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26 febbraio 2020

Una Messa Funebre "per parenti stretti"

di Marco Crevani
Niente Messe… Con sollecitudine le Diocesi del Nord, anche ben lontane dalle zone “rosse e gialle” sospendono la celebrazione dell’Eucarestia, talvolta seguendo di pochi minuti decreti governativi, regionali e prefettizi, talvolta lasciando finire almeno la Domenica. Stemmi episcopali a suggellare comunicazioni poco più che burocratiche o vere lettere pastorali, che ricordano almeno ai sacerdoti di celebrare comunque il Sacrificio dell’Altare e ai fedeli di pregare con più fervore.

Voglio però raccontare come è il Signore stesso a venire incontro alla sua Chiesa, quando il dolore per quanto imposto è sincero. Voglio raccontare di una mattina di febbraio un po’ surreale, il giorno che concluderebbe il Carnevale Romano, poche singole “principesse” con un pugno di coriandoli per le strade, per mano ai nonni, bar pieni fino al “coprifuoco” delle 18, supermercati aperti e Messe sospese.

Muore un sacerdote. Un uomo ancora vigoroso, non fosse per il male che in pochi anni gli ha tolto prima la voce e poi tutto il resto; finché ha potuto ha celebrato e poi concelebrato. Le chiese senza Messa espongono il manifesto funebre; alle 11 del mattino, i “parenti stretti” (come dicono le comunicazioni sulla sospensione delle Messe) si radunano in una chiesa appena fuori dal centro storico. In effetti il sacerdote non aveva più “parenti stretti”, se non i confratelli della Diocesi, presenti nella quasi totalità, e i membri del movimento di cui faceva parte. La chiesa, non piccola, si riempie. Una sola mascherina sull’altare, un flacone di amuchina all’ingresso, il comunicato appeso sul portone che parla dell’epidemia, per stamattina inutile… Il Signore scrive diritto sulle nostre righe storte. Anche accogliendo nella sua Casa chi ha sofferto e offerto.


 

