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09 gennaio 2020

Libri per il 2020


di Enrico Maria Romano
E’ iniziato di gran carriera il 2020 ed occorre fiutare bene l’andamento celerissimo del mondo. I social non bastano, e una cosa è l’informazione, importante ma effimera. Altra cosa è la formazione: più lenta, più duratura, e più efficace a costruire persone consapevoli e cristiani adeguati ai tempi. Oggi quindi, come mai prima, leggere si deve. Per mantenersi liberi e indipendenti dal pensiero dominante (e obnubilante). E se si deve, si può.
Quindi tra i primi acquisti da fare in queste settimane, non manchi almeno uno dei libri che, usciti a fine 2019, saranno ancor più utili in questo 2020 ed oltre.
Eccone una selezionata scelta che il buon cristiano e il buon patriota debbono procurarsi con celerità.

Si tratta di una nuova magnifica edizione del lunghissimo commento che ha fatto il grande domenicano al quarto Vangelo, scritto dal discepolo prediletto di Gesù, e spesso chiamato il Vangelo dello spirito o il Vangelo dell’Amore. La cosa veramente importante è notare quanto il pensiero teologico medievale fosse impregnato di Bibbia e di esegesi biblica. Secondo la vulgata, nel senso di opinione diffusa e discutibile, s. Tommaso e gli altri dottori del tempo (come Alberto Magno, Bonaventura etc.) erano più aristotelici che biblici, più filosofi che teologi, più razionali(sti) che cristiani. Questo commentario monumentale, accessibilissimo però grazie al lavoro di edizione di padre Roberto Coggi op, è la più solenne smentita di cotali pregiudizi. Fondativo.

Greta ha sonoramente rotto le scatole: diciamolo senza falsi pudori e pruderie. I timori infondati che inocula nelle masse, anzitutto nelle masse giovanili facilmente manipolabili – specie in chi propone loro di ridurre la settimana scolastica da 5 a 4 giorni – debbono cessare. Il Pedretti, senza ideologismi preconcetti, analizza partitamente i problemi suscitati, veicolati o sbandierati dalla svedesina più famosa di sempre. L’ambiente, il surriscaldamento e le sue cause, l’animalismo, il veganismo, la questione del diesel, il mitico (e satanico) CO2. Certe problematiche sono false o almeno mal poste (come il rischio di estinzioni delle principali specie animali). Altre sono vere, come l’inquinamento delle metropoli, dei mari e dei fiumi, ma catastrofisticamente usate. Altre sono incerte, come il rapporto tra industrializzazione e riscaldamento globale, e dunque urge prudenza e coscienza, più che venerdì a spasso. Utile.

Lo storico cattolico ricorda il grande filosofo anticonformista Augusto Del Noce in occasione dei 30 anni dalla di lui morte (1989). La grandezza e l’attualità del magistero delnociano sta nell’equilibrio e nell’autonomia in cui l’intellettuale si mantenne tra Scilla e Cariddi. Da un lato il marxismo culturale, che dominò in Italia in modo pressoché totalitario dal 1968 alla caduta del muro di Berlino (1989), e dall’altro il pensiero del progressismo liberal che andava formandosi allora, a cui anche moltissimi cattolici progressisti diedero una mano. Lui no. Lui rimase integralmente fedele a Dio-Patria-Famiglia in un mondo ostile, respingendo con forza e profezia i vari ismi del momento, tra cui l’edonismo, il relativismo etico e il resistenzialismo, cioè l’idea-mito che la Resistenza fosse il momento palingenetico della storia recente d’Italia. Formativo.

Un giovane filosofo ci spiega l’importanza della nozione di senso comune, ovvero dei primi elementi della razionalità, comuni a tutti gli uomini, dotti e non, e necessari alla formulazione del giudizio. L’antitesi del relativismo, del pensiero debole (Vattimo) e del nichilismo valoriale di moda oggi. Tra questi elementi prefilosofici, che Maritain chiamerà doti (o doni) della natura in noi, ci sono la certezza dell’esistenza della realtà, di noi stessi e della possibilità della conoscenza. Si parla anche qui di metafisica spontanea, cioè naturale e connaturata all’uomo, in quanto homo sapiens. Senza le verità o le intuizioni prime del senso comune, qualunque ragionamento potrebbe essere dichiarato opinabile e dunque illusorio. Ma grazie a Dio anche chi sragiona, volendo, potrebbe ragionare! Filosofico, ovvero tendente alla saggezza (del lettore).

Il ben noto biografo e mariologo italiano ci presenta la vita di colui che resterà ancora per molto come il principe degli esorcisti del XX secolo: padre Gabriele Amorth. La cui biografia finora era poco conosciuta. Ma essa è ricca e piena di risvolti. Il giovane Gabriele per esempio rischiò da vicino la fucilazione per fatti di resistenza, in ciò vicino al padre Mario, tra i fondatori del Partito popolare con don Sturzo. Tra le sue battaglie successive però ci fu la lotta spirituale contro il comunismo e l’ateismo. Fu anche grazie a don Amorth se nel 1959 i Vescovi italiani, sotto la guida di Giovanni XXIII, consacrarono a Catania l’Italia al Cuore immacolato di Maria. Il che avvenne in prospettiva decisamente antimarxista e antisovietica. Dal 1986 alla morte del 2016 invece passò alla diuturna lotta contro il demonio e… contro preti, vescovi e cardinali che a satana non volevano credere, sopprimendo ogni esorcismo nelle loro diocesi. Avvincente.

Silvano Panunzio (1919-2010) fu il figlio del giornalista e politologo Sergio (1886-1944), quest’ultimo membro di primo piano del sindacalismo rivoluzionario di primo Novecento, nonché intimo amico del cavalier Benito Mussolini. Il figlio Silvano invece fu una personalità più versata nelle cose delle spirito e della filosofia, sebbene cedesse troppo a certe mode esoteriche e simbolistiche. Nel 1946 assieme al fratello Vito fonda la rivista culturale Pagine Libere, su cui scriveranno autori come Gioacchino Volpe, Nino Tripodi, Luigi Ventura e il rabbino fattosi cattolico Eugenio Zolli. Nel 1976, lanciò la rivista anticonformista Metapolitica, che durò per 34 anni. Iduna ha ripubblicato i migliori articoli e saggi del nostro, che sinteticamente possono definirsi come una critica radicale e impietosa della contemporaneità. Ustionante.

Da ultimo un libro dotto e in lingua francese (ben sapendo che non mancano né i dotti né i francofoni tra i lettori del nostro blog). Un giovane sacerdote, che in pochi anni ha accumulato titoli di studi e pubblicazioni specialistiche, fa la storia delle divisioni (dottrinali, pastorali, ideologiche) nella Chiesa, che spesso sono diventate divisioni – purtroppo – dalla Chiesa. E questa storia inizia sin dai tempi apostolici ed è destinata a durare ancora. L’abbé Berthe mostra la larghezza di vedute che spesso permise di salvare il gran bene dell’unità cattolica, mentre la durezza di cuore, degli uni e degli altri, fu la vera causa che a volte produsse scismi ed eresie. Anche oggi c’è bisogno che nella Chiesa si mantenga vivo questo doppio binario teologico e giuridico, sia ad intra che ad extra: fermezza nel dogma, e solo nel dogma, elasticità e prudenza nella pastorale, e soltanto in essa. Consigliabile a tutti coloro che realmente bramano che si faccia un solo Ovile sotto un solo Pastore.



 

01 settembre 2019

L’Unione Democratica di Centro, un populismo svizzero e gentile

di Enrico Maria Romano
Tra i tanti partiti e movimenti che compongono il populismo europeo, ce n’è uno di cui si parla poco, forse anche perché il nome risulta poco accattivante per coloro che intendono stabilire una precisa identità tra populismo e destra più o meno estrema.

Tale partito, è l’Unione Democratica di Centro, fondato nel 1971 in Svizzera e oggi guidato dall’ingegnere agronomo Albert Rösti. Le tematiche forti del partito – riassumibili nello slogano più società, famiglia e tradizione, e meno tasse e burocrazia di Stato – stanno nella difesa della cultura elvetica, nel mantenimento della Svizzera rigorosamente fuori dalla Unione Europea (e dall’euro), e nella sicurezza delle strade e del domicilio come prime libertà dei cittadini.

Oltre ovviamente, alla lotta - pacata nei modi ma ferma nella sostanza - contro l’immigrazione (illegale, non scelta e senza regole e principi che la contengano). E proprio su quest’ultimo tema si è svolta a Berna, il 13 agosto scorso, la conferenza stampa del partito per programmare l’agenda politica del 2019-2020.

Secondo Rösti, nel 2018 nella tranquilla ma forse un po’ idealizzata Svizzera, ci sono state oltre 432.000 infrazioni del Codice penale vigente e 76.308 violazioni della legge sugli stupefacenti. Gli indagati di origine straniera sono aumentati del 4% in un solo anno, e la proporzione dei crimini commessi dagli stranieri non integrati o giunti da poco è certamente superiore, anche lì, al loro numero effettivo.

In particolare, il presidente dell’UDC ha reso noto che nel 2018 sono stati denunciati alla polizia elvetica ben 626 stupri. Quasi 2 al giorno, per una nazione che facilmente ci immaginiamo crime free e che conta appena 8.500.000 abitanti (in pratica meno della sola Lombardia).
Ebbene, “sui 527 accusati, 317, quindi il 60%, erano stranieri” e la proporzione tocca i due terzi, se si contano gli atti analoghi allo stupro (toccamenti, esibizionismo, etc.), ma comunque di natura sessuale. Anche i casi di violenza domestica, a cui gli svizzeri sono particolarmente attenti, riguardano principalmente i residenti di origine straniera, fino a superare il triplo di quanto commesso dai cittadini elvetici.

Un conto quindi è dire con i poeti alla Saviano che l’immigrazione favorisce la pace e il progresso, un conto è citare i numeri, anche perché come diceva qualcuno “i numeri sono ostinati”…
Virna Conti, presidente dei giovani dell’UDC di Ginevra, nella stessa conferenza stampa, ha dichiarato che le donne in genere, e in particolare quelle più giovani, si sentono sempre meno sicure sulle strade delle città elvetiche. E si registra anche nella nostra civile vicina, di anno in anno, un aumento degli insulti misogini verso le donne “senza onore”, che per certi stranieri sarebbero le occidentali, specie se fumano, bevono o mettono una minigonna… Nell’abituale assordante silenzio delle femministe, ovviamente.

Secondo il consigliere nazionale Mauro Tuena, l’immigrazione di massa o non selezionata alla fonte e all’ingresso in Svizzera, ha introdotto nuove forme di criminalità prima sconosciuta. Come quella dei clan turchi o rumeni che agiscono come piccole mafie, chiuse e ben organizzate, dandosi allo spaccio di droga, allo sfruttamento della prostituzione e al riciclaggio del denaro sporco.
A tutto ciò, fa riscontro un sensibile aumento, riportato dal funzionario della polizia di Zurigo Thomas Werner, delle violenze e delle ingiurie contro gli uomini in divisa: militari, poliziotti, e perfino pompieri e finanzieri. E molto spesso tali delitti vengono commessi da stranieri ubriachi o sotto l’effetto di droghe.

