Visualizzazione post con etichetta salzano. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta salzano. Mostra tutti i post

18 giugno 2021

Infallibilità e discutibilità, da Kung a Bergoglio



di Giorgio Salzano

Immaginiamo un pover’uomo (non tanto immaginario in verità, dato che è qui che scrive), nato immediatamente dopo la fine della guerra, ancora giovincello all’epoca del Concilio Vaticano II, di cui perciò poco comprese, passato poi incolume attraverso il così detto Sessantotto senza perdere la fede, ma con una gran voglia di dedicarsi allo studio per chiarirsi le idee su quel che accadeva, il quale infine scopre alcuni autori non cristiani che soddisfano la sua preoccupazione apologetica, poiché gli danno la chiave di una comprensione della realtà non confessionale ma in conformità con la tradizione cattolica … e poi si ritrova con tanti vescovi e ora perfino il Papa che dicono cose affatto difformi da ciò che l’aiuto di questi autori gli aveva fatto capire. Immaginiamo dunque l’imbarazzo del pover’uomo, convinto assertore della tradizione “papista” in cui era stato educato, al trovarsi di fronte a questa spiacevole alternativa: o rinnegare i propri studi o riconoscere la fallacia di quelli di Papa e vescovi.

Nel 1970 Hans Küng pubblicò un saggio intitolato Infallibile? Una domanda. All’epoca la domanda era a senso unico, il conciliare rimettere in discussione l’autorità nella Chiesa, che la dottrina della infallibilità papale aveva voluto ribadire un secolo prima, nel momento in cui anche l’Italia, e Roma stessa, veniva investita dall’ondata volgarmente detta laicista, che avrebbe finito dopo un secolo appunto per sommergere tutta l’Europa. Küng, dunque, ha cavalcato l’onda come un surfista, con l’intento di spiegare il senso che può avere oggi “essere cristiani”, come recita il titolo del suo più famoso libro. Ma non è Küng che qua interessa, quanto la domanda, il suo poter andare in senso inverso, non per seguire l’onda cioè, ma per nuotare contro: non in verità per contestare l’infallibilità “ex cathedra”, come definita dal Concilio Vaticano I, ma l’autorità papale, e in generale del magistero, nel suo esercizio ordinario. Insomma, il Papa in quanto Papa non può sbagliare, ma l’uomo che ne ricopre l’ufficio sì (dopo tutto il maggior poeta cristiano non si peritò dal mettere Bonifacio VIII, e non solo, all’Inferno). Pare anch’egli seguire l’onda, contro la quale bisogna invece nuotare, prima che per la sua contrarietà alla fede, per quella alla ragione.

Succede infatti che il magistero ecclesiastico, depositario del depositum fidei, non sappia renderne ragione. A cominciare dal suo capo, esercita la propria autorità senza ragioni che la giustifichino, come se il suo riconoscimento fosse questione di “sola fede”, solo dovuto a motivo dell’appartenenza ecclesiale. Perché mai poi uno dovrebbe appartenere alla Chiesa, non pare cosa di cui valga la pena parlare. O meglio, di cui pare imbarazzante parlare, per la pretesa diciamo pure imperiale di rappresentare l’universale società naturale del genere umano, abbracciando virtualmente ogni etnia e società particolare, che la qualifica di “cattolica” conferisce alla Chiesa. Rinchiusa dalle vicende storiche nei limiti della Cristianità europea, come ben sappiamo irta di conflitti e divisioni, la riaffermazione di una simile rappresentanza suona sgradevolmente eurocentrica, manifestazione, allargando gli orizzonti, dell’imperialismo occidentale. Abbiamo preso coscienza infatti, nell’accelerarsi planetario delle comunicazioni portato dall’espansionismo europeo, della pluralità di tradizioni grandi e piccole che pullulano sulla Terra. Ed anche nella Chiesa troviamo difficile dire perché preferire una tradizione all’altra. Per cui ad esempio Hans Küng criticò la dichiarazione Dominus Iesus del 2000 sull'unicità salvifica di Gesù Cristo e della Chiesa, definendola un misto di "megalomania e arretratezza vaticana".

Magnifico questo “arretratezza”, tipico di chi in mancanza di argomenti si appella all’avanzamento di un nuovo che nessuno sa cosa sia; il “megalomania” poi è addirittura sublime, nel suo investire la vocazione cattolica della Chiesa fin dai suoi fondamenti neotestamentari (chi è filologicamente avanzato sa infatti che quel comando di andare e battezzare tutte le genti “nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo” non era di Gesù, ma solo a lui attribuita in seguito dalla comunità). Karl Rahner a suo tempo, decenni prima, auspicava una Chiesa non più europea, ma mondiale: peccato che questa mondialità suonava sinistramente tedesca (la lascio qua, perché spiegare che cosa intendo richiederebbe un articolo a sé). Per cui vediamo la Chiesa cattolica tedesca avanzare trionfalmente nella blandizie della contemporanea mentalità euro-americana, che non sa riconoscere nelle altrui come nella propria tradizione culturale i tratti della universale natura umana, da tutte rappresentata; e si assolutizza di conseguenza come sola universale, in un innaturale indifferentismo che le negano tutte.

Oggi il Vaticano sembra voler abbandonare la sua “megalomania”. Bergoglio non rinuncia a indirizzarsi a un uditorio umano generale, ma senza mai fare il nome (almeno nelle affermazioni riportate dai media) di Gesù Cristo. Il che significa che i suoi appelli morali sembrano mantenersi nei limiti della pura ragione – come Kant voleva che fosse la religione. Sono i limiti, fissati nel così detto Occidente, che disgiungono la ragione dalla fede. Ma proprio per questo sono irragionevoli, contrari alla vera ragione.

Guardiamo alla faccenda eclatante dei migranti.

La posizione promossa, dalla gerarchia ecclesiastica vaticana come dai politici di sinistra, è di incondizionata accoglienza. Dire aiutiamoli a casa loro appare una cosa di destra, con politici che si atteggiano a difensori dei cristiani indigeni, o meglio i nativi dell’Occidente sia cristiani che non cristiani. Ma se fosse l’unica cosa ragionevole da fare? Tanti anni fa il Cardinale Biffi, arcivescovo di Bologna, propose di essere selettivi nella immigrazione, con preferenza ad esempio per chi provenisse da paesi di cultura cattolica come le Filippine, che si potessero più facilmente integrare in Italia con gli indigeni cattolici: apriti cielo! Su questo tema siamo divisi nella Chiesa come guelfi e ghibellini, con la gerarchia che prende una posizione di parte. Non importa se sia ragionevole o meno, non è ragionata.

Tra i fedeli, dunque, il Papa fa appello alla loro fede, mentre parla al di là della loro cerchia con il prestigio della sua posizione papale; ma come ho detto si astiene dal nominare l’origine di quella posizione. Per questo, lungi dall’essere infallibile, egli è intrinsecamente discutibile – come un qualunque Kant (a meno di non considerare Kant alla stregua di una specie di infallibile pontefice). Che vi sia infatti una ragione non solo distinta dalla fede, ma da essa separata, è nozione del tutto moderna. Quanto ho appreso da autori non cristiani, è che essa è davvero nozione tribalmente occidentale. L’avversione, in “Occidente”, all’esclusività così detta religiosa, non fa che opporre ad essa la propria esclusività: una cattolicità della ragione che, separandosi dalla fede, non sa rendere ragione di se stessa – così come non può rendere ragione di sé la fede da sola.

Dire fede significa dire persuasione mossa dalla fiducia nell’autorità, e la prima cosa a cui l’autorità muove è a parlare, e quindi all’esercizio della ragione. Siamo invece abituati a porre in termini di fede e ragione la questione della conciliabilità della dottrina cristiana, insegnamento al quale si aderisce per fede, e la cognizione delle cose acquisita con la ragione: come se ne avessimo notizia separatamente, prima di metterle a raffronto. Da qualche secolo a questa parte, vi siamo così abituati da non renderci neanche conto dell’errore antropologico, abissale, in cui cadiamo. Avere notizia di qualcosa significa anche che è oggetto di discorso. Ora, nell’uso del linguaggio noi ci definiamo nei nostri rapporti reciproci ed enunciamo come stanno le cose nel mondo, inestricabilmente; e ciò comporta l’impossibilità di separare fede e ragione. Non rendendocene conto, quindi, non vediamo la pretesa d’autorità di chi si richiama alla ragione, ma solo quella di chi ci richiama alla fede.

Riconoscere l’umanità di tutti gli esseri umani, di qualunque tempo e luogo, viene da un’autorità universale, che ha ricapitolato quell’umanità nella pura e semplice corporeità. Questo dovrebbe far capire il magistero. Dopo di che del problema delle migrazioni si può anche discute razionalmente.


 

22 aprile 2021

Il miglior gesuita


di Giorgio Salzano

Mettiamola così: il problema è chi sia il miglior gesuita. Una volta Carlo Huber S.J., professore di filosofia della conoscenza all’Università Gregoriana e amico di famiglia, mi disse: il motto del buon gesuita è “entrare per la tua porta e uscire dalla mia”. Motto grandioso di sapienza retorica, perché riconosce che non vi può essere conversazione senza luoghi comuni di discussione, e quindi socraticamente concede all’interlocutore le sue tesi, per mostrare che esse in fondo conducono alle proprie: per il gesuita all’unica tesi che è la rivelazione di Dio in Gesù Cristo. 

Non pretendo di essere il miglior retore di questo mondo, voglio dire il miglior conversatore, sempre all’erta nel concedere all’interlocutore quel tanto che può essere concesso, senza assumere nelle discussioni più cose in comune di quante ve ne siano, così cacciandomi in trappole dalle quali è difficile uscire. Devo però dire che quel motto mi è piaciuto, perché quando sono al mio meglio mi attengo nel discutere le affermazioni altrui a un “si, ma”. Sì, bello dunque il motto, ma pericoloso. Il pericolo non è nel motto, ma nelle cose stesse, nella difficoltà della conversazione, perché sia dialogo non volto a con-vincere l’interlocutore ma a convenire in ciò che diciamo, lui con noi e/o noi con lui: con una parola oggi quasi tabù, nella verità. 

Consideriamo la storia della teologia. A cominciare dal san Paolo. Non abbiamo un’idea precisa di come egli predicasse, anche se gli Atti degli apostoli ce ne danno un accenno. Si trattava di annunciare un messaggio di origine ebraica ai non ebrei. Il famoso episodio della sua predica all’Areopago ci fa vedere come egli si agganciasse per farlo a qualcosa di condiviso dagli ateniesi: il primo “gesuita”? 

Sappiamo che i Padri della Chiesa, a cominciare dagli apologisti, procedevano in questa maniera: rendevano conto criticamente della vecchia cultura ellenistica integrandola nell’annuncio cristiano dell’avvento del “regno di Dio” nella persona di Cristo. In risposta alle sfide che quella cultura presentava nella determinazione del senso di questo annuncio, prendeva dunque forma la dottrina cristiana, che nei concilii, da Nicea a Costantinopoli, ne precisava i due insegnamenti (dogmi) fondamentali: dell’essere Dio una natura in tre persone (dogma trinitario), e dell’essere la seconda di queste una persona in due nature (dogma cristologico). Così la vecchia cultura detta pagana diventava lentamente la nuova cultura cristiana, destinata a diffondersi dalle élite intellettuali al popolo.