21 novembre 2017

La Madonna della Salute e il proliferare delle bufale mediche


di Roberto De Albentiis

Oggi, 21 novembre, accanto alla festa della Presentazione di Maria Santissima al Tempio, si celebra la festa della Madonna della Salute, resa celebre dal famoso santuario barocco veneziano, costruito per voto dalla capitale veneta dopo lo scampato pericolo di una disastrosa pestilenza; da allora, prima a Venezia e poi nel resto della Chiesa, Maria è venerata come protettrice e dispensatrice della salute, tanto quella dell’anima (la più importante) come quella del corpo, e peraltro basta visionare i vari santuari e i numerosissimi ex voto per verificare come il ricorso alla Madre di Dio per le più varie guarigioni abbia radici assai antiche. Oggi, tuttavia, non voglio parlare tanto di culto e liturgia, quando collegarmi a fatti di attualità.
In un periodo in cui si parla di responsabilità medica, vaccinazioni obbligatorie, cure convenzionali e alternative, inevitabilmente grande è la confusione sotto il cielo,  e tale confusione inevitabilmente è arrivata anche nel campo cattolico; sempre più vediamo semplici fedeli e anche militanti pro-life e pro-family sposare tesi antiscientifiche azzardate, riguardanti la pericolosità dei vaccini o la difesa di cure truffaldine come quelle di Tullio Simoncini a base di bicarbonato. Questo è un fenomeno preoccupante, cresciuto nel corso degli anni e che le gerarchie hanno sottovalutato, e che però si inserisce in un generale e decennale fenomeno di sfiducia verso l’autorità costituita (anche se verrebbe da dire amaramente, tanto ai vescovi quanto alla classe intellettuale, compresa quella medica: avete demolito anni fa, nei “formidabili anni” della “fantasia al potere” qualsiasi principio di autorità? Ora vi beccate gli antivaccinisti!).
Certamente non mancano aspetti problematici, come l’utilizzo dei vaccini per mascherare campagne di sterilizzazione forzata ad opera di governi (vedasi, a titolo di esempio, qui e qui), ma questo può portare al declassamento e alla diffamazione dei vaccini, che da quando sono stati introdotti e soprattutto perfezionati hanno salvato la vita a milioni di persone? Sarebbe come censurare e biasimare le automobili a causa degli incidenti o internet a causa della pornografia o degli abusi dei social network, perché come le automobili hanno contribuito ad accorciare le distanze e rendere più agevole la vita e internet a rendere più fruibili le informazioni, così i vaccini hanno abbattuto malattie mortali, come, ad esempio, il vaiolo – l’esempio più famoso – e la poliomelite e la difterite (a tal proposito, un articolo interessante qui), ad oggi le uniche malattie eradicate dall’uomo proprio grazie ai vaccini.
Gli antivaccinisti, almeno la maggior parte ignorante (nessuno si offenda, dal momento che non tutti, me compreso, sono laureati in medicina, e proprio per questo bisogna affidarsi ai medici e ai professori, che hanno dedicato la loro vita proprio allo studio e alla ricerca), è animata da buone intenzioni, in primis la volontà di proteggere i propri figli; purtroppo, per eterogenesi dei fini, questa volontà di protezione dei figli si ritorce contro, a volte in maniera tragica (giusto per rimanere in ambito recente, come non ricordare il caso del bambino lombardo morto perché non vaccinato contro il morbillo, contagiato dai fratellini non vaccinati?), e se certamente ci vuole il dialogo con questi genitori, altrettanto fermamente vanno ribaditi i dati scientifici contro le vere e proprie bufale antivacciniste (per iniziare, suggerisco questo testo dei dottori Salvo Di Grazia e Giuliano Parpaglioni), la più diffusa delle quali è quella legata all’autismo, che sarebbe causato proprio dai vaccini.
Chi è all’origine di questa bufala, pericolosa e crudele, su questa malattia per altri versi ancora misteriosa? Un tale Andrew Wakefield, ex medico (radiato dall’ordine) inglese, che a metà degli anni ’90 diffuse un allarmato appello contro la vaccinazione trivalente – la vaccinazione contro tre terribili malattie, morbillo, parotite e rosolia – , da lui additata come la causa prima di questo disturbo; immediatamente ci fu un crollo delle vaccinazioni in Inghilterra, che portò anche alla morte di numerosi bambini, ma, nonostante lo studio di Wakefield venisse inizialmente pubblicato sul prestigioso “Lancet”, qualcuno non ci vedeva chiaro, e nonostante i tentativi di ripetizione degli esperimenti, nessun medico o scienziato riuscì a dimostrare il legame tra vaccini e autismo (qui uno studio tra i più recenti, anch’esso negativo). Si scoprì in seguito che Wakefield aveva stretto un accordo con un avvocato esperto di cause antivaccino, bisognoso di una base “scientifica” per giustificare le sue avventure giudiziarie (condotte sulle spalle di bambini e famiglie, ricordiamo) e, soprattutto, era intenzionato a brevettare separatamente i tre vaccini in questione, come si scoprì poi che sempre Wakefield, per confezionare questo studio, si era reso responsabile di maltrattamenti e abusi sui bambini cavie inconsapevoli di questi suoi esperimenti crudeli (qui un riassunto, ad opera del dottor Salvo Di Grazia); in pratica, un medico disonesto desideroso di maggiori guadagni e diffusore di dati falsi e allarmistici fu autore di una colossale bufala, purtroppo ancora oggi creduta e diffusa, anche ad opera di fedeli cattolici.
Come anche si assiste alla difesa di terapie “non convenzionali” (ovvero, non sperimentate e non validate scientificamente) contro le neoplasie, nel linguaggio comune il cancro, una delle malattie certamente più terribili ma, oggi, non più inguaribili grazie ai progressi scientifici: una delle più famose, tanto semplice e stupida nella sua banalità, è quella secondo cui il cancro sarebbe un fungo e, per sconfiggerlo, basterebbe utilizzare il bicarbonato; questa balzana teoria, diffusa dall’ex medico romano radiato Tullio Simoncini, non ha alcuna dimostrazione scientifica, e anzi ove è stata applicata ha portato solo alla morte, tra atroci dolori, di improvvidi pazienti e dei loro familiari disperati (il caso più famoso è quello del giovane siciliano Luca Olivotto), e a ciò si aggiunge che l’ex dottore Simoncini si fa pagare profumatamente anche per semplici consulti e telefonate, partendo da cifre sui 150-200 euro per semplici visite (che, in quanto medico radiato, non può fare) fino a cifre di decine e centinaia di migliaia di euro per i suoi interventi abusivi. Qui, sempre ad opera del dottor Di Grazia, un esaustivo articolo su questa pseudo-cura.
Il mondo delle pseudo-cure vede, quando va “bene”, la presenza di truffatori professionisti, che colpiscono i malati e le loro famiglie nel momento del dolore, e, quando va male, l’adesione a teorie esoteriche e magiche o ufologiche balzane che col cattolicesimo nulla hanno a che fare; cosa c’è di cattolico, di cristiano o di umano, nel supportare tentativi di truffe, specie ai danni di categorie deboli come malati, anziani e bambini? Se le industrie farmaceutiche guadagnano e si ha voglia di andare loro contro, è etico l’arricchire truffatori che guadagnano sulla pelle dei malati? Se certamente la medicina moderna può avere problemi nel rapporto con la religione e l’etica, la soluzione non può essere certo quella di supportare maghi, astrologi, inventori e spacciatori di pozioni magiche; come è possibile, poi, difendere le proprie giuste ragioni contro le follie ideologiche (e queste sì antiscientifiche) contro genderismo e omosessualismo se ci si affida ad oscuri figuri che di scientifico non hanno nulla? La preghiera di guarigione non ha nulla a che vedere con il dissuadere i malati dal seguire la medicina ufficiale (che, poi, di medicina, come di famiglia, ne esiste una sola, solo i ciarlatani parlano di medicinE al plurale, confondendo volutamente la medicina sperimentale e complementare con le loro medicine alternative truffaldine). Un modello moderno di rapporto tra scienza e fede è rappresentato da San Giuseppe Moscati, il medico santo di Napoli, alle cui ricerche si deve l’introduzione dell’insulina in Italia nella cura dei malati di diabete; San Giuseppe Moscati truffava i pazienti o si presentava come perseguitato dalla “comunità medica ufficiale”?
Nel giorno della festa della Madonna della Salute, preghiamoLa certamente per la salute, nostra e dei malati di tutto il mondo, ma preghiamoLa anche per il successo della ricerca scientifica e delle cure, e per avere sempre più e sempre migliori medici e scienziati, e, anche, perché sempre meno gente cada nelle reti dei truffatori antiscientifici e perché nessun fedele aderisca a queste tesi folli dannose in sé e squlificanti le giuste battaglie pro-vita e pro-famiglia!
Un grande grazie agli amici Fabio Iannaccone, Gabriele Gelo Signorino e Filippo Massei, studenti di Medicina che mi hanno aiutato nella correzione di questo articolo, e cui auguro di diventare grandi e bravi medici, e al dottor Salvo Di Grazia, di cui, da appassionato, ho letto e condiviso gli illuminanti articoli contro la pseudoscienza e la falsa medicina.