Insomma l’abolizione dei confini, l’immaginario propagandato ad arte dell’uomo cittadino del mondo e dell’immigrazione e la multiculturalità come futuro meraviglioso per tutti, si rivelano più o meno ovunque delle pie leggende, fabbricate però con bassi intenti politici.
La conclusione di Albert Rösti è che i delinquenti stranieri condannati a pene severe “devono essere sistematicamente espulsi dopo aver scontato la pena”. E anche su questo non si vede come dar torto allo svizzero.
Infine, una domanda finora senza risposta. Perché sarebbe assurdo per noi italiani o per altri proporre un’uscita dall’UE, se coloro che hanno certamente un’economia più florida della nostra e una minore disoccupazione, della UE non vogliono far parte?

 

21 febbraio 2018

Kasper, la Chiesa tedesca e la crisi religiosa

di Enrico Maria Romano
Da decenni ormai la Chiesa cattolica tedesca risulta essere una delle comunità ecclesiali più progressiste, più liberal e più ammodernate del pianeta.
Basta ricordare i nomi di alcuni dei suoi eminentissimi rappresentanti per associarli immediatamente all’apertura della teologia teutonica di secondo Novecento a tutto ciò che prima era comunemente aborrito dai cattolici: il protestantesimo e la figura-simbolo di Martin Lutero, la laica modernità e lo stesso spirito libertario.

Tra questi nomi, spicca oggi quello del teologo di lungo corso Walter Kasper (1933). Ovviamente egli non è l’unico rappresentante del partito progressista al potere, e vi sono altre figure vecchie e nuove che vanno assolutamente nello stesso senso, come Karl Lehman (1936) o Reinhard Marx (1953). Esiste anche una teologia germanica di segno diverso, i cui nomi di prestigio sono i prelati Joseph Ratzinger, Gerhard Ludwig Müller, Joachim Meisner o Walter Brandmüller.

Kasper però è l’uomo sintesi, l’uomo giusto al momento giusto (nella logica del progressismo). E’ l’unico ad esempio, ad essere stato più volte esaltato con termini a dir poco aulici da Papa Francesco. Nel 2014, il Pontefice disse così in occasione del Concistoro straordinario sulla famiglia: “Ieri, prima di dormire, ma non per addormentarmi ho letto, ho ri-letto, il lavoro del cardinale Kasper [si tratta di Misericordia, Queriniana, 2013]. Vorrei ringraziarlo perché ho trovato profonda teologia, e anche un pensiero sereno nella teologia. È piacevole leggere teologia serena. E ho trovato quello che Sant’Ignazio ci diceva, quel sensus ecclesiae, l’amore alla Madre Chiesa, lì. Mi ha fatto bene e mi è venuta un’idea, ma mi scusi eminenza se la faccio vergognare, ma l’idea è: questo si chiama fare teologia in ginocchio. Grazie. Grazie”…

Ma già nel primo Angelus da Papa il 17 marzo 2013 disse in una piazza s. Pietro colma di curiosi: “In questi giorni, ho potuto leggere un libro di un Cardinale – il Cardinale Kasper, un teologo in gamba, un buon teologo – sulla misericordia. E mi ha fatto tanto bene, quel libro, ma non crediate che faccia pubblicità ai libri dei miei cardinali! Non è così! Ma mi ha fatto tanto bene, tanto bene … Il Cardinale Kasper diceva che sentire misericordia, questa parola cambia tutto. E’ il meglio che noi possiamo sentire: cambia il mondo”. Tutto ciò appare assai sorprendente, tanto più che i papi sono sempre stati sobri negli elogi pubblici a prelati e teologi vari.

Vescovo, cardinale, presule con mille incarichi, il Nostro è stato ex assistente universitario di Hans Küng. Il quale è unanimemente considerato un arci-eretico, negatore esplicito del dogma dell’universalità salvifica della Chiesa (Extra Ecclesia nulla salus), ribadito sotto Giovanni Paolo II nell’istruzione Dominus Iesus (2000). E questa discepolanza il Kasper tende oggi a farla dimenticare, così come i suoi proverbiali scontri col teologo Ratzinger sulla missione e la natura della Chiesa.

Come se nulla fosse, nel 2014, Kasper viene nominato relatore ufficiale al Sinodo dei Vescovi sulla Famiglia. E la sua relazione è di fatto più che possibilista verso il divorzio e il secondo matrimonio tra battezzati. Ancor più recentemente, per i 5 secoli di quella Riforma che scisse in due l’Europa, il Nostro ha dato alle stampe un libro assai benevolo sull’eretico per antonomasia (cf. Martin Lutero. Una prospettiva ecumenica, Queriniana, 2016).

Abbiamo reperito però, un interessante documento che mostra che solo pochi anni fa, e malgrado la già diffusa “ermeneutica della rottura” denunciata da Benedetto XVI, in Germania la dottrina cattolica teneva. E teneva proprio su quei temi etici in cui oggi tra un tedesco cattolico e un tedesco protestante la differenza, se c’è, è ridotta al lumicino.

Siamo nel 1985, in piena era post-conciliare segnata da abusi di ogni genere, ma anche dalla figura sintesi di Giovanni Paolo II. E la Conferenza Episcopale Tedesca pubblica un Catechismo cattolico degli adulti, il quale ottiene grande seguito di vendite e molte traduzioni all’estero (in Italia fu pubblicato nel 1989 dalle Paoline).

Nella introduzione al Catechismo, un giovane professor Kasper scriveva che se “L’Europa è il continente in cui il cristianesimo, per volere della divina provvidenza (At 16,9) ha preso piede”, a causa dell’illuminismo, vi si “è innescato un processo di erosione” che sta portando all’apostasia. “Nella nostra società moderna la fede cristiana è quasi spenta” (p. 4).
Parole pesanti come macigni, divenute purtroppo inudibili, e che dovrebbero mettere i brividi pensando all’oggi. L’illuminismo infatti, proprio come il protestantesimo, è divenuto di recente una sorta di neo-dogma intangibile su cui non si può più sollevar questione.

In ogni caso, il Catechismo dell’Episcopato tedesco di allora, contrariamente ai teologi kasperiani di oggi, insegnava in modo chiarissimo, “il valore dell’indissolubilità” del matrimonio, e il fatto che i cattolici “risposati civilmente vivono obiettivamente in contraddizione dell’ordine divino” (p. 429). “Un amore che sia degno di questo nome è sempre definitivo (…). Si aggiunge anche il bene dei figli che richiede la fedeltà incondizionata dei genitori tra loro” (p. 428). Più o meno l’opposto di quanto Kasper e i suoi sodali sostengono oggi. Addirittura, il testo biblico scelto tra molti per illustrare la dottrina cristiana del matrimonio è la Lettera agli Efesini, in cui è detto: “Le donne siano soggette ai mariti come al Signore”.

Perfino a livello politico si era assai più neutrali e corretti di oggi. Sulle difficoltà poste dal male nel mondo, i vescovi guidati dal professor Kasper scrivevano: “Come possiamo, dopo Hiroshima, Auschwitz, i gulag (…) lodare Dio e la sua onnipotenza?” (p. 142). In riflessioni più recenti, Hiroshima e i gulag sono spariti…
Il futuro del cristianesimo in Europa è molto legato alla tenuta della fede nel mondo germanico (che comprende anche Austria, Svizzera e varie minoranze, come quelle altoatesine). Ma se nel 2013 ci furono 98 nuovi sacerdoti in tutta la Germania cattolica, nel 2015 le ordinazioni presbiterali sono state solo 58, mentre ancora negli anni 90 sfioravano le 300 l’anno. Senza preti, niente messe né confessioni. Senza messe né confessioni, niente parrocchie, chiese, cappelle, basiliche o cattedrali.
Si vedano in tal senso i dati impressionanti raccolti da Giulio Meotti (cf. La fine dell’Europa. Nuove moschee e chiese abbandonate, Cantagalli, 2016).
Se l’albero si riconosce dai frutti, è anche vero che i fatti sono testardi… Segno evidente che il dilagante modernismo non giova al gregge dei fedeli, né alla Chiesa, né all’Europa stessa la quale, piaccia o meno, si è edificata sui valori del Vangelo.


 

07 febbraio 2018

Se la Chiesa si associa al codazzo antifa

di Enrico Maria Romano
Da qualche anno, e con una accelerazione massima, negli ultimi mesi, la mass-medio-crazia occidentale ci sta ammorbando tutti con una spettacolare fake new: alle porte, ci sarebbe niente di meno che lo spettro del fascismo!
Ovviamente, se il fascismo è ridotto da storia a metafisica del Male, da teoria politica a disturbo psichiatrico, tutto diventa fascistizzabile: lo stupratore seriale, il killer, il corrotto, l’hooligan, il razzista, etc.

Infondo l’Ur-Faschismus di Umberto Eco, recentemente riedito in pamphlet e rilanciato dalla stampa per fini politici non dichiarati, era proprio questo. Il fascismo visto non come un periodo storico ventennale e decisivo per la storia d’Italia, con luci e ombre, sanguinari ed eroi, riuscite e sconfitte. Ma qualcosa di metastorico e difficilmente definibile senza l’aiuto della teologia: il male assoluto (nozione poi contraddittoria).

Certo, se la destra e ogni destra, è fascismo allora il movimento fondato dal Duce non si porta troppo male nel mondo, al di là e al di qua dell’Oceano. Ma questa lettura delle cose, si apparenta molto al manicheismo tipico dei Soviet, espresso da Jean-Paul Sartre nel 1965, con il celebre slogan “Tout anticommuniste est un chien”. Ovvero ogni anticomunista è un cane, o almeno è un fascista. E quindi tutti i conservatori, i liberali, i borghesi, i capitalisti, i reazionari, i cattolici (non progressisti) comporrebbero, in qualche modo e forse inconsciamente, l’esercito del neo-fascismo mondiale!!

Marcello Veneziani ha notato più volte che l’antifascismo di maniera e davvero borghese e modaiolo è ciò che resta a chi non ha altre bandiere da difendere, a chi risulta sconfitto dalla storia o almeno assai in declino nei sondaggi. Ci si perdoni la lunga citazione ma è meritata e difficilmente riproducibile. “L’antifascismo è diventato l’ultimo rifugio dei farabutti. 

Quando non hai più niente da dire, nulla di vero, di concreto, di significativo da esprimere, quando non hai nulla di serio su cui fondare la tua legittimità, il tuo ruolo e la tua superiorità, quando non hai motivo per occupare un posto di potere – di sindaco, di ministro, di presidente, di qualche cosa – e non hai un merito, una capacità, un valore per essere quello che immeritatamente sei, quando vuoi sedare i conflitti e i mugugni, quando vuoi vincere facile con un avversario che non sta in piedi, perché non c’è più, perché non si regge, e se esistesse una sua estrema traccia, non avrebbe nemmeno la possibilità di esprimersi e di contendere, allora tiri fuori l’antifascismo (Il Tempo, 27 gennaio 2018).
Ecco uno degli ultimi esempi dell’antifascismo istituzionale e di bon ton. Se il fascismo è sinonimo di violenza e la destra non può che essere fascismo, un guru della sinistra come Roberto Saviano, può impunemente scrivere in un tweet, poi rimosso, che “Il mandante morale dei fatti di Macerata è Matteo Salvini” (3.2.2018).