Non è questo il luogo per seguire lo sviluppo di questa diffusione, con le diversità che essa presenta nell’Oriente e nell’Occidente di quello che era stato l’impero romano. In ogni caso la dottrina cristiana definita dai Padri subiva una diversa articolazione teologica a seconda dell’uditorio al quale la sua predicazione era indirizzata. Voglio solo ricordare l’importanza nell’Occidente dell’ordine di san Benedetto, l’impronta monastica che esso dava alla teologia, ma anche la preservazione grazie ad esso di quel che ci è rimasto della cultura antica. Ci sono poi le sue riforme dopo l’anno mille, gli ordini mendicanti e quindi l’avvento della scolastica. La società si trasformava, cambiava l’uditorio, e con esso la teologia. Intatta restava però la dottrina definita dai Padri, in particolare per l’Occidente da sant’Agostino. Fino all’agostiniano Lutero, quando i suoi problemi spirituali venivano dal lui universalizzati nell’interpretazione della dottrina, con una riforma che per altre ragioni trovava un pubblico ben disposto. 

Siamo, ricordiamo anche questo, ai tempi della scoperta dell’America e dell’aprirsi planetario del mondo con i susseguenti viaggi di esplorazione. Per contrastare la Riforma, ma anche con vocazione missionaria fuori d’Europa, sant’Ignazio di Loyola fondava la sua “società di Gesù”. Lo spirito e la forza dell’ordine ignaziano era negli esercizi spirituali, più che in un particolare orientamento teologico, come quello che aveva improntato ad esempio domenicani e francescani. E in questo sta il pericolo latente nel motto di cui ho parlato.

La pratica e la teoria dell’arte di fare discorsi persuasivi, in una parola la retorica, era stata oggetto di riflessione critica da parte di Platone, che denunziava la pretesa dei sofisti di fare a meno nel suo esercizio della verità: senza di questa, egli notava, essa diventa pura seduzione – così come accade con la neo-sofistica odierna. Nel contesto di riflessione filosofica che da lui prese impulso, essa è rimasta oggetto di studio per quasi due millenni. Ricordiamo Cicerone, ricordiamo Quintiliano, ricordiamo soprattutto che sant’Agostino era insegnante di retorica. Essa era passata dall’epoca imperiale romana al così detto medioevo come parte del trivio delle artes liberales: grammatica, retorica e dialettica. Nell’ordo studiorum delle scuole gesuite era propedeutica alla filosofia ed alla teologia. Viva era in esse la rinnovata consapevolezza della problematica retorica: di come indirizzarsi a interlocutori, a un uditorio dentro e fuori d’Europa di idee più meno lontane dalle proprie, con il quale è necessario trovare luoghi comuni ci convergenza. Da qua ha origine quel motto. Ma, per quanto poco teologo fosse formalmente sant’Ignazio, la sua “porta” era quella della rivelazione di Dio in Gesù Cristo come era stata in precedenza definita nella Chiesa cattolica. Questo significa che, per essere un buon “gesuita”, si deve avere un chiaro senso della cattolicità ovvero universalità di quella rivelazione, in quanto manifestazione del “logos fatto carne”, che non può non abbracciare tutti i logoi degli uomini. Solo a tali condizioni è possibile entrare per l’altrui porta uscendo dalla propria. Altrimenti il rischio è di assumere la “porta” altrui come riferimento primario al quale si finisce per adattare anche la propria. 

Il rischio del motto gesuita sta dunque nella scelta degli interlocutori. Lo abbiamo visto ad esempio in un gesuita torinese trapiantato a Milano, e lo vediamo nel famoso gesuita argentino. 


 

30 marzo 2021

La religione è in tutte le discipline, ma ce lo siamo dimenticati


di Giorgio Salzano

Quando insegnavo religione (si fa per dire, perché non ho mai capito come si possa insegnare quando la materia è facoltativa e non incide sul giudizio finale: in breve, quando gli studenti non sono tenuti ad ascoltarti), ogni volta che entravo in una classe nuova dicevo: se tutte le altre materie venissero insegnate come si deve, di me non ci sarebbe bisogno. Di qualunque materia si tratti, c'entra la religione. Prendiamo ad esempio la storia, ossia tutte le materie umanistiche da noi insegnate in chiave storica. La religione entra chiaramente nell’oggetto di insegnamento della storia, e quindi della storia della letteratura, dell’arte e della filosofia. Purtroppo per lo più gli storici si pongono dal punto di vista dell’oggi, in base al quale spiegano le azioni e le opere degli uomini di ieri, invece di fare, come dovrebbero, il contrario: intendere cioè l’operare di uomini di altri tempi in base alla loro comprensione del mondo e di se stessi. Ma le cose non vanno diversamente per le materie dette scientifiche, che di solito insegniamo invece in maniera astorica, sistematica. Tutti impariamo infatti il teorema di Pitagora, ma non ci viene però detto che esso, come tutta la matematica, aveva per lui un significato teologico, che si è mantenuto tale fino a Newton e Leibniz. Ignorando come la scienza moderna sia maturata in seno al sapere del passato, la consideriamo (anche per lo sfortunato incidente Galilei) come opposta ad esso. E non ci raccapezziamo più nel mondo. Ma la cosa più grave è che non ci si raccapezzano quelli che dovrebbero farci da guida, nella Chiesa come fuori di essa.

Tommaso d’Aquino, per non fare che il nome del più famoso degli scolastici, integrando Aristotele con la tradizione agostiniana e in generale patristica, abbracciava nella teologia la totalità del sapere del suo tempo. Ma se apriamo oggi un libro di teologia, poca cosa troviamo del sapere odierno nel suo complesso, sparpagliato com’è in diverse discipline, di cui alcune godono del titolo di scienza (hard sciences, quelle dure e pure: fisica chimica biologia), altre aspirano a quel titolo (le così dette scienze umane o sociali), altre ancora si devono accontentare di essere studi umanistici. C’è poi la filosofia, nome accanto al quale non posso che porre un grande punto interrogativo (?). Le prime godono di un grande prestigio, anche se la loro conoscenza è appannaggio di una sparuta minoranza, l’aspirazione delle seconde non si è mai realizzata nella forma di un consenso più o meno unitario, le terze danno luogo a una saggistica erudita spesso anche brillante e affascinante … e la filosofia? Che cosa sia, che sapere rappresenti, nessuno lo sa dire; o meglio, si divide in tante scuole ciascuna delle quali pretende di farlo. Più che scienza, essa sembra rappresentare con questa sua divisione velleitarie visioni d’insieme, Weltanschaungen, incapaci di dare ragioni di se stesse nei confronti delle altre. La povera teologia non sa più quale sapere integrare in sé.

Un ruolo principe ha in essa la filologia. Ricordo un corso di aggiornamento per l’insegnamento della religione che dovetti seguire qualche decennio fa, poco dopo la pubblicazione del grande Catechismo della Chiesa Cattolica. Il monsignore (o almeno credo che fosse tale) che tenne il corso spiegò quale fosse il metodo teologico: andava più o meno così, esso comincia con gli studi biblici, prosegue con quelli della tradizione, e una volta poste in questo modo le basi si concede qualche conclusione speculativa. Ero già grandicello, e mi rendevo conto della fallacia di questo presunto metodo. Con gli studi biblici e della tradizione mette alla base la filologia, ma saper leggere non è mai solo questione di competenza filologica, è sempre piuttosto come in un dialogo, in cui vengono poste domande a un interlocutore, in attesa di vedere che cosa egli abbia da dire al riguardo. La riflessione filosofico-teologica ha sempre luogo quindi sullo sfondo di un orizzonte esperienziale e intellettuale, almeno virtualmente speculativo, destinato ad articolarsi consapevolmente nel dialogo istituito con la lettura.

Rendersi conto di un simile orizzonte nel prendere in esame le testimonianze umane di ogni provenienza, del passato come del presente, è dunque il punto di partenza della loro lettura, volta a riconoscere in esse luoghi comuni di esperienza e di pensiero che le rendano intelligibili. E questo oggi significa rendersi conto di una cesura rappresentata dalla modernità, nella quale riferiamo sapere e fede all’uomo, ciascuno riguardato nella sua individualità prescindendo dall’appartenenza sociale, mentre in epoca pre-moderna gli uomini erano sempre riguardati come appartenenti a una società. Della società a cui prendono parte gli uomini sono al contempo attori e spettatori, ed è su questo loro essere che si volgeva originariamente la riflessione filosofico-teologica antica, e poi quella cristiana, anche nella comprensione del mondo tutto, quando vedeva nella natura la manifestazione di un principio che la trascende, diciamo pure soprannaturale. Difficile è perciò oggi fare teologia alla maniera patristica o scolastica, dopo che con la scienza e la filosofia moderna quella duplice contemporanea posizione di ogni uomo è stata scissa in due, frammentandosi nei rivoli delle diverse discipline di cui ho detto. Anzi, di fatto la teologia, per non parlare della filosofia, diventa praticamente impossibile, perde cioè lo stato di vero sapere (volgarmente detto scienza), se non si mostra capace di riunire speculativamente quel che era stato scisso.

Che cosa poteva fare dunque un gesuita argentino non particolarmente portato per la speculazione (se abbia avuto qualche propensione al riguardo, non ve n’è traccia nei suoi successivi discorsi)? Compie i suoi studi mentre maturava nella Chiesa il portato intellettualmente sovversivo della scissione di cui ho parlato, con l’abbandono del tomismo come cosa del passato a cui non veniva però sostituito nulla di ugualmente potente per il presente. Pare che non gli rimanesse altro che gli esercizi spirituali di santi’Ignazio, ed il populismo peronista dalla sua gioventù che oggi proietta su scala mondiale, con la preoccupazione per i poveri, gli emarginati e i migranti, cui si aggiunge l’ambiente, dei quali parla con un moralismo sentimentale in cui non si discerne alcuna particolare cognizione di causa in materia di economia e politica, o in generale di relazioni sociali di qualunque scala nel mondo contemporaneo … o se per questo in materia di teologia.

Inutile attendersi da quel versante lumi teologici. Come mi piaceva dire a scuola, la verità o è cattolica (universale) o non è, e quindi la teologia o la illustra reintegrando in sé il complesso del sapere in una summa indirizzata a tutte le genti (sanctus Thomas docet), o non si sa più indirizzare neanche a quello che sarebbe il suo uditorio primo, i fedeli cristiani.


 

14 marzo 2021

Macché "povera per i poveri". Serve la cura delle anime


di Giorgio Salzano

Va bene, a me Francesco non piace. Lo chiamo con il nome che ha assunto come Papa, che dal racconto di un anziano amico egli sembra tenda a confondere con il proprio nome: in una udienza in cui gli fu presentato, invitando il mio amico a chiamarsi per nome disse, io mi chiamo Francesco e tu? (C’è bisogno che spieghi la fallacia? Al Papa do eminentemente del “lei”, a chiamarsi amichevolmente per nome allora io sarei Giorgio e lui Jorge-Mario.) Ma rischio di divagare. A me dunque l’attuale Papa non piace. So però che ci sono tanti a cui piace. Anche persone di ottimo sentire dalle quali non vorrei essere estraniato. Purtroppo il rischio di estraniamento c’è, dato che nella Chiesa siamo un po’ come guelfi e ghibellini. Fortunatamente non ci scanniamo tra noi come essi facevano al loro tempo. Ma a esprimere riserve nei confronti di Francesco ti becchi facilmente dai suoi sostenitori un “tradizionalista!”. Forse hanno ragione loro, ma “ista” proprio no. Il mio dispiacere ha le sue ragioni, che hanno a che fare con la tradizione, ma non quella specificamente cristiana.