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29 luglio 2017

Hanno ammazzato Charlie, Charlie è vivo


di Giuliano Guzzo

Adesso che la vicenda che ha commosso e mosso per settimane il mondo volge tristemente al capolinea, e Charlie Gard è stato ucciso – pardon «lasciato andare», come usa dire il giornalismo al guinzaglio della cultura dominante -, si può tentare di trarre qualche conclusione su questa vicenda anomala sotto innumerevoli punti di vista. A partire dal fatto che, quello per la prima volta in assoluto, un bambino malato è stato eliminato senza alcun consenso genitoriale, anzi in netta opposizione alla volontà dei genitori, che si sono battuti come leoni per il loro piccolo.

Anzi no, aspettate. Forse un precedente esiste. E sta in questa comunicazione: «Devo comunicarvi il mio rammarico nell’informarvi che il bambino è morto […] per infiammazione delle vie respiratorie […] Egli non aveva fatto alcun tipo di progresso durante il suo soggiorno qui. Il bambino non sarebbe certamente mai diventato utile alla società ed avrebbe anzi avuto bisogno di cure per tutta la vita. Siate confortati dal fatto che il vostro bambino ha avuto una dolce morte». Parole pacate e cariche di umanità, non è vero? Pare proprio un Comunicato di queste ore, diretto ai genitori di Charlie.
Peccato che si tratti della lettera, datata 6 febbraio 1943, che lo psichiatra nazista Ernst Illing (1904-1946) indirizzò, firmandola di suo pugno, ai genitori di uno dei tanti bambini assassinati sulla base del programma svolto dai Reparti Speciali infantili. Non è uno scherzo, la si può trovare in formato originale su Wikipedia. La prima lezione del caso Gard, dunque, sta nel ritorno di un orrore che credevamo sepolto, ossia quello di uno Stato, coadiuvato da medici dalle sembianze amorevoli, che si arroga il diritto di liberare – per il loro bene, ovvio – i letti dei pazienti che non fanno registrare «alcun tipo di progresso».

Il secondo insegnamento che la vicenda inglese impartisce a tutti noi, è la totale deformazione del concetto di accanimento terapeutico: un tempo ben circoscritto a quelle terapie (quindi rivolte contro una malattia) sproporzionate, inefficaci o addirittura controproducenti, oggi è indebitamente esteso alle cure (quindi rivolte a tutela di una persona) indirizzate a un soggetto che abbia la sola colpa di versare in una condizione curabile, ma non guaribile. Apparentemente di lana caprina, la questione è in realtà epocale: significa che se sei malato senza prospettive di guarigione, d’ora in poi, faresti bene a guardarti alle spalle.
No, beh, dài, esagerato. Già me li immagino, commenti così. Eppure, chi fino non a dieci anni or sono, ma a un solo anno fa, avrebbe mai pensato che un bambino sarebbe potuto essere tenuto in ostaggio in un ospedale per essere poi eliminato – col placet della Corte europea dei diritti dell’uomo! – in opposizione alla volontà di chi l’ha messo al mondo? Nessuno, evidentemente. Eppure è accaduto. O, meglio, ri-accaduto, come il ricordato esempio nazista dimostra. Ebbene, chi ha familiarità con gli studi bioetici sa che esiste un concetto, quello di chi «china scivolosa», secondo cui, fatto un passo grave, ne seguirà prima o poi, uno ancora più drammatico.

Nel frattempo – terza e ultima considerazione, la sola positiva – si è però fieramente ricompattato un fronte, quello pro-life, che sa che Charlie è morto, ma vive. Che il suo sacrificio non è vano perché ora il suo ricordo risplende accanto a quelli di Terry, di Eluana e dello sconfinato esercito dei bambini abortiti (per «il loro bene»!), tutta gente che, nella società dell’accoglienza a parole, non è stata accettata. Ma rimane e rimarrà saldamente nella memoria quanti, benché ora sconfitti, continueranno a combattere per coloro che, pur versando in condizioni di malattia, anche grave, hanno tantissimo da da dire – e da dare – a un mondo allo sbando, che incapace d’interrogarsi sul dolore e sulla malattia, ha preso a eliminare i malati.

https://giulianoguzzo.com/2017/07/29/charlie-e-morto-charlie-e-vivo/

 