Che c’entra Salvini con uno squilibrato che spara all’impazzata per strada? C’entra eccome! E’ un politico di destra, quindi è fascismo. Come quel Luca Traini che ha sparato ovviamente. Spari? Sei fascista. (Forse per costoro vale anche la correlativa, ma non osano dirlo per pudore: aiuti la vecchietta ad attraversare la strada? Sei comunista, o almeno del PD).

La Chiesa, ultima e ritardataria nell’UR-Antifascismo, avendo flirtato col fascismo vero e proprio, in carne ed ossa, da tempo cerca di farsi perdonare il suo passato. Così, oggi ha parole durissime sulla presunta xenofobia dilagante, il razzismo (che sarebbe prerogativa della destra), il populismo, la critica all’Unione Europea perfino…
Ma è sempre stato così nel mondo cattolico?

Molti conoscono la celebre invocazione di Pio XI (1922-1939) che indicò Mussolini come colui che aveva ridato l’Italia a Dio e Dio all’Italia, attraverso la soluzione della Questione Romana (apertasi il 20 settembre 1870), il Concordato e i Patti Lateranensi. Patti celebrati comunque da tutti i Pontefici successivi a Pio XI (da Pio XII a Bergoglio incluso).

Ma ci fu un’altra affermazione, meno nota, che farebbe tremare le vene e i polsi di Saviano, dei cattolici più aggiornati e dei benpensanti di ogni schieramento.

Il 24 dicembre 1938, nella Vigilia del Natale, Papa Pio XI fece come da tradizione un discorso ai cardinali e ai prelati della Curia Romana, in Vaticano.

Fra i vari temi toccati dal Pontefice, c’era quello della Conciliazione, siglata a Roma l’11 febbraio 1929, tra Mussolini, capo del Governo italiano e rappresentante del re d’Italia, e il cardinal Pietro Gasparri, Segretario di Stato del pontefice.
Il Papa, che sarebbe morto il 10 febbraio seguente, quindi alla vigilia dei 10 anni della storica pacificazione tra Stato e Chiesa, in modo ‘provvidenziale’ anticipò la commemorazione del Concordato. Forse sentendo arrivare l’ora della fine, poiché aveva già superato gli 80 anni.
In ogni caso, Pio XI nonostante le varie traversie nei rapporti non sempre lisci con il regime, in quell’occasione disse così: “Ci affrettiamo a dire, anzi a proclamare da quest’alto luogo che la Nostra celebrazione del detto decennale vuol essere un inno di vivissimo ringraziamento (…). Occorre appena dire, ma pur diciamo altamente, che dopo che a Dio, la Nostra riconoscenza e i Nostri ringraziamenti vanno alle altissime persone – diciamo il nobilissimo Sovrano ed il suo incomparabile Ministro – ai quali si deve se l’opera tanto importante e tanto benefica ha potuto essere coronata da buon fine e felice successo” (Discorsi di Pio XI, volume III, SEI, 1961, p. 870).
E’ ovvio che il “nobilissimo Sovrano” era Vittorio Emanuele III e il suo “incomparabile Ministro”, Benito Mussolini.

Sarà anche per questo passato che artificiosamente non passa mai, che nella Chiesa odierna i mantra dell’antifascismo eterno, come Eugenio Scalfari, Marco Pannella, Giorgio Napolitano e molti altri vengono lodati, invitati, benedetti ed esaltati?

 

29 dicembre 2017

Un altro anno di lotta per la verità se ne è andato


di Enrico Maria Romano

Alla fine di un anno si è usi fare dei bilanci e trarre delle ragionate e serene riflessioni. Anche quest’anno domini 2017 però, come quelli che lo hanno immediatamente preceduto, non richiede particolari attitudini alla sintesi o una straordinaria memoria, tipo cervelloni tecnologici del Cern di Ginevra. In effetti, la realtà italiana ed europea, e in genere occidentale, in tutta la sua criticità ce l’abbiamo sotto gli occhi e ogni giorno ne constatiamo la pericolosa espansione e il suo essere, in vari modi, una bomba che rischia di esploderci in mano.
A vista umana, ed è l’unica che abbiamo se non scomodiamo la teologia, sembra che ci siamo messi o meglio che ci abbiano messi in una situazione paradossale e invicibilmente negativa. E’ come se fossimo al vertice di un piano inclinato e fossimo costretti, dietro le minacce e le violenze del Sistema, a percorrerlo nel senso voluto. Ovvero, tendendo sempre alla discesa, all’inabissamento, all’auto-umiliazione e alla decadenza.
La situazione politica europea, al di là degli aspetti strettamente economico-finanziari, sembra essere una barca che affonda, come un gigantesco Titanic che prende acqua da tutte le parti – sopra, sotto, ai lati – e che abbia per regola unica ed assoluta questa: il divieto, sotto gravissime punizioni, di denunziare i fori e le fessure da cui l’acqua entra…
Così, il male micidiale e a termine distruttivo della immigrazione di popolamento della nostra Nazione, è evidente e miete vittime ogni giorno: distruzione delle finanze pubbliche (e private), declassamento del lavoro e dei salari, perdita di sicurezza nei quartieri di perferia, aumento vertiginoso di stupri, furti e rapine, eccetera eccetera. Si veda in proposito l’ottima sintesi della dottoressa Anna Bono (cf. Migranti!? Migranti!? Migranti!?, edizione Segno, Udine 2017).
Ma un solo imperativo è proposto-imposto dal sistema egemone: tacere, zittire chi urla contro vento, censurare il mal pensante, quasi dando un rinnovato senso amorale alla massima del moralista cattolico François de La Rochefoucauld (1613-1680), il quale scrisse “Honni soit qui mal y pense”. Ossia vituperato sia chi pensa male! Secondo l’aforista seicentesco, significava che non bisogna criticare troppo il prossimo visto che non lo conosciamo mai a fondo; ma ora il Sistema vuole che tutti pensiamo allo stesso modo (omogenità culturale assoluta) e che nessuno dica spudoratanente che il re è nudo, come nella celebre fiaba di Andersen.
Il 2017 in tal senso ha fatto un enorme balzo in avanti. Già negli anni dopo il 2000 molte agenzie di diffusione del pensiero dominante avevano l’ardire di condannare senza processo ogni critica dell’andamento laicista e immigrazionista della politica europea; ma la censura come tale non era (ancora) di bon ton. Quest’anno, sono gli stessi politici di centro sinistra, in Italia in Europa e nel mondo, che ritengono necessario, contro la rinascita delle nazioni e della libertà di pensiero dei popoli in catene (il che chiamano populismo), usare l’arma micidiale della censura di Stato. E visto che i mezzi di comunicazione attuali sono assai più fluidi e incontrollabili della stampa dei secoli che furono, altrettanto più pervicace e violenta dovrà essere la nuova caccia alle streghe (del pensiero autonomo e dissidente).
Si fanno pressioni e ricatti affinchè i grandi gestori della comunicazione di massa, come Youtube, Facebook, Tweeter ed altri censurino e vietino il pensiero non conforme al Partito. Quest’anno sono incalcolabili le pagine, le vignette, i video, i brani e gli autori che si sono visti sospendere la libertà di parola in nome della lotta alle fake news, alla violenza verbale o alla tutela della democrazia…
Cito un caso tra milioni. Un nostro amico personale e scrittore contro la teoria del gender, Gianluca Marletta, per aver espresso solidarietà al sacerdote che aveva criticato il comportamento troppo libero di una ragazza poi violentata da un branco di pacifici migranti, si è visto per una settimana sopprimere il diritto di parola su Facebook (si veda, proprio nel senso della critica alla censura di Stato che stiamo evocando, G. Marletta, Governo globale. La storia segreta del Nuovo Ordine Mondiale, Arianna Editrice, 2017).
In fondo ci sarebbe da ridere, se non ci fosse da piangere. Le maestre che mandavano dietro la lavagna il bambino intemperante e chiacchierone (nei periodi dell’Italia unita, del fascismo e della stessa incipiente Repubblica), e che certamente avevano maggiori successi educativi di oggi, sono state disprezzate dal ’68 in poi, e ancora oggi sono portate ad esempio di violenza psicologica sui bambini, di cialtronaggine e di sadismo (cfr. come controcanto sulla scuola, E. Frezza, MalaScuola, edizioni Leonardo da Vinci, 2017). Quando poi uno sconosciuto, vivente chissà dove, toglie il diritto di scrivere a un altro umano, non si sa per quale recondita ragione, ecco che questo sarebbe secondo il Progresso…
Ci pensiamo mai o no? I cosiddetti algoritmi censori sono nulla senza una mente umana che li ha concepiti e istallati come instrumentum regni. Non è l’algoritmo il colpevole, né lo può essere il computer come tale o il mondo virtuale del web. Lo è certamente l’ingegnere al servizio del potente di turno che usa malissimo delle sue competenze per sfavorire e rimuovere il dibattito, cancellare la controversia, soffocare sul nascere la possibile ribellione delle masse.
Per decenni e decenni il sale della democrazia è stato il dibattito. E tutti, più o meno, ne erano parte in causa. Oggi non più. Si può discutere in un salotto televisivo o in una facoltà, solo se si accetta preventivamente la doxa dominante. Se no no. E’ quindi un dibattito farsa, tra sinistra estrema, centro sinistra e sinistra liberal. Altre voci non sono ammesse per mancanza di “rispetto delle regole”. Scritte da chi?
Noi che abbiamo a cuore l’Italia e l’Europa, non dobbiamo limitarci a criticare le strategie di indottrinamento dei poteri forti che ci dominano, come l’Unione (anti)Europea, l’Onu e le sue agenzie (Amnesty international, Libera, i gruppi LGBT, la Comunità di s. Egidio, etc.), ma anche continuare a far ciò che mai potranno fare i nostri avversari (salvo a diventare dei nostri): dire la verità!
Dobbiamo dichiarare guerra alla menzogna di qualunque partito e colore, prendendo le parti dell’Italia e della sua gloriosa identità storica, degli italiani e dei loro sacrosanti diritti, violentati ogni giorno in nome del progresso, della pace, dell’amore, come nel migliore (o peggiore) dei mondi di orwelliana memoria (si legga al più presto il romanzo profetico di Robert Benson, Il Padrone del mondo, Fede e Cultura, 2014).
Continuiamo a leggere cari amici, formiamoci e formiamo attorno a noi dei veri cenacoli di dissidenza, di irriverenza, di santa e legittima disobbedienza, e di autentica libertà di spirito. Anche sostenendo le case editrici piccole e controcorrente come Fede e Cultura, Leonardo da Vinci, Lindau e varie altre.
Quando i falsi miti della sinistra e del turbo-capitalismo crolleranno, quando si sarà capito che è impossibile essere una Nazione senza avere dei confini chiari e rispettati, quando sarà più evidente ancora che senza famiglia non c’è educazione – e senza educazione dei figli nessun futuro – la nostra voce scomoda sarà senz’altro apprezzata come un grido profetico, tanto più profetico quanto più ignorato e irriso oggi.