Credo di capire i motivi per cui a tanti piace. Perché vertono su questioni all’ordine del giorno non saprei da quanti decenni, che mi hanno dato di che ragionare. Sappiamo quali sono i leitmotivs della sua predicazione: i poveri, gli emigranti, l’ecologia. Ogni tanto predica anche con parole forti contro l’aborto, ma questo non ha risonanza nell’opinione pubblica, e dove quegli altri sono in gioco sembra passare in secondo piano (come mi pare sia avvenuto in occasione delle recenti elezioni americane, quando non mi risulta che il tema dell’aborto, propugnato dalla leadership democratica fino al nono mese, ossia fino all’infanticidio, abbia giocato un gran ruolo nelle simpatie di tanta parte dell’episcopato, vicina a Francesco). 

Un’immagine, diffusa immediatamente dopo la sua elezione a Papa, mostrava Bergoglio vescovo di Buenos Aires che andava in autobus come uno qualsiasi. Niente macchinone da ricchi. Lui sì! Quante volte mi è capitato di sentire, quando insegnavo religione alle scuole medie superiori, studenti che lamentavano il fatto che i preti si fanno le macchine, e che macchine. La Chiesa, pareva che dicessero, predica bene (la povertà) e razzola male (vive in ricchezza); e questo era per loro uno scandalo tale da tenerli lontani da essa. Frasi fritte e rifritte, che nascondevano le effettive ragioni dell’allontanamento (la progressiva svalutazione nella cultura egemone e quindi nella scuola dell’insegnamento della Chiesa). Francesco comunque, fin dalla sera in cui si presentò per la prima volta sul balcone con la semplice veste bianca, senza la ricca mantellina di ermellino, pareva un’altra cosa. Anche il suo famoso (per alcuni famigerato) “buonasera” mostrava una voluta mancanza di ieraticità, destinata a portare la figura del Papa più vicina alla gente. Ma mi chiedo quanto sia davvero vicino alla gente, o quanto meno all’ordinario fedele cristiano. 

A insegna del suo pontificato egli assumeva dunque il nome del poverello di Assisi. Ricordiamo poi lo slogan, in non so quale suo discorso di allora, a favore di una “chiesa povera per i poveri”. Ma che vuol dire una “chiesa povera”? Come sempre, i suoi slogan sono ambigui. Può anche significare giustamente una chiesa i cui rappresentanti vivono asceticamente. E in tal caso l’espressione sarebbe ineccepibile. Ma se prendiamo lo slogan alla lettera, mi viene da chiedermi che cosa se ne facciano i poveri di una chiesa povera. Quel che i poveri vogliono in fondo è di cessare di essere poveri. E ci vuole per questo una chiesa ricca, non solo in quanto apparato clerico-istituzionale che disponga di mezzi di carità materiale, ma in quanto costituita di uomini virtuosi capaci di creare ricchezza diffusa. 

Sta qua il problema di tanto parlare dei poveri: e i ricchi? O, in termini più astratti, la ricchezza per far sì che i poveri diminuiscano? Un altro slogan degli inizi del pontificato di Francesco era il paragone della Chiesa a un ospedale da campo. Bene, niente da dire. Ma significa che tutti, ricchi e poveri, hanno bisogno di cure per la loro salute (da salus, che vuol dire anche salvezza). Possiamo discutere, “laicamente”, di quale sia il sistema migliore di produzione e distribuzione della ricchezza, ovvero, semplificando, se affidandosi primariamente all’iniziativa diciamo privata o con un intervento dell’istituzione statale più o meno ampio. “Laicamente” mi sembra di poter dire che l’iniziativa privata ha dato in Occidente una miglior prova di sé, con tutte le riserve dovute allo svilupparsi di centri di potere economico che, anche se non son statali, difficilmente possono essere classificati data la loro estensione come privati. Ma in ogni caso la salus degli uomini è precaria e c’è bisogno di attendere ad essa. 

Ricchi o poveri, gli uomini tutti hanno bisogno della “cura delle anime” (come si diceva una volta), offerta dalla Chiesa con l’annuncio della buona novella, ovvero dell’avvento con Cristo del Regno di Dio. Ma questo annuncio sembra recedere sullo sfondo nella predicazione di Francesco: con l’enfasi sui poveri e, vedremo in post successivi, sui migranti e sull’ecologia. 


 

02 marzo 2021

Tipler e la fisica del cristianesimo


di Giorgio Salzano

Da diversi giorni mi frulla per la testa un possibile incipit per un post: io ho una difficoltà, o sono cristiano cattolico ortodosso io, o lo è un certo omino in bianco. Questione imbarazzante, perché tanto per cominciare mi si potrebbe chiedere, ma chi ti credi di essere? La risposta è semplice: nessuno. Mi limito a ritenere vero quello che è stato affermato tale semper ubique ab omnibus. E lui, l’omino in bianco, chi si crede di essere? La risposta sembra abbastanza chiara: il Papa. Ma questo sposta il problema: chi è dunque il Papa, non individualmente è chiaro, ma come figura? Io avrei una risposta da suggerire: non dovrebbe essere nessuno, se non uno chiamato a confermare il popolo dei cristiani nella verità di ciò che stato riconosciuto vero semper ubique ab omnibus. Un lettore appena appena un po’ acuto avrà a questo punto individuato che proprio qua sta la difficoltà: che la formula di Vincenzo da Lerino per identificare l’insegnamento cristiano ortodosso è aperta a discussione.

Faccio un salto, da questo incipit destinato a spiegare perché l’attuale omino in bianco mi sembra troppo cospicuamente qualcuno rispetto all’insegnamento tramandato nella Chiesa, e invece degli sviluppi che avevo in mente (ed eventualmente riprenderò in un’altra occasione) riferisco di un interessante libro di una quindicina di anni fa che mi è capitato oggi di leggere, La fisica del Cristianesimo di Frank J. Tipler. Val la pena di parlarne, non tanto per comunicare le mie impressioni al riguardo, quanto per una certa esemplarità nel suo atteggiamento verso la dottrina cristiana, che è, come ho detto di me stesso, quella di un nessuno, ossia uno che semplicemente la accetta come è stata trasmessa nella Chiesa cattolica: trinità, incarnazione, nascita verginale di Gesù, sua resurrezione, presenza reale nell’eucaristia e resurrezione dei morti.

Tipler è un fisico e da fisico si sforza di argomentare la verità della dottrina cristiana. Commette così un “peccato mortale”, diciamo, tanto per i fisici quanto per i teologi (ed i chierici, per i quali non c’è dottrina se non in quanto è rivisitata dai teologi). È opinione corrente, egli osserva, che «non è accettabile per un fisico in quanto tale credere in Dio»; i teologi, dall’altra parte, di fisica e cosmologia si disinteressano completamente, lasciandola ai non credenti, così detti, ai quali finiscono in definitiva per dare ragione, relegandosi nel loro campicello arato con il vomere della filologia, biblica e di storia della dottrina. Non pare si accorgano che senza cosmologia il Cristianesimo non regge, diventando una credenza tra le tante professate su un piccolo pianeta di un piccolo sole di una galassia tra gli ammassi di galassie che costituiscono l’universo. Non resterebbe allora alla religione che la morale, come suggeriva Kant (e il sermoneggiare dell’omino in bianco, così alieno dai riferimenti dottrinali da suonare come qualcuno da stare a sentire soltanto per la posizione che occupa). A meno di non fare come Tipler, che sulla base della nuova cosmologia fisico-matematica, correntemente accreditata nella sua dimostrazione della natura delle cose, cerca di rendere ragione dell’eredità cristiana.

Non voglio dire con questo che sono d’accordo con il complesso e i particolari degli argomenti che sviluppa. Riportarli e discuterli criticamente sarebbe lungo, ma resto affascinato dall’impresa, ossia il rifiuto dell’equivalente moderno della dottrina proposta nel XIII secolo all’epoca della incipiente scolastica di una “doppia verità”: per cui una cosa sarebbe la verità scientifica e un’altra la verità religiosa. Che questo sia un assurdo lo dimostra l’invasione del mondo accademico e della scuola da parte di un insegnamento che non concede spazio alla verità detta religiosa. Tipler si dichiara un «fondamentalista della fisica», intendendo «che si debbono accettare per vere le conseguenze delle cinque leggi fisiche fondamentali – la meccanica quantistica, il secondo principio della termodinamica, la relatività generale, la cosmologia quantistica e il modello standard [delle particelle] – a meno che e finché un esperimento non mostri che queste leggi hanno un ambito di applicabilità limitata». E continuerà a crederci, dice, anche se questo dovesse portare alla sua «morte professionale». Perché, contro l’opinione corrente, queste leggi portano ad affermare che ogni cosa (il nostro universo, e gli innumerevoli altri universi per noi invisibili che fanno del tutto un multiverso) ci riconduce a una «Singolarità cosmologica, che è Dio». Non solo, ma le stesse leggi permetterebbero di rendere conto del complesso della dottrina cristiana come noi nessuno l’abbiamo appresa da bambini, ed abbiamo mantenuto ragionandoci sopra senza che perplessi teologi ci persuadessero della “doppia verità”.

Sia ben chiaro, rendere conto della dottrina cristiana non significa, per me come per Tipler, negarne il carattere miracoloso. Il miracolo, come egli dice giustamente, non comporta violazione delle leggi della natura, cosa assurda, perché metterebbe Dio, creatore della natura con le sue leggi, in contraddizione con se stesso. Il miracolo sta nella improbabilità dell’evento di cui si tratta. Senza escludere che se ne possa rendere conto in base a quelle leggi, la stessa improbabilità è tale da rendere l’evento soprannaturale: come quello, in primis, della nascita da una vergine di un uomo, che muore ammazzato e risorge.

Unica è dunque la verità, naturale e soprannaturale, e di questa verità Tipler è disposto a rendersi testimone, anche come ho accennato pagando di persona, professionalmente. «E così sia.»