14 luglio 2017

La santa carità di Camillo de Lellis


di Alfredo Incollingo

I santi hanno spesso compreso la propria vocazione religiosa nel corso della loro vita, alle volte inaspettatamente. E' accaduto a San Camillo de Lellis, che era promesso ad una prestigiosa carriera militare, ma alla fine scelse di abbandonarla per seguire Cristo. Aveva combattuto in Spagna, ma un'ulcera al piede (causatagli da una ferita) lo costrinse a ritirarsi e a curarsi a Roma, presso l'ospedale di San Giacomo degli Incurabili. Guarì e prestò servizio lì per qualche mese, prima di essere espulso per poca propensione al lavoro. Vagabondò per la Penisola, venendo alla fine assunto come infermiere nel convento cappuccino di Manfredonia. E' qui che avvenne la conversione. Il 2 febbraio 1575, durante una missione nel convento di San Giovanni Rotondo, comprese la sua vocazione religiosa e decise di divenire un frate cappuccino. Prese l'abito monastico nel monastero di Trivento, ritornando poi a Roma per curare di nuovo la piaga al suo piede. Il soggiorno forzato presso San Giacomo degli Incurabili, che durò quattro anni, lo aiutarono a maturare la sua vocazione nell'assistenza ai malati. Si circondò di altre persone che, seguendo la stessa aspirazione, si prodigavano negli ospedali cittadini. Nell'agosto del 1582 San Camillo diede vita alla “Compagnia dei Ministri degli Infermi”, che ebbe una prima approvazione da papa Sisto V nel 1586. La famiglia religiosa crebbe e il loro coraggio nel vivere a contatto con gli infermi e gli infetti più gravi colpirono molto la città di Roma e il papa. La carestia del 1590 aveva decimato la popolazione a causa della malnutrizione e delle malattie. San Camillo e i suoi compagni non ebbero timore e fecero quello che poterono per arginare il male. Il loro zelo impressionò molto papa Gregorio XVI, che riconobbe la “Compagnia” come ordine religioso il 21 settembre 1591: “Ordine dei Chierici Regolari Ministri degli Infermi”. Da allora i confratelli di San Camillo crebbero a dismisura e l'ordine aprì nuove case nelle principali città italiane e, tra alti e bassi, si diffuse anche nelle Americhe e in Asia.

 

21 giugno 2017

San Luigi Gonzaga, patrono della gioventù cattolica


di Alfredo Incollingo

San Luigi Gonzaga era il primogenito del Marchese di Castiglione, Ferrante, cadetto di una delle più ricche e influenti dinastie italiane. Nonostante l'antico e nobile retaggio, preferì rinunciare ai suoi titoli e alle ricchezze per dare adito alla sua vocazione religiosa. Fin dall'infanzia, all'età di sette anni, mostrò un totale rifiuto del mondo e della società, preferendo le preghiere alle incombenze nobiliari. A Firenze, dove si era trasferito per sfuggire ad un'epidemia di peste che aveva colpito la sua città, fece voto di perpetua verginità e tre anni dopo rinunciò a tutti i suoi averi, in favore del fratello Rodolfo, per consacrarsi alla vita religiosa. Maturò poco dopo la decisione di aggregarsi alla “Compagnia di Gesù”, spostandosi a Roma. L'entrata nell'ordine di Sant'Ignazio di Loyola comportava un lungo periodi di studi filosofici e teologici e all'età di 17 anni, nel 1585, divenne novizio gesuita. Ebbe quale mentore San Roberto Bellarmino e come compagno San Camillo de Lellis: crebbe quindi in un ambiente devozionale confortante e stimolante e, nonostante le pressioni familiari, rimase a Roma per adempiere ai suoi obblighi. Nel 1590 una serie di epidemie infettive colpirono l'Urbe, mietendo migliaia di vittime tra la popolazione e tra gli stessi porporati (Papa Sisto V, per esempio). San Luigi si prodigò per la cura dei malati, per seppellire i morti abbandonati per strada e nell'arginare il più possibile l'infezione. Si ammalò a contatto con gli infetti, ma non desistette mai dal fare carità: qualche giorno prima di morire, trovò in strada un uomo afflitto e debole e, caricandolo in spalla, lo portò in ospedale. Fu un gesto di grande compassione, manifestazione di un grande amore per il Vangelo. San Luigi si spense a soli 23 anni il 21 giugno 1591. Il suo corpo fu tumulato nella chiesa di Sant'Ignazio di Loyola, appartenente alla “Compagnia di Gesù”. San Luigi Gonzaga costituisce un esempio lodevole di carità e di dedizione alla causa cattolica, lodevole perché fu un giovane a dare tutto se stesso per la gloria di Dio. Per tali motivi nel 1926 papa Pio XI lo proclamò patrono della gioventù e degli studenti cattolici.

 

23 dicembre 2015

Un campari con... Paola Belletti


a cura di Alessio Calò

Abbiamo incontrato Paola Belletti a Trento, dopo la prima presentazione ufficiale del suo libro d'esordio, “Osservazioni di una mamma qualunque”, primo volume della nuova collana UOMOVIVO, disponibile in formato cartaceo e digitale presso la libreria online di Berica editrice.
Paola, di formazione filosofa, si occupa di risorse umane (termine che vorrebbe abolire) e – soprattutto – è mamma di 4 figli, 3 femmine e un maschio (Ludovico, l'ultimogenito, gravemente malato). Più due non nati.

Nella prefazione al libro Costanza Miriano scrive che “questo è uno dei libri che ridi e piangi leggendoli, i miei preferiti”. Ti ci ritrovi?
Sono molto grata a Costanza. Si è spesa moltissimo per me. Siamo amiche. E quello che dice di me, della mia scrittura e del libro, se non sconfiniamo nel patologico, direi che è un bellissimo complimento.
Perché la vita è gioia e dolore. Fatica, leggerezza, dramma. Tutto insomma. Ed essendo per ora almeno la mia scrittura al servizio della mia personale esperienza di moglie, mamma, figlia (di Dio) c’è dentro un po’ tutto.
Leggendo Costanza ho riso e pensato moltissimo... e allora mi è venuto il sospetto che dietro questa grande leggerezza e autoironia, insieme alla profondità e alla ricchezza di pensiero, ci fosse anche la sofferenza. Forse perché proietto. Ho imparato a ridere, a ironizzare, a cercare il lato comico anche nella situazione impegnativa che viviamo in famiglia. Mi aiuta, credo.