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23 dicembre 2017

La Storia Sociale della Chiesa di mons. Umberto Benigni


di Enrico Maria Romano

Oscar Wilde diceva che “ci sono due modi per odiare l’arte: l’uno è odiarla, l’altro è di amarla con moderazione”. E la cosa non sorprende in un esteta, altalenante tra fideismo, estrosità, eccessi di ogni tipo e genialità poetica.

Parafrasando Wilde, potremmo dire dal nostro nulla che “ci sono due modi per non comprendere il presente: il primo sta nell’ignorare completamente la storia, il secondo nell’ignorarla in gran parte”.

Il mondo globalizzato e senza radici che dilaga come un virus attorno a noi, ci fa perdere a volte il senso del reale, e molti non pensano mai al fatto che senza i nostri bisnonni e trisavoli, noi non saremmo punto. E a ben vedere, senza i ripetuti parti di Eva e delle sue numerose figlie (il divieto di coniugio tra fratelli è infatti di diritto divino derivato e non originario), nessuno sarebbe, neppure uno solo.

Senza Dio poi e la sua incredibile volontà di produzione e di “pieno”, nessun ente avrebbe l’essere. Ci sarebbe dunque, da tutta l’eternità, Dio solo, pacifico sereno imperturbabile e beato come sempre fu (e sarà). Ma questa sarebbe davvero tutta un’altra storia…

Il fatto è che noi, uomini del XXI secolo dopo l’Incarnazione, dobbiamo imperativamente conoscere il nostro passato, in ciò che esso ha di bello mediocre o brutto, per capire, interpretare e finanche correggere il nostro presente, e più ancora per indirizzare meglio il nostro futuro.

Le ideologie di natura materialistica, come l’illuminismo del Settecento e il comunismo del Novecento, hanno sempre desiderato di fare tabula rasa del passato, specie del passato più spirituale, più teocentrico e più lungi dal materialismo.

Mille anni fa nessuno in Italia poteva dirsi non cattolico. La trascendenza divina si era incarnata a Betlemme e si era fatta Storia, e la storia degli uomini divenuti cristiani sembrava doversi definitivamente svolgere in accordo col piano divino su di essa.

D’altra parte, così disse Paolo VI (1963-1978), poco prima di morire al suo grande amico Jean Guitton: “Ciò che mi colpisce, quando considero il mondo cattolico, è che all’interno del cattolicesimo sembra talvolta predominare un pensiero di tipo non cattolico, e può avvenire che questo pensiero non cattolico all’interno del cattolicesimo diventi domani il più forte. Ma esso non rappresenterà mai il pensiero della Chiesa. Bisogna che sussista un piccolo gregge, per quanto piccolo esso sia”.

Era il 1977, esattamente 40 anni fa. Dopo 40 anni di assunzione dell’edonismo come orizzonte culturale di fondo, questo “pensiero di tipo non cattolico” ha prevalso anche tra i battezzati o no? Lo giudichi con pacatezza il lettore, senza pregiudizi in un senso o in un altro, ovvero senza neofobia di destra o neomania di sinistra, come avrebbe detto l’eccellente storico del cristianesimo, mons. Umberto Benigni (1862-1934).

Proprio il magnifico affresco storico di don Benigni, di cui è stato appena pubblicato il terzo immenso volume (cf. U. Benigni, Storia Sociale della Chiesa, volume 3, Centro Librario Sodalitium, 2018, pp. 754, euro 25), ci ridà il gusto e l’amore della Storia in generale, e della storia cristiana in modo speciale.

Il Benigni (1862-1934) è stato un autorevole sociologo, storico, orientalista ed acuminato apologeta della prima metà del XX secolo, docente di lungo corso nelle Facoltà romane e nei seminari pontifici, oltre che battagliero giornalista su testate sia cattoliche che laiche (come la Nuova Antologia e La Fronda). Ma tra le caratteristiche precipue del suo fare cultura spicca, oltre ad un rigore critico d’avanguardia, la bellezza di una prosa e di un fraseggio che permettono di rileggere oggi, con empatia e trasporto, le sue narrazioni di quasi un secolo fa.

La sua opera massima, come ampiezza di pagine e come architettura di fondo, è senza dubbio questa Storia della Chiesa ora riproposta ai lettori italiani, e originariamente pubblicata in 5 volumi, dal primo uscito nel 1906, all’ultimo del 1933. Nelle intenzioni dell’autore, essa doveva comprendere tutto lo svolgersi dei 20 secoli del cristianesimo, ma la morte lo bloccò forse a metà dell’opera: dagli inizi alla crisi dell’età medievale.

Quest’ultimo volume appena uscito, e già datato 2018, il quale può essere letto indipendentemente dagli altri due, mostra ancora una volta l’intelligenza e la sapienza dell’autore, destinata però non solo agli specialisti, agli storici di professione e ai dotti. Ma si direbbe una sapienza storico-teologica di facile acquisizione e che, con un po’ di buona volontà, sembra avere la virtualità di rendere edotto e saggio il fruitore, specie se animato dallo spirito con cui la Storia è stata scritta: lo spirito di verità, che coincide con la vera libertà di spirito (assenza di faziosità, di adulazione e di partigianeria). La comprensione dei fatti storici che fecero la cristianità nel primo millennio, attraverso documenti note esplicative autori vari e diversi, è un aiuto importante e uno strumento necessario per farci capire chi siamo, da dove veniamo e dove dovremmo andare in futuro.

Umberto Benigni, oggi certamente poco noto perfino ai teologi e agli storici del cristianesimo, diverrà presto un punto di riferimento per “quel piccolo gregge” di cui sopra si diceva. Secondo noi, il grande italiano che fu fin nel midollo, ha centrato in pieno quel giusto mezzo che gli uomini di ragione si sono sempre posti davanti alla vita e al destino.

L’eccesso è dato dai rigoristi, riflessivi od impulsivi che siano, i quali tendono all’ingiusta od inopportuna costrizione con vincoli e gravami indebiti almeno nella loro esagerazione. Tale è l’eccesso di tradizionalismo statico, di tuziorismo, di neofobia. Il difetto è personificato dai latitudinarii o lassisti che tendono ad una indebita libertà (…). Questo difetto è a sua volta un eccesso di riformismo rivoluzionario, d’indisciplinatezza, di neomania. Il giusto mezzo è dato dagli equilibrati ai quali spesso è riservata la sorte di vedersi combattuti dalla coalizione tanto assurda quanto spontanea dei neofobi e dei neomani”.

Le sue proprie parole sono il manifesto della saggezza storica e cattolica a cui tutti dovremmo tendere.

http://www.libertaepersona.org/wordpress/2017/12/la-storia-sociale-della-chiesa-di-mons-umberto-benigni/



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14 dicembre 2017

Libri. "La sintesi del Tomismo" e l'attualità del dottore angelico


di Enrico Maria Romano

Quando c’è un eclissi siamo tutti immersi nelle tenebre. Così ripeteva l’intellettuale francese Jean Madiran (1920-2013), riprendendo un’espressione di altri. Più il buio è fitto poi, e più urgono le luci ad illuminarci nel periglioso ed avventuroso cammino della vita.
Abbiamo tutti quanti bisogno di padri, di punti di riferimento, di uomini forti che ci siano di esempio, nella vita e nel pensiero. Nel cattolicesimo romano queste figure non sono mai mancate e per fortuna non mancheranno mai alla Chiesa.

Tommaso d’Aquino (1225-1274) fa parte, indubitabilmente, di quei Maestri spirituali che durano secoli e che anzi resteranno sempre attuali, starei per dire, fino alla fine del mondo.
Le cattedre di tomistica si sono diffuse nel Novecento in tutto il mondo, e la pubblicazione delle opere del Dottore Angelico, ha travalicato ampiamente i confini della sua amatissima patria, l’Italia.
Esistono ormai molte traduzioni delle opere del Nostro, specie dei suoi capolavori, come la Summa teologica e la Summa contro i gentili. Alcune traduzioni dal latino ancora mancano, ma si può ben sperare che nei prossimi anni queste lacune saranno colmate. Abbondano invece i commenti e la letteratura scientifica sul pensiero dell’Aquinate, come pure le edizioni critiche e manegevoli di molti testi tomisti già editi in latino, e piuttosto riservati ai dotti.
Si pensi alla magnifica nuova edizione della Somma curata dai padri domenicani di Bologna (Tommaso d’Aquino, La Somma Teologica, Edizioni Studio Domenicano, 2014-2016, in 4 volumi rilegati ad arte, con il testo originale e una nuova traduzione italiana). Un’opera eccezionale che vale oro e che farà silenziosamente del bene. La luce che apporta san Tommaso all’umanità e alla cattolicità infatti non è immediata e abbagliante, ma è una luce pacata e soffusa, quasi in chiaroscuro, che progressivamente tende a far innamorare il fruitore come in un lungo corteggiamento casto, destinato poi all’amore eterno.
Tra le opere di commento e di semplificazione edite di recente spicca quella del grande teologo francese padre Garrigou-Lagrange (cf. La sintesi tomistica, Fede & Cultura, 2015, a cura di Marco Bracchi, con la presentazione di mons. Antonio Livi).

A queste opere diciamo classiche, quella del Garrogou è infatti del 1950, si è appena aggiunto un nuovo manuale di introduzione, di analisi delle difficoltà e di chiarificazione: Curzio Nitoglia, La sintesi del Tomismo. Sua attualità e suo valore (Effedieffe, 2017, pp. 402, euro 22).
L’Autore, già noto per le sue pubblicazioni apologetiche e filosofiche, presenta i punti forti del tomismo, illustrandone tutta la complessità, la coerenza interna e le virtualità logiche e metafisiche. Risponde poi alle obiezioni della altre scuole filosofiche, sia quelle storiche, interne al cattolicesimo (Scoto, Suarez, Rosmini), sia a quelle, assai più distruttive ed eretizzanti, della filosofia post-kantiana divenuta dopo il Concilio l’orizzonte comune della teologia contemporanea.

Si ricordano poi, giustamente, le tante prese di posizione del Magistero ecclesiastico medievale e moderno in favore della filosofia e della teologia di san Tommaso, culminato con l’encliclica Aeterni Patris di Leone XIII (1879). Ma la preferenza della Chiesa per l’Angelico non si arrestò a Pio XII (1939-1958), e ci sono numerosi scritti dei Pontefici Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI che mostrano una luminosa continuità coi loro predecessori.
Ricorda in proposito il grande studioso tomista Enrico Zoffoli che, “Il nuovo [Codice di diritto canonico, pubblicato da Giovanni Paolo II nel 1983] conferma la volontà della Chiesa (canoni 252,253), ispirandosi al Concilio Vaticano II che nel decreto sulla formazione sacerdotale  (OT 16)  e in quello sull’educazione cristiana (GE 10), raccomanda di avere per maestro l’Angelico”.
Così, il beato Paolo VI diceva che “E’ la prima volta che un Concilio ecumenico raccomanda un teologo, e questi è san Tommaso” (Lettera del 20.11.1974).
Tra i più begli elogi fatti a san Tommaso c’è proprio quello di Paolo VI, espresso nella Lettera ciata: “Senza dubbio, Tommaso possedette al massimo grado il coraggio della verità”. E altresì quello di Giovanni Paolo II: “La sua [di san Tommaso] è veramente la filosofia dell’essere e non del semplice apparire” (Fides et ratio, 44).

