Di Paolo Maria Filipazzi
La scomparsa, all’età di 95 anni del cardinal Camillo Ruini, è l’occasione per ripercorrere una stagione della Chiesa cattolica in Italia. Una stagione, che forse è stata l’ultima, dato che dopo di essa sembra esserci stato il nulla.
Le sue radici si collocano pienamente all’interno del rinnovamento conciliare. Ruini è inizialmente critico verso quei movimenti considerati più “conservatori” come Comunione e Liberazione ed è vicino a quei settori della Dc che sembrano guardare più a sinistra. La sua amicizia con Romano Prodi è talmente stretta che sarà lui a celebrarne il matrimonio.
Dal 1991 al 2007 è presidente della Conferenza Episcopale italiana, ed è in questo ruolo che vivrà un’ epoca di trasformazione difficile e drammatica per l’intera società italiana, per il suo quadro politico e per la Chiesa cattolica.
Dopo lo sgretolarsi della Dc in seguito a Tangentopoli, Ruini guarda inizialmente al Ppi di Martinazzoli, ma il risultato delle elezioni del 1994, con il trionfo del centrodestra e di Silvio Berlusconi, lo convince che la diaspora politica dei cattolici sia irreversibile.
Lancia, così, la linea del “progetto culturale”: la Chiesa non può rassegnarsi all’ irrilevanza, ma deve sapere elaborare una proposta culturale in cui i cattolici, sparsi nei vari partiti, si riconoscano, cercando di influenzare le forze politiche in cui militano a conformarsi a quel modello. La base di questo progetto sarà la difesa dei “principi non negoziabili”, come individuati dalla Nota della Congregazione per la dottrina della Fede nel 2022.
Questa linea porterà Ruini alla rottura con molti dei suoi vecchi sodali. Già nel 1994 rifiuta di schierarsi contro il primo governo Berlusconi, nonostante la precisa richiesta del Quirinale, dove in quel momento siede il cattolico e democristiano Oscar Luigi Scalfaro. Anni dopo, Ruini rivelerà che il presidente della Repubblica in persona, durante un pranzo, gli aveva chiesto aiuto per “far cadere il governo”, e commenterà: “la nostra decisione di opporci a quella che ci appariva come una manovra, al di là della indubbia buona fede di Scalfaro, fu unanime. E pensare che Scalfaro era stato per me un grande amico”. Ruini non si capacita di questa presa di posizione da parte di quello che era sempre stato un anticomunista viscerale. "Rammento quando De Mita nel 1987 gli aveva offerto di diventare presidente del Consiglio, in opposizione a Craxi e con la benevolenza del Pci. Scalfaro allora era venuto da me e mi aveva detto che avrebbe rifiutato. 'Fa bene', avevo risposto. E infatti a palazzo Chigi sarebbe poi andato Amintore Fanfani. Per questo rimasi colpito dal modo in cui aveva cambiato posizione, così nettamente. Penso che Berlusconi abbia mostrato i suoi pregi e i suoi limiti, come tutti gli altri politici, ma che non abbia avuto in alcun modo fini eversivi. I pericoli per la Repubblica semmai erano altri"
Anche con Prodi l’amicizia si incrinerà, dopo che, quest’ultimo, nel 1995, inizia a lavorare alla creazione di una coalizione di centrosinistra che metta insieme ex democristiani ed ex comunisti. Ruini imputa al professore di Bologna di voler riabilitare i comunisti proprio nel momento in cui, con la caduta del muro di Berlino, questi sono stati sconfitti.
Nascerà, invece, un rapporto di stima con Berlusconi. Ruini è perfettamente cosciente che lo stile di vita del Cavaliere è, per usare un eufemismo, problematico, ma, come chi è autenticamente cattolico, sa che i peccati privati dei politici sono competenza del confessore mentre ciò che conta è il pubblico operato. E in quegli anni il centrodestra rappresenta, pur con eccezioni e contraddizioni, una diga alla deriva secolarizzante.
Un momento decisivo di questa stagione sarà, nel 2005, la campagna per il referendum abrogativo, promosso dai radicali per ottenere l’abolizione ad alcune norme della “legge 40” che pongono restrizioni alla pratica della procreazione medicalmente assistita e proibiscono la sperimentazione scientifica sulle cellule staminali. La Conferenza Episcopale invita all’ astensione, al fine di impedire che il referendum raggiunga il quorum. La campagna sarà accesissima con il cardinale nell’ occhio del ciclone, nel mirino del fronte laicista che accusa la Chiesa di “ingerenza” e di “fare politica”. Ruini si troverà di fatto attaccato anche da una parte dei cattolici che militano a sinistra, a partire dal già citato Romano Prodi che, nell’ annunciare che non seguirà le indicazioni dei vescovi, si definirà “un cattolico adulto”. Alla fine vincerà l’astensione e quel momento resta, ad oggi, l’ultimo in cui il mondo cattolico è riuscito a bloccare, seppur temporaneamente, la deriva antropologica.
Due anni dopo il “cattolico adulto” Romano Prodi è presidente del Consiglio e la sua maggioranza vuole approvare un disegno di legge che introduca i “DICO”, vale a dire un istituto che comporti il riconoscimento giuridico delle coppie omosessuali. Sarà allora il cardinal Ruini ad organizzare il primo Familiy Day. Si, il Family Day lo aveva inventato un presidente della Conferenza Episcopale …
Poco dopo il suo mandato scade e gli succede il cardinale Angelo Bagnasco, che sembrerà voler proseguire nel suo solco, seppur in maniera sempre più sbiadita. Con i presidenti successivi, di ciò che fu il cattolicesimo italiano ai tempi di Ruini non rimarrà più nemmeno il ricordo.
Di lui oggi vogliamo ricordare una frase che riassume tutto: “è preferibile essere contestati che essere irrilevanti”.
Certo, anche il “ruinismo” ha avuto limiti, contraddizioni e sicuramente avrà fatto alcuni errori. Tuttavia, visto oggi, sembra quasi che si stato un sogno…

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