Avevi già avuto qualche precedente esperienza come scrittrice (a parte La Croce, nostro quotidiano di riferimento)?
Prima del libro e de La Croce c’era già il blog: “vivo, penso, scrivo, posto” è il motto. Anche se ultimamente vorrei cambiarlo con: “mi affanno, corro, inciampo e cado”.
È nato a metà tra il personale e il professionale. Sono libero professionista, mi occupavo soprattutto di formazione e in parte di consulenza. Allora ragionando su tematiche che mi appassionano molto ho pensato di farlo per iscritto. Cos’è comunicare. Il linguaggio. Il mito un po’ opprimente di Steve Jobs; la soggettività e l’oggettività; cosa ci attira quando andiamo a fare shopping. E qui più che un blog si potrebbero aprire forum, portali verticali, eventi, wikipedie monotematiche e infinite gallery di immagini.
Comunque per un po’ i termini più ricercati su google che portavano le persone su questa zattera digitale vagante per il gran mare del web erano cose tipo “il fondotinta sul sedile della macchina”; “truccarsi in auto” o “il cliente ha sempre ragione”.
Ora spero che mi cerchino soprattutto con i tag della collana UOMOVIVO della Berica editrice: Vita (di coppia), umorismo, Dio.

Perché scrivi? Sfogo, impegno sociale, training autogeno?
Dunque vediamo. Scrivo un po’ per rileggermi… perché scrivere costringe a mettere ordine tra le forze che si agitano dentro. Costringe a dire con le parole, fino dove è dicibile, i gemiti interiori. Per dare loro ordine, per dire cosa viene prima e cosa dopo. Cosa è più degno o meno degno di essere scritto. Questo soprattutto di fronte alla domanda lacerante del dolore, nella malattia di un figlio.
E per rivolgermi a Dio. Per essere ascoltata e compresa, da Dio e dagli altri. Non tutti, ma qualcuno almeno!
Poi ho imparato che può anche essere un servizio. Mario (Adinolfi, direttore de La Croce che mi ha chiesto di scrivere per la pagina 4 dopo aver letto alcuni miei post) mi ha detto, di fronte alle mie titubanze per il timore di strumentalizzare o esporre troppo e senza difese la vita non solo mia ma dei miei figli piccoli: “scrivi, ti farà e farai molto bene”.
Ci sono stati anche molti momenti in cui avrei chiesto a chiunque, anche al lavavetri al semaforo, anche alla cassiera, a chiunque! se potesse ascoltarmi e capirmi e anche dirmi cosa dovevo fare. Scrivevo un po’ a tutti. Quando qualcuno non mi rispondeva o smetteva di rispondermi mi rendevo conto che stavo rischiando di sembrare una stalker.

Com'è nato il libro?
Perché Giuseppe (Signorin) me lo ha chiesto.
Per la verità prima mi ha chiesto, ed era serio, se avessi già un editore. Wow! Considerava la mia scrittura possibile oggetto di interesse di qualche editore! Sempre grazie a Costanza in effetti c’era già un potenziale editore ma con tutti gli impegni legati alla cura della famiglia mi era impossibile mettere mano ad un progetto nuovo e così impegnativo, almeno a me pareva così.
La proposta di Giuseppe invece era una cosa fattibile a partire dalla mie condizioni: pochissimo tempo a disposizione e quindi per ora la quasi impossibilità di concepire e scrivere un libro nuovo da capo. A lui interessava raccogliere brani scelti che avevo già scritto! Fantastico. Proviamo allora…
Il libro è composto da brani autobiografici, molto differenti sia perché alcuni sono stati scritti quando ancora non erano successe molte cose sia perché la persona, io come voi, è una ma complessa e la vita ha tante manifestazioni. Perché nella vita ci sono tutti i colori, tutte le tinte. Non so se questo è un modo carino per dire che sono un gran guazzabuglio… Perché attraversare una grande prova non significa essere sempre costantemente presi da stati d’animo tristi, in balia dell’angoscia. Ci sono momenti diversi e diverse forze che agiscono.
Penso anche a Sabrina Pietrangeli Paluzzi che ho intervistato per La Croce. Ha una storia forte, con una grande prova che lei ha permesso la cambiasse; con una grande e vivida fede. Con una associazione fatta per aiutare mamme in gravi sofferenze, ecco lei è anche una youtuber e consulente di bellezza. Essere cristiani è bello. È tutto. Tiene dentro tutto.
E poi c’è il tempo che passa.
La reazione alla prima notizia della gravità della situazione di Ludovico era di un tipo, anche psicologicamente qualificabile. Shock. Trauma. Quindi per molti aspetti abbiamo vissuto uno stress post traumatico, normale, naturale.
E ad aggravare la durezza della situazione si aggiunga il fatto che anche tutti quelli che sono intorno e sono legati a noi subiscono uno shock e spesso, esattamente come te che ne sei colpito più direttamente, hanno bisogno di tempo, di capire, di accettare, di farsi e fare domande. E a chi le fanno, spesso, se non proprio a chi ne è più direttamente colpito?
Ma quindi Ludo che malattia ha? Quando vi dicono come starà? Camminerà? Ci vedrà? Perché non sapete niente di preciso? Che cure bisogna fare? Se fossi in voi io farei, direi, non esiste proprio, non è possibile ecc..
E a seguire, senza soluzione di continuità, catene non interrotte di consigli. Senti la dottoressa Tizia. Chiama il nostro amico Caio. Un mio cugino aveva un figlio con una cosa simile (come fosse possibile stabilirlo non è dato sapere), ti lascio il numero. Anche nel parcheggio della scuola mi è capitato: senta signora, perché non chiama il dottor Scapaccioni? I fiori di Bach? Agopuntura? Dieta pinco pallino? Tante cose, non tutte, erano ragionevoli. Alcune utili. Altre, per me, staffilate al cuore.
Ma più di tutto mi colpisce una cosa: di fronte al dolore, alla malattia grave soprattutto di un innocente nessuno-salvo poche eccezioni- riesce a gestire l’ansia. Devo fare qualcosa perché la mamma faccia qualcosa e lui stia meglio. Devo, ora. Oppure la fuga.
Un altro aspetto che ho riscontrato e riscontro ancora è direttamente legato ad un costume delle nostre società libertarie, dei diritti individuali (di alcuni individui!). Al diritto di aborto. Che è un'assurdità non solo morale ma anche logica. Diritto di tutti ad abortire. Esclusi i nascituri. Per forza allora è necessario che i nascituri non siano qualificati come individui. E per forza allora serve una casta di “esperti” che sola possa pronunciarsi su cosa, non chi, ma cosa possa dirsi persona e cosa no. E in tanti abbiamo accettato questo furto. “Io non sono esperto, non posso sapere per bene quando inizia la vita. Mi attengo a quanto dicono gli esperti”. A partire da questa menzogna nascono diverse altre esperienze stranianti. L’ecografia morfologica servirebbe a “prevenire malformazioni”, mentre invece previene solo la nascita di persone forse affette dalla patologia x o y.
Comunque proprio per questo costume derivato da una legge voluta da minoranze aggressive che hanno influenzato tutta la società, per questo la domanda esplicita e aperta o fatta per allusioni che non mancava mai e ancora sento anche ora che Ludo ha due anni e mezzo è: lo avete scoperto dopo, vero? Ma questo lo dico in qualche brano.
Sono 33 in tutto. Li ha scelti Giuseppe. Io volevo inserirne anche altri. Invece ha fatto bene. Nei nostri scambi epistolari chiudeva sempre le email o le chat con “Viva el Senor!”