La prosa di don Nitoglia, scorrevole informata e a tratti polemica (come lo fu anche l’Angelico contro i nemici della povertà monastica e della vita religiosa), ci aiuta ad entrare nella mens del genio medievale e a diventare nel pensiero e nella vita dei piccoli Tommaso d’Aquino del XXI secolo.



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02 dicembre 2017

La portavoce delle Femen premiata a Parigi


di Enrico Maria Romano

Anne Hidalgo, sindaco.a di Parigi (secondo i canoni della cosiddetta scrittura inclusiva e anti-maschile) ha consegnato il 14 novembre, in pompa magna, il Gran Premio internazionale della Laicità ad Inna Shevchenko, militante delle Femen e protagonista in prima persona di violenze, degradazioni, ingiurie, scandali, provocazioni senza limiti, etc.

Ma andiamo con ordine. Vi ricordate delle Femen?

Secondo l’agiografia dei mass media del progressismo, le Femen sarebbero delle giovani militanti femministe ucraine che, riunitesi nel 2008 dietro Anna Hutsol (1984), vorrebbero cambiare il mondo e la società, abolendo i privilegi maschili, patriarcali e religiosi.

Finora, con un crescendo triste e spettacolare, hanno agitato i loro seni (rifatti) in tutte le principali capitali d’Europa: Mosca, Londra, Madrid, Berlino, Roma…

Varie volte se la sono presa, con violenza, al presidente democraticamente eletto Vladimir Putin e alle religioni, sia l’islam che l’ebraismo, ma in modo tutto speciale, al cristianesimo e alla Chiesa cattolica. Se nell’Islam hanno criticato il fondamentalismo e il moralismo del Corano e di Maometto, un po’ sulla falsariga delle celebri vignette di Charlie Hebdo, la lotta contro il Vaticano è per loro una lotta davvero senza quartiere e senza prigionieri.

Il 13 gennaio 2013 si sono fatte vive, in Piazza san Pietro, per rivendicare i diritti dei gay e il matrimonio omosessuale. Il 12 febbraio seguente hanno invaso, durante una celebrazione, la basilica di Notre Dame a Parigi, commettendo vari delitti censurati dalla legge francese, come violenza in un luogo di culto, manifestazione non autorizzata, interruzione di pubblica assemblea (la messa), oltraggio al pudore davanti a minori, etc. Per tutte queste infrazioni sono state denunciate dai responsabili della basilica, col sostegno del cardinal André Vingt-Trois, ma le Femen, quale tipica lobby coccolata dai padroni, sono state assolte con formula piena…

Durante il Conclave del 2013 dopo le dimissioni di Benedetto XVI, una loro attivista si è spogliata presso san Pietro, mostrando sul petto la scritta minacciosa di No more Pope.

Il 14 novembre del 2014 hanno superato ogni decenza e hanno intavolato un teatrino horror sexy a pochi passi dal Vaticano. Tre Femen con un crocifisso ben riconoscibile in mano si sono messe a terra mimando un rapporto sessuale, mentre sulla schiena avevano scritto, in riferimento al simbolo numero 1 del cristianesimo, “Keep it inside”. Bloccate dalla Polizia, tra lo sdegno dei passanti e la rabbia dei pellegrini, hanno dichiarato, candide come colombe: “I nostri diritti sono in pericolo: siamo qui per rivendicare la laicità, la separazione tra Stato e Chiesa”!

Ogni azione penale si è bloccata, prima ancora di iniziare.

Già nel 2012, al top della notorietà, le est-europee Femen avevano aperto il loro quartier generale proprio a Parigi, la Ville Lumière, palesando così la volontà di fare un salto di qualità e di sfondare in Occidente. Al Guardian hanno dichiarato che la sede parigina serviva loro per allenarsi e formarsi alla battaglia: “Devi essere in buona forma perché magari nelle proteste potresti avere necessità di scappare via, o di attaccare la polizia, o di arrampicarti su un edificio” (22.9.2012).

La cosa realmente piccante in questa storia di volgare lobbing e di “servitù volontaria” ai potenti sta nel fatto che alcune pseudo-rivoluzionarie, non avendo alcuna moralità, ora si stracciano le vesti (o stracciano quelle delle ex compagne di barricate), accusando il movimento di arrivismo, desiderio di soldi e di carriera, di spionaggio e doppiogiochismo. Come dimostra il libro appena uscito che un giornalista francese ha scritto (a sei mani) con due delle principali protagoniste della setta laicista e anticristiana (cf. Olivier Goujon, FEMEN. Histoire d’une trahison, Max Millo, 2017).

D’altra parte, il.la sindaco.a di Parigi, la specchiatissima madame Hidalgo non è da meno, e proprio di recente è stata completamente messa a nudo (si fa per dire…) e screditata da un’inchiesta al vetriolo che mostra tutta la sua partigianeria femminista, laicista e immigrazionista (cf. Airy Routler e Nadia Le Brun, Notre Dame de Paris, Albin Michel, 2017).

Inna Schevchenko, ricevendo il Gran Premio della Laicità 2017, in una sala elegantissima del Comune di Parigi, si è dichiarata onorata del riconoscimento, poiché esso “celebra la libertà di coscienza e di espressione”: “i nostri valori (?!) sono più forti di quelli dell’estrema destra xenofoba che combatte la diversità e rifiuta le minoranze”. Ha poi concluso con pathos gridando verso la platea: “Femministe, laiche, umaniste, il momento è venuto, diveniamo ribelli e mai più schiave”. Il che, detto da una vittima sacrificale del consumismo e dell’immoralismo contemporaneo, non si sa se faccia più ridere o piangere.

http://www.libertaepersona.org/wordpress/2017/11/la-portavoce-delle-femen-premiata-a-parigi/



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31 ottobre 2017

Quel 31 ottobre del 1517


di Enrico Maria Romano

“La Discussione sulla dichiarazione del potere delle indulgenze (in latino: Disputatio pro declaratione virtutis indulgentiarum), nota anche come le 95 tesi, fu un elenco di tesi, che il frate agostiniano Martin Lutero propose alla pubblica discussione il 31 ottobre 1517” (così Wikipedia, alla voce 95 Tesi di Lutero).

Il frate agostiniano, “fu accusato e convocato a Roma già nel novembre 1517. Poco dopo Leone X affidò al card. Tommaso de Vio detto il Gaetano (o Cajetano) il compito di indurre Lutero a revocare, ma né l’incontro tra di loro nell’ottobre del 1518 ad Augusta, né la disputa, a cui partecipò anche il riformatore Karlstadt, tenuta nel giugno-luglio 1519 a Lipsia con Giovanni Eck, validissimo difensore del cattolicesimo, portarono ad un accordo” (Denzinger, edizione del 2003, p. 626).

Così il pontefice, dopo dialoghi e dibattiti teologici tesi a trovare una soluzione condivisa, decise di promulgare la Bolla Exurge Domine, il 15 giugno 1520, a quasi 3 anni dalla provocazione luterana.

Il documento pontificio del 1520 (Denz. 1451-1492) – e non le 95 tesi di Lutero – noi dobbiamo ricordare, celebrare e rimeditare. In questa solenne Bolla di 5 secoli fa risuona, nitidamente, la voce dello Spirito Santo, il messaggio intramontabile di Cristo, la definitiva Rivelazione del Padre all’umanità e alla Chiesa.

“Le proposizioni della Bolla riportano quasi sempre con precisione le parole di Lutero” (p. 626): la loro falsità però a volte è palese e conclamata, a volte meno. Tuttavia le 41 proposizioni luterane inserite nella Bolla, sono condannate dalla santa Chiesa coi termini più categorici: “Tutti e ciascuno gli articoli o errori sopra elencati, Noi li condanniamo, respingiamo, e rigettiamo totalmente (…) come eretici, scandalosi, falsi, offensivi per le pie orecchie, o in quanto capaci di sedurre le menti degli uomini semplici e in contraddizione con la fede cattolica” (Denz. 1492).

Mentre moltissimi credenti e prelati, pastori infedeli e cristiani anonimi fanno di tutto per riabilitare Martin Lutero, l’eretico per eccellenza, l’eretico per antonomasia, noi cattolici senza aggettivi, elenchiamo le più assurde affermazioni del rivoluzionario tedesco.

Ricordare gli errori del passato, e la loro condanna solenne e definitiva, sia un monito per il presente e un impegno di amore alla verità per il futuro. Ecco le più oltraggiose affermazioni di Lutero, censurate dallo Spirito Santo, attraverso papa Leone. Si vedrà che la questione delle indulgenze fu solo un pretesto usato dal monaco apostata per distruggere il cristianesimo e fondare il luteranesimo.

Si capirà anche quanto sono nel torto quei cattolici modernisti che credono di poter superare le contraddizioni dottrinali e teologiche con un cammino ecumenico ridotto al minimo comun denominatore: pace, amore e fantasia.

1. E’ sentenza eretica, ma largamente seguita, che i sacramenti della Nuova Alleanza danno la grazia giustificante a coloro che non vi pongono ostacolo

2. Negare che il peccato rimane nel bambino dopo il battesimo, significa disprezzare insieme Cristo e Paolo

5. Che le parti della confessione siano tre: contrizione, confessione e soddisfazione non è fondato nella Sacra Scrittura, né negli antichi santi dottori cristiani

12. Se, per assurdo, colui che si confessa non fosse contrito, oppure il sacerdote assolvesse non sul serio, ma per gioco, se tuttavia egli si crede assolto, è assolto con assoluta certezza

17. I tesori della Chiesa, da cui il papa trae le indulgenze, non sono i meriti di Cristo e dei Santi

20. Si ingannano coloro che credono che le indulgenze sono salutari e utili per il bene dello spirito

23. Le scomuniche sono soltanto pene esteriori, e non privano l’uomo delle comuni preghiere spirituali della Chiesa

25. Il Pontefice romano, successore di Pietro, non è il Vicario di Cristo sopra tutte le chiese del mondo intero, dallo stesso Cristo costituito nel beato Pietro

27. E’ certo che non è affatto in mano della Chiesa o del Papa lo stabilire gli articoli di fede, e anzi neppure le leggi morali o le opere buone

31. In ogni opera buona il giusto pecca

32. L’opera buona compiuta nel modo migliore è peccato veniale

34. Combattere contro i Turchi è opporsi a Dio, che visita le nostre iniquità per mezzo loro

37. Il purgatorio non può essere provato mediante la Sacra Scrittura che si trova nel Canone

38. Le anime nel purgatorio non sono sicure della propria salvezza, almeno non tutte

Per cogliere bene l’eredità sacrilega, secolarizzante e a termine distruttiva di ogni istituzione stabile dell’eresia luterana, si legga l’ottimo libretto di Angela Pellicciari, Martin Lutero. Il lato oscuro di un rivoluzionario, Cantagalli, 2016.

http://www.libertaepersona.org/wordpress/2017/10/quel-31-ottobre-del-1517/


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29 ottobre 2017

Rivoluzione sessuale globale


di Enrico Maria Romano

Ci sono degli argomenti che è più difficile trattare di altri, poiché risultano più delicati, sensibili ed equivocabili. Un argomento secondo me difficilissimo tra tutti è quello della sessualità umana.