 

30 ottobre 2020

Fratelli tutti. Partiamo da Adamo ed Eva

di Giorgio Salzano

Ero indeciso tra esordire con, sarò breve succinto e compendioso; oppure, sarò breve: Adamo ed Eva … 

Con il primo esordio, osservo che la nuova enciclica del Papa solleva un interessante problema: perché dovrei starla a sentire? Essa presenta infatti un evidente paradosso (come d’altronde era il caso di quella precedente). L’enciclica è un atto di autorità papale, e il Papa è il successore di San Pietro, che era il vicario di Cristo, per cui per brevità si dice che è il vicario di Cristo, parla cioè a suo nome. Bene. Ma se poi l’enciclica si lancia in analisi socio-politiche del mondo di oggi, in cui non dico che quel nome non compare esplicitamente, ma che l’argomentazione è condotta con stile squisitamente laico, allora essa contrasta l’autorità papale dalla quale promana. O no? Di fronte alle sue argomentazioni da parte di un laico, “credente o non credente”, io mi sentirei pienamente autorizzato a criticarle, come erronee, frutto di incompetenza e di ignoranza. I suoi errori laici dovrebbero essere dunque coperti per me cattolico dal fatto che egli sia il Papa? Mi si potrebbe replicare che sì, perché l’autorità papale è pur sempre in materia di dottrina e di morale. Ma quando il Papa parla laicamente, senza evidenti richiami o echi dottrinali, di morale, su materie delle quali mi sono occupato da studioso in tutto il corso della mia vita adulta, che autorità la sua enciclica dovrebbe rivestire per me? Certo, stare a sentire si sta a sentire chiunque …

Ma che autorità hai tu per dire che non vi sono echi dottrinali nell’enciclica? E allora:

Sarò breve: Adamo ed Eva – la Bibbia racconta, e con essa il catechismo sentito fin da che ero bambino – creati integri nella grazia di Dio, si lasciarono ingannare dal serpente, mangiarono del frutto che gli era stato proibito, e furono cacciati dal Paradiso terrestre. Sì, tutti fratelli. Ma ricordiamo quel che il nostro catechismo ci racconta dei primi fratelli, Caino ed Abele. O ricordiamo più semplicemente le rivalità che spesso ci oppongono ai nostri fratelli. La storia dell’umanità è quella di fratelli-coltelli, coltelli proprio perché fratelli. Di che fratellanza va dunque cianciando Bergoglio nella sua enciclica, quando pare richiamarsi esclusivamente alla comune creazione? Mi sembra anche di ricordare, ma non è più il primo catechismo, che San Paolo dica che, guastata la nostra eredità in Adamo a causa della sua disobbedienza, siamo ricreati in Cristo, nuovo Adamo: in una nuova fratellanza senza più coltelli. Questa non ha purtroppo sempre retto perfino nella storia della Chiesa. Bisognava perciò forse ricordare che siamo sempre bisognosi di ri-creazione.


 

14 giugno 2020

Per gli antirazzisti il colore della pelle conta

di Giorgio Salzano

Forse mi sbaglio. È sempre una possibilità. Ma se mi sbaglio, mi piacerebbe che me ne spiegassero le ragioni. E sottolineo, le ragioni: una ben argomentata presentazione dei fatti, così che se ne possano trarre delle conclusioni. Forse mi sbaglio, dunque, ma ho l’impressione che chi più grida contro il razzismo ci sono buone probabilità che sia il primo razzista.

E siccome parlo di ragionare, provo a esporre le mie ragioni. A cominciare da una definizione non dell’anti razzismo, ma della sua assenza. Con le parole di Martin Luther King: quando una persona è giudicata non dal colore della sue pelle, ma dalla qualità del suo carattere.

Non mi butto subito su cose americane, come l’emergenza del momento parrebbe richiedere. Mi soffermo su cose dell’Italia, dove anche abbiamo visto aver luogo manifestazioni antirazziste. Non mi sono informato su chi fossero i partecipanti, ma ho il vago sospetto che fossero di sinistra e contro Salvini.

La domanda dunque è se Salvini sia razzista. O non soltanto realista.

Salvini è milanese, e la cosa suscita sospetto. Chi ha una certa età sa come andarono le cose in Italia all’epoca del boom economico, quando tantissimi meridionali si trasferirono al Nord in cerca di lavoro e opportunità. Malgrado cento anni di unificazione politica dell’Italia, e una guerra – la prima guerra mondiale – combattuta per volere del re al fine di unificare gli italiani nel sangue, le divisioni regionali rimanevano profonde, e i pregiudizi dei nordici nei confronti dei meridionali erano forti. Oggi si fa di tutta l’erba un fascio, e si parla anche a questo riguardo di razzismo. Ma i pregiudizi attenevano soprattutto alla qualità del carattere, e furono superati quando ci si rese conto che a questo riguardo le differenze non erano quelle che si temevano, poiché i principi nella formazione del carattere erano in fondo gli stessi. Diciamo pure la religione cattolica, e il suo portato culturale perdurante anche tra quanti non si consideravano più cristiani.

Ma i pregiudizi attenevano soprattutto alla qualità del carattere, e furono superati quando ci si rese conto che a questo riguardo le differenze non erano quelle che si temevano

Oggi l’Italia è diventata anch’essa paese di immigrazione, e i berberi, gli arabi ecc., e a maggior ragione i neri che vengono sono davvero somaticamente diversi dagli italiani. Ora Salvini si schiera contro l’immigrazione incontrollata, pretendendo di parlare a difesa degli italiani. È razzista? Non saprei, non avendogli mai parlato di persona per poter sapere quanto entri il colore della pelle nelle sue prese di posizione. Potrebbe non entrarci per niente. Egli brandisce a segno dell’identità italiana il rosario, e non solo gli antagonisti laici ma perfino i vescovi si indignano. Ma i vescovi, salvo eccezioni, hanno cessato quasi di fare testo. Vuol dire forse che fa testo Salvini? Chissà, potrebbe anche essere che per intuito abbia afferrato qualcosa che teologi e prelati non sembrano capire più.

La formazione del carattere ha a che fare con la religione, e la religione ha a che fare con la giustizia tra i membri della società. E giustizia significa innanzitutto riconoscimento reciproco come appartenenti alla stessa società di uomini. È il problema che si presenta ogni qual volta si incontrano esseri umani di diversa provenienza, vicina o lontana. Sarà un nemico, ci possiamo chiedere, o può essere un ospite? Le due parole sono in italiano di diversa origine, ma in latino sono la stessa parola, con la differenza di un “pi”: hostis e hospites. Questo implica, osserva il grande linguista Emil Benveniste, che probabilmente c’era all’origine un verbo hostire non più attestato, che significava equiparare, con un giudizio positivo o negativo nei confronti di chi si incontra. Ora questo è un problema serio, che solleva qualunque livello di relazioni sociali, e che non si può cancellare semplicemente dichiarando che tutti gli esseri umani sono uguali. Non basta l’affermazione di una astratta umanità, che oblitera differenze che innegabilmente ci sono, per cui alla diversità di provenienza può corrispondere, più rilevante del colore della pelle, una diversità nei principi formativi della personalità. Bisogna che ci si riconosca in qualcosa che effettivamente equipara, così che il disastro di Babele sia superato. Come quando «Parti, Medi, Elamiti, abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadòcia, del Ponto e dell’Asia, della Frigia e della Panfilia, dell’Egitto e della Libia vicino a Cirene, Romani […], Giudei e proseliti, Cretesi e Arabi», ascoltando gli apostoli sentivano parlare la loro stessa lingua.

È questo che teologi e prelati tendono a dimenticare. O di cui non sanno più rendere conto. Fa pena dunque che debba essere Salvini a brandire un simbolo di quella lingua, e non coloro che sono deputati a insegnarla. Come se nemmeno si rendessero conto del problema costituito dalla differenza di hostis e hospites, così da riconoscere che il Cristianesimo ne rappresenta la soluzione. Si asserviscono perciò allo stato come al possibile equiparatore. Ma lo stato non può equiparare che nel generale assoggettamento.

Come se nemmeno si rendessero conto del problema costituito dalla differenza di hostis e hospites, così da riconoscere che il Cristianesimo ne rappresenta la soluzione.

I discorsi pubblici sono dunque all’insegna dell’antirazzismo, sia pure come fascio di quella famosa erba, in cui non si distingue più tra avversione razziale e sospetto culturale. Ma la cosa curiosa, evidente in America mentre da noi probabilmente si cela nella confusione delle erbe nel famoso fascio, è che l’antirazzismo diventa la maschera del razzismo. Se definiamo razzismo con la sentenza che il colore della pelle conta. Non so bene dire da quando, ma certamente nell’ultimo decennio, si è diffusa nella sinistra statunitense (detesto questo aggettivo, ma mi fa senso chiamarla americana, quando non ha più nulla dell’idea d’America) la così detta identity politics: è come dire che tutti sono o bianchi o neri o gialli o bruni, ed ognuno si dovrebbe identificare con quelli dello stesso colore di pelle – ovviamente secondo i dettami di coloro che predicano una simile politica dell’identità. Ossia gli statalisti democrat. L’identity politics si iscrive in una visione politica di vittimismo generalizzato: ognuno è vittima di qualcun altro, e quindi se è un fetente non è colpa sua, ma di chi lo ha vittimizzato. I vittimismi si incrociano, per cui quello razziale va a braccetto con quello sessuale, in cui vittime sono ovviamente le donne, o anche gli omosessuali. Ma se ci sono vittime, ci deve essere anche un vittimizzatore. E chi altri alla fin fine se non il maschio bianco?

L’epitome è Trump. Tra gli intelligenti l’odio nei suoi confronti non conosce limiti. Dopo tutto è un maschio bianco che pretende di parlare per l’America come terra di opportunità – il che non significa che non vi siano stati soprusi nella sua storia, ma che non è questo che ne caratterizza la costituzione. Il maschio bianco ha il permesso di parlare solo con la premessa almeno implicita di un mea culpa. Se adotta cioè nel discorso pubblico il dovuto atteggiamento autodeprecatorio da identity politics. Se un bianco prova a dire che per lui il colore della pelle non ha importanza, subito scatta l’insulto: razzista; se è poi un nero (come il grande neurochirurgo Ben Carson, che fa parte del governo Trump) a dichiarare che il colore non impedisce di avvalersi delle opportunità che l’America offre, allora l’insulto è di Uncle Tom o di traditore della sua razza. Il colore della pelle non può non contare, deve contare, proclamano persone famose – celebrities in inglese – bianche e nere o nere e bianche, come si preferisce, dai loro pulpiti televisivi: buttiamo giù l’usurpatore!

L’identity politics si iscrive in una visione politica di vittimismo generalizzato.

Ma si tratta di celebrities, gente di successo! Che come il dottor Carson dovrebbe essere grata di quello che ha avuto dall’America. E invece rinfocola vecchi rancori, braci quasi spente di antichi pregiudizi, mantenuti in vita da disastrose politiche assistenziali e familiari che hanno creato un lumpenproletariat urbano “di colore”, nel quale serpeggia una violenza internicina incredibile, come ad esempio nella città di Chicago, dove i morti ammazzati ogni anni si contano a migliaia. Il colore della pelle deve contare, altrimenti si dovrebbero fare i conti con il fallimento nella formazione del carattere. L’antirazzismo, che per la definizione che ho dato del razzismo è razzista, è in effetti animato da un odio più che razziale ideologico. Parlo degli Stati Uniti, ma anche se in misura minore – l’aspetto razziale, dico, non quello ideologico – vale pure per noi:. Oggetto di quest’odio razzial-ideologico non sono là necessariamente i bianchi in generale (che può anche essere il caso con certe celebrities nere), ma quelli che Hillary Clinton bollò come i “deplorables”, la gentaglia, potremmo dire in italiano, della classe media o medio-bassa che non segue i dettami degli intelligenti, ma cerca per quanto ne è capace di attenersi ai precetti di decenza e di carattere religiosamente tramandati. Le loro sono medie storie, di medi successi e medi fallimenti, e media capacità di districarsi tra hostis e hospites. Sono le storie di gente che ha trovato in Trump un portavoce. Ma non è degna di attenzione e di simpatia da parte della sinistra dei multimilionari, dell’accademia e dei grandi media, e della high tech che esercita nei social la sua censura.

In fondo, l’identity politics della sinistra degli US, che rifiuta l’A, non è che una manifestazione dell’antica massima divide et impera. Gli intelligenti, bianchi e neri, dividono la popolazione per meglio sottometterla al loro statalismo. Così l’antirazzismo diventa, anche da noi, una forma di dominio.