E il titolo (in particolar modo la qualunquità della mamma qualunque)?
È un compromesso tra me e lui. Io che gestavo da anni l’idea di mettere insieme i vari brani scritti qua e là, sulle note dell’ipad e poi sul pc e poi a volte salvati come memo audio se l’idea mi pareva azzeccata o scritti sul dorso della mano, volevo trovare un titolo che potesse contenerli e giustificarne la disomogeneità. Allora avevo pensato a “Diario di una cattolica qualunque”. Poi sono successe tante cose: ho aperto il blog, poi sono diventata amica di Costanza. Ho perso due bimbi prima che nascessero; poi è arrivato Ludo; e dopo un po’ di tempo ho sentito Mario Adinolfi raccontarci cosa ci stava succedendo sotto il naso con l’ideologia gender (Sua Eminenza il Cardinale Carlo Caffarra dice che è importantissimo chiamarla ideologia e non teoria perché la teoria cerca lo scontro con la realtà e ne accetta la verifica e la ratifica fino alla sua totale smentita, l’ ideologia invece vuole imporsi sulla realtà e non appoggiandosi sulla verità ha a disposizione solo l’irrisione e la violenza); ho mandato un commento ad un suo post dove si diceva scoraggiato (cosa rarissima!); gli ho detto che lo ringraziavo perché lottava anche per il nostro bambino. Si è commosso. In quel grande circo che è Facebook e in particolare la pagina di Mario che subisce di continuo attacchi, insulti e ingiurie, ho dovuto sentirmi anche dire che sì dai ero abbastanza rispettabile per aver deciso di far nascere questo figliolo ma poi avrei dovuto rispondere del mio egoismo. Farei una pausa di silenzio. Egoismo! Capite? Che ribaltamento della realtà.
Quando mio marito ha saputo che stava per nascere un nuovo quotidiano che sarebbe stato il braccio stampato di questa battaglia incruenta (quasi) mi ha detto che secondo lui avrei dovuto scrivere anch’io. Mario ha letto qualche mio post e mi ha intimato di scrivere tutti i giorni; il più possibile. “Va bene scrivi tutte le volte che puoi!” Quando a gennaio 2015 è partita la pazzia della Croce è stato bello partecipare ed essere parte di un’avventura coraggiosa e in parte dilettantistica (per alcuni redattori intendo non per il redattore capo né il direttore). Quando era cartacea era di una bellezza notevole! Ora resiste digitale. Ed è cresciuta anche come contributi. Sosteniamola!
Comunque tornando alla domanda: Giuseppe mi propone una rivisitazione di un titolo di Guareschi (troppo onore!) che era “Osservazioni di uno qualunque”, che non ho ancora letto. Chiedo venia.
E niente... ora siamo qua!

A chi consigli di leggere questo libro?
A chiunque. A patto che poi me lo racconti.
Credo possa piacere anche agli uomini. È un libro per la parità di genere. Scherzo.
È una cosa piccina ma sono ben contenta che qualcuno mi dica che ha trovato sollievo nel leggere il mio modo di leggere la nostra vita. Che mi ringrazi per avere riso, pianto magari riflettuto in modo nuovo sulla vita. Su un pezzo di esperienza sottovalutato o rimasto senza ipotesi di senso.