Un tempo, senza alcun dubbio, tra la gente e gli stessi intellettuali si parlava molto meno di sessualità e di educazione sessuale, di erotismo e di pornografia, di sesso libero e di malattie sessualmente trasmissibili, delle deviazioni e delle perversioni sessuali, etc. etc.

Ma, che io sappia, i bambini nascevano lo stesso… E quasi tutte le coppie, solitamente dopo il matrimonio, riuscivano facilmente ad avere almeno un figlio, e molto spesso anche 2-3-4 o più.

La rivoluzione sessuale, i cui prodromi potremmo ravvisare nel libertinismo francese sei-settecentesco e in figure orripilanti come il Marchese de Sade (1740-1814), inizia a cambiare il mondo solo nel 1968. Ed in meno di mezzo secolo di storia può dirsi, probabilmente, la rivoluzione più riuscita e meglio diffusa nelle viscere dell’umanità.

Perché più riuscita e meglio diffusa? Perché le altre rivoluzioni, come la rivoluzione luterana (1517), la rivoluzione francese (1789) e la rivoluzione sovietica (1917), non furono mai totalmente condivise dalle masse e dalle élite, e soprattutto non soggiogarono mai completamente l’uomo in quanto uomo, ma lo snaturano in quanto credente, in quanto politico e in quanto cittadino.

E’ stata da poco tradotta in italiano la più vasta e documentata indagine sulla genesi, sui contenuti e gli effetti di questa pericolosissima rivoluzione epocale (cf. Gabriele Kuby, Rivoluzione sessuale globale. Distruzione della libertà nel nome della libertà, Sugarco, Milano 2017, pp. 350, € 25).

Frau Gabriele (Gabriella) Kuby è una sociologa tedesca, madre di tre figli, che da decenni studia con acume e impegno la natura della cosiddetta sessualizzazione delle masse: sessualizzazione che all’inizio fu vissuta come un ideale rivoluzionario da parte dei giovani sessantottini di sinistra, ma che poi è dilagata (specie negli anni 70) come moda eterodiretta dall’alto, con la chiara volontà di sovvertire la morale cristiana e scardinare la famiglia, in nome della tolleranza, del progresso e della assoluta libertà.

La Kuby mostra bene come la sessualità umana abbia un senso profondo ed un ruolo specifico voluto dal Creatore, con il duplice fine di moltiplicare la specie (aumentando il numero degli eletti) e favorire altresì l’unione intima e indissolubile degli sposi. Parole queste ultime che debbono parere medioevali ai lettori di più avanzata sensibilità…

Ora, la rivoluzione sessuale globale descritta e denunciata dall’Autrice, tende ad erotizzare tutti i rapporti sociali (sabotando così il nobile sentimento dell’amicizia…) e parallelamente a giustificare tutte le aberrazioni morali, possibili ed immaginabili, in nome della libertà. Se l’unicità del matrimonio tradizionale eterosessuale è contestata in nome del sentimento amoroso, cosa dire alle coppie poligame? Anche un uomo e tre donne in teoria sono capaci di amarsi. E se due fratelli si amano, in nome di cosa vietargli il diritto al “matrimonio per tutti”? E se io amo il mio gattino, e ciò non può essere messo in dubbio da alcuno, perché volermi discriminare e non inserire nei pubblici registri questo mio nobile sentimento? D’altra parte, come insegna il Maestro, “chi fa il peccato è (diviene) schiavo del peccato” (Gv 8,34).

In nome della libertà (assoluta), l’essere umano tende oggi a divenire meno libero e più schiavo: delle passioni malsane, della sessualità sregolata (che lo porta spesso ad abbandonare i figli), della prostituzione, della pornografia e di tutte le diavolerie usate dal Sistema per fiaccare lo spirito dei popoli.

Ma a fronte di questa decadenza della civiltà, c’è chi dice NO!

Il libro della Kuby, che va tenuto in prima fila nelle biblioteche domestiche, si avvale di una introduzione del card. Carlo Caffarra, da poco scomparso, e da sempre in prima linea nella difesa della famiglia, della morale evangelica e del vero bene delle nuove generazioni.

Noi non disponiamo dello spazio per recensire come meriterebbe questa mina di informazioni che però è bene conoscere e far conoscere attorno a sé. Forse il punto più importante e più dolente del libro è quello sul ruolo a dir poco nefasto delle pubbliche istituzioni in questa Rivoluzioni globale, meticolosamente diffusa a base di teoria del gender, omosessualismo sbandierato e propagandato per ogni dove, transessualismo, aborto, divorzio sprint, etc.

L’Onu e le sue agenzie stanno caricandosi, davanti alla storia e allo sguardo attento del Signore, di atroci responsabilità. Ma tutti devono sapere come la pensa Gesù: “Chi scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina da asino, e fosse gettato negli abissi del mare” (Mt 18,6).

Sarebbe meglio quindi che il fautore di perversione subisse una pena mortale (e transitoria) qui in terra, piuttosto che le pene eterne rigorosamente meritate.


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03 ottobre 2017

Serve l’uomo della Provvidenza?


di Enrico Maria Romano

Nei momenti di caos, è giusto e doveroso invocare Dio e chiedere a Lui di rimettere ordine e disciplina nella società. Senza ordine infatti non c’è progresso. E senza disciplina non c’è educazione e rispetto del prossimo.
Una società può fare a meno di molte cose: gli spettacoli, lo sport, l’automobile, la televisione, il suffragio universale, etc. Ma può sussistere senza pace e giustizia, valori evidentemente irrealizzabili senza un codice penale e delle carceri per i malfattori?
La famiglia è in crisi, la gioventù è in crisi, l’economia è in crisi, la Chiesa è in profonda crisi, la cultura è in crisi, la sicurezza è in crisi. C’è bisogno di andare avanti e torturarci la mente con lo spettro di un numero impressionante di mali che ci attanagliano ogni giorno di più?
No. Basta dare uno sguardo sincero e libero alla realtà. Basta il realismo del buon padre di famiglia, del cittadino onesto, della donna di casa che sa vedere come vanno le cose.

Dopo la diagnosi, come direbbe Lenin, che fare?
Attendere che tutto si rimetta in moto da sé? Limitarsi a pregare, illudendosi che un rosario in più obbligherebbe l’Onnipotente ad agire?
Credo che dovremmo invece preparare la strada all’uomo forte, al salvatore della patria, checché ne dicano i pessimisti e gli illusi.
Tutti noi, cristiani e patrioti, nella misura in cui facciamo del bene, siamo già, nel nostro piccolo, dei salvatori della patria e degli uomini della Provvidenza. Anche se ci limitassimo ad educare bene i nostri figli, a tenere pulita la pubblica via e a restare fedeli alle nostre mogli, avremmo già fatto molto, in termini di bene comune e di buon esempio, oggi fattosi raro, dato ai concittadini e agli amici.
“Quando c’è un’eclissi tutti quanti sono al buio”, scriveva Jean Madiran. Ma è anche vero che in quella tetra situazione, basta una scintilla o un semplice fiammifero a permetterci di fare i primi passi.
Così, sapendo che tutti i veri cristiani e tutti i buoni cittadini sono già, in piccolo, dei micro-salvatori della patria, nessuno può chiamarsi fuori e votarsi al disimpegno e alla bella vita fatti di musei, cinema e teatri.
Ora, nei periodi più difficili della nostra storia Dio ha suscitato dei Costantino, dei Carlo Magno e molti altri, per tirar fuori l’Italia dal paganesimo, dai barbari, dal trionfo mortale del blocco sovietico.
E oggi, non ci sarebbe più la speranza di veder sorgere un vero italiano, amante della patria e del bene comune, zelante di carità per i poveri e gli anziani, e al contempo ferreo contro le lobby, l’UE e i potenti?
Sperare non è peccato. Ognuno di noi educhi se stesso, e i propri congiunti, a quei valori e a quelle virtù che vorrebbe vedere, in grado eroico, al salvatore della patria di domani.
In tal modo, l’uomo della Provvidenza arriverà e forse arriverà prima che lo immaginiamo.


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22 giugno 2017

La discriminazione positiva ovvero il razzismo anti-bianco


di Enrico Maria Romano

Se c’è una forma di razzismo che non ha bisogno di nascondersi, in nessuna società teoricamente egualitaria dell’Occidente ex cristiano, questo è proprio il razzismo anti bianco, o anti whyte racism. Si tratta dello stesso giro mentale che porta taluni a disprezzare il maschilismo, e la semplice difesa della virilità (o della paternità) ed esaltare il femminismo, come fosse un toccasana. Oppure a criticare il matrimonio come istituzione borghese, fissista e bigotta, mentre diventa il massimo della vita se si tratta di un matrimonio gay e di una famiglia arcobaleno…
O ancora quando si parla di religione e di storia. Intollerabili sono i crimini nostri come le crociate, che hanno tutte le aggravanti del caso (ingiustizia, violenza, ipocrisia, frode, etc.) e nessuna attenuante. Anche se si tratta di eventi di quasi 1000 anni fa in cui nulla, in sé e per sé, ovvero nei principi di legittima difesa armata che le hanno ispirate, ci sarebbe da rinnegare (cf. Thomas Madden, Le Crociate. Una storia nuova, Lindau, 2017). Meno deprecabili, appaiono ai media le odierne crociate islamiche contro di noi: anzi chi le fa non è mai un vero mussulmano, ma solo una scheggia impazzita, uno con problemi mentali, un drogato, uno che noi europei non abbiamo voluto/saputo integrare…
A livello strettamente razziale-etnico (mi scuso per l’uso della parola razza oggi censurata dal bon ton progressista), in America si è andati molto oltre, nel senso della discriminazione positiva in favore di neri ed ispanici, e a danno dei bianchi, specie se biondi o bionde.
Sul settimanale Minute (numero 2826, uscito da pochi giorni in edicola) c’è un’intervista assai significativa a Jared Taylor, fondatore della rivista patinata American Renaissance ed intellettuale politicamente scorretto, sostenitore di Trump e della filosofia conservatrice law and order.
Il Taylor, che è comunque un giornalista raffinato ed un ex del Washington Post, racconta sino a che punto la commiserazione degli americani di colore, visti sempre e solo come discriminati e vittime, abbia a poco a poco portato ad una parallela criminalizzazione del poliziotto bianco, in quanto bianco, od anche al sospetto verso il giudice non di colore, proprio in quanto non di colore (e che secondo i più radicali non dovrebbe giudicare l’americano di colore!!).
Così, tra altre facezie ed enormità, Jared Taylor racconta cosa è accaduto tempo fa presso una piccola scuola superiore dello Stato di Washington. Da vari anni a questa parte, e con l’accordo più o meno tacito della dirigenza accademica, gli studenti non bianchi (neri e ispanici) scelgono un giorno per farne un ufficiale “giorno d’assenza”. In tale giorno, si riuniscono fuori dalle porte della facoltà, per discutere sui temi caldi del razzismo e della discriminazione di cui sarebbero vittime.
Ma quest’anno accademico in corso, come spesso accade in questo genere di manifestazioni, i più estremisti tra i colored hanno preso il sopravvento e hanno preteso che fossero i bianchi ad uscire dalla School e i non bianchi a restare dentro…
Praticamente tutti i docenti e il personale universitario ha obbedito all’ingiunzione piuttosto minacciosa, tranne un solo professore di biologia, Bret Weinstein, il quale ha trovato inaccettabile una discriminazione del genere, seppur mascherata dagli slogan triti e altisonanti dell’uguaglianza e della lotta contro l’odio (?).
Il malcapitato professore è stato, alla fine della contesa, tratto in salvo dalla polizia, poiché secondo il racconto di Jared Taylor, le cose si stavano mettendo piuttosto male per lui, solo contro i pacifisti…
Secondo Taylor la cosiddetta “discriminazione positiva è sempre stata la discriminazione, ufficialmente ammessa, contro i bianchi” o comunque i nativi, da parte delle minoranze più attive, solitamente più che spalleggiate dai mass media del Sistema. Questi episodi, secondo l’intellettuale conservatore, sono destinati a moltiplicarsi all’inverosimile durante la presidenza Trump, proprio per trovare un motivo, ancorché fabbricato ad arte, per lottare contro il predominio dei repubblicani, le destre di ogni tipo, il fondamentalismo cristiano e sinteticamente contro il razzismo (o contro una sola faccia di esso…).