 

07 giugno 2020

Dal Sogno (cristiano) di Martin Luther King al caos odierno

di Giorgio Salzano

Io mi chiedo perché mai le nostre emittenti televisive abbiano dei corrispondenti negli Stati Uniti, se poi ripetono più o meno a pappardella il messaggio dei main stream media americani. Tanto vale che se li guardino e leggano da qua. Io da qua seguo le vicende di là, e vedo che vi sono anche altre voci, anche se mediaticamente minoritarie. E non è detto che la maggioranza abbia sempre ragione. Non solo bisognerebbe che tenessero conto di quello che le parti contrapposte sostengono, ma almeno di quello che sostiene la parte che esse ascoltano.

Ieri sera, a Prima Pagine del TG5, ho visto un servizio che mi ha lasciato esterrefatto.

Riportava le immagini di Martin Luther King che il 28 agosto 1963 pronunciava al Lincoln Memorial, di fronte a una folla oceanica, il famoso discorso “I have a dream”:  il sogno che coloro che i figli di coloro che erano stati schiavi e i figli di coloro che avevano posseduto schiavi siedano insieme al tavolo della fratellanza, in una nazione nella quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per le qualità del loro carattere. Ma soprattutto degno di nota oggi è il finale di quel sogno: «che un giorno ogni valle sarà esaltata, ogni collina e ogni montagna saranno umiliate, i luoghi scabri saranno fatti piani e i luoghi tortuosi raddrizzati e la gloria del Signore si mostrerà e tutti gli essere viventi, insieme, la vedranno». Per chi non lo sapesse, queste ultime immagini del sogno sono da Isaia 40,3. E il predicatore King conclude: «E’ questa la nostra speranza. Questa è la fede con la quale io mi avvio verso il Sud». A cui potremmo aggiungere oggi gli altri punti cardinali.

Che cosa c’era da rimanere esterrefatto? È un “sogno” sempre valido, suggeriva il servizio mostrando un bambino bianco e uno nero che si correvano incontro abbracciandosi. Certo che è sempre valido, ma che cosa ci dice dei violenti disordini scatenatisi in questi giorni nelle città americane? Forse che sono “proteste razziali” dovute all’esasperazione per la sua incompiuta realizzazione? O che ne sono l’esatto opposto? Qualche parolina al riguardo da parte dei nostri corrispondenti non avrebbe guastato. Ci sono ragioni di dubitare del carattere razziale della violenza, degli incendi e dei saccheggi di questi giorni, malgrado i connotati razziali dell’omicidio che ne è stata l’occasione; o quanto meno valeva la pena di investigare.

Segnalo innanzitutto due momenti che mettono questi disordini in opposizione al sogno di Martin Luther King. Il primo è la dissacrazione del Lincoln Memorial, imbrattato di graffiti: quello che viene imbrattato non è solo il monumento dal quale egli pronunciò il suo famoso discorso; imbrattata è la Costituzione, in nome della quale egli condusse la sua battaglia per l’abolizione delle leggi discriminatorie degli Stati del Sud, oggetto come l’America tutta di discorsi denigratori. L’altro momento è l’incendio appiccato all’antica chiesa di san Giovanni costruita vicino alla Casa Bianca duecento anni fa: è una dissacrazione del sogno stesso di Martin Luther King, di cui ho segnalato la radice biblica, in Isaia ed essenzialmente in Cristo.

Ancora una parola su quelli che pretendono di condurre avanti la lotta contro il razzismo: noi li chiamiamo “democratici”, in americano sono chiamati “democrats”. Fino a qualche tempo fa essi condividevano il consenso americano, con qualche differenza di enfasi su un maggiore o minore interventismo statale. Quel consenso si basava sulla Costituzione e sulla religione. La libertà di religione, garantita dalla Costituzione, era intesa essenzialmente come non intromissione dello stato nelle cose di religione. Il consenso era costituito da una interpretazione dei dieci comandamenti, intesi non soltanto come frutto di rivelazione, ma come rappresentativi del diritto naturale. Negli ultimi decenni questo consenso è saltato. I democrats ne sono lentamente, diciamo durante un mezzo secolo, usciti fuori. Lo vediamo essenzialmente nell’atteggiamento verso la libertà di religione: essa non è più stata intesa come prima, ma alla maniera francese divenuta la maniera europea, per la quale la neutralità o laicità dello stato si trasforma, paradossalmente, in quella che non posso chiamare altrimenti che la religione di stato, l’unica dottrina pubblicamente insegnabile che scarsamente tollera un insegnamento non statalista. Con la libertà di religione viene oggi anche rimessa in discussione la libertà di parola. All’immagine di un popolo di uomini e donne capaci di discutere, sostenendo anche opinioni divergenti, viene sostituta quella di un popolo di bambocci supersensibili, facili all’offesa dalla quale vanno perciò protetti. Salvo che l’offesa non sia quella di “razzista”, e allora uno deve solo farsi piccolo piccolo e chiedere scusa.

Voglio forse dire che non c’è razzismo in America? C’è, e forse è anche endemico, il sogno di Martin Luther King è ancora lungi dall’essersi realizzato. Ma chissà come l’accusa di razzismo viene sempre da una parte, i democrats, bianchi o neri che siano. Chi dissente è suscettibile di essere subito apostrofato “razzista!”, a proposito o a sproposito. Così, gli stessi che sostengono la legittimità dell’aborto fino al momento della nascita, cercano di mantenere la loro egemonia.


 

02 giugno 2020

Esperti e magistrati


di Giorgio Salzano
Ci sono un paio di cose di attualità delle quali mi piacerebbe parlare. Ma sono incerto. Una riguarda i così detti “esperti”; l’altra lo scandalo, di cui non si capisce la novità, del condizionamento politico della giustizia. A pensarci bene, entrambi hanno in comune l’assoluta mancanza di razionalità che caratterizza la nostra società, manifesta nel fatto che non sembriamo neanche renderci conto del problema.

Chissà, forse qualcuno si è accorto che gli esperti non dicono tutti la stessa cosa su questa catastrofe a nome coronavirus che ha investito il mondo intero. Eppure che diamine, sono tutti scienziati, e la scienza dovrebbe essere il terreno della certezza, delle conclusioni cogenti alle quali nessuno si può sottrarre. E invece no, lo vediamo anche in particolare quando si parla di ecologia, i pareri divergono, e un scienziato contraddice un altro. Se è così, vuol dire che l’osservazione si presta a conclusioni non univoche, nelle quali sono in gioco fattori diversi dalla scienza. Ma su questo tornerò un’altra volta.
Mi soffermo dunque sullo scandalo che porta il nome di ANM, associazione nazionale magistrati. Alcuni richiedono adesso l’abolizione al suo interno delle correnti. Io richiederei l’abolizione dell’associazione. Che fosse essa il luogo dove si decide dall’assegnazione delle posizioni più delicate, come quelli delle procure chiave, è cosa nota da tempo. Tralascio qua la questione spinosa dell’unità delle carriere di procuratori e giudici, di cui non si capisce la ragione data l’assoluta diversità del ruolo che essi svolgono. E mi soffermo sulla questione ANM: quello che io non capisco è che cosa ci stia a fare questa associazione, non doveva essere il Consiglio Superiore della Magistratura l’organo di governo del potere giudiziario? C’era bisogno che i magistrati si associassero? Non dovrebbero essi essere singolarmente responsabili soltanto di fronte alla legge (con i diversi gradi di giudizio che permettono di correggere errori e abusi)?

Ma è qua il problema, che rischia di trasformare l’ANM, da associazione di uomini di legge in una sorta di associazione, mi si conceda l’espressione forte, mafiosa – se chiamiamo “mafia” una consorteria che agisce al fine di controllare al di fuori della legge attività anche di per sé legali. In questo caso l’attività legale da controllare è la stessa applicazione della legge. Ed è fatta necessariamente al di fuori della legge, data la concezione di ciò che è legge che viene correntemente insegnata nelle scuole di giurisprudenza, che ha implicazioni che normalmente sfuggono quando parliamo correntemente di legalità. 
Riconosciamo qua la somiglianza con la questione degli esperti scientifici. Pensiamo infatti ai giuristi come a esperti del diritto, che, data la legge, si dovrebbero saper pronunciare univocamente sui fatti a cui essa si applica, senza che intervengano cioè considerazioni di interesse personale che distorcano il giudizio. Ora, quando questi interessi siano di carattere pecuniario o di scambio di favori la deviazione dal diritto è per noi evidente, ed è giuridicamente sanzionata. Ma di solito non teniamo conto del fatto che quegli interessi possano essere anche di carattere ideologico, e perciò le notizie di interferenza della politica nella magistratura sono accolte con clamore: abbastanza ipocritamente, poiché la concezione corrente della legge rende quell’interferenza pressoché inevitabile. Come i fattori extrascientifici che entrano nella valutazione che gli esperti danno dei fatti del caso.

Quello che può colpire quando si studia giurisprudenza – e che comunque colpì me profondamente – è la disgiunzione di giustizia e legge: per cui ci si dice che sono legge quelle disposizioni che vengono approvate nei modi dovuti da certi organi dello stato, da noi in primis il parlamento, e che con questa loro definizione procedurale il concetto di giustizia non ha nulla a che fare. In altre parole, l’unico diritto esistente è il diritto positivo, e se di giustizia vogliamo parlare, questo appartiene a un momento pregiuridico, chiamiamolo pure politico. L’applicazione delle leggi richiede però la loro interpretazione. E chi le interpreta non può non farlo che alla luce di una qualche sua idea … di giustizia. Che resta però fuori della discussione giuridica, mentre determina schieramenti associativi.

C’è stato un momento agli inizi dell’Ottocento in cui la discussione razionale delle idee veniva chiamata “ideologia”. Ma poi la parola ha preso a seguito dell’uso che ne fece Marx il connotato di vano e interessato blaterare. Il che ha anche significato che di idee come giustizia non sappiamo più come ragionare. Si insegna ancora nelle facoltà di giurisprudenza una disciplina fossile chiamata filosofia del diritto, ma questa sta di solito per l’applicazione al diritto di riflessioni filosofiche nate altrove, non specificamente sul diritto: o meglio, sulle relazioni sociali, alle quali inerisce un’idea come quella espressa dalla parola latina jus, la giustizia che proclamata d’autorità diventa lex, legge. Potremmo restituire con una simile riflessione all’interpretazione delle leggi uno sfondo comune di riflessione razionale, che lo sottrarrebbe agli arbitri associativi.


 

19 aprile 2020

Il Covid19, la Cina e la Chiesa


di Giorgio Salzano

È pazzesco, incredibile. Fonti del Dipartimento di Stato americano riportano, suppongo sulla base di un lavoro di intelligence che ha penetrato il velo di segretezza del regime cinese, che la pandemia del covid-19 ha avuto origine in un laboratorio di virologia situato nella città di Wuhan. In esperimenti sui pipistrelli, un impiegato di laboratorio sarebbe rimasto accidentalmente contaminato. O beh, incidenti succedono, come accadde ad esempio a Chernobyl. Sì, ma allora fu l’esplosione di un reattore, che di per sé fa un grande botto spargendo elementi inquinanti nell’atmosfera. Mentre in questo caso l’inizio fu quasi inavvertibile. Salvo che fu avvertito dalle autorità cinesi … Il tutto accadeva a novembre dell’anno scorso, ma la preoccupazione delle autorità cinesi non fu quella di mettere sull’avviso, innanzitutto la propria popolazione, per evitare il diffondersi di un contagio che sapevano trasmettersi da uomo a uomo, ma di mettere tutto a tacere.

