crisi che attanaglia quel paese, ma anche del dilagare dell’ISIS in Iraq. L’Occidente ha la gravissima responsabilità di aver alimentato un conflitto sanguinario, in combutta con Stati che non brillano per democrazia e liberalità come l’Arabia Saudita, al solo scopo di provocare la caduta di un regime politicamente indipendente, alleato fedele della Russia e dell’Iran e nemico delle correnti fondamentaliste del sunnismo. Un paese, la Siria, per cui ancora nel 2010 l’ex presidente italiano Giorgio Napolitano usava parole di «apprezzamento per l’esempio di laicità e apertura che offre in Medio Oriente e per la tutela della libertà assicurate alle antiche comunità cristiane». Un paese descritto dall’ex vescovo cattolico di Aleppo, mons. Giuseppe Nazzaro, nel seguente modo: «C’era libertà e rispetto reciproco. A maggio facevamo le processioni lungo le vie di Aleppo alle quali i musulmani guardavano con curiosità e rispetto. […] I diritti erano uguali per tutti, tanto che il governo annoverava ministri cristiani».
D’altra parte il richiamo del patriarca Gregorio III, tra le voci più importanti dei cristiani di Siria, ben si sposa con la proposta russa di una grande coalizione internazionale contro l’ISIS, inclusiva dei principali attori internazionali e regionali. Una proposta che però, purtroppo, l’Occidente pare determinato a non ascoltare, stante la ribadita volontà della Casa Bianca e dall’Eliseo di escludere Assad e le forze che sostengono l’esercito siriano (miliziani libanesi di Hezbollah, volontari iraniani) dallo sforzo bellico contro i fanatici del “Califfato”. Prospettiva che, anziché limitare la tensione, rischierebbe di aggravare ulteriormente il conflitto e provocare il collasso definitivo della Repubblica di Siria. In tal caso, ancor più di oggi, sapremo che quelle dei governi occidentali per i bimbi morti sono solo ipocrite lacrime di coccodrillo.

 

16 febbraio 2015

24 agosto 2014

Aspettando la Bagarre

di Paolo Maria Filipazzi
“Viviamo la Terza Guerra Mondiale ma a pezzi”: così il Papa, parlando con i giornalisti sul volo di ritorno dal viaggio in Corea del Sud, ha sintetizzato l’attuale situazione internazionale, e mai - ahinoi- sintesi fu più efficace. Verrebbe da aggiungere che i pezzi sono montati assieme, costituendo tessere di un mosaico che, se guardato nella sua integrità, si rivela come l’incipiente resa dei conti fra diversi blocchi geopolitici, in un quadro, però, ben poco manicheo, in cui le tinte grigie e chiaroscurali sembrano essere le prevalenti.
 

07 marzo 2012

La Libia un anno dopo. Un cimitero (profanato)

di Marco Mancini
Un cimitero, quello contenente le spoglie dei militari britannici caduti nel secondo conflitto mondiale, profanato da un gruppo di islamisti esagitati. Succede a Bengasi, seconda città della Libia, dove era partita l’insurrezione anti-Gheddafi e dove uomini dell’intelligence e consiglieri militari anglo-francesi avevano messo piede addirittura prima dello scoppio della rivolta. Dove, insomma, massima dovrebbe essere la riconoscenza dei libici verso gli occidentali “liberatori”. Invece, decine di tombe e persino la Croce che sormonta il Camposanto vengono abbattute a calci e colpi di martello. Un cimitero, per giunta profanato: forse non c’è immagine migliore per descrivere la nuova Libia.
 

22 ottobre 2011

Libia: un nuovo Afghanistan?

di CampariedeMaistre
Le scene viste a Sirte ieri non possono che richiamare alla mente la Milano del 29 aprile 1945. Quello spettacolo da “macelleria messicana”, di cui parlò Ferruccio Parri in seguito ai fatti di piazzale Loreto, non ha certo giovato all’immagine internazionale dei ribelli libici, così come non aiutò quella dei partigiani nostrani. Certo, forse non poteva andare diversamente. Forse quello era l’unico modo per assecondare i desideri irrazionali di una folla che ha subito per oltre quarant’anni una dittatura. Tuttavia osiamo permetterci il lusso di sostenere il diritto, anche di un tiranno, a un processo e a una dignitosa – nonché giusta - eventuale condanna a morte.
 