 

02 giugno 2017

I Vescovi della Costa d’Avorio condannano la Massoneria

di Enrico Maria Romano
 
Da quando il cardinal Ratzinger dichiarò che il giudizio della Chiesa sulla Massoneria non era punto variato, e rimaneva di contrarietà, sono passati molti anni, anzi decenni. Era infatti il 1983, e il giudizio di colui che sarebbe diventato Pontefice, era occasionato dalla promulgazione del nuovo Codice di diritto canonico, da parte di Giovanni Paolo II. Nel nuovo Codice infatti, per ragioni redazionali, non era esplicita la disapprovazione della massoneria, come lo era nel Codice più antico, promulgato da Benedetto XV nel 1917.

Dal 1983 ad oggi, fatta salva qualche dichiarazione di singoli prelati, non c’è mai stata una nuova e motivata riaffermazione della incompatibilità tra Chiesa e Loggia. E ciò non stupisce. Poiché nella Chiesa, a partire almeno dal Concilio Vaticano II (1962-1965), si è fatto strada un clima di ecumenismo, dialogo interreligioso, apertura al mondo contemporaneo, approvazione della laicità dello Stato e attenzione ai segni tempi, tutti valori sinteticamente e alquanto riduttivamente letti nel senso della non-condanna di nulla e di nessuno per principio.

Proprio per ciò va salutata come rara e coraggiosa la chiara disapprovazione espressa alcuni giorni fa, esattamente il 21 maggio, dalla Conferenza episcopale della Costa d’Avorio a riguardo della massoneria e delle sette affini. I presuli africani costatano che “molti cristiani per ignoranza, curiosità o desiderio di ascesa sociale si lasciano sedurre dalle teorie sviluppate da queste società segrete (…). Tra questi movimenti esoterici, la Massoneria merita che venga fatta chiarezza sull’amalgama che viene fatto circa la sua compatibilità con la fede cattolica”.

I vescovi precisano che il prossimo gennaio del 2018 in occasione della Assemblea episcopale sarà pubblicata una lettera pastorale più ampia e precisa sulla questione della Massoneria. Intanto, i presuli ricordano, a scanso di equivoci e con un linguaggio fattosi rarissimo, che “la posizione della Chiesa sulla Massoneria è stata chiara nell’intero corso della storia. La Chiesa ha condannato in modo pressoché immediato ogni forma di massoneria”.

Taluni, in ambito cattolico, tendono a distinguere una massoneria cattiva, in quanto atea e anticristiana, identificata soprattutto con le logge anticlericali francesi, e in una certa misura anche spagnole e italiane. E una massoneria buona, o almeno compatibile con la fede, che coinciderebbe con la massoneria deista e filo-cristiana, di tradizione americana e anglosassone. I vescovi della Costa d’Avorio, rigorosamente, si oppongono a questi distinguo, validi semmai nella vita pratica, ma in nessun modo in teoria. Infatti, aggiungono i presuli, “i loro principi, ovvero i principi delle variegate massonerie mondiali, sono sempre stati considerati come inconciliabili con la dottrina della Chiesa”.
In nome della prassi, in nome della pastorale, in nome di tutto e del suo contrario, una buona parte di teologi e pastori d’Occidente, vorrebbe cambiare i principi del matrimonio cristiano per venire incontro alla mentalità di oggi, ignorando bellamente la dottrina, ossia l’insegnamento del Vangelo. Il papa nero, cioè il superiore generale dei gesuiti, in una intervista di poche settimane fa, ha bellamente dichiarato che la parola “dottrina” non gli piace, anche perché nessuno aveva un registratore per registrare esattamente cosa Gesù ha detto, circa il matrimonio e più in generale sui temi che dividono…

Se siamo arrivati a tanto, e nessuno ha ripreso il preposito generale della Compagnia di Gesù, che guida decine di migliaia di sacerdoti nel mondo, si capisce meglio il valore oggettivo e universale della presente dichiarazione anti-massonica.

I vescovi non hanno paura di ledere i presunti diritti di alcuni battezzati del loro paese e dichiarano così che i massoni, se non pentiti ovviamente, non possono né ricevere la comunione né avere il funerale ecclesiastico. Di più, per i vescovi l’anima della filosofia massonica è il relativismo, e il concetto di Grande Architetto dell’universo è in realtà “un contenitore vuoto”. Secondo tanti teologi invece esso era né più né meno che il Dio cristiano, rivelato da Gesù. Stessa distanza tra fede e cattolica e massoneria si registra sulla figura di Cristo, venerato dai cristiani come redentore e dai massoni al massimo stimato come figura etica d’eccezione, e sull’idea stessa di salvezza, svuotata nelle logge.

I prelati concludono con alcuni appelli sentiti e toccanti rivolti partitamente ai giovani, agli uomini di cultura, ai responsabili parrocchiali, al clero e ai seminaristi. La richiesta è per tutti chiara e netta: bisogna rompere con la massoneria e denunciarne l’intrinseca opposizione al cristianesimo. Anche perché, come scrivono i successori degli apostoli, “a che serve all’uomo guadagnare il mondo intero se poi perde la propria anima? (Mc 8,36)”.


Per approfondire: "No ai funerali in chiesa per il capo della massoneria della Costa d'Avorio", paese dove molti ministri sono apertamente massoni.

Per approfondire: "L'Africa spartita fra logge francesi e americane"
 

25 febbraio 2017

L'uso politico della storia


di Enrico Maria Romano

Che l’uso della storia per finalità di indottrinamento o di proselitismo sia qualcosa di diffuso e di attestato, ecco una verità fattuale che nessuna persona di mondo si sentirebbe di contestare.

La cosa paradossale è che tale uso politico o ideologico, viene spesso anzi normalmente ritenuto appannaggio delle dittature e dei regimi autoritari (fascismi e comunismi) ed essendo sepolti questi, il problema sarebbe sepolto con essi. Riduzionismo evidente o angelismo beota.

E’ palese che qui si gioca con le parole o c’è chi fa, per ragioni di comodo, il finto tonto. Dal processo di Norimberga (1946) in poi infatti, è apparso più chiaramente che mai il valore del motto secondo cui “la storia la scrivono i vincitori”.

Le varie Giornate della memoria (selettiva), istituite nelle progressiste democrazie d’Occidente, hanno almeno questo di buono: aiutano a non dimenticarlo mai. I perdenti, specie quando essi non si sono limitati a perdere con le armi, ma hanno incarnato l’irruzione del Male del mondo, scrivono al massimo la micro-storia, la storia della comunità, la contro-storia, ma mai la Storia Ufficiale.

Gli armeni vivi e vegeti ancora oggi, nipoti di chi fu sterminato nel biennio 1915-16, hanno de facto meno diritto di ricordare pubblicamente i loro morti, rispetto ad altri popoli più fortunati. E d’altra parte nessun paese occidentale ha avuto finora il coraggio di istituire una giornata per il ricordo di quello che fu il primo genocidio del XX secolo, con oltre 1 milione di morti, e chi ci ha provato, ha poi declinato, parrebbe per pressioni molto forti… La Turchia, erede morale e culturale dell’Impero ottomano e dei Giovani Turchi che misero in atto la deportazione, parla di persecuzioni contro la minoranza cristiana armena, ma non accetta ancora i numerosi documenti che sono emersi in questo secolo e che concludono in favore dell’ipotesi genocidio (cf. Marco Impagliazzo, Il martirio degli armeni, La scuola, 2015 e il commovente La masseria delle allodole, di Antonia Arslan).

Le decine di milioni di morti dovuti al regime sovietico (1917-1989) o alla spietata dittatura di Mao (tra il ’59 e il ’61, il “grande balzo in avanti” causò oltre 20 milioni di vittime) vengono forse ricordati nelle scuole, nelle università e nelle società, al pari di chi fu ucciso durante la Seconda Guerra mondiale? La cosa non pare. Eppure tali genocidi, messi in atto dal dittatore cinese o da Stalin non sono di entità minore, e risultano cronologicamente successivi e dunque più vicini a noi. Ma certo passato non deve mai passare (quello dei vinti), mentre il passato dei vincitori è dimenticato subito, o ridotto a due righe di testo.

Il discorso in realtà è ben più ampio. Non è la sola memoria negata di vari genocidi antichi e recenti (come Hiroshima e Nagasaki) a fare problema. Ma è la lettura che viene offerta, specie nei manuali scolastici, di tutta la storia umana a dover essere analizzata e scientificamente criticata: la storia antica, medievale, moderna e contemporanea… L’Unione Europea e le sue commissioni hanno una concezione del tutto surreale dell’identità dei popoli europei, e si crede di poter favorire la pace, a base di nichilismo e di memoria selettiva. Ma i popoli, specie quelli di antica civiltà come il nostro, hanno radici che non si possono strappare per caso o senza colpa: chi vuole sradicare i popoli riducendoli a consumatori, fa di tutto per diluire le identità e spegnere le idealità che sono ad esse collegate. La colpevolizzazione degli europei (specie maschi, bianchi e cristiani) va di pari passo con il progetto mondialista di omogeneizzazione verso il basso e unificazione in nome della tecnica, ovvero del vuoto culturale.

I servili ministri della cultura e dell’istruzione dei paesi europei si adeguano al rullo compressore e spesso, come la nostra Valeria Fedeli, ne sono dei propugnatori ardenti. Lo scopo è sradicare, cancellare le differenze (culturali, religiose, sessuali, di civiltà), fondere e mescolare.