Quando poi si resero conto di non poter mantenere il segreto, innanzitutto si inventarono un’origine diversa, in un “mercato umido” dove si vendono carni di animali per noi immangiabili, come appunto i pipistrelli. Chiusero quindi la provincia di Wuhan al resto della Cina, ma non i voli internazionali … Infine dovettero ammettere a metà gennaio l’esistenza di una epidemia, senza dare però un’idea chiara della contagiosità del virus. Con l’Organizzazione Mondiale della Sanità che ripeteva al mondo le menzogne e le mezze verità cinesi. Se ci chiediamo dunque chi dobbiamo ringraziare per il disastro che ha investito il nostro mondo, sappiamo dove volgerci.

Solo un paio di considerazioni. Una di carattere generale, una seconda più mirata. A quanto appena detto avrei dovuto premettere un “sembra che”. Ho esordito dicendo “è incredibile”. E infatti mi attendo che tanti dicano “non ci credo”. Dipende dalle nostre fonti di informazione. Questo è in effetti vero non soltanto per quel che riguarda l’informazione giornalistica. C’è pochissimo che noi sappiamo per conoscenza diretta. Il novanta per cento, diciamo, delle nostre cognizioni sono per noi mediate da altri. Mio fratello fa dell’ironia sull’esistenza di una setta di “terrapiattisti”. Ma forse la cosa è più seria di quanto lui pensa. Significa l’esistenza di sacche di totale diffidenza nei confronti di chi trasmette il sapere. Probabilmente i “terrapiattisti”, non avendo fiducia, magari anche per buoni motivi, verso i maestri di pensiero del nostro tempo, portano questa mancanza di fiducia alle estreme conseguenze: «e non ci venite a dire che la Terra è rotonda!» Una cosa ridicola si rivela estremamente seria; mette in risalto un fatto che si suole passare sotto silenzio: che la società si regge sulla fiducia, ovvero, che è la stessa cosa, sulla fede (non per niente in latino sono la stessa parola: fides). Questo non significa che la “fede” sia “cieca”. È la fiducia che riponiamo in chi ci è maestro che ci permette di apprendere, tra le altre cose, a ragionare, anche su quanto egli stesso ci insegna. Se perciò ritengo le notizie sulle responsabilità cinesi per la pandemia covid-19 affidabili, è perché chi le riporta mi dà fiducia, grazie anche alla forza degli argomenti portati a loro sostegno, che riconfermano la fiducia.

La seconda considerazione riguarda la Chiesa, il covid-19 e la Cina. In un’intervista su Vatican News., un personaggio ha detto, in risposta alla domanda se vi possa essere un nesso tra la pandemia e i cambiamenti climatici, che «Dio perdona sempre, gli uomini qualche volta, la natura mai». Non so che cosa risponderebbe se gli si chiedesse del ruolo dei cinesi in questa vicenda. Chissà, forse che i cinesi sono strumenti della vendetta della natura? Mah! Intanto lo stesso personaggio sembra avere fiducia nei cinesi, o a essere più preciso nel Partito Comunista Cinese, firmando un accordo “di compromesso” sulla nomina dei vescovi, deprecato dal cardinale Zen come una resa e un tradimento.

 

27 marzo 2020

L'arazzo rovesciato e la Provvidenza

di Giorgio Salzano
Nel mio precedente post mi ero chiesto se fosse possibile parlare del coronavirus in maniera intelligente. Ed ho proposto qualche pensiero che mi è venuto in mente, non saprei quanto intelligente. Ma certamente nel novero delle cose intelligenti rientrano le riflessioni di monsignor Crepaldi, arcivescovo di Trieste, pubblicate sul sito Rossoporpora. Non le riporto, noto solo che lo trovo più ottimista di quanto non lo sia io sulla probabilità di venir fuori da questa crisi virale con una presa di coscienza della inadeguatezza degli assetti politico-finanziari e culturali che da essa sono stati investiti. Il pericolo che al suo termine i potentati che con la complicità del mondo accademico-mediatico hanno dominato politica e finanzia cerchino semplicemente di riaffermare la loro presa sulle nostre società è molto grande.

Una gentile lettrice mi ha fatto osservare che c’era una discrepanza in quel mio post: dopo un’argomentazione svolta tutta in chiave filosofica, l’ultimo paragrafo sull’eucaristia, e la sua mancata celebrazione in questi giorni, diventava immediatamente confessionale. Non ha propriamente usato queste parole, ma ha detto che assumevo troppo da chi legge. Il che implica che anche tanti cristiani praticanti non si rendono pienamente conto della portata reale della consacrazione eucaristica. Non si rendono bene conto in effetti del significato della dottrina cristiana, nella quale pur professano di credere. Questo perché la cultura accademico-scolastica che ha pervaso la nostra società, e che quindi anch’essi assorbono, si è estraniata dalla tradizione culturale cristiana, propugnando uno stile di vita e di pensiero “etsi Deus non daretur”. Va bene, lo concedo, assumo troppo, ma qualunque cosa assumessi sarebbe in effetti troppo nel momento in cui facessi davvero, io come chiunque, come se non ci fosse Dio (che è, parlando metafisicamente, l’essere stesso – ma qua il discorso si farebbe lungo).

Mi chiedo dunque se impareremo qualcosa dalla presente situazione virale. Una cosa potrebbe essere la mendacia dell’estetismo ecologista: la natura bella e buona che l’intervento umano distruggerebbe si è rivolta truce contro l’uomo, minacciandolo di morte (minaccia che è d’altronde naturale). Un’altra è che la UE è in effetti DE: non unione europea, ma disunione europea; che il mondo senza frontiere sostenuto dagli illuminati di sinistra è un inganno negatore dei popoli, che fa il gioco della grande finanza sopranazionale. E altre cose del genere. Ma potremmo apprendere anche un’altra lezione, su che cosa sia possibile assumere da un qualsivoglia interlocutore.

La migliore osservazione l’ho trovata in un video di Dannis Prager, “conduttore radiofonico opinionista e scrittore statunitense” lo definisce Wikipedia, e promotore di una serie di video di un cinque minuti circa su ogni genere di questioni politico-culturali intitolati PragerU, università di Prager: che è come dire, vi faccio sapere cose che le vostre università vi tengono nascoste. Nel video di cui parlo, Prager trae dal coronavirus la lezione lapalissiana che non c’è vita senza sofferenza, dolore; ma questo contraddice l’illusione di una vita senza dolore nutrita da una generazione cresciuta nell’abbondanza, la quale però invece di essere felice si sente oppressa. E ciò porta Prager a enunciare questo grazioso paradosso: non si dà una cosa come la vita libera dal dolore, e tanto prima capisci che il dolore è inevitabile tanto più felice sarai. Ed ha quindi aggiunto una cosa che in me suscita grandissima eco: allora sarai grato di tutte le cose belle che ti sono date.

Ecco, la gratitudine, l’esser grato, è qualcosa che forse chiunque può capire. Ricordo che una volta a scuola io feci un’osservazione del genere a una studentessa, al che lei rispose ironicamente: grato a chi, a Dio? Ebbene sì, a Dio. E se uno è non credente? L’errore, in questa obiezione come già nell’ironia della mia studentessa, è ritenere che nell’esistenza di Dio si creda, o non si creda, per ragioni che non hanno a che fare con la gratitudine, così da essergli chi ci crede, se del caso, grato. Ma non è così, è nell’esperienza stessa della gratitudine che si avverte la presenza di Dio: è infatti risposta alla manifestazione della bellezza e della bontà che trionfa dell’umano dolore.
Apprendiamo questa lezione, una lezione che posso enunciare senza assumere troppo dagli interlocutori, e forse ci possiamo rendere conto che eventi naturali come quello della presente contingenza non sono pura casualità, che non vi è nulla in effetti che sia dovuto semplicemente al caso, ma che ogni cosa sia come il segno sul rovescio di un arazzo del disegno compiuto che c’è sul dritto che noi non percepiamo: che è poi quella che veniva una volta chiamata Provvidenza.
Sono perciò grato per un vescovo come monsignor Crepaldi, che parla con fiducia nella Provvidenza, e conferma in essa anche me.

Immagine: Arazzo: Urbano VIII preserva la città di Roma dalla peste e dalla carestia. Musei Vaticani



 

15 marzo 2020

La democrazia ha un futuro?

di Giorgio Salzano
Domanda: la democrazia ha un futuro? Risposta: c’è da dubitarne.
È un po’ che, con questa domanda e risposta in mente andavo meditando un articolo, con una alternativa, o un seguito, che in tal caso sarebbe: e la Chiesa la sta aiutando a ben morire.
Parlandone con un mio nipote quarantenne gli ho posto la domanda, e lui mi ha risposto con un’altra domanda che mi ha spiazzato: perché, forse esiste? Beh, la contro risposta a questa contro domanda dovrebbe essere sì, esiste, ma bisognerebbe, perché abbia senso, che definissimo, per quanto è possibile, l’oggetto della domanda e della risposta. Insomma, che cosa è questa benedetta democrazia?

Si suole definirla in base a due fattori principali, separatamente o congiuntamente: un sistema di voto popolare per l’elezione di un’assemblea legislativa e, per suo tramite o separatamente, del governo; l’uguaglianza degli uomini che individualmente formano il popolo. C’è però anche un terzo fattore, che non so bene come denominare, non menzionato in quanto tale, ma individuabile nel fatto stesso che della democrazia discutiamo, (più o meno) civilmente.
I due primi fattori sono quelli in base ai quali le due parti in contrapposizione all’epoca della guerra fredda si definivano entrambe “democratiche”. Si tratta di un’epoca lontana, che per tanti di noi è ormai storia, raccontata e non vissuta (come è per me l’epoca precedente dei totalitarismi fascista e nazista). Ci dividevamo dunque in Italia, come d’altronde nel resto d’Europa e del mondo, tra filoamericani e filorussi, dove “russi” stava a significare sovietici. (Per chi volesse avere un’immagine di quell’epoca da noi, forse il migliore ritratto è quello che ne ha fatto Giovannino Guareschi, di una generazione precedente alla mia, con i libri, e i film che ne furono tratti, su don Camillo e Peppone – popolano, quest’ultimo, da tenere distinto dal “tizio di città”, ossia dagli intellettuali e burocrati comunisti). Inutile dire che l’una parte accusava l’altra di non essere democratica. Il che era ovviamente vero per entrambe, dal momento che partivano da due definizioni diverse di democrazia.

Dalla parte diciamo filoamericana, perché ci fosse democrazia era necessaria una costituzione, che permettesse, come ho detto, l’elezione dell’assemblea legislativa e del governo, e richiedesse, per questo, libertà di espressione e di associazione, e libertà economica d’intrapresa (chiamiamolo pure capitalismo). Essenziale era ritenuta inoltre la così detta separazione dei poteri: legislativo, esecutivo, giudiziario (per cui l’uno fa le leggi, il secondo governa in base ad esse, il terzo in base ad esse giudica). Per l’altra parte, invece, la democrazia così assicurata era solo formale, perché la libertà economica d’intrapresa impediva una effettiva eguaglianza degli uomini, condizionava tutte le altre libertà, ed andava perciò abolita a favore di una gestione amministrativa dell’economia (chiamiamolo pure comunismo o socialismo), assicurando così una democrazia sostanziale, nella quale le garanzie giuridiche della libertà di espressione e di associazione sarebbero state superflue.