27 agosto 2011

Tripoli '11

di Federico Catani
“Ma Tripoli cos’è/ è il primo nome che/mi viene in mente te/ lo immagino lontano/ dove non so/ in cerca di battaglie/perché/ perché ogni uomo senza battaglie/ non può sentirsi un uomo/ un uomo un uomo un uomo un uomo”.

Ascolto la canzone di Patty Pravo, “Tripoli ‘69” e penso a lui, al povero Gheddafi che salito al potere 42 anni fa (proprio nel 1969) ora si ritrova spodestato e costretto a nascondersi non si sa dove. Come farà il raìs con tutti i suoi vestiti sgargianti a passare inosservato? Chissà se le sue amiche amazzoni l’hanno accompagnato (oppure gli stavano vicino solo in Italia in modo da far rosicare il suo ormai ex amico Berlusconi?). Chissà che fine gli  prepareranno i ribelli? Sono domande che tutti, angosciati, legittimamente ci poniamo, mentre lui rimane lì, nella sua terra, urlando ai quattro venti che bisogna resistere, perché la Libia deve appartenere ai libici e a nessun altro. Un colonnello tutto d’un pezzo!

Ciò detto, premetto che per ogni seria riflessione sull’andamento di questa pazza guerra libica cent’anni dopo l’impresa coloniale italiana (e pensare che dicevamo di aver conquistato solo uno scatolone di sabbia…: sempre svegli noialtri!), rimando a quel che han scritto Magdi Cristiano Allam e Massimo Introvigne.

Però due parole le voglio dire anch’io. Cosa abbiamo ottenuto con sei mesi di guerra? Forse è ancora presto per trarre conclusioni, tuttavia al momento la risposta è: non un granché. Anzi, di sicuro si è portato il Paese nel caos. Un tiranno è stato abbattuto. È vero. Bene. Nessuno sopportava le pagliacciate di cui ci ha resi spettatori quando è giunto in Italia. E nessuno condivideva la sua condotta politica. Personalmente, poi, non gradivo le sue frecciate anti-italiane, dal momento che, tutto sommato, qualcosa di buono in Libia gli italiani l’hanno fatto. Ma ora? Siamo sicuri che dopo Gheddafi arriverà la democrazia? Siamo sicuri che staremo più sicuri? Io ne dubito. Insomma, non credo che Tripoli diventerà un “bel suol d’amore”. In effetti, così come sta accadendo in Egitto e in Tunisia, il movimento dei rivoltosi è disomogeneo e per niente unito. E tra coloro che hanno sconfitto il raìs ci stanno pure i fondamentalisti islamici. Oggi il vero problema della presunta primavera araba (Israele sarà contento!) è proprio l’avanzata dei radicali islamici, specie dei Fratelli musulmani, che sembrano moderati, ma moderati non sono affatto. Non è un caso che sia in Egitto, sia in Libia, si sta pensando di rendere la sharia la principale sorgente legislativa dello Stato. Come avrebbe detto la Sora Lella:


Venendo agli affari di casa nostra, con il colonnello avevamo stretto accordi vantaggiosi, sia sotto il profilo economico che sotto quello dell’immigrazione. Adesso? Certo, Berlusconi e Frattini, seppur contro voglia, hanno partecipato alla guerra e ora trattano con i ribelli per mettere al sicuro i nostri interessi. Però il rischio che Francia e Gran Bretagna ci scippino il posto più vantaggioso è grande.

Insomma, alla fine della fiera, non vorrei che si dicesse: ma chi ce l’ha fatto fare? In fondo, Berlusconi alla guerra era contrario, ma vi ha preso parte perché spinto dall'improvvisa passione guerrafondaia del nostro Capo dello Stato. Una passione peraltro condivisa dalla sinistra, che in genere ci ha sempre rotto le balle con la solfa del pacifismo e dell’anticolonialismo. Questa volta invece tutto il mondo voleva la guerra. Della Siria, dove Assad si sta comportando assai peggio di Gheddafi, non ce ne frega nulla. Ma in Libia, cribbio, si doveva intervenire per difendere la popolazione! Siamo o non siamo i difensori dei diritti umani? Ecco, vedremo ora dove si andrà a parare. Io penso, con amarezza, che dopo tutto questo baccano si constaterà: era meglio Gheddafi.

P.S. Faccio una confidenza. Io e il colonnello abbiamo lo stesso debole. A tutti e due piace Condoleeza Rice. Solo che io non ho un album con tutte le sue foto e non ho mai confessato di amarla.