Gli antichi romani un tempo erano presentati agli studenti come i “civilizzatori” delle varie regioni del mondo dove arrivò il loro influsso, dal nord Africa sino alla Gallia e alla Britannia. Ora più spesso, vengono chiamati “colonizzatori” e il cambiamento terminologico non è innocuo (in guisa di contravveleno si consulti il sempre valido e disponibile "Fregati dalla scuola" di Rino Cammilleri, 2013).

La storia cristiana del nostro continente europeo è divenuta, a partire dell’illuminismo, il terreno fertile per un’opera di rilettura manichea così sfrontata e a senso unico, che supera la stessa lettura che ne diedero le ideologie anti-cristiane nel marxismo e del socialismo. Marx per esempio in più pagine della sua opera loda la società medievale (per il divieto ecclesiastico dell’usura e dello stesso prestito a interesse), e così non mancarono mai gli autori, di destra e di sinistra, laici o cattolici, che ammirarono a chiare lettere la fermezza dei martiri nei primi secoli, il sacro romano impero risorto con Carlo Magno, l’epopea delle Crociate (lodate per esempio da Mazzini), o la grandezza culturale e artistica delle cattedrali che sorsero in tutta Europa dal X al XV secolo.

Sfogliando oggi moltissimi libri di testo, e anzitutto i manuali di storia per i licei e le scuole superiori, se può dirsi in parte superata la retorica giacobina sui medievali secoli bui (in cui non v’era alcuna luce di bene, più o meno dal crollo dell’impero romano d’Occidente nel 476 alla scoperta dell’America!), si tendono a sottolineare sempre gli aspetti negativi, le carestie, le guerre, le carenze tecno-scientifiche, e insomma i limiti che ogni civiltà (non esclusa la nostra) presenta. Tutto pare scritto con un’ottica progressista che porta, anno dopo anno, lo studente ad illudersi che il mondo andrà certamente verso il meglio, tranne qualche rara parentesi di incredibile regresso, identificato con l’affermarsi delle destre o l’Ur-Faschismus di Eco: da Mussolini a Trump.

Uno studente romano non saprebbe spiegarsi come mai nella capitale d’Italia ci sia una piazza dedicata alle Crociate (in zona Tiburtina). Ma se furono infami violenze di saccheggio e di ruberia, mascherate da guerre sante, tipico esempio di una Chiesa ottusa e poco ecumenica come quella medievale, a che pro dedicarvi una piazza? Sarebbe quasi come istituire una via Auschwitz o un Corso Mengele…

Se nella civiltà cristiana si nota assai più il male che il bene, in ogni altra civiltà umana (indiana, africana, cinese, nordica, etc.), il rapporto si inverte misteriosamente. Così nell’islam, prevale la focalizzazione sulla cultura, sulla saggezza morale e il sapere astronomico dei dotti imam, ignorando o minimizzando le violenze sistematiche e continue, da Maometto a oggi, passando per le celebri scorrerie saracene e l’imperialismo della Sublime Porta.

Urgono quindi libri di testo più oggettivi per i nostri giovani, e in attesa di questi, è d’uopo studiare la storia in modo scientifico e direi formativo, specie per chi ha responsabilità educative a vario titolo. Da poco è stato ripubblicato un manuale di storia ecclesiastica che unisce in sé il rigore e l’acribia della scienza e l’amore per la verità del teologo non infeudato alle varie cricche storiografiche liberal o marxiste (Mons. Umberto Benigni, Storia sociale della Chiesa, CLS, 2 volumi, 2016-2017).

Questa storia della Chiesa, senza minimamente ignorare le colpe gravi delle varie autorità ecclesiali e le vicissitudini non sempre edificanti della cristianità, nota altresì, e oggi è più raro dell’unicorno, che i valori del Vangelo restano un faro e un punto di riferimento etico insuperabile per una civiltà che voglia fondarsi sulla roccia e non sulle sabbie mobili delle ideologie e del “progresso”.


 

20 febbraio 2017

I circoli Giovanna d'Arco del patriota Jean-Marie Le Pen

di Enrico Maria Romano

Essendo nato nel 1928 a La Trinité-sur-Mer in Bretagna, Jean-Marie Le Pen è senza dubbio il decano dei politici nazionalisti e populisti d’Europa. Gli ultimi anni della sua lunghissima vita politica, iniziata negli anni ’50 del secolo scorso, sono stati piuttosto travagliati. Sia a causa di discutibilissimi processi politici per affermazioni e semplici battute, sferrati quindi contro quella Liberté di espressione di cui la Francia va fiera fin dal 1789, sia per cause interne al suo movimento. Il Front National, da lui fondato nel 1972 ad imitazione del Movimento sociale italiano (e con lo stesso simbolo della fiamma tricolore) e ora presieduto dalla figlia Marine (1968), lo ha infatti escluso dalla “presidenza d’onore” del partito. Il che ha causato processi, a più riprese, del padre Jean-Marie contro il bureau politique guidato dalla figlia Marine. In ogni caso, il patriarca dei Le Pen resta a tutt’oggi un deputato europeo di lunghissimo corso, un politico navigato ed esperto, ed anche, il che è meno noto, un intellettuale profondo, fine commentatore dell’attualità.

Sul suo blog infatti, da vari anni, Le Pen pubblica settimanalmente delle brevi interviste video (dette Giornali di bordo e arrivati al numero 462), in cui risponde liberamente a questioni politiche francesi e internazionali, commenta i vari libri che ha modo di leggere e da alcuni mesi diffonde il suo proprio movimento, i “Comités Jeanne”, ovvero i Comitati Giovanna (d’Arco). La devozione dei francesi, cattolici e non, verso la Pulzella d’Orléans è nota, e fu proprio Jean-Marie a introdurre molti anni fa, in occasione della festa del lavoro del primo maggio, un corteo-comizio dedicato alla Santa della patria (celebrata liturgicamente l’8 maggio di ogni anno). Recentemente però il Front national guidato da Marine ha soppresso il ricordo di Giovanna d’Arco dalla laica festa del Lavoro, giudicato poco in sintonia con la sua opera di modernizzazione del partito. In ogni caso il risultati del Front sono stati ultimamente così rosei, dal punto di vista elettorale, che nessuno ormai dubita della presenza di Marine Le Pen al secondo turno delle presidenziali in Francia: che sia contro Fillon, Macron, Hamon o chiunque altro.

E Jean-Marie? Per nulla chiuso in una torre d’avorio, l’ottantottenne bretone gira la Francia per presiedere le riunioni e i meeting dei suoi Comitati, sorti un po’ ovunque a seguito della sua marginalizzazione politica, in seno al neo-FN. In ogni caso, Le Pen non vuole sabotare il voto verso Marine, ma vuole creare ed ha già creato una fitta rete di gruppi che se vogliamo si collocano nella logica del nazionalismo integrale, senza cedimenti ideologici con il sistema repubblicano francese (incarnati in questi anni dal braccio destro, pardon sinistro, di Marine, Florian Philippot).
Vari gruppi cattolici o comunque conservatori e identitari, ma anche dell’ambiente della cosiddetta “dissidenza” (come gli intellettuali Alain Soral e Daniel Conversano, l’umorista Dieudonné, il segretario di Civitas Alain Escada etc.), sono inclini a sostenere la linea “jeanmariste” piuttosto che la linea aperta e modernista di Marine.

Pochi giorni fa, Jean Marie, nell’ottica di pesare sui suoi numerosi simpatizzanti e fan sul web, ed anche di spingere gli stessi membri del Front ad una politica meno compromissoria e più barricadera, ha pubblicato la “Carta dei valori dei Comitati Giovanna d’Arco”.

In essa, vi figurano tutte le richieste dei populisti europei o americani in genere, più alcuni dei tipici tratti del nazionalismo “à la française”. La Carta è in effetti un manifesto-programma in 20 punti, su cui si invitano a convergere tutti i patrioti, non riducibili al partito di Marine, ma che si trovano sia alla sua sinistra (tra alcuni dei Républicains e dei fillonisti) sia alla sua destra, specie in autori difficilmente classificabili ma che da anni e anni lottano contro l’immigrazione di massa (che in Francia è, annualmente, oltre il triplo di quella presente in Italia) sia contro l’islamizzazione crescente (a base di attentati, ma anche di mense hallal nelle scuole di stato, soppressione dei simboli cristiani dagli uffici pubblici, ghettizzazione delle periferie a suon di velo integrale, etc.).

I numeri dal 2 al 5 della Carta chiedono al futuro presidente francese e alla sua maggioranza di abolire il diritto d’asilo, lo ius soli (e di ritornare al più tradizionale e meno equivoco ius sanguinis: è francese chi nasce da almeno un genitore francese), il ricongiungimento familiare (in base al quale un immigrato che ha avuto il permesso di residenza in Francia ha il diritto di far venire i suoi cari in patria) e la doppia nazionalità (che serve a molti franco-magrebini per condurre una sorta di doppia vita, un po’ di qua e un po’ di là del Mediterraneo in base alle evenienze e alle convenienze…). Tutte misure di buon senso, specie ora che la stabilità sociale non è più assicurata.

Il numero 10 chiede la reintroduzione della pena di morte per i reati più gravi (come gli attentati terroristici). Il numero 11 chiede la totale libertà di espressione con la soppressione di tutte le leggi che la conculcano (leggi Pleven, Gayssot, etc.). La Francia è forse il paese occidentale in cui vi è la più forte restrizione alla libertà di parola e di pensiero, in nome del politicamente corretto, e questo ovviamente penalizza chi è impedito a denunciare i veri problemi sociali, condannato assurdamente per razzismo o islamofobia. Tra poco sarà persino vietato indurre una donna a rifiutare di abortire, il che è giudicato come un “entrave” cioè impedimento al diritto di aborto. La libertà di pensiero e di espressione, tradizionalmente associata alle battaglie laiche e progressiste, è oggi una bandiera dei conservatori! In effetti, la morale democratica a geometria variabile, un tempo fondata sulla libertà senza limiti, oggi viene ristretta sempre più, in nome delle minoranze e del rispetto. Prima si fa passare una legge sulle unioni civili, poi si scivola sulle nozze gay (con adozione), poi si giustifica una legge contro l’omofobia. E il gioco è fatto. Ma se neppure si può criticare l’omosessualità, il che è diventato reato più o meno ovunque, come si fa a dire che i cittadini sono uguali davanti alla legge? Mah!

Quando vince la sinistra, la democrazia è un totem. Se vince per errore Trump o Berlusconi, essa è un tabù…

Gli ultimi punti del manifesto lepenista sono per una politica natalista e in favore del recupero dell’identità francese e della preferenza nazionale, con la richiesta esplicita di introdurre nelle scuole una storia patriottica della Francia, la quale non inizia con la controversa rivoluzione del 1789, ma semmai con il battesimo di Clodoveo (498 d. C.). Si chiede anche una revisione della legge sull’aborto e sui matrimoni gay, in senso restrittivo, come primo passo per restaurare il valore naturale e sacro del matrimonio tradizionale.