Per estrazione sociale io appartenevo alla parte filoamericana, e cominciai a ragionare di politica prendendone le difese, allo stesso tempo in verità in cui tanti miei coetanei della stessa estrazione avvertivano la fascinazione dell’altra parte. Mi piaceva definirmi liberale, in suprema ignoranza di ciò che i liberali erano stati nella storia d’Italia. Mi ci sono voluti perciò un po’ di tempo e di studi, nonché le vicende che hanno portato dagli anni della mia giovinezza a oggi, per rendermi conto della debolezza intrinseca della democrazia definita essenzialmente come possibilità di libere elezioni: intesa, in altre parole, in un senso puramente procedurale. Già dire così è il frutto di quegli studi, che mi hanno fatto capire le ragioni di chi richiedeva una definizione non solo formale della democrazia. Sono arrivato anch’io alla conclusione che non bastano le procedure elettorali per definire la democrazia, ma che quelle procedure non si giustificano se non su basi non procedurali, attinenti all’essenza o sostanza politica delle cose. Che non poteva tuttavia essere quella di matrice socialisteggiante.

Ho cominciato i miei studi superiori dal diritto, e, per quanto mi abbia interessato e mi sia diciamo pure piaciuto, vi ho trovato, così come veniva presentato, qualcosa che mi disturbava profondamente, laddove mi si diceva che esso ha a che fare esclusivamente con la legalità e non con la giustizia: che sono le leggi a definire il giusto e l’ingiusto, e che quindi non si può giudicare se esse siano a loro volta giuste o ingiuste. Voleva dire che tutto il parlare di giustizia che facciamo non rientra nel dominio del diritto, e che quindi è al di fuori di esso che va cercato un terreno di discussione al riguardo. Che è ciò che feci, non rendendomi inizialmente conto delle implicazioni distruttive che questo ha per lo stesso diritto.

Mi spiego. Ho premesso nell’accennare alla separazione dei poteri un “così detta”. All’origine della riserva così espressa c’è l’osservazione che la separazione che il barone di Montesquieu credette di rilevare nella costituzione inglese, così proponendola come modello largamente accettato, è in effetti ingannevole. Dovremmo semmai parlare di una distinzione dei tre poteri, legislativo esecutivo giudiziario, a cui corrisponde una (parziale) separazione del personale preposto all’esercizio di ciascuno di essi. Tale era nel Settecento britannico, e tale rimane ancora oggi: allora la pacificazione raggiunta dopo la guerra civile dei secoli precedenti aveva portato a un diffuso consenso culturale “anglicano” (o in Scozia “presbiteriano”) attorno alla monarchia vincitrice; oggi i partiti in competizione nella formazione del consenso cercano di esprimere il personale di ciascuno dei tre poteri.

Non riconoscere che questo è il caso, con la pretesa di isolare un potere legislativo quale base degli altri due, distrugge il diritto perché lo fa dipendere da una formazione previa del consenso, da esso cioè svincolato, di cui anche coloro che sono chiamati all’applicazione delle leggi partecipano.
Anche io allora, insoddisfatto dallo status quaestionis su legalità e giustizia, mi volsi dunque allo studio delle più varie discipline, da sociologia ed antropologia alla filosofia ed alla teologia, in cerca di lumi sul momento politico (di competizione nella formazione del consenso) previo alla legislazione, per ritrovarvi il criterio di giustizia a cui essa dovesse obbedire. Mi portavo, in questo senso, sul terreno della parte avversa, che protestava contro la democrazia formale perché ingiusta, e opponeva quindi ad essa la democrazia sostanziale fondata sulla giustizia. E la giustizia veniva da essa identificata, come lo è ancora da tanti, con l’uguaglianza. Ma questo solleva un duplice ordine di problemi. Anche Alexis de Tocqueville, aristocratico francese nato ai tempi della Rivoluzione, aveva ne La democrazia in America concepito la storia come un movimento verso la democrazia, ossia verso l’uguaglianza di condizione tra gli uomini, e la vedeva realizzarsi appunto in America. Proprio quell’America campione del capitalismo che veniva indicato da parte comunista come regno delle discriminazioni e delle disuguaglianze.

Abbiamo dunque qui il primo problema: l’uguaglianza deve essere assicurata nella distribuzione, diciamo così, delle carte, una uguaglianza cioè di opportunità di cui sta poi a ciascuno avvalersi; o deve essere piuttosto coattivamente implementata dallo stato? Le due risposte alternative caratterizzavano le parti contrapposte all’epoca della guerra fredda, fino alla caduta del muro di Berlino. Chi difendeva la prima poteva opporre ai difensori della seconda che grazie ad essa si garantiva insieme l’uguaglianza e la libertà garantita dalla democrazia formale. Nel frattempo, tuttavia, lo scenario è cambiato: i difensori della democrazia sostanziale hanno accettato la democrazia formale, concentrandosi nella ricerca del consenso al fine di usarla come veicolo per implementare l’uguaglianza legislativamente, esecutivamente e giurisprudenzialmente.

Si è venuta così affermando la concezione esclusivamente procedurale della democrazia, perciò detta in quanto tale laica. Ma in effetti anche la pura proceduralità rappresenta un’istanza di democrazia sostanziale, poiché presuppone l’irrilevanza di qualunque differenza tra gli esseri umani. La diversità, rispetto al socialismo ed al comunismo d’antan, è che questo mirava soprattutto all’uguaglianza economica, mentre ora, pur non trascurandola completamente, l’egualitarismo si è appuntato in prevalenza su altri campi, in particolare quello della sessualità: per cui, pur non potendosi negare la differenze di maschio e femmina, la si priva di ogni rilievo nella formazione dell’identità personale, rispetto alla quale il numero dei sessi viene moltiplicato. Un simile egualitarismo consegue, accentuandola, alla negazione delle differenze culturali e religiose, con conseguente svalutazione di tutte le tradizioni, le quali avevano ciascuna a suo modo disciplinato l’appartenenza degli uomini, sempre maschi e femmine nel succedersi delle generazioni, alla società. Solo resta un astratto “uomo senza qualità”, illusoriamente identificato con qualunque individuo umano. E quindi, mentre posizioni diverse sono formalmente tollerate, nella formazione del consenso sostanziale esse vengono dichiarate intollerabili, e bollate con epiteti infamanti quali “fascista” o “nazi”, o “razzista” o a qualunque riguardo “fobico”.

Il secondo problema, dunque, posto dall’uguaglianza degli esseri umani è che cosa li renda tali, malgrado le innegabili differenze. E questo ci porta al terzo fattore a cui ho accennato all’inizio, necessario affinché vi sia democrazia, così come ne parliamo assumendo che sia cosa buona. Ricordiamo che i contributi alla discussione sulla democrazia non sono soltanto di propaganda, ma si presentano anche in veste di disquisizioni con pretese di scientificità. Chiamerei perciò questo terzo fattore non con il nome più usato di cultura, sibbene con quello di scienza: un sapere concernente la società e la politica, e più in generale l’essere umano e il suo mondo, che sia davvero sapere, ossia, appunto, scienza. Ma bisogna per questo che riconduciamo il discorso sull’uomo alle testimonianze degli uomini, il che significa, all’inverso, che non interpretiamo queste testimonianze sulla base di un astratto discorso sull’uomo. Riconosceremmo allora nelle variazioni che esse presentano delle costanti, che ci darebbero il senso di ciò che rende gli uomini uguali.

Lo studio della società che nell’Ottocento ha preso il nome di sociologia acquista lo stato di scienza a cui aspira solo se lo riguardiamo come socio-logia, riflessione sulla logica delle relazioni scambievoli tra gli uomini osservabile in qualunque società: logica del dare e del ricevere, la cui equiparazione costituisce quello che i latini chiamavano jus, concetto nel quale giustizia e diritto fanno una cosa sola. Anche il potere legislativo della moderna teoria giuridico-politica sarebbe, per una simile scienza della società, un potere giurisdizionale: di ricognizione della realtà per giudicare in termini generali ciò che si richiede per una giusta disciplina dei rapporti tra gli uomini; ovvero, in altre parole, per riconoscere in essi quello che veniva tradizionalmente chiamato diritto naturale, lo stesso che dovrebbe dirigere l’azione di governo e presiedere ai giudizi di applicazione delle leggi.
Solo scientifico è il riconoscimento dell’uguaglianza degli uomini nella loro capacità di interagire, ossia nel loro essere consapevoli di se stessi in quanto partecipi della società come di un tutto che li trascende, manifestazione di un più grande principio all’origine di quella capacità, e che li regge nel loro reciproco affaccendarsi. La conclusione a cui sono così giunto è esattamente l’opposto della concezione non scientifica corrente nelle nostre democrazie così dette laiche: esse hanno cercato l’uguaglianza al di fuori di ogni discorso teologico, mentre invece al di fuori di Dio l’uguaglianza è come un letto di Procuste.


 

13 marzo 2020

È possibile dire qualcosa d’intelligente sul coronavirus?

di Giorgio Salzano
Nel giro di poche settimane l’Italia si è trasformata da un paese in cui si erano presentati alcuni casi di covid19 – volgarmente chiamato coronavirus o, come dicono gli ignoranti che cercano di fare i sofisticati, coronavairus – in un paese tutto in quarantena. Difficile capire come sia potuto accadere. Ovviamente non manca chi grida “governo ladro”. Forse ha ragione, forse effettivamente il governo non ha saputo fare all’inizio il necessario per circoscrivere l’epidemia. Non sono in condizione di giudicare, Ma mi chiedo, oltre al discutibile fare, gli “intelligenti” hanno qualcosa d’intelligente da dire?

Avremo imparato qualcosa quando il contagio sarà passato? C’è da dubitarne. Viviamo in una società in cui la cultura dominante scoraggia la riflessione intellettuale e promuove la reazione sentimentale. E il sentimento, di fronte alle epidemie, è primariamente la paura, o meglio sarebbe dire il panico, una paura cioè che non ha una fonte ben determinata. Soprattutto quando l’epidemia insorge in una società che si credeva di aver sconfitto le epidemie, come quelle ben più terribili della peste, del vaiolo, del colera. E poi si abbatte su di noi questo tsunami virale! Il Presidente della Repubblica democristiano fa un molto ragionevole discorso alla nazione, in cui invita a non lasciarsi prendere dal panico, ma come un qualunque laico non ci dice perché, quale fiducia o fede (ugualmente in latino fides) ci possa sottrarre ad esso.

Varie cose mi vengono in mente, ma non le posso dire tutte in un volta. Ci sarebbe da riflettere sulle epidemie, o se per questo i terremoti, come cose che ci stanno a ricordare la fragilità umana; ma temo che una simile riflessione, nella cultura odierna che ha escluso la fides dal discorso pubblico, porterebbe solo alla leopardiana “natura matrigna”. Il che già sarebbe qualcosa, di contro allo sciocco ottimismo ecologico, che vede la natura come un sistema autoregolantesi di cui l’uomo con il suo intervento distrugge l’armonia. Peccato che questo sistema autoregolantesi non sia favorevole all’uomo, perciò destinato, in assenza di un suo intervento in esso, a soccombere. Che è poi quello che alcuni anti-umanisti oggi esplicitamente desiderano: la scomparsa dell’umanità.