Qualcosa da aggiungere? Nel senso, fatti una domanda e datti una risposta...
Vorrei dire quello che il mio libro non è. Non è uno spot antiabortista. Non è una testimonianza almeno non è stata preventivata. È vita, raccontata, giudicata, esposta con tutti gli sforzi alla luce del sole, allo sguardo del Signore. Senza Gesù Cristo, senza la Chiesa, senza la potenza dei sacramenti e quella per me nuova della preghiera non potremmo vivere in pace, seppure con momenti diversi, questa nostra prova. Io e mio marito stiamo verificando che si può” tenere botta” anche di fronte a queste sberle. Non solo. Si vive, si vive! Non si sopravvive. Certo i primi tempi l’ angoscia, il dolore, la paura sono così forti che è già tanto resistere.
Si vive tutto. Ridiamo, forse più di prima. Ci preoccupiamo. Io soprattutto. Mio marito smista, filtra, butta! Se non avessi lui sarei del tutto in balia dei miei mutevoli stati d’animo e del modo così viscerale di amare i figli. Mio marito, altrimenti detto, il minimizzatore.
Sull’esperienza più forte ma non esclusiva che caratterizza questo giro di anni della mia vita e che è il dolore per il mio bambino direi questo: il dolore fa male. La prova, prova! La menomazione, la malattia sono brutte e mortificanti. Restano brutte anche dopo Gesù. Ma c’è Gesù. Ma c’è il Padre. Io so che a Ludo visto che Dio è Dio nulla di essenziale è tolto. A lui non è impedita l’azione umana più importante e vitale, il rapporto col Padre. “Smettila di pregare per tuo figlio e prega per la tua conversione mi ha detto un amico. Che prega di continuo per la sua guarigione. Cosa credi che Dio non si intrattenga con la sua anima? Cosa credi che non sia un male per un bene più grande?”
Poi ho capito questo. Dietro il dolore, sotto il cono d’ombra della croce; nella feritoia che la spada del dolore tiene aperta nel cuore, si apre uno scenario nuovo. Accessibile anche altrimenti credo ma la via della sofferenza è privilegiata… lo voglio dire con le parole del Giobbe di Fabrice Hajadj:
«Chi sei tu che vorresti cambiare il mio piangere in compiangersi e compiacersi?»
Giobbe infine, ormai solo, dichiara di attendere la Gioia:
«Io non ti ho, ma tu mi circondi stringendomi.
Tu mi sfuggi, sei proprio tu che mi conduci verso l'altro,
Tu che mi ferisci, sei proprio tu la sola che potrebbe guarirmi,
E siccome sto in agguato, pronto ad accoglierti, attento al minimo refolo che annunci la tua venuta,
Tu m'impedisci di chiudermi nella mia corazza
E la mia testa è questa conchiglia fratturata
E la mia lingua è questa lumaca grottesca,
Che lascia con le sue parole più bava che sapere,
E tu non vieni a ridurre la frattura, no, tu l'ingrandisci, tu l'allarghi ancora perché vi entri il
mondo».
Simone Weil, altra filosofa francese del '900 dice che la gioia non è altro che il sentimento della realtà. La realtà tutta. La realtà quando diventa più reale e ti assedia dura e ossuta. Non lo so, direi che corro il rischio di sembrare masochista o anche scontata ma quando il dolore ti colpisce davvero, e tanti ne abbiamo esperienza, puoi, se vuoi, non sprecare l’occasione di approfondire il tuo essere uomo cioè figlio cioè amato cioè atteso.
Dio non ha ancora guarito mio figlio. Io chiedo e richiedo e insisto. Può essere continui a  rispondere  “no, non ancora”. Non lo so. Dio è Dio.

 

20 dicembre 2013

Caterina Simonsen vale più di un topo

Stefano Fuccelli, presidente del Partito Animalista Europeo, è scatenato. Ecco il suo pensiero (e quello del suo partito) riguardo alla raccolta fondi Telethon per favorire la ricerca contro le patologie genetiche rare. Qualcuno risponde. Caterina Simonsen, 25enne padovana.
Caterina è affetta da una mostruosa quantità di patologie rare; si parla – rectius, s’ipotizza, perché l’eziologia è ancora ignota - di una sindrome causata da un’ampia porzione di DNA “sconclusionato”, come se fosse stato montato da un Picasso ubriaco in una notte di luna piena.
 

24 agosto 2013

Accompagnare, non sopprimere

di Marco Gabrielli

Siamo nel pieno di una campagna in favore dell’eutanasia: dopo anni di pubblicità unidirezionale su alcuni casi limite siamo arrivati alla raccolta di firme per la sua legalizzazione. Il tutto abilmente condito da dati statistici non confermati (nessuno studio scientifico è mai stato commissionato su larga scala per conoscere l’effettiva opinione degli italiani) e portando casistiche poco credibili e comunque non confermabili quali quelle relative alla cosiddetta “eutanasia clandestina”. 
Ci troviamo davanti a militanti che sanno coprire bene l’odore della morte parlando di libera scelta, di sofferenze evitate, di dignità della vita e di libertà fino alla fine, ma tacciono su cosa sia l’eutanasia, intesa anche come suicidio assistito ed abbandono terapeutico, e a cosa potrebbe portare la sua legalizzazione soprattutto in un momento di grave crisi economica che porta ai tagli alle spese sanitarie. Il tutto aggravato dall’inverno demografico che ci siamo creati che vede un numero sempre più esiguo di giovani dover prendersi cura di un numero sempre maggiore di anziani e dove, non avendo più figli,  viene meno il primo livello di solidarietà, quello famigliare. 
Facile l’analogia con precedenti campagne quali quella in favore dell’aborto. Chi si sarebbe mai aspettato che in 35 anni in Italia quasi sei milioni di bambini non sarebbero nati perché uccisi legalmente nell’utero materno con la legge 194/78? E dire che solo una minima parte dei bambini abortiti fa parte dei “casi limite” tanto pubblicizzati in occasione del referendum del 1981. Se viene meno un principio, tutto crolla. L’aborto è ormai un fatto routinario perché la vita di un feto non è più considerata un valore con tutte le conseguenze che non sempre si hanno presenti: si è smesso di cercare soluzioni alternative in termini di aiuti, anche economici, ai genitori; si è smesso di ricercare terapie in grado di trattare eventuali patologie fetali; è venuta meno una rete di solidarietà in grado di aiutare le madri e le famiglie a cui fosse capitata una “gravidanza indesiderata”. L’aborto è considerato la soluzione migliore e chi non vi ricorre viene pesantemente commiserato: non sarà “obbligatorio”, ma è “fortemente consigliato” e, in assenza di aiuti concreti, come quelli erogati dal volontariato, non lascia spesso alternative.
Facile l’analogia con l’eutanasia. Perché continuare a ricercare cure quando c’è una via diversa? Perché dovrebbe continuare a vivere una persona quando un’altra affetta dalla stessa malattia ha deciso di morire? Meglio: perché lo Stato dovrebbe continuare a pagare cure per chi ha l’eutanasia come alternativa? Il passo che porterà a chiedere l’eliminazione di tutte le vite “non degne di essere vissute” è brevissimo. Lo abbiamo già visto in un triste passato che ora cerchiamo di dimenticare. Lo vediamo quotidianamente con l’aborto eugenetico.
Dai paesi europei ed extraeuropei in cui già è legale l’eutanasia giungono notizie allarmanti. Per brevità accenno solo all’estrema facilità di accesso al “suicidio assistito” che viene erogato anche per patologie non in fase terminale, alla sospensione delle cure e dei trattamenti salvavita per i pazienti più anziani o affetti da un elenco crescente di patologie per le quali è sufficiente non assumere dei farmaci per alcuni giorni per arrivare al decesso, all’eutanasia del non consapevole quale può essere un malato di Alzheimer, agli errori diagnostici su persone avviate verso protocolli eutanasici e alla sempre più diffusa “eutanasia pediatrica”. Anche fosse vero che una esigua minoranza di medici pratica l’eutanasia non sarebbe sufficiente per far approvare una legge che la consenta: questo varrebbe anche per tutti gli altri reati, pensiamo, ad esempio, alla frode fiscale. 
Non è cosa esclusiva dei cristiani riconoscere che è insito nell’uomo quell’istinto di sopravvivenza che ci accomuna agli animali e che eliminiamo solo facendoci violenza. In più l’uomo, con la ragione, dovrebbe riconoscere la vita come valore assoluto. Non possono essere dimenticate tutta quella serie di relazioni che danno scopo e dignità alla vita, anche se questa attraversa momenti difficilissimi ed è particolarmente fragile, vulnerabile, dipendente e, per questo, richiedente aiuto e sostegno. Voler eliminare con la morte queste fasi fa venir meno l’umanità di chi soffre e di chi accompagna nella sofferenza. Accompagnare non è semplice, ma sicuramente più umano che sopprimere.
Non è detto che si debba per forza soffrire, accusa gratuita che viene spesso rivolta verso la Chiesa Cattolica: già nel 1957 papa Pio XII precisò che è da ritenersi moralmente lecita una terapia antidolorifica anche se, al fine di alleviare i dolori, di fatto abbrevia la vita. Insegnamento ribadito anche nel Catechismo della Chiesa Cattolica, che pure vieta espressamente l’accanimento terapeutico. La “morte imposta nella sofferenza” di cui i  cattolici vengono accusati è una menzogna pretestuosa di chi si batte per la legalizzazione dell’eutanasia.
Da ultimo qualche brevissima considerazione sulle dichiarazioni anticipate di trattamento (DAT). Le DAT sono lo strumento culturale per far accettare ed approvare l’eutanasia. In assenza di una legislazione nazionale non ha alcun senso istituire dei registri a livello locale che le raccolgano. Non si deve temere che i medici pratichino il tanto temuto accanimento terapeutico perché questo è vietato tanto dal Codice Penale quanto dal Codice di deontologia medica. Lo stesso dicasi per l’eutanasia. Che valore può avere una dichiarazione resa in giovane età, davanti ad un funzionario non preparato a raccoglierla in un mondo in veloce cambiamento anche dal punto di vista terapeutico? Tutti noi possiamo cambiare le aspettative di vita e magari quello che oggi ci sembrerebbe insopportabile un domani potrebbe non esserlo più e quanto oggi non è curabile un domani potrebbe diventarlo. Desta preoccupazione leggere il testo di alcune DAT sottoscritte da giovani e rese pubbliche attraverso Internet. Chi firma queste dichiarazioni, spesso tratte dallo stesso canovaccio, dichiara di rifiutare trattamenti quali “rianimazione cardiopolmonare” o “intubazione tracheale”, trattamenti che, se accompagnati al trattamento risolutivo delle cause che li hanno resi necessari, possono portare alla piena guarigione. Il rifiuto aprioristico di questi trattamenti può causare la morte della persona che avrebbe potuto riprendere una vita normale. Stiamo attenti a quello che firmiamo…