Ma su di questo di più un’altra volta. Non so se sia una cosa intelligente, ma sedendomi qua a buttar giù due parole, mi è venuto in mente il Decamerone di Boccaccio, con i suoi giovani che per sfuggire alla peste che devastava Firenze si ritiravano in una villa di campagna. Al pensiero dei giovani di Boccaccio, che passano il tempo nel loro ritiro a raccontare storie, ha fatto immediatamente seguito il pensiero della storia raccontata in un libro di Robert Shekley che lessi da ragazzo, di cui non ricordo il titolo ma che mi colpì molto e che mi sembra che faccia al caso nostro.
Il nocciolo della trama, che solo ricordo, era questo: un uomo vince la lotteria per un viaggio intergalattico; ma questo solleva un problema, egli esce così dal proprio habitat naturale, nel quale, poiché chi mangia è destinato a essere mangiato, egli ha il suo naturale mangiatore; ma mangiare ed essere mangiato è la legge dell’universo, e bisogna allora che in esso sorga anche per lui da qualche parte un mangiatore.

Non ricordo, come ho detto, come si sviluppi la storia o come finisca, ma sembra una parabola della nostra situazione odierna. Quando pensiamo di esserci sottratti, grazie al potere della nostra tecnologia, agli implacabili cicli naturali, ecco che sorge un “mangiatore”. E questo ci terrorizza.
Ma non vogliamo sentirci dire (parlo ovviamente per le società di cultura laica, l’Italia come l’Europa e in parte anche l’America) che l’unico modo di sottrarci a quei cicli è mangiare il pane dell’immortalità. Mentre quelli che lo dovrebbero sapere si trattengono dal proclamarlo, pavidamente allineandosi senza discutere ai decreti dell’autorità civile che proibiscono gli assembramenti. Come se non fosse assolutamente possibile organizzare le celebrazioni domenicali senza mettere a rischio la salute dei fedeli. Magari, che so, con un incremento del numero delle messe, e un servizio di uscieri che supervisioni il disporsi dei fedeli in chiesa.


 

04 marzo 2020

Vescovi atei?

di Giorgio Salzano
Un’amica mi ha chiesto un commento a un articolo di Silvana De Mari che accusava i vescovi di “ateismo” per la sospensione delle messe in risposta al diffondersi del coronavirus. Ecco la mia risposta.
Anche La Nuova Bussola Quotidiana era perplessa sulla decisione di sospendere le messe. Io non lo so. Sospendere la messa! Ci doveva essere un modo di celebrarla senza mettere a rischio la salute dei fedeli!

Parlando di "vescovi atei", quello che mi preoccupa di più è la protestantizzazione della fede. La fede protestante è atea, perché fa della persuasione che Dio c'è, si è rivelato e continua a reggere l'umanità e la Chiesa con la sua provvidenza, un atto soggettivo, non fondato sulla oggettività realizzata della sua manifestazione. In altre parole, resta solo la fides qua, mentre la fides quae diventa una credenza. [Per chi non lo sapesse, e non lo arguisse da quanto detto, in teologia viene chiamato fides qua l’atto di credere, e fides quae il contenuto di quest’atto.] Per la dottrina cattolica, se l’ho bene intesa, la fides qua diventa fides quae quando viene inclusa nella riflessione "dogmatica" (docente), diventa cioè oggetto di discorsi che rendono conto dell'essere gli uomini persuasi da una grazia che li salva: che è esperienza antropologica prima che teologica, o meglio, è antropo-teo-logica. Invece l'odierna educazione dei cattolici ha luogo sulla sfondo di una "pura natura" ritenuta di per sé atea. Non è erroneo dunque dire che i vescovi, assumendo la cultura laica come verità umana, siano atei.

Molto mi è piaciuta la frase dove dice: "la Chiesa 3.0 gronda misericordia dagli artigli". Lo vediamo nel sentimentalismo anti-intellettualista, e di conseguenza anti-dogmatico, dell'argentino. Si allinea con esso al sentimentalismo morale dominante nella cultura laica. Non fa meraviglia perciò che, concessa la cattolicità antropologica di questa cultura, la gerarchia ecclesiastica tenda a schierarsi con una sorta di un volontario asservimento dalla parte delle elìtes globaliste nemiche dei popoli. Dimentica che solo cattolica è la Chiesa, "realizzazione soprannaturale della naturale società del genere umano", come dice Rosmini.
Mi fermo qua.

 

24 dicembre 2019

La Rivoluzione Cosmica del Natale

di Giorgio Salzano
Il Natale mondano ci assale con le sue manifestazioni più o meno sfavillanti, di una festa di cui non si sa bene se e che cosa festeggi. Si avverte perciò anche un diffuso senso di insofferenza nei suoi confronti, di chi invece di sentirsi coinvolto nella festività ne ricava un senso di fastidio, e non appena lo sfavillio comincia non vede l’ora che sia finito. Triste destino di una società che ufficialmente dichiara di non credere a niente, ma mantiene le apparenze festive di quando si credeva che fosse avvenuto qualcosa da festeggiare. Per cui anche chi ne è ancora convinto rischia di essere investito dallo stesso fastidio. Ma no, io dico, non facciamoci toccare dalle fastidiose apparenze, e riempiamo il loro vuoto della certezza che sì, qualcosa è accaduto e noi lo celebriamo.

Che cosa celebriamo? Il divin bambinello! Puer natus est nobis (come piace dire a un mio giovane amico, amante delle citazioni latine). Oh beh, ci è nato un bambino, e con questo?, bambini nascono dappertutto, ogni minuto di ogni giorno mese anno. Li festeggiamo – quando lo facciamo! – perché rappresentano il rinnovamento della vita (in greco zoē), ma sappiamo anche che la loro vita (in greco bios) è destinata a subire il destino comune di tutti gli uomini: crescere, raggiungere la maturità e poi declinare, sino alla inevitabile fine. Che cosa c’era di speciale dunque in questo bambino chiamato Gesù?
Niente, rispondono gli scettici d’ogni maniera: non è nemmeno esistito, dicono alcuni, è tutta un’invenzione; per altri è esistito, nato come tutti gli uomini, e a seconda delle preferenze un esaltato, un illuso, un grande maestro di morale, ma in ogni caso un fallito morto di morte violenta, che i suoi discepoli per consolarsi hanno proiettato nell’eterno. Il bello, si fa per dire, è che lo scetticismo serpeggia innanzitutto tra gli esegeti biblici, quelli che hanno fatto dello studio filologico della Bibbia (in particolare per quel che riguarda Gesù il Nuovo Testamento) una professione. Saltiamo, si sono detti, venti secoli di tradizione e volgiamoci ai testi, ciò che essi hanno voluto dire su un uomo chiamato Gesù, e vediamo quindi che cosa possiamo intuire tramite essi della sua reale figura. Che questo potesse essere quel che attestano i primi balbettanti inizi della la tradizione, viene escluso in maniera quasi assiomatica, poiché gli esegeti non condividono più il senso del mondo della Chiesa nascente. In mano a loro Gesù si dissolve, e la sua nascita, che a Natale dovremmo celebrare, si perde nelle nebbie della leggenda.

Eppure in Europa abbiamo in base al Natale diviso la storia in “avanti Cristo” e “dopo Cristo”, affermazione di una differenza senza la quale nemmeno le sue odierne negazioni sarebbero concepibili. Dobbiamo però, per comprendere questa differenza, invertire l’atteggiamento degli esegeti biblici, nella misura in cui hanno risentito del programma di demitologizzazione a suo tempo enunciato da Rudolf Bultman, enunciando un programma opposto di remitologizzazione. Quello che intendo è che dobbiamo riconoscere la verità leggendaria dei miti, che cioè essi avevano prima di Cristo una capacità di rendere conto del mondo superiore a quella che diventa corrente quando dopo Cristo la differenza che egli ha fatto viene disconosciuta e negata.

In breve, quel che accade a Natale viene detto all’inizio del Vangelo di Giovanni, dove annuncia che il Logos, che «era presso Dio, ed era Dio», «si è fatto carne». Nasce un puer destinato a instaurare una nuova era del mondo, un’era di giustizia e di pace: troviamo un simile annuncio, poco prima della nascita di Gesù Cristo, nella quarta ecloga di Virgilio, che fu vista perciò in epoca cristiana come una profezia pagana dell’avvento di Cristo stesso. Ma la profezia pagana è in effetti in tutti i miti della “rivoluzione” cosmica, di cui Virgilio è l’eco romana, che si compirebbe con la nascita di un re che segna un nuovo inizio del mondo. Un simile segno di restaurazione del regno è promesso nella Bibbia in Isaia (7, 14), dove dice: «Ecco: la vergine (letteralmente la “ragazza”, la cui verginità era data per scontata) concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele (Dio con noi).» Quella che era promessa in Isaia diventa realtà nell’annunciazione dell’angelo a Maria: «Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù (Dio salva). Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo.» (Luca, 1, 31-32)

Il puer che ci nasce a Natale è destinato con quello che di lui narreranno i Vangeli a trasportarci nella vita di Dio stesso: così l’annuncio evangelico fu inteso all’inizio, e ogni sua diversa lettura è solo frutto dell’immaginazione, pura speculazione dell’esegeta.
Il progetto che di contro alla demitologizzazione esegetica ho chiamato di remitologizzazione mira dunque ad illustrare, nei limiti del possibile, il senso dell’incarnazione del Logos divino. Nascere nella “carne” vuol dire, come per qualunque bambino, essere mortale. Ma quel bambino nato a Betlemme mostrerà da grande che la morte non è l’ultima parola: attuerà nella sua carne i rituali di morte e rinascita ovunque attestati, ed alla sua morte effettiva seguirà la sua effettiva resurrezione.

Di essa Joseph Ratzinger-Benedetto XVI dice, nel capitolo finale del secondo volume del suo Gesù di Nazaret: «nella resurrezione è avvenuto un salto ontologico che tocca l’essere come tale, è stata inaugurata una dimensione che ci interessa tutti e che ha creato per tutti un nuovo ambito della vita, dell’essere con Dio.» Ma questo “salto ontologico” si era già realizzato, per quanto nascostamente, nella nascita verginale, in una donna che preserva, pur diventando madre, la piena potenza della vergine: preservazione umanamente impossibile, e quindi manifestazione in lei di una potenza divina. Avviene perciò in lei, dice ancora Joseph Ratzinger-Benedetto XVI in L’infanzia di Gesù, «un nuovo inizio, ricomincia in modo nuovo l’essere persona umana».

Con Cristo, di cui si celebra la nascita a Natale, l’idealità dei discorsi degli uomini, con cui essi si rendono conto del mondo in cui vivono, diventa pienamente realtà (il “salto ontologico”) in un uomo che tutta la incorpora. Dopo Cristo si è quindi pervenuti a riguardare ogni uomo, nella sua pura e semplice corporeità, come persona giuridicamente tutelata dal diritto. E questo rimane anche quando Cristo viene negato; ma allora l’idealità precristiana appare tutta risolta nel minimo comune denominatore della corporeità, come nella concezione odierna che non vuol conoscere altro che individui umanamente indifferenziati, sempre però tentati dalla riaffermazione di ingiuste differenze. Inconcepibile prima di Cristo. Ciò dà in negativo il senso della permanente centralità della celebrazione natalizia: celebrazione di quel bambino la cui nascita fa sempre la differenza nella storia che viviamo e raccontiamo. Assimilandoci a Cristo, rinascendo con lui, ci rendiamo conto di noi stessi come persone che rappresentano nel proprio essere corporeo l’idealità di un gioco amoroso, reciproca dedizione che ci rende partecipi della vita stessa di Dio.